L'italiano e le straniere

23 aprile 2017 ore 23:09 segnala


L’estate sta arrivando e porterà con sé spensieratezza, voglia di divertirsi e turiste straniere. Il maschio italiano, sia esso altoatesino o lampedusano, quando vede una donna straniera nel nostro suolo patrio è come se vedesse uno stupendo campo di calcio in erba: vuole giocarci. E’ sempre stato così. Siamo esterofili nel DNA. Lo sono stati i nostri nonni, lo sono stati i nostri padri, lo siamo noi e lo saranno i nostri figli. A noi, la lingua straniera, piace.

Aiutati da una faccia da culo unica al mondo, niente ci ferma davanti a una bionda con la pelle di luna, neanche la lingua straniera di cui notoriamente siamo ignoranti. Ci avviciniamo alla preda sculettando e, con un sorriso che si espande sulla nostra faccia come una farfalla, ci avvaliamo delle mani, dei piedi, degli occhi e di tutto il corpo per dirle quanto lei è bella. Lei riderà per la nostra mancanza di pudore e di vergogna ma, senza che ancora lo sappia, noi l’abbiamo già conquistata. Prima che lei torni nella sua terra natia, noi, aiutati dal canto dei grilli e delle cicale e sotto una romantica luna italiana, noi faremo di tutto per lasciarle il migliore dei ricordi.

Ci sono due tipi di italiani: quelli che vanno a casa della “preda”, ossia all’estero, con la serena convinzione che le donne di quei paesi gli si butteranno ai piedi, attratte dalla fama di homo eroticus per eccellenza, e quelli che, vuoi per la crisi, vuoi per pigrizia, le straniere le aspetta in Italia, paese notoriamente pieno come un uovo di turiste.

L’homo italicus non è di solito un tipo schizzinoso. Gli interessa poco, giusto per fare un esempio, se ha le caviglie piccole. E’ attratto dalle turiste nordiche, ma è anche intrigato dalla fama di geisha delle giapponesi, sedotto dagli spiriti bollenti delle sud americane, affascinato dalle gambe lunghissime delle slave, ammaliato dai culi e dalle tette delle spagnole, stregato dalla voracità delle americane, incantato dall’esperienza delle francesi, insomma da tutto ciò che respiri. (E c’è pure qualcuno che non si pone nemmeno questo limite).

Provvisto di occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero (grazie Battiato), anche se è mezzanotte inoltrato, maglioncino sulle spalle e colletto della polo alzato la sera, anche se la temperatura sfiora i 40 gradi, griffato dalla testa ai piedi, mutande comprese, capello scolpito con attenzione millimetrica, abbronzato come un lupo di mare, l’homo eroticus italiano, qualsiasi sia l’età, non ha rivali nel corteggiare una straniera. La prima frase che userà, accompagnato da un sorriso a trentadue denti, sarà: iusppikinglish? Domanda del tutto inutile, visto che comunque lui non lo sa parlare. E’ nel momento in cui lei dirà Yes, I do, che l’italiano darà il meglio di sé. Senza se e senza ma, il nostro riuscirà, sempre con quella faccia di culo di cui sopra, a entrare nelle grazie della bella figliola importata e a mostrarle la propria collezione di farfalle.

Del resto come poteva essere diversamente un popolo che tra i suoi avi annovera fior di seduttori come Giacomo Casanova, Don Giovanni e il califfo di Cuccubello?
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Io, Lucia, sposata e infedele...

22 aprile 2017 ore 00:43 segnala


Ciao, ho letto il tuo blog sul poliamore e vorrei dire la mia. Mi chiamo Lucia e sono di … . Ho un marito e due amanti. Amo mio marito; L'ho scelto e l'ho voluto con tutta me stessa. Abbiamo un rapporto paritario: nella coppia posso esprimermi, c’è collaborazione, e di questo sono felice. E’ fattivo, pragmatico, generoso. Mi ha insegnato la costanza. Dopo 22 anni di matrimonio, che posso definire sereno, mi sono accorta sempre più spesso che mi mancava qualcosa. Mi sentivo incompleta, almeno questa era la mia percezione. Poi, un giorno, ho incontrato L……
E immediatamente è cominciata un’altra vita.
L…… è un uomo introverso. Ama la lettura e la scrittura. Ci scambiamo libri e li commentiamo.
Le sue parole mi incantano.

