la tela del ragno

14 giugno 2018 ore 23:45 segnala
Ci sono pensieri che rimangono dentro: impegnativi, profondi, ingombranti, ma incapaci di uscire, come il pianista di un bel film incapace di scendere dalla nave. Ci sono emozioni che ci pervadono, che rappresentano la parte piu profonda del nostro sentire e che restano nascosti, come la tela di un ragno, creata con certosino sforzo e che si cela allo sguardo di chi pure la sta fissando, sfruttando un gioco di luce o meglio di controluce. Gli uni e e le altre - i pensieri e le emozioni - stazionano dentro con la rassegnata ostinazione di suore di clausura rinunciate alla vita. Non c'è un motivo apparente, ma li teniamo con noi e li celiamo con pudore. Abbiamo paura di mandarli per il mondo, come una madre apprensiva che non perde di vista il proprio bambino. Capita che un giorno incrociamo un viso, uno sguardo, fosse anche una foto, uno di quelli che ti dice: si sono io, sono io la destinazione finale di quei pensieri e di quelle emozioni, sono il porto sicuro per l'approdo del loro primo viaggio. Li riconosciamo quegli occhi, non c'è dubbio. Sono quegli sguardi che ti spingono a pensare: se non a loro a chi? Eppure qualcosa di potente e misterioso fa si che proprio a quegli sguardi negheremo ancor di piu l'approdo. Sono gli sguardi che ci creano brividi e batticuore, quegli sguardi ci rendono vulnerabili e la vulnerabilità si sa ci spaventa. Sono stato un bambino allenato al silenzio. Uno di quelli che puoi anche scordarti che ci siano. Guardavo, ascoltavo e immagazzinavo. Non che non avessi nulla da dire, ma tutto intorno mi sembrava piu interessante di quello che io potessi dire. Votato al silenzio, ho peró imparato a conoscere. Codificavo sguardi, modulazioni di voce, linguaggi corporei. Proprietario esclusivo dei miei pensieri, sapevo anche che chi parla non sempre dice ciò che pensa o forse è piu giusto dire tutto quello che pensa. Mi appassionavo a capire il non detto. Parlare a volte è sviare, è un modo di distrarre l'attenzione. Mi interessava di piu quello che rimaneva dentro: mi piaceva notare la stonatura tra la frase detta, la risposta fornita e l'impercettibile ombra o lampo nello sguardo, che rivelava il pensiero, quello vero: l'essenza. Ho avuto i primi innamoramenti: erano le bambine con cui ostinatamente non parlavo, neanche le salutavo. Le guardavo per ore, le aspettavo, le pensavo e le sognavo: ma creare un rapporto con loro le avrebbe banalizzate. Meglio lasciarle alla voce sogno. La vita mi ha apparentemente cambiato: sono diventato per reazione loquace e divertente. Ma erano cortine fumogene quelle parole e quelle battute: agli altri davo l'io socialmente accettabile. L'altro io, quello vero, rimaneva celato. Era cambiato pero il movente: non mi piaceva, non lo ritenevo presentabile. Mi allenavo alla vergogna di me. Le mie storie erano atti di carità: salvavo le donne da me, da quello che non vedevano, che non si erano allenate a vedere. Le liberavo subito, come l'occupante di una cabina telefonica che accorci il dialogo per dare spazio agli altri. Un giorno mi imbattei in un profilo condito di frasi che sembravano uscite da un bel romanzo del novecento, li dove mi sarei aspettato solo frasi fatte. Ad onta di quelle frasi profonde, le sue risposte erano lievi e divertenti: era per certi versi una donna bambina, proprietaria di uno zoo dai nomi improbabili e di un concetto di porta nel giardino. Quella donna profonda e bambina era proprietaria di uno di quegli sguardi che dice eccomi sono io. I suoi occhi parlavano: la sua scrittura evocava e suscitava emozioni. Giocava e mi trattava come un impertinente intruso da tenere segnato a matita. Mi innamorai subito di quella donna bambina. In lei riconobbi in uno sguardo lo stesso allenamento, la stessa ostinata volontà di dare all'esterno solo un'immagine. Era bella fuori, era ricca dentro. Mi appassionava applicare su di lei l'arte appresa da bambino silenzioso. Ci conoscemmo scrivendo migliaia di parole inutili condite qua e là da frasi importanti, ma capaci di mimetizzarsi, di nascondersi. Di quelle dette e non dette, o meglio scritte e non scritte. Non conobbi quella donna bambina, ma le diedi il mio cuore, si prese il mio cuore. Era grazia, eleganza, tatto, bellezza, intelligenza e simpatia. Ed era complicata come il dedalo che protegge la tomba ed il tesoro di un faraone. Non potevi non darle il tuo cuore.
