LA FEDE

11 luglio 2012 ore 00:45 segnala




Abbiamo parlato delle quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, che si chiamano appunto “cardinali” perché sono “cardini”, fondamento di tutti gli altri atteggiamenti virtuosi. Ma il nostro discorso necessita di andare più a fondo, perché la nostra vita spirituale, per essere veramente tale, deve regolare in modo giusto e conveniente innanzitutto il nostro rapporto con Dio e questo è il compito delle virtù teologali (= che si riferiscono a Dio) della fede, della speranza e della carità.

Ed incominciamo allora con la fede.

Piuttosto che dare una definizione strettamente teorica e dottrinale della virtù della fede, cercherò di esprimermi con termini semplici e con immagini tratte dalla vita quotidiana, rischiando naturalmente qualche approssimazione ed imprecisione.

A cosa posso paragonare la fede? Ad una specie di “radar” che riesce a raggiungere e percepire delle realtà che superano e sfuggono alla verifica dei nostri sensi, tanto limitati (da qui si capisce subito che il più grosso ostacolo alla fede è forse la nostra presunzione razionalistica e il nostro orgoglio, che non ammette realtà che trascendono le capacità della nostra mente ed esperienza umana. Un po’ come S. Tommaso dinanzi alla prospettiva della risurrezione di Gesù…)

Ma un radar non agisce da solo: ha bisogno di qualcuno che lo voglia e lo sappia maneggiare. Così la fede è un atto dell’intelletto, perché si tratta di conoscere delle verità, ma non essendo queste verità intrinsecamente evidenti, la nostra adesione di fede non può farsi senza l’influsso della volontà. Ma non basta. Trattandosi di verità soprannaturali deve intervenire anche la Grazia (o aiuto di Dio) per illuminare l’intelletto e aiutare la volontà nel suo assenso. La fede è, dunque, dono di Dio, ma richiede l’impegno dell’intelletto e della volontà umana. Diciamo subito anche che la fede, per essere completa e salvifica, non può limitarsi ad essere un’adesione intellettuale, ma deve essere abbandono fiducioso e confidente in Dio, cioè deve essere unita, quasi impastata, con le altre due virtù teologali della speranza e della carità.

Mi pare che in tal modo sia superfluo sottolineare quanto la fede sia essenziale ad un rapporto vitale con Dio, che senza di lei manca di fondamento.

Per questo il Concilio di Trento afferma che la fede “è il principio, il fondamento, la radice della nostra giustificazione”. Insomma, senza fede non è possibile stabilire un rapporto di salvezza con Dio.

Per focalizzare meglio il nostro discorso è forse utile spazzare il nostro cammino da false o incomplete immagini della fede:

§ La fede non è puro sentimento, emotività superficiale e passeggera. Un movimento di commozione spirituale determinato da un canto o da una situazione particolare, non può dirsi un atto di fede, anche se può esserne accidentalmente inizio, una spinta…

§ Al limite opposto non si può dire fede, in senso salvifico e completo, l’assenso ad una verità, per esempio l’accettazione puramente intellettuale dell’esistenza di Dio. Scrive l’Apostolo Giacomo: “Tu ti limiti a credere che c’è un solo Dio? Ma anche i demoni lo credono e tremano” (Giac. 2,19).

§ Fede vera e vitale non è neppure l’adempimento formalistico e macchinale (per abitudine?) di riti o di leggi morali.

§ Fede non è folclore. E qui dobbiamo far bene attenzione noi che viviamo in zone in cui sono profondamente radicate tradizioni ed usanze, che hanno avuto certamente un’origine religiosa e tuttora mantengono aspetti religiosi (come la festa di un santo, una processione che parte da una chiesa ecc. ecc.), ma che, per ignoranza o fanatismo, si sono andate gradualmente svuotando di valori e sono rimaste a livello di gare sportive o di spettacoli popolari o poco più. L’aver partecipato ad una processione sgranocchiando ceci e semi di zucca abbrustoliti, chiacchierando di tutto e su tutti o addirittura dando sguardi maliziosi a destra e a sinistra; il portare una bara facendo sfoggio dei propri muscoli e forse anche lasciando andare qualche bestemmia (cose purtroppo udite con le mie orecchie!) son cose che non manifestano una fede genuina, ma piuttosto una voglia di folclore, di festa paesana.

