suor marie-paul ross parliamo di sesso......

09 gennaio 2017 ore 23:24 segnala
perché la Chiesa non deve temere l’eros

Prima Parte
Un solo percorso, molte Vie

Una morte senza senso

«Perdono, Madre, Perdono!»
una donna isterica urla, con il volto deformato dal dolore, continuando a ripe-
tere le stesse parole. Non capisco niente di quello che dice, finché il mio sguardo non viene attirato da una lunga cassa di legno posata sul pavimento, in fondo alla
stanza. Mi avvicino e vedo Maria, quindici anni, stesa su delle assi, con intorno piccoli lumini elettrici multicolori. È pallida e il suo viso, circondato da lunghi ca
pelli color ebano, esprime un’infinita dolcezza...
Anna, la madre, si getta ai miei piedi, in lacrime. anche se ci sono quaranta gradi, comincio a tremare.
«Che cosa è successo?»
Intorno a me tutto tace.
Alla fine si alza, mi accompagna nel retro della casa e mi racconta del dramma che
si è svolto proprio lì, qualche ora prima.
La figlia era incinta e per salvarla dall’ira del padre ha chiesto a un guaritore di farla abortire.
L’intervento di quel vecchio, che pretendeva di saperla lunga quanto un medico, è
sfociato in tragedia. Non riesco a trattenermi dal chiederle: «Chi è il papà del bambino? dove si nasconde?».
Lei abbassa gli occhi e non dice più nulla.
Più tardi verrò a sapere che il colpevole, un adulto di ventiquattro tro anni, ha già una compagna e tre figli! Quel giorno sono rientrata furiosa. Ho strappato due pompelmi da un albero del giardino, ho appeso un’amaca tra due tronchi e ho pianto, a lungo.
Poi, al calar della notte, ho reso partecipe Dio della mia rabbia.
Davvero, gli uomini sono tutti degli irresponsabili!
Me la sono presa con me stessa.
Io, missionaria dell’Immacolata Concezione, infermiera diplomata, non ero stata capace di impedire quella disgrazia. Quella morte non aveva
senso.
Maria aveva appena compiuto quindici anni!
Come richiede la tradizione, la famiglia aveva risparmiato per organizzare una festa sfarzosa a cui era stata invitata tutta la comunità. su richiesta dei genitori ero
intervenuta anch’io, ma avevo provato un forte disagio: non riconoscevo più in lei la bambina che cantava nel coro del villaggio.
L’avevo sempre vista indossare vestiti sintetici a buon mercato, ma ora si era trasfor
mata in una principessa: tacchi alti, trucco, pettinatura elaborata... attirava su di sé tutti gli sguardi maschili di quella rumorosa assemblea, piuttosto alticcia.
«Guardate com’è bella!» si vantava il papà: era fiero dell’effetto che provocava.
Il compito della ragazza, quella sera, era di fargli onore e soddisfare il suo
orgoglio, provocando il desiderio di tutti quegli uomini.
Naturalmente, però, se dopo uno di quei signori le avesse chiesto un favore sessuale, doveva stare attenta a non farsi mettere incinta!
Infatti a Baurès, nel cuore dell’Amazzonia Boliviana, non si scherza con la verginità delle figlie: vengono anche picchiate e addirittura
uccise, per punizione.
Anche il colpevole subisce la stessa sorte ed è costretto a fuggire per salvarsi la pelle!
La realtà mi ha sempre portato a esprimere dubbi sulla mia vocazione: “
Marie Paul, sei davvero sicura di avere la stoffa della missionaria?”.
L’immagine e il ricordo di Maria, dei suoi splendidi capelli neri ondu-lati e del suo meraviglioso sorriso non mi hanno più lasciata. No, quella gente non aveva soltanto bisogno di evangelizzazione. Gli abusi, le ferite profonde, la mancanza di educazione erano le cause di tutta la miseria sociale e affettiva che mi circondava, tanto quanto la povertà.
È successo vent’anni fa... Cominciavo a capire che se volevo agire per il benessere e la salute di quelle persone dovevo fare qualcosa di diverso: promuovere una sessualità responsabile e sana sarebbe diventata la mia priorità.



Prima Parte –
Un solo perCorso, molte Vie
2
BoliVia e Perù


29 dicembre 1976
Ho ventinove anni e prendo l’aereo per la prima volta, diretta in Bolivia, nella regione di Yungas, nelle Valli calde sul versante umido della Cordigliera delle Ande.
Sto per raggiungere la mia comunità religiosa,
dove mi fermerò per cinque anni.
Il giorno prima, chiudendo la valigia, mi sono sentita assalire dall’ansia.
invece di essere contenta perché finalmente posso fare qualcosa di concreto, sono presa dal panico come una bambina che ha paura del buio, sconvolta dalla nuova
vita che mi aspetta, una destinazione sconosciuta che tra qualche ora mi separerà dalla mia famiglia, dalla mia terra natale, il Québec... e, devo confessarlo, da ogni
comodità.
Devo restare o è meglio partire? sono combattuta tra due mondi.
Durante la cena d’addio i miei genitori sono rimasti in silenzio, con il naso nel piatto.
Alla fine, con una voce spenta e gli occhi azzurri velati di lacrime, mia madre mi ha dato il suo consenso: «Vai, se questa è la tua scelta».
Ho trascorso la notte guardando le stelle e pregando la Vergine Maria e sant’Anna di sostenermi durante il lungo cammino verso l’ignoto che ho deciso di intraprendere.


