La Figlia del Principe Oblomov

07 luglio 2017 ore 05:17 segnala
https://www.kobo.com/it/en/search?query=john%20%20gerard%20sapodilla&fcsearchfield=authorLa Figlia del Principe Oblomov

Nello scompartimento riservato, con i divanetti di velluto rosso e i poggiatesta di lino ricamato, la donna è sola e guarda con rabbiosa nostalgia il paesaggio fuori dal finestrino; ha l’aspetto di una pesca matura con gli occhi freddi, in pelliccia bianca col colbacco, se avete compreso il tipo di donna.
Crok, il grassone, sente il sudore sulle mani, esita a tirare la porta scorrevole, come se non fosse più lui il padrone del treno.
— Vado dentro io? — gli propone la voce di Crik, lo smilzo, dietro di lui.
Crok sospira, deciso mette la mano sulla maniglia, tira la porta scorrevole, entra.
— Siete dunque voi, Ekaterina Oblomova?
Lei non smette di guardare il panorama, apre una piccola borsa di cuoio rosso e gli porge il biglietto senza voltarsi.
Crok fa per chinarsi verso di lei:
— Permettetemi di baciarvi la mano.
Lei ora si distoglie dal panorama e osserva il bottone pendente che è inutile cucire, tanto non riuscirebbe a chiudere l’uniforme sul pancione di Crok, Gli getta il biglietto a terra.
Entra Crik, raccoglie il biglietto, lo fora e lo depone sul velluto, poi prende Crok per un braccio:
— Vieni via, non è dignitoso.
Crok è bianco come il colbacco della donna, come la neve sui binari, si lascia trascinare fuori dallo scompartimento e scoppia in singhiozzi.
— L’hai vista come si comporta con me?
Crik conosce tutta la storia, ma è rassegnato a sentirsela ripetere.
— Io ero proprio un bel ragazzo, con l’uniforme sempre stirata, lei è salita a Pietroburgo, con cinque bauli e una cappelliera. Naturalmente mi sono precipitato per aiutarla e ho anche messo il cartellino Riservato sulla porta del suo scompartimento. Appena il treno si è avviato, sono entrato nel compartimento a chiederle il biglietto, lei mi ha preso la pinzetta e tutta seria ha cominciato a bucare il suo biglietto. Poi ha spiegato una mappa, si mette a guardare fuori dal finestrino e mi indica un punto:
— Ecco, signor controllore, quello è lo stagno con i cigni e le anatre.
A distanza non riuscivo a distinguere i suoi cigni e neppure le sue anatre, per la verità non avevo mai visto un cigno, anatre sì certo, ne avevo viste prima al mercato.
Lei aveva sorriso.
— Non state a farvene una colpa, vedrete i cigni nel laghetto accanto alla mia dacia a Mosca.
Mi ero licenziato dalle ferrovie e me ne ero andato alla sua dacia, all’inizio dell’estate. Alla fine dell’estate una mattina mi sveglio, ma lei non era accanto a me. Avevo gridato che mi portassero il tè con la crostata di mele, invece la cameriera era entrata con la mia valigia.
Dovetti smuovere tutta la mia famiglia e i conoscenti, giravo in tutti gli uffici con una lettera di presentazione a supplicare, alla fine le ferrovie mi ripresero, ma il capo dipartimento mi disse sarcastico “dimenticati la carriera, rimarrai sempre a forare biglietti”. Per questo sono il controllore in servizio con maggiore esperienza di tutti.
— Dovresti smettere di mangiare tanti dolcetti — lo interrompe Crik.
Crok non gli bada e continua:
— Sai chi è quella donna?
Certo che Crik lo sa, e sa anche che non deve più interrompere.
Crok socchiude gli occhi, prima di cominciare il raccontino:
— Il principe Oblomov possedeva tutte queste terre ora attraversate dal nostro treno. Il principe rifiutò il passaggio ai binari, con tanto di ukase dello zar Nicola, che ci veniva a caccia di anatre. Il treno dovette prenderla alla larga. Alla Rivoluzione di Ottobre il principe si ritrova in una prigione, neanche tanto comoda. I bolscevichi gli dicono di starsene lì, fino a quando non fosse finita di costruire la nuova ferrovia attraverso le sue terre di un tempo. Poi lui avrebbe fatto il macchinista alla guida del treno, dopotutto conosceva bene il percorso. Questa donna infame, è la figlia del principe Oblomov, ha voluto vendicare il principe per via della mia uniforme di ferroviere, mi ha spezzato il cuore.
Crik finge di essere commosso, come tutte le altre volte che la donna sale sullo stesso loro treno, con Crok che ripete la stessa scena e lo stesso racconto. Proprio non se la sente di dire a Crok che quella è una sgualdrinella come un’altra, solo si era stancata di lui.

