In loving memory

02 novembre 2016 ore 22:07 segnala



So che questo post non riceverà alcun tipo di consenso, so che è forte, so che esistono modi migliori di impiegare il tempo - ma io ritenevo estremamente importante riportare questo passaggio.

L'esistenza a volte è qualcosa di sottile: "non è proprio una malattia, potrebbe esserlo, ma è qualcosa di meno.. se ha un nome dev'essere leggerissimo: lo dici ed è già sparita". Lo stesso vale per certi esseri viventi: alcuni son più leggeri di altri, più fragili di altri. È una mera questione di percezione; ma ciò non significa che non manifesteranno in vita un'energia superiore, per tutto ciò che hanno passato e per il modo in cui lo affrontano: solo, bruceranno col doppio della rapidità rispetto alle normali candele. È una questione di fiamma. Io, che non sono e non sarò mai Foster Wallace, cionondimeno conosco la Cosa Brutta giacché nella mia vita la normalità non è mai stata di casa, mi sento in diritto e in dovere di riferire le sue parole come in un'esegesi senza note a margine. È una questione di legge. Perché fino all'ultimo, fino all'ultimo tocco di inchiostro, quest'uomo è riuscito nell'intento di spiegare l'indefinibile, anche quando quell'indefinibile non aveva alcun tipo di misura o salvezza. Una ridda di immagini che bruciano là dove la pancia incontra i battiti cardiaci. E io lo ringrazierò comunque e sempre per questo, anche se si è fatto travolgere dall'onda. Anche se le sue parole fanno fottutamente male, e non lasciano scampo, e lasciano cicatrici; ma mi aiutano a contrastare e a tenermi a una certa distanza dalla Cosa Brutta. E magari potrebbe aiutare anche te: a volte si tratta proprio di una distanza minima. È una questione di viscere.

"Io non ho uno scilinguagnolo incredibile, ma voglio raccontarvi com'è secondo me la Cosa Brutta. Per me è come una nausea completa, totale, assoluta. Cercherò di spiegarmi meglio. Immaginate di avere una nausea davvero tremenda che parte dallo stomaco. Quasi tutti hanno avuto una nausea davvero tremenda, perciò tutti sanno come ci si sente: è tutt'altro che divertente. OK. OK. Ma quella è una sensazione circoscritta: si accentra grossomodo intorno allo stomaco. Immaginate che tutto il corpo abbia la nausea.. ogni cellula del vostro corpo.. Quark e neutrini fuori di testa che schizzano nauseati dappertutto, impazziti. Immaginate questo, immaginate una nausea diffusa capillarmente in ogni vostro minimo frammento, perfino nei frammenti dei frammenti. Di modo che la vostra esistenza, la vostra... quintessenza è caratterizzata unicamente dalla nausea; voi e la nausea siete, come si dice, "una cosa sola".

Ecco pressappoco cos'è in sostanza la Cosa Brutta. Tutto in voi è nauseato e paradossale. E siccome l'unica conoscenza che si ha del mondo intero passa attraverso le varie parti del corpo - tipo gli organi sensoriali, la mente, ecc. - e siccome queste parti hanno una nausea da morire, il mondo intero che voi percepite, conoscete e abitate vi arriva filtrato da questa brutta nausea e diventa brutto..

È così che funziona la Cosa Brutta: è particolarmente brava ad aggredire i vostri meccanismi difensivi. Il modo per combattere o sfuggire alla Cosa Brutta sta chiaramente nel pensare in modo diverso, nel ragionare e discutere con voi stessi, giusto per cambiare il vostro modo di percepire, sentire ed elaborare le cose. Ma vi serve la mente per farlo, vi servono le cellule cerebrali e i loro bravi atomi, le facoltà mentali e compagnia bella, vi serve il vostro io, ed è proprio quello che la Cosa Brutta ha fatto ammalare troppo perché funzioni a dovere. Ha fatto ammalare proprio quello. Vi ha fatto ammalare in modo da non permettervi di guarire. E voi cominciate a pensare a questa situazione veramente atroce e vi dite: - Mannaggia, come cavolo è riuscita la Cosa Brutta a fare questo? - Ci pensate su, ci pensate davvero bene perché è nel vostro interesse, e poi tutt'a un tratto avete come un'intuizione...

la Cosa Brutta riesce a farvi questo perché voi siete la Cosa Brutta! La Cosa Brutta siete voi. Nient'altro: nessuna infezione batteriologica né colpi di spranga o di martello in testa quando eravate piccoli, né scuse d'altro genere; voi siete la malattia. La malattia vi "definisce", specie dopo che è passato qualche tempo. Vi rendete conto di questo. Ed è allora, mi sa, che se avete lo scilinguagnolo vi rendete conto che l'acqua non ha superficie oppure sbattete il muso contro il vetro della campana rendendovi conto di essere in trappola, oppure guardate il buco nero e vedete che ha la vostra faccia. È in quel preciso istante che la Cosa Brutta vi divora, o meglio, che voi divorate voi stessi. Che vi uccidete.

