Lettera scritta da un ragazzo barese al ministro Poletti

21 aprile 2017 ore 10:22 segnala
"Sig.Perito agrario Poletti(eh si,in un Paese che richiede la laurea anche per servire caffè in un bar,Lei è l'ennesimo caso di non laureato che raggiunge poltrone d'oro,vertici di rappresentanza delle istituzioni e stipendi pazzeschi),ho dato un'occhiata al suo curriculum e le garantisco che lei non verrebbe assunto neanche all'Arlington Hotel della mia Dublino a servire colazioni come io,giovane avvocato laureatomi in Italia,ho fatto per pagare le spese di sopravvivenza in un Paese straniero che mi ha dato una possibilità che il Suo Paese mi ha negato.Lei,ministro del lavoro,il lavoro non sa neanche cosa sia,lei che non ha lavorato neanche un giorno della sua vita(il suo cv parla chiaro).Lei,che si rallegra di non avere tra i piedi gente come me,non ha la più pallida idea di quanto lei sia un miracolato.
Lei non sa,perito agrario Poletti,che dietro ogni ragazzo che si trasferisce all'estero,ci sono una madre e un padre che piangono QUOTIDIANAMENTE la mancanza del figlio,c'è una sorella da vedere solo un paio di volte all'anno,degli amici da vedere solo su"facetime" e i cui figli probabilmente non ti riconosceranno mai come"zio",c'è una sofferenza lancinante con la quale ci si abitua a convivere e che diventa quasi naturale e parte del tuo benessere/malessere quotidiano.Il Suo,perito agrarioPoletti,è un paese morto,finito,senza presente nè tantomeno futuro e lo è anche per colpa sua e di chi l'ha preceduto.
Chi è lei per parlare a noi,figli e fratelli d'Italia residenti all'estero,con spocchia,con offese e mancando del più basilare rispetto che il suo status di persona,oltre al suo status di ministro,richiederebbe?!O forse pensa che le sue pensioni d'oro,i suoi stipendi da favola possano consentirle tutto questo nei confronti di ragazzi,in molti casi più titolati,preparati e competenti di lei?!Ha mai provato a sostenere un colloquio in inglese?Ha mai scoperto quanto bello.duro e difficile sia conoscere tre lingue e lavorare in realtà multiculturali?
Ha mai avuto la sensazione di sentirsi impotente quando le parlano una lingua che non è sua e ha difficoltà a comprenderla al 100%?Questo lei,perito agrario Poletti,non lo sa e non lo saprà mai.E' per questo che il suo ego le permette di offendere 100.000 ragazze e ragazzi che l'unica cosa che condividono con lei è la cittadinanza italiana.Lei è l'emblema di una classe politica e partitica totalmente sconnessa con la realtà,totalmente avulsa dal tessuto sociale che le porcate sue e dei suoi amici"compagni"hanno contribuito a generare.
Io,e gli altri 99.999 ragazzi che siamo scappati all'estero dovremmo essere un problema che dovrebbe toglierle il sonno ,lei dovrebbe fare in modo che questa gente possa tornare a casa,creare condizioni di lavoro e di stabilità economica che possano permettere a 100.000 mamme di non piangere più la lontanza dei figli.Lei,perito agrario Poletti,padre dei voucher e del precariato,è il colpevole di questo esodo epocale e quasi senza precedenti di questa gente che lei vorrebbe fuori dalle palle.Si sciacqui la bocca,perito agrario Poletti,prima di parlare di gente che parla più lingue di lei,che ha avuto il coraggio di non accontentarsi,e di cercare altrove ciò che uno stato che fa davvero lo stato avrebbe dovuto garantire al proprio interno.E si tolga rapidamente dai coglioni per favore,prima lo farà e primo questo paese,visto dalla fredda e super accogliente Irlanda,sembrerà più bello e gentile.Firmato da uno di quelli che lei vorrebbe fuori dalle palle".

Domenico Gatti

La Grotta di Lamalunga e l'Uomo di Altamura

20 aprile 2017 ore 10:46 segnala

La grotta di Lamalunga, nel territorio di Altamura, è caratterizzata da un sistema di cavità carsiche e stretti cunicoli. Vi si accede attraverso un inghiottitoio profondo circa dieci metri superato il quale, dopo un percorso di circa sessanta metri, ci si imbatte in uno straordinario reperto archeologico noto come l'Uomo di Altamura, scheletro fossile di un uomo vissuto nel Pleistocene medio-superiore.L'ominide, è riconducibile ad un maschio adulto (160-165 centimetri); è integro nella struttura scheletrica ed è in ottimo stato di conservazione.
I primi risultati di un certo rilievo sono arrivati dall'analisi del DNA mitocondriale. Sull'Uomo di Altamura è stato condotto uno studio su una sequenza parziale di dna antico. Le conclusioni di questo studio, secondo David Caramelli, sono compatibili con le attuali ricerche paleoantropologiche e dimostrano come le popolazioni Neandertaliane potessero essere suddivise in almeno tre gruppi secondo la loro distribuzione geografica: Europa occidentale, Europa Meridionale ed Asia occidentale. L'Uomo di Altamura si colloca nella variabilità genetica dell'Europa meridionale con le sequenze del dna simili ad altri reperti trovati in Spagna (El Sidron) ed in Croazia.

