Dolce crew.

24 gennaio 2018 ore 21:23 segnala
E' difficile spiegare cosa significhi lavorare in equipaggio.
Cioè, in realtà, cosa sia un equipaggio è presto detto: secondo il Devoto-Oli è il "complesso del personale imbarcato, agli ordini del comandante e degli ufficiali, su una nave mercantile o militare".
E, fin qui, nulla da dire.
In realtà questa definizione, per quanto inoppugnabile, non spiega di cosa sia fatta la quotidianità di chi lavora con un gruppetto di estranei che, per un tot di ore, saranno le persone più preziose al mondo.
L'equipaggio è una bestia strana.
Nasce, prende forma con le prime battute scambiate in ufficio e cresce,
sviluppa una sua personalità, un suo peso man mano che passano le ore a bordo, affrontando le avversità di un cielo turbolento o di passeggeri ostili, maeducati e, a volte, anche violenti.
Un bell'equipaggio è talmente affiatato che i suoi membri difficilmente si riescono a distinguere: compatti e solidali, si muovono come un essere solo, sanno di poter contare uno sull'altro. E il bello è proprio questo, essere tanti "io" e un solo "noi": a nessuno viene chiesto di annichilire se stesso, il proprio carattere, ma non c'è spazio per l'egoismo.
Le giornate che ricordo con più piacere, in effetti, sarebbero giornate da dimenticare: interminabili, estenuanti, sfiancanti, ma che siamo riusciti a portare a termine decorosamente. In queste situazioni, prima di andare ognuno verso la propria auto, passiamo insieme qualche momento di pura euforia, direi quasi di gioia, per esserci lasciati alle spalle un'altra giornata a bordo.
Di recente ho pensato, mi sono chiesto, se la vita di coppia non assomigli in qualche modo ad un piccolo equipaggio. Deve essere bellissimo avere qualcuno con cui affrontare le giornate "no", le avversità più serie, sapendo che si metterà a disposizione per aiutarci, sostenerci, per finire ogni giornata con un po' di euforia e di gioia.
Amarsi deve essere proprio figo.
La mia compagna, la donna con cui mescolarmi per diventare due "io", ma un solo "noi". Il mio crew. Non un essere perfetto, ma con difetti complementari ai miei, come gli spigoli di due pezzi del tetris che formano un poligono regolare.


(Sto invecchiando, eh?)




{There are these things I want the most
But they are usually one step furthest from my reach
Oh, but they always stand close enough
To take me to the next fuckin drink...}

CT

07 gennaio 2018 ore 00:41 segnala
E dire che quell'insolazione mi aveva fatto venire la febbre.
Sì, ma sotto le coperte non avevo mica il caldo che ho adesso: questo piumone è così caldo che i primi di gennaio mi tocca dormire in mutande, come se a Catania ci fosse bisogno di un piumone.
In Sicilia avranno tanti problemi, ma di certo non quello del freddo.
Comunque ci ho fatto il callo, e tutto sommato sembra quasi un abbraccio, questa stanza. Non fosse così cara e così ventosa, questa terra, potrei quasi soprassedere all'arroganza e all'antipatia di chi la abita pur di passarci qualche notte.
Addio Catania, non è stato un grande piacere.

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E dire che quell'insolazione mi aveva fatto venire la febbre. Sì, ma sotto le coperte non avevo mica il caldo che ho adesso: questo piumone è così caldo che i primi di gennaio mi tocca dormire in mutande, come se a Catania ci fosse bisogno di un piumone. In Sicilia avranno tanti problemi, ma di...
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07/01/2018 00:41:11
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fghjkljhgfhj

26 dicembre 2017 ore 02:01 segnala
Una delle sensazioni più ingrate di questo mondo è il ricordo di momenti passati, sereni, felici e spensierati, così vividi nella memoria da sembrare a portata di mano. Ciò che può richiamare alla mente con tanta precisione certi frammenti di vita -tutto sommato inutili- di solito sono canzoni, odori o immagini. Nel mio caso è questo:



E per voi com'è la faccenda?
Ditemi qualcosa, maledizione.
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Una delle sensazioni più ingrate di questo mondo è il ricordo di momenti passati, sereni, felici e spensierati, così vividi da sembrare a portata di mano. Ciò che può richiamare alla mente con tanta precisione frammenti di vita -tutto sommato inutili- di solito sono canzoni, odori o immagini. Nel...
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Per Elisa

17 dicembre 2017 ore 23:33 segnala
Milano, Giugno '87.
La giornata era stata calda, caldissima.
Sara aveva salutato i colleghi dell'ufficio ed era scesa per andare a prendere la metropolitana, come ogni giorno, intorno alle sei di sera. Era venerdì
e, prima di dirigersi in Cadorna a prendere il diretto delle 18:30 per Saronno, fece la solita piccola deviazione per la solita piccola spesa dei venerdì
dell'ultimo anno e mezzo. Riuscì a saltare sul vagone appena prima che la capotreno facesse chiudere le porte: si era attardata qualche minuto più del
solito e aveva dovuto correre. Trafelata ma contenta per non aver perso il treno, si mise a sedere al primo posto libero, verso metà
carrozza, attirando su di sè diversi sguardi tra l'ammirato e il malizioso: più che sui bei capelli corvini o sugli occhioni nocciola, l'attenzione
sembrava rivolta ai pantaloni di cotone bianco, che il dress code alquanto permissivo dell'azienda consentiva di portare piuttosto aderenti. Non le spiaceva
affatto che si notassero i risultati che la ginnastica aerobica, praticata con costanza, permette di ottenere.
Anche quella sera sarebbe andata in palestra, a Saronno, dietro alla stazione. Per questo portava con sè la sacca da ginnastica di tela beige che adesso giaceva
ai suoi piedi, sotto il sedile su cui stava per assopirsi, mentre si godeva l'aria che entrava dai finestrini e che le spostava i capelli dalla fronte.
Lo scatto delle porte che, più che aprirsi, sbattevano contro gli stipiti, la fece riemergere dal dormiveglia con un sussulto: balzò in piedi e si diresse a grandi
falcate verso l'uscita, temendo di non riuscire a raggiungerla prima della chiusura e della ripartenza verso la successiva fermata. -Scusa!- fece una voce di ragazzo
alle sue spalle -La borsa!-. Sara corse -non così per dire, corse davvero- verso il sedile sotto cui aveva lasciato la sacca da ginnastica, e la recuperò stringendola
a sè con un sospiro di sollievo. -Grazie!- disse con un sorriso raggiante di gratitudine al ragazzo, che rispose facendo l'occhiolino. Si girò e andò spedita verso
la porta, riuscendo a scendere dal treno appena prima che si chiudesse.
Uscì dalla stazione in via Primo Maggio, girò a sinistra in via Lanino e di nuovo a sinistra in via Ferrari, fino alla palestra: il percorso avrebbe richiesto
sette-otto minuti buoni al pedone comune con incombenze comuni per un venerdì-sera-orario-aperitivo, ma Sara voleva sbrigare la formalità dei piegamenti coi manubri
e della cyclette prima della lezione di aerobica, così impiegò quattro minuti e mezzo scarsi.
Il riscaldamento fu efficace e la lezione particolarmente dura, o forse Sara ci aveva messo più foga e più energia del solito; ad ogni modo, era riuscita
nell'intento di sudare fuori lo stress della giornata, e la doccia fresca nello spogliatoio lavò via il torpore che l'afa delle estati milanesi appiccica
addosso anche alle persone più dinamiche.
Erano le otto e mezza passate quando uscì dalla palestra e, forse rinfrancata dal buonumore e dal senso di "pulito" che la combinazione fatica-sudata-doccia sa donare,