Potassio in Agguato

04 luglio 2017 ore 04:40 segnala
Potassio in Agguato

Potassio vestiva sempre con una maglietta celeste e calzoncini corti celesti, forse sarà stato questo particolare a tradirlo. Nascosto in un portone aspettava il passaggio del tram a Piazza Strozzi. Non era stata una buona idea cambiare il percorso del Tram numero 8 e costringerlo ad attraversare Piazza Strozzi, con due strette curve all’entrata e all’uscita, dove il tram verde composto da due vagoni doveva rallentare quasi a fermarsi. Lo stratega Potassio conosceva questi punti deboli del tram, lasciava passare il primo vagone per non essere visto dal conducente, ma al passaggio rallentato del secondo vagone usciva felino dal portone e posava esperto un sacchettino sul binario prima dell’ultima ruota. Con un orribile boato la ruota faceva esplodere la innocua miscela esplosiva che riempiva il sacchetto. Il conducente, costretto a fermare ogni volta il tram, scendeva, osservava, minacciava l’aria con la barra di ferro per azionari gli scambi, infine sconfitto e furioso risaliva e andava.

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Lily

03 luglio 2017 ore 15:16 segnala
George e Lily
“Ordiniamo una pizza e mettiamo in tavola birra ghiacciata. Sei d’accordo Lily?”
Lily approva in silenzio.
“E ci guardiamo la partita di rugby, invece di quella stupida telenovela per casalinghe stupide.”
Lily non risponde.
“Cara, non ti dispiace se mi levo le scarpe e metto i piedi sulla tavola?”
Ultimamente i calzini di George sono alquanto sudici e pieni di buchi per fare uscire le dita, ma Lily continua a guardare George con quel suo sguardo di dolce approvazione. Una unione perfetta tra i due, Lily e George,
Il giorno prima George ha visto Lily nella vetrina. Lei è alta come George quando porta i tacchi a spillo. Le sue forme sono placidamente rotonde, è bionda con gli occhi azzurri come si conviene a una bambola. George è rimasto affascinato, fulminato dalla bambola Lily. Come attirato da una magica malia, è entrato nel negozio e se la è portata a casa in un grande scatolone col fiocco rosa. Adesso George ha la compagna che ha sempre voluto. Lily è una tipa silenziosa, non una di quelle femmine malvage che non ti lasciano leggere il giornale mentre mangi. E non stanno mai zitte:
“George non devi aggiungere altro sale alla minestra. Il sale ti blocca le arterie venose. Ci manca solo questo,”
“George, non mangiare troppo pane. Lo stomaco ti si riempie d’aria, diventerai ancora più gonfio.”
“George, devi sbucciare la mela prima di mangiarla. La buccia potrebbe essere infetta.”
“George, non addentare la mela. Devi tagliarla a fettine col coltellino da frutta.”
“George, non devi tenere ferma la mela con le mani. Devi usare la forchettina da frutta.”
“George, non vorresti pulirti le mani col tovagliolino di carta? Te lo metto sempre apposta.”