A bordo, le diciassette ore di viaggio mi sembrano interminabili.
Lascio intatto il vassoio del pranzo, non ho né fame né sonno.
Sarà Lima la prima tappa del mio periplo; resterò lì per qualche giorno. Lungo la
strada che mi porta alla casa provinciale della con
gregazione scopro una serie interminabile di Bidonville. sono sconvolta!
I bambini sono vestiti di stracci, hanno lo sguardo triste. alcuni dormono per terra, circondati da montagne di rifiuti. i primi tempi, le mie consorelle si prendono cura di me.
Insieme facciamo visita a famiglie ammassate in stanze minuscole, senza finestre e a volte prive di tetto!
Dispongono soltanto di un piccolo lavandino e di un bagno comune. dove trovano, queste persone, la forza per sopravvivere in condizioni così disumane? Questa realtà mi spezza il cuore. Ci sarà mai un po’ di equità su questa terra? Non condivido i miei stati d’animo con le altre suore, che vedo molto impegnate nelle attività quotidiane. Hanno mille progetti, sono dotate di un incredibile coraggio e mi sembrano così felici di donarsi ai più bisognosi... alla fine rimango conquistata dal loro entusiasmo. È giunto per me il momento di riacquistare la calma e di passare all’azione.
La prossima tappa sono la Bolivia e la sua capitale, La Paz, situata sull’altipiano, a quasi quattromila metri di altezza.
Durante il volo, guardando dal finestrino scopro le Ande e la neve sulla cima delle montagne: paesaggi da cartolina, strabilianti, così belli che mi vengono le lacrime agli occhi.
All’aeroporto mi sento un po’ perduta, sola in mezzo a tutti quei ponci colorati.
sfortunatamente per me, a causa di un malinteso, la comunità non è stata avvertita del mio arrivo.
Mentre sto seduta sui bagagli sono assalita dai capogiri, mi tengo la testa tra le mani, sembra che stia per scoppiarmi. Vengo circondata da un piccolo gruppo di donne vestite con il costume tradizionale; una di loro mi porge una tazza
di mate di coca.
«Madre, è la medicina migliore contro la mancanza di ossigeno, beva!»la coca... sono diffidente, ma butto giù lo stesso l’infuso, grazie al quale, dopo un’ora, mi sento in grado di prendere un taxi per raggiungere l’appartamento della congregazione. Quattro piani da fare a piedi... lo sforzo aggrava le mie condizioni.
Le suore, apprensive, mi portano subito una bombola d’ossigeno e mi mettono a letto. Nella mia cameretta senza riscaldamento comincio a battere i denti, fa molto freddo ed è terribilmente umido.
Inizio a delirare, mi sento soffocare, ho paura di morire.
Le parole di mio padre mi risuonano nella testa come un gong: “No, non ce la farai a
sopportare tutta quella miseria! Resta qui, non sei fatta per quelle cose!”.

Il giorno dopo, con mia grande sorpresa, riesco ad alzarmi, ma il morale è sotto i tacchi. sono assalita da ondate di nostalgia.
Mi rivedo mentre faccio rientrare il bestiame nella fattoria dei miei genitori a
Sainte Luce, una bella cittadina balneare sulle rive dell’estuario del San
Lorenzo, dove sono nata nel 1947.
Sono la penultima di una tribù di nove fratelli e sorelle, la più timida e la meno socievole!
Ricordo che da bambina trascuravo volentieri i giochi tipici della mia età e trascorrevo intere giornate a guardare il cielo stellato, cercando di
capire quell’infinito così distante da me.
Mi immaginavo
Dio, il nostro Creatore, potente e vicino a noi. Quellasete di spiritualità avrebbeguidato tutta la mia vita...i miei primi contatti con le missionarie dell’Imma-
colata Concezione, le “MIC”, risalgono alla scuola primaria. Vestite con un abitobianco, un velo nero e una larga cintura blu, passavano regolarmente nelle classi per spiegarci la gravità dei problemi del Terzo mondo.
Sono affascinata dal racconto della loro vita negli orfanotrofi in Cina, in
Perù e in Africa. Voglio con tutta me stessa somigliare a quelle donne impegnate!
Durante l’estate dei miei quindici anni, una di loro bussa
alla nostra porta per vendere una rivista. Vedendomi, chiede a mia madre quale istituto frequenti.
La mamma alza le braccia al cielo e risponde: «Nessuno! Non so
più che cosa fare con mia figlia, ha voti scarsissimi!».
Dopo una lunga discussione, in cambio del versamento del mio assegno familiare, la religiosa accetta di occuparsi di me e mi iscrive al pensionato della scuola apostolica di Rimouski, a dieci chilometri dalla nostra abitazione.
A causa del mio carattere, non riesco a tenere a freno la lingua! i rapporti con la direttrice dell’istituto si deteriorano in fretta. Conformarmi alle regole per me è un incubo! infatti vengo cacciata per ben tre volte.
Alla fine sarò riammessa grazie all’intervento di un padre predicatore
e riuscirò a entrare nel postulato! vicino a
montréal.
Stranamente non mi fanno paura né il nubilato, né la rinuncia a crearmi una famiglia. Ho preso una o due cotte per ragazzi che mi hanno infiammata come una torcia, ma niente di più.