Un anno fa ho conosciuto M….. E’ un artista. Emozionale e romantico, ha il potere di sapermi commuovere. Con lui condivido l’amore per la poesia e per l’arte in tutte le sue forme.

Mio marito non sa degli altri due, loro sanno invece tutto. Così io bevo la vita. Non è stato facile all’inizio.

Mi sono rimproverata a lungo. Volevo scegliere, ma scegliere mi era impossibile. Significava sacrificare qualcuno e per me era inconcepibile. E’ stata dura lottare contro i miei sensi di colpa: picconavano la mia mente sempre con maggiore insistenza. La mia felicità la percepivo come immeritata. Io che avevo sempre tenuto alla coerenza, all’onestà, alla correttezza, come avevo potuto arrivare a tanto?

Oggi posso dire di aver trovato un punto d’equilibrio nella mia vita. Ognuno di loro illumina una parte di me, la esalta. Rinunciare ad uno si essi significherebbe rinunciare ad una parte di me stessa. Ecco perché non ho rinunciato. Io con loro mi scopro tre volte donna e scegliere fra loro sarebbe come credere che io sono una sola di quella donna.

Oggi posso dire di essere una donna felice.

Grazie dell’ospitalità

I poeti di chatta.

17 aprile 2017 ore 22:23 segnala


Cosa siamo diventati noi italiani? Eravamo un popolo di santi, poeti e navigatori. Poi, abbiamo avuto un collasso. Pensiamo ai navigatori ad esempio. Siamo passati da Cristoforo Colombo al comandante Schettino.

E i santi? Siamo stati il paese che ne ha dati di più: San Francesco, Sant’Antonio e San Benedetto sono conosciuti in tutto il mondo. Oggi, però, sembra che ci siamo allontanati di parecchio dalla santità. I Tg infatti non parlano che di omicidi, uxoridici, infanticidi, parricidi e femminicidi.

L’unica certezza che c’è rimasta è la poesia. Non che siamo diventati lettori di poesia - i libri di poesia non si vendono e molte case editrici non ne pubblicano, più proprio per mancanza di lettori – però ci piace farla: a volte in versi, altre volte in forma di prosa. Del resto basta entrare in un qualsiasi social network, come chatta, e si trovano poesie a gogo.

Senza dubbio la poesia ha nutrito nei secoli l’anima dei popoli e ha allietato con la sua capacità di saper cogliere i sentimenti e le emozioni e trasformarle in parole, però è un dato di fatto che i libri di poesia non si vendono, a differenza del romanzo, che regna incontrastato in ogni libreria. Così come è un dato di fatto, d’altro canto, che le poesie sono sempre presenti in quasi ogni profilo.
Tra le poesie più riportate vi sono quelle di Ada Merini, di Pablo Neruda e di k. Gilbrain. Altre sono di poeti meno conosciuti, altre ancora sono scritte dall´utente stesso, altre non hanno paternità. Alcune sono belle, altre ingenue, altre ancora colgono un attimo. Tutte però vogliono trasmettere emozioni a chi li legge. Alcuni vi riescono, altri no. Il dono dei versi non è dato a tutti.

Molte poesie scritte si trovano dentro i cassetti e difficilmente vedranno la luce per una naturale reticenza dell’autore a farle leggere per timore di provocare sollazzo o noia. Internet però ha dato a molti di loro il coraggio e la possibilità di aprire i cassetti.

Argomento principe della poesia è l’amore. Ogni dieci poesie, sette trattano dell’amore. Roba da far venire un’indigestione. Al secondo posto, distanziatissimo, c’è l’amicizia, al terzo la bellezza, al quarto la natura, al quinto la nostalgia. E poi il dolore, la solitudine, gli animali, etc etc etc.

E il sesso? Seeee... Non esiste il sesso nelle poesie. Non ne è degno. A meno che la poesia di Lorenzo il magnifico “Cerchi chi vuol le pompe” non aveva intenti nascosti.
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Essere sole...e non far nulla.