Viaggiare in lei, navigare nei suoi pensieri era una scoperta continua, ma forte era la paura di perdersi in quel dedalo. La trattai all'inizio come un cristallo prezioso e delicato: avevo paura della mia goffaggine. Aveva una ferita profonda, ma non volli mentire. Non piu, non a lei, a lei che aveva abbandonato la capacita di credere alle favole, nonostante il favoloso albergasse in lei più che in ogni altra donna avessi conosciuto Anzi come ti avvicinavi a quella ferita scappava. Mi attraeva e mi respingeva con una maestria sconosciuta. Davanti a lei non avevo difese. Si avvicinava, ma subito batteva in ritirata, mi feriva per riportarmi a distanza e mi riprendeva con una parola magica: scemo. Guai a convincerla a cancellare i messaggi: se lo avesse fatto sarebbe svanita come un sogno al risveglio. Per la prima volta l'arte appresa da bambino silenzioso era un'arma rivolta contro di me. Era la regina delle contraddizioni: il mio modo di parlarle, di aprire il mio cuore oltre ciò che poteva attendersi la attirava e la spingeva a diffidare di me. Rifuggiva le frasi d'amore dirette, di quelle che non riesci a controllare, ma ne era attratta, ne rimaneva stupita come una bambina davanti ad un giocattolo nuovo, ma subito le ridicolizzava. Entrò dentro di me con la stessa facilita con la quale una lama calda taglia il burro, con la medesima naturalezza con la quale un liquido occupa gli spazi. Le mie difese con lei avevano pressapoco l'efficacia della linea Maginot. Mi leggeva dentro, come io non avevo mai voluto accadesse. Ascoltava le mie parole, ma leggeva il resto. Quando due persone che tengono pensieri e sentimenti serrati dentro di loro si incontrano, quando quelle due persone hanno anche la capacità di capire il non detto, quando hanno ferite nell'animo ancora non cicatrizzate, quello che succede somiglia all'amore tra due ricci: devono trovare la giusta distanza per stare vicini, ma non farsi male. E non è affatto semplice. Dopo aver sperimentato questo tipo di esercizio amoroso mi sono spesso chiesto come abbiano fatto i ricci a non estinguersi. Mi diede lampi accecanti di vita nel mentre la morte e la tristezza regnava sulla mia esistenza. Era la luce in fondo al mio tunnel. Faceva male per difesa, quasi volesse liberarsi di quell'uomo e di quelle dichiarazioni a cui non riusciva credere, ma da cui faticava comunque a distaccarsi. Si sforzava di allontanare o farsi allontanare, ma ritornava con la voglia di ricominciare, riaprendo la porta magica della comunicazione tra noi. La voglia di vivermi o uccidermi coabitavano in lei, come due studentesse fuori sede che litigano su tutto e diffidano l'una dell'altra. Ma più questa donna bambina prendeva possesso del mio io, più inconsciamente tornava la mia abitudine ad esercitare atti di carità in amore. L'arma era la volontà di sembrare più indegno di quello che ero. Punivo in qualche modo il suo modo affettuoso e poetico di relazionarsi a me, punivo l'idea stupidamente buona che nonostante tutto aveva di me: sapeva leggere ma leggeva male. Cominciai ad ospitare anche io due studenti fuori sede. Più sentivo di non poter fare a meno di lei, più la allontanavo con il litigio. L'io non presentabile era divenuto ancora più impresentabile. Il senso di colpa, che come un filo invisibile da decenni legava tutti i miei pensieri, era divenuto di colpo la parte più ingombrante del mio essere. Avevo perso la persona più importante della mia vita e la prima frase della nostra futura comunicazione tra due dimensioni era stata: scusa. Scusa per non aver mantenuto la promessa, scusa per non aver saputo salvarti, scusa per aver scelto di lasciarti andare senza chiedere il tuo parere. Scusa per aver assistito immobile alla resa imposta a quel soldatino intento a combattere l'ennesima battaglia, apparentemente