Friday I'm in love

18 settembre 2016 ore 16:14 segnala
Questa volta, e solamente per questa volta, eccezionalmente il mio scritto avrà un titolo in lingua inglese, che richiama e al contempo omaggia l’omonima canzone dei The Cure, per descrivere quelli che sono stati i miei venerdì passati.
Ogni venerdì sera, i miei colleghi di lavoro sono soliti trovarsi in un locale e, sebbene io non spicchi certo per grandi doti e capacità di socializzazione, le ultime volte sono stata invitata anche io. Lavoro in azienda con loro da quattro mesi e nonostante la mia spiccata introversione, vengo apprezzata per l’impegno costante che dedico al lavoro e per l’umiltà con la quale mi pongo nei confronti di tutti; per chi non avesse letto i miei scritti precedenti, sono una persona che ha avuto un passato molto tormentato che mi ha portata a sfociare in disturbi psicologici che praticamente durante tutto il corso della mia esistenza hanno limitato fortemente la mia autorealizzazione, la mia vita affettiva/sessuale e soprattutto quella sociale, rendendomi difficile, se non quasi impossibile, qualsiasi forma di interazione sociale all’interno di gruppi più o meno numerosi di persone. Questo è un dettaglio non trascurabile al fine di dare un senso allo scritto e fare comprendere al lettore quali siano stati i miei cambiamenti più recenti.
Il locale del venerdì è un locale dallo spazio davvero ristretto ed è situato in una via della città che a tratti sembra quasi dimenticata; accedendovi, da un’entrata o dall’altra, all’opposto, sembra che vi sia nient’altro che desolazione; solamente addentrandosi nella via ci si rende conto che essa invece pullula di vita umana che si aggrega all’interno di bar, ristoranti e locali di ogni tipo. Questo locale è a gestione familiare e le attività previste per il venerdì sera sono prevalentemente di ballo e karaoke, attività a me totalmente estranee; io infatti trascorro gran parte della mia serata seduta ad un tavolino, meglio se appartato e difficilmente raggiungibile, a osservare gli altri; talvolta sto appollaiata appena fuori dal locale, sempre rigorosamente in piedi, a chiacchierare con un collega che, come la sottoscritta, non nutre particolare amore nei confronti di quel tipo di musica trasmessa a volume eccessivamente e i balli di gruppo, a osservare i passanti e ad elucubrare circa il mio passato.
E poi…c’è lui, il collega che mi piace. Senza falso contegno diciamo pure che mi ha fatto perdere la testa. I venerdì sera scorrono tranquilli e tutto sommato in modo piacevole, e per me divengono occasione per osservare le modalità di interazioni umane e ovviamente lui, e magari lasciarmi andare ai suoi goffi tentativi di approccio nei miei confronti, che riesce ad attuare solamente dopo aver bevuto diversi spritz.

Quel piccolo locale troppo affollato, claustrofobico, con musica demenziale di sottofondo a volume altissimo, e gli altri che si scatenavano in balli improvvisati e canti a squarciagola al karaoke; io me ne sto seduta a quel piccolo tavolino che in quel momento rappresenta il mio unico scudo, ad osservare la vita che scorre davanti a me, ma stranamente, pur stando appartata, è come se, almeno un po', ne stessi prendendo parte; la collega oca ci prova spudoratamente con il tipo che mi piace, gli si struscia addosso, lo guarda dritto negli occhi e sorride maliziosa tenendo la cannuccia della sua bevanda serrata tra i denti e sfiorandola con la lingua, mentre lui rivolge lo sguardo attonito a me, che nel frattempo ho già rivolto lo sguardo altrove. Affogo il mio sguardo attonito in quello Spritz Aperol che, dopo qualche sorso forzato, si è tramutato in un miscuglio alcolico velenoso i cui ingredienti, amari, disgustosi, rivoltanti, sono incapacità, goffaggine, inadeguatezza, solitudine: in una parola, la mia inettitudine al vivere. Poi alzo nuovamente lo sguardo e la vita, davanti a me, ha ripreso a scorrere e rendo mio parte di quel calore.
Nel frattempo tracanno ancora un altro Spritz Aperol, forzatamente, invasa da un sadico piacere, e poi del Prosecco, controvoglia. Non intendo dare nell’occhio, questa volta non sento il bisogno né proverei piacere ad essere quella “diversa”, ho tremendamente bisogno di sentirmi normale, come tutti. Il mio esofago e il mio stomaco, astemi convinti da sempre, si lamentano: uno brucia, l’altro borbotta. La testa gira, rimango seduta a contemplare il nulla, mentre attorno è solo musica assordante, chiacchiericcio, gente che balla e ride. Lui mi si siede vicino, io impassibile, con lo sguardo affogato nel bicchiere; sbiascica qualcosa di stupido, probabilmente, per coinvolgermi; io non capisco, non mi interessa capire; alzo rapidamente lo sguardo nella sua direzione, faccio una smorfia che dovrebbe essere un sorriso e annuisco, facendo precipitare lo sguardo nuovamente nel bicchiere. Appoggia il suo braccio sullo schienale della mia sedia. Inspiro. Provo desiderio sessuale. Mi sento avvolta dal calore dell’alcol che scorre in corpo e dalla sua vicinanza. Indossa una camicia sfiancata abbottonata fino all’ultimo bottone, che, un po’ troppo aderente, lascia intravedere appena il filo di pancia. Mi piace. E’ evidente che vorrebbe piacere ma trasmette una sensazione perenne di inadeguatezza, che tuttavia l’alcol aiuta a lenire ma non capisce che se io potessi fare l’amore con lui, annienterei totalmente quel suo senso di inadeguatezza. A me piace, tremendamente. I jeans aderenti gli fasciano alla perfezione le gambe slanciate, il suo culo è alto e in risalto, lo osservo, compiaciuta, lo ammiro, fantasticando e partorendo pensieri proibiti; osservo le sue braccia, i polsi, l’ossatura larga, la muscolatura marcata delle braccia e sulla pelle quel profumo di dolce, di uomo che invade il locale. Inspiro, deglutisco. Ho voglia di tenerezza e di sesso sfrenato con lui.