15 aprile 2017 ore 16:48 segnala


Sulla bacheca di chatta una donna ha scritto: “Beate voi che mangiate in compagnia.” Non tutti riescono a stare a tu per tu con se stessi. Alda merini scriveva: «Più mi lasciano sola, più splendo», ma non tutti la pensano allo stesso modo, anzi per molti è un autentico dolore stare da soli. A volte però, la colpa dello stare soli è nostra ed è legata ai nostri paletti interiori, al nostro orgoglio – la solitudine e il silenzio si cibano d’orgoglio - che ci impediscono di aprirci al prossimo. Passiamo il tempo che ci rimane dietro a una finestra a guardare gli altri mentre i giorni passano, i mesi e gli anni passano. Finché, senza quasi accorgersene, la primavera della vita – la gioventù – è andata via. Per sempre. Ed è subito sera.

Molti pensano che il vero antidoto sia l’amore verso un uomo o una donna. E cercano qualcuno a cui dare e da cui ricevere, qualcuno a cui dare il buongiorno la mattina con un bacio, qualcuno con cui trascorrere insieme il resto della vita. Nell’attesa…si soffre.

Eppure ci sono persone che riempiono le loro vite aiutando altri che soffrono, come i volontari clown per i bambini negli ospedali o i volontari che offrono assistenza alle donne che hanno subito violenza oppure portandosi a casa, direttamente da un canile, qualcuno che non li tradirà mai:

Un cane!

La storia è piena di esempi di fedeltà dei cani. Essi sanno sempre cos’è il bene e cosa è il male. Sanno che i padroni si amano e che i nemici dei padroni si mordono (beh, all’occorrenza…). Sono bellissimi i cani e bellissimi sono i loro occhi. Essi ci rimangono accanto nel benessere e nella povertà, nella salute e nella malattia. Darebbero la loro vita per noi. Potrebbero riempire la nostra. Ho letto una volta che “Dio creò l'uomo, poi, vedendolo così debole, gli creò il cane accanto”. Con il cane Dio ha sfiorato la perfezione.

Non sei ancora contento? Vuoi di più, vuoi la perfezione? C’è. Esiste:

Il gatto

Il gatto, lo sapevano financo gli egizi, è un’altra cosa. Il gatto è un capolavoro. E lo è proprio perché è pieno zeppo di difetti. È evidente che il gatto soffre di un grande complesso di superiorità verso tutti gli esseri viventi, ma soprattutto verso i cani che considera una razza troglodita. Basta vederli, i gatti, davanti a una ciotola: il cane mangia, il gatto pranza; il cane sbrodola, il gatto sorseggia; il cane scodinzola, sbava, è impacciato, un casinista nato. Il gatto no; il gatto è nato raffinato; è elegante nel portamento, aristocratico nei modi e soprattutto ne è ben consapevole. Il cane vive per un nostro comando. La sua felicità dipende soprattutto dal tempo che possiamo trascorrere con lui; al cane non importa nulla aspettare per ore e ore davanti alla porta, se poi sarà premiato con dieci minuti di passeggiata al nostro fianco. Quando arrivi a casa, vedi mai il tuo gatto davanti alla porta o che sta lottando con il cane per chi deve essere il primo a salutarti? No! Tu trovi sempre e solo il cane e pensi gli stia venendo un ictus cerebrale per come è contento di vederti.

E il gatto... dov’è? I miei quattro non tentano nemmeno di fare la finta di un saluto. Tommasone, dieci chili di indifferenza, chiamato Digerent perché non lascia nulla di commestibile sul suo cammino, non mi ha mai cagato… mai in tutta la sua vita. L’altro, Rodolfo Lavandino, chiamato cosi per il suo savoir faire con le femmine e per il fatto che dorme tutto il giorno sul lavandino, sarebbe più socievole se non pensasse solo al cibo e alle gatte. Oliver, detto il Holly il saggio (sa persino come si apre una porta: si si fa un saltino, si abbassa la maniglia e si esce, easy), è l’unico che ha capito che anch’io vivo in quella casa e, bontà sua, ogni tanto mi guarda. Ergo sum! Infine c’è Sissy, l’ultima arrivata, piccola, nera e unica femmina. Ama tanto stare attaccata alle tende la piccina. Non è colpa sua. Non ho ancora comprato il divano nuovo e l’ultimo che ha affettato è ormai inutilizzabile. Da qualche parte la principessina deve pur attaccare le unghiette.

Si pensa che i gatti siano egoisti: niente di più falso. Posso testimoniare che quando siamo tutti a letto mi permettono di poter dormire sul bordo. E un’altra cosa mi preme dire: mi avevano detto che l’addomesticamento con i gatti era molto difficile. Non è vero. I miei mi hanno addomesticato in pochi giorni.