Un successivo studio effettuato nel 2015 da un team guidato da Giorgio Manzi ha esaminato un frammento di osso della spalla tramite datazione Uranio-Torio sugli strati di calcite attorno al reperto, e ciò ha fornito una datazione certa dello scheletro fra i 128.000 e i 187.000 anni dal presente. Lo studio è stata ripreso anche dalla rivista Nature.
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MILAREPA

19 aprile 2017 ore 11:23 segnala

Mila Thöpaga (Thos-pa-dga') nacque nel Tibet occidentale, nel villaggio di Kya Ngatsa nella provincia di Gung-thang, vicino al confine con il Nepal.

Suo padre morì quando egli aveva solo sette anni e, da quel momento, tutte le proprietà di famiglia caddero sotto il controllo degli avidi zii, che trattarono Mila e la madre come schiavi.

La madre di Mila accumulò immenso rancore e, non appena suo figlio fu abbastanza grande, vendette la metà di un piccolo campo che possedeva affinché potesse fuggire e recarsi a studiare magia nera. La sua speranza era quella che questa arte gli avrebbe conferito la capacità di vendicarsi dei parenti.

Il giovane Mila apprese rapidamente dal lama Yungtun-Trogyal come guidare le potenze della distruzione e le utilizzò esaudendo i desideri dalla madre: evocò demoni e suscitò svariate catastrofi che portarono velocemente alla rovina il villaggio ove vivevano i suoi parenti, causando così la morte di molte persone.

Il suo maestro di magia nera, trovatosi per la prima volta a confrontarsi con una tale distruzione, rimase scioccato e, comprendendo la natura negativa dei suoi insegnamenti, lo mandò via affinché potesse trovare qualcuno in grado di insegnargli come neutralizzare il karma negativo accumulato attraverso la pratica della magia nera.

Così egli divenne allievo di un lama della scuola Nyingma, che presto, però, lo indirizzò a Marpa, il famoso lama traduttore.

Fu così che, all'età di 38 anni, Mila divenne allievo del grande traduttore Lotsawa Marpa, il quale gli concesse di restare nei suoi terreni, ma si rifiutò di ammetterlo tra i suoi studenti e di concedergli qualsiasi insegnamento.

Per sei anni Mila venne trattato come un servo e gli fu ordinato di svolgere lavori che mettevano alla prova il suo fisico con difficoltà insostenibili. Gli fu addirittura ordinato di costruire e distruggere ripetutamente una torre di nove piani. Non lasciandosi scoraggiare dai progetti alquanto mutevoli di Marpa, Mila riuscì a completare il lavoro (e la torre da lui costruita svetta tuttora in Tibet).

Giunse la fine degli anni di lavoro, durante i quali il karma negativo di Mila venne esaurito grazie al duro comportamento del suo insegnante Marpa, che poté finalmente iniziare ad istruirlo. Lo preparò velocemente ad una vita di meditazione solitaria e lo mandò a meditare in totale isolamento per un anno nelle caverne d'alta montagna. Al suo ritorno Marpa convocò i suoi principali discepoli e trasmise a ciascuno di essi uno degli insegnamenti ricevuti dal suo maestro Naropa: il corpo illusorio (sgyu-lus), la chiara luce (hod-gsal), lo stadio intermedio (bar-do), il controllo del sogno (rmi-lam) e il trasferimento della coscienza (pho-wa).

A Mila venne trasmesso il potere del fuoco interiore (gtum-mo), che consente di non usare vesti di lana: da quel giorno gli fu dato il soprannome di re-pa ("vestito di tela").

Milarepa si impegnò nella meditazione con ardore e devozione, sino a raggiungere la completa illuminazione. Presto la sua fama si diffuse e molta gente iniziò a cercarlo per ascoltare i sublimi canti per mezzo dei quali esprimeva la sua realizzazione.

Continuò a condurre una vita molto semplice, impartendo insegnamenti ad una cerchia ristretta di ventuno discepoli: otto "maggiori" e tredici "minori".

I suoi discepoli più importanti furono: Je Gampopa, Rechungpa, Shiwa Od Repa, Sewan Repa, Ngang Dzong Changchub Gyalpo, Khyra Repa, Drigom Repa e Sangye Kyab Repa.

