Io e Willy

22 novembre 2017 ore 08:27 segnala

In questo paese di merda non succede mai niente. Sempre le solite quattro persone, nel solito, unico bar. Le giornate passavano tra una birra e una partita a scopa, tra una battuta sulla moglie del sindaco e una bestemmia in dialetto. Troppa noia. E la troppa noia uccide. Io non volevo morire, almeno non così giovane e senza prima neanche essermi fatto la figlia del farmacista. Così un giorno, sempre per questa stramaledetta noia, mi comprai un cane: Willy. L’avevo chiamato così per esorcizzare il mio vecchio passatempo preferito, quando cioè, ancora non possedevo l’animale...
Willy era intelligente, se per intelligenza consideriamo la capacità di capire abbastanza presto che non si può cacare sul divano. Con il tempo smisi di frequentare il bar, e presi a passare le giornate con quel simpatico quadrupede. Gli avevo insegnato a stare in piedi su due zampe, ad aprire la bocca quando dicevo “aiz!”, a giocare a calcetto a cinque (lui portiere). E per un sacco di tempo la cosa funzionò. Mi divertivo, e la noia sembrava un periodo distante della mia vita.
Un giorno però, Willy arrivò tutto felice aprendo la bocca e scodinzolando stando seduto su una zampetta (era il gioco che gli piaceva di più), ma la cosa non mi divertì più. Allora la povera bestia, saltò sul tavolo facendo una capriola e atterrando su un orecchio. Ma anche questo l’avevo visto mille volte. Che noia questa bestia... Pensai. Ma mentre lo dicevo avevo già in mente come far diventare di nuovo Willy una distrazione accettabile.
Decisi così di tagliargli una zampa. Ora doveva fare tutto quello che faceva prima, però con un’arto di meno. Era divertentissimo vederlo cadere, e riprovarci ostinato. Ma dopo un po’, questa potenza della natura, imparò a fare tutti gli esercizi con sole tre zampe. Per non continuare ad annoiarmi allora, gli tagliai un’altra zampa, questa volta posteriore. Ma dopo il solito periodo goffo e interessante, Willy imparò ancora una volta a giocare con me e a fare quello che gli chiedevo di fare. Mi vidi costretto a praticargli l’amputazione di tutti gli arti, della coda e delle orecchie. Arrivai a cucirgli gli occhi con un filo da macellaio. Ma incredibile a dirsi, quell’animale ostinato, trovava sempre il modo per farmi divertire un po’. Finché un giorno, rimasto ormai solo con la testa e un pezzo del corpo, non riuscì più veramente a suscitarmi nessuna emozione. E dovetti sopprimerlo (provando in questo un leggero senso di divertimento, purtroppo per un brevissimo momento però).
Tornai al mio noioso bar di merda, a passare le giornate abbracciato alle bottiglie di birra. Che noia... Era anche peggio di prima. E continuò così per un bel po’, fino a quando mia cognata trovò lavoro fuori dal paese, e mi incaricò di prendermi cura, durante il giorno, di suo figlio e quindi mio nipote. Io accettai felicissimo. Fu bellissimo insegnargli a giocare con le apine o i blocchi di plastica colorata. Era intelligentissimo, e gli bastava poco per capire tutto quello che gli dicevo. Già, era bravo. Troppo bravo, troppo veloce... Che noia...
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Sono come tu mi vuoi