Dentro di me ho sempre saputo che il mio destino era un altro... Tuttavia, in famiglia non parlo mai della mia vocazione, perché di solito in casa sento dire che chi prende i voti è pieno di complessi o ha paura degli uomini! È vero che nel Québec degli anni sessanta l’anticlericalismo è alle stelle, diventare
suora è assolutamente fuori moda.
Abbiamo vissuto la liberazione dei costumi e il femminismo, mentre sul piano politico il paese vive all’insegna della modernità, dei grandi progetti industriali e della
rivoluzione tranquilla iniziata dal primo ministro Jean Lesage. Questa rimette in discussione, in particolare, l’influenza dell’istituzione religiosa sul sistema ospedaliero e sulle scuole pubbliche, portando alla separazione tra stato e Chiesa.
In un contesto come questo, preferire il velo alla minigonna è considerato, per i miei compatrioti, un vero e proprio fallimento!
Quando ricevo la lettera di ammissione come postulante, approvata dalla superiora generale,la mamma aveva firmato l’autorizzazione senza nemmeno leggerne il contenuto, provo una gioia profonda.
il giorno fatidico si avvicina a grandi passi!
Certo, come tutte le ragazze della mia età adoro andare a ballare il rock e il twist con la mia sorella maggiore e i miei fratelli e mi piace suonare qualche giga
con la fisarmonica; quello che preferisco, però, è stare da sola a meditare in una cappella o nel mio letto. per me la preghiera diventa naturale come il respiro.
Il giorno prima di partire, il 6 agosto 1964, finalmente annuncio la notizia ai miei familiari che, come mi aspettavo, non comprendono la mia decisione. «Non puoi farlo,
Marie Paul, sei completamente pazza! Non ti vediamo mai con un chum2.
A livello sessuale, sei sicura che vada tutto bene?».
Sono sconcertati e abbattuti, a cominciare da mio fratello maggiore, il più antibigotto della casa.
Mi sento costernata, dichiaro che non cambierò idea per niente al mondo. Reclamo la stessa libertà di scelta di mio fratello Adrien, che dopo aver lavorato nella Marina Mercantile è entrato a far parte dell’ordine dei domenicani.
Perché lui sì e io no?
«Lui però non aveva diciassette anni come te, ma ventuno, e sapeva quel che faceva. Non è la stessa cosa!» continua a ripetermi mia madre.
Il giorno dopo faccio colazione immersa in un silenzio pesante.
Papà ha lo sguardo severo dei giorni più tristi. Non mi rivolge nemmeno lo sguardo,
non mi saluta. mentre lascio la fattoria, la mamma mi grida: «Prima di soffrire troppo, non farti problemi a tornare indietro!».
Non sapeva di avere così ragione.
Nel convento di Pont Viau, a Laval, a nord di Montréal, la vita quotidiana si rivela burrascosa: provo difficoltà enormi a sottomettermi a ciò che non mi sembra
essenziale per la vita di fede, suscitando una valanga di critiche e commenti aspri da parte della responsabile della formazione.
Incasso il colpo, per sfogarmi, gioco tutti i giorni a tennis e a hockey su ghiaccio con l’abito lungo! e vado in bicicletta.
Continuo a non aver peli sulla lingua e a suonare la fisarmonica.
Mi rimproverano tutti, dicendo che non corrispondo all’idea che di solito si ha della suora. Non prego in ginocchio, con le mani unite, è qualcosa che non mi si addice, ma
passeggiando nei boschi e respirando a pieni polmoni.


«No, Marie Paul, non hai la vocazione. Quando cammini agiti le braccia come un uomo, non come una monaca; non ti comporti e non pensi come una religiosa. lascia gli ordini,la tua personalità non è compatibile con la scelta che hai fatto.»
Undici anni dopo pronuncerò i voti perpetui. alla fine la mia determinazione ha vinto.
Diventare missionaria dell’immacolata Concezione è stata la risposta a un’aspirazione profonda, scritta nel mio dna.
Fondato nel 1902, innovatore rispetto al passato, il mio istituto opera su tutti i fronti, l’educazione, la salute, l’evangelizzazione, il lavoro sociale, tutti settori
in cui ho sempre sperato di impegnarmi. C’è un' altro aspetto interessante: prima di creare una sede in una nuova regione del Terzo mondo, alcune consorelle vengono inviate sul posto, come accadrà a me, per organizzare progetti pilota, valutare i bisogni della popolazione, creare sistemi di intervento, ecc. Noi, le “MIC”,
eravamo le antesignane delle ongdi oggi!
Mentre raggiungo Irupana, in Yungas, a otto ore di macchina da La Paz, percorro dislivelli impressionanti, valli lussureggianti di eccezionale bellezza.
La regione, punto di incontro di cercatori d’oro e produttori di coca e caffè, è un centro agricolo della Bolivia che ha saputo conservare il patrimonio culturale, i costumi e l’artigianato del periodo precedente ai conquistadores.
La strada sul fianco della montagna è così stretta che i veicoli non possono incrociarsi. Questo non spaventa certo Gabrielle, la suora canadese che mi accompa
gna con la Jeep: al volante ne ha viste di tutti i colori e schiaccia l’acceleratore a tavoletta.