Katerina Robotika

02 luglio 2017 ore 14:31 segnala
Fu a causa del carattere tempestoso di Gloria, che George si ritrovò con la padella in una mano e l’uovo fresco nell’altra. Gloria era uscita da cinque minuti senza neanche sbattere la porta. George le era andato dietro con l’dea che lei ci avesse ripensato. Invece Gloria se ne era andata in silenzio come per fargli capire che non lo considerava abbastanza importante da sbattere la porta. Gloria era una delle rare donne che sapeva cucinare come un vero chef. Il suo uovo fritto in una nuvola di burro era insuperabile.
Coraggio George! Spalma di burro la padella e mettici dentro l’uovo. George aveva sempre pensato che rompere l’uovo nella padella fosse una cosa istintiva che tutti sanno fare. Alla fine si decise a lasciarlo cadere. L’uovo andò a sbattere sul fondo. I pezzi di guscio si mischiarono col tuorlo e la chiara. George tirò su alcuni pezzi del guscio e si disse che avrebbe pensato agli altri dopo. Girò il timer a tre minuti e se ne tornò a guardare dalla finestra. Al trillo del timer George tornò alla padella e guardò l’uovo. L’uovo guardò George col suo grande occhio giallo e George comprese che si era dimenticato di accendere il fuoco sotto la padella. Dopo meno di tre minuti l’odore di uovo bruciato spinse George di nuovo verso la padella prima del trillo del timer. Dopo aver masticato qualche pezzo di guscio e uovo bruciato, George decise che avrebbe ordinato una pizza al telefono. Ma non compose il numero. Gli avrebbero portato una pizza che sapeva di cartone. Sarebbe stato molto meglio andare in uno di quei ristoranti italiani con quei nomi pieni di affetto. Mamma Rosa o Zia Teresa. George si stava facendo il nodo alla cravatta quando si rese conto che avrebbe dovuto sedersi da solo a un tavolinetto in qualche angolo tra i tavoli pieni di amiconi e signore sorridenti.
George abbassò la testa e cominciò a spiegare la situazione ai suoi calzini.
“Hai bisogno di una cuoca, George” gli disse Calzino Sinistro.
“Hai bisogno di una cameriera che ti lavi e stiri i calzini” gli disse Calzino Destro.
George prese la guida telefonica per cercare una agenzia di cuoche e cameriere quando la tv accesa cominciò a fare fracasso per fare posto alla pubblicità, la voce lo fermò:
“Katerina Robotika è la tua donna tuttofare. Cucina, spolvera, lava e stira. Katerina riconosce la tua voce e ubbidisce solo ai tuoi ordini. Puoi dirle di farti un uovo fritto o di starsene ferma e zitta.”

Datti una Mossa

02 luglio 2017 ore 09:30 segnala
Datti una Mossa
Stamattina mi sono svegliata proprio di buon umore, specialmente dopo aver sentito i miei adorabili vicini gridare come pazzi.
Va bene, vicini, io capisco che lei si è divertita con un altro, più di una volta, e che lei è una zoccola, una puttana, una fottuta piccola bastarda, una prostituta; ma ragazzi è Domenica, sono le sette di mattina e io voglio dormire. Deve essere dura gridare a quel modo per due ore di seguito. Respira ragazzo.
A parte questo, sono proprio sicura di aver sentito una sedia, o qualcosa di quella dimensione, che si rompeva da qualche parte nel loro appartamento. Mi va di rimanere viva almeno per una altro poco.
Ma io credo che lui non la può perdonare, uhm? Come dico sempre: quando in una relazione c’è stato un tradimento, la fiducia necessaria nella relazione se ne è andata e non potrà mai tornare del tutto.
Mi sento una diavoletta. E allora stasera gli vado a bussare alla porta e gli dico “Compare, dacci una taglio alla vostra relazione adesso, perché con buona probabilità se ti ha tradito è sulla strada di farlo di nuovo un giorno o l’altro. Allora datti una mossa e impara da quello che è successo.”

