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SCELTA E LIBERTA'

gianlu64 17 marzo 2009 ore 10.37
C'è una mentalità che si è ormai fondata definitivamente nel mondo occidentale, che mi lascia abbastanza perplesso.
Voglio anticipare che in quello che dirò qui di seguito la mia convinzione religiosa ha a che vedere solo marginalmente. Personalmente di quel che dice il Papa, Berlusconi, Casini, Buddha o Allah mi interessa solo ia titolo di inventario; sono giusto voci rispetto alle quali posso dire "sono d'accordo" oppure no. Spesso no.
Ho detto altrove di quanto io sia prevenuto nei confronti di quella che chiamo l' "industria dell'informazione". Vale a dire quel concerto di media di vario genere che guida il consenso e l'interesse delle masse e decide che cosa dover trovare interessante e cosa no. Il seguito che hanno vicende come quella di Garlasco, di Cogne, di Perugia e chi più ne ha più ne metta, ne è il segnale più evidente. Il modo di porre le notizie trasforma lo spettatore ora nel tenente colombo, ora nell'avvocato perry mason, e ognuno è convintissimo di cose di cui ragionevolmente può dire di essere informato solo di seconda o terza mano. O anche più.
Allo stesso modo resto allibito di fronte al fervore e alla fermezza con cui vengono asseriti principi come libertà, diritto alla vita, diritto alla morte.
Per fornire una chiave di lettura corretta di quanto sto per dire posso fare un'affermazione: sono dell'opinione che Eluana non doveva essere privata del cibo e dell'acqua. Sono dell'opinione che se proprio ci si teneva a porre fine alle sue sofferenze occorreva farle una iniezione letale e andare incontro alle conseguenze, ma ecco questa ipocrisia con la quale si asseriscono principi in offerta speciale, mi fa abbastanza ribrezzo.
Dico questo perché non voglio rientrare nei canoni né dell'una parte, quella del diritto alla morte a comando, né dell'altra, quella cioè del cattolico versione TG che va in giro con la candelina a dare a Beppino Englaro del boia.
Beppino englaro, come mia opinione personale, non è un assassino. E' un uomo che ha sofferto, che soffre, e che ha commesso l'errore di voler finire sotto i riflettori, forse per rivalsa nei confronti dei vari gradi di giudizio che gli hanno impedito di fare quello che riteneva fosse giusto. Non voglio arrivare a dire che gli sia mancato il coraggio di un gesto doloroso (ma a mio parere più giusto) voglio però dire che non sono mancate nelle cronache, figure di padri che hanno posto fine alle sofferenze dei figli, costasse quel che costasse. In questo modo ha sacrificato diciassette anni di sofferenze (erano poi tali? chi può dirlo con certezza?) della figlia, e proprie, in nome di un principio.
Ma è proprio su questo principio che vorrei discutere. O meglio non discutere (perché proprio non mi interessa discuterne, dico sul serio) ma parlare per conto mio, in coscienza mia. Così fate conto che io sia uno di quelli che vaneggiano per la strada e che parlano così per dare aria.
Spesso discutendo di vicende umane si finisce con il tranciare la questione con un bel "è una scelta" e qui si deve desistere. Pena l'accusa di illiberalità, di dispotismo, o peggio ancora di bigottismo, la colpa più grande del secolo.
E' una scelta e occorre accettarla. Giusto?
Secondo me no. Non sempre almeno.
Questa idea della libertà come trionfo della volontà individuale proprio mi sta stretta. Anzi al contrario mi sta larga come un paio di scarpe del 47 (io ho il 43). E come un paio di scarpe troppo larghe mi fa inciampare qualsiasi direzione io prenda.
Se ognuno di noi fosse un fine pensatore, se fosse in possesso di ogni informazione possibile che lo guidasse nel giudizio, se avesse sempre la lucidità e l'obiettività necessarie, se fosse un essere senziente e dotato di una mente pensante in maniera perfetta insomma, allora potrei essere QUASI d'accordo. Come minimo ne potrei discutere. Anche se, se per assurdo lo fosse, secondo me non si sognerebbe lontanamente di asserire qualcosa come il diritto alla morte, nel senso che saprebbe che quella di morire è una eventualità di fronte alla quale rapportarsi in un modo o in un altro ma non certo un diritto.
Ecco questo travestire i cazzi propri da diritti mi fa proprio uscire dai gangheri. Perché il diritto è moralmente intoccabile. Una scelta, anche la peggiore, viene posta come indiscutibile perché nel momento in cui la compi viene travestita da diritto e nessuno può dire niente, nemmeno chiederti di andare incontro alle sue conseguenze senza fiatare.
Non vorrei entrare in questioni etiche, per le quali non esiste una morte di un individuo che non abbia effetto sulle vite degli altri. Ma già che ci sono vorrei dire che se esistesse una morte così fatta la cosa sarebbe triste in sé. E' triste e deprimente un mondo in cui una persona può morire o vivere nella generale indifferenza. Ve lo potete immaginare? Io penso che purtroppo sia sempre più facile immaginarlo perché la nostra società si sta orientando sempre più in questa direzione ed è ciò che finirà per farla estinguere. La nostra società si sta suicidando insomma.