«Guarda, Marie Paul, tutte quelle croci che vedi lungo la carreggiata sono gli sfortunati caduti nei precipizi!»
Immobilizzata dalla paura, a ogni curva ho l’impressione che il peggio debba ancora venire...
arrivata sana e salva, vedo subito il piccolo ospe-dale fondato dalla mia comunità e la nostra sede, un fabbricato in fase di ultimazione situato all’entrata del
paese.
Le mie giornate sono molto piene.
Per assimilare meglio la cultura locale e presentarmi alla popolazione incontro gli agricoltori della zona nelle loro casette di mattoni di terra con il tetto di paglia. Colgo anche l’occasione per fare conoscenza con i gruppi di giovani musicisti, dai dodici ai diciotto anni, che ogni domenica sera suonano la chitarra, il charangoe la
quena, il flauto tipico di bambù, in una stanza adiacente alla
chiesa.
Mi insegnano le danze folcloristiche, farfuglio qualche parola in spagnolo e parlo con le mani, facendoli ridere molto. È così che comincio ad affezionarmi
alla mia nuova patria.
Svolgo molte attività diverse che mi obbligano a spostarmi in città e nelle valli, per raggiungere le frazioni più isolate.
Per imparare la lingua mi reco a Cochabamba. Considerata la capitale quechua del paese, è situata al centro dei cartelli della cocaina.
All’hospital materno-infantil, dove lavoro per qualche mese, cerco di assimilare tutto il vocabolario che riguarda i metodi di cura, per essere utile il prima possibile ai bambini e alle partorienti.
Qui i pazienti sono sistemati su letti in ferro degli anni Trenta, senza lenzuola, direttamente sul materasso.
Non conviene essere troppo puntigliosi sull’igiene: qui mancano talmente tante cose! Faccio anche visite a domicilio, soprattutto alle persone in fin di vita. Quando
arrivo, i miei ospiti mi offrono con gentilezza il plato pacenoa base di carne e mais, le deliziose humintas, calzoni di manioca, e l’api, la bevanda nazionale dolce
servita molto calda.
La mia amica Norma, una madre di famiglia di soli quarant’anni, ma che ne dimostra ottanta, abita in una casa poverissima con il marito e i cinque figli, dai tredici
ai ventitré anni. Colpita da un tumore ormai diffuso in tutto il corpo, mi aspetta ogni mattina, sdraiata su un pagliericcio di fortuna nella stanza che funge da cucina e salotto.
In fondo, intravedo una cameretta completa mente buia con due letti, uno piccolo per i maschi, uno grande per il padre e le tre femmine... una di loro, Lucia, si prende cura della madre e prepara da mangiare per tutti.
L’immagine di quella prossimità di corpi mi sconvolge. Qualche tempo dopo la ragazza più vecchia se ne andrà con un giovane di un villaggio lontano, per sfuggire al potere maschilista del papà che la violenta.
La seconda, invece, più sottomessa, resterà incinta del fratello! Come spesso succede in Bolivia, questa famiglia vive continuamente sotto il dominio di uomini
incestuosi.
Più tardi mi renderò conto che purtroppo questo male è diffuso in molti paesi e non solo in america latina!
Parlarne con le altre suore? Non ne vale la pena. Gli abusi sessuali e le gravidanze precoci sono ancora un argomento tabù, sia nella società civile che
nella Chiesa, complice dell’omertà che regna ovunque.
Infatti, quando in ospedale visito adolescenti incinte di pochi mesi che, innocenti e ingenue come sono, non capiscono cosa stia succedendo, le madri mi dicono: «Non è niente, è solo un po’ debole.
Il medico le toglierà quella gobba che ha nella pancia!». Gli aborti sono all’ordine
del giorno... il confronto continuo con i soprusi e con le vittime darà vita, in seguito, alla mia riflessione sulle disfunzioni della sessualità umana e sulle azioni da realizzare in favore della salute pubblica.
Nel piccolo dispensario rurale che sono riuscita a organizzare su richiesta dei
campesinos3e dei loro familiari, ricevo molti malati di tubercolosi e tifo. Collego le mie condizioni di spossatezza al clima montano e non mi rendo subito conto che la mia salute è in pericolo.
Diagnosticata troppo tardi, la malattia ha già infettato una parte dello stomaco e del duodeno, provocando gravi emorragie.
Operata sul posto in una clinica insalubre, sento che sta arrivando la mia ultima ora.
L’intervento, durato cinque ore, mi ha quasi ucciso. le consorelle si daranno il cambio al mio capezzale giorno e notte. Sant’Anna, però, veglia su di me...
Una settimana dopo il ricovero, tre suore della mia congregazione decidono di portarmi in montagna per farmi riposare.
A contatto con la neve che mi ricorda il Canada, poco per volta riacquisto le forze. Tuttavia, questo miglioramento sarà di breve durata: gravi postumi postoperatori, tromboflebiti e infezioni polmonari, mi obbligano a rientrare in tutta fretta in Québec.
Vi resterò due anni e mezzo.