Il mio unico cane è contento, perché non ha un solo padrone: ne ha ben quattro. E non conosce la solitudine.

I rimedi per la solitudine, quindi, ci sono: chiudi la finestra, scendi le scale e vai dove ti porta il cuore.
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« immagine » Sulla bacheca di chatta una donna ha scritto: “Beate voi che mangiate in compagnia.” Non tutti riescono a stare a tu per tu con se stessi. Alda merini scriveva: «Più mi lasciano sola, più splendo», ma non tutti la pensano allo stesso modo, anzi per molti è un autentico dolore stare d...
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Questo piccolo grande bruciore

13 aprile 2017 ore 22:42 segnala


Quella cotoletta fina
tanto fina al punto che
era trasparente.

Era meglio un’arancina
che non gliel´ho detto mai
ma io ci andavo matto

E poi patate salate
tre zucchine isolate
e la paura e il timore
di mangiare tutto.
Un cesto vuoto di frutta
una banana distrutta
è quel che poi mi aspetta
è buono davvero è buono lo giuro
è buono, è buono davvero

E lei, lei non guardava con sospetto
poi mi sorrideva
e non notava il mio sconcerto
Ed io, io che volevo vomitare
posto che oramai
l´avrei buttata in un canale
ed io, io avevo
un piccolo gran bruciore
solo un piccolo gran bruciore
molto più di questo molto più.
Mi sta facendo morire
quel mio piccolo gran bruciore
adesso che, non ho più appetito
adesso che, la pancia è granito
adesso che
sento un piccolo gran bruciore.

Quella camminata strana
è dovuta al fatto che
ho mangiato male
avrei voluto una tisana,
ma io questa cosa qui
non l’ho mai veduta.

E lei diceva “corriamo,
andiamo giù verso i campi”
ed io preso dai crampi
ormai dappertutto
E lei gridava “sei lento
proprio come un mulo”
“la sbatto adesso a quel muro”
non sono sicuro se la sbatto davvero
non sono non sono sicuro

E lei tutt’ad un tratto non parlava
ma le si leggeva
chiaro in faccia che capiva
che se, avesse detto
ancor “corriamo”
solamente allora
si sarebbe resa conto
che io
io ero tutto un gran bruciore
solo un tutto gran bruciore
niente più, di questo niente più

Mi stressa da morire
quel mio piccolo gran bruciore
adesso che non ho più appetito
adesso che la pancia è granito
adesso che
sento un piccolo gran bruciore

Datemi una leva e solleverò il mondo

12 aprile 2017 ore 00:29 segnala


È certamente quello che ha più nomi di qualsiasi altro sulla terra, persino più di sua “sorella”. Ha addirittura un nome latino: Penis. Ma è conosciuto da tutti soprattutto con il suo nome più usato: Cazzo!

Ogni regione d’Italia gli ha donato un nome: si va dal bicio veneto al picio piemontese e al bigol lombardo. In Liguria è anghilla, in Toscana è fava e in Sardegna Gazzu. A Roma è Cupolone, a Napoli è “o Capitone senz'e recchie” e a Bari è Ciola. Bisogna però riconoscere che di tutti questi nomignoli regionali, solo uno ha oltrepassato le Alpi, travalicato gli oceani, superato le montagne più alte e varcato le valli più profonde: la minchia!

A parte i nomignoli dialettali, il nostro eroe viene apostrofato con centinaia di sinonimi. Vi è la versione ortofrutticola del “pisello”, la versione agricola-gastronomica della “pannocchia”, e le versioni zoologiche: “uccello” (al nord) e “pesce” (al sud).
Da non tralasciare i nomignoli che le donne gli affibbiano. In questo le donne danno il meglio di sé: lasciano volare la fantasia e si sbizzarriscono nel dargli nomi: tanti nomi fantasiosi e alcuni molto insoliti. Peccato che spesso questi nomi rimangono chiusi nel segreto delle lenzuola.

