Le vestigia dell'umanità

20 febbraio 2017 ore 00:35 segnala
L’abbattimento, l’apatia, la disillusione generavano in lei un forte bisogno di emozioni estreme, che ricercava puntualmente nei luoghi isolati, dimenticati, negli atri delle stazioni o nelle banchine ferroviarie, nei vicoli ciechi delle città, quelli ricolmi di immondizia, con i muri imbrattati e nei quali aleggia l’odore acre di urina che disgusta l’olfatto e fa lacrimare gli occhi; ricercava gli avventori di quei luoghi, che erano personaggi eccentrici e scapestrati, disperati e soli, come lei. Ricercare il rischio permetteva che il rilascio di endorfine si immettesse in circolo, ricercare situazioni che le creassero paura le provocava una brusca accelerazione del battito cardiaco e un leggero intorpidimento agli arti superiori, accelerava la cadenza del suo passo tenendo lo sguardo bene fisso sulla pavimentazione che scorreva rapida dinnanzi a lei. Quel giorno si recò ai parchi cittadini, sua madre le ripeteva spesso di evitarli e percorrere le strade affollate del centro. Ripensando alle affettuose raccomandazioni materne, trasgredire quell’imposizione le faceva provare un forte senso di ribellione e libertà frammisto ad un lacerante senso di colpa. Si avviò alla scalinata d’ingresso e sulla sua sinistra notò un uomo poggiato alla ringhiera in ferro battuto, con un cappello da baseball che gli copriva il volto e la testa china; il cuore le pulsava nella gola, accelerò il passo. Dopo poco si voltò sui suoi passi e scorse l’uomo immobile, dov’era prima. Proseguì. Alzò fugacemente lo sguardo ed in direzione davanti e lei intravide un gruppo di giovani uomini, si diresse in quella direzione tenendo lo sguardo fisso alla terra. Giunta in prossimità del branco, lanciò un’occhiata furtiva verso di loro e proseguì seguendo la strada. Erano visibilmente alterati dall’assunzione di indefinite sostanze, e quando la notarono iniziarono a ridere, a farle gesto di avvicinarsi e scioccare baci all’aria, quell’aria con il retrogusto di alcolici, quell’aria pesante, carica di pensieri perversi indicibili; trasalì, un brivido di disgusto le attraversò la schiena; la paura la stava quasi paralizzando interamente ma li fissò; poi proseguì e sorrise, perché sentì improvvisamente crescere in lei il suo senso di attaccamento alla vita, spesso smarrito nei meandri della sua psiche intorpidita dall’apatia e dall’abulia. Quei parchi erano popolati di solitudine e decadenza, eccezion fatta per qualche irriducibile, abitudinario anziano che portava a spasso il suo cane tenuto a guinzaglio che zampettava pigramente e qualche ignaro avventore capitato lì per caso.
Il suo sguardo scorse due ragazzi stesi uno sull’altra, che facevano del sesso nel parco, in pieno giorno, senza preoccuparsi troppo di possibili sguardi indiscreti. Il bacino di lui si muoveva ritmicamente, in modo quasi ipnotico, in modo lento e a velocità costante, gli occhi della compagna diretti al nulla, non comunicavano niente. Lei accelerò il passo in modo che i due amanti potessero agire indisturbati, quella visione non le provocò nessuna emozione.
Il prato erboso ospitava delle reduci foglie tinte di colori autunnali, e in quel giorno di metà febbraio l’inverno sembrava aver ceduto prematuramente il posto alla primavera facendo germogliare delle piccole margherite dai petali bianco latte e dei graziosi fiori color lilla. I raggi del sole sembravano quasi non giungere là, nei parchi cittadini rialzati, così vicini al centro cittadino ma al contempo così distanti. In quei parchi sembrava di immergersi in una dimensione atemporale ai confini delle esistenze convenzionali, perché in quei parchi vi si aggiravano i reietti, i dissidenti, i cinici, i disperati, gli animi soli, esausti e privi di uno scopo e tutti consumavano il proprio dolore appartandosi ai margini della società con la quale non avevano nulla a che vedere. Qualcuno di loro stava in compagnia di un libro, qualcun altro, i più, di una lattina di birra acquistata a basso costo, chi di una dose o in trepidante attesa del corriere...sguardi persi, vuoti, dilaniati, veri.