Nell’ottobre del 1978, dopo cinque mesi di convalescenza un’eternità! sono finalmente guarita dal tifo.
Ripartire per la Bolivia? È la mia ossessione. Quando
comunico alla madre provinciale la mia intenzione ditornare in America meridionale, la sua risposta non ammette repliche: «Marie Paul, non è possibile. Hai appena avuto la prova che non sei adatta alla vita mis-
sionaria. resterai qui, a Montréal».
Mi sento umiliata e contrariata. per mitigare il suo rifiuto, la superiora mi offre uno stage di sei mesi in Scienze umane, poi mi affida per sette mesi l’incarico
di aiuto infermiera a
Sainte Dorothée, una casa di riposo per le suore convalescenti del nostro ordine.
Mi occupo della somministrazione delle medicine, del controllo medico e della cucina. Vengo poi mandata a
Pont Viau, nel ricovero delle “MIC”, come sostituta dell’addetta al turno serale.
Nello stesso periodo divento volontaria dell’associazione Écoute secours, una linea diretta telefonica per le donne del Québec che affrontano una gravidanza
indesiderata. Naturalmente non dobbiamo giudicarle, né spingerle a prendere una decisione in un senso o nell’altro, ma ascoltarle e accogliere con compassione
la loro sofferenza.
A contatto con queste persone, mi sento nuovamente in sintonia con il mio desiderio profondo di portare aiuto a chi si trova in una condizione di vulnerabilità. Tra le prime chiamate che ricevo, sono particolarmente colpita da quella di una certa
Isabelle, di ventidue anni, incinta del nonno paterno. mi racconta tra le lacrime che non può confidare quel terribile segreto alla madre, che adora il padre e chiaramente
non è pronta ad affrontare la rivelazione di questo incesto...
La ragazza ha lasciato la casa familiare per occuparsi della raccolta stagionale di frutta in una fattoria alla periferia di
Montréal, e lì si è resa conto della futura maternità.


