Soli in mezzo alla gente?

21 ottobre 2016 ore 09:36 segnala
" Porgere la propria comprensione verso gli altri è come redimere se stessi "




Sarà l'età che avanza inesorabile, e l'esperienze vissute mi fanno dire che non sono d'accordo... oggi non comprendo più nessuno e non perché non ne sia umanamente capace ... ma per umanità verso me stessa che non lo faccio più.
Per ovviare i meccanismi più semplici, scatta sempre nelle relazioni umane di qualsiasi genere una imposizione astratta di dare e avere, io oggi consolo e comprendo te e domani tu devi comprendere e consolare me, altrimenti sei solo uno dei tanti che viene a batter cassa nel momento del bisogno.
Questo è solo uno dei tanti meccanismi che si instaurano per mano di qualche entità sovrannaturale, ed io non ci sto più.
Ritengo sia più salutare prendere atto che le persone non hanno bisogno di comprensione, non tutte e non in tutti i casi, smettiamola di comportarci come Maria Teresa di Calcutta o Padre Pio che tanto nessuno ci farà un santino quando faremo la nostra dipartita.
È doveroso prendere atto che le persone che non vogliono giudizi e giudicano sono esseri che dovrebbero essere privati del libero arbitrio che tanto non han capito come si usa, bisogna prendere atto che le persone che spariscono e poi tornano nelle nostre vite come se fossimo autobus di qualche trasandata linea urbana che non sono credibili quando si scusano delle loro assenze.
E dobbiamo prendere atto,uno per uno, che l'amore verso gli altri, è una ricetta semplice e non una composizione di alta cucina ideata da Cracco o qualche sclerato stellato, è semplice, lineare, confusionale, passionale e a volte doloroso, ma mai pressante o vincolante.
Deve essere chiaro che gli unici a cui dobbiamo comprensione, amore, presenza, consolazione e tutto il resto siamo solo noi stessi, chi vuole essere tutto questo in aggiunta, come l'ingrediente segreto di nonna papera saprà esserlo nonostante i muri, le urla, le lacrime e nonostante i rifiuti che daremo per paura di dover tornare ad essere una Maria Teresa o un Padre Pio.
Chi vuole esserci c'è ed il resto cari miei, non serve a nulla.
Smettiamola di esser e sentirci soli in mezzo alla gente e cominciamo a capire che la gente siamo noi e possiamo bastarci anche da soli.
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" Porgere la propria comprensione verso gli altri è come redimere se stessi " « immagine » Sarà l'età che avanza inesorabile, e l'esperienze vissute mi fanno dire che non sono d'accordo... oggi non comprendo più nessuno e non perché non ne sia umanamente capace ... ma per umanità verso me...
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Andare....

03 ottobre 2016 ore 10:32 segnala

Ci saranno notti limpide e cristalline, tanto intrise di solitudine e malinconia quanto di gioia ed entusiasmo.
Ci saranno giorni duri e complicati, in cui si crederà di buttare tempo ed energie, in cui tutto sembrerà inutile e scarsamente proficuo.
Saranno notti e giorni caldi e afosi, dove la libertà si miscelerà con la miseria, nel gioco di contraddizioni affascinanti di cui è fatta l'Africa.
Partirò io, ma la me stessa che tornerà sarà irrimediabilmente cambiata:
nelle prospettive
nelle scale di valore
nell'approccio alla vita
Non voglio rimpianti, anche se ho paura.
E proverò a sfruttare tutti i giorni che mi restano, in modo da non recriminare nulla di fronte all'implacabile giudice che alberga nel mio cuore.
Sarà difficile, ma senza difficoltà che gusto avrebbe?


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« immagine » Ci saranno notti limpide e cristalline, tanto intrise di solitudine e malinconia quanto di gioia ed entusiasmo. Ci saranno giorni duri e complicati, in cui si crederà di buttare tempo ed energie, in cui tutto sembrerà inutile e scarsamente proficuo. Saranno notti e giorni caldi e afos...
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Mia

20 settembre 2016 ore 16:55 segnala
Aveva l'aria di chi torna da un posto dal quale solitamente non si torna, ma da dove, prima o poi, è necessario passare.





