Athanasius Kircher -Tarantella Napoletana,

15 novembre 2018 ore 14:13 segnala

Ad Athanasius Kirchner (teorico gesuita del ‘600 che ha vissuto prevalentemente a Roma) si devono i primi esempi scritti della tarantella giuntici, i quali contengono una serie di bassi ostinati che si rintracciano nella musica popolare del meridione italiano. Sono da attribuire a lui una serie di trascrizioni presenti anche nel concerto in oggetto come la Tarantella napolitana, La carpinese, la Tarantella italiana, tutte varianti di questa danza tradizionale che, insieme agli altri “dialetti” riscontrabili nella Tarantella del Gargano, nella Tarantella a Maria Nardò, in “Tu bella ca’ lu tieni”, “Homo fugit velut umbra” e in “Lu passariellu” trovano un’ancestrale origine nella taranta e nella pizzica pugliese che custodiscono il germinale tema della Folia d’España, quel leitmotiv che infiamma la cultura musicale barocca e a cui quasi ogni autore si è accostato prima o poi.
web

Post allucinante su Facebook di un tifoso juventino

14 novembre 2018 ore 11:37 segnala


Dopo la vittoria del Napoli al Ferraris, un tifoso juventino ha riportato un post allucinante su Facebook, suscitando grande indignazione tra i tifosi rossoblù e azzurri. All’interno c’è un chiaro e vergognoso riferimento alla tragedia di Ponte Morandi: “Siete davvero una squadra di merda venduta. Fate la partita della vita contro la Juve e poi con le altre vi scansate. Quando crollano i ponti e voi genoani crepate io brindo a champagne perché siete una città di merda con una squadra di merda”. Sembra che alcuni genoani lo abbiano segnalato a Facebook e alle autorità competenti: c’è da augurarsi, usando la terminologia tecnica in vigore, che questo vergognoso “hate speech” sia opera di un “troll”.
bdceb1cd-e95a-4a4d-bdb9-9eb678dd0479
« immagine » Dopo la vittoria del Napoli al Ferraris, un tifoso juventino ha riportato un post allucinante su Facebook, suscitando grande indignazione tra i tifosi rossoblù e azzurri. All’interno c’è un chiaro e vergognoso riferimento alla tragedia di Ponte Morandi: “Siete davvero una squadra di ...
Post
14/11/2018 11:37:08
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment
    6

LA VIRGEN DE LA MACARENA

12 novembre 2018 ore 10:43 segnala
L’amore impossibile tra il grande torero e la vergine  sevillana