La sera prima della partenza il colpevole era andato nella sua stanza per abusare ancora una volta di lei.
Mi supplica di metterla in contatto con una clinica per effettuare una ivg(interruzione volontaria di gravidanza), ma da un punto di vista deontologico
non posso accontentarla. Le consiglio però di parlarne con i contadini che la ospitano.
Mi richiama tre mesi dopo, ma questa volta per la
nipote. la quattordicenne è incinta del padre, Pierre, il fratello di Isabelle! Non credo alle mie orecchie: come nel caso di Norma a Irpuana, a migliaia di chilometri
da qui, questa famiglia è sottomessa a due criminali sessuali!
Parliamo a lungo di questo contesto parentale disfunzionale. Ci tengo a rassicurarla: «No, nessuna delle due deve vergognarsi, la legge è dalla vostra parte sfortunatamente non siete le uniche a trovarvi in questa situazione...».
In effetti tutte le mie esperienze mi dimostrano che in mancanza di una prevenzione mirata, in tutto il mondo ci sono donne che subiscono drammi di questo tipo.
Durante la conversazione, la giovane mi dice che dopo aver riflettuto a lungo ha deciso di tenere il bambino. le persone che l’hanno accolta e con cui si è confidata
la sostengono moralmente. mi confida di essere felice della sua scelta e, senza nemmeno dubitare del fatto che io sia una suora, mi chiede di pregare per lei e per
il suo piccolo...
L’infermiera che sostituisco a Pont Viau alla fine riprende servizio.
Siccome per un anno avevo svolto le
sue mansioni in modo soddisfacente, la superiora accetta di riconsiderare la mia richiesta.
Alla fine vinco io e sono pronta per una nuova destinazione: Baures
in Bolivia, nell’estremo nord-est del paese.
Sono in caricata, con altre due suore canadesi,
Sylviane e Rachelle, di fondare una nuova sede della nostra congregazione.
La zona in cui dovremo operare è immensa e ci avvertono che, in mancanza di strade, nella giungla saremo costrette a muoverci a piedi, con la piroga o a cavallo.
Decolliamo il 25 marzo 1981.
Sono emozionata e pazza di gioia!
Raggiungere il grande dipartimento del Beni, vicino al bacino amazzonico brasiliano, equivale a una vera e propria spedizione. Giunta nella sua città principale,
Trinidad, devo aspettare più giorni e andare tutte le mattine all’aeroporto per verificare la presenza di un velivolo di collegamento militare per Baures.
Dopo una settimana di attesa viene annunciato l’arrivo di un volo della tam.
Sulla pista di atterraggio c’è una gran confusione, una folla compatta si precipita rumorosamente verso la scaletta.
I motori fanno un rumore infernale! sono l’ultima a salire a bordo, il pilota mi spinge con violenza per chiudere e bloccare il portellone dietro di
me, usando dei semplici cavi.
Un’ora dopo, quando viene riaperto, vedo in basso una moltitudine di bambini
sorridenti e con gli occhi spalancati, come affascinati da quel ferrovecchio dell’esercito.
Una scena che mi riempie di tenerezza! al primo colpo di tamburo intonano un
canto di benvenuto nella loro lingua, quella degli amerindi arawak. Gli abitanti ci accolgono con la musica, mostrandoci con orgoglio gli strumenti costruiti sul posto. Bellissimo! Questa allegria della gente mi va diritta al cuore. Quando passiamo, per civetteria, gli uomini si abbottonano in fretta la camicia, mentre le donne, in
disparte, assistono timidamente allo spettacolo.
Noi consorelle siamo ospitate provvisoriamente in una piccola costruzione di fianco alla chiesa, dove il parroco ha sistemato tre letti di fortuna dotati di zanzariere, che proteggono sia dagli insetti che dai pipistrelli.
In attesa del nostro futuro alloggio, consumiamo i pasti in una famiglia che ci vorrebbe adottare: siamo diventare delle Madres molto richieste!
I primi giorni fatico a orientarmi: da dove è meglio cominciare?
Per valutare al meglio le necessità sanitarie, decido come prima cosa di incontrare i cento nuclei familiari che vivono nel villaggio e nei dintorni.
Sylviane, che è educatrice, si occupa della catechesi e dell’animazione pastorale, mentre Rachelle, infermiera ausiliaria, si incarica della farmacia della parrocchia e delle visite ai malati.
Sono molto colpita dai diversi ritmi di vita degli uomini e delle donne.
Mentre queste badano agli animali e ai bambini, lavano la biancheria al fiume, vanno
a cercare la legna, i rami secchi per la cucina, lavorano nei campi o confezionano cappelli in piccole botteghe artigianali, i loro compagni se la prendono comoda. se
ne stanno sdraiati sulle amache, seduti nella taverna, a ubriacarsi con una bevanda a base di succo di pompelmo e mais. Qui non si sta mai senza alcol! Siccome
le coltivazioni di coca sono una delle attività principali della regione, i trafficanti di droga si recano nei paesi per ritirare il loro carico, in tutta discrezione. in cambio, offrono alla gente del posto enormi botti di acquavite e mettono a disposizione i loro aerei come mezzo di trasporto locale. Confesso che a volte ne approfitto anch’io, per andare a Trinidad o raggiungere alcune popolazioni che vivono molto lontano nella selva, la giungla... per quanto riguarda la salute, dobbiamo partire da zero.
La suora educatrice mi aiuta a formare gruppi femminili per sensibilizzare sulle regole elementari dell’igiene.
Infatti nel paese le case, di dimensioni molto ridotte, ospitano sia persone che animali, galline, maiali e cani rognosi, senza contare che i bambini fanno i loro bisogni direttamente sul pavimento di terra battuta.
Scopro con stupore che i tetti sono infestati dai pipistrelli e che le poche stoviglie non sono protette dai loro escrementi...la farmacia, rifornita dal parroco, pone alcuni problemi di gestione. Quante volte
Rachelle e io lo sorprendiamo a distribuire medicine come fossero caramelle! Cerchiamo in tutti i modi di spiegargli che un antibiotico non cura il mal di testa, ma non c’è verso, Don Pedro è testardo come un mulo.
Per fortuna la mia consorella riprende in mano la situazione. Tra le giacenze non c’è nessuna traccia di preservativi o pillole... Ne sono inquietata, tanto più che le donne con cui riesco a intrecciare rapporti di fiducia mi confessano di essere sfinite dalle continue gravidanze e dalle esigenze dei mariti, che devono soddisfare sessualmente più di quanto esse vogliano. «Gli uomini vogliono farlo
troppo spesso!» ammettono, con un’aria fatalista. Al cune accennano a problemi di violenza coniugale dovuti all’abuso di alcol, altre, molto infastidite, mi rac-
contano controvoglia del numero sempre crescente di ragazzine incinte: «Qui è come una malattia». Queste parole mi fanno male.
Sono una suora, ma anche un’infermiera e un’umanista, devo assolutamente reagire, anche questo fa parte della mia missione e del mio lavoro. Ne discuto con le altre, ma l’idea di organizzare dei corsi di educazione sessuale crea grandi reticenze.
«Ma dai,
Marie Paul, non si addice a una religiosa!»
Nonostante le mie argomentazioni, Sylviane, Rachelle e il parroco restano sulle loro posizioni e i nostri rapporti peggiorano.
Eravamo sempre state solidali tra noi, ma ora la nostra bella amicizia sembra incrinata. Ci evitiamo, dopo che entrambe si sono messe dalla
parte di don Pedro, che non vuole sentir parlare di lezioni. in mancanza del loro appoggio, che non facilita certo il mio compito, mi ritrovo ad affrontare le urgenze da sola e totalmente sprovvista di mezzi.
Lo sa Dio quanto sia difficile far cambiare le mentalità, sia nella giungla che altrove; è qualcosa che richiede molto tempo.
Sono ben consapevole che per realizzare i miei progetti è necessario comprendere il funzionamento di questa microsocietà patriarcale.