Auguri Mia, ovunque tu sia...........grazie per ciò che ci hai lasciato
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Aveva l'aria di chi torna da un posto dal quale solitamente non si torna, ma da dove, prima o poi, è necessario passare. « video » Auguri Mia, ovunque tu sia...........grazie per ciò che ci hai lasciato
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Va cosi....

08 settembre 2016 ore 11:38 segnala
Oggi mi gira in testa...
Chissà perché...
Artista meraviglioso e sensibile, politicamente scorretto per l'epoca (forse lo sarebbe anche adesso?), canzoni ricche di suoni, con circa settecentomila tonalità...
Colpevolmente messo da parte.
Quando ascolto questa canzone mi sovviene forte l'analogia con "Rain and Tears" degli Aphrodite's Child e di un ammaliante Demis Roussos...
A chi è ancora più istruito, non potrà sfuggire che "Il mozzarellista" del maestro Tony Tammaro è la versione tamarra di "Lugano addio".
Sarà che mi sono svegliata troppo tardi rispetto al solito, ma oggi di cose in testa me ne girano parecchie e questa canzone, forse, è proprio l'ideale per riflettere un po'...

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Oggi mi gira in testa... Chissà perché... Artista meraviglioso e sensibile, politicamente scorretto per l'epoca (forse lo sarebbe anche adesso?), canzoni ricche di suoni, con circa settecentomila tonalità... Colpevolmente messo da parte. Quando ascolto questa canzone mi sovviene forte l'analogia...
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“Strawberry moon”

21 giugno 2016 ore 11:12 segnala
“Strawberry moon”, luna di fragola, nome che gli indiani d'america diedero alla luna piena di giugno, il mese della raccolta delle fragole, quindi nulla a che vedere con la più famosa "luna rossa"



comunque raccontino le leggende i nostri occhi saranno tutti puntati in cielo, nella notte più lunga dell'anno...a guardare 'a luna rossa....e se in compagnia, sarà ancor più bello

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“Strawberry moon”, luna di fragola, nome che gli indiani d'america diedero alla luna piena di giugno, il mese della raccolta delle fragole, quindi nulla a che vedere con la più famosa "luna rossa" « immagine » comunque raccontino le leggende i nostri occhi saranno tutti puntati in cielo, nella...
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Ieri non siamo diventati tutti americani...

14 giugno 2016 ore 08:15 segnala
Ieri non siamo diventati tutti americani, non abbiamo cambiato le foto dei nostri profili su i social, non abbiamo acceso candele virtuali.




Certo non ha molto senso dire: siamo tutti americani, visto che anche il carnefice era americano, e non solo le vittime.
E poi è americano anche Trump e certo noi non vogliamo essere come Trump.
Eppure anche gli attentatori di Parigi erano francesi e anche Marine Le Pen è francese, eppure questo non ci ha impedito di gridare per giorni: siamo tutti francesi, di mettere il tricolore un po' dappertutto, anche sui gattini.

Qualche tricolore è ancora in giro, appeso in queste nostre finestre virtuali, uno straccio anacronistico, che non ricordiamo neppure quando abbiamo appeso.
Magari in questi mesi siamo diventati più accorti, abbiamo imparato a distinguere tra francesi buoni e francesi cattivi, come tra americani buoni e americani cattivi, e adesso siamo abbastanza furbi da non cadere nella trappola della commozione.

Oppure siamo assuefatti alle stragi, ci sta crescendo nello stomaco una coltre di pelo così folta da impedirci di piangere ancora.
O magari non accendiamo nessuna candela perché quelle quarantanove vittime erano (froci), che stavano in un bar di (froci)
Certo che se sai che ti possono ammazzare, non sei furbo se ti raduni con quelli della tua specie e poi metti anche un cartello con la scritta "qui siamo tutti froci"; rischi che arriva un Adinolfi qualsiasi e ti spara, e poi magari succede che l'Isis rivendica quell'attentato, di cui non sapeva nulla, che non aveva programmato, ma di cui può intestarsi i morti.
Quarantanove vittime americane in più senza nemmeno dover spendere un dollaro in munizioni: questi del califfato hanno tutte le fortune.
I primi froci sarebbero stati i lanzichenecchi, arrivati in Italia nel 1527, responsabili di quello che è passato alla storia come il sacco di Roma; erano soldati brutali, feroci appunto - da cui froci - che stupravano indistintamente donne e uomini.
Anche loro in qualche modo se l'erano cercata.