Jenny. Incontro a Firenze

01 luglio 2017 ore 19:59 segnala


Qundo le dico raccontami qualcosa di una tua nonna birbona. Non mi aspettavo proprio questa storia.
Gli antenati miei sono tutti sbottonati.
Oh.
Ma una in particolare, la mia nonna Jenny.
Jenny appartiene a quale classe? piccola, media, alta borghesia?
Diciamo media. La famiglia ha due calessi. Due calessi era tanta roba.
In che anno siamo con questa tua nonna?
Dopo la guerra di Libia e prima della Grande Guerra. Nella città di Firenze.
A Firenze. Una signorina di buona famiglia?
Certo in famiglia siamo tutti persone dabbene.
Mi avevi detto che siete birboni sbottonati, ma non importa. Jenny, va a spasso per Firenze, con un cappello con i nastrini, ma un bel giorno appare qualcuno?
Si.
All'età di?
Di diciotto anni. Appare un distinto signore di età circa 23 anni che le sorride, le fa l'occhiolino.
Dunque abbiamo una ragazza per le vie di Firenze, un signore di 23 anni le sorride.
Lei ricambia il sorriso, ma abbassa il viso per vergogna.
Lei stava andando a spasso.
Lui le va incontro e le bacia la mano. Lui le bacia la mano e le dice che i suoi occhi lo hanno colpito, occhi da gazzella,
Sicuro, le guardava gli occhi. Occhi di gazzella timida e impaurita, che si lascia baciare la mano stupita.
Certo.
Si sono innamorati, al primo sguardo.
Lo sai come vanno gli incontri, se non è primo sguardo mai più
Proprio così.
Ora dove vanno, la accompagna a casa ?
No, in giro per Ponte Vecchio.
La prende sottobraccio e vanno verso Ponte Vecchio.
Lui le regala un fiore. Anzi glielo mette fra i capelli. Si chiamava Raffaello
Il fiore lo ruba o lo compra?
Lo ruba. Lui era militare, soldi pochi.
Soldato in divisa?
Certo. E lei un vestito color rosa alle caviglie.
Tira a baciarla da qualche parte? Jenny non deve fare tardi, suppongo.
Era di Marzo, le ore non so, ma certo prima di sera. Si baciamo il giorno dopo alla stazione, dove lui va per prendere il treno.
Il soldato ritorna in caserma.
E sì. Purtroppo c’è la Grande Guerra, è il 15/18.
Lui va al fronte. Si dimenticano?
Si scrivono, si ritrovano. Si ritrovano a Firenze, nel settembre 1915. L'anno dopo si sposano, a primavera di Aprile 1916. Nasce un figlio, è mio padre. Nel 1917 torna a casa in licenza e lei rimane incinta di nuovo. Nasce mio zio nel 1918. Ma Raffaello non torna più.
Tu avrai le loro lettere, un diario.
No, quello che so me lo raccontò mia nonna Jenny. Le cose scritte sono andate perdute con le guerre.
E così sei senza nonno.
Eh, sì. Ci sono nata senza nonno.
Jenny ha fatto le scuole?
Si, dalle suore. Non so che fino a che classe ha fatto.
Un giorno di Marzo, Jenny esce a vedere i negozi, oppure va da una amica. Cosa pensa una fanciulla di 18 anni nel 1915 a marzo?
Ma che bella giornata di primavera.
Secondo me Jenny ha qualcosa d'altro in testa.
Esce per trovarsi da sola con i suoi pensieri, con i suoi problemi, con il cuore alla guerra. Ha voglia di camminare sul lungo fiume.
Jenny è di buona famiglia. Uscire sola nel 1915 è ammesso per una fanciulla per bene?
Beh, mettiamola così. Per chi sta in centro sì, magari per una commissione. E una se la prende larga.
Ma forse mentre passeggia ha un modo morbido di muoversi, qualcosa nel viso, un profumo, non dico che lo fa apposta
Forse un po' civettuola, e in giro ci sono i militari, tanti bei ragazzi. Jenny ha i fratelli al fronte, pensa a loro, ma scaccia i pensieri quando il soldatino la guarda.
Avrà avuto i baffi, questo Raffaello?
Cavolo, si.
E ora Jenny fa quello che fanno a 18 anni le fanciulle di media borghesia a Firenze, cerca marito. Probabilmente era troppo sorvegliata per avere un'avventura.
In programma c'era già qualcuno delle colline di Firenze. Ma lei evidentemente non voleva.
La famiglia aveva trovato un tizio da dargli in marito. Ricco? troppo grande per lei? Un funzionario del governo?
Qualcuno che aveva possedimenti sulle colline. Qualche ettaro di terra.
I suoi avranno piantato storie, all’idea di questo soldatuccio romantico.
Jenny lo sposò a settembre, quando Raffaello torna dal fronte in licenza. Andò contro i volere dei suoi.
Si sposarono a Firenze, alle sei di mattina.
Un’ora insolita, forse per via della famiglia che era contraria e voleva un matrimonio quasi di nascosto, forse Jenny voleva tutto il giorno per se.
Presero un calesse e andarono a Pisa, in una pensioncina.
Jenny era una gazzella tosta e decisa
Raffaello muore in trincea nella lunga inutile strage.
Dal momento in cui non riceve più lettere dal fronte, Jenny decide che Raffaello è vivo accanto a lei. Non vuole tornare in famiglia e trova un lavoro umile. Mia nonna Jenny era una donna che non sa dimenticare, neppure per un’ora. Nessuno può dire come fu davvero la vita di Jenny da allora, perché la portava nascosta dentro. Jenny non volle accettare che si può vivere un’altra vita senza dimenticare la precedente, anche se questo ci fa essere in conflitto con noi stessi in modo orribile.