aveva l'impressione che il tempo fosse cambiato in meglio: dalle prealpi era scesa una brezzolina che era una goduria, e sembrava che il cielo si fosse sfilato il
maglione di umidità e smog e che se ne stesse a godersi il vento sulla pelle nuda, aspettando di farsi scivolare addosso la sua vestaglia di morbida seta blu.
Fece il tragitto verso la stazione con un passo molto più tranquillo che all'andata, infatti impiegò quasi nove minuti per raggiungere il lato che dà su via
Cantore. Attraversò la strada e costeggiò piazza Cadorna sul lato che sbuca davanti alla chiesa di San Francesco, e si godeva tutta la passeggiata verso
Corso Italia e da lì verso la piazza grande: il traffico del fine settimana che sta per cominciare, l'acciottolio di bicchieri appoggiati al banco e riempiti
di Aperol o Martini, le chiacchiere dai tavolini e gli ultimi tormentoni estivi dai juke box, i ragazzini che giocano a Double Dragon, la sera che profumava di
ghiaccioli alla menta, benzina incombusta e fumo di sigaretta. In effetti non c'era niente di anche vagamente romantico o "bello" nei fine settimana saronnesi, ma Sara
era cresciuta lì, e il sentore dei piccoli vizi che le persone si concedono le ricordava la gioia che provava quando finiva la scuola, quando iniziava l'oratorio feriale,
quando intravedeva le due settimane che avrebbe trascorso con la sua famiglia in Sardegna ad agosto.
Insomma, pregustava un grande piacere.
Aveva sete ed iniziava ad avvertire un certo appetito, ma non voleva mangiare, non a quell'ora. Entrò al bar Torino ed ordinò un succo di pera e un bicchierone d'acqua
con una fetta di limone. Sedendosi sul divanetto si rese conto di essere piuttosto affaticata, e sentì quadricipiti e glutei rilassarsi per la prima volta in un
paio d'ore. Bevve l'acqua avidamente e ne chiese subito un altro bicchiere, intanto iniziò a sorseggiare il succo di pera; poco dopo la barista le porse il nuovo bicchiere e
una ciotolina di arachidi, cosa che Sara apprezzò molto: si era resa conto, una volta spenta la sete, di avere più di un leggero languore, e la frutta secca era quello
che ci voleva per tappare il buco allo stomaco senza rischiare di appesantirsi. Finì acqua, succo di frutta e arachidi e andò a pagare; tornando al divanetto per
recuperare borsetta e sacca da ginnastica, si ricordò che a casa aveva finito il limone, così raccolse le due fette dai bicchieri e le portò via avvolgendole in
un tovagliolo che infilò in borsa.
La cosa attirò l'attenzione della barista e del cassiere, che si guardarono un istante ma non dissero nulla.
Uscì dal bar che erano ormai le nove e venti: c'era ancora luce, quella luce senza sole che sembra riflettersi direttamente dalla Luna. Sara si decise ad avviarsi
verso casa, percorrendo Corso Italia fino a via Carcano, e via Carcano fino al suo condominio, in via Molino: ad un'asta giudiziaria era riuscita ad aggiudicarsi un
bell'appartamento all'ultimo piano, piuttosto grande e luminoso, che nel salotto aveva un'ampia porta-finestra che dava sul terrazzino. Non che avesse
una particolare attrazione per terrazzi, balconi e la vegetazione che un pollice verde avrebbe potuto far crescere rigogliosa in quei cinque metri quadri: era rimasta
folgorata dal senso di ampiezza e apertura che la vista sulla via per la stazione conferiva all'ambiente. Aveva messo un divano bianco proprio lì, di fronte
all'uscita sul terrazzino; amava starsene seduta con i piedi nudi appoggiati sul pouf, leggendo un libro o una rivista.