§ Fede non è superstizione, come la “catena di S. Antonio” o di P. Pio, o di S. Rita consistenti nel copiare una preghiera a detti santi un certo numero di volte ed inviarla ad altrettante persone che a loro volta…., o cose simili. Con la promessa di grazie particolari facendolo o di disgrazie e punizioni se si è inadempienti. Fede questa? No, stupida superstizione molto atta a discreditare la vera religione presso le persone intelligenti (se vi capitasse qualcuna di queste missive farete molto bene a stracciarle senza scrupolo e bloccare queste sciocchezze, sotto le quali potrebbe anche nascondersi qualche abile manovra commerciale, come la vendita di lumini ecc.).

La lista delle falsificazioni della fede potrebbe probabilmente continuare a lungo, ma a noi più che denunciare ciò che fede non è, interessa definire, invece, ciò che è la vera fede.

Lo faremo sempre con esempi pratici più che con definizioni teoriche. E con tanto più calore quanto più ci sembra di vivere in un periodo di fede debole se non proprio di eclissi della fede.

E la Parola di Dio non cambia, per cui, come leggiamo in Marco 16,16 “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”.

In riferimento al suo sviluppo in ciascuno di noi, potremmo anche paragonare la fede ad un seme divino, immesso (seminato) in noi, insieme a quello della speranza e della carità, al momento del Battesimo (di qui l’importanza del Battesimo anche ai bambini, non solo per cancellare in loro il peccato originale e renderli figli di Dio, ma per introdurli gradualmente in un rapporto intimo e personale con Lui).

E’ chiaro che ogni seme per germogliare e svilupparsi ha bisogno di trovare un terreno adatto (il clima di fede di una famiglia cristiana!), di essere protetto, coltivato, nutrito. Ma come in pratica?

§ Con la preghiera assidua (soprattutto quella di ascolto…)

§ Con la grazia dei sacramenti. Chi trascura la pratica liturgica e sacramentale con il pretesto di mantenere la fede nel cuore anche senza di essa, si potrebbe paragonare ad uno che pretendesse mantenere in vita una pianticella, magari ancora tenera (gli adolescenti che non vanno più in chiesa!) senza bagnarla mai. Potrà durare un po’, ma poi s’infiacchirà ed incomincerà a seccare. Certamente non porterà molto frutto.

§ Importante anche, per lo sviluppo della fede, la purezza dei pensieri e dei costumi, secondo la parola di Gesù: “Beati i puri di cuore, perché…”. Certe crisi di fede adolescenziali o giovanili hanno qui un motivo molto più frequente e realistico che non altre ragioni teoriche…

§ Determinante poi per la conservazione e lo sviluppo della fede soprattutto nelle nuove generazioni l’esempio reciproco. L’ambiente – soprattutto quello familiare – influisce moltissimo… Persino persone notoriamente non religiose, non possono non ricordare la fede semplice ma profonda dei propri genitori e tale commozione è indice di un segreto richiamo alle proprie radici, di cui spesso lo Spirito Santo si serve per richiamare un’anima e salvarla… E quello che si dice per la famiglia vale anche per l’ambiente parrocchiale, sociale, scolare in cui si è passati. Di qui l’urgenza di ricreare nei nostri paesi ambienti vivi di fede e di santità, che siano come fecondi vivai di nuove generazioni veramente cristiane…

§ Un ultimo accenno, riguardo a questo tema dello sviluppo della fede, non possiamo omettere l’importanza dell’istruzione religiosa. L’ignoranza religiosa non è amica della fede. La non conoscenza dei termini della fede o, forse più ancora, le mezze conoscenze in persone presuntuose, produce una nebulosità mentale dannosissima e paralizzante del nostro rapporto di fede e di amore con Dio. “Catechismo della Chiesa Cattolica”.

Come vedete, ce n’è per tutti. Se il patrimonio inapprezzabile della nostra fede cattolica va deteriorandosi progressivamente, fino al punto di far definire la nostra “un’epoca post-cristiana” o “della morte di Dio”, questo è certamente anche colpa nostra perché non abbiamo coltivato in noi una fede contagiosa ed irradiante e non ci siamo sufficientemente impegnati a propagarla.