Il Priore e i Saraceni

01 luglio 2017 ore 12:29 segnala
Il Priore e i Saraceni
Tra poco spunta l’alba sulla costa. I Saraceni sono sbarcati senza luna. Silenziose formichine more si arrampicano pazienti fino al picco del monastero, ne scavalcano la cinta. La lunga nave li ha portati di notte sulla stretta lingua di spiaggia. Le formichine sono guerrieri in una fila che si cala dalle mura e sta per attraversare il cortile del monastero, quando una dolce armonia di voci penetra sotto gli elmi a punta: è il coro mattutino dei monaci. Il capitano dei Saraceni ne è estasiato e ordina ai suoi di procedere in silenzio, non vuole che i monaci si spaventino e smettano di cantare. Ma tutto finisce prima o poi. Ora il coro si tace, il portone della chiesa si apre, appare il padre priore. Non sono tempi in cui un padre priore si spaventi troppo, alla vista di Mori intorno al pozzo che gli riempiono il cortile, ma dire che la cosa gli faccia piacere sarebbe troppo pretendere. Da parte loro gli invasori sono distesi e rilassati, sanno che è l’ora della prima colazione e si attendono un invito. Ma i monaci sono muti, forse è la regola. Tocca al capitano riempire il silenzio e rivolto al priore dice
— Non vogliamo mangiare un boccone, prima di parlare di affari?
E via tutti in refettorio sulle panche. Perché mai un giorno qualcuno scrisse che il pane altrui sa di sale? I Saraceni sono del tutto a loro agio, ridono scherzano, rilassati danno gran manate sulle spalle del monaco che siede accanto, gli rubano il cibo frugale dal piatto di legno. Non tutta la tavolata è in perfetta letizia. L’anima del priore soffre per questa ingiustizia divina, pure egli ha la forza d’animo di tentare una dissimulazione col capitano.
— Mio ospite tanto inatteso quanto benvenuto, come vedete dal nostro cibo frugale e dalla tavola tanto umilmente imbandita, noi siamo poveri. Purtuttavia ci ha recato letizia dividere ogni cosa con voi. Ristorati, potete riprendere ora il vostro viaggio, il Signore vi proteggerà dalle tempeste, vi benedico.
Anche il capitano pensa che sia tempo di andare, ma prima vi è da sbrigare un affaruccio. Se mai vi fu un Moro serafico, questi è il capitano rivolto al priore.
— Quello grasso ha parlato — gli dice.
In effetti, profittando della confusione e del clamore della mensa, alcuni guerrieri hanno trascinato un rubicondo monaco fino all’orlo del pozzo e poi ve lo hanno cacciato dentro, non senza grave fatica. Quindi aiutati dalle pareti lisce e scivolose di muschio hanno lasciato che egli calasse appeso a una fune fino al fondo, infine allegramente hanno cominciato a buttar giù pietruzze. E così dal fondo del pozzo si è presto udita una vocina salire.
— Le monete d’oro sono in cantina, in una botte interrata.
E’ quasi mezzogiorno, con aria educata e dispiaciuta il capitano dice al priore che non può portarsi via tutto il vino, la nave purtroppo non ha stiva capiente. Poi vede che il priore ha ancora l’aria affranta, ha un pensiero delicato, si toglie l’elmo con la rossa piuma del comando e lentamente lo posa sul reverendo canuto capo. I monaci appena sorridono tra le lacrime e i Saraceni sentono in dovere di far loro una promessa, mentre la nave ormai va sulle onde,
— Torneremo, sapete, torneremo.

