Uovo di Pasqua con sorpresa (io).

17 aprile 2017 ore 20:25 segnala
Le parole che seguiranno saranno scritte di getto senza che io presti attenzione alla forma o all'ordine logico dei contenuti, quello che seguirà sarà nient’altro che uno sfogo generato da sensazioni di rabbia travolgente e incertezza alienante.
Ho bisogno di sfogarmi e nonostante abbia diverse persone con le quali potrei farlo, preferisco tenere tutto questo fluire di negatività esclusivamente per me anche perché gli eventuali confidenti sarebbero tutti di sesso maschile e sinceramente al momento avrei bisogno di profonda comprensione femminile, materna.

Ho trascorso queste giornate di festa in compagnia e nel giro di pochissime ore ho conosciuto tante persone nuove bellissime, calorose, accoglienti, positive ma io non riuscivo ad apprezzarle. Queste giornate di Pasqua e Pasquetta sono state le prime, dopo tanti anni, trascorse in compagnia e non in solitudine eppure è come se la compagnia di quelle persone così socievoli ed espansive, avesse accentuato ulteriormente il mio senso di solitudine e smarrimento.
Non ho reali motivi per i quali debba sentirmi come mi sento adesso, ma la sensazione perdura da giorni e per quanto la reprima e non la esterni a parole e la mascheri, ostinatamente, dietro a sorrisi di circostanza e frasi inserite in discorsi altrui per illudermi (illuderli) di essere partecipe, nei miei occhi le persone a me più vicine l’hanno percepita. Queste sensazioni negative, ad intermittenza tremende, procedono precisamente dal giorno 11 aprile, quando, seppur con un vago sentore di sospettosità ed inquietudine che ogni tanto faceva capolino, inaspettatamente ho scoperto di aspettare un bambino. Io, aspetto un bambino. Io, che a causa di svariati problemi di salute ero stata per lunghi anni considerata incapace di generare vita e consideravo ciò a tratti come qualcosa facente parte di me, e a tratti come qualcosa di devastante che mi avrebbe privata di una gioia immensa che un giorno, forse, avrei potuto provare il desiderio di sperimentare. Nessuno potrà mai capire quale sensazione provi una donna che è consapevole di non poter generare vita e che clinicamente non può farlo, nello scoprire che il suo corpo ospita una creatura che si sta sviluppando.

La giornata di Pasqua l’ho trascorsa in ansia in vista della cena che avrei dovuto fare con i genitori del mio ragazzo per conoscerci e per me che da sempre ho seri problemi di interazione sociale, unito alla novità sconvolgente ed altre problematiche che ho dovuto affrontare di recente, è stato qualcosa di molto traumatizzante, specialmente in virtù del fatto che la famiglia del mio ragazzo è una famiglia allargata e mi sono dovuta scontrare con la presenza di ben dieci persone estranee, di cui un bambino e due adolescenti. Nemmeno il tempo di riprendermi dalla serata di Pasqua che per il pranzo di Pasquetta era previsto un ritrovo con una coppia di amici storici del mio ragazzo, anch’essi bambino-muniti più un altro in arrivo e al pranzo la mia presenza è stata pressappoco quella di un manichino con un sorriso tirato stampato sulla faccia alternato a momenti nei quali fissavo il fondo del bicchiere con fare inquieto oppure i quadri attaccati alle pareti o la televisione accesa di sottofondo: tutto pur di distogliere lo sguardo e la mente dagli altri e assentarmi per qualche istante rigeneratore.
Gli elementi che hanno contraddistinto entrambe le giornate erano il cibo delizioso e la totale estraneazione da parte mia.
Tornando per un momento alla serata di Pasqua, la mamma di lui a fine cena ci ha consegnato una scatola a forma cubica incartata di bianco con un fiocco realizzato con del nastro verde e al suo interno vi erano delle piccole, piccolissime scarpe per il bambino che arriverà. Scartando quel dono provato una sensazione di terrore unita al senso di colpa per quella donna che mi abbracciava commossa come fossi figlia sua, ed in parte anche verso il mio ragazzo che pur avendo avuto sempre molti amici è fondamentalmente una persona sola e che da sempre serba il sogno di farsi una famiglia e diventare padre. Purtroppo però ha incontrato me che ho sempre vissuto come una dissennata, priva di scopi ed obiettivi e nell’incapacità più totale di impegnarmi sentimentalmente con una persona, senza poi contare la mia totale incapacità nei confronti dei bambini. Suppongo che una donna, vedendo un bambino, dovrebbe provare sensazioni di tenerezza, affetto, protettività, accudimento…sensazioni che io ho sempre proiettato sui miei fidanzati del momento che si sono susseguiti nel corso del tempo, senza mai però tuttavia amarli realmente. Ultimamente avevo trovato scopi e obiettivi ma erano tutti riconducibili a me. Il mio sogno era concentrarmi interamente sul lavoro e mettere da parte quanti soldi più possibili, per poi…per poi…non era ancora chiaro, ma quello era l’obiettivo iniziale.
Fino a quando una sera di fine febbraio, a causa di uno scatto di rabbia incontenibile e furibonda, ho scagliato potenti pugni contro la corteccia di un albero che si trovava nei pressi, provocandomi una frattura scomposta con sospetta lussazione del quinto metacarpo della mano destra, giusto la sera prima della mattina in cui sarei dovuta rientrare al lavoro dopo le ferie, e così il discorso lavoro si è sospeso automaticamente. Fremevo all’idea di tornare in quel luogo, l’unico luogo nel quale non mi sentivo un’estranea, un’inetta, ed è arrivata la notizia della gravidanza. A seguito di un breve istante di gioia, sfumato rapidamente, ho provato sensazioni di odio per me stessa, e poi per il bambino e per l’uomo che amavo che dopo un iniziale momento di crisi a seguito della notizia appresa, ha manifestato commozione, gioia, responsabilità e concreto desiderio di costruire la nostra famiglia. Ho odiato, forse inviato, quella sua gioia all’idea di diventare padre, quel suo entusiasmo nella scelta dei possibili nomi maschili e femminili, le sue fantasie e le sue proposte riguardo come avremmo educato nostro figlio. Non ha parlato di altro per giorni con la commozione negli occhi, e quando mi vedeva triste o silenziosa cercava di rassicurarmi e contagiarmi con quella sua euforia che lentamente mi ammorbava perché io stavo imparando appena, alla soglia dei trent’anni, a badare a me stessa…come potrei mai crescere degnamente dal punto di vista economico, materiale e soprattutto affettivo ed educativo una creatura che è totalmente dipendente da me e che con un nulla potrei ferire e segnare negativamente?
Ripenso a ciò che è stata la mia esistenza ed impazzisco all’idea di poter commettere nei confronti di quella creatura gli errori che i miei genitori hanno commesso con me e mi terrorizza il solo pensiero che quella creatura venga generata da una persona problematica come me, e che potrebbe pertanto assorbire le mie ansie, la mia inadeguatezza, il mio incurabile malessere.

Mentre scrivo sto ascoltando “High hopes” dei Pink Floyd...
Chissà se la riesce a sentire anche lui/lei.

ed31ef1b-0fda-4456-808f-8aa66df5f6b7
Le parole che seguiranno saranno scritte di getto senza che io presti attenzione alla forma o all'ordine logico dei contenuti, quello che seguirà sarà nient’altro che uno sfogo generato da sensazioni di rabbia travolgente e incertezza alienante. Ho bisogno di sfogarmi e nonostante abbia diverse...
Post
17/04/2017 20:25:59
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
  • commenti
    comment
    Comment
    2

Iridi ghiacciate (Volti).

27 marzo 2017 ore 23:01 segnala
I volti puliti, proporzionati, simmetrici e armoniosi, espressivi di una esteticità tipicamente canonica e di bellezza comunemente considerata tale, non suscitavano in lei interesse alcuno, né stimolavano la sua curiosità o smuovevano il benché minimo accenno di desiderio.
Lei vedeva l'armonia nei volti stanchi, solcati dai segni del tempo, asimmetrici, con tratti peculiari inconsueti, dissonanti e perfino bizzarri ed eccessivi, espressione di disarmonica imperfezione che l’attraeva irresistibilmente e che contemplava lungamente come fossero vere e proprie manifestazioni d'arte.
Durante il proprio cammino si imbatté in tanti begli occhi, innumerevoli sguardi sereni, sicuri o persino ostentatori d' alterigia ma in pochissimi sguardi umili, limpidi, carichi di emozione, e allora si impegnava in una costante ricerca di quegli sguardi veri, quelli che si negavano sfuggenti chiedendo tacitamente di essere inseguiti e se necessario rincorsi fino allo stremo delle forze, sguardi timidi fugaci, insicuri, malinconici, tormentati, disperati, folli ed imploranti, quegli sguardi che non ti limiti ad osservare perché se li incroci ti ci addentri, ti attraversano e scavano instancabilmente penetrando negli anfratti più reconditi del profondo umano perché alcuni sguardi parlano, alcuni persino gridano, travolgono.

Non le piacevano nemmeno gli uomini arditi né quelli per bene plasmati dalla società; non le piacevano le divise né chi le indossava, non le piaceva assistere alle parate con i soldati che marciano in file perfettamente ordinate e composte come automi assuefatti al suono ritmico di una percussione che ne stabilisce la cadenza del passo, e non le piacevano i manichini che sfilavano sulle passerelle; le causavano repulsione gli aggregati sociali, idiosincrasia le grette manifestazioni di mondanità e più genericamente l'ostentazione dell'avere in ogni sua forma di manifestazione; non reggeva le regole, non seguiva le formalità, non sottostava ai ruoli, non si inquadrava negli schemi, non assecondava le convenzioni; per lei non esistevano dei ai quali rivolgesse le proprie preghiere. Condannava le vittime del capitalismo eppure lo era anche lei, come tutti, la cui esistenza è scandita da rigore solenne e inviolabili regole che divengono indiscutibile fede, incontrovertibilmente votati alla cieca obbedienza, impomatati, con i capelli sempre regolati dal barbiere ed ordinati con il gel o la brillantina, la divisa mai sgualcita e la cravatta che stringe loro il collo, il quale odora di dopo barba dal profumo che punge l'olfatto di note sintetiche e nauseabonde, artefatte tanto quanto la loro esistenza.
Era priva di regole, priva di patria, non aveva radici o responsabilità, era libera ma di tutta quella libertà non sapeva cosa farsene. Le piaceva relegarsi ai margini di quella società oppressa e corrotta, gli angoli più angusti e i vicoli più malfamati della città non sarebbero mai stati disgustosi come i ritrovi brulicanti di innumerevoli esistenze intorpidite.


La sua memoria di sovente rievocava ricordi dolorosi che nutrivano un insaziabile impulso autolesionistico, ripensava ai tragici epiloghi delle sue intensissime storie sentimentali tanto malate, morbose, sbagliate e squilibrate quanto incredibili ed avvincenti con uomini fuorilegge e godeva, quasi, nel farsi travolgere e sommergere inerme da quei ricordi incalzanti di nostalgia frammista ad un fitto inestricabile groviglio di rimpianti e rimorsi; indomita riviveva gli albori di quelle relazioni scorrette e pericolose raggiungendo un parossismo emozionale che, se dapprima l’estasiava, poi l’annientava, in altre parole la emozionava ravvivando un lieve fremito di attaccamento alla vita che divampava rapidamente e si estingueva. Le piacevano gli uomini con una vita che fa schifo, quelli con le esistenze frantumate, sporche, grezze. S’innamorava del dolore profondo e acuto di quegli uomini.