E qui si apre il discorso, tanto caro a Giovanni Paolo II, della “nuova evangelizzazione”.

La fede, come tutti i fenomeni divini, è una realtà dinamica. Di natura sua tende ad espandersi, comunicarsi, un po’ come il fuoco che, divampando, tende a diventare incendio; altrimenti si esaurisce e si estingue. Se pretendiamo tener la nostra fede nascosta nel nostro intimo (“Io mi faccio i fatti miei; degli altri non mi interessa…”), finiamo col soffocarla. Anche perché Dio ha voluto la comunità dei credenti come una comunione universale (Ecclesia catholica) e tutto ciò che non si apre a questa universalità voluta da Gesù (“Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” Mt 28, 19-20) non è autenticamente cristiano.

In molti di noi, che pur ci riteniamo cristiani, c’è dunque una grande conversione da operare: far passare la nostra fede da un fenomeno unicamente personale (è fuori dubbio che la fede stabilisca un rapporto personale con Dio), ad un’ardente passione, ad un bruciante desiderio di comunicare agli altri i suoi tesori.

Sarebbe anche il modo di superare la debolezza e l’anemia della nostra fede stessa, perché è donando che si riceve. Una comunità ecclesiale ripiegata su se stessa e priva di slancio missionario, è una comunità moribonda, se non già morta…

Si, ho l’impressione che la fede (cattolica) in Europa stia languendo soprattutto per mancanza di spirito missionario: sacerdoti burocrati ed “impiegati” di Chiesa, battezzati perbenisti ed individualisti, ma non evangelizzatori e diffusori del Regno di Dio…

Prova ne sia che confessando, mentre sento spesso gente che si accusa di non essere andata a Messa la domenica (e fa bene ad accusarsene!) e persino di aver trascurato la recita del Rosario, non sento mai, o quasi mai, gente che si accusa di aver trascurato occasioni per far apostolato, per annunciare Cristo ai fratelli… i cosiddetti peccati di omissione.

In genere due sono i pretesti che ci bloccano in questo nostro dovere missionario esigito dal nostro battesimo ed ulteriormente sottolineato dalla cresima: 1) Ci sentiamo incapaci a trasmettere la fede, a parlare agli altri di Dio… 2) Abbiamo paura dei rischi connessi nel prendere posizioni apertamente cristiane dinanzi a persone o in ambienti agnostici (oggi molto diffusi), se non altro del rischio di essere beffati e presi in giro come bigotti o baciapile…

Riguardo alla prima difficoltà, basterebbe ricordare che l’evangelizzazione (“fides ex auditu”, afferma Paolo) avviene a diversi livelli ed attraverso diversi canali. Non tutti certamente possiamo pretendere di avere la preparazione teologica dei grandi evangelizzatori e missionari alla S. Paolo, ma tutti possiamo dire una buona parola “ricca di fede” vissuta… Le nostre buone nonne…

E lo Spirito Santo si serve anche di questi minuscoli semi per fare germogliare la fede nel cuore dei nostri fratelli…

E poi ancora ricordiamo che anche i nostri atteggiamenti parlano: ci sono delle umili suore d’ospedale che hanno convertito più cuori induriti e lontani con il loro delicato servizio e il loro sorriso, che non forse grandi e famosi predicatori.

Sì, tutti possiamo e dobbiamo predicare con l’esempio di una vita veramente evangelica, tutti dobbiamo essere Vangelo vivente dinanzi ad un mondo che non crede più, e non crede più soprattutto alle parole, perché ne sente troppe; ma si lascia convincere e commuovere dinanzi all’esempio di una vita intessuta di valori evangelici.

E’ per questo che nella lettera pastorale “Novo Millennio Ineunte” il Papa Giovanni Paolo II dice che bisogna partire per la nuova evangelizzazione del mondo contemporaneo incominciando dalla santità…