Joselito è il più grande, viene da una piccola città in provincia di  Sevilla, padre matador, madre ballerina di  flamenco  a cui ruba le movenze elegantissime, destino scontato, la vita brevissima l’avrebbe trascorsa nelle  plaza de toros.
Il suo vero nome è  José Gómez Ortega ma non conta molto, suo padre torero era  El gallo, suo fratello torero è  El gallo  lui minuto e giovanissimo è  El  gallito prima eJoselito  poi.
A 12 anni già infiamma le folle, a 17 diviene ufficialmente  matador de toros  prima di chiunque altro ed in breve tempo, assieme a Juan Belmonte rivoluziona completamente la corrida dando vita durante il secondo decennio del XX sec. a quella che sarà ricordata come l’età  dell’oro. Diventa ricco e straordinariamente popolare.
Lei ha qualche anno in più, come molte donne affascinanti è restia a confessare la sua età, ad ogni modo sembra che la sua nascita risalga al 1680. E’ la Virgen de la Macarena di Sevilla, una immagine lignea bellissima e venerata da molto tempo, ma soprattutto è la protettrice dei toreri. Durante la  Semana Santa  la sua processione è la più attesa, le ali di gente si aprono al suo passaggio, a suo modo è una star assoluta.  E’ famosissima in Spagna e molto amata anche all’estero e veste abiti stupendi e riccamente decorati.
L’incontro sarà inevitabile
Joselito la va a trovare molto spesso, le parla, la prega, le chiede aiuto. Ogni volta che fa il suo ingresso nell’arena ne invoca la protezione per preservare la sua giovane vita.
Si spinge oltre, si compromette, le fa molti regali, gliene fa uno importante e costosissimo, delle spille di smeraldo a forma di fiore  (mariquillas).  E’ tutto inutile.
Joselito muore a 25 anni a  Talavera de la Reina  ucciso da un toro. Il giovane corpo viene deposto nel Cimitero di San Fernando. La Spagna è in lutto, la provincia di Sevilla è sotto shock. Per la prima e unica volta in tutta la sua plurisecolare vita,   le bellissime vesti della  Virgen de la Macarena vengono deposte, la vergine viene vestita completamente di nero in segno di lutto e con questo triste aspetto viene portata in processione.
La storia d’amore finisce qui
O forse no
Passano pochi anni e tutto cambia, arriva la guerra civile, la furia iconoclasta repubblicana si scatena contro le chiese e la Macarena corre un grave pericolo. Il sacrestano che la custodisce la fa scendere dall’altare e la accompagna a casa sua. Ma non è un posto molto sicuro.  Bisogna trovare una soluzione, bisogna trovare qualcuno che la protegga. Di notte viene portata su un autocarro ricoperta da cordami e calcinacci per le vie di Siviglia fino ad un luogo buio e poco frequentato, il Cimitero di San Fernando.
Viene aperta la placca di metallo che da accesso al monumento funerario del grande torero ormai già entrato nella leggenda, la Macarena viene posta a fianco della sua tomba e li rimarranno assieme, l’uno al fianco dell’altra per più di due mesi.
Se oggi visitate la Basilica della Macarena, nella parte nord di Siviglia, troverete un edificio anonimo ma ben illuminato, in fondo spicca una bella statua riccamente vestita, al suo petto brillano violentemente 5 bellissimi fiori di smeraldo.
web

IO E LA LEONESSA...

10 novembre 2018 ore 15:11 segnala
Avevo una leonessa feroce...

:bataboing :bataboing :bataboing

Ma con amore son riuscito a renderla domestica...


:ok :many
75ac1eee-c713-4e13-8e37-d1fbc579a701
Avevo una leonessa feroce... « immagine » :bataboing :bataboing :bataboing Ma con amore son riuscito a renderla domestica... « immagine » :ok :many
Post
10/11/2018 15:11:00
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

IL QUARTO STATO

08 novembre 2018 ore 14:11 segnala

Il Quarto Stato è il simbolo di un’epoca e di un’intera classe sociale
Il soggetto è uno sciopero, ma anziché descrivere una scena di scontri violenti, cosa che già altri artisti avevano rappresentato, Giuseppe Pellizza da Volpedo decide di mostrare la lenta sfilata dei lavoratori, che avanzano verso lo spettatore.

Per la prima volta nella storia dell’arte italiana, un artista sceglie di rappresentare l’ascesa del movimento operaio nella vita sociale del Paese e lo fa come se fosse inevitabile.
Per molti oggi può sembrare che questo dipinto sia retorico, in realtà non dobbiamo dimenticare che tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento la questione sociale era un tema con cui un artista si doveva (e voleva) misurare.
Erano anni di grandi cambiamenti e si stava affermando il principio di emancipazione del popolo, vista come la necessaria premessa per un futuro migliore.

Il Quarto Stato rappresenta un gruppo che avanza frontalmente, guidato da tre figure in primo piano: due uomini e una donna che tiene in braccio un bambino.
Giuseppe Pellizza da Volpedo studiò a lungo il posizionamento delle mani, dei piedi, la struttura delle ombre e l’orientamento delle teste fino a dare all’intera composizione la sensazione di un gruppo compatto e che procede verso chi guarda, che si sente parte attiva della scena.
foto
L’dea per quest’opera nacque nella mente di Giuseppe Pellizza da Volpedo diversi anni prima.
Inizia a lavorare al soggetto nel 1895, ma ci vorranno sei anni per concludere il lavoro e nel frattempo ci saranno altri due piccoli dipinti, molto simili a Il Quarto Stato e che possono essere considerati parte del lavoro di elaborazione dell’opera finale.
Si tratta di Ambasciatori della fame (1891-1892) e Fiumana (1895 -1896).