L'ascensore arrivò all'ultimo piano e Sara uscì già con in mano le chiavi, che infilò con un gesto preciso nella toppa. Appoggiò la borsetta e le chiavi sulla
cassapanca in anticamera, sfilò le scarpe e andò direttamente in bagno con la sacca da ginnastica, per mettere subito nella cesta dei panni sporchi il top, gli shorts
e la biancheria che aveva indossato per l'aerobica. Lavò accuratamente le mani, poi portò in camera da letto la sacca vuota, armeggiando per aprire
la zip della tasca interna, da cui prese la custodia degli occhiali da sole. Andò in cucina passando per l'anticamera, tirando fuori dalla borsa le fette di limone
avvolte nel tovagliolo che appoggiò sul piano di lavoro.
Erano già le dieci meno un quarto e la luce stava piano piano andando via, ma aveva voglia di un caffè, così preparò la moka e la mise sul fuoco. Aveva qualche
minuto prima che l'infuso fosse pronto, così iniziò ad apparecchiare il basso tavolino davanti al divano bianco: la tazzina, la zuccheriera, il limone, la custodia
degli occhiali, le sigarette, l'accendino, un bicchiere d'acqua e un sottobicchiere di metallo su cui appoggiò la piccola candela scaldavivande.
Un gorgoglio sommesso l'avvertì che il caffè era pronto, così tornò in cucina e prese la caffettiera. Versò il caffè nella tazzina, stando attenta a non farlo
gocciolare sul piano di legno del tavolinetto e riportò subito la moka in cucina. Andò, finalmente, a sedersi sul divano e mise due cucchiaini di zucchero nella
tazzina bollente: mescolò lentamente, quasi sovrappensiero, e quasi sovrappensiero portò la tazzina alle labbra, sorseggiando il suo caffè.
Sorrideva tra sè.
Ripose la tazzina in cucina, nel lavello, e tornò a sedersi sul divano. Aprì un cassetto del tavolino da cui estrasse una piccola scatola di plastica che ripose con
cura sul piano di legno. Il respiro aumentò di profondità e il battito accelerò sensibilmente.
Aprì la scatola e tirò fuori la sua "forchettina".
Siringa, che brutto modo di chiamarla, aveva pensato una volta, le ricordava i medici, gli ospedali e, peggio che mai, il dentista! Si ricordava di come Alessio,
il suo ex, l'aveva presa in giro la prima volta che l'avevano usata insieme: -Ma come la tieni in mano!? Non è mica una forchetta!- Da allora era stata la
forchettina. Sara e Alessio si erano lasciati più di un anno prima, e da allora Sara non aveva avuto altri uomini. E perchè avrebbe dovuto? Aveva ventinove anni, un
buon lavoro, le amiche, la palestra...e una volta alla settimana la sua forchettina. Non le serviva altro. Certo, le sarebbe piaciuto coltivare il rapporto tra lei e
la forchettina con più dedizione, ma sapeva bene -lo aveva visto su Alessio- che la routine, l'assuefazione, eliminano tutto il piacere e lo trasformano in bisogno.
Oltretutto al lavoro se ne sarebbero accorti e, in ogni caso, non avrebbe mai potuto permetterselo. No, la forchettina andava usata solo al venerdì, gustando ogni
fase del suo giocoso rituale ed evitando che eventuali postumi potessero inficiare l'efficienza sul lavoro.
Sara tornò in cucina, e, dalla credenza, prese una lattina di Coca Cola vuota, a cui era stata tagliata la sommità, e la mise sulla candela; portò con sè anche un
tovagliolo, che stese sul tavolinetto vicino al divano, proprio di fianco alla scatoletta di plastica. Era arrivato il momento che aspettava da una settimana.
Prese il brown dalla custodia degli occhiali, lo scartò e lo mise sulla lattina. Aggiunse, sapientemente, dieci millilitri d'acqua e vi spremette sopra una goccia