fragile, ma eroico come i trecento delle termopili. Qualcosa nella mia mente - infaticabile come un tarlo intento con il suo albero - cominciò a lavorare incessante per l'ennesimo atto di carità, il più solenne ed il più doloroso. Mi bastò dire ho tradito anche io. Senza spiegare i perchè, le cose successe, senza chiarire che fu solo un bacio fugace. Dissi sono stato un traditore e la persi per sempre. Cominciai ad attaccare senza sosta qualsiasi cosa, fosse anche la sua amata professione, come se la ritenessi colpevole di aver capito, di essere fuggita, ma ancor di più di essere tornata con quella malcelata dolcezza che mi rendeva debole ed indegno. Non importava il motivo, bastava il pretesto. Attaccavo a tutto campo come una squadra di calcio allenata al pressing. Soffrivo di questo: ma inconsciamente l'atto di carità si trasformava in missione. Quella donna bambina era tutto quello che volevo, molto più di quello che abbia mai sperato, troppo di più di quello che meritassi. Senza di lei imparavo l'asfissia. Il cammino verso lei rimase lastricato di sogni e buone intenzioni, ma per ogni passo in avanti la distanza cresceva. La favola finì così. Non venne salvifico il vissero felici e contenti. Molte cose importanti meriterebbero di essere raccontate, ma sarebbe inutile: come diceva il Manzoni "davanti alla morte solo il silenzio": vale anche per la morte di un sentimento. A cosa serve davvero cercare di capire quello che di razionale non ha nulla? La donna bambina è sparita. Mi ha chiesto di liberarla della mia presenza. Nella sua nuvola di dubbi e di bellezza ora ha una certezza: non vuole me e non cambierà idea. Il risultato cui miravo inconsciamente è stato raggiunto. Ora ha capito e non tornerà indietro. Ritorno all'arte imparata da bambino: sto in silenzio e studio il non detto. Ma il non detto lo cerco nel passato, non più nel presente. Sono tante le cose che non ho capito, molte riguardano i miei comportamenti, altrettante riguardano i suoi comportamenti. Troppe bugie e cose non dette mi allontanano dalla verità. Ma serve davvero capire? Lei ha avuto altre serate, altre emozioni, altre conversazioni amorose che non mi riguardavano più, altri primi baci e altri buongiorno e buona notte. Non sono più il primo pensiero della mattina, nè l'ultimo prima di dormire. Il suo cuore batte, ma non per me. Tra i suoi dubbi io rappresento l'unica possibilità già scartata. La donna bambina ha avuto finalmente le mie lacrime. A cosa serve capire? A nulla. Ma questo silenzio - quello che caratterizza la terza stagione della mia vita - ha moventi del tutto diversi. Nei suoi confronti è l'ultimo atto d'amore: il completamento dell'atto di carità amorosa con il quale la allontanavo da me. Ora ha capito. Ora è salva. Ora può essere finalmente felice. Il silenzio e l'assenza regalati ad una persona che ami e che ti manca valgono più di un milione di baci. Mi alleno a gestire un lutto, il secondo nel giro di pochi mesi. Ed ogni ora che passo senza scriverle la dedico a lei. Non so cosa le passi per la mente. Non più. Da ieri quello che posso fare è augurarle un felicita delirante, di incontrare un uomo che le sconvolga l'esistenza e la trascini con sé verso l'amore che non si gestisce, quello senza se e senza ma, quello che ti stravolge e ti rende diverso, ma al quale non puoi rinunciare. L'altro silenzio è quello riservato al resto del mondo. Quello che ti dice meglio così, dimenticala, non ti ama e non ti ha mai amato. Vorrei dire, argomentare, spiegare. Vorrei che loro potessero sapere di quei momenti, di quelle emozioni, di quelle frasi. Ma rimango in silenzio a fare la figura dello scemo che non ha capito nulla, che ha sognato ed immaginato tutto. Non so perché. Forse perché ci sono pensieri che rimangono dentro: impegnativi, profondi, ingombranti, ma