La verità è che ti amo già.

04 ottobre 2017 ore 23:42 segnala
(Aprile 2017 e successive modifiche)

Da quando ho saputo di averti dentro di me, un pensiero ricorrente ha accompagnato le mie giornate: il fatto che per 29 anni le mie relazioni affettive siano state un disastro, non implica che sarò una cattiva mamma.
L’amore materno è qualcosa di diverso: è un amore differente, non è un amore sofferto, da evitare perché opprimente, l'amore per te non è da temere, ma si libererà con una forza prorompente, nel modo più naturale e puro possibile. Nascerai da me ma non ti considererò mai qualcosa di "mio"; sappi però che io sarò tua, sempre.

Ti racconterò delle fiabe bellissime per farti fantasticare, addormentarti dolcemente e sognare cose stupende, ma bugie non te ne dirò mai e ti metterò in guardia da chiunque lo faccia, nelle molteplici forme possibili in cui noi umani siamo abili bugiardi.

Se sarai femmina ti dirò che è una balla quando dicono che la principessa deve aspettare il principe azzurro che la salvi: la principessa può alzarsi da sola dal suo giaciglio e andare in giro per il mondo a prendersi ciò che vuole. Non ti vestirò come una bambolina dicendoti che sei bella crescendoti con l'idea che se sei femmina l'unica qualità che potrai avere e sulla quale potrai puntare sarà la tua esteriorità...ti dirò che sei bella, certo, ma ti dirò anche che sei intelligente, ironica, e cercherò sempre di elogiare tutte le tue altre qualità. Quando sarai grande potrai anche non desiderare di crearti una famiglia e fare dei figli, ma potrai trovare il tuo senso in tantissime altre cose e non per questo significa che sarai sbagliata: ricorda che nessuno può dirti o importi quale sarà il tuo senso, il tuo senso te lo creerai solamente tu e non dovrà necessariamente essere il senso di tutti gli altri.

Se sarai maschio ti dirò che è una balla quando dicono che le emozioni sono cose "da femmine". Le emozioni sono cose "da umani" e che nel bene e nel male ci attribuiscono l’umanità che dovrebbe contraddistinguerci in meglio, ci rendono peculiari ed unici, ma ti dirò anche che una buona dose di razionalità è necessaria a compiere scelte sensate che ripaghino a lungo termine e non nell'immediato, ma che se vorrai fare un pianto liberatorio non dovrai nasconderti. Non ti dirò mai frasi come:"Un vero uomo deve fare così", perché sono tutte scemenze che noi adulti, poveri ignoranti, inculchiamo a voi creature pure ingabbiandovi nei nostri stessi schemi mentali che ci impediscono di essere felici e che impediranno a voi di esserlo a vostra volta. Vero uomo è chi è capace di essere libero di essere se stesso, nei limiti imposti dal dovuto rispetto per gli altri che non deve mai venir meno.

Mi piacerebbe raccontarti tante cose di me e anche del tuo papà, o perlomeno ciò che ora di allora la mia memoria ricorderà con immagini offuscate e vaghe, e che purtroppo non sarà quanto vorrei poterti dire né quello che vorrei dire.

Ti racconterò di come tu sia nato da un atto d'amore nuovo, acerbo, insicuro, instabile e impaurito, ingenuo, ma comunque amore o forse un tentativo d’amore, tra due persone che di amore ne sapevano gran poco, due persone forse anche un po' vigliacche ed immature, ognuna a modo proprio.
Inizialmente pensavo che fossi stato concepito sotto un cielo notturno costellato, tra il silenzio delle distese delle campagne e degli uliveti, i giorni precedenti il termine dell'inverno. Solamente dopo, ragionandoci, realizzai che sei stato concepito nel letto della mia camera, quello in cui, tra qualche mese dormiremo insieme io e te.
E poi ti racconterò del principio di tutto, di come dal puro caso e senza doppi fini, io mi innamorai del tuo papà, ad un tavolo di un bar, una sera mite d'autunno, in quello che era il momento più sereno ed intenso della mia esistenza dopo anni di dolore e di tormento.
Poi ti spiegherò anche che noi esseri umani siamo creature complicate, timorose e fuggiasche, e a volte basta poco che i legami, quelli non solidi ancora fragili, si sfaldino, e purtroppo l’orgoglio e la paura talvolta vincono anche sull’amore, perché la vita non sempre è come vediamo nei film. E tutto crolla, vigliaccamente si dimentica, si rimuove, e neppure una piccola vita che si sviluppa è sufficiente a placare i rancori degli animi più fragili ed egoisti. A volte mi sento colpevole, recrimino le mie mancanze e sono portata a pensare che se tu non avrai un padre sia colpa mia ma così non è e spero che anche tu lo capirai. Ad ogni modo io ti amerò per entrambi, colmerò qualsiasi mancanza.

Per te vorrei che tu amassi la vita, il mondo e gli altri esseri umani come io talvolta non sono stata capace di fare. Quando sarai grande ti racconterò di come e perché la mia vita non sia stata per niente grandiosa ma di come sia stata anzi triste, misera, scialba, vuota, ma adesso tutto quel dolore e quella dissolutezza acquisiscono un senso perché tutta la sofferenza che ho vissuto io non sarà tua, non ti permetterò di rovinarti come ho fatto io con me stessa scomparendo giorno per giorno di fronte agli occhi inermi di chi mi circondava; gioirò nel sapere che per te sarà diverso e farò qualsiasi cosa affinché la tua vita sia qualcosa di spettacolare. Forse è più corretto dire che sarai tu ad insegnare ad amare a me.

Ho deciso poi che cambierò moltissime mie abitudini, non ti abituerò a vedermi perennemente con la testa china al cellulare, lo lascerò a casa, spento, e ti terrò per mano, insegnandoti a non bruciarti gli occhi con il display del telefonino ma a riempirti gli occhi di tutta la bellezza circostante. Guarderemo le persone, tutte, nella loro unicità, nella loro stramberia, nella loro insensatezza, senza mai giudicarle ma apprezzando la diversità di ciascuno e cercherò di rispondere nel modo più limpido possibile a tutti i tuoi perché. Cercherò di trasmetterti che la diversità non è da temere ma è qualcosa di unico, un punto di forza e chi ha una diversità che lo distingue dagli altri dovrebbe esserne orgoglioso e non intimidito. L'unicità di ogni essere umano è qualcosa di prezioso e se la società nella quale viviamo fosse realmente sensibile e avanzata, renderebbe quelle diversità qualcosa di irripetibile e non qualcosa del quale vergognarsi e per il quale soffrire.

Ti mostrerò l'arcobaleno e ti spiegherò che esso è un fenomeno ottico che si crea quando il fascio di luce bianca trapassa le gocce d'acqua sospese nell'atmosfera dopo un temporale, e così facendo si scompone in tutti i colori che tu vedrai e che varcheranno il cielo.
Non ti dirò mai che sulle nuvole ci sono gli angeli che ci guardano ma, nei limiti delle mie possibilità e delle mie conoscenze ti parlerò degli astri, dei pianeti e dell'infinito, delle grandi menti della scienza che ci hanno permesso, grazie alle loro scoperte sensazionali, di ricordarci ogni giorno quanto siamo grandiosi e piccoli al contempo, sperando di stimolare la tua curiosità e la tua voglia di sapere, il tuo desiderio umano di esplorazione e non quello di rassegnazione o passiva accettazione. Quando un essere umano smette di porsi domande e non prova curiosità per nulla accettando verità comode, parziali, irrealistiche e assurde, smette di essere vivo. Non ti insegnerò il senso di colpa e l'attesa del paradiso o di una vita prossima migliore, ma cercherò di trasmetterti l'amore per questa unica vita della quale disponiamo.
Vorrei insegnarti come pensare e non cosa pensare; vorrei che non ti assoggettassi ad una divinità alla quale rendere conto ma che ti appellassi unicamente alla tua coscienza, alla tua morale e buon senso di individuo, ma qualora sentissi l'esigenza di farlo, non mi resterebbe altro che accettarlo. Io sono io, tu sarai tu, sei il mio bambino ma potrai essere diverso da me, anzi, dovrai essere diverso da me, e ti amerò anche quando ci scontreremo e non ci capiremo.

E se ti capiterà di avere paura, di non capire chi sei e cosa vuoi e magari mi interrogherai circa il senso delle cose che non sarai in grado di comprendere, io ci sarò. Vorrei trasmetterti nei limiti delle mie capacità ad amare, ad essere curioso, razionale ma empatico e umano, vorrei che sviluppassi il tuo senso critico, che non temessi le diversità e che sapessi affrontare le avversità, che andassi orgoglioso della tua unicità rendendola un punto di forza senza che sfoci mai nell'arroganza e nella superbia. Non c'è forma d'amore più grande che insegnare ad una persona ad amarsi, pur sempre umilmente, e amare. Adesso sto capendo il senso della mia vita di inferno: il senso del mio vissuto acquisisce motivo d'essere da quando ci sei tu, affinché quelli che sono stati i miei limiti si tramutino nella tua forza, il mio inferno e le mie pene non dovranno neppure sfiorarti. La mia sofferenza trova giustificazione: ho dovuto soffrire così tanto per capire come non fare soffrire te.

Leggo di tanti giovani che scrivono che non vorrebbero essere nati, io stessa l'ho detto tante volte e quando lo dicevo ci credevo perché in alcune fasi della vita la sofferenza era tanto grande da essere insopportabile, e mi piacerebbe invece che tu non pensassi e non dicessi mai questo, ma qualora lo dicessi, farò di tutto per farti capire che sbagli, perché io per la tua vita ho lottato andando contro tutto e tutti, non ho mollato nemmeno quando la situazione si è tramutata in tragedia e mi sembrava di non avere più un briciolo di forza per andare avanti, eppure mentre mi disperavo, continuavo a perseguire la mia scelta e di conseguenza ad andare avanti.

Non mi dovrai mai ringraziare perché ogni cosa ti sarà donata in modo incondizionato, ma permettimi che io rivolga un ringraziamento quotidiano a me stessa per aver affrontato la mia paura, l'altrui ostilità, poi la cattiveria e la solitudine più feroce, e aver permesso che quest'esperienza straordinaria non avesse fine. Ringrazio anche in questo preciso istante, perché ti sento muovere e scalciare dentro la mia pancia ed è qualcosa di commovente perché è la vita che si manifesta e sprigiona tutta la sua bellezza, io ti ringrazio per ogni volta in cui lo fai perché è come se tu mi dicessi:"Mamma, sono qui.", e mi dai tanta forza.

Mi sono sempre vergognata immensamente del mio corpo e nello specifico della mia pancia e adesso mi piace accarezzarla e guardarla, non riesco più a vederla brutta, lo considero un elemento di bellezza perché ospita te, è la tua dimora, la tua protezione, tutto il tuo mondo.

L'ultimo pensiero, alla sera prima di dormire, quello che si dissolve sfumando leggermente, lasciando posto al sonno, appartiene a te, e così il primo, quello del risveglio.
E anche se il papà ci ha lasciati, come potrei mai serbare rancore nei confronti di chi, pur non sapendo amare, ha donato a me l’occasione di farlo nel modo più puro ed intenso?

La verità è che ti amo già.

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(Aprile 2017 e successive modifiche) Da quando ho saputo di averti dentro di me, un pensiero ricorrente ha accompagnato le mie giornate: il fatto che per 29 anni le mie relazioni affettive siano state un disastro, non implica che sarò una cattiva mamma. L’amore materno è qualcosa di diverso: è un...
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Vi amo.