di limone; accese lo scaldavivande, e vide la sostanza iniziare a muoversi, contorcersi e schiumare: mise l'indice sotto le narici e respirò solo dalla bocca,
l'odore dell'eroina cotta le dava ancora un voltastomaco tremendo; prese una Lucky Strike dal pacchetto e ne strappò via coi denti metà del filtro; lo mise
delicatamente nell'intruglio bollente, poi vi poggiò sopra l'ago della forchettina: tirò lo stantuffo e lo sciroppo ambrato salì fino alla tacca del dodici, la sua tacca.
Adesso era pronta: osservò il contenuto della forchettina e si ritenne soddisfatta della pulizia del liquido. Appoggiò lo strumento sul sottobicchiere di metallo
e iniziò a picchiettare la vena del braccio sinistro, proprio nell'incavo. Non si era mai fatta sul braccio, per paura di dovere delle spiegazioni ai colleghi nel
caso fosse uscito un ematoma, ma l'esperienza l'aveva formata ed era in grado di eseguire iniezioni indolori ed esteticamente invisibili. Il braccio di Sara era
tonico, con il bicipite appena pronunciato e la pelle sottile e morbida a coprire i vasi sanguigni come una guaina di velluto. Appoggiò l'ago sulla vena al centro
del braccio e sollevò lievemente il labbro in un'espressione di malizioso compiacimento. L'ago penetrò il vaso turgido come fosse stato un acino d'uva; Sara tirò
leggermente lo stantuffo per far sì che il suo sangue si mescolasse alla brodaglia nella forchettina.
Inspirò ed espirò profondamente, poi chiuse gli occhi; spinse lo stantuffo fino a fine corsa ed iniettò tutta la dose caramellosa nel suo braccio sensuale.
Un secondo dopo arrivò: un gong tibetano venne percosso con incredibile forza sul suo stomaco da una bacchetta felpata: le vibrazioni di piacere che scaturirono si irradiarono
a tutte le sue membra, i suoi muscoli, le sue cellule. Sara era ancora consapevole e socchiuse gli occhi, mugolando di piacere con le
labbra serrate. Il piede destro accarezzava delicatamente il polpaccio sinistro e la zona lombare si inarcò leggermente, facendo sporgere ancor di più i glutei ben
torniti. Il narcotico faceva effetto e, dopo un lasso di tempo indefinito (due minuti? Sei ore?), Sara sentì il diaframma rilassarsi, i pettorali rilassarsi, i dorsali,
i femorali, il trapezio...e insomma si sentì sprofondare come se le sue membra fossero state pesantissime ed inermi. Rallentò il respiro e sentì un sudorino freddo su tutto
il corpo. Si assopì, con uno splendido cielo stellato negli occhi e l'umore al settimo cielo.
Il sabato passò.
La domenica anche.
Il lunedì successivo il tempo non era migliorato: caldo e afa facevano sudare ad ogni pie' sospinto, e la calca sui mezzi pubblici era quella di sempre.
O quasi.
Sara non andò al lavoro lunedì; e neanche martedì.
Domenica sera i vicini avevano sentito uno strano odore chimico che proveniva dall'appartamento di Sara. Lunedì era stato più forte.
Cazzo, martedì era proprio una puzza terribile.
I pompieri aprirono la porta dell'appartamento, ed i paramedici non poterono che constatare la morte della ragazza; fatto che, ad essere sinceri, era a dir poco palese:
le membra erano completamente rigide ed immobili, il colorito verdognolo, e le labbra avevano iniziato a ritrarsi mostrando un ghigno bizzarro e innaturale; gli occhi,
che Sara aveva socchiuso in preda al piacere, erano ora aperti ed inespressivi come quelli dei gatti colpiti da un paraurti in autostrada.
Aveva ventinove anni, e non le serviva altro.