Morì all'età di 84 anni nel quattordicesimo giorno dell'ultimo dei tre mesi invernali dell'anno della Lepre di Bosco , all'alba.
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« immagine » Mila Thöpaga (Thos-pa-dga') nacque nel Tibet occidentale, nel villaggio di Kya Ngatsa nella provincia di Gung-thang, vicino al confine con il Nepal. Suo padre morì quando egli aveva solo sette anni e, da quel momento, tutte le proprietà di famiglia caddero sotto il controllo degli av...
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Marcia funebre di una marionetta

18 aprile 2017 ore 15:11 segnala

Tra le opere di Charles Gounod la più adatta ai bambini è senz'altro questa Marche funèbre d'une marionette (=Marcia funebre di una marionetta), un pezzo breve per pianoforte scritto nel 1872 per piano solo, poi orchestrato nel 1879. Era parte di una Suite,  "Suite burlesque", che poi Gounod non completò.Questo pezzo è stato utilizzato come sigla del celebre programma per la TV di Alfred Hitchcock,  "Alfred Hitchcock presents"  andato in onda dal 1955 al 1965..
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TRE LACRIME SOTTO LA CROCE

14 aprile 2017 ore 11:08 segnala
Erano passate ormai otto albe da quando il piccolo Morin giunse in quel regno, ma quella nuova condizione d’essere, non era ancora riuscito ad accettarla.
Giocare con gli amici; ascoltare le storie che raccontava il suo maestro; andare per le campagne con suo padre a raccogliere la legna; oppure fare qualche piccolo dispetto al vecchio Horly: momenti quotidiani diventati soltanto un ricordo. Erano le piume che accarezzavano la sua schiena… quelle piume speciali perché appartenevano alle ali di un piccolo angelo, gli ricordavano in ogni momento, quello che era stato sulla vita terrena e ciò che ora si ritrovava ad essere.
Quel giorno Morin si sentì turbato, avvertiva dentro di sé una certa tristezza, ma non riusciva a capire il perché. Decise di confidarsi con due angeli, probabilmente avrebbero potuto aiutarlo e consigliarlo, così come avevano fatto tante altre volte.
- Perché i Cherubini non cantano più? - chiese il piccolo angelo ancor prima di arrivare dai suoi amici. Una delle due creature celesti si chinò davanti a lui e posò le mani sulle sue spalle in segno di affetto. Sorrise.
- Piccolo Morin… Questo non è un sorriso di felicità. Nessuno più sorride qui, perché siete tutti così tristi? - continuò a chiedere il piccolo.
L’angelo di fronte a lui sospirò profondamente ed attese un po’ prima di rispondere. - Il tuo Maestro… nostro Signore Gesù, è stato crocifisso dagli uomini e adesso sta morendo… -
- NON E’ VERO! - esclamò Morin allontanandosi da lui.
- Mi dispiace, ma è la volontà del Padre Altissimo… vieni, unisciti a noi in preghiera. - lo invitò l’angelo porgendogli la mano.
Morin indietreggiò ancora un po’ scuotendo la testa per negare a se stesso quanto gli era stato riferito. Aveva tanto bisogno di piangere ma non riusciva a farlo perché in quel regno, la tristezza era stata da sempre una sensazione sconosciuta, fino a quel momento.
- Perché nessuno di voi è sceso sulla terra per salvarlo? Come potete restare qui senza far nulla mentre l’uomo più buono al mondo sta morendo sulla croce? -
L’angelo cercò di avvicinarsi e ancora una volta lo invitò a seguirlo. - Così è scritto, sia fatta la volontà dell’Altissimo Padre… - rispose.
Il piccolo Morin non sarebbe mai riuscito ad accettare una simile ingiustizia, il Maestro aveva reso felici tanti uomini e donne, e anche tanti bambini.
Ricordava ancora il giorno del loro primo incontro, erano trascorse tre primavere, ma quei momenti li rammentava benissimo.
Accadde che in occasione dell’arrivo al villaggio di Gesù e dei suoi discepoli, ai bambini del tempio fu chiesto di portare un piccolo dono, per alleviare le fatiche del lungo viaggio. Così furono offerti dei frutti e del pane, ma il piccolo Morin, cresciuto in una famiglia molto povera, decise di portare in dono soltanto tre fiori che aveva appena raccolto da un campo abbandonato. Quel gesto non fu accolto molto bene dagli altri bambini: Morin venne deriso ed anche insultato perché quei fiori non furono considerati un’offerta dignitosa per il Maestro. Ma Gesù lasciò da parte tutti i doni, prese in braccio il piccolo Morin ancora in lacrime, e si avvicinò al resto dei bambini con espressione seria.
- Piccoli amici… con questi frutti, sazierete il mio corpo per qualche giorno, e di questo vi ringrazio. Ma queste tre piccole viole, sono un segno di rinnovamento perché nate fra i primi fiori in questa primavera. Rappresentano il rinnovo dell’amore, del volersi bene… e il rinnovo della pace. Con questi fiori, Morin sazierà il mio spirito per un intero anno! - affermò con piacere.
Poi adagiò il bambino sul terreno, s’inginocchiò per poterlo guardare negli occhi e gli disse: - Tu sarai portatore di rinnovamento. Da ora in poi, ogni primavera raccoglierai tre viole e le porterai al tempio, cosicché ogni anno sazierai i nostri spiriti. E’ questa la volontà del Signore. -
E così fu per le due primavere successive. Purtroppo una terribile malattia stroncò la giovane vita del piccolo Morin, e per quell’anno non riuscì a raccogliere quei fiori.
I due angeli restarono ad osservarlo in silenzio, avevano capito che lo spirito del loro piccolo amico era ancora troppo legato alla vita ed alle sensazioni terrene. Improvvisamente ruppe il silenzio e dichiarò la sua decisione: - Se non salvate il Maestro… sarò io a farlo! -.
