La leggenda di Maya, l’anguana

06 gennaio 2017 ore 12:00 segnala


La mano sapiente di madre natura può produrre risultati prodigiosi e così da un semplice cumulo di neve possono nascere sculture sorprendenti, come quella ritratta in questa fotografia, così somigliante a una figura umana. Niente di strano se questa gelida scultura non fosse stata qui anche l'anno scorso e l'anno prima e quello prima ancora. Ogni anno, dopo le prime abbondanti nevicate, in questo luogo nascosto tra i monti si materializza un'immagine, un volto di donna che perdura tutto l’inverno per sciogliersi e svanir nel nulla solo a primavera. Vengo in questi boschi da una vita e mi resi conto per la prima volta di questo miracolo tantissimi anni fa, ma ho sempre tenuto il segreto perché io stesso ne faccio parte. Solo ora, che la fine si avvicina, ho deciso di scrivere questa testimonianza, affinché la nostra storia non cada nell'oblio con la scomparsa dell’ultimo suo protagonista.



Ci fu un tempo in cui l’Umanità e il Piccolo Popolo erano tutt’uno, non vi era una netta separazione tra gli uni e gli altri: i folletti giocavano coi bambini e assieme canzonavano gli adulti, nani e uomini si aiutavano nel lavoro, le fate ammaliavano i giovinetti, donne e anguane collaboravano nei lavori domestici e vagheggiavano d’amore. Ma le cose mutarono. La saggezza antica degli uomini, da sempre basata sui cicli della natura, un po’ alla volta venne meno: nacquero le macchine, nuove teorie sostituirono le antiche dottrine, l’uomo sviluppò una diversa sensibilità verso il creato e adottò un altro modo di vivere e percepire la realtà attorno a sé. Questo non poteva non avere conseguenze:



il Piccolo Popolo si ritirò, andò a vivere dove l’uomo non poteva arrivare, in luoghi fisici e spirituali diversi da quelli abitualmente frequentati dagli esseri umani. Con il passare dei secoli la memoria degli uomini venne meno e il Mondo di Mezzo cadde nell’oblio, divenendo solo un luogo fantastico che prendeva forma nei sogni, nella fantasia, nei miti. Ciò che era scienza divenne magia, ciò che era storia divenne leggenda, ciò che era conoscenza divenne fantasia.




E tra queste fantasie si narra la storia di Maya, la più bella delle anguane, colei che possedeva il grande potere di sconvolgere le menti: poteva confondere, impaurire, far dimenticare, innamorare, persino far impazzire le proprie vittime e per questo era anche detta Signora delle Illusioni. Maya non era cattiva, era una forza della natura, un’anguana delle caverne dagli occhi verdi e dai capelli color del muschio, con le zampe caprine che le consentivano di percorrere notevoli distanze e superare grandi dislivelli con la velocità e l’agilità di un camoscio. Maya era attratta dagli esseri umani: li trovava curiosi e divertenti per la facilità con cui cadevano nella sua rete. Incapace di provare sentimenti malvagi, per lei gli uomini erano solo un gioco: amava seguirli, osservarli, a volte si avvicinava talmente a loro che veniva scoperta e allora risolveva il pasticcio usando il proprio potere e facendo perder loro la memoria.



Maya aveva obbedito alla sua regina e per molto tempo si era tenuta a debita distanza dagli esseri umani, ma purtroppo la sua curiosità o forse il destino l’aveva spinta a riprendere le antiche deplorevoli abitudini. La situazione iniziò a degenerare quando vide per la prima volta un giovane cacciatore di nome Ermanno che viveva a Sovramonte. Inizialmente l’aveva trovato curioso e divertente, con quelle due leve prive di zoccoli che rendevano gli umani così goffi rispetto a satiri e anguane, dotati invece di robuste e agili zampe caprine. Aveva così iniziato a seguirlo sempre più spesso nelle sue battute di caccia e, avendolo preso in simpatia, si divertiva a spingere verso di lui le prede. Col passare delle settimane iniziò ad apprezzarne l’abilità di cacciatore, le movenze aggraziate, ma anche l’amore e il rispetto che Ermanno dimostrava verso la natura, risparmiando le prede più giovani, le femmine gravide e gli animali più rari. Pian piano la curiosità e il divertimento erano mutati in un'emozione diversa, più profonda e magnetica, un'attrazione che la spingeva sempre più a cercare quel giovane uomo, ad anelarne la vicinanza, a desiderare un contatto più ravvicinato.



Fu così che la sciagurata elaborò un folle piano che violava le regole millenarie di madre natura: avvicinare Ermanno e parlare con lui, per capire se quel fuoco che aveva iniziato a divorarla internamente avrebbe potuto in tal guisa estinguersi per sempre. Un giorno Maya indossò una lunga veste bianca che arrivava fino a terra, nascondendo così le zampe caprine per non far riconoscere la propria natura d’anguana, e si fece trovare da Ermanno nelle vicinanze di una fonte, intenta a raccogliere frutti di bosco. Il giovane la avvicinò, sorpreso di incontrare una donna in quella zona tanto remota e lontana da ogni abitato.

Mia Signora, le disse. cosa fate in questa foresta, vi siete persa?
Oh no, rispose Maya, raccolgo mirtilli, non vedete?
Ma siamo lontani da qualunque villaggio. Cosa vi ha spinta fin qui? Forse i mirtilli non crescono nelle vicinanze della vostra dimora?
La mia dimora è tra questi boschi signore, io vivo qui da sempre con la mia famiglia.