Riguardo alla seconda difficoltà, cioè la paura di piccoli o grandi rischi cui si potrebbe incorrere nella testimonianza aperta della nostra fede, si potrebbe ricordare che Gesù stesso non ha esitato ad affrontare, fino alla morte in croce, l’avversione e l’odio della classe ebraica dirigente, e dopo di Lui tutti gli Apostoli (tranne forse Giovanni) hanno bevuto lo stesso calice del martirio; anzi che i primi tre secoli del cristianesimo (fino alla pace di Costantino) sono stati immersi in un fiume di sangue di centinaia di migliaia di martiri di tutti i sessi, condizioni di vita ed età, non esclusi i bambini. E la prova del martirio, con più o meno intensità, ha sempre accompagnato questi duemila anni di storia della Chiesa, non escluso il testè trascorso secolo XX, che è stato uno di quelli più irrorati di sangue cristiano, se si tiene conto dei milioni di persone uccise in odio alla fede cristiana, soprattutto cattolica, nelle immense regioni sottoposte al comunismo ateo, o all’integralismo mussulmano (vedi anche oggi il genocidio dei cristiani nel Sudan o in alcune zone dell’Asia come l’Indonesia). Come potremmo dimenticare l’eroismo di tanti nostri fratelli, vivendo un cristianesimo pavido, camuffato, egoista? Non ha detto Gesù che chi si sarebbe vergognato di Lui davanti agli uomini, lui stesso si sarebbe vergognato di loro dinanzi al Padre suo?

Abbiamo già iniziato a parlare della virtù teologale della fede, che, essendo (come la definisce il Concilio di Trento) “il principio, il fondamento, la radice” del nostro rapporto con Dio e, quindi, della nostra salvezza (=giustificazione) e della nostra santificazione, fondamento di tutto le virtù cristiane, richiederebbe un discorso senza fine. Ma noi non vogliamo fare una trattazione esauriente e completa di argomenti di teologia cattolica, ma ben più modestamente dire qualcosa in stile semplice e comprensibile a tutti, per alimentare un pochino la nostra vita cristiana, oggi purtroppo notevolmente denutrita.

Per esempio, vorrei accennarvi qualcosa su quello che siamo soliti chiamare Spirito di Fede, ossia l’abitudine (acquisita, e dunque virtù…) a guardare e giudicare tutto secondo i principi di fede: cose, persone, eventi. Un modo di pensare e giudicare che va oltre le apparenze immediate e si riporta alle parole e agli esempi di Gesù (un Gesù, certo, ardentemente amato – ecco perché la virtù teologale della fede non può in pratica, ma solo concettualmente, essere separata dalle altre due virtù teologali della speranza e della carità…), conosciuto e ricercato nella Sua parola e nei Suoi esempi; un Gesù divenuto punto di riferimento costante e centro dei nostri pensieri ed aspirazioni; un Gesù incontrato continuamente nella preghiera, soprattutto nella preghiera di ascolto). Facciamo un esempio pratico: nel cammino della vita ci incontriamo in momenti difficili, in difficoltà molto dolorose, in prove che non ci saremmo aspettati (dal campo fisico – la morte di persone care – a quello affettivo e persino spirituale, per non dire quello economico…). Chi di noi può ritenersi totalmente esente da simili prove? Ma come si reagisce a tali difficoltà? L’uomo di mentalità materialista e pagana (anche se va in chiesa) si ribella, si dispera, si deprime e può giungere persino all’orribile stupidità della bestemmia (cioè sputare in faccia a Dio) o a dichiarare di aver perso la fede (ma ce l’aveva?). L’uomo di fede, il vero cristiano, invece, si rapporta immediatamente a Dio e al Suo amore paterno e fa questo semplicissimo ragionamento: se Dio, che mi ama come un padre (e di questo non dubito minimamente), ha permesso questa prova, ci sarà certamente un bene per me e per altri, che forse mi sfugge, ma che non devo lasciar passare invano. Anzi, in questi casi, il pensiero dell’uomo di fede corre spontaneamente al Fratello ed Amico Divino, Gesù, l’Uomo dei dolori e si sente da Lui interpellato, come se Gesù gli chiedesse: “Non vuoi aiutarmi a portare la croce per la salvezza del mondo?”. Ed allora non ribellione e rifiuto – neppure momentanei – ma accettazione amorosa, l’abbraccio alla croce (“se uno vuol essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”). Certo, la natura geme (“se è possibile, passi da me questo calice...”), ma la forza della fede giunge al “sì” senza riserve. Si compie allora uno dei miracoli più evidenti della vita autenticamente cristiana: la gioia profonda ed indistruttibile pur nella sofferenza… Maria……padre Pio….. S. Paolo (“sovrabbondo di gioia nelle mie afflizioni…”).