Nessun edificio è rappresentato sullo sfondo e questo isola in un momento ideale l’avvenimento, che diventa il simbolo del cammino dei lavoratori verso il futuro.
In realtà Giuseppe Pellizza da Volpedo annota nei suoi documenti un luogo preciso in cui collocare la scena, Piazza Castello a Volpedo (il paese in provincia di Alessandria in cui l’artista è nato).
Il punto di vista scelto da pittore è annotato minuziosamente e non cambia nel corso delle varie rielaborazioni del dipinto, nonostante non inserisca alcun elemento che permetta di identificare il luogo esatto solo osservando il dipinto.

A distanza di più di un secolo, ammirare Il Quarto Stato è sempre necessario, per non dimenticare che il diritto al lavoro è stata una conquista faticosa e non scontata, che ci fu un tempo in cui la società era divisa in classi sociali e non tutti avevano le stesse opportunità.
Quest’opera mi ricorda che c’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui gli artisti descrivevano la vita degli uomini e delle donne perchè non si cancellasse la memoria delle loro idee e dei loro ideali.

“Il Quarto Stato è un quadro sociale rappresentante il fatto più saliente dell’epoca nostra, l’avanzarsi fatale dei lavoratori” – Giuseppe Pellizza da Volpedo
web
f34bda48-61cb-4c17-a7a6-a119d1563ca6
« immagine » Il Quarto Stato è il simbolo di un’epoca e di un’intera classe sociale Il soggetto è uno sciopero, ma anziché descrivere una scena di scontri violenti, cosa che già altri artisti avevano rappresentato, Giuseppe Pellizza da Volpedo decide di mostrare la lenta sfilata dei lavoratori, ch...
Post
08/11/2018 14:11:36
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment
    3

THEREMIM

05 novembre 2018 ore 14:02 segnala
Questo strumento si chiama"Theremim",è uno strumento musicale che si suona solo
con le "vibrazioni"della mani,senza contatto fisico.Basta muovere le mani vicino all'antenna di metallo la cui distanza determina la "frequenza",e l'altra antenna
determina l'Amplificazione del volume.Nella maggioranza delle volte la mano destra controlla la "frequenza" e la sinistra il volume.E' bello osservare il "fluido" magnetico che esce dalle mani dell'artista dando "sentimento" in ogni nota e tonalità "vibrazione".La bellezza di questo strumento ci indica come la nostra vibrazione esterna possa connettersi quando ci concentriamo.

NORMALI...SSIMAMENTE STUPENDI

31 ottobre 2018 ore 10:35 segnala








:batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove
8d6b1d97-2afd-4591-8faf-e836c24ec49f
« immagine » « immagine » « immagine » « immagine » :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove :batalove
Post
31/10/2018 10:35:50
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    5
  • commenti
    comment
    Comment
    4