incapaci di uscire, come il pianista di un bel film incapace di scendere dalla nave. Ci sono emozioni che ci pervadono, che rappresentano la parte piu profonda del nostro sentire e che restano nascosti, come la tela di un ragno, creata con certosino sforzo e che si cela allo sguardo di chi pure la sta fissando, sfruttando un gioco di luce o meglio di controluce. Gli uni e e le altre - i pensieri e le emozioni - stazionano dentro con la rassegnata ostinazione di suore di clausura rinunciate alla vita. Non c'è un motivo apparente, ma li teniamo con noi e li celiamo con pudore. Abbiamo paura di mandarli per il mondo, come una madre apprensiva che non perde di vista il proprio bambino. Alla fine questa storia è come la vita: un eterno ritorno al punto di partenza, quando un sogno svanisce. E quel sogno per quel che resta della mia vita avrà gli occhi splendidi di quella donna bambina, che voleva le mie lacrime ed alla fine le ha avute, forse quando non sapeva più che farsene. Il sogno è ora rimpianto, ma la vita è fatta per sognare.
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Ci sono pensieri che rimangono dentro: impegnativi, profondi, ingombranti, ma incapaci di uscire, come il pianista di un bel film incapace di scendere dalla nave. Ci sono emozioni che ci pervadono, che rappresentano la parte piu profonda del nostro sentire e che restano nascosti, come la tela di un...
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l'Heidegger di San Giovanni...

10 giugno 2018 ore 13:57 segnala
Rimase li, per un interminabile attimo, ad osservare impietrito lo schermo di un computer. Non un movimento, non una parola. Nel silenzio più assoluto gli arrivava alle orecchie il flebile suono di un temporale. A domandarglielo ora non saprebbe quantificare il tempo che passò con gli occhi puntati su quello schermo e, a dire il vero, anche il narratore avrebbe difficoltà a farlo. E non perché sia impossibile – giacché il tempo è sempre misurabile per natura – ma perché dovrebbe scegliere l’unità di misura più adatta al caso: se quella arida e, diciamolo, un po’ asettica data dal movimento meccanico di una lancetta o quella in grado di misurare la percezione soggettiva del tempo che scorre. Sta di fatto che, sorvolando sulla questione del tempo, rimase in quella stupita posizione con la mente in stallo ed il cuore in subbuglio, senza decidersi a fare nulla. L’attento lettore a questo punto si chiederà cosa mai avesse visto su quello schermo di così ipnotico, cosa avesse mai potuto provocare una reazione/non reazione di questo tipo in un uomo, che, aggiungiamo noi, aveva 46 anni e, quindi, di cose ne avrà viste nella sua vita. Beh la spiegazione empirica è di per sé banalizzante. Se ci fermiamo al mero dato oggettivo, dovremmo dire che davanti a quegli occhi in immobile fissità si paravano nell’ordine: uno schermo, una stringa, una foto, delle frasi e per ultimo due parole. Volendo precisare si trattava di un pronome soggettivo e di un verbo. Detta così la cosa, forse faremmo un torto a quest’uomo in stallo. Meglio aggiungere che queste due parole – il pronome ed il verbo – messe insieme formavano la frase ti amo. Oddio, la frase ti amo fa sempre il suo effetto, non avrebbero scritto fiumi di poesie se non fosse così, ma una reazione di questo tipo abbisogna di una spiegazione più approfondita e questo ci costringerà a raccontare una storia, una di quelle che il narratore si vanterebbe di aver tratto dalla sua sterminata fantasia, se non fosse che, nella sua incredibilità, questa storia è davvero accaduta. Partiamo dalla fine però e diamo conto di chi fosse l’autrice di queste due parole, chi fosse, in ultima analisi, la colpevole di questo stato di apparente paralisi che ha colto il nostro protagonista. Potremmo dire che è una donna, potremmo dire che