Fino a quando una sera di inverno non particolarmente rigida, ad un tavolo di una piccola locanda dall'ambiente rustico e dall'atmosfera familiare ed accogliente, situata a ridosso di una delle vie principali del centro cittadino, si innamorò di lui: non era un disadattato e nemmeno un disperato, la sua aura emanava quanto più di positivo e benevolo potesse esserci.
Il volto pulito, e nel complesso efebico; il candore della pelle levigata del viso sembrava quasi in contrasto con i profili forti e marcati del volto, la fronte alta ed il mento definito e squadrato e la mandibola prominente, apparivano a tratti quasi rudi, e gli conferivano un invitante accenno di virilità che creava un interessante contrasto con la delicatezza del resto; gli occhi azzurri o verdi a seconda di come il fascio di luce li attraversava, erano freddi ma buoni e sereni e trasmettevano sensazioni di tranquillità e convivialità, ma a tratti capitava che per qualche istante si offuscassero con un velo di enigmaticità, rendendosi fidati custodi di tutte le parole che egli non diceva; era come se improvvisamente si rendessero impenetrabili e divenivano così un irresistibile richiamo per gli occhi di lei, scuri ed eloquenti, carichi di una profondità malinconica ed inquieta ma vivacemente indagatori e curiosi, desiderosi di immergersi nel suo profondo e poter cogliere la sua intimità costituita da sogni, paure, desideri e perversioni. Gli occhi di lei scrutavano i suoi in una continua, vana esplorazione. Assorta in quelle misteriose iridi ghiacciate, poi si risvegliava da quella tacita contemplazione, soffocava l'impetuosa estasi mantenendo un devoto silenzio ed una innaturale immobilità e riappropriandosi della dovuta compostezza abbassava lo sguardo intimidita dalla sua candida bellezza e si limitava ad ascoltarne le parole abbandonando, perlomeno temporaneamente, l'imperioso desiderio di viaggiare nei recessi del suo io. Come fosse reduce da un viaggio, il suo corpo rimaneva a lungo pervaso da una sensazione di smarrimento, intorpidimento e gelo.
Perdersi negli occhi di lui era come addentrarsi difficoltosamente in una regione artica ostile, inospitale, la vista si perdeva a dismisura su distese ghiacciate costrette tra catene montuose ciclopiche innevate, e l’unica cosa che ricordava di essere vivi era quella costante sensazione di gelo che bruciava la pelle. I suoi occhi freddi erano talmente belli ed enigmatici al punto che ella avrebbe potuto guardarli per ore, ma altrettanto bello non era il suo sguardo perché esso non lasciava trapelare alcunché e la cosa la destabilizzava, poi la paralizzava facendola precipitare in un baratro di terrore ed inquietudine, ma quell’ignoto riaccendeva in lei un ancestrale spinta alla conquista e all’esplorazione.
Erano sentieri irti sconosciuti non tracciati sulle mappe, mai percorsi; acque torbide e perigliose mai navigate i cui fondali e abissi sono insondati; terre vergini inesplorate, fertili ed incontaminate; quegli occhi erano antichi incorruttibili custodi di bellezze inimmaginabili, gelosi protettori di segreti indicibili e intime pulsioni inconfessabili mai violate prima d'ora e lei fremeva febbrilmente all’idea di poter oltrepassare quei limiti inviolati e violarli.

I suoi occhi freddi si scontravano con quelli di lei che fiammeggiavano, vivi di atavico terrore e poi sfavillanti di desiderio. Lui e lei erano due universi distanti, dicotomici, a tratti addirittura agli antipodi: lui era rigore, regole ed ordine, lei era sregolatezza, confusione e anarchia; lui sogno e lei incubo; lui utopia e lei distopia; due mondi contrastanti che si erano incontrati per caso, si scontravano, si fondevano e poi violentemente si respingevano per poi attrarsi ancora, in un ciclo continuo inarrestabile e lei era completamente succube di quell'alternarsi di attrazione e repulsione che era genesi di un equilibrio squilibrato.
Un ciuffo fulgido di capelli biondo chiaro che virava verso l'alto e poi ricadeva delicato sulla tempia sinistra del volto, e nell'aria una leggerissima fragranza, appena percettibile all'olfatto; era un dolce aroma di cocco, che gli profumava la pelle ed impregnava i suoi abiti, per nulla ricercati ed abbinati senza scrupolosità alcuna, e questo a lei piaceva; quell'effluvio l'inebriava risvegliando un desiderio di tenera fisicità, sopito da epoche lontane, immemori. Immaginava le sue labbra schiudersi appena e poggiarsi delicatamente sul corpo di lui ed era sufficiente questo pensiero per eccitarla. In lui coesisteva un perfetto equilibrio estetico, coronato da un connubio tra elementi delicati ed elementi virili ed una commistione di cromie che rapiva insolitamente ed inspiegabilmente l'interesse di lei. Bramava ardentemente quella misteriosa creatura eterea.
Lui era il fascio di luce che filtrava attraversando la tenebra di lei, e la rischiarava creando una zona mediana di penombra che congiungeva l'impero in cui il buio abissale era indiscusso sovrano e il regno della luce, terra a lei inaccessibile. La teneva sospesa in quel confine di penombra

Lei aveva corso all'impazzata per una vita intera alla ricerca di nemmeno lei sapeva cosa, forse ricercava esperienze fuori dall'ordinario e uomini, inarrivabili, pazzi furiosi ed indomabili che non potevano amarla. Ella riusciva a domare quegli spiriti selvaggi e ad ottenere il loro amore ma non appena essi diventavano bestie mansuete, quella ricerca sfrenata perdeva ogni ragione d'essere e si tramutava in fuga. Fuggiva indubbiamente da se stessa ma anche da coloro i quali aveva ricercato con dovizia, per i quali si era immolata, annullata, e che adesso ripudiava, detestava. Con lui non avvertì più il bisogno di correre né di fuggire, sentì il bisogno di fermarsi, desiderava incontenibilmente che lui divenisse sua dimora, che lui fosse il traguardo, il punto di arrivo di quella corsa affannata e dissennata.

d4c99289-4aa6-4fce-9db8-77c368805372
I volti puliti, proporzionati, simmetrici e armoniosi, espressivi di una esteticità tipicamente canonica e di bellezza comunemente considerata tale, non suscitavano in lei interesse alcuno, né stimolavano la sua curiosità o smuovevano il benché minimo accenno di desiderio. Lei vedeva l'armonia nei...
Post
27/03/2017 23:01:02
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    3
  • commenti
    comment
    Comment

La paura.

28 febbraio 2017 ore 22:25 segnala
La paura era la costante che scandiva il tempo della sua esistenza: aveva sperimentato la paura furibonda che sfociava nella rabbia generando distruttività e quella furia non risparmiava oggetto o persona che gli capitasse a tiro, non esonerava nemmeno la sua persona: afferrava cornici contenenti vecchie fotografie oppure i quadri appesi alle pareti e li scaraventava sul pavimento facendoli in frantumi, gridando, e poi calpestava i piccoli e taglienti pezzi di vetro che gli si conficcano nella carne delle piante dei piedi nude; scansava violentemente chiunque cercasse di contenere il suo bisogno incontenibile di distruzione e lo faceva in modo feroce, animalesco, imperdonabile; oppure ancora serrava le mani tenendole rigide e sferzava pugni così potenti ai muri, alle porte o alle cortecce degli alberi fino a fratturarsi le ossa delle mani, con la pelle delle mani scarnata, sanguinante ed infetta e continuava a sferzare pugni insistendo fino a rendere le mani gonfie e deformi, senza che avvertisse il benché minimo dolore fisico perché il vero dolore era dell'animo.

Aveva sperimentato la paura innocente che la portava a raggomitolarsi in posizione fetale su se stesso sul proprio letto, cercando riparo sotto le coperte con il viso schiacciato nel cuscino, con le tapparelle abbassate in modo che fosse escluso da quel mondo dai ritmi troppo frenetici.

Aveva sperimentato la paura umiliante, quella che la portava a singhiozzare per ore intere e poi esplodere in pianti fragorosi ma per nulla liberatori, e ciò che rimaneva era solamente una martellante emicrania che gli infiammava le tempie e la fronte; alcune volte implorava, e nei momenti dell'apice della disperazione arrivava persino ad invocare e pregare dèi nei quali nemmeno riponeva fede.

Aveva sperimentato poi la paura accompagnata dalla rassegnazione. Ingurgitava pillole che alterassero fino quasi a sopprimere interamente la propria coscienza per godere istanti di tregua da quella paura impietosa che non concedeva pause. Aveva disperato bisogno di riposo e quegli intrugli farmacologici le concedevano qualche ora in cui la paura allentava la presa, ma poi tornava più spietata che mai.

E poi lande mai raggiunte prima d'ora, terre inesplorate regno della paura. La paura più empia che con rabbiosa ed insaziabile fame ingloba tutte le molteplici forme di paura, che si alimentano vicendevolmente diventando qualcosa di terribile e fuori dall’immaginario: potenti, spietate, che sommate tra di esse generano una paura sconcertante, una paura paralizzante ed istintiva, come quella degli animali preda che, avvertendo l'incombenza del predatore, si immobilizzano, atavica, invincibile. La paura così intensa al punto che, per effetto opposto e contrario non genera nessun'altra emozione di reazione, se non il nulla più totale, l'azzeramento totale di ogni pulsione vitale, rendendo l'individuo avulso dalla propria umanità.

«La più antica e potente emozione umana è la paura», scrisse nel 1927 Howard Phillips Lovecraft, abile indagatore dell’animo umano.

La paura genera sentimenti di diffidenza e rabbia nei confronti dell'altro e conduce ad un progressivo e logorante autoisolamento dell'individuo, che alimenta egoismo, priva di empatia e lo rende avulso dalla propria umanità. La paura contamina le idee, i pensieri, i sentimenti, le azioni. Lui non era presente quando lei, scansandolo nervosamente, gli rivolgeva parole cariche di rabbia che racchiudevano in realtà una malcelata richiesta di starle vicino; se lei non fosse stata vittima di quella incontenibile paura lo avrebbe avvicinato a sé tirandolo delicatamente da un lembo della giacca, e gli avrebbe detto di non andare via; lei non era presente quando lui cercava di avvicinarla, rivolgendole tenere attenzioni e gesti affettuosi ricercando lecite conferme e sicurezze che lei non era in grado di dargli, assorta in uno stato di nulla, alienata, svuotata ed immersa nella solitudine, accompagnata solo dalla paura. Ognuno di loro, assorto nelle proprie paure, stava ignorando i più reali e profondi bisogni dell'altro. La paura è più forte del sentimento d'amore.
Che l'amore superi ogni altra cosa è credenza tanto comune quanto infondata, diffusa tra le menti ottenebrate della massa stolida, morbosamente attratta dal banale, e che rincorre un'idea dell'amore, non l'amore, per giunta idealizzata, fuorviante, romantica (qui nella sua piena accezione spregiativa). L'essere umano ha ben altre ancestrali emozioni contro le quali combattere, prima di potersi concedere l'amore. La paura è innata, istintiva, atavica; l’amore riveste un ruolo pedagogico: la capacità di amare va dapprima accolta, e successivamente appresa, esercitata, e continuamente affinata. Lo scopo delle relazioni umane e di conseguenza dell’amore che ne sta alla base e che le muove, è quindi quello di rendere migliore l’individuo e le persone con le quali esso si relaziona.