LA PIZZICA

29 ottobre 2018 ore 11:43 segnala

È l’espressione tradizionale della danza salentina. Nonostante gli sforzi volti ad individuare le origini di questo ballo al momento non è possibile risalire ad un periodo ben preciso in cui collocarlo. Sicuramente una danza quasi un rito praticato dalla gente più umile, dedita ai lavori più duri che nei momenti di festa si radunava, e ballando e cantando trascorreva le ore per dimenticare le estenuanti fatiche della vita quotidiana. E’ una danza di corteggiamento durante la quale due ballerini si avvicinano ma non si toccano mai. Conduce il ballo la donna, che servendosi di piccole fughe, guizzi, repentine fermate e ripartente, stuzzica l’uomo ad inseguirla, a “braccarla” delicatamente Un leggero sfiorarsi, uno scambio di sguardi più o meno provocatori, una serie di gesti rimarcano il desiderio dell’uomo “di entrare nelle grazie” della donna e quello di lei di essere corteggiata dall’amato al quale però sfugge se questi prova ad avvicinarsi.Una prassi sicuramente dettata dalle condizioni sociali di un epoca, quando le distanze tra uomini e donne dovevano essere sempre rispettate, nonostante ciò risulta al contempo una scena attuale. Di centrale importanza è il fazzoletto che la donna sventola in segno di elegante provocazione agli occhi dell’uomo, il quale però non può prenderlo se non con il consenso dell’amata. La danza di coppia è sostenuta dalla “ronda”, cerchio costituito da ballerini, musicisti e spettatori: il cerchio rappresenta la perfezione e quindi l’energia esterna che si riversa sulla coppia. Con i suoi misteri e i suoi rituali oggi la pizzica ha il diritto di essere riscoperta e conosciuta da tutti coloro che vogliono far fluire in se stessi l’energia e la forza che tale danza sa sprigionare. Danza tramandata informalmente per secoli, oggi studiata e codificata perché possa sopravvivere per sempre nella memoria e nella storia del nostro popolo.
La pizzica, come ben sappiamo, nasce come musica terapeutica fatta suonare dagli uomini all’interno delle case (o nelle piazze) per liberare le “pizzicate” dal morso della taranta, termine salentino per indicare la tarantola, il ragno della famiglia Lycosidae, che aveva fama di pizzicare le donne sotto le vesti durante il periodo della mietitura. La musica da loro utilizzata aveva la funzione di far ballare le donne fino all’estremo, in modo da uccidere il ragno e liberare le fanciulle dal malessere provocato dal morso. Questa danza è poi stata indicata come “pizzica tarantata” proprio per indicare il tipo di danza e da cosa veniva provocata. Oggi rimane l’utilizzo di questo termine per indicarne la particolare danza provocata dalla tarantola, sebbene viene in realtà chiamata unicamente con il nome dell’animale che ne provoca il movimento.
Web

04f9546a-387a-4721-8277-33e0340687db
« video » È l’espressione tradizionale della danza salentina. Nonostante gli sforzi volti ad individuare le origini di questo ballo al momento non è possibile risalire ad un periodo ben preciso in cui collocarlo. Sicuramente una danza quasi un rito praticato dalla gente più umile, dedita ai lavori...
Post
29/10/2018 11:43:23
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    3
  • commenti
    comment
    Comment
    2

ALDA,DIARIO DI UNA DIVERSA

26 ottobre 2018 ore 11:26 segnala

Genova - È difficile e delicato portare in scena la vita tormentata di Alda Merini. Il regista Giorgio Gallione ha scelto di farlo con lo spettacolo "Alda, diario di una diversa", in prima al Duse del Teatro Nazionale di Genova dalla serata di mercoledì 24 ottobre. Un viaggio che accompagna il pubblico nelle profondità dei diversi linguaggi e delle diverse arti che hanno caratterizzato la vita della poetessa milanese, interpretata qui dalla bravissima Milvia Marigliano.

L'idea è quella di trasportare lo spettatore nell’universo metafisico di Ada Merini, seguendo i suoi grandi contrasti, i fantasmi, le emozioni, le luci improvvise, gli abissi oscuri: «La poesia è un vestito incandescente, un graffio sull'anima, la mia pistola alla tempia», recita Milvia Marigliano.

In 60 minuti lo spettacolo sprigiona tutta la potenza di questa dimensione lacerata e incandescente: c’è l'insaziabile desiderio di amore, quello fisico fine a se stesso, e quello di sangue, con le frustrazioni di Alda madre negata. Ci sono i tormenti dei ricoveri psichiatrici per la diagnosi da sindrome bipolare e la liberazione con l'apertura dei cancelli che veste il riscatto individuale in collettivo.

Sul palco cumuli di sabbia, perché per raccontare Alda Merini non serve un luogo naturalistico, ma il "non luogo" del pensiero, uno spazio sterile, frammentato e duro, da una parte molto accogliente e dall'altro respingente ed è in questa contraddizione che si svolge la storia surreale e visionaria. La presenza di questo doppio registro offre una lettura diversa della poetessa, presenza chiave e per certi aspetti scomoda del Novecento letterario italiano.