Facciamo tante storie quando chi ha una "grave depressione" si suicida; diciamo: - Per la miseria, dobbiamo fare qualcosa per impedire che si suicidino! - Errore. Perché, vedete, tutte quelle persone a quel punto si sono già uccise, nel senso che conta per davvero. Quando scolano interi armadietti di medicine, schiacciano un pisolino in garage o che so io, si sono già uccisi da un pezzo. Quando "si suicidano" si dimostrano semplicemente coerenti. Danno semplicemente forma esteriore a un fatto la cui sostanza in loro esiste già da molto tempo. Una volta che ti rendi conto di quello che sta succedendo, il fatto dell'autodistruzione esiste sotto tutti gli aspetti pratici. Rimane ben poco da fare in una situazione simile, a parte "formalizzarla"..

altrimenti, se non è quello che volete, c'è sempre la TEC o un viaggio che dalla Terra vi porta su un altro pianeta.

Ma ho detto più di quanto volevo sulla Cosa Brutta. Ancora adesso, se ci penso un pochino su, la sento tendere la mano verso di me, cercare di incasinarmi gli elettroni. Ma io non sono più sulla Terra.."

(David Foster Wallace, "Questa È L'acqua")

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Love yourself

21 ottobre 2016 ore 21:28 segnala


"Ma tu mi ami?" chiese Alice

"No, non ti amo" rispose il Bianconiglio.


Alice corrugò la fronte ed iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre quando si sentiva ferita.

"Ecco, vedi?" disse il Bianconiglio, "ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non riesca a volerti almeno un po' di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata.
Proprio per questo non posso amarti: perché ci saranno giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò.
Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine, incomprensione.. ma se non ti ami almeno un po', se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno.
La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. Perciò Alice no, non ti amo. Non posso farlo adesso".

(Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie)




(Eh lo so.. ma pare che anche lui sappia fare canzoni decenti)
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« immagine » "Ma tu mi ami?" chiese Alice "No, non ti amo" rispose il Bianconiglio. Alice corrugò la fronte ed iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre quando si sentiva ferita. "Ecco, vedi?" disse il Bianconiglio, "ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non...
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Sai cos'è che ti salva? (parole e musica pt 2)

07 ottobre 2016 ore 14:03 segnala


Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra sotterrarti. Eppure si sentono non so quali sbarre.. quali muri.
Tutto ciò è fantasia, immaginazione? Non credo. E poi uno si chiede: "Mio Dio, durerà molto, durerà sempre, durerà per l'eternità?".
Sai cos'è che fa sparire questa prigione?
È un affetto profondo, serio.
Essere amici, essere fratelli, amare.. spalanca la prigione per potere sovrano, per "grazia potente"

(Vincent Van Gogh)

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« immagine » Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra sotterrarti. Eppure si sentono non so quali sbarre.. quali muri. Tutto ciò è fantasia, immaginazione? Non credo. E poi uno si chiede: "Mio Dio, durerà molto, durerà sempre, durerà per l'eternità?"...
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Hallelujah

05 ottobre 2016 ore 01:04 segnala
(Suggestioni e impressioni messe per iscritto
liberamente tratte dai Panic! At the Disco)

HALLELUJAH

Dì le tue preghiere



(Metti play, poi leggi, magari da 0:18)


Questo è un gospel per tutti i caduti
Imprigionati nei loro sogni permanenti
Che assemblano le loro filosofie
Da frammenti di ricordi fatiscenti


Il ragazzo con la giacca nera si ostinava a inseguire la ragazza dal vestito di fuoco di porta in porta, con la caparbietà di chi non si rassegna, e la fierezza dignitosa ed altera di un caporione caduto in disgrazia - eppure cominciava a percepire sottopelle il distinto sentore di un fatalismo sardonico, per tutto questo ridicolo incaponirsi senza progressi..