21 novembre 2017 ore 13:04 segnala

O amore, ti ricordi la prima volta che ci siamo incontrati? Tu mi dicesti subito che i mori non ti piacevano, e io, il giorno dopo, una tinta e... biondo! O amore, ti ricordi ancora il tuo sguardo ridente quando mi comprai quella giacca verdepisciodimucca a quadri giallofluorescente, che dicevi mi stava così bene e faceva così chic? E quando il giorno dopo ti svegliasti insieme agli uccellini di bosco, e decidesti che il colore della mia pelle non si abbinava alla giacca nuova, e mi ci vollero quindici abluzioni facciali in acido pitrico per arrivare alla tinta giusta? Che tempi... vero amore mio?
Amore, non potrò mai scordare il giorno che guardandomi fisso negli occhi, mi ha preso il viso tra le mani sussurrandomi che dovevo operarmi anche alle gambe perchè ero troppo basso, e accarezzandomi il corpo delicatamente, hai aggiunto che visto che c’ero potevo anche farmi una liposuzione. Sospiro... Che tempi amore...
Il giorno del mio trentacinquesimo compleanno mi regalasti un’operazione plastica alla struttura dei denti, ti ricordi le risate? Per il nostro anniversario invece un corso di tango, balli di gruppo, paso doble e chà chà chà, e a Natale un abbonamento per un anno a spinning su roccia abbinato a mosse di karaté in piscina con racchette su prato. E fu a San Valentino, in quel ristorantino francese che avevo prenotato sei mesi prima, ipotecando casa dei miei genitori, che mi dicesti per la prima volta che i miei occhi ti ricordavano quelli di una trota salmonata in un mercato di Napoli. Che tempi amore mio... Che tempi...
Ma ci vollero tre rinoplastiche, otto interventi alla colonna vertebrale, sei corsi di cucina creativa e meditazione bungha, quattro mutui, dodici psicologi diversi, cinque macchine, dieci guardaroba, per accorgerti che io non ero quello che volevi. Ti ricordi amore? Fu quel giorno in cui ti portai un mazzo di fiori gialli, e tu mi dicesti che i fiori gialli sono pacchiani... E te ne andasti.
Ora è vero amore mio, se passo davanti ad uno specchio non mi riconosco più. Ma ti ricordi amore, quanto ti dava fastidio quando fumavo in casa?
Ho un sigaro cubano tra le dita ora...


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« immagine » O amore, ti ricordi la prima volta che ci siamo incontrati? Tu mi dicesti subito che i mori non ti piacevano, e io, il giorno dopo, una tinta e... biondo! O amore, ti ricordi ancora il tuo sguardo ridente quando mi comprai quella giacca verdepisciodimucca a quadri giallofluorescente, ...
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Odioso...

20 novembre 2017 ore 08:23 segnala

Odio i supermercati, tutti
Odio le offerte speciali, che sono tali solo se hai la tesserina
Odio chi ti travolge con i carrelli e ha anche il coraggio di guardarti male come se trovarti lì, in quel preciso momento, fosse chissà quale orribile peccato
Odio fissare gli scaffali pur sapendo che non ho la minima idea di cosa devo comprare o di cosa vorrò mangiare a pranzo e/o a cena
Odio chi mi passa davanti e pensa di passarla liscia solo perchè non sono alto due metri
Odio chi mi chiede se un prodotto è in offerta. Che ne so' io, mica abito qui dentro!
Odio i poveri promoter che ad ogni costo cercano di farti comprare 800 litri di latte per darti in regalo una tazza (peraltro orribile)
Odio la fila alla cassa, odio beccare 8 volte su 10 la cassiera apprendista che non capisce una ceppa di ciò che sta facendo
Odio la signora che ti si piazza dietro con quelle due cosette misere e ti guarda con fare patetico, come per dire "non è che mi fa passare avanti?" (e tu la guardi come un doberman prima di attaccare, come per dire "neanche morto!")
Odio chi paga con le vincite della tombola, tirando fuori bustate di centesimi, facendoti perdere nel frattempo il compleanno di uno dei tuoi nipoti perchè intanto il tempo passa, passa, passa
Odio la signora invadente che ti chiede "se non fa la raccolta punti prendo io i suoi bollini, mia figlia vuole prendere il bollitore!". Costerà 5 euro un bollitore, brutta pezzente! No, i punti non te li do', li prendo e una volta fuori li butto!
Odio mettere le mie cose sul nastro e vedere la tipa (anche i maschi però lo fanno) davanti a me sbrigarsi a separare la sua spesa dalla mia, come se le mie cose fossero infette. Hey, le abbiamo prese nello stesso posto eh! se le mie sono radioattive lo sono anche le tue!!!
Odio fare la spesa perchè puntualmente non compro mai ciò che realmente mi serve e riempio le buste con alimenti che non si sposano tra loro
Sì, decisamente odio fare la spesa, perchè ogni volta mi accorgo di quanto sono odioso io ad odiare tutto...
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« immagine » Odio i supermercati, tutti Odio le offerte speciali, che sono tali solo se hai la tesserina Odio chi ti travolge con i carrelli e ha anche il coraggio di guardarti male come se trovarti lì, in quel preciso momento, fosse chissà quale orribile peccato Odio fissare gli scaffali pur sape...
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Maledette nuvole sempre in movimento