Nello spazio scenico disegnato da Marcello Chiarenza «l'estate esplode all'improvviso in mezzo ai rami gelati dell'inverno». Come commenta dopo la prima Milvia Marigliano: «Tutti abbiamo una bramosia d'amore. Noi la sublimiamo con altre situazioni, Alda Merini invece non aveva freni inibitori. Non sappiamo se sia una conseguenza della dura esperienza in manicomio. È un personaggio straziante, ma universale, perché ognuno può riconoscersi in certi strazi umani».

Il regista Giorgio Gallione sottolinea il ruolo della parola: «Si racconta una poesia, quella che ha accompagnato una vita molto teatrale per cui il palcoscenico per contrasto e per adesione sta perfettamente a un vissuto fatto di molti linguaggi». Alda Merini non è stata solo una scrittrice, una poetessa: c'è anche la musica con il "Valzer triste" di Sibelius, con le hit di Celentano che così tanto amava. «Vi si trova anche la danza - continua Gallione - perché in questo caso Luca Alberti, Angela Babuin, Eleonora Chiocchini, Noemi Valente e Francesca Zaccaria la accompagnano metaforicamente: vestono i suoi incubi, le sue allucinazioni, le sue visioni in un mondo metafisico che traccia una biografia di vita, ma anche artistica».
da IL SECOLOXIX

c3639e25-1058-4c8c-8032-ea20c58cc71c
« immagine » Genova - È difficile e delicato portare in scena la vita tormentata di Alda Merini. Il regista Giorgio Gallione ha scelto di farlo con lo spettacolo "Alda, diario di una diversa", in prima al Duse del Teatro Nazionale di Genova dalla serata di mercoledì 24 ottobre. Un viaggio che acco...
Post
26/10/2018 11:26:26
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    5
  • commenti
    comment
    Comment
    4

A Thelonious Monk bastava il nome

25 ottobre 2018 ore 14:37 segnala


Che Thelonious Monk non sarebbe stato uno qualsiasi lo si sarebbe potuto immaginare già il 10 ottobre 1917, cento anni fa, quando nacque a Rocky Mount, North Carolina, e i suoi genitori decisero di dargli quel nome che sembrava fatto per finire sulle locandine dei concerti. Si trasferì molto piccolo a New York, la città in cui a partire dalla fine degli anni Quaranta, insieme a un pugno di altri musicisti afroamericani, inventò il be bop, il movimento musicale che ribaltò il jazz per come lo si conosceva e senza il quale non avremmo avuto molte delle cose che ascoltiamo oggi.

Che Thelonious Monk non sarebbe stato uno qualsiasi lo si sarebbe potuto immaginare già il 10 ottobre 1917, cento anni fa, quando nacque a Rocky Mount, North Carolina, e i suoi genitori decisero di dargli quel nome che sembrava fatto per finire sulle locandine dei concerti. Si trasferì molto piccolo a New York, la città in cui a partire dalla fine degli anni Quaranta, insieme a un pugno di altri musicisti afroamericani, inventò il be bop, il movimento musicale che ribaltò il jazz per come lo si conosceva e senza il quale non avremmo avuto molte delle cose che ascoltiamo oggi.

Ma a differenza dei suoi colleghi Charlie Parker, Dizzy Gillespie e Miles Davis, Monk evitò sempre le celebrazioni e i divismi di cui poteva essere protagonista un jazzista in quegli anni, occasione più unica che rara di ascesa sociale per un afroamericano in quegli anni. Il suo carattere schivo, da uomo dietro le quinte, rispecchiava il suo reale ruolo di mentore e maestro dei musicisti più giovani, ribelli e fotografati: il risultato fu che la sua figura assunse già quand’era in vita contorni misteriosi e da santone, rafforzati dai suoi comportamenti bizzarri, dal suo proverbiale cappello che sembrava più un copricapo da sciamano, e dalla sua presunta malattia mentale. Ma anche senza protagonismi e senza una vita sopra le righe, il suo nome dice jazz anche a chi di jazz non sa nulla, ma sa che Thelonious Monk era uno leggendario, lui e il suo nome da predestinato.

L'ultima nota stizzita di Thelonious si è infranta contro il sassofono caldo di
Charles Rouse,sfociando in una quiete baciata dalla genialità.Nell'aria un silenzio pieno di parole..