Nefyn
— Ma si può sapere dove diavolo va Olaf, quando torna con quella faccia da idiota e puzza di pesce?— Si erano chieste ogni volta le mogli di Olaf.
Lo avevano seguito ben nascoste. Avevano fatto moine ai suoi amici per comprare il tradimento, ma tutto era risultato inutile. Non solo le sue donne, ma anche i guerrieri vikinghi avrebbero voluto strappargli il segreto che gli dava tanto potere.
All’improvviso si sentivano strane voci e canti venire dal mare, come soffi da una conchiglia gigante, era Nefyn che dal largo veniva arrivare le navi nemiche e avvertiva Olaf. Solo Olaf conosceva il significato di quei segni premonitori.
Allora Olaf si alzava e dava ordini, la prima volta i guerrieri lo avevano preso per pazzo, i giovani dalla vista acuta erano saliti sui tetti, sugli alberi sui pali, niente in vista sul mare. Ma Ola li aveva minacciati davvero come un pazzo furioso ed erano dovuti uscire in mare. Le piccole navi vikinghe di Olaf si erano nascoste in silenzio nelle insenature del fiordo, a bordo i guerrieri più forti e valorosi si misuravano l’un l’altro pensando al rientro, quando si sarebbero battuti per decidere chi di loro meritava di prendere il posto di Olaf il visionario. Poi si era sentito uno sbattere di vele ed era spuntata la prua della prima nave nemica. Tutti i vikinghi meno Olaf furono presi dal panico, le loro case e i loro figli erano appena lì dietro. Olaf ordinò a gesti che facessero passare tutte le navi nemiche, poi si avventò sopra la popp dell’ultima, uccidendo tutti quanti vi erano. La sorpresa rende incerte le navi nemiche. Presto il fiordo è rosso, gli scudi di legno e rame galleggiano, i vikinghi si tuffano nel fondo in cerca di oro del bottino, che gli invasori potevano aver fatto altrove. Al rientro al villaggio non si parlò che di Olaf per giorni e giorni. Gli dei parlano a Olaf era sempre la conclusione, non ci si può spiegare altrimenti, gli dei lo avvertono dell’arrivo delle navi nemiche. Forse Olaf è figlio del dio Odino. Ma le mogli di Olaf più gelose e sospettose continuavano a cercare di mettere in relazione i fatti, quelle voci che sembravano canti e musica dal mare, l’odore di pesce sui vestiti e sulla pelle di Olaf, quando rientrava da solo con la sua barca e lo sguardo da idiota perso, quelle cantilene senza senso, che ripeteva mentre le donne cercavano di togliergli l’odore di pesce nell’acqua bollente. E naturalmente gli frugavano con grande cura nelle tasche e tra le pieghe dei vestiti, dai cui venivano fuori piccole scaglie argentate e dorate.
— Che cosa è questa scaglia sottile come lama?— gli chiedeva la donna che l’aveva trovata.
— Oh bocconcino mio, è un regalo per te, usalo per fermare le trecce—rispondeva Olaf l’astuto.
— Stai attento, Olaf, ti taglieremo la gola di notte con questa scaglia, se non parli.
Ma egli si limitava a pizzicare i loro sederi. Non poteva certo dire che incontrava Nefyn la sirena.
Le mogli di Olaf cominciarono a sparire in mare. Rimanevano i vestiti sulla riva. Per prima la più gelosa tra loro aveva deciso di scoprire il segreto del suo sposo e si era avventurata da sola a nuoto a esplorare le onde. Le altre l’avevano vista sparire all’improvviso. Una seconda moglie che si era tuffata per cercarla era sparita nello stesso punto. Le mogli rimaste presero una barca e remarono fino al punto; una di loro era rimasta con la testa sporgente dal bordo a scrutare, fino al momento che era stata trascinata nel fondo.
Olaf era rimasto con poche mogli, che se ne stavano lontane dalla riva. Nessuno voleva dare sua figlia in sposa a Olaf, non valevano i doni e le minacce.