Nonostante questa innata simpatia che molte/i provano verso di Lui, non possiamo negare che il protagonista di questo post ha però dei grandi difetti: è arrogante, narcisista, centrato su se stesso; sta cosi impettito, quando deve mettersi in mostra che si prova fastidio al solo guardarlo. Con quella capoccia stile elmetto tedesco, parte all’attacco di ogni anfratto. E’ consapevole che la sua importanza va ben al di là dall’essere una semplice parte anatomica del corpo. Persino l´arte, si proprio lei, l´arte, in tutte le sue forme e sfaccettature, l´ha osannato, celebrato, quasi divinizzato. Fin dall’alba della storia.
Prendiamo la scultura, ad esempio. Quanti falli di marmo sono stati fatti? Le città greche erano piene di statue che lo rappresentavano.
E la psicanalisi? Freud gli deve il suo successo, con “l´invidia del pene”. (E anche Rocco Siffredi che, naturalmente, dell´invidia del pene non ci soffre.)
Per non parlare poi della narrativa: Moravia gli ha dedicato un libro: “Io e Lui”; Henry Miller lo esalta nel suo “Opus Pistorum”; il marchese de Sade, Baudelaire e Dalì hanno dato il loro contributo.

Eppure, il percorso evolutivo di questo Signore del mondo sarà contrassegnato, fin dall’inizio dell’età adolescenziale, da momenti difficili. La prima difficoltà possiamo definirla “sindrome da spogliatoio”. Per cause sportive (calcetto e affini) entrerà in relazione con altri suoi simili e tenderà a confrontarsi. Si accorgerà che anche se apparentemente sembrano tutti fratelli gemelli - stesso corpo, stessa testa - in realtà ciò che determina il valore di un fratello piuttosto che un altro è il mero centimetro. Il soggetto in questione diventerà cosi sensibile a questa “forma mentis” che, qualora la misura dell’interlocutore diretto dovesse risultare maggiore, potrebbe precipitare in un forte stato stressogeno seguito da intensi momenti depressivi che lo faranno precipitare in un circolo vizioso che lo porterà a chiudersi in se stesso e ad allontanarlo quindi dal consesso umano e dal mondo delle passere. In quel momento si sentirà in fondo alla classifica degli uccelli e marchiato con la voce più devastante: mini dotato. Dio ce ne scampi e liberi da questa disgrazia. Un gradino sopra c’è il normodotato. In questa categoria fanno parte la maggioranza degli uomini.
A salire troveremo il dotato. Te ne accorgi perché porta il pacco con evidente compiacimento. Al mare ha il costumino bianco, porta i jeans strettissimi e anche qui lo trovi in mutande. Infine c’è il superdotato con membro da porno divo, che si sente capobranco. Sembra che dica: “Vuoi essere posseduta? Mettiti in fila, baby.” Quanto è antipatico!! In quest’ultima categoria le leggende metropolitane si sprecano. Si sente parlare di misure che vanno oltre ogni umana ragionevolezza. Ed è per questo che voglio rivolgermi proprio a te, Rocco. Per favore, intervieni tu, dicci la verità, quant´è il tuo? Stabiliamo un limite, perdiana.
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« immagine » È certamente quello che ha più nomi di qualsiasi altro sulla terra, persino più di sua “sorella”. Ha addirittura un nome latino: Penis. Ma è conosciuto da tutti soprattutto con il suo nome più usato: Cazzo! Ogni regione d’Italia gli ha donato un nome: si va dal bicio veneto al picio...
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La mia vita per un bouquet

08 aprile 2017 ore 22:51 segnala


Tutte le donne amano il matrimonio. Solo quelle già sposate ne parlano male. Tra sposate e nubili dovrebbe esserci più comunicazione. Le donne sposate, per spirito di solidarietà, dovrebbero avvisare le nubili che il matrimonio, più che un letto di rose, è un campo di battaglia in cui gli anni del matrimonio non si contano; si scontano.

Far venire dubbi alle ingenue figliuole, potrebbe salvar loro la vita – e spesso anche quelle degli uomini - Certamente, dormire in camere separate, o cenare per i fatti suoi, o fare vacanze ognuno per conto suo, potrebbero essere buoni rimedi per tenere unito il matrimonio, ma molte novizie non lo sanno e grande sarà la delusione quando il loro principe azzurro, inizialmente affascinante, premuroso, simpatico e innamorato, si trasforma col tempo in un uomo le cui pantofole sono diventate parte integrante dei suoi piedi e il telecomando la parte terminale delle sue mani.