Questa solitudine è egregiamente espressa dalla pittura tormentata di Egon Schiele, che ritraeva con ossessione nudità umane impegnate in amplessi di vuoto: i corpi sono deformi, straziati, incompleti, emaciati; i protagonisti hanno uno stretto contatto fisico ma i loro sguardi sono rivolti altrove, sono allucinati, i loro animi sono distanti.


02243a67-aea2-486a-b2a8-993f792c2161
La paura era la costante che scandiva il tempo della sua esistenza: aveva sperimentato la paura furibonda che sfociava nella rabbia generando distruttività e quella furia non risparmiava oggetto o persona che gli capitasse a tiro, non esonerava nemmeno la sua persona: afferrava cornici contenenti...
Post
28/02/2017 22:25:12
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment
    1

Le vestigia dell'umanità

20 febbraio 2017 ore 00:35 segnala
L’abbattimento, l’apatia, la disillusione generavano in lei un forte bisogno di emozioni estreme, che ricercava puntualmente nei luoghi isolati, dimenticati, negli atri delle stazioni o nelle banchine ferroviarie, nei vicoli ciechi delle città, quelli ricolmi di immondizia, con i muri imbrattati e nei quali aleggia l’odore acre di urina che disgusta l’olfatto e fa lacrimare gli occhi; ricercava gli avventori di quei luoghi, che erano personaggi eccentrici e scapestrati, disperati e soli, come lei. Ricercare il rischio permetteva che il rilascio di endorfine si immettesse in circolo, ricercare situazioni che le creassero paura le provocava una brusca accelerazione del battito cardiaco e un leggero intorpidimento agli arti superiori, accelerava la cadenza del suo passo tenendo lo sguardo bene fisso sulla pavimentazione che scorreva rapida dinnanzi a lei. Quel giorno si recò ai parchi cittadini, sua madre le ripeteva spesso di evitarli e percorrere le strade affollate del centro. Ripensando alle affettuose raccomandazioni materne, trasgredire quell’imposizione le faceva provare un forte senso di ribellione e libertà frammisto ad un lacerante senso di colpa. Si avviò alla scalinata d’ingresso e sulla sua sinistra notò un uomo poggiato alla ringhiera in ferro battuto, con un cappello da baseball che gli copriva il volto e la testa china; il cuore le pulsava nella gola, accelerò il passo. Dopo poco si voltò sui suoi passi e scorse l’uomo immobile, dov’era prima. Proseguì. Alzò fugacemente lo sguardo ed in direzione davanti e lei intravide un gruppo di giovani uomini, si diresse in quella direzione tenendo lo sguardo fisso alla terra. Giunta in prossimità del branco, lanciò un’occhiata furtiva verso di loro e proseguì seguendo la strada. Erano visibilmente alterati dall’assunzione di indefinite sostanze, e quando la notarono iniziarono a ridere, a farle gesto di avvicinarsi e scioccare baci all’aria, quell’aria con il retrogusto di alcolici, quell’aria pesante, carica di pensieri perversi indicibili; trasalì, un brivido di disgusto le attraversò la schiena; la paura la stava quasi paralizzando interamente ma li fissò; poi proseguì e sorrise, perché sentì improvvisamente crescere in lei il suo senso di attaccamento alla vita, spesso smarrito nei meandri della sua psiche intorpidita dall’apatia e dall’abulia. Quei parchi erano popolati di solitudine e decadenza, eccezion fatta per qualche irriducibile, abitudinario anziano che portava a spasso il suo cane tenuto a guinzaglio che zampettava pigramente e qualche ignaro avventore capitato lì per caso.
Il suo sguardo scorse due ragazzi stesi uno sull’altra, che facevano del sesso nel parco, in pieno giorno, senza preoccuparsi troppo di possibili sguardi indiscreti. Il bacino di lui si muoveva ritmicamente, in modo quasi ipnotico, in modo lento e a velocità costante, gli occhi della compagna diretti al nulla, non comunicavano niente. Lei accelerò il passo in modo che i due amanti potessero agire indisturbati, quella visione non le provocò nessuna emozione.
Il prato erboso ospitava delle reduci foglie tinte di colori autunnali, e in quel giorno di metà febbraio l’inverno sembrava aver ceduto prematuramente il posto alla primavera facendo germogliare delle piccole margherite dai petali bianco latte e dei graziosi fiori color lilla. I raggi del sole sembravano quasi non giungere là, nei parchi cittadini rialzati, così vicini al centro cittadino ma al contempo così distanti. In quei parchi sembrava di immergersi in una dimensione atemporale ai confini delle esistenze convenzionali, perché in quei parchi vi si aggiravano i reietti, i dissidenti, i cinici, i disperati, gli animi soli, esausti e privi di uno scopo e tutti consumavano il proprio dolore appartandosi ai margini della società con la quale non avevano nulla a che vedere. Qualcuno di loro stava in compagnia di un libro, qualcun altro, i più, di una lattina di birra acquistata a basso costo, chi di una dose o in trepidante attesa del corriere...sguardi persi, vuoti, dilaniati, veri.

Abbandonò il parco, dietro di sé scendendo dalle gradinate di marmo, e si addentrò giù, nella città. Le piaceva attraversare quei parchi per poi immergersi nel caotico chiacchiericcio della folla del centro città del sabato pomeriggio, quel contrasto antitetico tra l'immorale e il morale le faceva apprezzare ancor più la sua imperterrita ricerca della solitudine finalizzata all’introspezione nella speranza, un giorno, di poter dare vita a quell’universo di creatività che accoglieva dentro di sé. Si addentrò per quelle brulicanti strade popolate da sbiadite sopravvivenze: gente per bene, gente che aveva un lavoro stabile, vestita a modo, con eleganza e ricercatezza, per quella soleggiata giornata di sabato dal clima mite e primaverile, gente che aveva sempre i lacci delle scarpe perfettamente annodati, la punta delle scarpe lucida e le suole sempre pulite, scarpe sempre nuove. La tela color grigio ardesia delle scarpe di lei, invece, era consunta e lacerata, le scanalature delle suole di gomma erano sporche di terriccio e aveva un laccio di colore differente dall’altro: era una cosa priva di senso e ciò la entusiasmava come fosse una bambina. A lei non importava nulla delle vetrine dei negozi e dei grandi cartelli colorati che richiamavano il periodo di saldi, la sua mente era solamente per gli uomini dimenticati che aveva incrociato poc’anzi. Ne incontrava sempre di differenti e con ciascuno di loro sentiva di avere delle cose in comune. I raggi obliqui del sole indoravano le sagome degli edifici cittadini con i loro muri con la vernice scrostata scolorita e i mattoni ingrigiti dall'inquinamento urbano, ed irradiavano quelle vie ricolme di una sopravvivenza lenta, abitudinaria, sfuocata, sbiadita, asfissiante, ridondante, nauseabonda. Alcuni di loro uscivano speranzosi e ridenti dai negozi di tabacchi dopo aver giocato alla schedina, ma non erano meno alienati, assuefatti, drogati di noi, creature che popolavamo i parchi; la differenza è che noi, popolo dei parchi, non eravamo ignari.

Alcuni si scattavano foto tra di loro, immortalando smorfie forzate, a tratti inquietanti, che del sorriso non avevano la minima traccia; e rossetti troppo rossi, tacchi troppo alti, cravatte troppo strette. Lei invece aveva immortalato nella sua memoria indelebile le esistenze degli esseri umani dei parchi.

La sua unica compagnia, quel giorno, era un libro che impugnò durante tutto il suo percorso tenendolo saldamente nella mano destra, come fosse una reliquia di inestimabile valore, e per lei effettivamente lo era e quel costante e nauseante senso di oppressione, che la premeva senza tregua, appena sotto la cinta dei seni, centrale, facendola sentire come se una pugno chiuso continuasse ad esercitare una forte pressione sul suo sterno. A volte credeva di non poter trattenere i conati di vomito. Inspirò profondamente ricordando a se stessa che quel pugno era il suo e solamente lei poteva decidere quando allentare la presa e poter finalmente respirare a pieni polmoni.


Ed in quei visi truccati in modo appariscente, i capelli perfettamente regolati ed ordinati, quei vestiti sapientemente abbinati e quei portamenti artefatti, quasi robotici, dietro quegli sguardi austeri, autoritari, inquadrati, giudicanti, spesso vuoti, dietro quella morbosa, maniacale e perversa ricerca della perfezione, lei ricercava affannosamente le vestigia dell’umana imperfezione.


3b3c1db5-4a5b-436b-a5a5-1ff780ea33f3
L’abbattimento, l’apatia, la disillusione generavano in lei un forte bisogno di emozioni estreme, che ricercava puntualmente nei luoghi isolati, dimenticati, negli atri delle stazioni o nelle banchine ferroviarie, nei vicoli ciechi delle città, quelli ricolmi di immondizia, con i muri imbrattati e...
Post
20/02/2017 00:35:50
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    4
  • commenti
    comment
    Comment

Serotonina (la felicità).