Ermanno si sentì confuso. Qualcosa non tornava in quelle parole, ma gli occhi della fanciulla erano talmente belli, di un verde così intenso da far invidia alle chiome degli alberi a primavera. E quei capelli che lanciavano verdi riflessi come un cespuglio rigoglioso, profumati come un prato fiorito a maggio, erano così brillanti che si sentiva inebriato e leggero.



Maya percepiva le emozioni del giovane: la Signora delle Illusioni vedeva le emozioni come fossero oggetti concreti, palpabili, e capiva che erano le stesse che aveva avvertito dentro di sé. Entrambi palpitavano allo stesso modo, come le corde di un liuto che vibrano armonicamente producendo una soave melodia. Per la prima volta si sentiva vulnerabile, impotente, per la prima volta si sentiva alla mercé di un umano, proprio lei che con gli uomini amava giocare e confonderne le menti. Ma stavolta la mente di Ermanno non era stata condizionata da Maya, lei era talmente impegnata a scrutare e a tentar di capire le proprie emozioni che non aveva minimamente pensato di usare il proprio potere sul giovane uomo. Maya era stata colpita dalla stessa sorte che mille volte aveva riservato alle sue vittime e ora si sentiva avvinghiata a quel ragazzo e per nulla al mondo lo avrebbe lasciato andare. Fu così che i due giovani iniziarono a frequentarsi, si incontravano nel bosco ogni volta che potevano e parlavano, cantavano, insieme coglievano i frutti della natura o semplicemente tacevano osservando lo scorrer delle acque o ascoltando il canto degli uccelli.



Questi incontri non rimasero a lungo ignoti ad Artemisia. Il bosco, si sa, ha mille occhi e la regina delle anguane fu informata da un suddito fedele, forse un salbaneo o un folletto, che l’anguana Maya aveva disubbidito alla prima legge a cui il Piccolo Popolo deve sottostare: evitare i contatti con gli esseri umani. Ma l’ira di Artemisia non esplose fragorosa come avrebbe dovuto. La sovrana provava compassione per Maya, caduta nella rete delle emozioni che invece aveva fama di dominare, e così le parlò come si parla ad una figlia, con amore e comprensione.



Maya, le disse, questi incontri devono finire. Sai bene che ci è proibito entrare in contatto con gli umani.
Non facciamo nulla di male, rispose Maya, parliamo solamente e contempliamo la natura. Lui non conosce la mia vera natura, mi crede un’umana e…
Maya, tu sai bene che è sbagliato. Noi e gli uomini abbiamo da secoli un diverso destino e incrociare le nostre esistenze può portare a conseguenze imprevedibili e tragiche.
Ti prego mia signora, se tu lo vedessi, se tu gli parlassi, capiresti che…
Non intendo continuare questa discussione,lo sguardo di Artemisia era serio ed il tono altero. La decisione è stata presa ed è solo per l’affetto che ti porto che ho cercato di farti capire ancora una volta quanto le tue azioni sconsiderate mettano a rischio il nostro mondo e quello degli umani. Te lo dico per l’ultima volta Maya: non tornare in quel bosco, lascia perdere quell’uomo o ne pagherai il fio.




Artemisia sapeva che quelle parole erano inutili. Conosceva Maya troppo bene per non sapere che quegli incontri sarebbero continuati, ma voleva dare un’ultima possibilità a quell’anguana dallo spirito ribelle. Maya diradò gli appuntamenti e con una scusa spinse Ermanno ad incontrarla solo di notte ed in luoghi sempre diversi. Il giovane si era insospettito, ma l’amore era tale e il desiderio di stare con quella fanciulla misteriosa così forte che era pronto ad ogni cosa. Notte dopo notte, incontro dopo incontro, i due sciagurati marciavano inesorabilmente verso l’inevitabile epilogo. Una notte, mentre ancora una volta i due stavano uno accanto all’altra in un angolo sperduto della selva a sussurrare parole indecifrabili, Artemisia irruppe e si parò innanzi a loro proprio mentre le bocche dei due amanti si erano congiunte per la prima e ultima volta. Le labbra di Ermanno avvertirono un gelo improvviso e, aprendo gli occhi, egli vide una statua di neve e ghiaccio al posto di Maya, mentre una figura maestosa e terribile in piedi davanti a lui pronunciava parole in una lingua ignota. Il bagliore e lo spavento furono tali che Ermanno fuggì, correndo alla massima velocità che le sue miserie gambe umane gli potevano consentire.



Non vi fu giorno, negli anni e decenni a venire, in cui egli non abbia maledetto quella fuga, quella paura improvvisa che l’aveva soverchiato facendolo scappare e abbandonare la sua bella al suo destino, ma quell’unico bacio gli aveva aperto gli occhi, gli aveva donato una conoscenza, una consapevolezza del reale che prima non poteva nemmeno immaginare. Purtroppo quella conoscenza era soltanto sua e da quel giorno per tutti gli altri uomini egli era divenuto Ermanno il Folle, deriso e compatito da tutti per i suoi discorsi assurdi e le sue visioni farneticanti. La sua casa era diventata il bosco, gli animali la sua unica compagnia, il ricordo indelebile di quella fanciulla e di quell’unico gelido bacio la ragione del suo esistere.



Ma l’amore di Maya è talmente grande che ogni inverno alla prima neve il suo volto si riforma sempre nello stesso luogo e io torno sempre li, per ammirare la mia bella scolpita nella neve e ringrazio la natura compassionevole che me la dona tutti gli anni, perché io sono Ermanno il Folle e finché avrò forza tornerò qui dalla mia Maya, sperando che il nostro amore la faccia ritornare.

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06/01/2017 12:00:55
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