Qualcosa di personale

22 maggio 2007 ore 11:30 segnala
E’stata una giornata davvero troppo lunga oggi. Persino a raccontarla. Berrei volentieri qualcosa per stordirmi, per dormire senza sogni stanotte, ma il fatto è che dovrei bere troppi bicchieri perché il mio livello di sopportazione è alto. Non solo come capacità di non ubriacarmi, ma anche come capacità di assorbire tutto, di tenerlo dentro senza farlo uscire mai,  di sedimentare. Ci sono intere civiltà e secoli di storia seppelliti in me, ci sono dolori e una sofferenza che solo questa capacità di tenermi tutto dentro non fa trasformare in cicatrici in superficie. Ma questo mi fa soltanto altro male, perché nessun archeologo avrà mai voglia di scavare la mia collina e tirare fuori  i tesori e gli scheletri che ci sono sepolti e perché se non metto mai in mostra le mie cicatrici nessuno mai mi chiederà: come stai? Fa male qui? e qui? La ferita che più di tutti mi duole stasera è mia madre.

Ho agganciato da poco con te, la tua voce come sempre triste mi è scivolata lentamente dentro come un’infiltrazione dolorosa. Avvelenerai la mia falda d’acqua e per tutto il giorno sarò triste, ma il mio terreno come sempre è fertile ed accogliente, ti farà posto anche questa volta. Anche a questo ennesimo sfogo, ma sentirti piangere al telefono mi uccide lentamente. Le tue lacrime formano fiumi carsici che nessuno può vedere all’esterno ma che scavano dentro ed erodono la roccia che hai fatto di me. Tu mi hai insegnato ad essere forte, a superare il pianto reagendo, mi hai insegnato a costruire corazze che mi schermino dal mondo esterno, ma non mi hai mai insegnato come fare a difendermi da te. Mia madre.

Mia madre è una donna strana, ha vissuto una vita che l’ha messa costantemente alla prova. Mia madre aveva una madre che ha imparato la dolcezza solo quando era anziana. Raramente le ha regalato una carezza senza motivo, un sorriso, un bacio. Mia madre è cresciuta in un paese piccolo, che definire di provincia è un gran complimento, ha lasciato la scuola presto senza neanche finire le medie per iniziare a lavorare e aiutare la famiglia. Mia madre aveva una madre che piangeva nella sua piccola cucina perché non aveva i soldi per arrivare alla fine del mese, perché quella sera avrebbero mangiato una minestra di fagioli, senza sapere cosa mettere in tavola il giorno dopo. So che sembra una di quelle storie strappalacrime tirata fuori da un libro di Dickens, ma tutto questo è vero e non accadeva a Londra nel 1800, ma qui in Italia in questo secolo, prima dell’illusorio benessere degli anni 60, prima che la pubblicità ci convincesse che puoi vivere alla grande comprando tutto a rate. Mia madre non aveva molta scelta. Oggi si vergogna a dire che lei non è istruita, che ha imparato a stento a leggere e scrivere perché a 11 anni era già piegata su un tavolo da sarta e manteneva da sola la sua famiglia. Manteneva un padre perennemente inchiodato nel letto da una malattia ai polmoni, un padre che era sempre stato una figura aleatoria, ectoplasmatica in casa e che anche quando stava bene non aveva mai avuto una grande voglia di lavorare. Amava il cinema, questo nonno che io non ho mai conosciuto e quando tornava a casa dopo aver visto un nuovo film rapiva mia madre con la storia che aveva appena visto, la faceva sognare per qualche breve istante,i racconti di quei film sono stati le sue favole prima di andare a dormire. Col suo lavoro mia madre manteneva anche due fratelli più grandi di lei, il cui unico talento era trascinarsi fino al bar del paese a giocare al biliardo, a mettere su un disco al juke box e sedere fuori su sedie impagliate a fare apprezzamenti sulle ragazze di passaggio all’ora dello struscio. Manteneva una madre che si era spezzata la schiena nei campi a raccogliere spinaci in inverno e tabacco in estate, una madre che aveva 40 anni e ne dimostrava 60, con tutte quelle rughe che le screziavano la pelle come le venatura di un albero antico. Che aveva sposato un uomo di cui non era innamorata solo per la paura di rimanere zitella o vedova perché c’era la guerra. Perché erano gli anni 40.Perchè la morale e l’educazione sono un fatto di tempo, di latitudini e accenti sotto cui nasci. Così anche se me lo ha solo raccontato io la vedo mia madre mentre stringe i primi soldi guadagnati da sola per un vestito appena terminato e con gli occhi che le brillano dall’esaltazione di chi veramente ha avuto fame e sa cos’era la miseria, mette quei soldi nelle mani nodose di mia nonna, nella stessa cucina dove tante volte l’aveva vista piangere da bambina. Me la immagino a 13 anni mentre la guarda come un’adulta e con orgoglio le dice: da domani non ci vai più a lavorare perché adesso ti mantengo io. Mia madre si vergogna delle sue origini, di quella cucina con le pareti annerite di fumo, e invece dovrebbe esserne fiera. Perché le persone non si misurano dal numero di libri che leggono, dalle citazioni colte che ti tirano fuori alle cene aziendali. Io amo mia madre ma il mio amore per lei mi uccide. Perché questa donna straordinaria, fiera e testarda che ho descritto, che ho amato fin da quando ho cominciato a ragionare, non esiste più da anni. Mia madre è morta lentamente dentro, si è lasciata andare alla corrente perché pensa che niente valga più la pena di essere vissuto. Oggi l’ho chiamata per farle gli auguri per la sua festa, e nella sua voce come sempre quel velo di tristezza a coprire tutto come uno strato appiccicoso di zucchero filato. Quel “tutto bene” sussurrato per cortesia senza nessun impegno a mentire, a fingere. Mia madre oggi ha 51 anni, ed è ancora bellissima, ma ogni giorno le ho visto portare via qualcosa da sé. Come la statua del Principe Felice nel racconto di Wilde, la crosta d’oro e gli occhi di smeraldo non ci sono più da tempo. L’inverno nella sua anima è arrivato molte stagioni fa senza più andarsene e neanche il sole di un sorriso che ancora mi regala di tanto in tanto riesce a scioglierlo.