25 dicembre 2016 ore 17:48 segnala
In queste giornate pensare a Lui mi è inevitabile perché questi giorni erano i nostri giorni e lo saranno per tempo immemore. Penso a Lui senza paura, senza rancore, senza nostalgia, lo penso semplicemente perché è parte di me. Il nostro amore dapprima idealizzato e successivamente malato, nacque a cavallo tra le ultime giornate autunnali e le prime gelide giornate invernali di tre anni fa ma divenne ufficiale solamente l’anno successivo, durante il medesimo periodo: le città erano addobbate con lucine colorate ed intermittenti, corone di agrifoglio, nastri rossi e color dell'oro, e pini decorati e l'aria trasportava odore di zucchero a velo e frutta secca glassata: il periodo delle festività natalizie sopraggiunse velocemente, ed altrettanto rapidamente terminò: arrivò il Natale, e poi in un attimo fu l’ultimo giorno dell’anno: lo trascorremmo insieme...a distanza di 1500 km, in due paesi diversi. Mentre là fuori l’umanità fremeva ed era in fermento per l’avvento del nuovo anno ormai alle porte, tra ritrovi, festeggiamenti, brindisi, cenoni, fuochi d’artificio ed eventi in piazza, era come se io e lui fossimo accoccolati in un accogliente nido immersi in un’onirica dimensione atemporale, totalmente estraniati da tutto quello che stava avvenendo all'esterno. Ed era come essere seduti fianco a fianco su uno stesso divano stando abbracciati, o ad uno stesso tavolo, la presenza dell’altro era tangibile, vera, se ne percepiva il calore sulla pelle, riscaldava dentro. I miei capodanni trascorsi a rimuginare e rivivere i fallimenti di una vita intera, con il trucco sbavato, gridando a squarciagola cercando di sfogare la rabbia e la disperazione accumulati durante l'anno appena concluso, o i suoi, in compagnia solamente della bottiglia, sembravano solamente un terribile incubo lontano. Adesso vi era solamente il calore dell’altra persona a riempire il vuoto.
Non avrei motivo di cercare di non pensarlo o di cercare di soffocare quel ricordo, che invece è vivo più che mai, perché non lo temo né gli serbo rancore ma lo considero come un bellissimo ricordo che non voglio cancellare e che ha depositato frammenti della propria esistenza nella mia, sebbene alcuni siano stati come delle lamiere appuntite, taglienti ed infette che penetrano la carne, la lacerano e la contaminano.
Non posso e non voglio dimenticare quando mi narrava dei suoi viaggi in giro per il mondo ed io lo ascoltavo, emozionata e con gli occhi sgranati ed increduli come fossi una bimba alla quale vengono narrate fiabe fantastiche, perché era come se quei viaggi li avessi fatti anche io; e non sapevo che così facendo stava piantando in me un seme fecondo di curiosità e desiderio di conoscenza che in seguito io avrei coltivato e curato. Non posso e non voglio dimenticare che mi ha trasmesso senso di stupore e meraviglia disincantati e mi ha insegnato ad essere maggiormente critica nei confronti del mondo esterno aiutandomi a sviluppare in modo più efficace il mio innato senso critico ed il mio scetticismo nei confronti di tutto ciò che reputo distolga la mente umana da una reale e concreta comprensione del mondo circostante, dell’essere umano e dei fenomeni naturali. Non ho mai avuto bisogno di affidarmi agli dèi, non l'ho fatto nemmeno in punto di morte, ma è grazie a Lui se ho compreso perché non ne avessi bisogno. Ed è sempre grazie a Lui se ho compreso cosa significasse contemplare la reale bellezza delle cose e delle manifestazione dei fenomeni naturali: gli arcobaleni e le aurore boreali sono effetti ottici generati rispettivamente dalla rifrazione della luce solare che attraversa le gocce d’acqua sospese nell'aria, e dall’interazione di particelle dei venti solari che giungono fino alla ionosfera terrestre; la conoscenza scientifica di questi fenomeni non li rende meno belli o affascinanti, ma li valorizza permettendo a noi esseri umani di comprenderli approfonditamente in tutta la loro grandiosità e superba magnificenza.
La sua sofferenza, che inizialmente mi stava contaminando e poi praticamente uccidendo, è diventata adesso la mia più grande forza e si è tramutata in amore puro e disinteressato che investo su me stessa e sulle persone che mi circondano, e mi ha fatta crescere imparando a non temere la diversità, a non sminuirla, a non schernirla ma ad empatizzarla senza tuttavia farmi scalfire o sovrastare. In ogni persona ubriaca nella quale mi imbatterò rivedrò sempre lui e il suo male, e se quella persona barcollerà e cadrà io mi avvicinerò senza indugi e le porgerò la mia mano aiutandola a rialzarsi. Il caso ha voluto che nel luogo dove lavoro passino molte persone afflitte da questo problema. I primi giorni ero molto in difficoltà nel rapportarmi a loro, a stento trattenevo le lacrime e la rabbia derivante dai commenti sprezzanti dei colleghi. Mediamente sono persone, perlopiù uomini, di quaranta o cinquant’anni o forse anche meno ma che l’alcol ha invecchiato precocemente; hanno i capelli sudici e scombinati, gli abiti dismessi e quando passano la gente li osserva con disprezzo o volge lo sguardo altrove perché assistere alla manifestazione della sofferenza umana fa paura e la si rifugge vigliaccamente tramutandola in sdegno e parole sprezzanti; la loro pelle è pregna e trasuda odore di alcol che tormenta le narici e l'esistenza, hanno il volto paonazzo, gli occhi spauriti color rosso sangue, lucidi, così pieni di un vuoto lacerante. Camminano a stento, barcollando, ed impugnano la loro lattina di birra, pagano con le monete contate giuste, e se ne vanno a consumare il loro dolore ai bordi delle strade seduti sui marciapiedi, perdendo gli ultimi brandelli di umanità e consapevolezza dentro quella dannata lattina acquistata a basso costo e che io non posso impedirgli di comprare. E io soffro per loro e con loro ma adesso queste persone sono diventate i miei clienti preferiti perché nel loro silenzio e nella loro trascuratezza sono molto più umane di tante altre. Io sono gentile con loro, più che con gli altri, come se dovessi compensare gli sgarbi che puntualmente subiscono dalle altre persone, i miei saluti senza risposta rivolti a loro si sono sprecati nel corso di questi mesi, ma non ho mai desistito, non lo faccio nemmeno ora; mentre loro non sanno neppure che io esista, io sento invece di voler loro del bene, ma da qualche tempo qualcosa è cambiato: adesso non hanno più la testa china, talvolta la alzano e mi guardano negli occhi e sono loro a salutarmi, a volte se sono distratta o impegnata a fare altro, rallentano il passo ed aspettano che io li noti così che i nostri sguardi si incrocino e che possano salutarmi, e addirittura, alcuni di loro accennano un sorriso buono e vero, e magari dialogano e scherzano con me, mi dicono che sono simpatica e gentile, ed il tutto avviene con profondo rispetto e pacatezza ed è in quegli attimi che io comprendo cosa sia la felicità e mi dispiace per chi quella felicità così vera, genuina e profondamente umana non potrà mai provarla.

Paradossalmente Lui mi ha insegnato le basi dell’amore, dapprima permettendomi di aprire la mia mente facendomi capire che al di là del muro che mi ero costruita attorno vi erano terre inesplorate e popoli sconosciuti, diversi tra loro e tutti incredibilmente affascinanti, e poi aiutandomi a superare i miei limiti, la mia xenofobia, la mia paura della diversità, l’incapacità di assistere e gestire la sofferenza e cosa più grande, imparando ad amare gli altri esseri umani. Sembra davvero paradossale il fatto che chi abbia piantato in te, probabilmente inconsapevolmente, il seme dell’amore, poi ti abbia quasi uccisa costringendoti ad andartene e che tutt'ora non sia la persona direttamente interessata alla quale rivolgere il tuo amore, ma è proprio da questa tragedia che ho imparato ad amare in modo non patologico: quando progressivamente ho iniziato ad affrontare la paura del mondo e delle persone, affrontando giorno per giorno dei piccoli ostacoli invece di rifuggirli come facevo prima. E’ iniziando ad interiorizzare che l’amore è fare e ricevere del bene in modo disinteressato che ho smesso di associare l’idea di amore a qualcosa di malato, patologico e morboso ed è proprio in quel momento che ho iniziato ad accogliere all’interno della mia vita la tanto agognata normalità, che porta con sé un’esistenza equilibrata, serena e di felicità. E’ anche grazie a lui quindi se ho trovato e mantenuto un lavoro e se mi reco in quel luogo con il sorriso e fierezza, ogni singolo giorno. Ed è anche merito suo se adesso ho al mio fianco un ragazzo stupendo che è tutto ciò che potessi desiderare, ma adesso non è tempo né luogo per parlare di lui.

Probabilmente se Lui potesse conoscermi nuovamente da zero, adesso, non si innamorerebbe più di me. La mia vita di adesso, ai suoi occhi, apparirebbe come una vita troppo normale, troppo convenzionale, ma questo è quello di cui avevo realmente bisogno, è questo quello che volevo, con la differenza che prima non sapevo come realizzarlo. Non dimenticherò mai gli attimi di felicità mangiando panini su panchine di granito traballanti ai bordi di una strada trafficata ad ora di sera, divenuti rancidi stando negli zaini perché non vi era il tempo di pensare a mangiare, c’era solamente tempo e desiderio di stare insieme e girovagando come dei barboni senza meta e senza tempo, senza orari, senza obblighi, senza doveri, senza pensieri e senza responsabilità. Questa era la mia felicità di allora, mentre la mia felicità di adesso non ha più nulla a che vedere con quel passato.
Per questo e per tanti altri innumerevoli motivi io mi sento di dirgli grazie.

«Sai Giulia», mi disse una volta, «Venere è un pianeta che arde, è il pianeta più caldo del nostro sistema solare, pregno di acido solforico, in apparenza così romantico e sensuale ma che racchiude una forza immane, un pianeta vivo, anche distruttivo; un pianeta altamente riflettente che impedisce di vederne la superficie solida, impossibile da vedere ai più...il nostro amore è proprio così».

“Tu sai che sto scrivendo di te. (21 ottobre 2014)"


e7de495e-d8f5-4a5a-8425-f311c83862c1
In queste giornate pensare a Lui mi è inevitabile perché questi giorni erano i nostri giorni e lo saranno per tempo immemore. Penso a Lui senza paura, senza rancore, senza nostalgia, lo penso semplicemente perché è parte di me. Il nostro amore dapprima idealizzato e successivamente malato, nacque a...
Post
25/12/2016 17:48:56
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    3
  • commenti
    comment
    Comment
    1

Friday I'm in love

18 settembre 2016 ore 16:14 segnala
Questa volta, e solamente per questa volta, eccezionalmente il mio scritto avrà un titolo in lingua inglese, che richiama e al contempo omaggia l’omonima canzone dei The Cure, per descrivere quelli che sono stati i miei venerdì passati.
Ogni venerdì sera, i miei colleghi di lavoro sono soliti trovarsi in un locale e, sebbene io non spicchi certo per grandi doti e capacità di socializzazione, le ultime volte sono stata invitata anche io. Lavoro in azienda con loro da quattro mesi e nonostante la mia spiccata introversione, vengo apprezzata per l’impegno costante che dedico al lavoro e per l’umiltà con la quale mi pongo nei confronti di tutti; per chi non avesse letto i miei scritti precedenti, sono una persona che ha avuto un passato molto tormentato che mi ha portata a sfociare in disturbi psicologici che praticamente durante tutto il corso della mia esistenza hanno limitato fortemente la mia autorealizzazione, la mia vita affettiva/sessuale e soprattutto quella sociale, rendendomi difficile, se non quasi impossibile, qualsiasi forma di interazione sociale all’interno di gruppi più o meno numerosi di persone. Questo è un dettaglio non trascurabile al fine di dare un senso allo scritto e fare comprendere al lettore quali siano stati i miei cambiamenti più recenti.
Il locale del venerdì è un locale dallo spazio davvero ristretto ed è situato in una via della città che a tratti sembra quasi dimenticata; accedendovi, da un’entrata o dall’altra, all’opposto, sembra che vi sia nient’altro che desolazione; solamente addentrandosi nella via ci si rende conto che essa invece pullula di vita umana che si aggrega all’interno di bar, ristoranti e locali di ogni tipo. Questo locale è a gestione familiare e le attività previste per il venerdì sera sono prevalentemente di ballo e karaoke, attività a me totalmente estranee; io infatti trascorro gran parte della mia serata seduta ad un tavolino, meglio se appartato e difficilmente raggiungibile, a osservare gli altri; talvolta sto appollaiata appena fuori dal locale, sempre rigorosamente in piedi, a chiacchierare con un collega che, come la sottoscritta, non nutre particolare amore nei confronti di quel tipo di musica trasmessa a volume eccessivamente e i balli di gruppo, a osservare i passanti e ad elucubrare circa il mio passato.
E poi…c’è lui, il collega che mi piace. Senza falso contegno diciamo pure che mi ha fatto perdere la testa. I venerdì sera scorrono tranquilli e tutto sommato in modo piacevole, e per me divengono occasione per osservare le modalità di interazioni umane e ovviamente lui, e magari lasciarmi andare ai suoi goffi tentativi di approccio nei miei confronti, che riesce ad attuare solamente dopo aver bevuto diversi spritz.