Come i ragazzi che l'altra sera erano al Pulse di Orlando, invece di starsene a casa.
Il padre dell'attentatore, come a giustificare il gesto del figlio, ha detto che il ragazzo era rimasto inorridito dalla vista di due uomini che si baciavano.
E ha detto questo per scagionare non tanto il figlio, ma la sua religione.
Omar avrebbe agito così perché omofobo, non perché musulmano; di omofobi ce ne sono tanti - ha pensato il padre del ragazzo - anche tra i bianchi, anche tra i cristiani, che alla fine mio figlio sarà in qualche modo assolto.
Poi, per scagionare se stesso, ha precisato che non spetta agli uomini punire i froci, ci penserà Dio.
Quello che dicono gli ayatollah cristiani; e quelli ebrei.
Se quei ragazzi avessero imparato a dominarsi, a non volersi baciare in pubblico, adesso sarebbero vivi.
Come quelle donne che vanno in giro la sera in minigonna o con i pantaloni attillati e poi non possono lamentarsi se vengono violentate.
Se la sono cercata, come i froci del Pulse.

Mi scuso se il linguaggio di questa definizione sta offendendo qualcuno, ma quei proiettili hanno colpito anche noi, perché noi in qualche modo siamo colpevoli dell'ignoranza e dell'ipocrisia delle nostre società.

Perché anche noi siamo "feroci" verso quelle persone che consideriamo ancora diverse.

Perché siamo la società che può urlare di essere francese, americana, perfino musulmana, ma non di essere froci...
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Ieri non siamo diventati tutti americani, non abbiamo cambiato le foto dei nostri profili su i social, non abbiamo acceso candele virtuali. « immagine » Certo non ha molto senso dire: siamo tutti americani, visto che anche il carnefice era americano, e non solo le vittime. E poi è americano...
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Un racconto chiaro

06 giugno 2016 ore 12:01 segnala


Tutti gli oggetti di questo racconto sono bianchi:
perle ostie e fazzoletti.
Parole di seta, lenzuola di merletto, nuvole.
Suoni bianchi, come il suono della parola “latte” come la schiuma del mare, come il sale, come il solletico.
Il solletico bianco e luminoso che fa una piuma, il colore della parola dormire e il colore della parola “prima”.
Prima le spose si sposavano di bianco, i loro lunghi abiti sembravano schiuma.
Le spose sembravano gabbiani.
Andavano a volare.
In questo racconto l’ombra non ha dove fermarsi, né dove sedersi, né dove coricarsi. È stanca la povera, rabbrividisce, trema di paura e di fática, ma si tratta di una paura bella e di una fatica bianca, chiara, trasparente, di una stanchezza come di goccie di acqua, di polmoni di urla di gioia e urla dell’anima, urla che si fanno con il corpo, non con la bocca, urla che escono dal fiume, dalle noci, urla di struzzi, che urla contenta, urla dei capelli delle nonne che, come tutti sanno, sono di seta bianca, urla di amore senza amore senza suono, senza un pizzico, neanche un puntino di oscurità, urla senza notte, dove tutto è bianchissimo e allegro, in fiocchi, in zollette, in cristalli dolci, in pensieri.
Pensa in due cose allo stesso tempo:
pensa all’ autunno e allo zucchero.
Le foglie di zucchero, le cucchiaiate d’autunno girando, sciolte nel caffé latte, dolci, invisibili in bocca....
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« immagine » Tutti gli oggetti di questo racconto sono bianchi: perle ostie e fazzoletti. Parole di seta, lenzuola di merletto, nuvole. Suoni bianchi, come il suono della parola “latte” come la schiuma del mare, come il sale, come il solletico. Il solletico bianco e luminoso che fa una piuma,...
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"le mani sporche di lavoro, profumano d'amore e dignità"