Nel villaggio non succede un granché, la sera, grandi e piccoli si ritrovano a messa, perché la parrocchia, l’unico luogo dotato di energia elettrica, è diventata il
centro degli incontri comunitari apprezzato da tutti. a parte questa riunione liturgica, però, non esistono attività sportive o culturali.
Stabilendo un contatto sempre più ravvicinato con le condizioni di vita dei giovani, mi rendo conto che gli unici passatempi, comuni a quelli degli adulti, sono l’alcol, il sesso e le riviste pornografi che (ebbene sì, arrivano addirittura nel profondo della foresta!), con tutte le conseguenze drammatiche che si possono immaginare. Cito l’esempio di Nancy, una tredicenne adorabile per cui provo un grande affetto.
Conosco bene i suoi genitori.
In occasione di una visita mi dicono che è incinta, evidentemente lei non si
rende conto di che cosa le stia succedendo.
La dignità che dimostra è impressionante, la madre mi racconta che stanno aspettando un aereo dei narcos che le accompagnerà a Trinidad, la città più vicina, oltre che l’unico luogo, a un’ora di volo, in cui sia possibile ricevere cure
mediche e procurarsi preservativi e contraccettivi.
Sono sollevata: fortunatamente per lei, l’interruzione di gravidanza verrà effettuata in ospedale. Non tutte, però, hanno questa possibilità. Quelle che appartengono agli
ambienti più poveri non hanno altra scelta che restare a Baures, dove subiscono aborti clandestini in condizioni terribili dal punto di vista igienico.
La piccola Maria perderà la vita... sono fuori di me: voglio capire perché nel villaggio il numero delle ragazze incinte, a volte già all’età di dodici anni, sta aumentando.
Dopo lunghe giornate dedicate alla cura dei malati e alle visite agli abitanti, mi capita di parlare con gli adolescenti del loro modo di concepire i rapporti tra i
due sessi, dei loro progetti professionali... Un po’ per volta vengo a scoprire i retroscena: le serate in chiesa servono da esca ai predatori sessuali! Quello che mi
dicono mi sconvolge.
Prima dell’ufficio religioso della sera, gli uomini, la maggior parte padri di famiglia, si aggirano dietro l’edificio, nella penombra dei cespugli e degli alberi, dove trascinano le vittime che stanno andando alla funzione. Queste, prive di esperienza, si lasciano fare di tutto senza protestare. e come in tutta l’america
latina, le donne in generale sono così sottomesse, da sentirsi “obbligate” ad acconsentire a ogni desiderio sessuale, con la scusa che «non si può dire di
no a un maschio»!
il colmo è che dopo questi stupri, i responsabili e le loro prede si ritrovano sui banchi della parrocchia a pregare, come se niente fosse. È intollerabile!
Le domande si affollano nella mia mente. Che cosa posso fare per cambiare le cose nel rispetto delle tradizioni locali? Come infermiera dovrei prendere l’iniziativa di riunire tutti i giovani del villaggio e organizzare incontri periodici per indicare la via per una sessualità responsabile? Bisognerebbe far partecipare anche gli
adulti, ma come? la prima difficoltà è proprio quella di creare gruppi misti. Come in chiesa, i due sessi non hanno l’abitudine di mescolarsi in pubblico; gli uomini
stanno da una parte, le donne dall’altra, devo quindi agire con cautela e per tappe successive.
La mia priorità sono gli adolescenti. Con il consenso dei genitori, per prima cosa proporrò di formare una corale che riunirà ragazzi e ragazze: sarà un’occasione per imparare a conoscersi meglio e soprattutto per incontrarsi in modo “diverso” e non prima della messa, in tre minuti d’orologio! inoltre, il canto presenta l’enorme vantaggio di mettere tutto quel piccolo mondo su un livello di uguaglianza, una novità a cui le femmine non sono molto abituate, ma che servirà a valorizzarle.
Nel giro di qualche mese i miei sforzi vengono ripagati, in mancanza di altre occupazioni, il progetto riscuote un grande successo.
I cantori cominciano a tenere concerti in un piccolo centro sportivo costruito in
adobe(mattoni di terra), le loro voci sono magnifiche!
Mi dicono che sono orgogliosi di quello che riescono a fare tutti insieme, rispondo: «Benissimo, ma non dovete fermarvi proprio ora. Volete praticare uno sport?».
Sono entusiasti della mia proposta! Ci rimbocchiamo le maniche e mettiamo al lavoro gli abitanti del villaggio per creare comitati per il calcio, la pallavolo, il basket...
Mi reco a La Paz per sbloccare le sovvenzioni di un organismo governativo dedicato
alle popolazioni delle regioni più remote, in questo modo, tutto il materiale ci verrà fornito gratuitamente.
Il giorno delle gare, le mamme preparano bevande al limone e al pompelmo; i padri lasciano le osterie per assistere alle prove, a cui talvolta partecipano anche
loro, inoltre, un gruppo folcloristico composto da artisti dai dodici ai quindici anni organizza spettacoli che riscuotono un bel successo. sono felice vedendo che
comunicano tra di loro con più rispetto. mentre ballano, i ragazzi prendono delicatamente le giovani per la vita e si adattano al loro ritmo...e dire che al mio arrivo bambine e adulte indossavano vestiti lunghi di nylon che impedivano qualsiasi
pratica sportiva e coreografica! Nel centro di cucito gestito da noi consorelle, una piccola stanza accanto ai nostri alloggi, ora le donne creano modelli di abiti corti di cotone, gonnepantaloni e calzoncini.
Per il football ho imposto ai membri della lega femminile di portare i bermuda, una piccola rivoluzione. anche le madri di famiglia si cimentano nelle attività proposte e in questo modo si guadagnano un po’ per volta la stima degli uomini, costretti a riconoscere la loro abilità.
Mi sembra evidente che questi eventi, favorendo l’emancipazione e creando legami sociali e di fraternità, offrano le condizioni ideali per risvegliare le coscienze e
promuovere una sessualità più sana.
Le lunghe assenze di don Pedro, che si sposta in tutto il dipartimento, mi concedono una maggiore libertà e la possibilità di organizzare, in una sala parrocchiale, i primi corsi settimanali di educazione sessuale.
All’inizio, i ragazzi provano un grande imbarazzo quando parlano della loro intimità.
A scopo pedagogico utilizzo grandi tavole anatomiche realizzate su cartone. Certi si nascondono il visto tra le mani per non guardarle.
Dopo parecchie sedute, tuttavia, quelle immagini sono diventate familiari e alcuni mi regalano graziosissimi disegni fatti da loro, che ritraggono corpi nudi. Con
questo gesto vogliono dire di aver capito che il mio scopo non è offenderli, ma aiutarli.
Durante gli incontri, ognuno a turno prende la parola. parlo dell’importanza di amarsi con rispetto. «L’atto sessuale deve essere praticato con dolcezza. sapete, la violenza non porta da nessuna parte, è solo l’espressione di un disagio profondo.»
Sono tutti d’accordo e si dimostrano particolarmente interessati quando spiego le funzioni genitali, il ciclo ovulatorio, concetti come desiderio, erotismo...
Mi pongono tantissime domande. Molti non si erano mai resi conto del legame tra rapporto sessuale e rischio di gravidanza!
Discutiamo di tutto; sento che non ci sono più barriere tra di noi, hanno
l’abitudine di vedermi mentre pratico sport e suono la fisarmonica con loro...
si fidano di me e sanno di potersi esprimere liberamente.
Li ascolto senza giudicarli. Tuttavia, alcune problematiche sono più difficili
da affrontare di altre.
propongo allora di inventare alcuni sketch e di recitarli.
Le ragazze, per esempio, fanno vedere che vogliono poter accettare o rifiutare
un rapporto intimo, che non deve essere visto come un obbligo; i maschi mettono in scena le loro pulsioni nei confronti delle signorine... prendiamo in esame
le nozioni di sensibilità affettiva, amore, genitorialità.