Quel piccolo locale troppo affollato, claustrofobico, con musica demenziale di sottofondo a volume altissimo, e gli altri che si scatenavano in balli improvvisati e canti a squarciagola al karaoke; io me ne sto seduta a quel piccolo tavolino che in quel momento rappresenta il mio unico scudo, ad osservare la vita che scorre davanti a me, ma stranamente, pur stando appartata, è come se, almeno un po', ne stessi prendendo parte; la collega oca ci prova spudoratamente con il tipo che mi piace, gli si struscia addosso, lo guarda dritto negli occhi e sorride maliziosa tenendo la cannuccia della sua bevanda serrata tra i denti e sfiorandola con la lingua, mentre lui rivolge lo sguardo attonito a me, che nel frattempo ho già rivolto lo sguardo altrove. Affogo il mio sguardo attonito in quello Spritz Aperol che, dopo qualche sorso forzato, si è tramutato in un miscuglio alcolico velenoso i cui ingredienti, amari, disgustosi, rivoltanti, sono incapacità, goffaggine, inadeguatezza, solitudine: in una parola, la mia inettitudine al vivere. Poi alzo nuovamente lo sguardo e la vita, davanti a me, ha ripreso a scorrere e rendo mio parte di quel calore.
Nel frattempo tracanno ancora un altro Spritz Aperol, forzatamente, invasa da un sadico piacere, e poi del Prosecco, controvoglia. Non intendo dare nell’occhio, questa volta non sento il bisogno né proverei piacere ad essere quella “diversa”, ho tremendamente bisogno di sentirmi normale, come tutti. Il mio esofago e il mio stomaco, astemi convinti da sempre, si lamentano: uno brucia, l’altro borbotta. La testa gira, rimango seduta a contemplare il nulla, mentre attorno è solo musica assordante, chiacchiericcio, gente che balla e ride. Lui mi si siede vicino, io impassibile, con lo sguardo affogato nel bicchiere; sbiascica qualcosa di stupido, probabilmente, per coinvolgermi; io non capisco, non mi interessa capire; alzo rapidamente lo sguardo nella sua direzione, faccio una smorfia che dovrebbe essere un sorriso e annuisco, facendo precipitare lo sguardo nuovamente nel bicchiere. Appoggia il suo braccio sullo schienale della mia sedia. Inspiro. Provo desiderio sessuale. Mi sento avvolta dal calore dell’alcol che scorre in corpo e dalla sua vicinanza. Indossa una camicia sfiancata abbottonata fino all’ultimo bottone, che, un po’ troppo aderente, lascia intravedere appena il filo di pancia. Mi piace. E’ evidente che vorrebbe piacere ma trasmette una sensazione perenne di inadeguatezza, che tuttavia l’alcol aiuta a lenire ma non capisce che se io potessi fare l’amore con lui, annienterei totalmente quel suo senso di inadeguatezza. A me piace, tremendamente. I jeans aderenti gli fasciano alla perfezione le gambe slanciate, il suo culo è alto e in risalto, lo osservo, compiaciuta, lo ammiro, fantasticando e partorendo pensieri proibiti; osservo le sue braccia, i polsi, l’ossatura larga, la muscolatura marcata delle braccia e sulla pelle quel profumo di dolce, di uomo che invade il locale. Inspiro, deglutisco. Ho voglia di tenerezza e di sesso sfrenato con lui.

La serata tra venerdì 26 agosto e la notte di sabato 27 agosto è stata memorabile. Dopo la consueta serata al locale mi ha riaccompagnata a casa. In quello che mi è sembrato un attimo di tempo, ci troviamo dal locale subito sotto casa mia. Mi approprio di un insolito coraggio:"Ebbene, mi auguro che anche questa volta non ci saluteremo con una fredda stretta di mano come la volta precedente", gli dico. - "Tre bacini sulla guancia?", propone lui. Annuisco, parzialmente soddisfatta. Mi slaccio la cintura per avvicinarmi a lui, con lo sguardo basso. La mia testa si gira lievemente verso destra, lui mi stampa un timoroso bacino sul lato sinistro del viso. Io avverto senso di stordimento. Stordimento causato dall’alcol, dalla situazione, dai miei desideri, dalle mie pulsioni, dal non sapere come comportarmi, cosa fare. “Adesso dovrebbe esserci il secondo bacio dall'altro lato, giusto?”, mi dice una vocina dentro la testa. Ma entrambi, praticamente contemporaneamente ed inaspettatamente, senza che uno si avventasse sull'altro per primo, ce ne diamo uno stampato sulle labbra: era solamente il preludio, un piccolo e distratto bacio alla ricerca di conferme dall'altra persona e quella conferma era arrivata, puntuale. Segue un momento di reciproca immobilità fino a quando, ancora incredibilmente sincronizzati iniziamo a baciarci. E questa volta seriamente. La sua lingua, le sue labbra, quel profumo che fino a poche ore prima fiutavo disperatamente, in segreto, sospirando, mi sta estasiando i sensi e me lo sento addosso, dentro. Con la mano destra gli accarezzo dolcemente il collo, il viso, gli accarezzo l'erezione, stringo quel desiderio. Lui mugola. Inizia a toccarmi il viso, mi scosta i capelli per baciare meglio le mie labbra, mi tocca il seno, il sedere. Gemiti delicati, piacevoli. Ci fermiamo, affannati, tenendo la testa appoggiata a quella dell'altro. Lo abbraccio, insolitamente, in modo molto tenero, affettuoso. "Ma tu avevi capito di piacermi?", gli chiedo; Non volevo che quei baci rimanessero un semplice atto fisico, un gioco, una situazione creata dall'eccesso del consumo di alcol, come accadeva in passato con gli altri uomini, e d’altro canto volevo che lui ne fosse a conoscenza. Lui mi piace davvero. Ridacchia. "Sinceramente no", risponde. (Non gli credo, ma chi se ne frega cristo dio!). Continuiamo a baciarci fino a quando gli faccio notare che è praticamente l'1:00 e che per lui la sveglia suonerà alle 4:45. Mi bacia ancora per diversi minuti, poi, seppur con difficoltà, lo convinco ad andare. Il giorno seguente, al lavoro, ci furono sguardi timidi e sfuggenti quanto eloquenti. I colleghi, non si sa come, sanno. Questo mi ha fatto pensare che la nostra reciproca attrazione fosse passata inosservata solamente proprio a noi due. Nei giorni seguenti ci sono state delle reciproche incomprensioni che hanno portato ad una spaccatura del legame.
Arriva poi un racconto che non è tratto da un venerdì sera, bensì da un sabato, cioè ieri. Serata bellissima in compagnia dei colleghi per festeggiare un evento, in un locale un po' meno claustrofobico del solito e con dosi meno massicce di karaoke, il che equivale a più chiacchiere, più risate, maggiore reciproca conoscenza e di conseguenza maggior intimità, maggior coesione e affiatamento.
La serata era ormai giunta al termine, ho indossato la mia felpa nera e messo in spalla lo zaino per avviarmi alla fermata dell’autobus e tornare a casa, quando una collega con la quale ho un bellissimo rapporto, molto materno e protettivo, ha fatto leva, in modo molto esplicito, affinché lui mi riaccompagnasse a casa e a posteriori mi sento dire che quando la vedrò al lavoro dovrò solamente dirle grazie.
Alla fine ho accettato, non certo perché avessi bisogno del passaggio, ma perché in qualche modo speravo di poter ritagliare un momento di tempo per noi due e magari chiarire o perlomeno capire cosa fosse accaduto i giorni precedenti. In automobile il reciproco disagio a seguito degli ultimi fatti avvenuti era palpabile; i dialoghi erano molto superficiali e vertevano perlopiù attorno a rapidi scambi di battute riguardo cose molto frivole già dette e ridette. Il tragitto dal locale a casa mia era molto breve ed in quel momento mi sono resa conto che se non avessi detto o fatto qualcosa, avrei rischiato di perdere quell’occasione e una volta tornata a casa mi sarei stramaledetta. Armata dell’insolito coraggio che ultimamente sta emergendo manifestandosi in svariate occasioni, ho avviato un tentativo di dialogo:"Comunque non sono arrabbiata, solamente non capivo quel tuo continuo essere sfuggente nei miei confronti (non siamo mai usciti soli io e lui) e così ho pensato fosse meglio lasciarti stare". “Tranqui”, è stata la sua risposta stupidissima che avrebbe fatto impallidire un adolescente brufoloso alla prima cotta. Ho sospirato, amaramente, convinta che la “discussione” sarebbe terminata lì.
Poi, fortunatamente, ha ripreso a parlare in merito all’argomento e sono emerse diverse cose. La sostanza del discorso è che lui era convinto che io fossi fidanzata, poiché giorni prima mi aveva vista in compagnia di un ragazzo, e io ero convinta che lui fosse attratto da un’altra collega che ci prova spudoratamente con lui. In un attimo eravamo sotto casa mia. "Vuoi che ci fermiamo un po’ in macchina?", mi ha detto. "Sì.", ho risposto sicura e decisa, nonostante lo stupore per quella sua coraggiosa, inaspettata, proposta. Ha spento l’auto, lasciando solamente di sottofondo, fortunatamente a volume molto basso, una musica tamarrissima di quelle che piacciono a lui che lo rendono nostalgico dei tempi in cui era ragazzino e girava tutte le discoteche possibili e la sua testa era ancora piena di capelli.
Io stavo seduta irrigidita, fissando il vuoto tenendo lo sguardo dritto ma dentro ribollivo di emozioni. “Ti vergogni di me? Non devi vergognarti, lo sai.” Il timbro della sua voce era improvvisamente diventato caldo, avvolgente, tenero e rassicurante, e per un attimo ho provato nuovamente la sensazione che provavo alle prime serate con i colleghi quando lui cercava di tranquillizzarmi, sapendo quanta fatica facessi ad addentrarmi in contesti di interazione sociale. Mi ha scostato i capelli dal volto e mi ha accarezzata: quella carezza ha risvegliato il mio io interiore permettendomi di sprigionarlo. Ci siamo baciati fino allo sfinimento, ancora adesso ho le labbra gonfie dei suoi baci, e poi siamo andati anche oltre. Ho anche avuto delle manifestazioni d’affetto nei suoi confronti, che a quanto pare non sono passate inosservate. “Sai anche essere dolce, allora”, mi ha detto. Ho sorriso. Quanto ho agognato quei baci nemmeno lui lo sa, e quanti ne vorrei ancora.
Poi è arrivata l’ora di andare, sono tornata a casa, felice, euforica e stanca e mi sono messa a letto tenendomi il suo profumo addosso.


291fcab7-58ad-4f8b-914a-32a926873dc8
Questa volta, e solamente per questa volta, eccezionalmente il mio scritto avrà un titolo in lingua inglese, che richiama e al contempo omaggia l’omonima canzone dei The Cure, per descrivere quelli che sono stati i miei venerdì passati. Ogni venerdì sera, i miei colleghi di lavoro sono soliti...
Post
18/09/2016 16:14:41
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    7
  • commenti
    comment
    Comment
    2

15/09/15 - 15/09/16: il mio ricovero.