Fece alcuni “passi” spiegando le ali, un piccolo salto e spiccò il volo. Si portò ancora più in alto per poi lasciarsi andare giù verso la vita terrena e verso i luoghi dove aveva vissuto le sue undici primavere.
Trapassò alcune nubi, e già percepì quell’aria che fino a qualche giorno prima era stata così indispensabile per lui. In lontananza, riconobbe quei luoghi: era una terra avara di boschi, con suo padre aveva viaggiato tanto per aiutarlo a raccogliere la legna che poi vendeva per guadagnare quei pochi denari che avevano permesso alla sua famiglia di vivere in modo dignitoso.
Stranamente sentì dentro di sé la volontà di seguire una direzione ben precisa: doveva raggiungere una collina, l’unica ricoperta da un velo di tristezza e di dolore. Poco dopo, vide le tre croci che si ergevano maestosamente mostrandosi per quello che erano state create: strumenti di tortura, morte ed insegnamento. Oltre a punire, dovevano insegnare agli altri uomini… insegnare a rispettare le leggi, anche se ritenute ingiuste. Quando Morin raggiunse la collina, istintivamente si avvicinò alla croce centrale, il Maestro era lì. Vide che i suoi occhi erano chiusi, e tanto tanto sangue su tutto il suo corpo. Gesù aveva la testa rivolta in basso, verso la spalla destra. Respirava ancora.
- Una corona di spine… grandi chiodi conficcati nelle mani e nei piedi… e il petto trafitto da una lancia… PERCHE’? PERCHE’? - Senza perdere neanche un attimo così prezioso, il piccolo si avvicinò con agilità alla mano del Cristo.
- MAESTRO! MAESTRO! - gridava sconfortato con la speranza di sentire una sua risposta.
- Maestro non preoccupatevi, vi salverò e vi porterò in un posto sicuro dove nessuno potrà farvi ancora del male! -
Ben presto capì che lui era un essere di spirito, non poteva afferrare oggetti o interagire con qualunque cosa, nella vita terrena. Nonostante ciò, continuava a muovere velocemente le sue mani per cercare di afferrare ed estrarre quel grosso chiodo conficcato nella mano del Cristo. Era disperato! Le sue dita trapassavano la mano del Maestro ed attraversavano anche il chiodo e l’asse di legno della croce.
- NOOO! Non è possibile! Non ci riesco! - Con un veloce battito delle sue ali raggiunse l’altro lato della croce, ed anche lì cercò invano di estrarre l’altro chiodo.
Per un attimo si guardò intorno: anche altri due uomini stavano soffrendo su una croce. Senza restare a riflettere, raggiunse la mano di uno dei due ladroni per cercare di liberarlo, ma il risultato era sempre lo stesso. Si precipitò sull’altra mano… e poi sull’altra dell’altro ladrone. Poi l’altra ancora. Ma fu tutto inutile.
Decise di ritornare alla mano destra del Cristo, cercando per l’ennesima volta l’impossibile estrazione del chiodo.
- Che qualcuno mi aiuti per favore! Da solo non ci riesco, AIUTATEMI VI PREGO! - E le sue mani non smettevano più di cercare di afferrare…
- Morin…
Era la voce di Gesù.
Aveva rivolto lo sguardo verso il piccolo angelo che cercava in tutti i modi di salvarlo.
- Morin, tu sei un bambino dall’animo nobile, sento tanta bontà in te. -
Il Maestro gli parlava con la mente, e Morin riuscì ad avvertire uno straordinario senso di serenità nella sua voce. L’angelo bambino abbandonò il chiodo portandosi velocemente di fronte al volto di Gesù. - Maestro! Ditemi come posso fare per salvarvi! - implorò il piccolo.
- Il tuo Maestro è sulla croce per salvare, non per essere salvato. Questi uomini, non sono cattivi. Le loro menti sono offuscate, vagano nel buio in cerca di un sentiero che li porti alla Luce Divina. - rispose il Cristo.
- Ma io… Non capisco. Come possono trovare la Luce Divina, torturando e uccidendo un uomo buono come te? -
Gesù sospirò e una fitta di dolore gli attraversò tutto il corpo. - Uccideranno questo corpo già martoriato… Quando io risorgerò, questi uomini acquisteranno la fede e crederanno in me. Arriverà la Luce su di loro, e vivranno in eterno. -
A sentire quelle parole, Morin porse le braccia verso il Maestro, come se volesse abbracciarlo. - Signore, datemi la forza per sorreggervi, cosicché io possa alleviare tutto questo dolore! -
- No figlio mio, servirebbe soltanto a prolungare la mia agonia… ormai tutto è compiuto. E’ questa la volontà del Signore. Ora sono stanco, torna nel regno del Padre Nostro e prega per questi uomini. -
Il piccolo angelo fece il gesto di avvicinare la mano sulla fronte di Gesù per cercare di pulirla dalle gocce di sangue che scendevano lentamente ma copiose, dalle ferite provocate dalla corona di spine.
- State morendo su questa croce… non vi lascerò da solo! Resterò qui a vegliare su di voi. Vi chiedo soltanto una cosa per me molto importante, se potete… Concedetemi di poter piangere ancora una volta, e di farlo accanto alle persone che vi vogliono bene. - implorò ancora una volta il bambino.
Gesù sorrise e socchiuse gli occhi. - Così sia! -
Poco dopo, Morin percepì l’ultimo respiro del suo Maestro e improvvisamente la luce del giorno fu oscurata da dense nubi. Il piccolo angelo si posò sul terreno ai piedi della croce per raccogliersi in preghiera. Iniziò un lungo pianto pieno di rabbia per tutto il dolore e le ingiustizie patite dal suo Maestro, ma anche di gioia perché di lì a poco il Cristo sarebbe risorto. Tre lacrime furono versate ai suoi piedi, ma nessuno potrà mai dire se quelle fossero delle timide gocce di pioggia, o suggestive lacrime di un angelo. Il giorno dopo, proprio nel punto in cui quelle tre gocce di pianto toccarono il terreno, nacque una piantina, e successivamente spuntarono dei fiori: tre piccole viole che il portatore di rinnovamento volle donare per l’ultima volta al suo Maestro.