Che diavolo gli era successo? Erano anni a guardar bene che arrivava a un palmo dal lembo sericeo del suo fiocco vermiglio.. ne assaporava gli effluvi mentre caracollava su piastrelle di granito, inebriandosi di quei morbidi umori che erano già paradiso fragrante di sensi e (buona) pace dei muscoli; ma poi, non appena i polpastrelli sfioravano l'idea di una dolce presa a cingerle la vita e porre fine a quell'estenuante andirivieni del cazzo,
la terra sotto di lui si liquefaceva, i battiti cardiaci acceleravano come il pattern di una Guernica musicata in un bolero serratissimo, ed ella si ritraeva guadagnando la distanza;
in tutto questo lo scenario era cambiato ancora, suo malgrado, di configurazione
e come un vorticoso carillon dove incocciare ad infliggersi la rovina con chirurgica ed abnegata dedizione, così il supplizio del ragazzo con la giacca nera seguitava a suonare.

Se davvero mi ami, per Dio, lasciami andare

Quali fossero le note della sua lenta coalescenza verso la disperazione, neppure la Signora delle Lunghe Attese poteva averne misura.. se non forse una fievole melodia dai ramati toni minori di una pentatonica frigia, un lamento cellulare taciuto sotto l'epidermide di una cicatrice sbiadita dal tempo tiranno;
così lui continuava a danzare, con le gambe e il cuore sfibrati, di stanza in stanza, sul suo futurale epilogo.

Come potevi pensare che ti avremmo abbattuto? Non lo sai che noi vorremmo fiaccarti mille volte, fino ai limiti dell'eternità, se l'eternità potesse avere dei limiti?

Il ragazzo con la giacca nera era stato circuito. Giovane di belle speranze e brutte abitudini, gli era stato fatto credere che se avesse continuato a inseguire i suoi sogni con ardente pazienza, presto o tardi avrebbe raggiunto il culmine di una splendida felicità. Gli era stata confabulata la favola della speranza come un qualcosa di imperituro e catartico (o per lo meno come di una forza così pertinace da sfuggire ai lemmi stessi della morte), anziché abituale lenimento del senso di pericolo a cui affidarsi nelle asperità come a un di più..
sicché lui ignorava il fatto che, ad esempio, abbandonarsi completamente ad essa porta le persone alla rovina, e che gli uomini e le donne muoiono, e spesso, assieme con le loro speranze.

Ero ubriaco eppure non significava niente, era bastato solo a liberare tutte quelle pallottole dalla mia mente

Il ragazzo dalla giacca nera amava l'idea della ragazza dal vestito di fuoco più di quanto amasse l'idea di se stesso. Amava tutto della sua idealizzazione: amava il profumo ancora da scoprire della silhouette del suo collo, amava il significante delle parole espresse dalla quintessenza della sua voce, amava il pensiero di poterne fare una complice, la forza inavvallabile dell'immagine del suo sorriso, e soprattutto amava l'assenza di gravità che già ammanniva il suo cuore quando quel sorriso si manifestava dopo una sua pagliacciata.
L'amore per la fantasia e la gioia carnale di razionalizzare il suo desiderio istintuale erano ciò che facevano di lui un superbo autosabotatore, e la matrice del suo periplo infinito erano le sue balorde illazioni.
Altra porta, altro corridoio.. stesso divario tra lui e lei



(Arimetti play, poi hai il mio permesso di continuare a leggere :-)) )


Amo le cose che odi di te stessa

La Signora delle Lunghe Attese sorvegliava dall'alto il paradosso del ragazzo dalla giacca nera che già sfociava nel mito. Era stata lei a convincerlo ad imboccare il binario del coraggio e della resilienza, a promettergli con parole vacue quanto un'aporia che non sarebbe mai incappato in un ciclo senza fine, era lei che dal primo giorno di scuola di vita gli aveva concesso il privilegio di ammirarla e gli aveva fatto perdere la testa simulando qualcosa più di un vago e distaccato interesse nei suoi riguardi. Quelle parole agivano dentro di lui come venefico carburante per le sue velleità, e lui tirava dritto come un treno, cavaliere senza fatica e senza senno.
Ormai convinto che i traguardi non richiedessero poi troppo sacrificio, e sempre in cerca di una sfida all'altezza del suo potenziale, il ragazzo dalla giacca nera cominciava a sovrastimare le sue capacità, persuaso com'era che per avere di più, bastava solo investire più tempo. Così facendo la Signora dalle Lunghe attese aveva riposto negli occhi del ragazzo i germi di una chimera, e una volta fattolo avvicinare abbastanza alla sua dimora di pietra, bisbigliato al suo orecchio l'ultimo maleficio, il cerchio era stato suggellato, e il dedalo aveva preso ad emergere dalle sabbie, su misura per la grandezza dei torbidi sogni e delle timide ambizioni del ragazzo.
Le parole della Signora furono "se ci crederai fino in fondo, ogni cosa sarà alla tua portata".. così la giostra infernale aveva cominciato a girare.
E l'illusione che con l'impegno e la costanza fosse possibile conseguire qualsiasi risultato aveva preso vita.