15 settembre 2016 ore 12:26 segnala
Dubito fortemente che qualcuno leggerà ma ad un anno esatto dalla mia entrata in ricovero, ho sentito l’esigenza di generare questo scritto che raccoglie alcune memorie scritte i mesi trascorsi e alcune riflessioni odierne. Ho scelto di pubblicare questo scritto per ricordare ciò che è stato e svelare una parte molto intima di me.
E’ trascorso già un anno dal mio ricovero. Fu un trattamento sanitario volontario, che più o meno consapevolmente decisi di richiedere, praticamente implorando, quando mi resi conto che i mesi trascorsi stesa nel letto con le tapparelle abbassate, senza sapere che ora del giorno fosse e senza nemmeno sapere se fosse notte o giorno, estate o inverno, avevano intrappolato solamente me e non la vita, là fuori, che continuava a scorrere inesorabile. E io avevo voglia di assaporarla, quella vita, ma non sapevo assolutamente come fare. Mi resi conto che i farmaci non erano sufficienti e nemmeno necessari, erano l’ennesimo palliativo dietro ai quali i disperati come d’altronde lo ero anche io, si aggrappano credendo illusoriamente di avere trovato una soluzione; e nemmeno le sedute settimanali con le diverse figure che durante gli anni addietro mi avevano seguita, potevano essere la soluzione. Iniziai a elaborare, con non poca paura, la soluzione: soluzione ero io e per cominciare a cambiare le cose c’era bisogno di una mossa drastica, dura, rivoluzionaria, che contrastasse in modo decisivo il mio disturbo di personalità evitante, la depressione, le ossessioni e le compulsioni, le dipendenze e l’abulia che mi devastavano. Tutto quel miscuglio di disturbi dei quali avevo letto molto e con i quali ero solita descrivermi per presentarmi ai terapeuti che rimanevano molto colpiti dall’utilizzo di termini così specifici e da una conoscenza così approfondita del mio disagio, altro non erano che la manifestazione della volontà di legittimare il mio dolore che sino ad allora era rimasto schiacciato dall’indifferenza generale e che man mano il tempo passava, non faceva altro che alimentarlo. Volevo che il mio dolore venisse riconosciuto, legittimato, e che qualcuno mi desse un aiuto e tutto ciò era mosso da un unico desiderio: il desiderio di vita. Ma un evitante non vive.
Tale comportamento , se prolungato e reiterato nel tempo, porta a quello che viene definito dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM, che sino ad allora era stato per me come la Bibbia per un cristiano), come disturbo evitante di personalità; disturbo che, nella quasi totalità dei casi, viene provocato o origina altri disturbi quali disturbo d’ansia, disturbo di personalità dipendente e disturbo ossessivo-compulsivo che, non casualmente, sempre dal sopracitato manuale, vengono raggruppati all’interno di uno stesso gruppo, chiamato tecnicamente cluster, ovvero il gruppo C, all’interno del quale sono catalogati i disturbi che hanno come comune denominatore personalità fortemente e patologicamente ansiose, tese, e fondamentalmente insicure e prive di autostima.
Chi vive è dignitoso, chi muore anche. Chi sceglie di vivere è dignitoso, chi sceglie di morire anche. Chi evita e quindi sopravvive no. Scegliere è pertanto doveroso: o si vive o si muore. La condizione che esula dai due estremi (e che comunque non è assolutamente scelta nè voluta e non è da consigliarsi), l'evitamento, appunto, non è dignitosa. Evitare equivale a sopravvivere mantenendo attive esclusivamente le proprie funzioni biologiche e di conseguenza ci si riduce ad un organismo biologico incapace di andare oltre al soddisfacimento minimo dei propri bisogni fisiologici fondamentali. Si è cerebralmente morti. L’evitante diviene ignavo, e già mi immaginavo inseguendo un’insegna irraggiungibile, punta da vespe ed il sangue frammisto alle lacrime ciberà i vermi, proprio come la legge del contrappasso prevede, secondo l’altissimo Dante Alighieri, per i peccatori di ignavia, ovvero “l’anime triste di coloro che visser sanza ’nfamia e sanza lodo” (D. Alighieri, “Comedìa”, Inferno, canto III); gli ignavi, miseri e ripugnanti al punto da essere sdegnati perfino dalla misericordia e dalla giustizia, poiché nella loro vita mai han preso parte e non han saputo scegliere, ed adesso sono talmente abietti ed indegni al punto da non meritare neppure una dolorosa ed eterna pena infernale.

Altre volte, nei momenti più tragici, mi sono immaginata con il corpo legnoso, mettendo radici in un bosco privo di sentiero, tramutata in tronco assieme a tanti altri che “non fronda verde, ma di color fosco; non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.” (D. Alighieri, “Comedìa”, Inferno, canto XIII) rendendomi compagna di quelli considerati "violenti contro se stessi", i suicidi.

Pensieri caotici e lancinanti, opprimenti, ma io rimanevo ferma, bloccata, impaurita, sola, in balìa di tutto questo che nessuno sapeva definire o spiegare, ma nonostante la disperazione non mi sono mai voluta affidare ad entità esterne nè a divinità di qualsiasi tipo, speravo di farcela, credevo che ce l'avrei fatta, forse ero l'unica a credere in me stessa. Neppure capivo cosa mi stesse accadendo tutto attorno, "Ma cosa vogliono queste persone da me?", mi chiedevo; ed adesso, a qualche anno di distanza, sebbene siano ancora presenti dei residui di patologia, rivedo la me di allora: goffa, ranicchiata, con le mani serrate a pugno e gli occhi colmi di terrore ed incertezza e la rabbia, viscerale e devastante. Rabbia indirizzata a me che non ero abbastanza forte da reagire e rabbia per chi sminuiva questa mia condizione.
Ero arrivata anche a credere di meritare tutto questo: i farmaci, le sedute, le domande, i giudizi, gli sguardi di compassione e frasi del tipo:"Da piccola eri così vitale, gioiosa, e guardati adesso..."...quanto odiavo quella frase.
E poi…

La mattina del 15 settembre di un anno fa, con le valige pronte contenenti pochi indumenti ma ricolme di un tormento mai provato prima d’ora, mi apprestavo a varcare la soglia di casa e a non farvi ritorno per i tre mesi che sarebbero seguiti. I capelli tagliati corti, forzatamente e per necessità lasciavano intravedere il mio collo scoperto; la maglietta nera proveniente dal CERN, dono di una persona cara, con scritte formule di fisica incomprensibili ai più, tanta paura ma altrettanta motivazione. La mia destinazione di quel giorno era un luogo particolare, un microcosmo in cui la sofferenza e la speranza di un’esistenza più dignitosa si combattono ogni giorno.
Ascolto, pazienza, immedesimazione, empatia, umanità e rispetto sono doverosi, in quanto dovrebbero essere qualità peculiari proprie dell’essere definito umano ma senza mai tralasciare la dignità e l’amore verso se stessi. Ama tutte le persone che ti circondano, indistintamente, la sofferenza che attanaglia loro merita la stessa considerazione di quella che attanaglia te ma all’interno di questo calderone in cui bolle un solo ingrediente (sofferenza), non dimenticarti mai di te stesso. . Anche io, proprio come il sommo poeta, stavo scendendo timorosamente nei gironi infernali e sentivo le grida delle anime dolenti, ma ciò era necessario se, come me, si voleva raggiungere la cima del colle, la salvezza, che per Dante era la purificazione umana coronata con l’arrivo al cospetto di Dio, mentre per me, atea dalla nascita, rappresentava l’incontro con me stessa. Non ho mai creduto in nessuna divinità né ho mai rincorso i comuni ideali o aspirazioni; la materialità non mi donava gioia alcuna e quindi dovevo trovare me stessa. “Trovare”, non “ritrovare”.
Ho giocato partite a carte su tavoli sudici con persone che di umano avevano solamente vaghe sembianze e fattezze; ragione, intelletto e coscienza svanite. Sguardi glaciali, assenti, dispersi nel nulla, con la bocca spalancata poiché privi anche del basilare controllo della muscolatura volontaria e i fiotti di saliva che sbavavano i loro indumenti, storditi, annientati e deformati dai miscugli di psicofarmaci che ingurgitano in quantità indicibili. Chi sono? Pensano? Sanno d’esistere? Hanno qualcuno ad attenderli, a casa? Hanno perso anche se stessi, sono corpi, ammassi di miliardi di cellule che vengono tenuti sopravviventi forse fino alla fine dei loro giorni. Partite a carte giocate da sola fino a che potevo, e poi quando mi autocongedavo loro rimanevano inermi, impassibili, immobili, coperti di quegli stracci fetenti, con i capelli sporchi, gli occhi ricolmi del nulla più totale e quel mazzo di carte tra le mani. Alle mie spalle una ragazza minuta, con i capelli castani di media lunghezza ricci, e gli occhi azzurro cristallino. Aveva il pancione, dentro di sé culla la vita. Era bella, o almeno credo lo fosse. La sua bellezza era sbiadita dagli psicofarmaci. Osservava la televisione, o forse no. Era immobile. La osservavo attentamente e non riuscivo neppure a percepire l’atto della sua respirazione. La voce fastidiosa, invadente e ridondante del presentatore della televendita reclamava prodotti inutili, fuoriesciva gracchiante dall’apparecchio televisivo mentre gli occhi di lei osservavano il nulla.

Un concentrato di eterogenee sofferenze che si uniscono in un’unica, omogenea sofferenza, il comune denominatore che univa ed accomunava tutti noi e che al contempo ci separava. Era difficile riuscire a mantenere un equilibrio che permettesse di rispettare quel dolore lancinante che impregnava ogni muro di quella struttura, ogni sguardo scambiato, ogni parola proferita, senza sminuirlo o ignorarlo, ma senza mai assorbirlo rischiando di venirne travolti e devastati; era difficile ascoltare le molteplici esperienze, storie di vita e disastri umani ed esistenziali senza renderle agonia propria. Depressione, maniacalità, disturbo bipolare, disturbo ossessivo-compulsivo, ansia, attacchi di panico, autolesionismo, e le controverse e variegate sfaccettature dei disturbi del comportamento alimentare. Il trascorrere del tempo, in quel luogo, era scandito da pianti, grida, urla, richieste di aiuto, frasi senza senso ripetute fino all’esasperazione, rituali compulsivi, disperazione.
E poi la categoria che più mi colpiva e colpisce: le personalità di tipo dipendente. Dipendenti da cosa? Dagli alcolici, dalle droghe, dal gioco d’azzardo, dall’accumulo di beni materiali, da internet e dalla pornografia, e poi anche dall’amore e dal sesso: varia l’oggetto sul quale la pulsione viene investita ma la motivazione alla base è comune, condivisa: il disperato tentativo di assaporare la vita, di prendervi parte, senza però sapere come fare; la dipendenza ha una carica ambivalente poiché non è solamente autodistruttività, ma è manifestazione di amore per la vita, un amore che non si riesce ad incanalare in modo positivo. Tante braci di vita, quasi spente, appena tiepide, che emanavano ancora un lievissimo calore, quasi impercettibile, dietro quelle menti alienate, quegli sguardi svuotati e quei corpi deformati dagli psicofarmaci.

Avrei tante altre cose da raccontare, ma sono vicende di tormento che la gente comune non ha voglia di ascoltare, e forse nemmeno può immaginare. Mi sento di dare un solo consiglio: siate empatici, cercate di essere esseri umani, appunto. Quando il comportamento o il modo di fare o di essere di qualcuno vi infastidisce, vi indigna, vi repelle, chiedetevi quali drammi quella persona ha dovuto affrontare e magari sta affrontando.

E adesso? E adesso sono serena, e vivo anche momenti di felicità. Ho affrontato le mie più grandi fobie e il risultato è che ho trovato un lavoro che adoro e nel quale ogni giorno mi impegno al massimo; i miei colleghi stanno diventando la mia seconda famiglia. Ho allontanato drasticamente persone nocive e distruttive e ho accolto invece persone positive, specialmente una di esse mi sta regalando sorrisi e sensazioni bellissime facendomi battere il cuore.