Carmelo Trianni

IL GIGANTE EGOISTA

12 aprile 2017 ore 14:20 segnala

Tutti, i giorni, finita la scuola, i bambini andavano a giocare nel giardino del gigante.Era un giardino grande e bello coperto di tenera erbetta verde. Qua e là sulla erbetta, spiccavano fiori simile a stelle; in primavera i dodici peschi si ricoprivano di fiori rosa perlacei e, in autunno, davano i frutti. Gli uccelli si posavano sugli alberi e cantavano con tanta dolcezza che i bambini sospendevano i loro giochi per ascoltarli.
-Quanto siamo felici qui!- si dicevano.
Un giorno il gigante ritornò. Era stato a far visita al suo amico, il mago di Cornovaglia, e la sua visita era durata sette anni.
Alla fine del settimo anno, aveva esaurito quanto doveva dire perché la sua conversazione era assai limitata, e decise di far ritorno al castello. Al suo arrivo vide i bambini che giocavano nel giardino.
-Che fate voi qui?- esclamò con voce burbera, e i bambini scapparono.
-Il mio giardino è solo mio! -disse il gigante- lo sappiano tutti: nessuno, all'infuori di me, può giocare qui dentro. Costruì un alto muro tutto intorno e vi affisse un avviso:
GLI INTRUSI SARANNO PUNITI
Era una gigante molto egoista.
I poveri bambini non sapevano più dove giocare. Cercarono di giocare sulla strada, ma la strada era polverosa e piena di sassi, e non piaceva a nessuno. Finita la scuola giravano attorno all'alto muro e parlavano del bel giardino.
-Com'eravamo felici!- dicevano tra di loro.
Poi venne la primavera, e dovunque, nella campagna, v'erano fiori e uccellini.
Soltanto nel giardino del gigante regnava ancora l'inverno.
Gli uccellini non si curavano di cantare perché non c'erano bambini e gli alberi dimentica- rono di fiorire.
Una volta un fiore mise la testina fuori dall'erba, ma alla vista dell'avviso provò tanta pietà per i bambini che si ritrasse e si riaddormentò. Solo la neve e il ghiaccio erano soddisfatti.
-La primavera ha dimenticato questo giardino -esclamarono- perciò noi abiteremo qui tutto l'anno.
La neve copriva l'erba con il suo grande manto bianco e il ghiaccio dipingeva d'argento tutti gli alberi.
Poi invitarono il vento del nord. Esso venne avvolto in una pesante pelliccia e tutto il giorno fischiava per il giardino e abbatteva i camini.
-E' un posto delizioso -disse- dobbiamo invitare anche la grandine.
E la grandine venne. Tre ore al giorno essa picchiava sul tetto del castello finché ruppe le tegole; poi, quanto più veloce poteva, scorrazzava per il giardino.
Era vestita di grigio, e il suo fiato era freddo come il ghiaccio.
-Non riesco a capire perché la primavera tardi tanto a venire -disse il gigante egoista mentre, seduto presso la finestra, guardava il suo giardino gelato e bianco:
-Mi auguro che il tempo cambi.
Ma la primavera non venne mai e nemmeno l'estate. L'autunno diede frutti d'oro a tutti i giardini, ma nemmeno uno a quello del gigante.
Era sempre inverno laggiù e il vento del Nord, la Grandine, il gelo e la Neve danzavano tra gli alberi.
Una mattina il gigante udì dal suo letto: una dolce musica, risuonava tanto dolce alle sue orecchie che pensò fossero di musicanti del re che passavano nelle vicinanze. Era solo un merlo che cantava fuori dalla sua finestra, ma da tanto tempo non udiva un uccellino cantare nel suo giardino, che gli parve la musica più bella del mondo.
La Grandine cessò di danzare sulla sua testa, il Vento del Nord smise di fischiare e un profumo delizioso giunse attraverso la finestra aperta.
-Credo che finalmente la primavera sia venuta- disse il gigante; balzò dal letto e guardò fuori della finestra.
Che vide? Una visione meravigliosa. I fanciulli entrati attraverso un'apertura del muro e sedevano sui rami degli alberi.
Su ogni albero che il gigante poteva vedere c'era un bambino. Gli alberi,felici di riavere i fanciulli, s'erano ricoperti di fiori e gentilmente dondolavano i rami sulle loro testoline.
Gli uccellini svolazzavano intorno cinguettando felici e i fiori sollevavano il capo per guardare di sopra l'erba verde e ridevano. Era una bella scena. Solo in un angolo regnava ancora l'inverno.