Abbandonò il parco, dietro di sé scendendo dalle gradinate di marmo, e si addentrò giù, nella città. Le piaceva attraversare quei parchi per poi immergersi nel caotico chiacchiericcio della folla del centro città del sabato pomeriggio, quel contrasto antitetico tra l'immorale e il morale le faceva apprezzare ancor più la sua imperterrita ricerca della solitudine finalizzata all’introspezione nella speranza, un giorno, di poter dare vita a quell’universo di creatività che accoglieva dentro di sé. Si addentrò per quelle brulicanti strade popolate da sbiadite sopravvivenze: gente per bene, gente che aveva un lavoro stabile, vestita a modo, con eleganza e ricercatezza, per quella soleggiata giornata di sabato dal clima mite e primaverile, gente che aveva sempre i lacci delle scarpe perfettamente annodati, la punta delle scarpe lucida e le suole sempre pulite, scarpe sempre nuove. La tela color grigio ardesia delle scarpe di lei, invece, era consunta e lacerata, le scanalature delle suole di gomma erano sporche di terriccio e aveva un laccio di colore differente dall’altro: era una cosa priva di senso e ciò la entusiasmava come fosse una bambina. A lei non importava nulla delle vetrine dei negozi e dei grandi cartelli colorati che richiamavano il periodo di saldi, la sua mente era solamente per gli uomini dimenticati che aveva incrociato poc’anzi. Ne incontrava sempre di differenti e con ciascuno di loro sentiva di avere delle cose in comune. I raggi obliqui del sole indoravano le sagome degli edifici cittadini con i loro muri con la vernice scrostata scolorita e i mattoni ingrigiti dall'inquinamento urbano, ed irradiavano quelle vie ricolme di una sopravvivenza lenta, abitudinaria, sfuocata, sbiadita, asfissiante, ridondante, nauseabonda. Alcuni di loro uscivano speranzosi e ridenti dai negozi di tabacchi dopo aver giocato alla schedina, ma non erano meno alienati, assuefatti, drogati di noi, creature che popolavamo i parchi; la differenza è che noi, popolo dei parchi, non eravamo ignari.

Alcuni si scattavano foto tra di loro, immortalando smorfie forzate, a tratti inquietanti, che del sorriso non avevano la minima traccia; e rossetti troppo rossi, tacchi troppo alti, cravatte troppo strette. Lei invece aveva immortalato nella sua memoria indelebile le esistenze degli esseri umani dei parchi.

La sua unica compagnia, quel giorno, era un libro che impugnò durante tutto il suo percorso tenendolo saldamente nella mano destra, come fosse una reliquia di inestimabile valore, e per lei effettivamente lo era e quel costante e nauseante senso di oppressione, che la premeva senza tregua, appena sotto la cinta dei seni, centrale, facendola sentire come se una pugno chiuso continuasse ad esercitare una forte pressione sul suo sterno. A volte credeva di non poter trattenere i conati di vomito. Inspirò profondamente ricordando a se stessa che quel pugno era il suo e solamente lei poteva decidere quando allentare la presa e poter finalmente respirare a pieni polmoni.


Ed in quei visi truccati in modo appariscente, i capelli perfettamente regolati ed ordinati, quei vestiti sapientemente abbinati e quei portamenti artefatti, quasi robotici, dietro quegli sguardi austeri, autoritari, inquadrati, giudicanti, spesso vuoti, dietro quella morbosa, maniacale e perversa ricerca della perfezione, lei ricercava affannosamente le vestigia dell’umana imperfezione.


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L’abbattimento, l’apatia, la disillusione generavano in lei un forte bisogno di emozioni estreme, che ricercava puntualmente nei luoghi isolati, dimenticati, negli atri delle stazioni o nelle banchine ferroviarie, nei vicoli ciechi delle città, quelli ricolmi di immondizia, con i muri imbrattati e...
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