No, questa comunicazione non c’è. Me ne sono accorto quando ho visto la lotta primordiale che si è scatenata fra le donne per accaparrarsi un bouquet lanciato dalla sposa. Incredibile cosa ho visto!

Ero stato invitato a un matrimonio e quando il ricevimento stava per finire, ho visto un gruppo consistente di donne, in perfetto assetto di guerra, che si radunava in un certo punto del salone. Erano tutte concentrate, come se dovessero sostenere un’ ardua prova. Lo sguardo era risoluto, la posa da combattimento. Chiesi a una mia cugina seduta accanto a me cosa stesse succedendo.
- Sostanzialmente un incontro di wrestling. – mi ha detto.
La sposa, ultra 40enne, raggiante dalla felicità per essere finalmente dall’altra parte della barricata, si girò e lanciò dietro di sé il bouquet, che avrebbe fatto meno danni se fosse stata una bomba a mano. Già prima che il mazzo di fiori iniziasse la sua parabola discendente, le donne avevano iniziato a colpirsi senza ritegno, spesso degenerando in colpi bassi. (Ho visto io stesso una 50enne che teneva la gonna di un’altra con il tacco della scarpa per impedirle di saltare). Quando il bouquet iniziò a scendere, le donne iniziarono a saltare come canguri e con le braccia protese verso l’alto, tipo giocatrici di beach volley. La più alta di loro, una stendardo di 180 cm, riuscì con le unghie a sfiorare l’agognato oggetto, ma non fece in tempo ad afferrarlo che le lupe fameliche intorno a lei si arrampicarono come formiche rosse lungo il suo braccio trascinandola a terra. E da quel momento anch’io, come Roy, nel film Blade runner, ho pensato: - “Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare.”

Ho visto tacchi di scarpe schizzare via come proiettili in tutte le direzioni, acconciature barocche dissolversi come nebbia al sole, calze strappate a morsi, unghie, vere e finte, conficcate nelle bianche carni delle rivali, tette che uscivano ora a destra, ora a sinistra, cosce rosee come prosciutti azzannate da aguzzi canini. Alla fine, dal mucchio primitivo che rotolava al centro del salone, si levò un urlo inumano di vittoria. Era della stendardo da 180 cm che era riuscita, al prezzo di lacrime e sangue, a non mollare il bouquet. Come Rocky Balboa, si alzò in piedi con le braccia in alto. In una mano, senza ormai più unghie, teneva stretto il bouquet come fosse la cintura del campione del mondo di boxe. Nel viso un’espressione raggiante che le procurava “addosso l’ira funesta delle cagnette a cui aveva sottratto l’osso.” (Grazie Fabrizio, non avrei saputo dire di meglio).

Da quel momento in poi, e per tutta la serata, non lo lasciò più. Quando venne il momento dei balli, un elegante signore si avvicinò a lei e con una voce calda le disse:
“Posso chiederle un ballo?”

La lungagnona deglutì a fatica. Espirò lentamente tutta l'aria dai polmoni nel tentativo di riprendersi dalla sorpresa.
Minchia, ma allora funziona” pensò.“Sì” – disse semplicemente ed entrambi si diressero verso il centro della sala, e tra le note di “Si maritau Rosa, Saridda e Pippinedda” ballarono, fra lo sguardo invidioso delle colleghe di lotta.
Un anno dopo si sposarono.

Quanto mi piacciono le storie a lieto fine…

A lieto fine???

Il culo tra etica ed estetica

05 aprile 2017 ore 00:11 segnala


Poeti e scrittori hanno versato fiumi di inchiostro. Psicologi e sociologi ne hanno studiato ogni dettaglio. Ma il culo di una donna è difficile da catalogare. Esso è creatività, inventiva, fantasia. Tutti noi uomini ne siamo attratti come un vigile del fuoco lo è a un incendio, un cane a un gatto, un gatto a un topo, un topo a un formaggio. Il suo richiamo è irresistibile. Già Jean-Paul Sartre l'aveva detto: " L'onore, la libertà, persino la patria non sono niente di fronte a un culo.

Sì… il culo ci incanta, a tal punto che in base ad esso noi uomini veniamo divisi in due categorie: Quelli che si girano a guardare il culo alle donne e quelli che l’hanno già fatto.