Ma lontano da acque tranquille, bambino, potresti annegare

La realtà era che non era mai bastata la volontà, quando a mancare era principalmente la forza.. e lui, dentro quella fortezza di pietra, man mano più disilluso, era forzato a ricominciare, ogni volta, dall'inizio.
Il guaio era che quanto più lisciava l'estremità del nastro porpora della ragazza carminia, vezzeggiando il concetto di una dovuta chiusura di quei giochi esiziali che lo stavano portando all'esasperazione, tanto più la delusione si rivelava scottante, una volta afferrato che neanche quel tentativo, con le sue ormai sommesse e fiaccate forze di giovane, era andato a buon fine.
E il ragazzo dalla giacca nera cominciava inesorabilmente a perdere fiducia in se stesso.

Altro giro di giostra, altro cambio di scenario. Stavolta persino i suoi vestiti erano diventati più sbiaditi.
La stanza ora era un androne, la porta si era trasformata in un cancello di ottone ossidato di verde cinabro, e quello, con sua somma afflizione, era precisamente il punto da cui (a sua memoria) era partito alla ricerca della ragazza, fiducioso, 5 anni prima.

"Dio ti prego finiscimi.. o almeno spezza questo fottuto sortilegio. Altrimenti, per Dio... mi avrai sulla coscienza!"

(Potrebbe continuare..)
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(Suggestioni e impressioni messe per iscritto liberamente tratte dai Panic! At the Disco) HALLELUJAH Dì le tue preghiere « video » (Metti play, poi leggi, magari da 0:18) Questo è un gospel per tutti i caduti Imprigionati nei loro sogni permanenti Che assemblano le loro filosofie Da...
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Parole e musica

01 ottobre 2016 ore 05:33 segnala


"Non t'amo se non perché t'amo
e dall'amarti a non amarti giungo

e dall'attenderti quando non t'attendo
passa dal freddo al fuoco il mio cuore.

Ti amo solo perché io ti amo,
senza fine io t'odio,
e odiandoti ti prego

e la misura del mio amore viandante
è non vederti e amarti come un cieco.

Forse consumerà la luce di Gennaio,
il raggio crudo, il mio cuore intero,
rubandomi la chiave della calma.

In questa storia solo io muoio
e morirò d'amore perché t' amo,

perché t'amo, amore, a ferro e fuoco"

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"Non t'amo se non perché t'amo e dall'amarti a non amarti giungo e dall'attenderti quando non t'attendo passa dal freddo al fuoco il mio cuore. Ti amo solo perché io ti amo, senza fine io t'odio, e odiandoti ti prego e la misura del mio amore viandante è non vederti e amarti come un...
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Dedicato

27 settembre 2016 ore 00:25 segnala




Perché mi hai insegnato a crescere che ancora non sapevo camminare
e ancora oggi, quando incespico sulla mia vacillante andatura
sento la mancanza della tua voce amica.




“Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’ occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue"

(Eugenio Montale)
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« immagine » Perché mi hai insegnato a crescere che ancora non sapevo camminare e ancora oggi, quando incespico sulla mia vacillante andatura sento la mancanza della tua voce amica. “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche c...
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Fatelo ora

23 aprile 2016 ore 02:34 segnala


Shakespeare a un certo punto dell'atto IV di Amleto recitava più o meno così:
"Cos'è un uomo, se il suo unico modo di investire il tempo è rappresentato dal dormire e mangiare? Una bestia, nient'altro!
Certo chi ci ha creati con una così vasta facoltà di ricollegare futuro e passato non ci ha concesso questa capacità e questo dono divino della ragione, perché marcissero dentro di noi..
Ora, vuoi che sia una bestiale letargia o qualche vile scrupolo a farci pensare troppo sulle cose (un pensiero che ha soltanto una parte di saggezza e sempre tre parti di vigliaccheria), ma io davvero non so perché continuo a vivere dicendo 'bisognerà fare questa cosa', visto che ho il motivo, la volontà, la forza e i mezzi per farla ora!"

Bene... ok che è Shakespeare (toh, oggi compie giusto 462 anni), ma è un concetto che bene o male tutti possiamo comprendere e caldeggiare

A volte siamo talmente bloccati dall'indecisione, da non sapere come comportarci. Non è sempre colpa nostra, spesso è la vita esterna a imporre cautela, ma quella cautela alla lunga diventa solo temporeggiamento, cinti come siamo da due realtà (quella dell'agire o del procrastinare) che lasciamo che questi argini ci obblighino prima ad un arretramento e poi a una battuta d'arresto. Se l'imbarazzo è sempre stato nemico dell'uomo, l'imbarazzo della scelta è la principale nemesi della razza umana.