La serata tra venerdì 26 agosto e la notte di sabato 27 agosto è stata memorabile. Dopo la consueta serata al locale mi ha riaccompagnata a casa. In quello che mi è sembrato un attimo di tempo, ci troviamo dal locale subito sotto casa mia. Mi approprio di un insolito coraggio:"Ebbene, mi auguro che anche questa volta non ci saluteremo con una fredda stretta di mano come la volta precedente", gli dico. - "Tre bacini sulla guancia?", propone lui. Annuisco, parzialmente soddisfatta. Mi slaccio la cintura per avvicinarmi a lui, con lo sguardo basso. La mia testa si gira lievemente verso destra, lui mi stampa un timoroso bacino sul lato sinistro del viso. Io avverto senso di stordimento. Stordimento causato dall’alcol, dalla situazione, dai miei desideri, dalle mie pulsioni, dal non sapere come comportarmi, cosa fare. “Adesso dovrebbe esserci il secondo bacio dall'altro lato, giusto?”, mi dice una vocina dentro la testa. Ma entrambi, praticamente contemporaneamente ed inaspettatamente, senza che uno si avventasse sull'altro per primo, ce ne diamo uno stampato sulle labbra: era solamente il preludio, un piccolo e distratto bacio alla ricerca di conferme dall'altra persona e quella conferma era arrivata, puntuale. Segue un momento di reciproca immobilità fino a quando, ancora incredibilmente sincronizzati iniziamo a baciarci. E questa volta seriamente. La sua lingua, le sue labbra, quel profumo che fino a poche ore prima fiutavo disperatamente, in segreto, sospirando, mi sta estasiando i sensi e me lo sento addosso, dentro. Con la mano destra gli accarezzo dolcemente il collo, il viso, gli accarezzo l'erezione, stringo quel desiderio. Lui mugola. Inizia a toccarmi il viso, mi scosta i capelli per baciare meglio le mie labbra, mi tocca il seno, il sedere. Gemiti delicati, piacevoli. Ci fermiamo, affannati, tenendo la testa appoggiata a quella dell'altro. Lo abbraccio, insolitamente, in modo molto tenero, affettuoso. "Ma tu avevi capito di piacermi?", gli chiedo; Non volevo che quei baci rimanessero un semplice atto fisico, un gioco, una situazione creata dall'eccesso del consumo di alcol, come accadeva in passato con gli altri uomini, e d’altro canto volevo che lui ne fosse a conoscenza. Lui mi piace davvero. Ridacchia. "Sinceramente no", risponde. (Non gli credo, ma chi se ne frega cristo dio!). Continuiamo a baciarci fino a quando gli faccio notare che è praticamente l'1:00 e che per lui la sveglia suonerà alle 4:45. Mi bacia ancora per diversi minuti, poi, seppur con difficoltà, lo convinco ad andare. Il giorno seguente, al lavoro, ci furono sguardi timidi e sfuggenti quanto eloquenti. I colleghi, non si sa come, sanno. Questo mi ha fatto pensare che la nostra reciproca attrazione fosse passata inosservata solamente proprio a noi due. Nei giorni seguenti ci sono state delle reciproche incomprensioni che hanno portato ad una spaccatura del legame.
Arriva poi un racconto che non è tratto da un venerdì sera, bensì da un sabato, cioè ieri. Serata bellissima in compagnia dei colleghi per festeggiare un evento, in un locale un po' meno claustrofobico del solito e con dosi meno massicce di karaoke, il che equivale a più chiacchiere, più risate, maggiore reciproca conoscenza e di conseguenza maggior intimità, maggior coesione e affiatamento.
La serata era ormai giunta al termine, ho indossato la mia felpa nera e messo in spalla lo zaino per avviarmi alla fermata dell’autobus e tornare a casa, quando una collega con la quale ho un bellissimo rapporto, molto materno e protettivo, ha fatto leva, in modo molto esplicito, affinché lui mi riaccompagnasse a casa e a posteriori mi sento dire che quando la vedrò al lavoro dovrò solamente dirle grazie.