18 novembre 2017 ore 12:09 segnala

Una mattina dai contorni tenui, in una cornice di verde e azzurro, un uomo ubriaco stava sdraiato su un prato guardando il cielo. Braccia stese lungo i fianchi, sembrava borbottare qualcosa mentre si asciugava il sudore dalla fronte. Un bambino, passando lì vicino e vedendo la strana scena, si sedette a fianco all’ubriaco e disse: “Buon giorno signore, cosa sta facendo?”. L’uomo non rispose.
“Dico a lei. Disturbo?”
L’uomo smise di borbottare. Girò piano la testa guardando il bambino con faccia cupa.
“Marmocchio, non sai quello che hai fatto. Sto contando le nuvole e con il tuo stupido chiacchiericcio mi hai fatto perdere il conto...”
“Ma come si possono contare le nuvole?”
“Basta fissare il cielo e iniziare a contare. Ma da qualche tempo sta diventando sempre più difficile. Quelle maledette non smettono mai di muoversi e di confondermi le idee... Ok. Ora sta zitto. Ricomincio. 1, 2, 3...”
Il bambino restò un attimo silenzioso a pensare. Poi si sdraiò anche lui. E iniziò a contare.
Dopo qualche minuto, un uomo distinto passò di lì, e vedendo quella scena, anche lui, non potè fare a meno di chiedere cosa succedesse. Quando ebbe spiegazioni dal ragazzino, si sdraiò e anche lui iniziò a contare le nuvole.
Dopo qualche tempo passò un gruppo di corridori che si fermarono anche loro rapiti dal conto delle nuvole. Poi una donna... poi un altro uomo...
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« immagine » Una mattina dai contorni tenui, in una cornice di verde e azzurro, un uomo ubriaco stava sdraiato su un prato guardando il cielo. Braccia stese lungo i fianchi, sembrava borbottare qualcosa mentre si asciugava il sudore dalla fronte. Un bambino, passando lì vicino e vedendo la strana...
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Vent'anni d'amicizia