21 agosto 2017 ore 22:32 segnala
Non avverto la mancanza di UN uomo, di UN compagno, di attenzioni e premure...
Avverto la mancanza del papà di mio figlio, delle SUE attenzioni, delle SUE premure.
Quando eravamo una coppia, ammetto che come fidanzata avevo grandi carenze, senza falsità alcuna posso dire pure che facevo veramente schifo: ero spesso sfuggente, tendevo ad isolarmi e continuavo a farlo nonostante lui, più volte, mi avesse espresso il disagio che quel mio modo di fare gli provocava; ero contorta, enigmatica, e la verità è che ero così terrorizzata dalla possibilità che le mie vecchie problematiche in campo affettivo potessero riemergere e ricadere su di lui, che ai miei occhi era così puro, ingenuo e spontaneo, al punto che, credendo erroneamente di proteggere lui e quel noi che tanto amavo, preferivo sparire e non farmi sentire per ore o giorni fino a che il dolore e la paura non si fossero placate senza il rischio che avessero anche solo minimamente investito lui. E lui ovviamente non poteva comprendere che quei miei comportamenti altro non erano che una forma di tutela di quel noi, seppur fosse limitata, ingiusta, sbagliata. Nonostante questo, più volte aveva espresso la volontà di diventare marito e moglie, anche se credo lo dicesse più per convenzione che non per reale desiderio, perché uno dei suoi tanti schemi mentali era quello secondo il quale l'obiettivo di un uomo e di una donna è necessariamente l'unione in matrimonio che ovviamente, secondo lui, doveva venire secondo rito religioso “davanti a Dio”, proprio quello stesso Dio nel quale io non ho mai creduto nemmeno nei momenti più bui della mia esistenza e nel quale tutt’ora non credo e non crederò mai, perché credervi o anche semplicemente il non escludere la sua esistenza, implicherebbe tradire tutto ciò nel quale credo. Senza alcun dubbio posso affermare che come moglie sarei stata anche peggio di come ero come semplice fidanzata, tant'è che la sola idea di unirmi “in contratto” con qualcuno mi terrorizzava, mi provocava un senso inarrestabile e crescente di oppressione: non avrei saputo gestire la casa perché occuparmi dell'ambiente domestico mi avrebbe resa frustrata, perché ricoprendo quel ruolo avrei ricalcato pienamente quello stereotipo di donna che mai sarei voluta diventare, che mai mi sono sentita di essere; non avrei saputo assecondarlo in tutti quelli che erano i suoi interessi relativi alla decorazione dell’ambiente domestico perché a me non frega niente di niente, mi piace solamente che una casa sia pulita e funzionale, e quindi pressoché vuota e priva di orpelli e soprammobili; non avrei saputo vestirmi a modo per le numerose occasioni e ricorrenze alle quali avrei dovuto partecipare in veste di sua compagna di vita e ai vari ritrovi con parenti per compleanni, onomastici, battesimi e festività avrei dovuto trascorrere quelle ore cercando di nascondere il mio senso di disagio, il mio senso di smarrimento nei confronti di quegli eventi sociali nei quali non ho mai trovato senso né piacere alcuno; non avrei saputo accogliere ed intrattenere i suoi amici a casa nostra perché li avrei visti perlopiù come invasori del mio ambiente intimo, non avrei saputo organizzare grandi cene con i parenti come lui adorava invece fare, non mi sarei più potuta concedere i miei momenti di solitudine, riflessione e introspezione perché per lui equivalevano a trascurarlo; insomma, non avrei mai rispecchiato il suo schema mentale di moglie modello e non appena lui ha iniziato a realizzare quella che secondo lui era una triste realtà, dopo un periodo in cui ha cercato di plasmarmi secondo sua volontà, non vedendo i risultati sperati mi ha lasciata, anzi, ci ha lasciati, perché ha lasciato me, che da poco avevo saputo di avere in grembo un bambino nostro. Lui non ha compreso che la mia profonda incapacità di appagare a pieno le sue aspettative non implicava il non amarlo e ha trascurato il fatto non meno importante che per amore suo, per amore di tutti noi, avrei cercato, nei limiti, di accettare quel tipo di esistenza, comprenderla in quelli che erano gli aspetti positivi che indubbiamente offre e col tempo avrei imparato a gestirla al meglio, magari apprezzarla; nonostante questo anche lui avrebbe dovuto fare un passo verso di me, perché il mio animo ribelle ed indipendente sarebbe sempre emerso perché è qualcosa di innato che ho manifestato sin dai primi istanti della mia vita, non è un comportamento acquisito, è una parte indelebile di me che nemmeno una grave malattia fisica era riuscita ad annientare. Giulia è ribelle, anticonformista, rivendica da sempre una fortissima voglia di indipendenza e cancellare questi aspetti di lei significa annientarla e lei non vuole annientarsi perché pensa che annientare se stessi per qualcun altro, per convenzione, per dovere, sia il fallimento più grande nel quale un essere umano possa imbattersi. Semplicemente io e lui eravamo diversi ma amare è anche comprendere la diversità, accoglierla, rispettarla, e pazientare, migliorarsi reciprocamente a poco a poco senza però mai snaturarsi e questo era l'unico progetto concreto che avevo in mente per noi: amarci;
Il pensiero delle sue mani grandi, con le dita lunghe e scarne, la pelle candida e quei piccoli calli sul palmo dovuti all'impugnatura salda del volante, il suo lavoro, è un'ossessione che non dà tregua: trascorro delle ore immaginandole che delineano la rotondità della mia pancia, riscaldandola, coccolandola. Quanto vorrei che sentisse scalciare da dentro il nostro bambino. E poi mi rendo conto di come sia stupido desiderare così ardentemente qualcosa che a lui non interessa minimamente, ma per il momento riesco ancora a sognare e desiderare, voglio ancora sognare e desiderare: vorrei poi che mi baciasse e dicesse:"Vi amo, piccoli miei”; me lo scrisse, una volta, ed io mi commossi perché era quanto di più dolce le sue labbra potessero pronunciare. Peccato che lo disse esclusivamente ricalcando le mie parole quando pochi giorni prima gli dissi:"Vi amo", con la differenza che le parole da me pronunciate erano vere e i fatti lo dimostrano. Ho scelto io di tenere il bambino nonostante lui mi avesse inizialmente invitata ad abortire; ho scelto di tenerlo anche dopo, quando lui mi ha lasciata, ed ogni giorno è come se ripetessi continuamente la stessa scelta: sono felice e fiera di non essermi fatta intimorire da me stessa, da lui, da tutti gli altri che mi dicevano di "pensarci bene". Io non avevo bisogno di pensarci. Paradossalmente, una volta appresa la notizia, pur sprofondando nel terrore, non ho mai pensato seriamente ad abortire perché io amavo già quella creatura che cresceva dentro di me. Io non so neppure come si tenga in braccio un bambino, ma quelle sono cose che potrò apprendere. L’amore verso questo bambino lo provo già in maniera intensa. Lui non aveva ancora iniziato a capirmi, a capire la mia contorta complessità, il mio tormento esistenziale, lo aveva sminuito sin dai primi momenti quando timidamente e goffamente cercai di parlargliene ma nonostante questo non gli portai mai rancore. Ebbi solamente uno scatto di rabbia che scatenai contro me stessa ma mai odiai lui. Come avrebbe potuto amarmi con queste premesse? Non era pronto per amare qualcuno, non ne era in grado perché nessuno aveva mai amato lui e questo è un elemento sempre presente nelle personalità di tipo narcisista con le quali mi sono relazionata. E purtroppo non ama nemmeno nostro figlio e mi chiedo se un giorno tornerà non solo per svolgere il suo ruolo di padre in modo convenzionale, per dovere, ma perché si sentirà tale e desidererà realmente farlo. Il suo essere inquadrato è tanto il suo punto di forza in ambiti come il lavoro, quanto la sua debolezza in aspetti come le relazioni umane e la gestione dell’affettività e della sessualità. Credeva di amare quel bambino perché la sua gabbia mentale costituita da regole che non contemplano eccezioni, da rigidi schemi di pensiero e comportamentali, gli suggerivano che il padre biologico ovvero colui che ha fecondato l'ovulo con il proprio seme, dovesse amare suo figlio. Ma l'amore non può essere un dovere, l'amore è una capacità da coltivare, sviluppare e affinare continuamente. E un narcisista non sa amare, non sa accogliere nemmeno se stesso, come potrebbe mai quindi accogliere qualcun altro, sia esso un figlio o il proprio compagno? Sono caduta nuovamente nella trappola: diversi anni fa per amore di un narcisista stavo quasi morendo ma mi salvai, dopo indicibili sofferenze il cui pensiero ancora adesso mi addolora. Questa volta invece, sempre un narcisista, mi ha fatto il dono più bello che potessi mai ricevere come donna ma soprattutto come persona che vuole amare: quale forma più pura dell'amore per un figlio? Come posso serbare rancore verso chi pur non sapendo amare ha donato a me la possibilità di farlo nel modo più puro e intenso?

Quando mesi fa si chinò a specchiarsi il suo folto ciuffo biondo chiarissimo pettinandolo con la mano destra, osservando fieramente la sua immagine che si rifletteva nella carrozzeria nero lucida della sua automobile, lo osservai con un certo senso di dispiacere, mentre il suo amico rideva divertito per la scena. Se avessi dovuto immaginare e rappresentare tramite un'immagine il comportamento di un narcisista lo avrei raffigurato esattamente così: l'adorazione del sé e dell'apparire, riflesse nell'ostentazione dell'avere; di essere non vi era traccia.
Mi ero illusa lungamente e ripetutamente di potergli donare un po' di essere; io ne avevo così tanto, ne ho sempre avuto in abbondanza al punto da sentirmi perennemente fuori posto non trovando mai nessun altro che condividesse quella mia condanna. Desideravo arricchirlo, arricchire la sua vita, avvicinarlo delicatamente alle emozioni, quelle belle e dolci, e al contempo desideravo attingere dalla sua smisurata riserva di leggerezza creando degli spazi da colmare di emozione, e al contempo imparare ad essere io stessa leggera, anche solo un poco, e così completarci a vicenda, ognuno incastrando i pezzi mancanti dell'altro e rendendoci vicendevolmente un unico insieme, organico, equilibrato il cui fine era l'amore tra noi e coronarlo in modo definitivo e completo verso la nostra creatura.

La mia pancia che cresce ogni giorno la considero quanto di più bello possa esserci, mi piace accarezzarla e sentire il mio bambino che si gira e scalcia, ma la speranza è sempre quella che lui torni e che magari, se non ora, forse stringendo quel piccolo fagotto tra le sue braccia, inizi a capire cos'è l'amore.



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Non avverto la mancanza di UN uomo, di UN compagno, di attenzioni e premure... Avverto la mancanza del papà di mio figlio, delle SUE attenzioni, delle SUE premure. Quando eravamo una coppia, ammetto che come fidanzata avevo grandi carenze, senza falsità alcuna possiamo dire pure che facevo...
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Quando la gravidanza separa.

17 luglio 2017 ore 22:03 segnala
La mia gravidanza è il motivo della rottura tra me e il papà di mio figlio. Sembra incredibile che un avvenimento del genere possa dividere non le persone ma quelle due persone che sino a poco tempo prima dicevano di amarsi e condividevano progetti, ma è andata proprio così e se da un lato mi assumo parte della colpa per non essermi mostrata entusiasta all’idea del matrimonio e per non aver coinvolto nella gravidanza come avrei dovuto il papà del bambino, dall’altro lato mi ripugna la semplicità con la quale lui, vedendo sfumare il suo sogno di famiglia modello, ci abbia lasciati. La gravidanza forse non è stato l’unico motivo o il principale, ma questo evento ha fatto emergere prepotentemente tutte le nostre differenze ed incomprensioni, ogni nostra paura più radicata, ogni nostra incapacità di andare incontro all'altro e di capirlo, supportarlo, aspettarlo proprio quando il bisogno di comprensione e vicinanza era indispensabile. Troppe paure, non vi è stato nemmeno un istante per gioire, forse nemmeno per realizzare questa cosa così grande ed inaspettata. Mi sono ritrovata in un solo istante schiantata a massima velocità contro le mie più grandi fobie di sempre e non ho retto. E’ stato come se lui mi tenesse con la mano serrata dal collo, cingendolo forte, e mi sbattesse ripetutamente e ferocemente il volto contro un muro mentre io ero inerme e terrorizzata, non reattiva. Cosa dire di lui? Idolatrava il Duce e il suo animo ricalcava la prepotenza e l'intransigenza propria di quell'ideologia, come d'altronde quella di ogni regime dittatoriale che forse fa anche del bene per i propri adepti ma che elimina brutalmente i dissidenti e chiunque si opponga. Le decisioni che prendeva erano sempre frutto del dovere, seguivano gli schemi e sottostavano in modo ligio alle convenzioni, anche quando esse erano avventate o irrazionali, e finivano per diventare un imperativo che veniva esercitato sulla sottoscritta con coercizione: la sua volontà, ciò che era giusto secondo i suoi schemi, diveniva legge alla quale ero incontrovertibilmente subordinata.