A volte però basterebbe valutare che cosa si rischia di avere tra le mani (un pugno di mosche per lo più), per metterci in moto e desistere da questa continua analisi futuribile delle perdite. Non è quello che può succedere che dovrebbe terrorizzarti, ma quello che può non succedere mai. Certo, non sempre è così facile come si vuol dare a credere: la paura di ferirsi diventa essa stessa una malattia autoimmune. E di vaccini, ahimè, ce ne sono pochi e bisogna testarli tutti sulla propria pelle. Ma il problema di fondo è un altro: quanto ci vogliamo bene per continuare su questa china? Quanto amor proprio ci vuole ad accettare inermi e sommessi una realtà che non ci calza affatto incombere sui nostri giorni, quando basterebbe farsi forza e allungare le mani verso quell'abito tagliato esattamente su di noi? Ve lo dico io: ci vuole meno forza a tirare uno strattone per buttarsi nel centro dell'azione, che a sorreggere per anni il peso di un intero limbo di timori. Perché essere insicuri da quale parte sia meglio cominciare equivale a ventilare l'ipotesi di una sconfitta in partenza. Prima di perpetuare nell'angoscia della sofferenza e nella sua prevenzione, chiediti per quanto ancora hai voglia di soffrire non facendo nulla per migliorare la situazione. La soluzione spesso la conosciamo già, solo che abbiamo il terrore di non riuscirci al primo tentativo. Se non viene subito.. pace, ci si riprova. E si continua. Del resto meglio una pace dei sensi oggi che un conflitto interiore domani, no? Quindi cazzo, buttiamoci per una volta. Non sto parlando della vertigine e del vuoto d'aria di un salto in caduta libera, ma del brivido di un piccolo passo alla cieca per scoprire che il terreno tutto sommato regge. Come un atto di fede. Come Indiana Jones nel Tempio Maledetto. Come un piccolo pezzo di incoscienza. E recitare sempre il mantra "stai andando bene.. stai andando bene.. stai andando bene!"

A rubare qualche parola a Giovanni Truppi, giovane piccolo astro del cantautorato indipendente napoletano, "bene e male sono due fidanzati, bene e male sono mamma e papà di tutto quello che succede, è successo e succederà". E lui ci tiene anche ad avvisare che "se proprio non puoi fare la rivoluzione, almeno ricordati di non guardare mai la televisione. E' normale che non ti viene tutto subito, è normale pure che a volte ti annoi.. e cerca di non arrabbiarti troppo con gli altri: dal loro punto di vista certi torti che ti fanno sono piccoli piccoli. E' una questione di sensibilità"

Ricordiamoci di prevenire l'apatia a piccole dosi, essendo coscienti che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi, perdiamo 60 secondi di luce, e che essere vivi comporta uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Se poi non dovesse andare bene nell'immediato, non prendetevela con voi stessi.. ma nemmeno date la colpa a me. Piuttosto datela agli autori che sto citando, sono loro che fomentano gli animi - io che cazzo c'entro.. :-)

Fatelo, e fatelo ora. Sapete tutti di cosa sto parlando, quindi FATELO

Il domani è un concetto troppo lontano

"E non fare che se ti innamori, smetti di esercitarti. E non è vero che le abitudini di una famiglia ci mettono 3 generazioni a cambiare, però la tua natura è la TUA natura. E nella tua natura c'è il tuo destino. E sono cose che devi accettare, anche se questo non vuol dire che non devi imparare a finire quello che cominci, perché gli ultimi metri di corsa sono sempre i più difficili.."

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« immagine » Shakespeare a un certo punto dell'atto IV di Amleto recitava più o meno così: "Cos'è un uomo, se il suo unico modo di investire il tempo è rappresentato dal dormire e mangiare? Una bestia, nient'altro! Certo chi ci ha creati con una così vasta facoltà di ricollegare futuro e passato ...
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23/04/2016 02:34:05
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La costruzione di un amore - pt. 3

14 aprile 2016 ore 22:00 segnala


"Caro basket,
dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzini di mio padre
e a lanciare immaginari tiri di vittoria nel Great Western Forum
ho saputo che una cosa era reale:

mi ero innamorato di te.

Un amore così profondo che ti ho donato tutto -
dalla mia mente al mio corpo,
dal mio spirito alla mia anima.