17 novembre 2017 ore 20:59 segnala

Ciao, ti ricordi di me? Ci siamo conosciuti a Milano, sotto l'albergo. Ti mando le foto che ho fatto al concerto, sono un po' mosse ma meglio di niente.
Cominciava più o meno così la prima lettera che ho scritto a R., conosciuta in quel di Milano in una circostanza che, a distanza di anni, mi da ancora emozione: il primo tour dei Dream Theater in Italia. Dopo quella lettera ne sono seguite altre, e altre, e altre ancora, a cancellare i km che ci separavano. Lettere gonfie di fogli, straripanti di parole, scritte a scuola, di notte, colorate dall'emozione di aver trovato un'altra persona che ci somigliasse, con cui condividere e raffrontarsi. Tornare a casa e vedere che sul tavolo c'era posta per me era una gioia unica, e mentre leggevo avidamente quelle parole il palazzo poteva anche crollare, non mi interessava. In quei fogli non c'era solo la passione per un gruppo, c'erano due ragazzotti che si raccontavano, si confidavano storie e segreti e cercavano di farsi spazio in un mondo che già allora correva all'impazzata. Non cresceremo mai, ci dicevamo sempre. E invece siamo cresciuti, siamo dovuti crescere per forza. Nel corso degli anni le lettere hanno cambiato tono, non più solo cazzeggio ma necessità di supporto morale, di consigli e incoraggiamento a non mollare, a non cedere. Non più penne colorate a riempire fogli ma un getto di inchiostro nero su carta bianca, serio, a sottolineare la situazione di quel preciso momento. Di momenti scuri ne abbiamo vissuti parecchi mentre da carta e penna passavamo alle mail, forse più impersonali ma decisamente più veloci, proprio come il mondo che ci aveva inghiottiti. I treni presi per incontrarci e gli aerei per tutti i nostri viaggi hanno sostituito le lettere, custodite gelosamente in una scatola. Quando penso a lei automaticamente mi viene da pensare a carta e penna, perchè è iniziata proprio così.
L'ultima volta che ho scritto a R. è stato con un sms... "albergo prenotato, Milano ci aspetta!".
Il mondo continua a correre all'impazzata, ma vent'anni d'amicizia vanno festeggiati con calma.

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« immagine » Ciao, ti ricordi di me? Ci siamo conosciuti a Milano, sotto l'albergo. Ti mando le foto che ho fatto al concerto, sono un po' mosse ma meglio di niente. Cominciava più o meno così la prima lettera che ho scritto a R., conosciuta in quel di Milano in una circostanza che, a distanza di ...
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Gli amici

15 novembre 2017 ore 16:05 segnala

Iniziare un libro è una cosa seria, un po' come infilarsi in un nuovo rapporto umano. La copertina non è indicativa, può dare qualche informazione, ma non è rilevante. Per sapere se c'è qualcosa che valga la pena vivere bisogna aprire il libro, e iniziare a leggerlo. E come con le persone, spesso, troppo spesso, dalle prime righe non capisco niente, al punto che il primo istinto è di abbandonare e andare sul sicuro. Ma un'occasione si da a tutti, no? Quindi mi armo di pazienza, apro la mente alla novità, mi lascio andare, cerco persino di impegnarmi. E il bello in tutto ciò è che a volte capita qualcosa, una frase particolare, una situazione descritta nei dettagli, una sensazione che ti sfiora la pelle, e il libro ti prende, ti risucchia nella trama, i personaggi diventano familiari, ti fanno sorridere o piangere, ti fanno pensare e riflettere, ti divertono, ti chiamano, ti tengono compagnia. E come ogni buona compagnia non vorresti mai separartene così, quando mancano poche pagine alla fine, ti sembra che l'amico che hai appena conosciuto ti stia dicendo che se ne deve andare, che l'avventura e il percorso vissuti insieme stanno volgendo al termine. No, per favore, resta ancora un po'! e ogni pretesto è buono per rallentare il momento in cui del libro vedremo la quarta di copertina, il che vuol dire che l'avremo finito. Lo terremo nelle mani per un po', lo guarderemo pensando a tutto quello che ci ha dato, e poi lo lasceremo andare, trovandogli un posto speciale sullo scaffale. Come un vero amico, però, non andrà lontano, sarà lì ogni volta che vorremo incontrarlo. Basterà solo allungare la mano...
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« immagine » Iniziare un libro è una cosa seria, un po' come infilarsi in un nuovo rapporto umano. La copertina non è indicativa, può dare qualche informazione, ma non è rilevante. Per sapere se c'è qualcosa che valga la pena vivere bisogna aprire il libro, e iniziare a leggerlo. E come con le per...
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Pamplona