Vi fu un giorno di fine aprile nel quale si presentò a casa mia e decise che quel giorno avrei dovuto comprare insieme a lui i pantaloni appositi per la gravidanza, quei pantaloni con la vita bassa collegata sul margine superiore ad una morbida fascia che ricopre la pancia materna nella sua interezza fino sotto al seno. In realtà la gravidanza era ancora agli albori, della classica pancia da gravidanza non v’era neppure un accenno e i miei vecchi soliti pantaloni riuscivano ancora a contenere il mio corpo senza fasciarlo e costringerlo, ma lui aveva deciso così e così doveva essere, nonostante avessi ripetuto più volte che quel giorno ero stanca e non mi sentivo in grado di fare una cosa che da sempre detesto (acquistare abbigliamento). Dopo mezz’ora eravamo dentro al negozio che lui aveva pensato. In me iniziò a crescere un senso di oppressione e panico noto da tempi immemori, sensazione contro la quale, lungamente e duramente avevo combattuto anni, riuscendo a contrastarlo. E adesso era tornato e io avevo paura di non riuscire a controllarlo come avevo imparato a fare durante i mesi precedenti, con tanto impegno, sforzi e sacrifici. Le luci abbaglianti al neon del negozio esaltavano la mia inadeguatezza, il mio volto stanco, le occhiaie e le espressioni e la postura del disagio, quelle luci artificiali ed esageratamente fastidiose illuminavano la mia figura che veniva riflessa nei numerosi specchi, riproponendo una immagine sgradevole, dalla parvenza quasi spettrale. La musica commerciale a volume alto mi faceva girare la testa, mi assordava, zittendo le mie esigenze ed amplificando le mie paure, la polvere, di cui il vestiario era pregno, rendeva difficoltosa la respirazione già resa difficile dalla pressione sternale che da diversi anni rappresenta il primo sentore dell’attacco di panico. "Adesso chiediamo aiuto al commesso", mi disse. "No. Ti prego. No. Non ora", dissi, con un filo di voce. Insistette, disse che io dovevo prendere quei pantaloni quel giorno, cercò il commesso con lo sguardo. Io mi allontanai a passo rapido da lui, uscii dal negozio delusa, affranta, ferita, da me stessa, da lui, dai miei demoni malvagi che erano stati rievocati e si erano accaniti contro di me. Mi raggiunse, mi rimproverò, mi mortificò. Camminammo per tutto il resto del pomeriggio distanti, ma se anche ci fossimo tenuti per mano, saremmo stati ugualmente distanti. Ognuno di noi era assorto nelle proprie credenze, diffidente e rancoroso verso l'altro. Quell'episodio, incredibilmente, segnò l'inizio della fine. Da quell’avvenimento, nella sua mente di radicò la convinzione che volessi escluderlo dalla gravidanza, non capiva che semplicemente avevo paura all’idea di essere madre e che unito a questo dovevo ancora scontrarmi, di sovente, con le mie vecchie problematiche.
In quel momento non ero pronta ad essere madre, stavo ancora metabolizzando l'idea, e poi dovevo combattere contro le mie più grandi paure: mi dovevo mostrare in tutta la mia debolezza, con la mia triste fisicità, goffa, inadeguata, disarmonica, di fronte a colui che amavo e che ai miei occhi era bello come un angelo, tant’è che questo mio problema si rifletteva tristemente anche sulla nostra intimità perché desiderare ardentemente qualcuno ma al contempo non riuscire a disinibirsi, viverlo e apprezzarlo come si vorrebbe, è una delle condanne peggiori per l’essere umano. Le volte in cui facevamo l’amore indossavo sempre una felpa molto larga che coprisse il mio corpo il più possibile, mentre lui si spogliava con una disinvoltura disarmante e quanto odiavo dover rinunciare al pieno contatto della mia pelle con la sua, così morbida, tenera ed eccitante. Nell’ultimo periodo ricordo bene che ogni qualvolta in cui mi trovassi a guardare il suo volto mi sentivo così stupida per un pensiero ricorrente che quella visione suscitava: io non credevo agli angeli , non vi avevo mai creduto ma ammirandolo pensavo che se mai avessi dovuto crederci, quelle creature non potevano avere altri tratti se non quelli del suo viso. Una bellezza imperfetta, a tratti efebica ma talmente candida da paralizzare, era un tipo di bellezza che non avevo mai scorto e apprezzato prima d’ora. Quella creatura era riuscita sin dal primo istante a paralizzarmi con la sua bellezza particolare, atipica e nivea, ed il suo essere così spontaneo.

Quante volte mi indicava o mostrava ragazzi e uomini canonicamente perfetti secondo gli standard sociali odierni e ne lodava quasi esaltato i tratti marcati e mascolini del viso, gli occhi ammiccanti, il fare seducente ed i corpi scolpiti...io zitta, una volta mi venne da piangere perché avrei voluto dirgli che per me non aveva alcun senso ammirare quella bellezza circostante così banale e mediocre, quando bastava il pensiero di lui ad emozionarmi ed eccitarmi, tanto selvaggiamente quanto teneramente. Dio, come mi sentivo stupida in quella circostanza. Una volta tentai di dirglielo, gli feci un timidissimo apprezzamento e lui rise, sminuì. Non fu mai capace di leggere i miei occhi, non vi entrò mai, perché se solo lo avesse fatto avrebbe potuto vedere quanto lo amavo e la mia gravidanza non ci avrebbe separati, ma ci avrebbe reso marito e moglie.

Chissà dove è adesso lui, chissà come trascorre il suo tempo, chissà con chi: temo di sapere le risposte a queste mie domande ma preferisco raccontare a me stessa che sono solamente paranoie, che lui è ancora solo, come me, che mi pensa, che mi ama ma è solamente arrabbiato e che tornerà. In tempi recenti aveva accolto vagamente premure e apprezzamento da parte di altre ragazze che, attratte dal suo volto angelico, dalla sua serietà sul lavoro e dai suoi progetti di convivere, sposarsi e fare figli, gli rivolgevano numerose attenzioni, mentre io ero nel pieno della crisi per la gravidanza e ammetto che le mie mancanze nei suoi confronti furono notevoli ma non comprenderò mai come si possa chiudere una storia così bruscamente a maggior ragione se c’è la vita di una creatura.
Nostro figlio sta crescendo dentro di me, sapere che il mio corpo ospita una parte di lui mi amareggia e mi solleva al contempo. O forse dovrei dire “mio” figlio, perché sebbene il papà abbia ripetutamente detto che per il bambino ci sarebbe stato, i fatti dicono altro: alle visite non viene, alle ecografie non ha assistito e non mi ha più chiesto come procedesse la gravidanza, né se la creatura fosse maschio o femmina; Ogni notte i miei sogni lo rendono unico protagonista, e nei sogni lui torna da me, da noi, la sua mano magra e con le dita lunghe e la pelle bianca quasi come la porcellana accarezzano teneramente il mio ventre, siamo insieme, uniti, aspettando l'arrivo della nostra creatura. Al risveglio da quei sogni provo un desiderio di morte perché andare avanti da sola non è la stessa cosa, e questi pensieri sono tanto forti da impedirmi talvolta persino di trovare la forza di alzarmi dal letto e mangiare, ma poi sento la creatura dentro, che scalcia, dolcemente, e quindi come posso lasciarmi andare e desiderare la morte quando dentro di me pulsa un altro cuore che chiede la vita?

Per la creatura ci sono stata dal primo momento, ci sono, ci sarò sempre ma questo non mi impedisce di sperare che lui torni.

E se non tornasse più? Cosa dirò un giorno a mio figlio quando mi chiederà del suo papà? Mio figlio sarà una dolcissima condanna, perché nei suoi occhi ritroverò forse le iridi ghiacciate del padre? Il profumo di lui inizia a dissolversi, il tono della sua voce a confondersi, quel delicato, adorabile rotacismo e svanire dai miei ricordi; persino la sua immagine sembra dissolversi, inizio a non ricordare più quei dettagli che tanto amavo.

Per lui, che stavo mettendo da parte ogni paura, ogni residuo di patologia, per lui stavo iniziando a vivere, ma per lui era come non fosse mai abbastanza, non ero sufficientemente convenzionale, il suo ritmo di vita era ancora troppo veloce, ero sempre un passo indietro a lui, eppure l'amavo immensamente.

Ho avuto paura e per questo verremo condannati io e anche la creatura? Lo trovo profondamente ingiusto.

Queste sono le riflessioni e le sensazioni di una mente profondamente irrazionale che si fa trasportare e sovrastare dall'emotività. Nelle ultime ore ho potuto godere di momenti razionali e sono convinta che il tempo mi permetterà di riappropriarmi totalmente della mia razionalità e anche se lui non dovesse tornare, io sarò una brava mamma e non rimpiangerò più la mancanza di questa persona.

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La mia gravidanza è il motivo della rottura tra me e il papà di mio figlio. Sembra incredibile che un avvenimento del genere possa dividere non le persone ma quelle due persone che sino a poco tempo prima dicevano di amarsi e condividevano progetti, ma è andata proprio così e se da un lato mi...
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17/07/2017 22:03:26
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Uovo di Pasqua con sorpresa (io).

17 aprile 2017 ore 20:25 segnala
Le parole che seguiranno saranno scritte di getto senza che io presti attenzione alla forma o all'ordine logico dei contenuti, quello che seguirà sarà nient’altro che uno sfogo generato da sensazioni di rabbia travolgente e incertezza alienante.
Ho bisogno di sfogarmi e nonostante abbia diverse persone con le quali potrei farlo, preferisco tenere tutto questo fluire di negatività esclusivamente per me anche perché gli eventuali confidenti sarebbero tutti di sesso maschile e sinceramente al momento avrei bisogno di profonda comprensione femminile, materna.

Ho trascorso queste giornate di festa in compagnia e nel giro di pochissime ore ho conosciuto tante persone nuove bellissime, calorose, accoglienti, positive ma io non riuscivo ad apprezzarle. Queste giornate di Pasqua e Pasquetta sono state le prime, dopo tanti anni, trascorse in compagnia e non in solitudine eppure è come se la compagnia di quelle persone così socievoli ed espansive, avesse accentuato ulteriormente il mio senso di solitudine e smarrimento.
Non ho reali motivi per i quali debba sentirmi come mi sento adesso, ma la sensazione perdura da giorni e per quanto la reprima e non la esterni a parole e la mascheri, ostinatamente, dietro a sorrisi di circostanza e frasi inserite in discorsi altrui per illudermi (illuderli) di essere partecipe, nei miei occhi le persone a me più vicine l’hanno percepita. Queste sensazioni negative, ad intermittenza tremende, procedono precisamente dal giorno 11 aprile, quando, seppur con un vago sentore di sospettosità ed inquietudine che ogni tanto faceva capolino, inaspettatamente ho scoperto di aspettare un bambino. Io, aspetto un bambino. Io, che a causa di svariati problemi di salute ero stata per lunghi anni considerata incapace di generare vita e consideravo ciò a tratti come qualcosa facente parte di me, e a tratti come qualcosa di devastante che mi avrebbe privata di una gioia immensa che un giorno, forse, avrei potuto provare il desiderio di sperimentare. Nessuno potrà mai capire quale sensazione provi una donna che è consapevole di non poter generare vita e che clinicamente non può farlo, nello scoprire che il suo corpo ospita una creatura che si sta sviluppando.

La giornata di Pasqua l’ho trascorsa in ansia in vista della cena che avrei dovuto fare con i genitori del mio ragazzo per conoscerci e per me che da sempre ho seri problemi di interazione sociale, unito alla novità sconvolgente ed altre problematiche che ho dovuto affrontare di recente, è stato qualcosa di molto traumatizzante, specialmente in virtù del fatto che la famiglia del mio ragazzo è una famiglia allargata e mi sono dovuta scontrare con la presenza di ben dieci persone estranee, di cui un bambino e due adolescenti. Nemmeno il tempo di riprendermi dalla serata di Pasqua che per il pranzo di Pasquetta era previsto un ritrovo con una coppia di amici storici del mio ragazzo, anch’essi bambino-muniti più un altro in arrivo e al pranzo la mia presenza è stata pressappoco quella di un manichino con un sorriso tirato stampato sulla faccia alternato a momenti nei quali fissavo il fondo del bicchiere con fare inquieto oppure i quadri attaccati alle pareti o la televisione accesa di sottofondo: tutto pur di distogliere lo sguardo e la mente dagli altri e assentarmi per qualche istante rigeneratore.
Gli elementi che hanno contraddistinto entrambe le giornate erano il cibo delizioso e la totale estraneazione da parte mia.
Tornando per un momento alla serata di Pasqua, la mamma di lui a fine cena ci ha consegnato una scatola a forma cubica incartata di bianco con un fiocco realizzato con del nastro verde e al suo interno vi erano delle piccole, piccolissime scarpe per il bambino che arriverà. Scartando quel dono provato una sensazione di terrore unita al senso di colpa per quella donna che mi abbracciava commossa come fossi figlia sua, ed in parte anche verso il mio ragazzo che pur avendo avuto sempre molti amici è fondamentalmente una persona sola e che da sempre serba il sogno di farsi una famiglia e diventare padre. Purtroppo però ha incontrato me che ho sempre vissuto come una dissennata, priva di scopi ed obiettivi e nell’incapacità più totale di impegnarmi sentimentalmente con una persona, senza poi contare la mia totale incapacità nei confronti dei bambini. Suppongo che una donna, vedendo un bambino, dovrebbe provare sensazioni di tenerezza, affetto, protettività, accudimento…sensazioni che io ho sempre proiettato sui miei fidanzati del momento che si sono susseguiti nel corso del tempo, senza mai però tuttavia amarli realmente. Ultimamente avevo trovato scopi e obiettivi ma erano tutti riconducibili a me. Il mio sogno era concentrarmi interamente sul lavoro e mettere da parte quanti soldi più possibili, per poi…per poi…non era ancora chiaro, ma quello era l’obiettivo iniziale.
Fino a quando una sera di fine febbraio, a causa di uno scatto di rabbia incontenibile e furibonda, ho scagliato potenti pugni contro la corteccia di un albero che si trovava nei pressi, provocandomi una frattura scomposta con sospetta lussazione del quinto metacarpo della mano destra, giusto la sera prima della mattina in cui sarei dovuta rientrare al lavoro dopo le ferie, e così il discorso lavoro si è sospeso automaticamente. Fremevo all’idea di tornare in quel luogo, l’unico luogo nel quale non mi sentivo un’estranea, un’inetta, ed è arrivata la notizia della gravidanza. A seguito di un breve istante di gioia, sfumato rapidamente, ho provato sensazioni di odio per me stessa, e poi per il bambino e per l’uomo che amavo che dopo un iniziale momento di crisi a seguito della notizia appresa, ha manifestato commozione, gioia, responsabilità e concreto desiderio di costruire la nostra famiglia. Ho odiato, forse inviato, quella sua gioia all’idea di diventare padre, quel suo entusiasmo nella scelta dei possibili nomi maschili e femminili, le sue fantasie e le sue proposte riguardo come avremmo educato nostro figlio. Non ha parlato di altro per giorni con la commozione negli occhi, e quando mi vedeva triste o silenziosa cercava di rassicurarmi e contagiarmi con quella sua euforia che lentamente mi ammorbava perché io stavo imparando appena, alla soglia dei trent’anni, a badare a me stessa…come potrei mai crescere degnamente dal punto di vista economico, materiale e soprattutto affettivo ed educativo una creatura che è totalmente dipendente da me e che con un nulla potrei ferire e segnare negativamente?
Ripenso a ciò che è stata la mia esistenza ed impazzisco all’idea di poter commettere nei confronti di quella creatura gli errori che i miei genitori hanno commesso con me e mi terrorizza il solo pensiero che quella creatura venga generata da una persona problematica come me, e che potrebbe pertanto assorbire le mie ansie, la mia inadeguatezza, il mio incurabile malessere.