Da bambino di 6 anni
profondamente innamorato di te
non ho mai visto la fine del tunnel.
Vedevo solo me stesso
correrne fuori.

E quindi ho corso.
Ho corso avanti e indietro per ogni parquet
dietro ad ogni palla persa per te.
Hai chiesto il mio impegno
ti ho dato il mio cuore
perché esso richiedeva molto di più.

Ho giocato nonostante il sudore e il dolore
non per vincere una sfida
ma perché TU mi avevi chiamato.
Ho fatto tutto per TE
perché è quello che fai
quando qualcuno ti fa sentire così vivo
come tu mi hai fatto sentire.

Hai fatto vivere a un bambino di 6 anni il suo sogno di essere un Laker
e per questo ti amerò per sempre.
Ma non posso amarti più con la stessa ossessione.
Questa stagione è tutto ciò che mi resta.
Il mio cuore può sopportare la battaglia
la mia mente può gestire la fatica
ma il mio corpo sa che è ora di dire addio.

E va bene così.
Sono pronto a lasciarti andare.
Voglio che tu lo sappia
così entrambi possiamo assaporare ogni momento che ci rimane insieme.
I momenti buoni e quelli meno buoni.
Ci siamo entrambi scambiati tutto ciò che avevamo.

Ed entrambi sappiamo, indipendentemente da cosa farò,
che rimarrò per sempre quel bambino
con i calzini arrotolati
gli schemi prefissati messi nell’ angolo
5 secondi da giocare.
La palla tra le mie mani.
5… 4… 3… 2… 1…

Ti amerò per sempre,
Kobe"

(29 Novembre 2015, "Dear Basketball", Kobe Bryant)

La costruzione di un amore - pt. 2

14 aprile 2016 ore 20:25 segnala


"L'amore è tutto carte da decifrare,
e mille notti e giorni per imparare
...
Io se avessi braccia migliori ti costringerei
Se avessi labbra migliori, ti abbatterei
Se avessi buona la bocca ti parlerei,
Se avessi buone le parole, ti fermerei"

Più o meno così recitava il buon vecchio Fossati in una delle sue notti (certo, perché vi aspettavate che citassi la canzone che dà il titolo al post, vero? :-p ). L'amore che si costruisce nel tempo per lo meno, e che talvolta neanche ti accorgi che lo stai facendo, perché è obiettivamente gratuito e naturale senza che pretenda nulla da te, funziona pressappoco così. Ed era esattamente lo stesso tipo di amore che circonfluiva e cingeva la mia vita liceale, benché insulsa e un po' sofferta, senza che io gli avessi mai chiesto di guidarmi, o di istruirmi, o di nutrirmi, o di farmi forte. Scandiva ogni momento di quel periodo in parte terribile della mia vita, senza che nemmeno me ne accorgessi. Senza che io gli ricambiassi l'amore. E sinceramente non credo che riuscirò mai più ad amare una donna o un'ideale quanto ho amato questo sport curvilineo ed arioso quanto una silfide in punto di accoglierti. E sinceramente credo che questo sia dovuto al fatto che sono stato amato, tacitamente, calorosamente, mentre io ero distratto da tutto il resto più accattivante della vita.. come un bambino lasciato a giocare col mondo a pochi passi dalle braccia dei genitori, che non riceveranno mai nulla in cambio per quest'atto d'amore.

Ieri sera, così come oggi

Esistono diversi tipi di amore reale, è chiaro. Il mio non ha avuto il tempo di costruirsi e di definirsi, e di ramificarsi e di strutturarsi come quello vissuto dal personaggio che vorrei omaggiare.. ma è durato quel tanto che basta da regalarmi quella goccia di splendore e di verità capace di segnarmi così tanto il giorno della sua privazione. Il mio tipo di amore per intenderci era più simile a quello velleitario delle Passanti di De Andrè ("io dedico questa canzone ad ogni donna pensata con amore, in un attimo di libertà.. a quella conosciuta appena, non c'era tempo e valeva la pena di perderci un secolo in più") che a quello quercioso e saldo del Book of Love di Peter Gabriel ("il libro dell'Amore ha della musica al suo interno, infatti è lì che la musica fu generata. Un po' di essa è trascendentale, altra è veramente tanto sciocca.. ma io amo quando me la canti, e tu, tu puoi cantarmi ciò che vuoi").