«Tutti abbiamo delle tensioni che talvolta ci spingono ad agire, come dice lei, da barbari. Inferni privati, intimi bisogni segreti, bestialità dell'istinto...ma questo è l'essere umano, è la sua natura. Esso è estremamente complesso, non sempre riusciamo ad evitare brutture che ci vengono da dentro
Star Trek TOS


2ead32d6-4b4a-4347-8500-3ca78f91c92a
Dubito fortemente che qualcuno leggerà ma ad un anno esatto dalla mia entrata in ricovero, ho sentito l’esigenza di generare questo scritto che raccoglie alcune memorie scritte i mesi trascorsi e alcune riflessioni odierne. Ho scelto di pubblicare questo scritto per ricordare ciò che è stato e...
Post
15/09/2016 12:26:44
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    11
  • commenti
    comment
    Comment
    11

Sangue.

23 gennaio 2016 ore 19:26 segnala
Oggi ho compiuto 28 anni e come praticamente ogni anno, il giorno del mio compleanno si è rivelata una giornata tragica emotivamente ed esistenzialmente parlando, caratterizzata da pensieri negativi, nostalgie, rimorsi, rimpianti, dolore, ma credo di poter affermare con sicurezza che questo compleanno dei 28 anni sia stato indiscutibilmente il peggiore tra tutti.

Già appena aperti gli occhi, ho percepito una sensazione negativa incombente, una sorta di previsione, o per meglio dire, di intuizione riguardo a come si sarebbe sviluppata la giornata.
Tutto è nato dal senso di oppressione e solitudine tipico dei compleanni e più in generale dei giorni di festa che colpisce in particolar modo chi, come me, non ha nessuna voglia di festeggiare (festeggiare cosa, poi?) ed è sofferente anche se circondato da tante persone, torta, regali, sorrisi, abbracci, gesti di apparente calore: si tende quindi a ripensare più di altri giorni al tempo che scorre inesorabilmente: ho ripensato a me da bambina, all'età di due o tre anni circa, ed il calore e la sensazione di nido, culla, protezione, trasmessa dall’affetto intenso e costante dei miei genitori e dei nonni materni (essi ormai defunti da poco meno di un decennio), sensazione fisica di cui non vi è più alcuna traccia se non qualche residuo di sbiaditi ricordi collegati a peculiari eventi.
Ho ripensato alle nottate trascorse nel letto grande dei miei genitori, intervallate da numerosi risvegli in cui richiedevo loro attenzioni, coccole ed un bicchiere di latte e menta che mio papà, con estrema pazienza, si alzava a prepararmi dopo il turno di lavoro.
Ho ripensato alle battaglie combattute con il nonno, giocando con i cucchiai di legno che la mia fantasia tramutava in poderose spade di guerrieri.
Ho ripensato alla merenda di scuola che, nel mio caso, non era una merendina confezionata come per tutti gli bambini, ma della frutta fresca tagliata a pezzetti dalla mamma e riposta in un piccolo contenitore, all'interno di un sacchetto contenente il piccolo contenitore ed una forchetta, chiuso poi con un laccetto; la frutta, già, perché io ero una bambina con problemi di peso a causa di alcune cure fatte per sconfiggere la malattia e non potevo permettermi una merenda qualsiasi ma esclusivamente ciò che era previsto dal mio piano dietetico, nelle precise quantità prescritte minuziosamente al grammo dalla dietologa, niente di più, niente di meno. Sono cresciuta abituata a questa rigidezza schematica che ancor'oggi mi porto dietro e che è diventata ormai una rigidezza comportamentale che non posso fare a meno di applicare a molti degli aspetti della mia esistenza.
E quanti altri momenti potrei ricordare, ma che in questo momento farebbero troppo male. Tutti piccoli momenti, gesti e situazioni espressione dell'amore puro, quell'amore che una volta provato non è facile ritrovare e colmare, quell’amore che disperatamente ed affannosamente ho ricercato per tutta la mia esistenza in una persona esterna, ed indovinate un po’, senza mai ritrovarlo.
Chi mi ha amata, oltre a loro? Chi? Chi dopo grandi parole e promesse non ha mai trovato il coraggio di colmare i chilometri di distanza tra noi e concretizzare quel fluire costante di parole vuote? Chi, anche vedendomi piangere l'unico pensiero che aveva era quello di spalancarmi le gambe e procurarsi del piacere con l'unico fine di eiaculare, svuotando i suoi testicoli, ovvero l’unico scopo che avesse? Chi, cercando di impressionarmi con gesti d'impatto come sbronze e tentati suicidi, si sporcava la bocca parlando di amore senza sapere nemmeno cosa sia?

Ho ripensato a tutto l'amore che ho ricevuto dai miei genitori e dai nonni materni, a tutto quello che poi ho ricercato incessantemente, con unico risultato quello di essermi umiliata alimentando sempre più la mia sensazione di incompletezza, ed ho ripensato anche al futuro che mi sto negando perché io non ce la faccio ad andare avanti da sola, dopo tutto questo male...

E così, senza dire niente a nessuno, dopo aver ringraziato una ad una le numerose persone che mi avevano fatto gli auguri per il compleanno, mi sono chiusa in bagno in pieno possesso delle mie facoltà mentali solamente vagamente ottenebrate da un leggero stordimento causato dal pianto, ed ho cercato un oggetto che potesse essere utile al mio scopo. Ho preso un rasoio, l'ho appoggiato sul braccio sinistro ed ho prima premuto delicatamente, e poi ho fatto ampi movimenti come se volessi graffiare, premendo sempre più forte. Ho iniziato a piangere perché avevo paura, ma ho continuato a premere, preda di quella sensazione fortissima mista tra paura ed autocompiacimento, senza sapere bene quale sarebbe stato l'epilogo; dal salotto mi hanno sentita agitarmi e piangere e vedendo che continuando a piangere non davo cenni di risposta e non aprivo la porta, l'hanno forzata. Purtroppo o per fortuna la serratura della porta del bagno di casa mia è difettata e c'è modo di aprirla dall’esterno anche qualora fosse chiusa a chiave, come era in questo caso. E così è entrato, mi ha tolto il rasoio di mano e mi ha tenuta abbracciata stretta a lui, tremante ed indebolita presa dalla paura causata dal mio stesso gesto. Mi ha poi disinfettato il braccio e me lo ha bendato con delle garze sterili e dello scotch apposito.
Ho come la sensazione che questo è l'inizio di qualcosa di nuovo, che avevo a lungo premeditato, in silenzio, e che oggi è stato concretizzato.

Avrei voluto scrivere qualcosa che fosse d'impatto, che potesse trasmettere la mia angoscia e la mia solitudine al fine di renderle meno lancinanti, ed imprimerle nel tempo, nella speranza di poterle rileggere tra qualche anno, magari con occhi diversi, come se queste parole fossero solamente un incubo risalente a tempo prima ormai dimenticato... Ma non riesco... non mi riesce niente di meglio di questo. Ho intitolato questo scritto "sangue" perché la malattia che mi colpì all'età di tre anni era una leucemia linfoblastica acuta, un tumore del sangue, e non nego che oggi, vedere il mio braccio coperto di sangue, mi abbia fatto ripensare anche ad allora, a quello stesso sangue contaminato, malato. Sangue. Qualcuno mi ha chiesto il perché di questo gesto: la mia risposta è stata perché voglio sentirmi amata, come in quel modo, come mi hanno amata i miei genitori. La verità è che da sola non mi basto, frasi come quelle del tipo che prima di tutto bisogna saper amare sé stessi, per me sono totalmente prive di reale consistenza, le condivido, le approvo ma non le rispetto e non le considero valide per me.
In ogni caso sono pienamente consapevole del fatto che il problema sia mio, e non degli altri.


d4bc0a60-7d22-4f4c-948d-5f7ec8ed2d1e
Oggi ho compiuto 28 anni e come praticamente ogni anno, il giorno del mio compleanno si è rivelata una giornata tragica emotivamente ed esistenzialmente parlando, caratterizzata da pensieri negativi, nostalgie, rimorsi, rimpianti, dolore, ma credo di poter affermare con sicurezza che questo...
Post
23/01/2016 19:26:42
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment
    4

Vita, morte e sopravvivenza.

27 luglio 2015 ore 00:11 segnala
Chi vive è dignitoso, chi muore anche. Chi sopravvive no. Scegliere è pertanto doveroso: o si vive o si muore. E poi c’è una condizione che esula dai due estremi, ma non è assolutamente scelta nè voluta e non è da consigliarsi: l'evitamento. Evitare equivale a sopravvivere mantenendo attive esclusivamente le proprie funzioni biologiche e di conseguenza ci si riduce ad un organismo biologico incapace di andare oltre al soddisfacimento minimo dei propri bisogni fisiologici fondamentali e ciò non è dignitoso.
Vivere o morire equivale a compiere una scelta, apparentemente contrapposta, ma pur sempre una scelta è: vivere significa ponderare, effettuare una serie innumerevoli di scelte e portarle a compimento. Morire significa ponderare, effettuare una scelta e portarla a compimento. E’ dignitoso, in egual misura.

Ritornando all’evitamento invece, tale comportamento, se prolungato e reiterato nel tempo, porta a quello che viene definito dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, come disturbo evitante di personalità; disturbo che, nella quasi nella totalità dei casi, viene causato o origina altri disturbi quale disturbo d’ansia, disturbo di personalità dipendente e disturbo ossessivo compulsivo, che, guarda caso, sempre dal sopracitato manuale, vengono raggruppati all’interno dello stesso gruppo, definito “cluster C”, nel quale vengono riuniti disturbi che hanno come comune denominatore personalità ansiose, tese, e fondamentalmente insicure e prive di autostima.

Il disturbo evitante è un disturbo di personalità caratterizzato da schemi comportamentali i cui tratti rilevanti sono l'inibizione sociale e di conseguenza la difficoltà nelle relazioni interpersonali, associati a sentimenti di inadeguatezza, senso di inferiorità, ipersensibilità al giudizio altrui sulla propria persona e quindi al costante timore di essere criticati, disapprovati o rifiutati. Ciò induce la messa in atto di manovre di evitamento di luoghi sociali che potrebbero generare vissuti traumatizzando di inadeguatezza, imbarazzo, e sentimenti di incapacità personale. Significativo, inoltre, è il fatto che in tali casi il soggetto tenda a non farsi carico di rischi e/o responsabilità che solitamente si incontrano nel quotidiano col risultato di una mancanza di progettualità e scarsa mobilizzazione delle proprie energie. E' spesso associato ad altri disturbi tra cui il disturbo dipendente ed il disturbo ossessivo compulsivo.

La scorsa nottata, mentre ero preda di me stessa, soffocata dalla sensazione di vuoto esistenziale ma manifestando una crisi autolesionistica, espressione della pulsione di vita, mi sono interrogata su quale senso potesse avere l'esistenza di alcuni esseri umani che, nati, cresciuti e vissuti nel devasto esistenziale, in cui regnano confusione e spaesamento ed il cui culmine è il vuoto assoluto, non riescono ad attribuire un senso a loro stessi e all’esistenza che sembra destinata a non evolversi in alcun modo ma è dominata dalla staticità assoluta.