Inno Al Re

29 giugno 2017 ore 15:12 segnala
Inno Al Re
I fazzolettini ricamati, intrisi di essenza di violetta e lacrime di gioia, sventolano verso il palcoscenico nelle mani aristocratiche delle dame milanesi. Prima un lungo applauso e poi il grido di Viva Verdi si è levato dai velluti dei palchi, dalle poltrone, dal sudore povero del loggione. E' appena terminato il coro ' O mia patria si bella e perduta '. Le bianche uniforme degli ufficiali austriaci, a un cenno imperioso di un loro generale, muovono verso le uscite del Teatro alla Scala, perché Viva Verdi significa Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia. Il Maestro Giuseppe Verdi sul podio rappresenta la sperata unità d'Italia e la cacciata degli austriaci: per questo i fazzolettini ricamati sventolano verso il podio, agitati dalle signore romanticamente liberali.
Per la verità, dietro a un ventaglio veneziano due occhioni neri guardano in direzione di un biondo tenentino austriaco che appena si volta, e la mano della giovane dama, presa dall'emozione, languida sventola verso la parte sbagliata.
Il Maestro Giuseppe Verdi si volge al pubblico adorante; si inchina, sembra godersi il successo. Ma i pensieri di un genio sono imprevedibili.
Il Maestro suona dove il baiocco tintinna. La memoria va a quel 1848, quando la Corte di Ferdinando di Borbone, re delle Due Sicilie, gli fa giungere discretamente un invito a comporre l'inno al re. Un gran re quel Ferdinando, gran signore, altro che questo zotico di Vittorio piemontese, che di musica capisce solo la tromba della Sveglia e della Zuppa. Consoliamoci che almeno questa Unità d'Italia ci toglie di mezzo lo stato pontificio con preti e monache. Questo pensa il Cigno di Busseto sorridente al suo pubblico.
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Inno Al Re I fazzolettini ricamati, intrisi di essenza di violetta e lacrime di gioia, sventolano verso il palcoscenico nelle mani aristocratiche delle dame milanesi. Prima un lungo applauso e poi il grido di Viva Verdi si è levato dai velluti dei palchi, dalle poltrone, dal sudore povero del...
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Ferdinando Returns Home Copyright J G Sapodilla

23 giugno 2017 ore 22:38 segnala
Ferdinando Returns Home
A firm hand knocked the bronze handle of the front door. In the kitchen Rosa's mother interrupted kneading the dough and crossed herself, speaking up:
"Who could that be at this time? It’s almost night. Everybody is at home and we are not expecting either friends or foes."
During the day rumours were heard around the village about the recent events in Naples. She anxiously looked down from the window to the front door in the street.
That's Ferdinando! Amazed, she breathed in a sigh of relief and shouted to her daughter, who was sewing in another room:
"Rosa, rush down to open the front door. Guess who has come to visit us?"
"Really, mum, who is it?"
Her mother laughed."
"Rosina, get a move on, go and open the front door."
There was a noise of hooves on the cobbles followed by the swoosh of a curious skirt on the marble staircase leading down to the front door.
Rosa half opened the front door, and opened her eyes wide. It was Ferdinando, her fiancé and a soldier in Naples. Instinctively, she pulled him inside, locked the door and hugged him.
"Ferdinando, what a wonderful surprise. Why aren't you wearing your beautiful uniform? Get rid of this long black cloak. Where did you get it? you look like a brigand. I want to see you in the king soldier's uniform, the one with shining buttons "
Ferdinando's hand ran through her hair, uncovering her black eyes, and he caressed her face.
"Rosina, Our King Franceschiello has gone. His soldiers have deserted. Franceschiello, his wife the queen, and all the court have run far away from Naples. I came here to meet you first. I have not even been home yet.
Mixed news arrived at the village, but nobody expected this to happen. Rosa thought of a thousand things, but kept everything to herself.
"Who cares about the King of Naples? Franceschiello may run away wherever he wishes to go. Now you are here, in your village, and we are together. Let's go upstairs. Dinner is ready right now."
Wearing smiles, Rosa's mother and the whole family were waiting at the top of the short staircase leading to the rooms. They saw the black mantle that covered Ferdinando's Bourbon uniform and understood everything. They also saw revenge, persecution, betrayal and brigandage following Rosa and Ferdinando on the stairs.
Everyone's hands stretched toward Ferdinando.
"Ferdinando, this was really a nice surprise."
"Why didn't you notify us in advance? Now you will have to be satisfied with what we have ready for dinner."
"Leave him alone. Bring him close to the fire. His head and hands are frozen. You can bet he will be hungry."
They were all sitting near the fireplace. Only Rosa's mother leaned between the charcoal stove and the wood-burning oven. While her family did not leave the young soldier be, Rosa just looked at that bloody black coat. She was unique in her group of mates to have a boyfriend in Naples. She was so proud of her King's soldier.