si chiama Alessia, potremmo dire che fa il medico ed in particolare la rianimatrice. Lo potremmo dire, ma non lo diremo. L’autrice di questa frase è la principessa di un castello incantato, castello propriamente ubicato nel quartiere di San Giovanni a Roma. L’attento lettore ora dirà: ma non esiste un castello nel quartiere San Giovanni. Che noia la pedanteria di questi attenti lettori. Caro mio, se parti da questo presupposto lascia perdere, smetti di leggere perché sei entrato in un campo che non ti appartiene. Questa storia narra solo di cose che sfuggono alla logica, di quelle che non dovrebbero accadere mai secondo gli attenti lettori e che, invece, avvengono, come di fatto quanto narriamo è effettivamente avvenuto. La vita caro attento lettore è favola, perché altrimenti sarebbe solo un meccanico susseguirsi di momenti e di eventi: chi vorrebbe compiere la fatica di svegliarsi ogni giorno per questo meccanico dipanarsi di fatti logici? Nemmeno un ingegnere del catasto! Dicevamo del castello incantato. Caro lettore attento se sei ancora lì ti faccio una domanda: secondo te possono esistere due gatti di sesso maschile che si chiamano Senti Tu e Cleopatra ed un cane che si chiama Gildo? No? Ed invece esistono e si trovano esattamente in questo castello incantato a fare compagnia alla nostra principessa. Ma torniamo all’autrice di questa frase, appunto la principessa Alessia. Ella era di una bellezza commuovente, portatrice sana di un sorriso che ti scioglie e soprattutto di un cervello che andrebbe assicurato ai Lloyds. Sapeva scrivere, altroché se sapeva farlo. Non solo la forma – che a tratti sfiorava la genialità – ma anche la sostanza: esprimeva concetti, esternava emozioni che nella loro profondità provocavano vertigini. Nel momento esatto in cui avveniva la paralisi con cui abbiamo iniziato il racconto, lei era davanti ad un Ipad, con lo sguardo divertito ed una miriade di stringhe aperte davanti a se. Quello era il suo canale elettivo per rapportarsi al mondo. Ci sia consentito dire che in quel castello – e non si arrabbi la principessa – ella viveva in qualche modo come inconsapevole prigioniera. Nessuno in realtà l’aveva coartata a rimanere li, ma spesso la vita ci costruisce invisibili sbarre fatte dei materiali più disparati, che in qualche modo ci imprigionano. Le sue – intendiamo le sbarre – si sostanziavano nell’incapacità di ritrovare fiducia nel prossimo. Ella preferiva rinchiudersi in un mondo dove nulla è vero, perché lì non potevano esserci aspettative deluse, perché lì dare fiducia non era richiesto. Questo mondo aveva un nome assai bizzarro, si chiamava Chatta.it. Questo mondo era popolato di esseri astratti chiamati profili, che evolvevano in preferiti e addirittura in fidanchatti, senza mai assurgere però all’impertinente pretesa di voler essere veri. Era un mondo fantastico dotato di un pregio: durava fino a quando la nostra principessa non decideva di premere un tasto. Premuto quel tasto la principessa tornava al suo castello, ai suoi animali dai nomi improbabili e alla sua consolante ed amata certezza: un bambino di anni 11, dagli occhi color sabbia e dal nome miracolosamente normale: Fabrizio, che forse in sanscrito – visti i presupposti – significherà scampato pericolo… Proprio in questo mondo la principessa Alessia aveva conosciuto il nostro uomo, cui ora diamo anche un nome: Nicola. Anzi a dire il vero non si erano propriamente incontrati Nicola ed Alessia, ma Logichedisintegrate (guarda un po’ attento lettore amante della logica…) e Nik8868. Anzi, a dire il vero, non si erano proprio incontrati, si erano semplicemente scritti e, se proprio vogliamo essere precisi, diremo che Nik8868 aveva trovato il coraggio di scrivere e Logichedisintegrate si era degnata di rispondere. Ma che ci faceva Nik8868 in quel mondo