Così come ieri sera.. ricordo ancora le lacrime di mio padre, e le mie

A 15 anni dovetti affrontare una situazione molto difficile che mi avrebbe impedito a lungo di fare sforzi fisici, e che una volta risolta mi avrebbe comunque precluso la possibilità di svolgere agonismo da lì a infinito. Ricordo bene le parole, molto più drastiche e perentorie di ciò che ho deciso di mettere per iscritto, del medico che le sentenziò. Silenziarono me e la mia famiglia per qualche istante, senza possibilità di replicare. Ero completamente imbambolato, quasi non lo stavo più seguendo, e volevo urlare. Riuscivo solo a pensare a cosa sarebbe stata la mia vita senza il basket.. volevo scappare da quello studio, ma ormai ero spalle al muro, e scoppiai a piangere di fronte a tutta quell'équipe. Non mi fregava niente di ciò che avrei dovuto sopportare per riprendermi la fetta di vita che mi era stata strappata, mi importava solo del limite che mi era appena stato imposto. Di quel fottuto muro che avevano eretto a mia stessa protezione, controvoglia. E che mi separava dall'Amore più grande. Ma questa non è una storia di privazioni, è una storia d'amore e di proseguimento. E pressappoco la mia vita è proseguita, con tutti gli ostacoli e i sacrifici del caso, guidata da un'altra colonna portante della mia esistenza, nata da quella stessa condizione di impedimento e di volontà di rivalsa. Come si può capire, il mio secondo grande e imperituro amore, è e sarà sempre la musica. L'unica cosa capace di salvarti dalle situazioni più stupide del mondo come le bestemmie che ti saltano fuori quando sei nel traffico in ora di punta e ti trasformi d'emblée in un milanese imbruttito, a quelle più tragiche come la reclusione in ospedale e le cure che giocoforza potresti affrontare dopo. La cosa positiva della vita, nonostante la sua bestiale e spietata casualità, è che si può sempre tornare ad essa a qualunque età. E io ci sono tornato, poco per volta, con l'Amore che attualmente mi sostiene.

Molti di voi l'hanno sentito nominare, pochi di voi sanno che tipo di uomo è. Dopo ieri sera, qualcuno nel mondo forse lo saprà un po' meglio

Kobe Bryant nasce a Filadelfia il 23 agosto del 1978, e da lì a qualche anno strabilierà il pubblico della National Basketball Association con le sue incredibili doti di guardia tiratrice, al punto da farlo diventare molto presto il terzo miglior realizzatore e marcatore della storia del gioco (presto o tardi purtroppo quarto, considerato l'andazzo di un certo ragazzino dei Golden State), oltre che a generare il mai risolto contenzioso se sia davvero lui o Lebron James l'erede virtuale di Michael Jordan. Definito Black Mamba (ovvero il secondo serpente più velenoso del mondo, ma anche una gnocchissima Uma Thurman in Kill Bill) per la sua grinta e straordinaria atleticità, è anche un simpatico cazzone preso poco sul serio, tenuto conto del suo saltuario giocare al playground del Sempione sotto casa mia senza nemmeno avvertirmi, o il provarci ripetutamente con la Pellegrini ad ogni possibile occasione d'incontro, olimpico e non. Comunque sia la sua carriera è costellata di successi, record battuti e odio da parte dei suoi rivali (che non riescono a spiegarsi come mai il Prescelto dagli dèi debba proprio giocare nella squadra avversaria), momenti che comunque ne si voglia parlare non gli si renderebbe giustizia, ma anche di disfatte, di cedimenti e di titoli soffiati a un passo dalla finale o addirittura solo flebili miraggi a fronte di una stagione in una squadra che non può solo dipendere da lui. Ma soprattutto, Kobe, come pochi prima di lui, È il basket. È la fatica, è la sofferenza, è l'impegno, è la costanza, è l'insieme di lacrime mischiate col sudore, è la sportività, ed è uno che ama fino in fondo, con ogni fibra del suo corpo.

Ieri sera, a fronte di una partita in cui ha segnato "solo" 60 punti sfilando agli Utah Jazz il sogno di vedersi qualificati per i playoff, Kobe Bryant ha detto addio al Basket per sempre. E non c'è coppia di parole che ghiacci il cuore allo stesso modo.

Non per questioni di cuore, non per velleità rivalesche, ma semplicemente perché era arrivato il momento di farsi da parte. E questo piccolo grande uomo l'ha fatto con la disinvoltura di chi deve fingere di non sapere che sta perdendo qualcosa di inestimabile (qualcosa che l'ha accompagnato per mano per un'intera giovinezza) ma con la stessa signorilità che ebbero i REM a fine carriera. E con lo stesso commiato nostalgico di un ragazzino di 15 anni che sa che d'ora in avanti dovrà fare i conti con una nuova realtà. Perché l'amore, quello vero, può anche affaticare (mai stancare), può consumare le tue energie, ma nel mentre, come l'utopia di Galeano, ti ha fatto andare avanti per tutta una vita. Ed è con le SUE parole, dell'uomo prima che del genio, che vorrei concludere il mio omaggio all'Amore intramontabile.. quello che vince il tempo, quello che ti fa scrivere lettere a qualcosa di inconsistente ed astratto alle 3 del mattino, l'anno prima di chiudere i battenti. Parole di una tale cristallina incisività da far lacrimare uno che il basket l'ha solo accarezzato come il sottoscritto.. perché in fondo, quell'Amore, l'abbiamo vissuto un po' tutti.