Every month Ferdinando used to visit the scribe who held table, chair, pen and inkwell, right in front of the barracks. The scribe would see him coming and begin to clean his nib.
"So, Ferdinando, what have we to write today? Dear Rosa ....
And he in all seriousness:
"A letter to Irpina. A full leaflet written on both sides, in a closed envelope and with an address."
And every time a letter left Naples on a four in hand to Avellino City, where it was transferred into a horse gig, reaching Rosa via a journey that ended through the Evil Pass.
Each letter was read four times. The first time Rosa would go to Donna Ida, the school teacher, to help her with the reading. The second reading was to her family, gathered near the fire for dinner in the evening. Trying to remember what Donna Ida told her, on this occasion she would skip a few private words reserved only for her. Finally, there was the rite of a reading on Sunday morning to the group of mates, fresh out of the church, in a corner of the sun-heated Square, which had been preceded the day before by the reading to her best friend Maria.

From a Donna Ida's book, Rosa had secretly snatched a photograph of a corporal with moustache wearing a dress uniform, who did not look like Ferdinando at all. It was just to show her friends the colours of the Royal Guard uniform. In fact, once Ferdinando had been appointed Guard of Honour to Queen Sofia. The Queen, as she passed him gave him a big smile (according to Ferdinando) and maybe one day she would ask him where he came from and she might send a nice gift for their wedding. Rosa's mates knew exactly which buttons to press.
"Rosa, if Queen Sofia stole your Ferdinando, how would you react? Would you make do with her husband Franceschiello?"
"If she dared to try that, the shameless bitch, I would go straight to Naples to kill her, in the middle of the Royal Palace."
The King and the Queen cowardly ran away from Naples. In the village there were many stories Rosa never knew and it didn't go unnoticed that some people became cautious while others showed sudden arrogance.
The angry persecuted people , were in search of revenge like snakes looking out from below the stone that held them captive, as their poisonous heads endeavoured to lift it.
Warmed up by the flames of the fireplace, by the love of Rosa beside him and by the affection of Rosa's family, who kept his glass of red wine topped up, Ferdinando was tasting the best bean soup in his life. The village was famous for its beans, that seemed to dance in the hot pot. They talked to him from his hot metal spoon.
"You are alive and healthy, Ferdinando, so everything is fine. Tonight you sleep at your house. Your sister Carmela will come to see if you sleep well or perhaps need another blanket."
But everything must yet start somehow. Ferdinando did not know what luck had decided for him. On his trip homeward, walking on foot, or going on some cart, he had incredulously heard the news that he was wanted twice as deserter. The enemy army of the day before wanted to enlist him. He should change uniform and fight against his former comrades, the few, miserable soldiers left to support Franceschiello.
Ferdinando felt he was now well out of that world of war. Who might look for him among the mountains, among the villagers and his friends?
"Ferdinando, it's almost midnight." It was not a bean that spoke, but Rosa's mother who reproachfully gazed at her daughter who was tightly hugging Ferdinando. Shameful Rosa tried to disguise her cheeks that were the colour of red flames of the chimney.
"We do not want to push you out in the street, Ferdinando." Rosa's mother continued, sweetly smiling "so now you enjoy smoking a nice tobacco pipe while we send someone to warn your family. To tell them not to be scared, to make no noise and leave the frontdoor slightly ajar for you. Tomorrow you may come back here, this is your home too."
In a while, Ferdinando was out in the street. He recognized every wall, every front door, every window.
''Thank god, It's winter. There is not a soul on the street at this hour of the night.I do not want to meet anyone who knows me" he told himself.
Dark restless shadows appeared and disappeared.