Si parla di vita che sia degna o meno di essere vissuta. Io trovo allucinante che la stessa frase sia anche solo formulata. Fu una pensata letteraria che voleva dire tutt'altro e come accade spesso si è rivoltata nelle mani di chi la pensò.
Credo davvero che questa idea sia un lusso del benessere occidentale. Penso che chi sia costretto a combattere ogni giorno per la propria sopravvivenza non si ponga proprio il problema se la propria vita sia degna o meno di essere vissuta. Non penso che se lo chiedessero i prigionieri dei lager o dei gulag, non penso se lo chiedano dei naufraghi costretti al cannibalismo, non penso che se lo chiedano tutti quelli che combattono per sopravvivere, gente che resta intrappolata nelle macerie di un terremoto e resiste per giorni e giorni, magari bevendo le proprie urine. Gente che sopravvive contro ogni logica, contro ogni speranza.
Parlavo di questo con un tizio che mi ha detto una cosa che francamente mi ha steso e che era il tassello mancante del mio ragionamento: secondo lui non dovevamo sbatterci perché Eluana morisse, ma perché Beppino non soffrisse. Abbiamo lasciato che il suo dolore lo spingesse sul piedistallo dove gli abbiamo buttato fango o fiori, nessuno ha pensato a tirarlo giù e accompagnarlo nella sua sofferenza.
Perché chi soffre disturba il nostro mondo scintillante fatto di tronisti, veline, bandiere col che, svastiche, centrisociali e neofascismo, rumeni e leghisti, telegiornali delle otto, omicidi insoluti, queste vicende ci ricordano che basta uno zig invece di uno zag e andiamo a veder crescere l'erba dalla parte delle radici, ed ecco che attuiamo questo esorcismo collettivo: non occupiamoci del malato e di chi soffre. Lasciamolo morire e chiamiamo questo "libertà". Quanto è tutto più facile così. E quanto è più bello chiamare l'indifferenza "libertà".
In realtà mi sembra che ci stiamo tutti quanti arrendendo ogni giorno di più. Ogni giorno siamo disposti a rinunciare a principi, valori, e chiamiamo questa rinuncia libertà. Libertà di scelte sbagliate, imponendo ad alcuni di patirne le conseguenze, che devono sopportare in nome della libertà di scelta. Ma guai chiedere di affrontare le conseguenze delle scelte.
Scelta di drogarsi, di guidare senza casco, di vendere il proprio corpo per le strade, in appartamenti (magari nelle case chiuse così non vediamo le prostitute per le strade e i bambini non si impressionano) o su internet, di degradare se stessi in ogni modo, scelte, scelte, scelte.
Scelte con tutti i pro possibili, i cui contro però devono essere a carico degli altri, perché occorre sì rispettare le scelte ma anche il diritto alla vita, alla salute e alla dignità  di chi ha scelto di fottersene altamente, ed ecco che chi poi finisce per farsi carico del problema, viene tacciato di illiberalità e di bigottismo, perché questa loro scelta di prendersi cura della pochezza altrui è impopolare, mantiene in vita una contraddizione che turba i sonni tranquilli delle coscienze troppo impegnate a sognare le loro illusioni di libertà.
Questo modo di risolvere i problemi scegliendo la soluzione banale di non porseli mi spaventa abbastanza. Su un piano egoistico mi chiedo quale sarà la mia qualità di vita in un mondo che sempre più premia l'efficienza, dichiarando "non degna di essere vissuta" una vita in cui non sia possibile scrivere un sonetto o battere un record olimpico (come se fossimo tutti atleti, scienziati o intellettuali) o gustare un cibo (sì, c'è anche chi ha detto che Eluana poteva benissimo morire dal momento che per lei cibarsi era disgiunto dal piacere del palato). Mi chiedo come tratteranno i loro anziani gli individui che ora da adolescenti ne massacrano o stuprano altri per passare il tempo, che crescono col mito di autentiche troie come Paris Hilton e... non so quale possa essere il corrispettivo maschile. Forse un tronista.
Su un piano più, diciamo così, filosofico, mi viene in mente che la cara vecchia Entropia è un principio sempre valido. Detta in soldoni: le cose lasciate a loro stesse vanno tutte in merda. Occorre energia per tenerle in piedi. Occorre energia per vivere, per combattere, anche solo per mangiare. La vita materiale è costantemente in salita. Per questo si dice "cadere in basso" quando la qualità di vita si sminuisce (le parole spesso nascondono delle verità, lo sapeva bene Heidegger).
Questo implica che possiamo benissimo imprimere movimento alle cose lasciandole cadere. Le cose si muovono sì, ma nella direzione della loro distruzione. Vediamo tutto questo gran bel movimento e ci sembra che l'effetto dinamico sia soddisfacente e il fatto di lasciarsi cadere lo chiamiamo "scelta".
E la volontà di lasciarsi cadere "libertà". E quando si è stufi di cadere, come parassiti si pretende che altri ci sorreggano, e chiamino questo "solidarietà".
Lasciare andare, lasciar correre, lasciare che sia, lasciare... lasciare... lasciare... ma in tutto questo lasciare non vi sentite un po' abbandonati non a voi stessi, ma DA voi stessi?
Ogni tanto, lo confesso, io sì.