30 maggio 2016 ore 12:52 segnala
Era li, come ogni giorno... è al timone della sua barca e la osserva;
vorrebbe sapere chi è, perché sta lì , seduta sugli scogli; i capelli neri che giocano con il vento, i piedi nudi venati dagli spruzzi salati, come gocce di rugiada sulle foglie al mattino.
Dietro di lei il cielo grigio minaccia tempesta, ma sembra che non le importi, mentre, assorta, scruta lontano, oltre il limite del mare.cosa guarda, chi cerca, e tante altre cose che non ha mai detto a nessun'altra.
Un fischio da poppa lo riporta al reale, hanno superato gli scogli e stanno entrando in porto.
Rallenta.
Il motore risponde diminuendo il suo canto monotono e lui inizia la manovra di ormeggio.
Gli capita spesso, mentre la effettua, di ricordare le prime volte in cui vedeva suo padre fare ciò che a lui adesso riesce con tanta naturalezza: allora la considerava una sorta di magia riuscire a far virare con pochi giri di timone e colpetti di gas una barca tanto grande, facendolo sembrare la cosa più facile del mondo.
Con l'abbrivio che le resta, l'imbarcazione si accosta docilmente alla banchina con la murata di dritta, qualcuno lancia una cima da prua e qualcun'altro, a terra, la afferra e la lega a una bitta.
Spegne il motore.



Sono passati cinquantacinque anni.
Cinquantacinque anni dal giorno in cui le disse, nella sua lingua semplice da marinaio, che lei era la ragazza più bella del mondo.
Respira salsedine e sole, e la consapevolezza della fine del suo viaggio sulla terra, gli si mostra chiaramente davanti.
E lui non ne ha paura.
Ha vissuto, ha lavorato, ha amato, e il bilancio della sua vita è positivo, tutto sommato.
Si guarda le mani.
Dopo dieci anni che ha smesso di fumare, ci sono ancora le macchie di nicotina sulle dita.
Se le avvicina al viso e quasi gli sembra che siano ancora sporche di nero, come quando lavorava, con quel vago odore di nafta, pesce e olio motore.
Ormai non hanno più quell'odore e sono pulite, ma a lui piace immaginare che non sia così, perché una volta, suo padre gli disse una cosa che non ha più dimenticato:
"le mani sporche di lavoro, profumano d'amore e dignità"
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Era li, come ogni giorno... è al timone della sua barca e la osserva; vorrebbe sapere chi è, perché sta lì , seduta sugli scogli; i capelli neri che giocano con il vento, i piedi nudi venati dagli spruzzi salati, come gocce di rugiada sulle foglie al mattino. Dietro di lei il cielo grigio minaccia...
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d'inchiostro e nuvole

27 maggio 2016 ore 22:30 segnala
Baciamoci come da piccoli, di baci imperfetti
inventiamo una storia che non sappia
di streghe di orchi di addii e di inutili attese
Facciamo un bambino – di carta
che abbia le mani dei tuoi versi leggeri
e le mie labbra imbronciate all’ingiù
appese alle ombre di qualche pensiero
Facciamo mattino, un’alba increspata di gioia
mentre mi spoglio delle parole più cupe
sotto il cielo cobalto dei tuoi occhi
(sono un puntino di luce impazzito
fosforescente e tu stringimi ancora, forte)




Facciamo all'amore come una festa
di sguardi monelli che si rincorrono miele
e carezze negli angoli tiepidi della notte
Giochiamo a nasconderci per riscoprire
un poco spauriti, dietro a un sorriso
d'inchiostro e di nuvole
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Baciamoci come da piccoli, di baci imperfetti inventiamo una storia che non sappia di streghe di orchi di addii e di inutili attese Facciamo un bambino – di carta che abbia le mani dei tuoi versi leggeri e le mie labbra imbronciate all’ingiù appese alle ombre di qualche pensiero Facciamo mattino,...
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Rischi

21 maggio 2016 ore 19:12 segnala
Molti dicono che l'essere leggeri è pericoloso ...
Quei pesi ci tenevano a terra, erano certamente rassicuranti.
Ma poi, ai centri di gravità permanenti, abbiamo preferito il rischio di una vertigine....
e la carezza del vento.

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Molti dicono che l'essere leggeri è pericoloso ... Quei pesi ci tenevano a terra, erano certamente rassicuranti. Ma poi, ai centri di gravità permanenti, abbiamo preferito il rischio di una vertigine.... e la carezza del vento. « immagine »
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21/05/2016 19:12:11
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