Mentre scrivo sto ascoltando “High hopes” dei Pink Floyd...
Chissà se la riesce a sentire anche lui/lei.

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Le parole che seguiranno saranno scritte di getto senza che io presti attenzione alla forma o all'ordine logico dei contenuti, quello che seguirà sarà nient’altro che uno sfogo generato da sensazioni di rabbia travolgente e incertezza alienante. Ho bisogno di sfogarmi e nonostante abbia diverse...
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17/04/2017 20:25:59
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Iridi ghiacciate (Volti).

27 marzo 2017 ore 23:01 segnala
I volti puliti, proporzionati, simmetrici e armoniosi, espressivi di una esteticità tipicamente canonica e di bellezza comunemente considerata tale, non suscitavano in lei interesse alcuno, né stimolavano la sua curiosità o smuovevano il benché minimo accenno di desiderio.
Lei vedeva l'armonia nei volti stanchi, solcati dai segni del tempo, asimmetrici, con tratti peculiari inconsueti, dissonanti e perfino bizzarri ed eccessivi, espressione di disarmonica imperfezione che l’attraeva irresistibilmente e che contemplava lungamente come fossero vere e proprie manifestazioni d'arte.
Durante il proprio cammino si imbatté in tanti begli occhi, innumerevoli sguardi sereni, sicuri o persino ostentatori d' alterigia ma in pochissimi sguardi umili, limpidi, carichi di emozione, e allora si impegnava in una costante ricerca di quegli sguardi veri, quelli che si negavano sfuggenti chiedendo tacitamente di essere inseguiti e se necessario rincorsi fino allo stremo delle forze, sguardi timidi fugaci, insicuri, malinconici, tormentati, disperati, folli ed imploranti, quegli sguardi che non ti limiti ad osservare perché se li incroci ti ci addentri, ti attraversano e scavano instancabilmente penetrando negli anfratti più reconditi del profondo umano perché alcuni sguardi parlano, alcuni persino gridano, travolgono.

Non le piacevano nemmeno gli uomini arditi né quelli per bene plasmati dalla società; non le piacevano le divise né chi le indossava, non le piaceva assistere alle parate con i soldati che marciano in file perfettamente ordinate e composte come automi assuefatti al suono ritmico di una percussione che ne stabilisce la cadenza del passo, e non le piacevano i manichini che sfilavano sulle passerelle; le causavano repulsione gli aggregati sociali, idiosincrasia le grette manifestazioni di mondanità e più genericamente l'ostentazione dell'avere in ogni sua forma di manifestazione; non reggeva le regole, non seguiva le formalità, non sottostava ai ruoli, non si inquadrava negli schemi, non assecondava le convenzioni; per lei non esistevano dei ai quali rivolgesse le proprie preghiere. Condannava le vittime del capitalismo eppure lo era anche lei, come tutti, la cui esistenza è scandita da rigore solenne e inviolabili regole che divengono indiscutibile fede, incontrovertibilmente votati alla cieca obbedienza, impomatati, con i capelli sempre regolati dal barbiere ed ordinati con il gel o la brillantina, la divisa mai sgualcita e la cravatta che stringe loro il collo, il quale odora di dopo barba dal profumo che punge l'olfatto di note sintetiche e nauseabonde, artefatte tanto quanto la loro esistenza.
Era priva di regole, priva di patria, non aveva radici o responsabilità, era libera ma di tutta quella libertà non sapeva cosa farsene. Le piaceva relegarsi ai margini di quella società oppressa e corrotta, gli angoli più angusti e i vicoli più malfamati della città non sarebbero mai stati disgustosi come i ritrovi brulicanti di innumerevoli esistenze intorpidite.


La sua memoria di sovente rievocava ricordi dolorosi che nutrivano un insaziabile impulso autolesionistico, ripensava ai tragici epiloghi delle sue intensissime storie sentimentali tanto malate, morbose, sbagliate e squilibrate quanto incredibili ed avvincenti con uomini fuorilegge e godeva, quasi, nel farsi travolgere e sommergere inerme da quei ricordi incalzanti di nostalgia frammista ad un fitto inestricabile groviglio di rimpianti e rimorsi; indomita riviveva gli albori di quelle relazioni scorrette e pericolose raggiungendo un parossismo emozionale che, se dapprima l’estasiava, poi l’annientava, in altre parole la emozionava ravvivando un lieve fremito di attaccamento alla vita che divampava rapidamente e si estingueva. Le piacevano gli uomini con una vita che fa schifo, quelli con le esistenze frantumate, sporche, grezze. S’innamorava del dolore profondo e acuto di quegli uomini.


Fino a quando una sera di inverno non particolarmente rigida, ad un tavolo di una piccola locanda dall'ambiente rustico e dall'atmosfera familiare ed accogliente, situata a ridosso di una delle vie principali del centro cittadino, si innamorò di lui: non era un disadattato e nemmeno un disperato, la sua aura emanava quanto più di positivo e benevolo potesse esserci.
Il volto pulito, e nel complesso efebico; il candore della pelle levigata del viso sembrava quasi in contrasto con i profili forti e marcati del volto, la fronte alta ed il mento definito e squadrato e la mandibola prominente, apparivano a tratti quasi rudi, e gli conferivano un invitante accenno di virilità che creava un interessante contrasto con la delicatezza del resto; gli occhi azzurri o verdi a seconda di come il fascio di luce li attraversava, erano freddi ma buoni e sereni e trasmettevano sensazioni di tranquillità e convivialità, ma a tratti capitava che per qualche istante si offuscassero con un velo di enigmaticità, rendendosi fidati custodi di tutte le parole che egli non diceva; era come se improvvisamente si rendessero impenetrabili e divenivano così un irresistibile richiamo per gli occhi di lei, scuri ed eloquenti, carichi di una profondità malinconica ed inquieta ma vivacemente indagatori e curiosi, desiderosi di immergersi nel suo profondo e poter cogliere la sua intimità costituita da sogni, paure, desideri e perversioni. Gli occhi di lei scrutavano i suoi in una continua, vana esplorazione. Assorta in quelle misteriose iridi ghiacciate, poi si risvegliava da quella tacita contemplazione, soffocava l'impetuosa estasi mantenendo un devoto silenzio ed una innaturale immobilità e riappropriandosi della dovuta compostezza abbassava lo sguardo intimidita dalla sua candida bellezza e si limitava ad ascoltarne le parole abbandonando, perlomeno temporaneamente, l'imperioso desiderio di viaggiare nei recessi del suo io. Come fosse reduce da un viaggio, il suo corpo rimaneva a lungo pervaso da una sensazione di smarrimento, intorpidimento e gelo.
Perdersi negli occhi di lui era come addentrarsi difficoltosamente in una regione artica ostile, inospitale, la vista si perdeva a dismisura su distese ghiacciate costrette tra catene montuose ciclopiche innevate, e l’unica cosa che ricordava di essere vivi era quella costante sensazione di gelo che bruciava la pelle. I suoi occhi freddi erano talmente belli ed enigmatici al punto che ella avrebbe potuto guardarli per ore, ma altrettanto bello non era il suo sguardo perché esso non lasciava trapelare alcunché e la cosa la destabilizzava, poi la paralizzava facendola precipitare in un baratro di terrore ed inquietudine, ma quell’ignoto riaccendeva in lei un ancestrale spinta alla conquista e all’esplorazione.
Erano sentieri irti sconosciuti non tracciati sulle mappe, mai percorsi; acque torbide e perigliose mai navigate i cui fondali e abissi sono insondati; terre vergini inesplorate, fertili ed incontaminate; quegli occhi erano antichi incorruttibili custodi di bellezze inimmaginabili, gelosi protettori di segreti indicibili e intime pulsioni inconfessabili mai violate prima d'ora e lei fremeva febbrilmente all’idea di poter oltrepassare quei limiti inviolati e violarli.

I suoi occhi freddi si scontravano con quelli di lei che fiammeggiavano, vivi di atavico terrore e poi sfavillanti di desiderio. Lui e lei erano due universi distanti, dicotomici, a tratti addirittura agli antipodi: lui era rigore, regole ed ordine, lei era sregolatezza, confusione e anarchia; lui sogno e lei incubo; lui utopia e lei distopia; due mondi contrastanti che si erano incontrati per caso, si scontravano, si fondevano e poi violentemente si respingevano per poi attrarsi ancora, in un ciclo continuo inarrestabile e lei era completamente succube di quell'alternarsi di attrazione e repulsione che era genesi di un equilibrio squilibrato.
Un ciuffo fulgido di capelli biondo chiaro che virava verso l'alto e poi ricadeva delicato sulla tempia sinistra del volto, e nell'aria una leggerissima fragranza, appena percettibile all'olfatto; era un dolce aroma di cocco, che gli profumava la pelle ed impregnava i suoi abiti, per nulla ricercati ed abbinati senza scrupolosità alcuna, e questo a lei piaceva; quell'effluvio l'inebriava risvegliando un desiderio di tenera fisicità, sopito da epoche lontane, immemori. Immaginava le sue labbra schiudersi appena e poggiarsi delicatamente sul corpo di lui ed era sufficiente questo pensiero per eccitarla. In lui coesisteva un perfetto equilibrio estetico, coronato da un connubio tra elementi delicati ed elementi virili ed una commistione di cromie che rapiva insolitamente ed inspiegabilmente l'interesse di lei. Bramava ardentemente quella misteriosa creatura eterea.
Lui era il fascio di luce che filtrava attraversando la tenebra di lei, e la rischiarava creando una zona mediana di penombra che congiungeva l'impero in cui il buio abissale era indiscusso sovrano e il regno della luce, terra a lei inaccessibile. La teneva sospesa in quel confine di penombra

Lei aveva corso all'impazzata per una vita intera alla ricerca di nemmeno lei sapeva cosa, forse ricercava esperienze fuori dall'ordinario e uomini, inarrivabili, pazzi furiosi ed indomabili che non potevano amarla. Ella riusciva a domare quegli spiriti selvaggi e ad ottenere il loro amore ma non appena essi diventavano bestie mansuete, quella ricerca sfrenata perdeva ogni ragione d'essere e si tramutava in fuga. Fuggiva indubbiamente da se stessa ma anche da coloro i quali aveva ricercato con dovizia, per i quali si era immolata, annullata, e che adesso ripudiava, detestava. Con lui non avvertì più il bisogno di correre né di fuggire, sentì il bisogno di fermarsi, desiderava incontenibilmente che lui divenisse sua dimora, che lui fosse il traguardo, il punto di arrivo di quella corsa affannata e dissennata.