Tags: dai la cera, togli la cera-attenti al parco giochi che ci sono le siringhe!-Magnum P.I.-contorni viola-tre stranieri per squadra-non giocate nell'erba alta!-Matthäus, Diaz, Brehme-Fiat Tipo dgt-Alboreto vice campione del mondo-Gullit, Van Basten, Rijkaard-giochiamo a nascondino?-se andate sulla pista ciclabile attenti ai drogati-Aprilia Futura-Fifty Top

La sicumera di certi corpi celesti.

22 novembre 2017 ore 13:59 segnala
Possibile che nessuno si renda conto di quanto è stronza la Luna? No perché sono sicuro che, se la interpellassimo, direbbe che non fa nulla di male, che galleggia placida nel cielo, rischiarandolo col suo sguardo benevolo.
Palle.
Sarebbe ora di chiarire le cose con questi astri presuntuosi: spiegare loro che, anche se ci imbamboliamo a fissarli col naso all'insù, non siamo esattamente sette miliardi di idioti.
Sarebbe proprio da fare.
E invece no, continuiamo imperterriti ad osservarli, ammirarli, a rimanere incantati dalla loro bellezza eterna.
Proprio come con la Luna, che riusciamo ad amare in tutte le sue fasi: quando è piena, e sembra che ci dia tutta se stessa e ci sentiamo luminosi anche noi, quando è a metà, ed è come un gigantesco sofficino celeste e verrebbe voglia di mangiarsela tutta e pure quando assomiglia ad una lama sottile, che graffia il cielo come un falcetto. Siamo anche riusciti a perdonarla quando si nega, non ci concede nemmeno uno spicchio: avremmo potuto dire che la Luna fa la smorfiosa, che la Luna ha le sue cose, che la Luna fa la preziosa. Invece no. "Luna nuova". Bah.
La cosa che davvero non si può perdonare, però, e di cui dovremmo renderci conto, è che, per quanto possiamo accettare questa sua natura mutevole e mostrarci comprensivi verso i suoi cambiamenti di umore, non potremo mai amarla. Mai, perché mai potremo conoscerla davvero, perché lei ci mostra solo una faccia, quella che lei vuole mostrarci, quella luminosa e innocente: ragazzi, parliamoci chiaro, chissà cosa combina là dietro. La vacca.
Per cui, caro il mio satellite inutile, è ora di mettere le cose in chiaro e rimetterti al tuo posto ricordandoti due cosette:

1- se sei libera di troieggiare in cielo è grazie alla NOSTRA attrazione gravitazionale, non viceversa;

2- se non ci servissi per quella faccenda delle maree, ti avremmo buttata fuori dall'orbita a calci in culo da un bel pezzo.

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Possibile che nessuno si renda conto di quanto è stronza la Luna? No perché sono sicuro che, se la interpellassimo, direbbe che non fa nulla di male, che galleggia placida nel suo cielo, rischiarandolo col suo sguardo benevolo. Palle. Sarebbe ora di mettere le cose in chiaro con questi astri...
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Adjust Iturbe

17 novembre 2017 ore 20:03 segnala
"Gli sarebbe piaciuto poter fingere disinvoltura in una situazione simile. Purtroppo, era quanto di più lontano potesse immaginare dalla sua quotidianità. Le parole scorrevano fluide e piacevoli, ma qualcosa era ancora trattenuto dietro un invisibile cancello. "Non so essere me stesso", si ripeteva, mentre guardava negli occhi la sua interlocutrice che, teneramente, aspettava una replica alla frase che aveva appena pronunciato.
Tergiversava, si guardava intorno, e intanto la scena si raffreddava sempre più, finchè non fu chiaro che era ora di pagare il conto e andare.
"Sei un coglione" , fu la frase che continuava a risuonare nella sua testa lungo il tragitto fino a casa; ma non era del tutto sincero con se stesso.
Odiava ciò in cui si era cacciato, e odiava la tranquillità con cui le persone normali vivono quel tipo di esperienza, ma tant'era.
Aveva avuto coraggio, e questo bastava.
Sarebbero arrivati tempi migliori (di sicuro)."

Ho pensato che avercela col mondo è stupido. Ho pensato che chiedermi "cos'ho che non va" e "perché io no" sia ancora più idiota. Ho pensato che arriverà il mio momento, e riuscirò a passeggiare a braccetto con la persona a cui tengo davanti alle vetrine di Natale.
Fino ad allora, spero che voi, voi a cui i numeri hanno mostrato il loro lato gentile, passiate delle feste bellissime con la persona speciale che avete accanto (a patto che vi rendiate conto della vostra fortuna).
Il tutto in tempi relativamente non sospetti.

https://m.youtube.com/watch?v=YEbOqxLnRRo
cdad2a0b-0741-4fe0-9fe7-540c7b87edaf
"Gli sarebbe piaciuto poter fingere disinvoltura in una situazione simile. Purtroppo, era quanto di più lontano potesse immaginare dalla sua quotidianità. Le parole scorrevano fluide e piacevoli, ma qualcosa era ancora trattenuto dietro un invisibile cancello. "Non so essere me stesso", si...
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Cghvdhj gg