Il culo non è solo estetica. E’ anche, e soprattutto, etica. Il culo non mente, è onesto, più di qualsiasi altra faccia con naso, occhi e bocca: non porta maschere, non trae in inganno, si potrebbe affermare che è lui, e non gli occhi, lo specchio dell’anima. “Mostrami il tuo culo e ti dirò chi sei”, avrebbe detto D’annunzio ( e non solo lui), grande esegeta ed estimatore del culo femminile.

Anche il culo, come ogni essere umano, ha una natura bipolare. Esso è fine prosa, pura poesia, pittura, scultura… è arte. Ma allo stesso tempo è desiderio profondo, brama d´animale, cupidigia viscerale, esplosione di sensi, è passione, istinto, ingordigia, materia, carne, terra, frenesia, voglia, smania, è…

Vita e morte di una stella

01 aprile 2017 ore 22:58 segnala


Ei fu! Siccome immobile
dato il mortal sospiro,
Stette il fallo immobile
Freddo come una biro.

Così sorpreso e attonito
Io a guardarlo sto
muto, pensando all’ultima ora
di piacer fatale;
né so quando un simile
esemplar di biscione
alla ricerca di passere
sulla terra verrà.

Lui, folgorante nella sua bellezza
mi guardò e tacque.
Io l’accarezzai ma lui
cadde, risorse e giacque,
di tante donne nessuna ora ha
e ogni dì nel suo nido sta.

Vergin pulzelle,
signore fascinose,
fanciulle aggraziate
e spose formose
per ognun di Loro si consumò
ardente, bruciante, come un falò.

Dall’Adriatico allo Ionio
dal Mediterraneo al Tirreno
a quel fiero fulmine
non riuscivo a porre freno;
partì dalla Sicilia, su, fino in Danimarca
orgoglioso delle sue conquiste, fiero come un monarca.

Fu vera gloria? Minchia se lo fu !
Ai posteri sol le celebrazioni
per quest’ “eroe a ciondoloni”.

Procelloso e inquieto
figlio della terra dei ciclopi,
predator di patate, di passere, di tope,
nato per pervenir ai suoi scopi
tutto Egli provò: campo di battaglia fu il suo letto vermiglio
baci, carezze, estasi e qualche sbadiglio,
due volte in aereo
due volte in ascensore,
in auto, per strada, in treno,
persino sesso con amore.

Tu, adesso, non fai piega
Ti guardo, t’accarezzo, ti vizio con una sega
Tu, famoso per la tua resistenza
Oggi terrorizzato da una parola: impotenza.

Le donne scorrazzano in ogni dove, ma tu
volgi lo sguardo e ripensi al tempo che fu
Ogni cosa a suo tempo, c’è un tempo per ogni cosa
ma tu che da sempre amasti metterti in posa
non riesci ad accettar che la ruggine
macchi e color di rosso il tuo aspetto
macchi e color di rosso la tua anima
macchi e color di rosso quel che ti resta da vivere.

Che tu possa risollevarti!
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« immagine » Ei fu! Siccome immobile dato il mortal sospiro, Stette il fallo immobile Freddo come una biro. Così sorpreso e attonito Io a guardarlo sto muto, pensando all’ultima ora di piacer fatale; né so quando un simile esemplar di biscione alla ricerca di passere sulla terra verrà....
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Ma dove pensi di scappare tu?