Grazie per avermi straziato il cuore, ancora una volta, Black Mamba


Gianluca
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« immagine » "L'amore è tutto carte da decifrare, e mille notti e giorni per imparare ... Io se avessi braccia migliori ti costringerei Se avessi labbra migliori, ti abbatterei Se avessi buona la bocca ti parlerei, Se avessi buone le parole, ti fermerei" Più o meno così recitava il buon vecchio ...
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14/04/2016 20:25:07
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La costruzione di un amore - pt. 1

14 aprile 2016 ore 16:11 segnala




La prima volta che vidi un pallone da basket fu nelle mani di mio padre.

All'epoca non sapevo neanche come funzionasse il gioco, cosa fossero i passi, le meccaniche del terzo tempo, il fascino dello slam dunk, lo stupore magnifico degli alley-oop o quelle misteriose e storiche "triple doppie".. ma fu un amore folgorante. E non seppi mai perché tra tutti, scelse proprio me. Sapevo che c'era qualcosa di magico in quel pallone che sembrava rimbalzare più in alto della stessa energia cinetica infusagli con la forza della spinta, ma all'epoca non sapevo ancora quanto mi avrebbe condizionato.

La prima volta che vidi un pallone da basket, scese dalle mani di mio padre.

Mio padre era un grande giocatore: avrebbe potuto fare il professionista di pallacanestro nella Stella Azzurra di Roma se solo non ci si fossero messi di mezzo due marmocchi e un certo interesse verso il mondo della finanza, di cui lui era già un promettente rampollo. Ad oggi, non ho ancora trovato un campo in cui lui non sia un maledetto tuttologo. E all'epoca, aveva la mia stessa età attuale, una figlia e somigliava a Keanu Reeves.
Io all'epoca della scoperta del basket, più di 14 anni fa (più di metà della mia vita in pratica) ero un po' diverso. Diciamo pure un mezzo sfigato. Andavo in giro coi capelli afro alla caparezza, occhiali montatura rigorosamente anti-figa, cura quasi impercettibile del viso e un approccio amletico alle questioni della vita che sembrava in parte affermare il "fottesega del mondo" ma parimenti l'ignavia del "stiamo a guardare, per ora la paura mi blocca le ginocchia".

La prima volta che vidi un pallone da basket, non sapevo un cazzo del basket.

Non sapevo di essere portato per il cestismo, non sapevo di saper giocare sia da ala che da play maker, sicuramente non sospettavo che sarei diventato capitano nella squadra del liceo (e difensore in quella rivale, cosa estremamente ridicola.. a ripensarci ghigno ancora come un cretino dell'inettitudine di certi sistemi di collocamento dilettantesco) ma certamente non avrei avuto la minima idea di poter soffrire così tanto la volta in cui mi dissero che non avrei mai più potuto giocare. All'epoca non avevo la più pallida percezione di cosa fosse il vero amore.. quello che ti dilania il cuore con minuziosa scrupolosità già dal primo momento in cui ne vieni a contatto, ma mai tanto da perirne. Quello che dopo l'iniziale infatuazione, ti conquista un po' alla volta col tempo e il sacrificio, pur mantenendo intatta la tua individualità, quello che ti rende una ragione di vita migliore di quelle trovate fino ad ora, che non ha pretese nei tuoi riguardi, è lì perché è lì, e pur sapendo di poterci vivere senza, nel momento in cui scompare una parte di te se ne andrà con lui. All'epoca queste cose nemmeno le presagivo.. ma con gli studi classici che stavo intraprendendo, avrei potuto per lo meno immaginare che come nelle migliori drammaturgie dove c'è eros, ci sarebbe sempre stata tanatos..
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« immagine » La prima volta che vidi un pallone da basket fu nelle mani di mio padre. All'epoca non sapevo neanche come funzionasse il gioco, cosa fossero i passi, le meccaniche del terzo tempo, lo slam dunk, lo stupore magnifico degli alley-oop o le misteriose "triple doppie".. ma fu un amor...
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14/04/2016 16:11:15
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