Era l'angolo più remoto del giardino, e vi stava un bambinetto. Era tanto piccolo che non riuscire a raggiungere il ramo dell'albero e vi girava intorno piangendo disperato.
Il povero albero era ancora coperto dal gelo e dalla neve e sopra di esso il vento del nord fischiava.
-Arrampicati piccolo- disse l'albero e piegò i suoi rami quanto più poté: ma il bimbetto era troppo piccino.
A quella vista il cuore del gigante si intenerì.
-Come sono stato egoista!- disse.-Ora so perché la primavera non voleva venire.
Metterò quel bambino in cima all'albero poi abbatterò il muro e il mio giardino sarà, per sempre, il campo di giochi dei bambini. -
Era veramente addolorato per quanto aveva fatto.
Scese adagio le scale e aprì la porta d'ingresso. Ma quando i bambini lo videro, si spaventarono tanto che scapparono, e nel giardino regnò di nuovo l'inverno. Soltanto il bambinetto non scappò; i suoi occhi erano così colmi di lacrime che non vide venire il gigante.
E il Gigante giunse di soppiatto dietro a lui, lo prese delicatamente nella sua mano e lo mise sull'albero. E l'albero fiorì, gli uccellini vennero a cantare e il bambino allungò le braccine, si avvicinò al collo del gigante e lo baciò.
Non appena gli altri bambini videro che il gigante non era più cattivo, ritornarono di corsa e con essi venne la primavera. -Ora questo è il vostro giardino, bambini - disse il gigante e,presa una grande ascia, abbatté il muro.
A mezzogiorno la gente che andava al mercato vide il gigante giocare con i bambini nel giardino più bello che avessero mai veduto. Giocarono tutto il giorno e la sera i bambini salutarono il gigante.
-Dov'è il vostro piccolo amico? - disse: -Il bambino che io ho messo sull'albero?-
Il gigante l'amava più di tutti perché l'aveva baciato.
-Non lo sappiamo -risposero i bambini- se n'è andato.
-Dovete dirgli che domani deve assolutamente venire- disse il gigante.
Ma i bambini risposero che non sapevano dove abitasse e che prima non l'avevano mai veduto, e il gigante si sentì molto triste.
Ogni pomeriggio, finita la scuola, i bambini venivano a giocare con il gigante. Ma il bambinetto che il gigante prediligeva non si vide più.
Il gigante era molto buono con tutti, ma desiderava il suo piccolo amico e spesso parlava di lui.
-Quanto mi piacerebbe vederlo-diceva sovente.
Gli anni passarono, e il gigante divenne vecchio e debole. Non poteva più giocare;sedeva in una grande poltrona e osservava i bambini mentre giocavano e ammirava il suo giardino.-Ho molti bei fiori- diceva- ma i bambini sono i fiori più belli.
Una mattina d'inverno, mentre si vestiva,guardò fuori dalla finestra. Ora non odiava più l'inverno perché sapeva che era soltanto la primavera addormentata e che i fiori si riposavano.
Ad un tratto si fregò gli occhi sorpreso e si mise a guardare intensamente.
Era una cosa veramente meravigliosa. Nell'angolo più remoto del giardino v'era un albero interamente ricoperto di fiori bianchi. Dai rami d'oro pendevano frutti d'argento, e sotto di essi stava il bambinetto ch'egli aveva amato.
Il gigante scese di corsa e, tutto acceso di gioia, uscì nel giardino. Si affrettò sull'erba e s'avvicinò al bambino.
Quando gli fu vicino si fece rosso di collera e disse:
-Chi ha osato ferirti?- perché il bambino aveva il segno di due chiodi sul palmo delle mani e sui piedi.
-Chi ha osato ferirti?- esclamò il gigante- dimmelo e io prenderò la mia grossa spada e l'ammazzerò.
-No- rispose il bambino- queste sono soltanto le ferite dell'amore.
-Chi sei?- chiese il gigante, e uno strano stupore s'impadronì di lui e s'inginocchiò dinanzi al bambino.
Il bambino gli sorrise e disse:
-Un giorno mi lasciasti giocare nel tuo giardino, oggi verrai a giocare nel mio giardino, che è il Paradiso.
Quando nel pomeriggio i fanciulli entrarono di corsa nel giardino trovarono il gigante morto, ai piedi dell'albero tutto coperto di fiori candidi.