Per suor Marie-Paul Ross è tempo che nella Chiesa si parli di eros, riconoscendolo come dono di Dio e alzando quel velo di omertà che nell’ambito ecclesiale favorisce da secoli il perpetrarsi di devianze e infelicità.
Contro il parere dei suoi superiori, dei vescovi e persino del mondo accademico, suor Marie è riuscita a conseguire un dottorato in sessuologia clinica, grazie anche a una speciale licenza ricevuta da Giovanni Paolo II. Oggi si batte per demolire il tabù per cui i religiosi non dovrebbero occuparsi di certi temi.
Le sue idee su coppia, contraccezione, aborto, omosessualità, celibato sono in dissonanza con i canoni della gerarchia. Solo il consenso ricevuto nelle conferenze che tiene in tutto il mondo e la gratitudine di tanti pazienti, che hanno potuto beneficiare del centro di terapia sessuale che dirige, l’hanno convinta a non demordere nella battaglia.
Ai tanti che la incontrano è solita ripetere: «In materia di sessualità ed eros c’è una chiusura patologica che impedisce alla Chiesa di crescere».
In questo libro – bestseller internazionale – riassume con piglio deciso la sua filosofia, le sue teorie rivoluzionarie e i risultati di oltre vent’anni di ricerche sul campo.
Personalmente trovo che sia un libro davvero interessante. Gli Incesti e gli Stupri, non sono solo piaghe dei paesi ancora sottosviluppati.... Ne sappiamo qualcosa anche noi , "gente civilizzata"
Il sesso è appagante solo se contiene tutti gli ingredienti: dolcezza, tenerezza, rispetto, gioco, istinto, passione e desiderio condiviso, animalità.. tutto condito da un pizzico di fantasia e tanto tanto amore.
Serena notte a tutti.
Virginia
b71ee4da-4968-4ab6-a586-2d00fd1800be
IN COSTRUZIONE perché la Chiesa non deve temere l’eros Prima Parte Un solo percorso, molte Vie 1 Una morte senza senso «Perdono, Madre, Perdono!» una donna isterica urla, con il volto deformato dal dolore, continuando a ripe- tere le stesse parole. Non capisco niente di quello che dice,...
Post
09/01/2017 23:24:29
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Commenti

  1. antioco1 10 gennaio 2017 ore 19:20
    ma quanto sei brava Virg ciao buona serata Ale
  2. LaFataDelleAcque 10 gennaio 2017 ore 19:39

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