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I volti puliti, proporzionati, simmetrici e armoniosi, espressivi di una esteticità tipicamente canonica e di bellezza comunemente considerata tale, non suscitavano in lei interesse alcuno, né stimolavano la sua curiosità o smuovevano il benché minimo accenno di desiderio. Lei vedeva l'armonia nei...
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La paura.

28 febbraio 2017 ore 22:25 segnala
La paura era la costante che scandiva il tempo della sua esistenza: aveva sperimentato la paura furibonda che sfociava nella rabbia generando distruttività e quella furia non risparmiava oggetto o persona che gli capitasse a tiro, non esonerava nemmeno la sua persona: afferrava cornici contenenti vecchie fotografie oppure i quadri appesi alle pareti e li scaraventava sul pavimento facendoli in frantumi, gridando, e poi calpestava i piccoli e taglienti pezzi di vetro che gli si conficcano nella carne delle piante dei piedi nude; scansava violentemente chiunque cercasse di contenere il suo bisogno incontenibile di distruzione e lo faceva in modo feroce, animalesco, imperdonabile; oppure ancora serrava le mani tenendole rigide e sferzava pugni così potenti ai muri, alle porte o alle cortecce degli alberi fino a fratturarsi le ossa delle mani, con la pelle delle mani scarnata, sanguinante ed infetta e continuava a sferzare pugni insistendo fino a rendere le mani gonfie e deformi, senza che avvertisse il benché minimo dolore fisico perché il vero dolore era dell'animo.

Aveva sperimentato la paura innocente che la portava a raggomitolarsi in posizione fetale su se stesso sul proprio letto, cercando riparo sotto le coperte con il viso schiacciato nel cuscino, con le tapparelle abbassate in modo che fosse escluso da quel mondo dai ritmi troppo frenetici.

Aveva sperimentato la paura umiliante, quella che la portava a singhiozzare per ore intere e poi esplodere in pianti fragorosi ma per nulla liberatori, e ciò che rimaneva era solamente una martellante emicrania che gli infiammava le tempie e la fronte; alcune volte implorava, e nei momenti dell'apice della disperazione arrivava persino ad invocare e pregare dèi nei quali nemmeno riponeva fede.

Aveva sperimentato poi la paura accompagnata dalla rassegnazione. Ingurgitava pillole che alterassero fino quasi a sopprimere interamente la propria coscienza per godere istanti di tregua da quella paura impietosa che non concedeva pause. Aveva disperato bisogno di riposo e quegli intrugli farmacologici le concedevano qualche ora in cui la paura allentava la presa, ma poi tornava più spietata che mai.

E poi lande mai raggiunte prima d'ora, terre inesplorate regno della paura. La paura più empia che con rabbiosa ed insaziabile fame ingloba tutte le molteplici forme di paura, che si alimentano vicendevolmente diventando qualcosa di terribile e fuori dall’immaginario: potenti, spietate, che sommate tra di esse generano una paura sconcertante, una paura paralizzante ed istintiva, come quella degli animali preda che, avvertendo l'incombenza del predatore, si immobilizzano, atavica, invincibile. La paura così intensa al punto che, per effetto opposto e contrario non genera nessun'altra emozione di reazione, se non il nulla più totale, l'azzeramento totale di ogni pulsione vitale, rendendo l'individuo avulso dalla propria umanità.

«La più antica e potente emozione umana è la paura», scrisse nel 1927 Howard Phillips Lovecraft, abile indagatore dell’animo umano.

La paura genera sentimenti di diffidenza e rabbia nei confronti dell'altro e conduce ad un progressivo e logorante autoisolamento dell'individuo, che alimenta egoismo, priva di empatia e lo rende avulso dalla propria umanità. La paura contamina le idee, i pensieri, i sentimenti, le azioni. Lui non era presente quando lei, scansandolo nervosamente, gli rivolgeva parole cariche di rabbia che racchiudevano in realtà una malcelata richiesta di starle vicino; se lei non fosse stata vittima di quella incontenibile paura lo avrebbe avvicinato a sé tirandolo delicatamente da un lembo della giacca, e gli avrebbe detto di non andare via; lei non era presente quando lui cercava di avvicinarla, rivolgendole tenere attenzioni e gesti affettuosi ricercando lecite conferme e sicurezze che lei non era in grado di dargli, assorta in uno stato di nulla, alienata, svuotata ed immersa nella solitudine, accompagnata solo dalla paura. Ognuno di loro, assorto nelle proprie paure, stava ignorando i più reali e profondi bisogni dell'altro. La paura è più forte del sentimento d'amore.
Che l'amore superi ogni altra cosa è credenza tanto comune quanto infondata, diffusa tra le menti ottenebrate della massa stolida, morbosamente attratta dal banale, e che rincorre un'idea dell'amore, non l'amore, per giunta idealizzata, fuorviante, romantica (qui nella sua piena accezione spregiativa). L'essere umano ha ben altre ancestrali emozioni contro le quali combattere, prima di potersi concedere l'amore. La paura è innata, istintiva, atavica; l’amore riveste un ruolo pedagogico: la capacità di amare va dapprima accolta, e successivamente appresa, esercitata, e continuamente affinata. Lo scopo delle relazioni umane e di conseguenza dell’amore che ne sta alla base e che le muove, è quindi quello di rendere migliore l’individuo e le persone con le quali esso si relaziona.

Questa solitudine è egregiamente espressa dalla pittura tormentata di Egon Schiele, che ritraeva con ossessione nudità umane impegnate in amplessi di vuoto: i corpi sono deformi, straziati, incompleti, emaciati; i protagonisti hanno uno stretto contatto fisico ma i loro sguardi sono rivolti altrove, sono allucinati, i loro animi sono distanti.


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La paura era la costante che scandiva il tempo della sua esistenza: aveva sperimentato la paura furibonda che sfociava nella rabbia generando distruttività e quella furia non risparmiava oggetto o persona che gli capitasse a tiro, non esonerava nemmeno la sua persona: afferrava cornici contenenti...
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28/02/2017 22:25:12
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Le vestigia dell'umanità

20 febbraio 2017 ore 00:35 segnala
L’abbattimento, l’apatia, la disillusione generavano in lei un forte bisogno di emozioni estreme, che ricercava puntualmente nei luoghi isolati, dimenticati, negli atri delle stazioni o nelle banchine ferroviarie, nei vicoli ciechi delle città, quelli ricolmi di immondizia, con i muri imbrattati e nei quali aleggia l’odore acre di urina che disgusta l’olfatto e fa lacrimare gli occhi; ricercava gli avventori di quei luoghi, che erano personaggi eccentrici e scapestrati, disperati e soli, come lei. Ricercare il rischio permetteva che il rilascio di endorfine si immettesse in circolo, ricercare situazioni che le creassero paura le provocava una brusca accelerazione del battito cardiaco e un leggero intorpidimento agli arti superiori, accelerava la cadenza del suo passo tenendo lo sguardo bene fisso sulla pavimentazione che scorreva rapida dinnanzi a lei. Quel giorno si recò ai parchi cittadini, sua madre le ripeteva spesso di evitarli e percorrere le strade affollate del centro. Ripensando alle affettuose raccomandazioni materne, trasgredire quell’imposizione le faceva provare un forte senso di ribellione e libertà frammisto ad un lacerante senso di colpa. Si avviò alla scalinata d’ingresso e sulla sua sinistra notò un uomo poggiato alla ringhiera in ferro battuto, con un cappello da baseball che gli copriva il volto e la testa china; il cuore le pulsava nella gola, accelerò il passo. Dopo poco si voltò sui suoi passi e scorse l’uomo immobile, dov’era prima. Proseguì. Alzò fugacemente lo sguardo ed in direzione davanti e lei intravide un gruppo di giovani uomini, si diresse in quella direzione tenendo lo sguardo fisso alla terra. Giunta in prossimità del branco, lanciò un’occhiata furtiva verso di loro e proseguì seguendo la strada. Erano visibilmente alterati dall’assunzione di indefinite sostanze, e quando la notarono iniziarono a ridere, a farle gesto di avvicinarsi e scioccare baci all’aria, quell’aria con il retrogusto di alcolici, quell’aria pesante, carica di pensieri perversi indicibili; trasalì, un brivido di disgusto le attraversò la schiena; la paura la stava quasi paralizzando interamente ma li fissò; poi proseguì e sorrise, perché sentì improvvisamente crescere in lei il suo senso di attaccamento alla vita, spesso smarrito nei meandri della sua psiche intorpidita dall’apatia e dall’abulia. Quei parchi erano popolati di solitudine e decadenza, eccezion fatta per qualche irriducibile, abitudinario anziano che portava a spasso il suo cane tenuto a guinzaglio che zampettava pigramente e qualche ignaro avventore capitato lì per caso.
Il suo sguardo scorse due ragazzi stesi uno sull’altra, che facevano del sesso nel parco, in pieno giorno, senza preoccuparsi troppo di possibili sguardi indiscreti. Il bacino di lui si muoveva ritmicamente, in modo quasi ipnotico, in modo lento e a velocità costante, gli occhi della compagna diretti al nulla, non comunicavano niente. Lei accelerò il passo in modo che i due amanti potessero agire indisturbati, quella visione non le provocò nessuna emozione.
Il prato erboso ospitava delle reduci foglie tinte di colori autunnali, e in quel giorno di metà febbraio l’inverno sembrava aver ceduto prematuramente il posto alla primavera facendo germogliare delle piccole margherite dai petali bianco latte e dei graziosi fiori color lilla. I raggi del sole sembravano quasi non giungere là, nei parchi cittadini rialzati, così vicini al centro cittadino ma al contempo così distanti. In quei parchi sembrava di immergersi in una dimensione atemporale ai confini delle esistenze convenzionali, perché in quei parchi vi si aggiravano i reietti, i dissidenti, i cinici, i disperati, gli animi soli, esausti e privi di uno scopo e tutti consumavano il proprio dolore appartandosi ai margini della società con la quale non avevano nulla a che vedere. Qualcuno di loro stava in compagnia di un libro, qualcun altro, i più, di una lattina di birra acquistata a basso costo, chi di una dose o in trepidante attesa del corriere...sguardi persi, vuoti, dilaniati, veri.

Abbandonò il parco, dietro di sé scendendo dalle gradinate di marmo, e si addentrò giù, nella città. Le piaceva attraversare quei parchi per poi immergersi nel caotico chiacchiericcio della folla del centro città del sabato pomeriggio, quel contrasto antitetico tra l'immorale e il morale le faceva apprezzare ancor più la sua imperterrita ricerca della solitudine finalizzata all’introspezione nella speranza, un giorno, di poter dare vita a quell’universo di creatività che accoglieva dentro di sé. Si addentrò per quelle brulicanti strade popolate da sbiadite sopravvivenze: gente per bene, gente che aveva un lavoro stabile, vestita a modo, con eleganza e ricercatezza, per quella soleggiata giornata di sabato dal clima mite e primaverile, gente che aveva sempre i lacci delle scarpe perfettamente annodati, la punta delle scarpe lucida e le suole sempre pulite, scarpe sempre nuove. La tela color grigio ardesia delle scarpe di lei, invece, era consunta e lacerata, le scanalature delle suole di gomma erano sporche di terriccio e aveva un laccio di colore differente dall’altro: era una cosa priva di senso e ciò la entusiasmava come fosse una bambina. A lei non importava nulla delle vetrine dei negozi e dei grandi cartelli colorati che richiamavano il periodo di saldi, la sua mente era solamente per gli uomini dimenticati che aveva incrociato poc’anzi. Ne incontrava sempre di differenti e con ciascuno di loro sentiva di avere delle cose in comune. I raggi obliqui del sole indoravano le sagome degli edifici cittadini con i loro muri con la vernice scrostata scolorita e i mattoni ingrigiti dall'inquinamento urbano, ed irradiavano quelle vie ricolme di una sopravvivenza lenta, abitudinaria, sfuocata, sbiadita, asfissiante, ridondante, nauseabonda. Alcuni di loro uscivano speranzosi e ridenti dai negozi di tabacchi dopo aver giocato alla schedina, ma non erano meno alienati, assuefatti, drogati di noi, creature che popolavamo i parchi; la differenza è che noi, popolo dei parchi, non eravamo ignari.

Alcuni si scattavano foto tra di loro, immortalando smorfie forzate, a tratti inquietanti, che del sorriso non avevano la minima traccia; e rossetti troppo rossi, tacchi troppo alti, cravatte troppo strette. Lei invece aveva immortalato nella sua memoria indelebile le esistenze degli esseri umani dei parchi.