Ed io probabilmente sono la sua rondinella, quella che per restarle accanto non baderà all’inverno e si lascerà morire accanto a lei per renderla felice un’ultima volta, per compiacerla fino alla fine.

Mia madre ha bisogno di me, ne ha sempre avuto. Da piccola, avevo 10 anni forse, lei mi considerava già adulta probabilmente o comunque capace di comprenderla per l’amore che ci univa o forse già allora era sola e con un disperato bisogno di parlare con qualcuno che non l’avrebbe giudicata. Così si confidava con me, ma non erano i discorsi che devono esserci tra una madre e una figlia. Tra una madre e una figlia lei avrebbe dovuto chiedermi se mi piaceva quel ragazzetto timido del primo banco, se preferivo il cioccolato o il caffé nel latte a colazione, se volevo accompagnarla dal parrucchiere. Invece le nostre erano le confidenze che si fanno ad un’amica, ad una donna. Mi raccontava dell’infelicità del suo matrimonio, dei tradimenti di cui era certa la riempiva il marito. Per anni ho dovuto sdoppiare l’immagine di mio padre per non odiarlo. Imparare a distinguere tra le figure del padre perfetto e dolcissimo che era e quella del marito assente, geloso e traditore. Quello che mi fa più male è la sua fragilità, la sua debolezza e la mia impotenza rispetto al suo dolore,  non sapere come aiutarla. Io sono solo una persona. Posso solo abbracciarla forte e dirle che la amo, ma questo non le restituirà la vita che non ha vissuto, la dolcezza che non ha avuto e non la farà ritornare a sorridere. Mi sento  schiacciata e ricattata a volte, perché quando si soffre si tende a giocare col senso di colpa degli altri e con me è talmente facile trovare la strada. Io so bene cosa vorrebbe da me. Mia madre ha passato metà della sua vita a tirarci su e l’altra metà a lamentarsene, a rimpiangere altre strade, occasioni non colte, decisioni non prese. Ma questo è un gioco sporco, non puoi restare intrappolata in un matrimonio sbagliato nascondendoti dietro l’alibi dei figli. “L’ho fatto per voi” è la frase che ho sentito pronunciare più volte a mia madre. Era la parola magica, un mantra che mi congelava. Mi richiamava all’ordine, dovevo sacrificarmi anch’io perché lei lo aveva fatto, non dovevo farla arrabbiare, non dovevo urlare troppo forte perché lei aveva sempre mal di testa. Ho sempre cercato di essere la figlia perfetta che voleva, ho studiato perché lei fosse orgogliosa di me, perché vedesse realizzato in me ciò che a lei non era stato permesso. Eppure anche adesso io la capisco. Si sente smarrita, sola, triste. Lei mi vorrebbe accanto a sé, ad invecchiare insieme nel posto che ci ho messo tanto a lasciarmi alle spalle. Vorrebbe che le dessi dei nipoti. Lei probabilmente immagina la felicità come Natali tutti insieme a cena, con l’albero che trabocca di regali e vacanze al mare tutti nella stessa macchina a cantare e non si spiega perché le cose non debbano essere così. Dice di volere la mia felicità, di volermi serena e non sa che quel che vuole è che io continui a vivere la vita che lei immagina per me, come ha sempre fatto. Ed io sono spaccata tra il desiderio di aiutarla e quello di starle lontana, perché il suo dolore è il mio, perché mi trascinerà sottacqua con lei e io non saprò dirle di no . Perché la amo.