E così mi sono chiesta, alla soglia dei trent'anni, quale fosse il mio senso. Stranamente, dopo anni in cui questa domanda era rimasta priva di risposte, immediatamente ho avuto una risposta.
Il pensiero ha definito un'immagine chiara e limpida nella mia nella mia mente: ho rappresentato mentalmente una fotografia che la persona più cara di tutta la mia vita mi ha mandato poco tempo fa. Questa persona, che potrebbe essere definita come il mio migliore amico oltre che il mio amore più grande, mi ha inviato una fotografia che lo ritrae da bambino, piccolo, pochi mesi dopo la sua nascita; il piccolo corpo con le sue forme arrotondate e le braccia carnose che trasmettono un senso di morbidezza solo guardandole, voglia di coccole, nido, protezione, e la pelle color caffè latte, delicata e levigata, il testone grande ed i capelli nero corvino, gli occhioni davvero enormi, smisurati, scuri, profondi e magnetici come lo spazio e curiosi ma luminosi di vita; abbozza un innocente incontenibile sorriso, la creatura, e stando seduto, con una canottiera a bande rosse e bianche, stringe un limone tra le mani. Questa è la vita. Ho pensato che se nemmeno una malattia grave per la quale tante persone sono morte ma per la quale tu in funzione del caso sei sopravvissuto, e quindi se nemmeno un’esperienza così vicina alla morte può insegnare ad apprezzare la vita, forse la vita può essere glorificata unicamente con la vita stessa, ovvero generando vita, a propria volta. Ospitare una creatura dentro di sè, la sofferenza che generare quella vita produce, ma impagabile. I vagiti di una creatura umana, le manine piccole e grassottelle curiose di esplorare e toccare tutto il mondo materiale circostante ed i sorrisi contagiosi, quei sorrisi che fino agli otto mesi di vita non sono altro che smorfie facciali involontarie del bambino poiché esso non possiede ancora le adeguate strutture psichiche che gli permettano di riconoscere i volti umani esterni.

E se durante questa notte di deliri riuscissi a realizzare il senso profondo della tua esistenza ma se subito, questo pensiero così soave, venisse immediatamente sostituito da uno, ancora più terribile della morte stessa: se si realizzasse che l'unica cosa che avrebbe dato un senso a se stessi fosse preclusa per natura?
Se il corpo, non per sfortuna, ingiustizia o volontà di qualsivoglia divinità, ma per il semplice caso determinato dalla natura e dalla genetica, non fosse in grado di accogliere il seme, ospitare e generare vita?
Il mio corpo stanco e malatrattato infatti non è in grado di generare vita. E non dimentichiamo che ho già passato i 27 anni e mezzo. Anche scegliessi di tentare dovrei intraprendere un cammino tortuoso che prevederebbe settimane, mesi o anni di specifiche cure, prima di riuscire a generare vita, ammesso di riuscirci.
E poi di certo non potrei essere così egoista come fanno alcune persone che pur di vivere la gioia della maternità, sono disposte a realizzare il proprio intento con un qualsiasi individuo in grado di aiutarle nella riuscita di questa loro impresa.
La premessa in questo caso è egoismo, ed egoismo va contro il concetto di amore e di conseguenza è nemico della vita.

...a questo punto non so cosa rimanga, né quale peccato commetterò.
inseguirò forse un’insegna irraggiungibile, punta da vespe ed il sangue misto alle lacrime sarà cibo per vermi, tra “l’anime triste di coloro che visser sanza ’nfamia e sanza lodo” (D. Alighieri, “Comedìa”, Inferno, canto III); gli ignavi, miseri e ripugnanti al punto da essere sdegnati perfino dalla misericordia e dalla giustizia, poiché nella loro vita mai han preso parte e non han saputo scegliere, ed adesso sono talmente abietti ed indegni al punto da non meritare neppure una dolorosa ed eterna pena infernale.

O forse il mio corpo metterà radici in un bosco privo di sentiero, e sarà tramutato in tronco assieme a tanti altri che “non fronda verde, ma di color fosco; non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.” (D. Alighieri, “Comedìa”, Inferno, canto XIII). E mi renderò così compagna di quelli considerati "violenti contro se stessi".


94f29c7b-2ac6-4789-8f8b-e19c8d5abef8
Chi vive è dignitoso, chi muore anche. Chi sopravvive no. Scegliere è pertanto doveroso: o si vive o si muore. E poi c’è una condizione che esula dai due estremi, ma non è assolutamente scelta nè voluta e non è da consigliarsi: l'evitamento. Evitare equivale a sopravvivere mantenendo attive...
Post
27/07/2015 00:11:52
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    6
  • commenti
    comment
    Comment
    2

La conchiglia con la perla

14 luglio 2015 ore 22:10 segnala
Non avrei mai pensato che a distanza di così tanto tempo avrei dedicato un altro post del mio blog a lui. Se ripenso a quanti post scrissi, e a quante lettere scritte a mano gli inviai e gli diedi, parole, emozioni, che a lui all’epoca non interessavano minimamente.
Sono trascorsi oltre tre anni dall’ultima volta in cui gli dedicai uno scritto. Eppure lui c’è sempre stato, ininterrottamente da ormai oltre sette anni, è una costante della mia vita, l’unica, oltre ai miei genitori. E’ la persona che in vita mia più abbia amato, in modo estremo, totalizzante ed anche talvolta sbagliato, esagerato e patologico, e la stessa persona è purtroppo la persona che più mi ha ferita. Quando ci conoscemmo eravamo poco più che vent’enni, due ragazzini non solo anagraficamente, ma soprattutto mentalmente, ancora acerbi fisicamente, tremendamente viziati, inconsapevoli, soli, spaesati ed impauriti, ognuno appesantito e distrutto psicologicamente dalle prove e dalle difficoltà che aveva incontrato lungo il cammino. Io, la malattia, i problemi di salute con i quali ho dovuto combattere per anni e che solo di recente ho imparato un lungo processo di introspezione a cui sono seguite consapevolezza ed accettazione, a fare miei compagni di vita, la ribellione, la solitudine, il disadattamento, il disagio psichico. Lui, un padre assente, una madre morbosa, un fratello ammalato, la comunità, che non potrà mai e poi mai colmare il vuoto esistenziale ed affettivo che due genitori amorevoli ed equilibrati possono donarti, un’adolescenza ed un’età adulta dissoluta. Vite così diverse accomunate da una grande sofferenza in comune: il senso di solitudine, il vuoto, l’incertezza, l’incapacità di amare se stessi.
Eppure io l’ho amato, in modo patologico ed a volte esagerato e morboso, ma l’ho amato. E sebbene lui all’epoca non fosse in grado di accogliere tutto quel mio amore che straripava, inondandolo proprio come fossi un fiume in piena, incontenibile, e che talvolta forse abbia anche rischiato di farlo annegare, in cuor suo sapeva già quanto quell’amore fosse grande, e nonostante lo rifuggisse, lo disprezzasse anche arrivando ad umiliarmi e lo evitasse, incapace di gestire qualcosa di così grande che mai aveva provato, non ha mai dimenticato cosa io abbia fatto per lui. Non alludo necessariamente a gesti materiali, quanto più all’amore espresso grazie alle sue molteplici forme, le più semplici ma anche le più vere: presenza, costanza, dedizione, cura, perdono, ascolto, sacrificio e rinuncia (che mai però venivano vissute come tali). Ricordo addirittura dei momenti in cui mi faceva soffrire da bestia, mi sembrava davvero di impazzire a volte, io piangevo, anche per ore, tutti i giorni, poi lui si pentiva e pur piangendo, avevo sempre la forza di stringerlo a me ed accarezzarlo per rassicurarlo, anche quando a sbagliare era lui. Avevo una grande forza dentro di me, quando si trattava di amarlo non mi ponevo limiti, non esistevano ostacoli, avrei potuto fare di tutto per lui.
Non era in grado di gestire qualcosa di così grande, qualcosa a lui sconosciuto e proprio per questo motivo non mi sono mai sentita di colpevolizzarlo. Come poteva comprendere qualcosa di così immenso che sino ad allora per lui non era esistito? E così capendo il suo malessere, riuscii a mettere da parte il mio ed i torti che ripetutamente e cinicamente mi infliggeva, sapeva di esercitare grande potere su di me, sapeva che per lui avrei fatto qualsiasi cosa…promisi a me stessa e a lui che in ogni caso, in qualsiasi modo fosse andata, gli sarei sempre stata vicino e mi sarei sempre presa cura di lui, e niente e nessuno lo avrebbe privato del mio amore per lui.

Nel corso del tempo e dopo sette anni trascorsi, il nostro rapporto è mutato considerevolmente: ci sono stati periodi in cui in cui sembrava che potessero esserci solo litigi e parole avvelenate, altri momenti i contatti tra me e lui erano ridotti al minimo, altri momenti in cui sembrava quasi che ognuno avesse preso la sua strada; io ho avuto storie con altri uomini, alcune solamente di sesso da una notte ed altre ricolme di passione, ho voluto bene ad altri uomini, mi sono dedicata ad altri uomini, in modo più o meno intenso e coinvolto, ma non sono mai venuta meno alla mia promessa.
Quello che era un amore esasperato, malato estremo da parte mia, e sfuggente da parte sua, si è tramutato in un sincero e consolidato affetto. Paradossalmente, la persona che più mi ha ferita e fatta soffrire per amore, è la stessa che adesso si prende cura di me nel migliore dei modi, il nostro rapporto è qualcosa di simile a quello che potrebbero avere un fratello ed una sorella ma proprio in virtù di questa autoconsapevolezza, del tempo trascorso e delle esperienze vissute assieme, si può dire che il rapporto, oggi, sia più solido e sincero che mai.

Ricordi qualche anno fa? Ti paragonai ad una conchiglia senza perla. La conchiglia priva della sua perla stava a simboleggiare ciò che eri tu:”un guscio vuoto, un bellissimo guscio vuoto, privato della sua umanità, a causa di chissà quale sofferenza”. Adesso ti considero come una conchiglia con la sua perla, ancora piccola seppur già preziosa, una perla che deve ancora da formarsi, ma che un giorno avrà bellezza rara e valore inestimabile.

La stessa persona che con i suoi rifiuti, le sue parole pungenti ed i suoi gesti, anche crudeli, per molto tempo mi ha fatto sentire angosciata, umiliata ed abbandonata, adesso è la stessa che mi tiene abbracciata a sé per ore, e mentre io piango e singhiozzo disperata per i tanti fallimenti che ho accumulato durante la mia esistenza, lui non mi lascia mai, mi abbraccia più forte e mi parla in modo rassicurante, senza mai rinnegare il male che mi ha fatto, ma anzi, ricordandolo lui stesso con consapevolezza e facendolo ricordare a me, per farmi capire che non dovrà capitare mai più.
Quei suoi abbracci così fraterni per me non sono solamente dimora, riparo in cui possa sentirmi capita e non abbandonata, ma sono anche la più grande espressione di tutto l’amore che ho riversato, all’inizio invano, nei suoi confronti. Ogni abbraccio ed ogni bacio che lui mi dà sulla fronte, per me è come un “grazie per tutto quello che hai fatto per me, grazie per esserci sempre stata e non avermi mai abbandonato”.


Guerriera.Batterista & Mr.Strudel

d66cd794-faf5-4aae-8a6b-536939e41c2b
Non avrei mai pensato che a distanza di così tanto tempo avrei dedicato un altro post del mio blog a lui. Se ripenso a quanti post scrissi, e a quante lettere scritte a mano gli inviai e gli diedi, parole, emozioni, che a lui all’epoca non interessavano minimamente. Sono trascorsi oltre tre anni...
Post
14/07/2015 22:10:55
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    10
  • commenti
    comment
    Comment
    5