11 novembre 2017 ore 10:45 segnala

Che poi, ma dove cazzo andrà tutta questa gente ammassata nelle strade? Chissà cosa li spinge ad uscire in branchi sudati attratti dal loro stesso riflesso nelle vetrine, o accalcati in stadi ed innaffiati a cinquemila decibel mentre si agitano ad imitare un ballo. Che cosa è che vorrebbero trovare in realtà mentre si accaniscono a cercare uno sconto di tre euro su un paio di calzini di marca durante i saldi dentro i centri commerciali alla domenica. Cosa ci fanno tutti stretti come sardine ad essiccare nella spiaggia mentre si ungono a vicenda nell’intento di assomigliare tutti a quelle razze che poi cacciano con i bastoni la notte, quando è più difficile distinguere un coglione da un immigrato. Cosa sentono quando si sbattono nei comizi elettorali cantando tutti insieme inni al niente, felici di essere niente e confortandosi con tutti gli altri niente come loro.
La folla mi rende nervoso, mi toglie l’umore migliore e mi ricorda la mia natura che non ha niente di umano. In quel momento mi si agita il cuore che scalpita in cerca dell’aria, le persone diventano catene maleodoranti, inutili pezzi di carne indegni di esistere ed io un toro accecato dalla confusione che cerca spazio per correre. Agito le corna mirando al bersaglio che attraverso il suo sacrificio servirà d’esempio per le masse, sbuffo e grido. Si apre la strada spaventata dai miei passi, si schiude la porta e io sono già dentro, alla fine libero.
Peccato che a quel punto sia già ora di morire...
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« immagine » Che poi, ma dove cazzo andrà tutta questa gente ammassata nelle strade? Chissà cosa li spinge ad uscire in branchi sudati attratti dal loro stesso riflesso nelle vetrine, o accalcati in stadi ed innaffiati a cinquemila decibel mentre si agitano ad imitare un ballo. Che cosa è che vorr...
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Gli anni appesi

10 novembre 2017 ore 08:41 segnala

La prima cosa che fece appena arrivato, fu appendere le sue foto su una parete. Non le aveva più sfogliate da anni, per paura di dover sostenere lo sguardo fisso negli occhi con i propri ricordi. Invece quella sera, si mise ad aprire tutti i pacchi e i pacchetti, le buste, i raccoglitori, perdendosi in ogni foto a rimirare gli antichi splendori del suo palazzo. Passò la notte intera in compagnia di una birra, il suo fido pacchetto di Camel e la sua vita impressa su fogli di carta bagnati d’argento. Scelse quelle più allegre, e le attaccò sul muro in maniera casuale.
Dopo qualche tempo, una mattina, posò lo sguardo su quel collage fatto di scaglie di vita. Le vecchie foto erano quasi tutte state sostituite da foto nuove.
Fu così che si rese conto di quanto tempo era passato, da quella notte in cui decise di stendere la sua memoria ad asciugare le lacrime...
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« immagine » La prima cosa che fece appena arrivato, fu appendere le sue foto su una parete. Non le aveva più sfogliate da anni, per paura di dover sostenere lo sguardo fisso negli occhi con i propri ricordi. Invece quella sera, si mise ad aprire tutti i pacchi e i pacchetti, le buste, i raccoglit...
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La musica