(OSCAR WILDE)

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« immagine » Tutti, i giorni, finita la scuola, i bambini andavano a giocare nel giardino del gigante.Era un giardino grande e bello coperto di tenera erbetta verde. Qua e là sulla erbetta, spiccavano fiori simile a stelle; in primavera i dodici peschi si ricoprivano di fiori rosa perlacei e, in a...
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LA FARFALLA DALLE ALI DIPINTE

06 aprile 2017 ore 14:05 segnala


Un giorno una farfalla si recò da un pittore perché desiderava farsi dipingere le ali più belle, più colorate più ... di tutto il creato.

Quindi visitò la prima bottega; era un pittore con dei baffi ricurvi all’insù e con molto vigore dipingeva i suoi quadri.

Guardò ciò che dipingeva e non gli piacque granché, dipingeva persone morte e quindi andò altrove.

Trovò un’ altra bottega è li vi era un omino rinchiuso nel suo mondo, molto serio ed introverso. Guardò i quadri che dipingeva e vide che erano bui e scuri, e privi di colore.

In effetti quello probabilmente era il modo in cui vedeva il mondo.

Lui era triste e comunicava la sua tristezza nelle sue opere.

Lo lasciò e andò altrove, trovò un altra bottega e trovò un pittore che non stava dipingendo ma stava ridendo e scherzando con altri. Poi prese una tela e in men che non si dica dipinse un quadro così bello ma così bello, dai colori così belli e gai che capì di essere arrivata nel posto giusto.

E guarda caso questo pittore sapeva anche parlare con le farfalle, qualità unica e rara di questi tempi.

La farfalla lo pregò di dipingergli le più belle ali del creato.

Lui chiese: “E Tu cosa mi dai in cambio?”

E Lei disse: “Posso far fiorire i più bei fiori dei più bei colori così che Tu possa dipingerli ed ammirarli e sentire anche il loro profumo.”

Ed il pittore disse: “Ebbene allora mettiamoci al lavoro.”

E con i suoi pennelli e colori riuscì a creare delle ali così belle, di una luce e colore che

la farfalla a lavor compiuto inizio a volare

e vorticare e si trasformo nella più bella fanciulla che quel pittore avesse mai visto.

Il pittore rimase a bocca aperta.

E Lei disse: “Questo è il regalo per avermi liberato dall’incantesimo di essere una farfalla. Poserò per Te e sarò la Tua modella per tutto il tempo che Tu vorrai;

e il Tuo sorriso ed il tuo tono gaio sarà ciò che mi appaga in questo mondo.”

Lui l’abbracciò e fu così contento e così contento di questo dono. L’abbracciò e se ne innamorò all' istante. Era la più bella fanciulla che avesse mai visto.

Da allora in poi dipinse questa fanciulla dalle ali di farfalla, così bella e leggiadra.

Questo fu il suo dono per essere sereno e gaio.

La serietà spegne i tuoi sogni.

Non essere serio sorridi alla vita.

In effetti la bellezza che vi trovi in essa è in base a ciò che Tu ci metti.