Alla fine ho accettato, non certo perché avessi bisogno del passaggio, ma perché in qualche modo speravo di poter ritagliare un momento di tempo per noi due e magari chiarire o perlomeno capire cosa fosse accaduto i giorni precedenti. In automobile il reciproco disagio a seguito degli ultimi fatti avvenuti era palpabile; i dialoghi erano molto superficiali e vertevano perlopiù attorno a rapidi scambi di battute riguardo cose molto frivole già dette e ridette. Il tragitto dal locale a casa mia era molto breve ed in quel momento mi sono resa conto che se non avessi detto o fatto qualcosa, avrei rischiato di perdere quell’occasione e una volta tornata a casa mi sarei stramaledetta. Armata dell’insolito coraggio che ultimamente sta emergendo manifestandosi in svariate occasioni, ho avviato un tentativo di dialogo:"Comunque non sono arrabbiata, solamente non capivo quel tuo continuo essere sfuggente nei miei confronti (non siamo mai usciti soli io e lui) e così ho pensato fosse meglio lasciarti stare". “Tranqui”, è stata la sua risposta stupidissima che avrebbe fatto impallidire un adolescente brufoloso alla prima cotta. Ho sospirato, amaramente, convinta che la “discussione” sarebbe terminata lì.
Poi, fortunatamente, ha ripreso a parlare in merito all’argomento e sono emerse diverse cose. La sostanza del discorso è che lui era convinto che io fossi fidanzata, poiché giorni prima mi aveva vista in compagnia di un ragazzo, e io ero convinta che lui fosse attratto da un’altra collega che ci prova spudoratamente con lui. In un attimo eravamo sotto casa mia. "Vuoi che ci fermiamo un po’ in macchina?", mi ha detto. "Sì.", ho risposto sicura e decisa, nonostante lo stupore per quella sua coraggiosa, inaspettata, proposta. Ha spento l’auto, lasciando solamente di sottofondo, fortunatamente a volume molto basso, una musica tamarrissima di quelle che piacciono a lui che lo rendono nostalgico dei tempi in cui era ragazzino e girava tutte le discoteche possibili e la sua testa era ancora piena di capelli.
Io stavo seduta irrigidita, fissando il vuoto tenendo lo sguardo dritto ma dentro ribollivo di emozioni. “Ti vergogni di me? Non devi vergognarti, lo sai.” Il timbro della sua voce era improvvisamente diventato caldo, avvolgente, tenero e rassicurante, e per un attimo ho provato nuovamente la sensazione che provavo alle prime serate con i colleghi quando lui cercava di tranquillizzarmi, sapendo quanta fatica facessi ad addentrarmi in contesti di interazione sociale. Mi ha scostato i capelli dal volto e mi ha accarezzata: quella carezza ha risvegliato il mio io interiore permettendomi di sprigionarlo. Ci siamo baciati fino allo sfinimento, ancora adesso ho le labbra gonfie dei suoi baci, e poi siamo andati anche oltre. Ho anche avuto delle manifestazioni d’affetto nei suoi confronti, che a quanto pare non sono passate inosservate. “Sai anche essere dolce, allora”, mi ha detto. Ho sorriso. Quanto ho agognato quei baci nemmeno lui lo sa, e quanti ne vorrei ancora.
Poi è arrivata l’ora di andare, sono tornata a casa, felice, euforica e stanca e mi sono messa a letto tenendomi il suo profumo addosso.


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Questa volta, e solamente per questa volta, eccezionalmente il mio scritto avrà un titolo in lingua inglese, che richiama e al contempo omaggia l’omonima canzone dei The Cure, per descrivere quelli che sono stati i miei venerdì passati. Ogni venerdì sera, i miei colleghi di lavoro sono soliti...
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18/09/2016 16:14:41
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Commenti

  1. topopigro68 18 settembre 2016 ore 21:08
    Che bello leggerti!!!!!!!Allora innanzitutto il gruppo over (mariellonzola in primis ti salutano tantissimo e sperano di leggerti anzi rileggerti).....Poi finalmente inizi a vivere!!!!!!!E che vivere ed è fantastico!!!!!!Lavoro in cui sei apprezzata fidanzato che ti apprezza ti manca solo un buon lucano e poi sei a posto......Vai così spero di rileggerti ancora più positivamente!!!!!!!!ciaoooooo
  2. Njlo 20 settembre 2016 ore 20:27
    Sei una donna in rinascita, cara Batterista, e mi piace questo tuo spirito nuovo, questa tua voglia di scoprire il mondo intorno a te e te stessa. Da una donna ad un'altra donna: non mollare, vedrai quanto bello può essere vivere. Un sorriso :rosa

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