29 marzo 2017 ore 22:08 segnala


Ma dove pensi di scappare? Davvero credi (sì, dico proprio a te che stai leggendo) che quella parentesi della tua vita si sia conclusa definitivamente? Che ingenuità! Ma poi, scusa, hai fatto di tutto per non lasciare tracce di te e poi ti scrivi su Facebook? A tua parziale discolpa c’è da dire che ti avrebbero comunque trovato: io non ero su Facebook, eppure mi hanno trovato comunque. Ricordo ancora quel giorno. Il mio telefono squillò alle dieci di sera. Di solito nessuno mi telefona a quell’ora. Presi la cornetta e una voce che sembrava provenire dall’oltretomba, pronunciò il mio nome: Leonardo? Non conoscevo quella voce.
Sì – risposi.
Sono io, Elisa- disse
Elisa chi?
Elisa M…….
Per qualche istante rimasi imbambolato con la cornetta in mano. Poi realizzai. Sono loro, cazzo. Mi hanno trovato – pensai. - Sono trascorsi trenta anni e rotti eppure mi hanno trovato. Non si scappa da loro. Non si scappa. Prima o poi ti troveranno. Prendetene atto.
Elisa, che piacere risentirti, come stai?
Elisa era una mia compagna di scuola della quinta B. Aveva l’incarico di rintracciarci tutti per una rimpatriata.
Come hai fatto a trovarmi. Come sei giunta a me? – chiesi con un tono falso e ipocrita.
Sull’elenco telefonico. – rispose lei
Cazzo, che imbecille che sono – pensai.
Chi aveva avuto la brillante idea di organizzare questo favoloso rientro dopo 6 e passa lustri? - domandai
Massimo M. – disse.
Già - ho pensato - e chi se no? L’organizzatore delle rimpatriate è sempre quello che ha fatto più strada, e Massimo ne aveva fatta tanta. Era assessore regionale e si apprestava a varcare la soglia di palazzo madama per le prossime elezioni. Era una bella occasione, per lui, di sfoggiare il proprio successo e accaparrarsi i nostri voti. Figlio d’arte, il padre era stato per una vita assessore. Massimo era uno che appena gli parlavi di libri avrebbe messo mani alla pistola se l’avesse avuta, però la loquela era come quella del padre e con quella aveva saputo intortare anche gli insegnanti. (o forse erano gli insegnanti che volevano farsi intortare, visto la caratura politica del padre.)

Naturalmente accettai. Come fai a dire di no? L’appuntamento era una settimana dopo al ristorante “I piaceri della carne”, alle 19:00.

Sono arrivato leggermente in anticipo. Solo due erano venuti prima di me. Pian piano sono arrivati tutti gli altri. Alla fine ne mancavano tre all’appello. Nessuno sapeva nulla di loro. Noi maschi ci siamo toccati. Non si sa mai…
La prima cosa che mi passò per la mente, guardando i miei compagni, fu che a 50 anni si cambia. Dentro possiamo rimanere ancora giovani ma fuori, l’involucro inizia a segnare i primi passi di cedimento. Per alcuni il processo di invecchiamento era già in fase avanzata.

La seconda cosa che notai dei miei compagni, man mano che scendevano dalle auto, erano i capelli. Gli uomini erano quasi tutti afflitti da calvizie e canizie. Quelli delle donne erano state invece recentissimamente e opportunatamente domati e verniciati da Johnny pour dame, il miglior parrucchiere della città.
Un’altra cosa che notai fu il peso. Gli uomini sembravano bulimici, (tranne qualcuno) le donne anoressiche (tranne nessuna).

Altra cosa fu il vestiario. Quello degli uomini era casual, quasi tutti jeans e camicia. le donne invece erano guarnito di minigonne, fuseaux, generosi decolté e seducenti calzature. Sembrava di essere a un défilé per fighe 30 anni dopo. Il demone delle sviluppo ormonale che aveva deturpato di brufoli i loro visi ai tempi della scuola, era scomparso. Adesso ci sembravano tutte belle, con le loro rughe che celebravano gli anni trascorsi. Erano donne sicure, donne determinate, donne sexy.

Ci siamo riconosciuti tutti, chi più chi meno, tranne Giovanni. Nessuno l’aveva distinto. Ricco, magro, carino, con una massa di capelli fluenti e ricci, era ambito dalle ragazze ai tempi della scuola. Ce lo siamo ritrovati pelato, grasso e con doppia pappagorgia. Per fortuna che scese dall’ultimo modello della Bmw, almeno il tempo non gli aveva rubato tutto.

La serata scivolò molto meglio di quanto mi aspettassi. Tra una pietanza e l’altra abbiamo ricordato i tempi andati, attraverso aneddoti che ci fecero sorridere e, qualche volta, commuovere.

Alla fine sono stati baci e abbracci. Il prossimo incontro l’abbiamo stabilito tra venti anni. Noi maschi ci siamo toccati di nuovo. Spero di esserci per quella data.
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« immagine » Ma dove pensi di scappare? Davvero credi (sì, dico proprio a te che stai leggendo) che quella parentesi della tua vita si sia conclusa definitivamente? Che ingenuità! Ma poi, scusa, hai fatto di tutto per non lasciare tracce di te e poi ti scrivi su Facebook? A tua parziale discolpa ...
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29/03/2017 22:08:56
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