11 novembre 2017 ore 20:47 segnala
Verde la mia speranza.
Verde la fattanza.
Verde l'età, quella che vorrei avere.
Verde il prato, in cui giocavo da bambino.
Verde l'albero di plastica sotto cui trovavo i doni.
Verde la gonna, di chi lavorava con me.
Verde il te.
Verde l'invidia.
Verde l'indivia.
Verde il semaforo che poi son tutti rossi; e che, quando si spengono, mi chiudono la vena, mi fanno impazzire.
Verde la speranza.
Verde la benzina, ancora per poco.
Verde la benzina, la mia.

dfgbhnm

02 ottobre 2017 ore 23:11 segnala
"...Certo, nessuno di loro poteva immaginare che soltanto mezz'ora prima, la giovane signora a cui sembrava facile attribuire un censo, si abbandonava alle carezze di un muratore, tra i sassi e gli sterpeti di Terzollina. Nè che ora, sotto la sua fronte in apparenza abitata dai più leggiadri pensieri, il più leggiadro fosse questo: "mi sento tutta appiccicata".
Così dicendosi, le ridevano gli occhi, e rapidamente li abbassava incontrando lo sguardo del giovane dalla paglietta."
(...)
"L'omnibus si arrestò in piazza Beccaria. Poco più in là, la gente faceva cerchio attorno al forzatore che dilatando il torace spezzava le catene: il lume a carburo, posato per terra, ingigantiva l'ombra dell'atleta dal petto nudo e incatenato. Ne provò una dolce emozione. Si alzò per veder meglio, ma subito tornò a sedersi, fingendo di aver creduto che quella fosse la sua fermata. Lei muovendosi, anche il giovane dalla cravatta azzurra si era mosso, e ora, sorpreso, rivelato nelle sue intenzioni, si decise a discendere. Allorchè l'omnibus gli sfilò davanti, si tolse nuovamente il cappello e accennò un inchino. Ida gli restituì il saluto inclinando la testa, e in cuor suo pensava:

"Per i timidi, angelo mio, non c'è paradiso."

(Da un romanzo del '55 avrei potuto trarre conclusioni molto più definitive di quanto pensassi in prima superiore, quando me l'hanno fatto leggere).
d0c041b0-5d82-446a-8b2d-c735cb164a65
"...Certo, nessuno di loro poteva immaginare che soltanto mezz'ora prima, la giovane signora a cui sembrava facile attribuire un censo, si abbandonava alle carezze di un muratore, tra i sassi e gli sterpeti di Terzollina. Nè che ora, sotto la sua fronte in apparenza abitata dai più leggiadri...
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Fgts

11 settembre 2017 ore 11:50 segnala
Sì, il polso c'è, grazie.

tyui

22 agosto 2017 ore 16:44 segnala
Chissà se è così anche per qualcun altro.
Riesco a godermi le stagioni solo all'inizio, per un mesetto, poi inizio già a pensare a quella successiva e a quello che ha di bello o di brutto.
Tipo, adesso penso che tra non molto sarà autunno: l'aria sarà fresca, le foglie colorate, caldarroste in strada e insomma tutte quelle robe che da ragazzino ti fanno pensare "che palle ricomincia la scuola" e invece adesso un po' ti piacciono perchè a scuola non devi più andarci (sì, è un pensiero che mi solleva ancora oggi).
Poi, verso la fine di ottobre, penserò che di lì a poco inizierà l'inverno, che in effetti mi sta un po' sulle palle, però va beh, il lavoro è più disteso (almeno per me), ci son di mezzo le feste e in un attimo è gennaio, e da lì è tutta in discesa: lo vedi che le giornate si allungano ogni giorno, in bici l'aria è quasi affilata, ma è sempre pulita, fresca, serena, e già pregusti la primavera.
Fin quando, ad un tratto, è di nuovo fioritura: inforco la bici e il profumo dell'aria mi inebria ancor più dei negroni che mi faccio lungo il tragitto (e per un paio di settimane sono davvero felice).



Per inciso, non vedo l'ora che questa cazzo di estate sia finita.