Franco Farina

I FRATELLI CERVI...(ci stiamo avvicinando al 25 aprile)

05 aprile 2017 ore 14:39 segnala

I Cervi erano sempre stati antifascisti, così come il padre Alcide e la madre Genoeffa Cocconi, donna di profonda fede cattolica; ma fu soprattutto Aldo ad infondere a tutta la famiglia le prime nozioni politiche e quindi un naturalissimo e convinto antifascismo. Con il trascorrere del tempo, divennero sempre più stretti i contatti con il movimento antifascista, così che, già dall’inizio della guerra, la loro casa divenne un rifugio per i prigionieri alleati fuggiti dai campi di prigionia
La popolarità dei Cervi aveva ormai superato i confini di Gattatico e con l’arrivo dei nazisti in Emilia, la loro cantina ed il loro fienile divennero depositi per le armi dei partigiani che andavano in montagna. Anche loro, seppur per un brevissimo periodo, provarono la via dei monti, dove ebbero contatti con il parroco di Tapignola Don Pasquino Borghi, ma capirono ben presto che la Resistenza in montagna non era ancora sufficientemente organizzata. Così tornarono ai Campi rossi, poiché ritennero fosse più importante rimanere in pianura e mantenere i collegamenti con i primi nuclei partigiani che via via andavano formandosi, nascondendo le armi e diffondendo la stampa clandestina. I fascisti non tardarono però a stroncare l’intensa attività cospirativa dei Cervi, infatti all’alba del 25 novembre 1943, un plotone di militi circondò l’edificio, in parte incendiandolo ed al termine della sparatoria i sette fratelli,vennero catturati e condotti al carcere politico dei Servi a Reggio Emilia. Stessa sorte toccò al padre Alcide che non volle abbandonarli,insieme al partigiano Quarto Cimurri e ad alcuni ex prigionieri alleati, tra i quali Dante Castellucci che si fece passare per francese.
Alla fine la casa della famiglia venne completamente bruciata dai fascisti, con le donne ed i bambini abbandonati in strada.
Papà Cervi era ancora in cella e non fu nemmeno informato quando i suoi figli vennero condannati a morte e fucilati al poligono di tiro di Reggio, alle ore 6,30 del 28 dicembre 1943.
“Dopo un raccolto ne viene un altro, bisogna andare avanti”. Queste le parole del vecchio “Cide” quando, tornato a casa dal carcere, seppe dalla moglie Genoeffa la tragica fine dei suoi ragazzi.
Da quel giorno infatti, furono le donne dei Cervi a lavorare la terra con Alcide e con gli 11 nipoti.
Nell’immediato dopoguerra, il Presidente della Repubblica appuntò sul petto del vecchio padre sette Medaglie d’Argento, simbolo del sacrificio dei suoi figli.
Morì a 94 anni il 27 marzo 1970, salutato ai suoi funerali da oltre 200.000 persone.
La casa del Cervi è oggi uno straordinario museo della storia dell’agricoltura, dell’antifascismo e della Resistenza.

L'ALDILA'

31 marzo 2017 ore 11:11 segnala
-Ciao,sapessi cosa mi è capitato
"ti vedo su di giri,dai racconta
-ho parlato con mio papà
"ma sei già ubriaco di mattina,son tre anni che è mancato
-un amico mi ha accompagnato da una che fa parlare coi morti e io ho sentito la sua voce,mi ha raccontato cose della mia vita da bimbo che solo io e lui potevamo sapere,è stato emozionante
"ascoltami bene,sai che una volta anch'io ho avuto certe esperienze e posso dirti che lasciano nella nostra mente e anima spazi oscuri nei quali con difficoltà si riesce a riportare la luce.Il tuo papà è stato buono e ora senz'altro è dove solo i giusti possono essere.
Tu pensi che lui si possa staccare dalla pace nella quale ora"vive"per scendere qui a parlare con te,proprio con te che mai hai voluto condividere certi valori terreni e non solo?
Ora ti racconto...
...quando si lascia questa vita siamo coscienti di quello che abbiamo fatto di bene e di male.
Siamo consapevoli che dovremo affrontare un giudizio,e da questo giudizio dipenderà quello che potremo provare nell'infinito che ci aspetta,come ti ho detto prima;o la luce o le tenebre.La consapevolezza di dover vivere le tenebre spinge queste anime a ritardare il giudizio al quale saranno sottoposte,e come?C'è un'energia di chiamata alla quale loro contrappongono un'energia per ritardare il tutto.Ma loro hanno questa energia?No non la possiedono e allora come fanno a contrapporla?Ecco che in questo momento inizia un'azione che possiamo definire di"vampiraggio"!
Ci sono si questi medium che hanno la capacità di mettersi in contatto con questa dimensione,in questa dimensione queste anime hanno la possibilità della conoscenza assoluta e di questa conoscenza fanno uso per raccontarti tutto quello che tu vuoi sapere ma,nel momento che tu sei in contatto con loro,loro iniziano ad assorbire da te la tua energia vitale,come una sanguisuga succhia il sangue dal corpo.Questa energia servirà a loro come ti ho detto per contrapporla a quella di chiamata per il giudizio che cosi' potranno rinviare,ma non definitivamente perchè l'energia di quella LUCE...ha e avrà sempre la meglio su ogni altra energia o pseudo energia che vive solo in quello spazio che è l'anticamera delle tenebre.Parla con il tuo papà certo e fallo quotidianamente,ma con la voce del CUORE e non con quella dell'oscurità.