08 novembre 2017 ore 21:00 segnala

Gli anni Ottanta... Quanti orli corti sono passati sopra quelle Clark color testa di moro, quanti gruppi orrendi a far girare i nastri dentro i Walkman. Altro che I-pod, Smartphone: lì la musica era calda, ogni elettrone costretto a cantare graffiato da una testina metallica, con quel fruscio di sottofondo conquistato a forza di sovraincidere la cassetta. A quei tempi, la musica la vedevi prima di ascoltarla, ti riempiva gli armadi non gli hard disk, e quando volevi passeggiare ti portavi appresso i tuoi dodici pezzi e quelli erano, semplicemente perché erano quelli che ti piacevano. Ora si cammina in silenzio, che le cuffie quasi non si vedono, sembrano tutti allucinati con gli occhi fissi alla parete, e non sai più se stanno in coma o reagiscono ancora alla vita. Si caricano cinquemila canzoni, per poi ascoltarne dodici, quelle che in realtà ti piacciono. Se volevi ascoltare musica, non c’erano tante possibilità: o avevi un amico che ti passava il disco, oppure niente, bisognava sborsare quindicimila lire e comprartelo. Ma a quel punto, le canzoni avevano un valore reale, e si sentivano tutte fino a riconoscerne ogni singolo accordo.
Ah... i cantanti degli anni Ottanta... Ne avevano di cose da dire, e anche quando non ce l’avevano non se ne facevano accorgere. E poi sapevano suonare. Sì, hai capito bene: suonare, che non è quella cosa che si fa con uno di quei programmini in cui schiacci un bottone ed esce il suono di una tromba, o di uno xilofono, con ritmi impostati che cambiano quando vogliono loro. Parlo di strumenti musicali veri: legno, ferro, accordature.
Dopo, spuntarono i primi CD. Progresso, l’hanno chiamato. Tutto pulito, tutto finto, come la musica suonata con i programmi. Pulita, finta e perfetta, perché non è più incisa, ma programmata, nota per nota.
E tutti a guardare le pareti, a domandarci se si sta in coma, a bocca aperta, recitando una canzone che, per default, non deve più dire niente...


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« immagine » Gli anni Ottanta... Quanti orli corti sono passati sopra quelle Clark color testa di moro, quanti gruppi orrendi a far girare i nastri dentro i Walkman. Altro che I-pod: lì la musica era calda, ogni elettrone costretto a cantare graffiato da una testina metallica, con quel fruscio di ...
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In bilico

07 novembre 2017 ore 22:23 segnala

In un giorno di sole e lacrime, annoiato e stanco, Akihiro decise di morire. Non possedeva nulla, e non trovando altro con cui compiere il suo intento, decise di gettarsi dalla rupe a strapiombo sulle cascate, che erano a pochi centinaia di metri dal suo villaggio. Racchiuse in una lettera-pergamena i suoi ultimi pensieri, l’appese su un muro della piazza principale, e si avviò al suo destino.
Trovatosi di fronte al baratro, si fermò per un attimo ad odorare l’aria fresca della mattina, si voltò giusto un secondo a guardare per l’ultima volta il suo paese. Poi strinse gli occhi, fece due passi indietro per prendere la rincorsa, e si gettò.
Quando riaprì gli occhi però, non si trovò tra le nuvole, e neanche in un mare di fuoco circondato da diavoli come gli avevano detto i vecchi. Per un gioco perverso del destino, era atterrato sul ramo più lungo di un pioppo nato sul crinale, in perfetto equilibrio. Sarebbe bastato, allungare un poco la gamba, per rompere quell’equilibrio e cadere nel vuoto. Ma non lo fece. In quel limbo fragile, Akihiro trovò la forza per non lasciare la vita. Restò lì, in bilico, sospeso tra la paura di morire e quella di vivere, in una linea di confine ideale dove si riesce ancora ad avvertire la forza dell’esistenza, ma non la fatica che essa stessa comporta. Vedeva le cose muoversi intorno, ruotare insieme al tutto, mentre lui rimaneva fermo, concentrato nel non cascare. Il brivido della paura del vuoto, lui lo chiamò vita.
Passarano gli anni, veloci e spenti. Akihiro era divenuto vecchio, quando decise che quell’esperienza gli aveva insegnato tutto quello che c’era da sapere. Volle così tornare sulla terra ferma, e lì finire i suoi giorni in pace. Fece così il balzo che non aveva mai osato fare in tanti lustri, e finalmente i suoi piedi ritoccarono l’erba fresca delle sue campagne.
Ma appena fatto, Akihiro si spense. E questa volta per sempre...
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« immagine » In un giorno di sole e lacrime, annoiato e stanco, Akihiro decise di morire. Non possedeva nulla, e non trovando altro con cui compiere il suo intento, decise di gettarsi dalla rupe a strapiombo sulle cascate, che erano a pochi centinaia di metri dal suo villaggio. Racchiuse in una le...
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