La sua unica compagnia, quel giorno, era un libro che impugnò durante tutto il suo percorso tenendolo saldamente nella mano destra, come fosse una reliquia di inestimabile valore, e per lei effettivamente lo era e quel costante e nauseante senso di oppressione, che la premeva senza tregua, appena sotto la cinta dei seni, centrale, facendola sentire come se una pugno chiuso continuasse ad esercitare una forte pressione sul suo sterno. A volte credeva di non poter trattenere i conati di vomito. Inspirò profondamente ricordando a se stessa che quel pugno era il suo e solamente lei poteva decidere quando allentare la presa e poter finalmente respirare a pieni polmoni.


Ed in quei visi truccati in modo appariscente, i capelli perfettamente regolati ed ordinati, quei vestiti sapientemente abbinati e quei portamenti artefatti, quasi robotici, dietro quegli sguardi austeri, autoritari, inquadrati, giudicanti, spesso vuoti, dietro quella morbosa, maniacale e perversa ricerca della perfezione, lei ricercava affannosamente le vestigia dell’umana imperfezione.


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L’abbattimento, l’apatia, la disillusione generavano in lei un forte bisogno di emozioni estreme, che ricercava puntualmente nei luoghi isolati, dimenticati, negli atri delle stazioni o nelle banchine ferroviarie, nei vicoli ciechi delle città, quelli ricolmi di immondizia, con i muri imbrattati e...
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20/02/2017 00:35:50
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Serotonina (la felicità).

25 dicembre 2016 ore 17:48 segnala
In queste giornate pensare a Lui mi è inevitabile perché questi giorni erano i nostri giorni e lo saranno per tempo immemore. Penso a Lui senza paura, senza rancore, senza nostalgia, lo penso semplicemente perché è parte di me. Il nostro amore dapprima idealizzato e successivamente malato, nacque a cavallo tra le ultime giornate autunnali e le prime gelide giornate invernali di tre anni fa ma divenne ufficiale solamente l’anno successivo, durante il medesimo periodo: le città erano addobbate con lucine colorate ed intermittenti, corone di agrifoglio, nastri rossi e color dell'oro, e pini decorati e l'aria trasportava odore di zucchero a velo e frutta secca glassata: il periodo delle festività natalizie sopraggiunse velocemente, ed altrettanto rapidamente terminò: arrivò il Natale, e poi in un attimo fu l’ultimo giorno dell’anno: lo trascorremmo insieme...a distanza di 1500 km, in due paesi diversi. Mentre là fuori l’umanità fremeva ed era in fermento per l’avvento del nuovo anno ormai alle porte, tra ritrovi, festeggiamenti, brindisi, cenoni, fuochi d’artificio ed eventi in piazza, era come se io e lui fossimo accoccolati in un accogliente nido immersi in un’onirica dimensione atemporale, totalmente estraniati da tutto quello che stava avvenendo all'esterno. Ed era come essere seduti fianco a fianco su uno stesso divano stando abbracciati, o ad uno stesso tavolo, la presenza dell’altro era tangibile, vera, se ne percepiva il calore sulla pelle, riscaldava dentro. I miei capodanni trascorsi a rimuginare e rivivere i fallimenti di una vita intera, con il trucco sbavato, gridando a squarciagola cercando di sfogare la rabbia e la disperazione accumulati durante l'anno appena concluso, o i suoi, in compagnia solamente della bottiglia, sembravano solamente un terribile incubo lontano. Adesso vi era solamente il calore dell’altra persona a riempire il vuoto.
Non avrei motivo di cercare di non pensarlo o di cercare di soffocare quel ricordo, che invece è vivo più che mai, perché non lo temo né gli serbo rancore ma lo considero come un bellissimo ricordo che non voglio cancellare e che ha depositato frammenti della propria esistenza nella mia, sebbene alcuni siano stati come delle lamiere appuntite, taglienti ed infette che penetrano la carne, la lacerano e la contaminano.
Non posso e non voglio dimenticare quando mi narrava dei suoi viaggi in giro per il mondo ed io lo ascoltavo, emozionata e con gli occhi sgranati ed increduli come fossi una bimba alla quale vengono narrate fiabe fantastiche, perché era come se quei viaggi li avessi fatti anche io; e non sapevo che così facendo stava piantando in me un seme fecondo di curiosità e desiderio di conoscenza che in seguito io avrei coltivato e curato. Non posso e non voglio dimenticare che mi ha trasmesso senso di stupore e meraviglia disincantati e mi ha insegnato ad essere maggiormente critica nei confronti del mondo esterno aiutandomi a sviluppare in modo più efficace il mio innato senso critico ed il mio scetticismo nei confronti di tutto ciò che reputo distolga la mente umana da una reale e concreta comprensione del mondo circostante, dell’essere umano e dei fenomeni naturali. Non ho mai avuto bisogno di affidarmi agli dèi, non l'ho fatto nemmeno in punto di morte, ma è grazie a Lui se ho compreso perché non ne avessi bisogno. Ed è sempre grazie a Lui se ho compreso cosa significasse contemplare la reale bellezza delle cose e delle manifestazione dei fenomeni naturali: gli arcobaleni e le aurore boreali sono effetti ottici generati rispettivamente dalla rifrazione della luce solare che attraversa le gocce d’acqua sospese nell'aria, e dall’interazione di particelle dei venti solari che giungono fino alla ionosfera terrestre; la conoscenza scientifica di questi fenomeni non li rende meno belli o affascinanti, ma li valorizza permettendo a noi esseri umani di comprenderli approfonditamente in tutta la loro grandiosità e superba magnificenza.
La sua sofferenza, che inizialmente mi stava contaminando e poi praticamente uccidendo, è diventata adesso la mia più grande forza e si è tramutata in amore puro e disinteressato che investo su me stessa e sulle persone che mi circondano, e mi ha fatta crescere imparando a non temere la diversità, a non sminuirla, a non schernirla ma ad empatizzarla senza tuttavia farmi scalfire o sovrastare. In ogni persona ubriaca nella quale mi imbatterò rivedrò sempre lui e il suo male, e se quella persona barcollerà e cadrà io mi avvicinerò senza indugi e le porgerò la mia mano aiutandola a rialzarsi. Il caso ha voluto che nel luogo dove lavoro passino molte persone afflitte da questo problema. I primi giorni ero molto in difficoltà nel rapportarmi a loro, a stento trattenevo le lacrime e la rabbia derivante dai commenti sprezzanti dei colleghi. Mediamente sono persone, perlopiù uomini, di quaranta o cinquant’anni o forse anche meno ma che l’alcol ha invecchiato precocemente; hanno i capelli sudici e scombinati, gli abiti dismessi e quando passano la gente li osserva con disprezzo o volge lo sguardo altrove perché assistere alla manifestazione della sofferenza umana fa paura e la si rifugge vigliaccamente tramutandola in sdegno e parole sprezzanti; la loro pelle è pregna e trasuda odore di alcol che tormenta le narici e l'esistenza, hanno il volto paonazzo, gli occhi spauriti color rosso sangue, lucidi, così pieni di un vuoto lacerante. Camminano a stento, barcollando, ed impugnano la loro lattina di birra, pagano con le monete contate giuste, e se ne vanno a consumare il loro dolore ai bordi delle strade seduti sui marciapiedi, perdendo gli ultimi brandelli di umanità e consapevolezza dentro quella dannata lattina acquistata a basso costo e che io non posso impedirgli di comprare. E io soffro per loro e con loro ma adesso queste persone sono diventate i miei clienti preferiti perché nel loro silenzio e nella loro trascuratezza sono molto più umane di tante altre. Io sono gentile con loro, più che con gli altri, come se dovessi compensare gli sgarbi che puntualmente subiscono dalle altre persone, i miei saluti senza risposta rivolti a loro si sono sprecati nel corso di questi mesi, ma non ho mai desistito, non lo faccio nemmeno ora; mentre loro non sanno neppure che io esista, io sento invece di voler loro del bene, ma da qualche tempo qualcosa è cambiato: adesso non hanno più la testa china, talvolta la alzano e mi guardano negli occhi e sono loro a salutarmi, a volte se sono distratta o impegnata a fare altro, rallentano il passo ed aspettano che io li noti così che i nostri sguardi si incrocino e che possano salutarmi, e addirittura, alcuni di loro accennano un sorriso buono e vero, e magari dialogano e scherzano con me, mi dicono che sono simpatica e gentile, ed il tutto avviene con profondo rispetto e pacatezza ed è in quegli attimi che io comprendo cosa sia la felicità e mi dispiace per chi quella felicità così vera, genuina e profondamente umana non potrà mai provarla.

Paradossalmente Lui mi ha insegnato le basi dell’amore, dapprima permettendomi di aprire la mia mente facendomi capire che al di là del muro che mi ero costruita attorno vi erano terre inesplorate e popoli sconosciuti, diversi tra loro e tutti incredibilmente affascinanti, e poi aiutandomi a superare i miei limiti, la mia xenofobia, la mia paura della diversità, l’incapacità di assistere e gestire la sofferenza e cosa più grande, imparando ad amare gli altri esseri umani. Sembra davvero paradossale il fatto che chi abbia piantato in te, probabilmente inconsapevolmente, il seme dell’amore, poi ti abbia quasi uccisa costringendoti ad andartene e che tutt'ora non sia la persona direttamente interessata alla quale rivolgere il tuo amore, ma è proprio da questa tragedia che ho imparato ad amare in modo non patologico: quando progressivamente ho iniziato ad affrontare la paura del mondo e delle persone, affrontando giorno per giorno dei piccoli ostacoli invece di rifuggirli come facevo prima. E’ iniziando ad interiorizzare che l’amore è fare e ricevere del bene in modo disinteressato che ho smesso di associare l’idea di amore a qualcosa di malato, patologico e morboso ed è proprio in quel momento che ho iniziato ad accogliere all’interno della mia vita la tanto agognata normalità, che porta con sé un’esistenza equilibrata, serena e di felicità. E’ anche grazie a lui quindi se ho trovato e mantenuto un lavoro e se mi reco in quel luogo con il sorriso e fierezza, ogni singolo giorno. Ed è anche merito suo se adesso ho al mio fianco un ragazzo stupendo che è tutto ciò che potessi desiderare, ma adesso non è tempo né luogo per parlare di lui.

Probabilmente se Lui potesse conoscermi nuovamente da zero, adesso, non si innamorerebbe più di me. La mia vita di adesso, ai suoi occhi, apparirebbe come una vita troppo normale, troppo convenzionale, ma questo è quello di cui avevo realmente bisogno, è questo quello che volevo, con la differenza che prima non sapevo come realizzarlo. Non dimenticherò mai gli attimi di felicità mangiando panini su panchine di granito traballanti ai bordi di una strada trafficata ad ora di sera, divenuti rancidi stando negli zaini perché non vi era il tempo di pensare a mangiare, c’era solamente tempo e desiderio di stare insieme e girovagando come dei barboni senza meta e senza tempo, senza orari, senza obblighi, senza doveri, senza pensieri e senza responsabilità. Questa era la mia felicità di allora, mentre la mia felicità di adesso non ha più nulla a che vedere con quel passato.
Per questo e per tanti altri innumerevoli motivi io mi sento di dirgli grazie.

«Sai Giulia», mi disse una volta, «Venere è un pianeta che arde, è il pianeta più caldo del nostro sistema solare, pregno di acido solforico, in apparenza così romantico e sensuale ma che racchiude una forza immane, un pianeta vivo, anche distruttivo; un pianeta altamente riflettente che impedisce di vederne la superficie solida, impossibile da vedere ai più...il nostro amore è proprio così».