virtuale? Se ascoltassimo la principessa dovremmo rispondere che stava li a rimorchiare, a fare il provolone ed a dire a tutte le stesse cose. Ma sappiamo della difficoltà della principessa Alessia di fidarsi e quindi rispettiamo il suo parere, ma facciamo il nostro compito che è narrare i fatti, non le malevole impressioni. Nicola ci era finito quasi per caso li, ma anche lui viveva in una gabbia, le cui sbarre erano fatte di tristezza, delusione e disinteresse per il mondo. Quel mondo immaginario era un surrogato: come affacciarsi ad una finestra e vedere gli altri vivere. Passava distratto da un profilo all’altro fino a quando non gli apparve quello della principessa Alessia. In principio fu la foto ad attrarre la sua attenzione e se questa fosse una favola illustrata tutti i lettori potrebbero capire il perché. Poi lesse. Dovete sapere che in questo mondo ognuno può scrivere quello che sta pensando. Diciamo che l’effetto complessivo che aveva tratto fin qui Nicola era di un mondo che alla scrittura non è che avesse dedicato la miglior parte del proprio tempo e a dire il vero nemmeno ai contenuti concettuali. Poi si imbatté nei pensieri della principessa e rimase li a leggerli e rileggerli. Li trovava addirittura emozionanti e non resistette alla tentazione di scrivere. Fu il primo messaggio, la prima goccia di un fiume in piena. Rimase ogni giorno incollato al computer aspettando che la principessa facesse il suo ingresso nel mondo virtuale. Aspettava pazientemente ore, giorni, secoli che lei finisse di parlare con i suoi preferiti e rispondesse ai suoi messaggi. Cominciò a pensarla anche durante il giorno, sempre più spesso. Prima di addormentarsi si lasciava cullare dal ricordo delle loro conversazioni. Poi cominciò a vedere le sue foto con preoccupante costanza. Finché non lo assalì un’atroce certezza. La amava. Nik8868 amava Logichedisintegrate, anzi Nicola amava Alessia. Anzi, la amava a tal punto da sentirne la mancanza. Ora qualcuno – magari proprio tu lettore attento se sei ancora li – si potrà domandare perché definire questa certezza atroce. Che c’è di male? È bello amare. Si nel mondo reale cari lettori. Ma non nel mondo virtuale e non una donna che ti abbia già detto che a te non ti incontrerà mai, anzi neanche ti telefonerà mai. Provateci voi a gestire un’emozione così grande nei confronti di un essere impalpabile come un pensiero, a vivere un amore nella certezza che non potrà mai avere sostanza e soprattutto che non verrà mai ricambiato. Lei era stata chiara. Fu così che la rassegnazione aveva fatto il nido nella mente di Nicola che si sforzava di farsi bastare quelle apparizioni e quelle conversazioni in multiproprietà. In questa predisposizione di animo lo raggiunse quella frase: ti amo. No, proprio non poteva aspettarsela, proprio non sapeva gestirla. Il desiderio di realtà esplose in un istante. Sognò di stringerla tra le braccia, di baciarla, di amarla e di non lasciarla più. Poi lei aggiunse per oggi e non solo te forse… chi lo ha detto che le favole hanno tutte un lieto fine? Questa non lo ha. Almeno per ora, chissà che quelle sbarre non crollino…chi vivrà vedrà. In quel caso noi saremo qui a raccontare perché è il nostro mestiere e perché diciamolo a noi le favole favolose piacciono, perché senza sogno che vita sarebbe? Principessa regalaci una favola che valga la pena di essere raccontata e che aspiri all'eternità.
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Rimase li, per un interminabile attimo, ad osservare impietrito lo schermo di un computer. Non un movimento, non una parola. Nel silenzio più assoluto gli arrivava alle orecchie il flebile suono di un temporale. A domandarglielo ora non saprebbe quantificare il tempo che passò con gli occhi puntati...
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