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C'è una mentalità che si è ormai fondata definitivamente nel mondo occidentale, che mi lascia abbastanza perplesso.Voglio anticipare che in quello che dirò qui di seguito la mia convinzione religiosa...
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17/03/2009 10.37.59
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Commenti

  1. catha 20 aprile 2009 ore 19.13

    ciao, ce l'ho messa tutta ma stasera la stanchezza ha...il sopravvento...aspettami domani che risponderò a questo post...

     

    Intanto ti auguro buona serata

    ciao

    Catha

    :bye

  2. gianlu64 21 aprile 2009 ore 02.48
    La versione che hai letto aveva molti errori di grammatica e di forma in genere. Non che questa sia splendida ma è un po' meglio. Se ti va rileggila pure, se no amen, il senso è lo stesso.
  3. mara44.MI 21 marzo 2011 ore 21.45
    Ciao!
    Penso che sei una bellissima persona, se ti stai mettendo questi problemmi di coscienza in questo mondo occidentale di benessere ed indifferenza...
    Purtoppo, anche tu, mi dispiace che te lo devo dire, stai peccando d'ingenuità.
    Per capire certe realta, devi vivere dentro per un bel periodo.
    Perchè, quasi tutti i medici e il personale della sanità sono d'accordo con il testamento biologico riguardando il fin' di vita?
    Perchè loro sanno quello che succede dentro le strutture che assicurano il "bere ed mangiare" alle persone non capace di intendere e volere...
    Io ho lavorato...
    Inanzitutto...pocchi capiscono come arrivi ad essère ridotto da una malatia...non sei piu una persona...sei un essère, tante volte diforme,can la faccia come una mascchera che sa esprimere solo il dolore, quando esce dalla inerzia.
    L'impotenza di poter esprimersi,nei pocchi lampi di lucidita,porta quella povera gente a raptus di rabbia, urla. agrediscono o hanno comportamenti autolesionistici...per qualle sono quasi sempre sedati...
    Il giro delle igiene, il mangiare,il alzarsi....sembra quasi millitarizzato...
    Ha o no la voglia, il paziente è alzato,lavato, stirato, imboccato, tante volte urlando, riffiutando vomitando...etc, etc
    Io, personalmente vorrei morire prima, nel mio letto, acasa mia, che vivere ancora cosi.
    Quella non è vita...è una perene sofferenza...
    Scusi l'ortografia...non sono italiana.
  4. gianlu64 22 marzo 2011 ore 12.58
    @mara44
    hai ragione, prima di capire certe realtà devi viverle.
    mia madre è nelle condizioni che dici da 11 anni.

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