“Tu sai che sto scrivendo di te. (21 ottobre 2014)"


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In queste giornate pensare a Lui mi è inevitabile perché questi giorni erano i nostri giorni e lo saranno per tempo immemore. Penso a Lui senza paura, senza rancore, senza nostalgia, lo penso semplicemente perché è parte di me. Il nostro amore dapprima idealizzato e successivamente malato, nacque a...
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25/12/2016 17:48:56
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Friday I'm in love

18 settembre 2016 ore 16:14 segnala
Questa volta, e solamente per questa volta, eccezionalmente il mio scritto avrà un titolo in lingua inglese, che richiama e al contempo omaggia l’omonima canzone dei The Cure, per descrivere quelli che sono stati i miei venerdì passati.
Ogni venerdì sera, i miei colleghi di lavoro sono soliti trovarsi in un locale e, sebbene io non spicchi certo per grandi doti e capacità di socializzazione, le ultime volte sono stata invitata anche io. Lavoro in azienda con loro da quattro mesi e nonostante la mia spiccata introversione, vengo apprezzata per l’impegno costante che dedico al lavoro e per l’umiltà con la quale mi pongo nei confronti di tutti; per chi non avesse letto i miei scritti precedenti, sono una persona che ha avuto un passato molto tormentato che mi ha portata a sfociare in disturbi psicologici che praticamente durante tutto il corso della mia esistenza hanno limitato fortemente la mia autorealizzazione, la mia vita affettiva/sessuale e soprattutto quella sociale, rendendomi difficile, se non quasi impossibile, qualsiasi forma di interazione sociale all’interno di gruppi più o meno numerosi di persone. Questo è un dettaglio non trascurabile al fine di dare un senso allo scritto e fare comprendere al lettore quali siano stati i miei cambiamenti più recenti.
Il locale del venerdì è un locale dallo spazio davvero ristretto ed è situato in una via della città che a tratti sembra quasi dimenticata; accedendovi, da un’entrata o dall’altra, all’opposto, sembra che vi sia nient’altro che desolazione; solamente addentrandosi nella via ci si rende conto che essa invece pullula di vita umana che si aggrega all’interno di bar, ristoranti e locali di ogni tipo. Questo locale è a gestione familiare e le attività previste per il venerdì sera sono prevalentemente di ballo e karaoke, attività a me totalmente estranee; io infatti trascorro gran parte della mia serata seduta ad un tavolino, meglio se appartato e difficilmente raggiungibile, a osservare gli altri; talvolta sto appollaiata appena fuori dal locale, sempre rigorosamente in piedi, a chiacchierare con un collega che, come la sottoscritta, non nutre particolare amore nei confronti di quel tipo di musica trasmessa a volume eccessivamente e i balli di gruppo, a osservare i passanti e ad elucubrare circa il mio passato.
E poi…c’è lui, il collega che mi piace. Senza falso contegno diciamo pure che mi ha fatto perdere la testa. I venerdì sera scorrono tranquilli e tutto sommato in modo piacevole, e per me divengono occasione per osservare le modalità di interazioni umane e ovviamente lui, e magari lasciarmi andare ai suoi goffi tentativi di approccio nei miei confronti, che riesce ad attuare solamente dopo aver bevuto diversi spritz.

Quel piccolo locale troppo affollato, claustrofobico, con musica demenziale di sottofondo a volume altissimo, e gli altri che si scatenavano in balli improvvisati e canti a squarciagola al karaoke; io me ne sto seduta a quel piccolo tavolino che in quel momento rappresenta il mio unico scudo, ad osservare la vita che scorre davanti a me, ma stranamente, pur stando appartata, è come se, almeno un po', ne stessi prendendo parte; la collega oca ci prova spudoratamente con il tipo che mi piace, gli si struscia addosso, lo guarda dritto negli occhi e sorride maliziosa tenendo la cannuccia della sua bevanda serrata tra i denti e sfiorandola con la lingua, mentre lui rivolge lo sguardo attonito a me, che nel frattempo ho già rivolto lo sguardo altrove. Affogo il mio sguardo attonito in quello Spritz Aperol che, dopo qualche sorso forzato, si è tramutato in un miscuglio alcolico velenoso i cui ingredienti, amari, disgustosi, rivoltanti, sono incapacità, goffaggine, inadeguatezza, solitudine: in una parola, la mia inettitudine al vivere. Poi alzo nuovamente lo sguardo e la vita, davanti a me, ha ripreso a scorrere e rendo mio parte di quel calore.
Nel frattempo tracanno ancora un altro Spritz Aperol, forzatamente, invasa da un sadico piacere, e poi del Prosecco, controvoglia. Non intendo dare nell’occhio, questa volta non sento il bisogno né proverei piacere ad essere quella “diversa”, ho tremendamente bisogno di sentirmi normale, come tutti. Il mio esofago e il mio stomaco, astemi convinti da sempre, si lamentano: uno brucia, l’altro borbotta. La testa gira, rimango seduta a contemplare il nulla, mentre attorno è solo musica assordante, chiacchiericcio, gente che balla e ride. Lui mi si siede vicino, io impassibile, con lo sguardo affogato nel bicchiere; sbiascica qualcosa di stupido, probabilmente, per coinvolgermi; io non capisco, non mi interessa capire; alzo rapidamente lo sguardo nella sua direzione, faccio una smorfia che dovrebbe essere un sorriso e annuisco, facendo precipitare lo sguardo nuovamente nel bicchiere. Appoggia il suo braccio sullo schienale della mia sedia. Inspiro. Provo desiderio sessuale. Mi sento avvolta dal calore dell’alcol che scorre in corpo e dalla sua vicinanza. Indossa una camicia sfiancata abbottonata fino all’ultimo bottone, che, un po’ troppo aderente, lascia intravedere appena il filo di pancia. Mi piace. E’ evidente che vorrebbe piacere ma trasmette una sensazione perenne di inadeguatezza, che tuttavia l’alcol aiuta a lenire ma non capisce che se io potessi fare l’amore con lui, annienterei totalmente quel suo senso di inadeguatezza. A me piace, tremendamente. I jeans aderenti gli fasciano alla perfezione le gambe slanciate, il suo culo è alto e in risalto, lo osservo, compiaciuta, lo ammiro, fantasticando e partorendo pensieri proibiti; osservo le sue braccia, i polsi, l’ossatura larga, la muscolatura marcata delle braccia e sulla pelle quel profumo di dolce, di uomo che invade il locale. Inspiro, deglutisco. Ho voglia di tenerezza e di sesso sfrenato con lui.

La serata tra venerdì 26 agosto e la notte di sabato 27 agosto è stata memorabile. Dopo la consueta serata al locale mi ha riaccompagnata a casa. In quello che mi è sembrato un attimo di tempo, ci troviamo dal locale subito sotto casa mia. Mi approprio di un insolito coraggio:"Ebbene, mi auguro che anche questa volta non ci saluteremo con una fredda stretta di mano come la volta precedente", gli dico. - "Tre bacini sulla guancia?", propone lui. Annuisco, parzialmente soddisfatta. Mi slaccio la cintura per avvicinarmi a lui, con lo sguardo basso. La mia testa si gira lievemente verso destra, lui mi stampa un timoroso bacino sul lato sinistro del viso. Io avverto senso di stordimento. Stordimento causato dall’alcol, dalla situazione, dai miei desideri, dalle mie pulsioni, dal non sapere come comportarmi, cosa fare. “Adesso dovrebbe esserci il secondo bacio dall'altro lato, giusto?”, mi dice una vocina dentro la testa. Ma entrambi, praticamente contemporaneamente ed inaspettatamente, senza che uno si avventasse sull'altro per primo, ce ne diamo uno stampato sulle labbra: era solamente il preludio, un piccolo e distratto bacio alla ricerca di conferme dall'altra persona e quella conferma era arrivata, puntuale. Segue un momento di reciproca immobilità fino a quando, ancora incredibilmente sincronizzati iniziamo a baciarci. E questa volta seriamente. La sua lingua, le sue labbra, quel profumo che fino a poche ore prima fiutavo disperatamente, in segreto, sospirando, mi sta estasiando i sensi e me lo sento addosso, dentro. Con la mano destra gli accarezzo dolcemente il collo, il viso, gli accarezzo l'erezione, stringo quel desiderio. Lui mugola. Inizia a toccarmi il viso, mi scosta i capelli per baciare meglio le mie labbra, mi tocca il seno, il sedere. Gemiti delicati, piacevoli. Ci fermiamo, affannati, tenendo la testa appoggiata a quella dell'altro. Lo abbraccio, insolitamente, in modo molto tenero, affettuoso. "Ma tu avevi capito di piacermi?", gli chiedo; Non volevo che quei baci rimanessero un semplice atto fisico, un gioco, una situazione creata dall'eccesso del consumo di alcol, come accadeva in passato con gli altri uomini, e d’altro canto volevo che lui ne fosse a conoscenza. Lui mi piace davvero. Ridacchia. "Sinceramente no", risponde. (Non gli credo, ma chi se ne frega cristo dio!). Continuiamo a baciarci fino a quando gli faccio notare che è praticamente l'1:00 e che per lui la sveglia suonerà alle 4:45. Mi bacia ancora per diversi minuti, poi, seppur con difficoltà, lo convinco ad andare. Il giorno seguente, al lavoro, ci furono sguardi timidi e sfuggenti quanto eloquenti. I colleghi, non si sa come, sanno. Questo mi ha fatto pensare che la nostra reciproca attrazione fosse passata inosservata solamente proprio a noi due. Nei giorni seguenti ci sono state delle reciproche incomprensioni che hanno portato ad una spaccatura del legame.
Arriva poi un racconto che non è tratto da un venerdì sera, bensì da un sabato, cioè ieri. Serata bellissima in compagnia dei colleghi per festeggiare un evento, in un locale un po' meno claustrofobico del solito e con dosi meno massicce di karaoke, il che equivale a più chiacchiere, più risate, maggiore reciproca conoscenza e di conseguenza maggior intimità, maggior coesione e affiatamento.
La serata era ormai giunta al termine, ho indossato la mia felpa nera e messo in spalla lo zaino per avviarmi alla fermata dell’autobus e tornare a casa, quando una collega con la quale ho un bellissimo rapporto, molto materno e protettivo, ha fatto leva, in modo molto esplicito, affinché lui mi riaccompagnasse a casa e a posteriori mi sento dire che quando la vedrò al lavoro dovrò solamente dirle grazie.
Alla fine ho accettato, non certo perché avessi bisogno del passaggio, ma perché in qualche modo speravo di poter ritagliare un momento di tempo per noi due e magari chiarire o perlomeno capire cosa fosse accaduto i giorni precedenti. In automobile il reciproco disagio a seguito degli ultimi fatti avvenuti era palpabile; i dialoghi erano molto superficiali e vertevano perlopiù attorno a rapidi scambi di battute riguardo cose molto frivole già dette e ridette. Il tragitto dal locale a casa mia era molto breve ed in quel momento mi sono resa conto che se non avessi detto o fatto qualcosa, avrei rischiato di perdere quell’occasione e una volta tornata a casa mi sarei stramaledetta. Armata dell’insolito coraggio che ultimamente sta emergendo manifestandosi in svariate occasioni, ho avviato un tentativo di dialogo:"Comunque non sono arrabbiata, solamente non capivo quel tuo continuo essere sfuggente nei miei confronti (non siamo mai usciti soli io e lui) e così ho pensato fosse meglio lasciarti stare". “Tranqui”, è stata la sua risposta stupidissima che avrebbe fatto impallidire un adolescente brufoloso alla prima cotta. Ho sospirato, amaramente, convinta che la “discussione” sarebbe terminata lì.
Poi, fortunatamente, ha ripreso a parlare in merito all’argomento e sono emerse diverse cose. La sostanza del discorso è che lui era convinto che io fossi fidanzata, poiché giorni prima mi aveva vista in compagnia di un ragazzo, e io ero convinta che lui fosse attratto da un’altra collega che ci prova spudoratamente con lui. In un attimo eravamo sotto casa mia. "Vuoi che ci fermiamo un po’ in macchina?", mi ha detto. "Sì.", ho risposto sicura e decisa, nonostante lo stupore per quella sua coraggiosa, inaspettata, proposta. Ha spento l’auto, lasciando solamente di sottofondo, fortunatamente a volume molto basso, una musica tamarrissima di quelle che piacciono a lui che lo rendono nostalgico dei tempi in cui era ragazzino e girava tutte le discoteche possibili e la sua testa era ancora piena di capelli.
Io stavo seduta irrigidita, fissando il vuoto tenendo lo sguardo dritto ma dentro ribollivo di emozioni. “Ti vergogni di me? Non devi vergognarti, lo sai.” Il timbro della sua voce era improvvisamente diventato caldo, avvolgente, tenero e rassicurante, e per un attimo ho provato nuovamente la sensazione che provavo alle prime serate con i colleghi quando lui cercava di tranquillizzarmi, sapendo quanta fatica facessi ad addentrarmi in contesti di interazione sociale. Mi ha scostato i capelli dal volto e mi ha accarezzata: quella carezza ha risvegliato il mio io interiore permettendomi di sprigionarlo. Ci siamo baciati fino allo sfinimento, ancora adesso ho le labbra gonfie dei suoi baci, e poi siamo andati anche oltre. Ho anche avuto delle manifestazioni d’affetto nei suoi confronti, che a quanto pare non sono passate inosservate. “Sai anche essere dolce, allora”, mi ha detto. Ho sorriso. Quanto ho agognato quei baci nemmeno lui lo sa, e quanti ne vorrei ancora.
Poi è arrivata l’ora di andare, sono tornata a casa, felice, euforica e stanca e mi sono messa a letto tenendomi il suo profumo addosso.


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Questa volta, e solamente per questa volta, eccezionalmente il mio scritto avrà un titolo in lingua inglese, che richiama e al contempo omaggia l’omonima canzone dei The Cure, per descrivere quelli che sono stati i miei venerdì passati. Ogni venerdì sera, i miei colleghi di lavoro sono soliti...
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18/09/2016 16:14:41
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15/09/15 - 15/09/16: il mio ricovero.