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E’stata una giornata davvero troppo lunga oggi. Persino a raccontarla. Berrei volentieri qualcosa per stordirmi, per dormire senza sogni stanotte, ma il fatto è che dovrei bere troppi bicchieri perché il mio livello di sopportazione è alto. Non solo come capacità di non ubriacarmi, ma anche come...
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22/05/2007 11:30:59
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Commenti

  1. Mr.Adelphi 22 maggio 2007 ore 16:03
    E' piacevole leggerti. Davvero.
  2. timido72 23 maggio 2007 ore 00:01
    sai leggendoti mi sento molto uguale a te....pero con il papa e nn con la mamma....
  3. El.Gringo 24 maggio 2007 ore 16:40
    ... avrà mai voglia di scavare la mia collina e tirare fuori i tesori e gli scheletri.. Nn rimanere ferma,con i tuoi dubbi,le tue incertezze e insicurezze,cerca di volgere lo sguardo al di la della collina,dove c'è luce ci sono conferme :-)
  4. lamadiluna 24 maggio 2007 ore 18:57
    Ringrazio tutti per i commenti. Non è facile scrivere cose che ci riguardano, che non sono racconti inventati. Non è facile ma è utile. Evito di tenermi tutto dentro. E' bello condividere e sapere che chi ti legge ha voglia di fermarsi e spendere qualche parola di speranza e empatia con te. Grazie.
  5. WALBURGA 25 maggio 2007 ore 14:23
    Saper scrivere con la stessa tua intensitá.. ho letto attentamente questo scritto e lo trovo meraviglioso e piacevole... Mi ha colpita molto questa frase : Ed io probabilmente saró la sua rondinella,quella che per restare accanto non baderá all´inverno.... ... Grazie :-)
  6. lamadiluna 25 maggio 2007 ore 18:33
    grazie a te wal..leggo spesso il tuo blog, mi piace molto la delicatezza di certi post...le poesie per esempio sono tue? un saluto
  7. savo9 04 giugno 2007 ore 00:08
    Complimenti, trasmette molte emozioni, inquietudini, sentimenti, domande, paure…non deve essere facile scrivere questi pensieri così profondi e personali…mi chiedo quante storie,vite meriterebbero di essere raccontate…per aver maggiore comprensione e rispetto per quelle persone che le vivono…
  8. WALBURGA 04 giugno 2007 ore 16:42
    Quando nn cito l´autore sono pensieri miei:-)
  9. chiaraoscura 21 agosto 2007 ore 02:29
    L'ultima lettura prima del sonno... Ho bisogno, come tutti, di piangere, a volte... Non sempre si piange per ciò che ha scatenato il pianto, ma la "chorda" deve almeno essere sfiorata...

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