15 settembre 2016 ore 12:26 segnala
Dubito fortemente che qualcuno leggerà ma ad un anno esatto dalla mia entrata in ricovero, ho sentito l’esigenza di generare questo scritto che raccoglie alcune memorie scritte i mesi trascorsi e alcune riflessioni odierne. Ho scelto di pubblicare questo scritto per ricordare ciò che è stato e svelare una parte molto intima di me.
E’ trascorso già un anno dal mio ricovero. Fu un trattamento sanitario volontario, che più o meno consapevolmente decisi di richiedere, praticamente implorando, quando mi resi conto che i mesi trascorsi stesa nel letto con le tapparelle abbassate, senza sapere che ora del giorno fosse e senza nemmeno sapere se fosse notte o giorno, estate o inverno, avevano intrappolato solamente me e non la vita, là fuori, che continuava a scorrere inesorabile. E io avevo voglia di assaporarla, quella vita, ma non sapevo assolutamente come fare. Mi resi conto che i farmaci non erano sufficienti e nemmeno necessari, erano l’ennesimo palliativo dietro ai quali i disperati come d’altronde lo ero anche io, si aggrappano credendo illusoriamente di avere trovato una soluzione; e nemmeno le sedute settimanali con le diverse figure che durante gli anni addietro mi avevano seguita, potevano essere la soluzione. Iniziai a elaborare, con non poca paura, la soluzione: soluzione ero io e per cominciare a cambiare le cose c’era bisogno di una mossa drastica, dura, rivoluzionaria, che contrastasse in modo decisivo il mio disturbo di personalità evitante, la depressione, le ossessioni e le compulsioni, le dipendenze e l’abulia che mi devastavano. Tutto quel miscuglio di disturbi dei quali avevo letto molto e con i quali ero solita descrivermi per presentarmi ai terapeuti che rimanevano molto colpiti dall’utilizzo di termini così specifici e da una conoscenza così approfondita del mio disagio, altro non erano che la manifestazione della volontà di legittimare il mio dolore che sino ad allora era rimasto schiacciato dall’indifferenza generale e che man mano il tempo passava, non faceva altro che alimentarlo. Volevo che il mio dolore venisse riconosciuto, legittimato, e che qualcuno mi desse un aiuto e tutto ciò era mosso da un unico desiderio: il desiderio di vita. Ma un evitante non vive.
Tale comportamento , se prolungato e reiterato nel tempo, porta a quello che viene definito dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM, che sino ad allora era stato per me come la Bibbia per un cristiano), come disturbo evitante di personalità; disturbo che, nella quasi totalità dei casi, viene provocato o origina altri disturbi quali disturbo d’ansia, disturbo di personalità dipendente e disturbo ossessivo-compulsivo che, non casualmente, sempre dal sopracitato manuale, vengono raggruppati all’interno di uno stesso gruppo, chiamato tecnicamente cluster, ovvero il gruppo C, all’interno del quale sono catalogati i disturbi che hanno come comune denominatore personalità fortemente e patologicamente ansiose, tese, e fondamentalmente insicure e prive di autostima.
Chi vive è dignitoso, chi muore anche. Chi sceglie di vivere è dignitoso, chi sceglie di morire anche. Chi evita e quindi sopravvive no. Scegliere è pertanto doveroso: o si vive o si muore. La condizione che esula dai due estremi (e che comunque non è assolutamente scelta nè voluta e non è da consigliarsi), l'evitamento, appunto, non è dignitosa. Evitare equivale a sopravvivere mantenendo attive esclusivamente le proprie funzioni biologiche e di conseguenza ci si riduce ad un organismo biologico incapace di andare oltre al soddisfacimento minimo dei propri bisogni fisiologici fondamentali. Si è cerebralmente morti. L’evitante diviene ignavo, e già mi immaginavo inseguendo un’insegna irraggiungibile, punta da vespe ed il sangue frammisto alle lacrime ciberà i vermi, proprio come la legge del contrappasso prevede, secondo l’altissimo Dante Alighieri, per i peccatori di ignavia, ovvero “l’anime triste di coloro che visser sanza ’nfamia e sanza lodo” (D. Alighieri, “Comedìa”, Inferno, canto III); gli ignavi, miseri e ripugnanti al punto da essere sdegnati perfino dalla misericordia e dalla giustizia, poiché nella loro vita mai han preso parte e non han saputo scegliere, ed adesso sono talmente abietti ed indegni al punto da non meritare neppure una dolorosa ed eterna pena infernale.

Altre volte, nei momenti più tragici, mi sono immaginata con il corpo legnoso, mettendo radici in un bosco privo di sentiero, tramutata in tronco assieme a tanti altri che “non fronda verde, ma di color fosco; non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.” (D. Alighieri, “Comedìa”, Inferno, canto XIII) rendendomi compagna di quelli considerati "violenti contro se stessi", i suicidi.

Pensieri caotici e lancinanti, opprimenti, ma io rimanevo ferma, bloccata, impaurita, sola, in balìa di tutto questo che nessuno sapeva definire o spiegare, ma nonostante la disperazione non mi sono mai voluta affidare ad entità esterne nè a divinità di qualsiasi tipo, speravo di farcela, credevo che ce l'avrei fatta, forse ero l'unica a credere in me stessa. Neppure capivo cosa mi stesse accadendo tutto attorno, "Ma cosa vogliono queste persone da me?", mi chiedevo; ed adesso, a qualche anno di distanza, sebbene siano ancora presenti dei residui di patologia, rivedo la me di allora: goffa, ranicchiata, con le mani serrate a pugno e gli occhi colmi di terrore ed incertezza e la rabbia, viscerale e devastante. Rabbia indirizzata a me che non ero abbastanza forte da reagire e rabbia per chi sminuiva questa mia condizione.
Ero arrivata anche a credere di meritare tutto questo: i farmaci, le sedute, le domande, i giudizi, gli sguardi di compassione e frasi del tipo:"Da piccola eri così vitale, gioiosa, e guardati adesso..."...quanto odiavo quella frase.
E poi…

La mattina del 15 settembre di un anno fa, con le valige pronte contenenti pochi indumenti ma ricolme di un tormento mai provato prima d’ora, mi apprestavo a varcare la soglia di casa e a non farvi ritorno per i tre mesi che sarebbero seguiti. I capelli tagliati corti, forzatamente e per necessità lasciavano intravedere il mio collo scoperto; la maglietta nera proveniente dal CERN, dono di una persona cara, con scritte formule di fisica incomprensibili ai più, tanta paura ma altrettanta motivazione. La mia destinazione di quel giorno era un luogo particolare, un microcosmo in cui la sofferenza e la speranza di un’esistenza più dignitosa si combattono ogni giorno.
Ascolto, pazienza, immedesimazione, empatia, umanità e rispetto sono doverosi, in quanto dovrebbero essere qualità peculiari proprie dell’essere definito umano ma senza mai tralasciare la dignità e l’amore verso se stessi. Ama tutte le persone che ti circondano, indistintamente, la sofferenza che attanaglia loro merita la stessa considerazione di quella che attanaglia te ma all’interno di questo calderone in cui bolle un solo ingrediente (sofferenza), non dimenticarti mai di te stesso. . Anche io, proprio come il sommo poeta, stavo scendendo timorosamente nei gironi infernali e sentivo le grida delle anime dolenti, ma ciò era necessario se, come me, si voleva raggiungere la cima del colle, la salvezza, che per Dante era la purificazione umana coronata con l’arrivo al cospetto di Dio, mentre per me, atea dalla nascita, rappresentava l’incontro con me stessa. Non ho mai creduto in nessuna divinità né ho mai rincorso i comuni ideali o aspirazioni; la materialità non mi donava gioia alcuna e quindi dovevo trovare me stessa. “Trovare”, non “ritrovare”.
Ho giocato partite a carte su tavoli sudici con persone che di umano avevano solamente vaghe sembianze e fattezze; ragione, intelletto e coscienza svanite. Sguardi glaciali, assenti, dispersi nel nulla, con la bocca spalancata poiché privi anche del basilare controllo della muscolatura volontaria e i fiotti di saliva che sbavavano i loro indumenti, storditi, annientati e deformati dai miscugli di psicofarmaci che ingurgitano in quantità indicibili. Chi sono? Pensano? Sanno d’esistere? Hanno qualcuno ad attenderli, a casa? Hanno perso anche se stessi, sono corpi, ammassi di miliardi di cellule che vengono tenuti sopravviventi forse fino alla fine dei loro giorni. Partite a carte giocate da sola fino a che potevo, e poi quando mi autocongedavo loro rimanevano inermi, impassibili, immobili, coperti di quegli stracci fetenti, con i capelli sporchi, gli occhi ricolmi del nulla più totale e quel mazzo di carte tra le mani. Alle mie spalle una ragazza minuta, con i capelli castani di media lunghezza ricci, e gli occhi azzurro cristallino. Aveva il pancione, dentro di sé culla la vita. Era bella, o almeno credo lo fosse. La sua bellezza era sbiadita dagli psicofarmaci. Osservava la televisione, o forse no. Era immobile. La osservavo attentamente e non riuscivo neppure a percepire l’atto della sua respirazione. La voce fastidiosa, invadente e ridondante del presentatore della televendita reclamava prodotti inutili, fuoriesciva gracchiante dall’apparecchio televisivo mentre gli occhi di lei osservavano il nulla.

Un concentrato di eterogenee sofferenze che si uniscono in un’unica, omogenea sofferenza, il comune denominatore che univa ed accomunava tutti noi e che al contempo ci separava. Era difficile riuscire a mantenere un equilibrio che permettesse di rispettare quel dolore lancinante che impregnava ogni muro di quella struttura, ogni sguardo scambiato, ogni parola proferita, senza sminuirlo o ignorarlo, ma senza mai assorbirlo rischiando di venirne travolti e devastati; era difficile ascoltare le molteplici esperienze, storie di vita e disastri umani ed esistenziali senza renderle agonia propria. Depressione, maniacalità, disturbo bipolare, disturbo ossessivo-compulsivo, ansia, attacchi di panico, autolesionismo, e le controverse e variegate sfaccettature dei disturbi del comportamento alimentare. Il trascorrere del tempo, in quel luogo, era scandito da pianti, grida, urla, richieste di aiuto, frasi senza senso ripetute fino all’esasperazione, rituali compulsivi, disperazione.
E poi la categoria che più mi colpiva e colpisce: le personalità di tipo dipendente. Dipendenti da cosa? Dagli alcolici, dalle droghe, dal gioco d’azzardo, dall’accumulo di beni materiali, da internet e dalla pornografia, e poi anche dall’amore e dal sesso: varia l’oggetto sul quale la pulsione viene investita ma la motivazione alla base è comune, condivisa: il disperato tentativo di assaporare la vita, di prendervi parte, senza però sapere come fare; la dipendenza ha una carica ambivalente poiché non è solamente autodistruttività, ma è manifestazione di amore per la vita, un amore che non si riesce ad incanalare in modo positivo. Tante braci di vita, quasi spente, appena tiepide, che emanavano ancora un lievissimo calore, quasi impercettibile, dietro quelle menti alienate, quegli sguardi svuotati e quei corpi deformati dagli psicofarmaci.

Avrei tante altre cose da raccontare, ma sono vicende di tormento che la gente comune non ha voglia di ascoltare, e forse nemmeno può immaginare. Mi sento di dare un solo consiglio: siate empatici, cercate di essere esseri umani, appunto. Quando il comportamento o il modo di fare o di essere di qualcuno vi infastidisce, vi indigna, vi repelle, chiedetevi quali drammi quella persona ha dovuto affrontare e magari sta affrontando.

E adesso? E adesso sono serena, e vivo anche momenti di felicità. Ho affrontato le mie più grandi fobie e il risultato è che ho trovato un lavoro che adoro e nel quale ogni giorno mi impegno al massimo; i miei colleghi stanno diventando la mia seconda famiglia. Ho allontanato drasticamente persone nocive e distruttive e ho accolto invece persone positive, specialmente una di esse mi sta regalando sorrisi e sensazioni bellissime facendomi battere il cuore.

«Tutti abbiamo delle tensioni che talvolta ci spingono ad agire, come dice lei, da barbari. Inferni privati, intimi bisogni segreti, bestialità dell'istinto...ma questo è l'essere umano, è la sua natura. Esso è estremamente complesso, non sempre riusciamo ad evitare brutture che ci vengono da dentro
Star Trek TOS


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Dubito fortemente che qualcuno leggerà ma ad un anno esatto dalla mia entrata in ricovero, ho sentito l’esigenza di generare questo scritto che raccoglie alcune memorie scritte i mesi trascorsi e alcune riflessioni odierne. Ho scelto di pubblicare questo scritto per ricordare ciò che è stato e...
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15/09/2016 12:26:44
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