Non è masochismo! E’ fede congiunta, come spesso abbiamo ripetuto, alla speranza ed all’amore. E quanta luce per chi vive nello spirito di fede! Mentre per gli increduli gli eventi della vita sono spesso oscuri e deprimenti, l’orizzonte dell’uomo di fede è sempre luminoso e si può ben dire che per lui la vita terrena, anche se prova dolorosa (anzi, soprattutto se prova dolorosa), è anticipazione del gaudio della Gerusalemme Celeste.

La conclusione pratica, allora, quale dovrebbe essere? Che chi vuol fare un vero cammino cristiano non può limitarsi ad una fede teorica, cioè a non negare le verità rivelate, ma deve vivere una vita di fede, come scrive S. Paolo ai Romani: “Il giusto vivrà mediante la fede” (1,17). S. Tommaso d’Aquino, esprimendosi con la sua nitida chiarezza, dice “L’atto di fede del credente non si ferma all’enunciato, ma raggiunge la realtà enunciata”, trasfondendola nella propria vita.

Ciò non toglie che l’enunciazione della fede sia cosa estremamente importante e delicata. Fin dalle sue origini apostoliche, la Chiesa, che è “colonna e sostegno della verità” (1 Tim. 3,15) conserva gelosamente il deposito della fede ricevuto da Cristo e dagli Apostoli e contenuto nella Parola di Dio scritta nel Vecchio e nel Nuovo Testamento e nella Tradizione (parimenti apostolica) trasmettendolo di generazione in generazione con scrupolosa fedeltà. S. Ireneo di Lione, testimone di questa fede, dichiara: “In realtà, la Chiesa, sebbene diffusa in tutto il mondo fino all’estremità della terra, avendo ricevuto dagli Apostoli e dai loro discepoli la fede…, conserva questa predicazione e questa fede con cura e, come se abitasse un’unica casa, vi crede in uno stesso identico modo, come se avesse una stessa anima e un cuore solo, e predica le verità della fede, le insegna e le trasmette con voce unanime, come se avesse una sola bocca” (Adversus Haereses).

Lo stesso prosegue: “Infatti, se le lingue del mondo sono varie, il contenuto della Tradizione è però unico e identico. E non hanno altra fede o altra Tradizione né le Chiese che sono in Germania, né quelle che sono in Spagna, né quelle che sono presso i Celti (= in Gallia), né quelle dell’Oriente, dell’Egitto, della Libia, né quelle che sono al centro del mondo… Il messaggio della Chiesa è dunque veridico e solido, poiché essa addita a tutto il mondo una sola via di salvezza” (Ibid.). “Questa fede che abbiamo ricevuto dalla Chiesa, la conserviamo con cura, perché, sotto l’azione dello Spirito di Dio, essa, come un deposito di grande valore, chiuso in un vaso prezioso (il magistero?), continuamente ringiovanisce e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene” (Ibid.).

Credere, dunque, è anche un atto ecclesiale. La fede della Chiesa precede, genera, sostiene e nutre la nostra fede (personale). La Chiesa è la madre di tutti i credenti e per questo S. Cipriano di Cartagine (un altro grande Padre dei primi secoli cristiani) afferma categoricamente: “Nessuno può avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa per Madre”.

Per questo, nel rituale del Battesimo, il ministro chiede al battezzando o al suo padrino o madrina: “Che cosa chiedi alla Chiesa di Dio?” e la risposta è: “La fede”. “Che cosa ti dona la fede?” “La vita eterna”.

Il prezioso deposito della fede è, dunque, affidato alla Chiesa, che lo trasmette e lo difende con l’assistenza dello Spirito Santo. E’ un deposito definitivo, non passerà mai, né potrà essere aumentato o modificato da altre “rivelazioni”, né pubbliche, né “private”, alcune delle quali sono state riconosciute dall’Autorità della Chiesa (per esempio, le rivelazioni del S. Cuore a S. Margherita M. Alocoque a Paray lo Monial). Esse non appartengono tuttavia al deposito della fede. Il loro ruolo non è quello di “migliorare” o di “completare” la rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica (vedi il Giansenismo al tempo di S. Margherita M. Alocoque).

La fede cristiana non può accettare “rivelazioni” che pretendono di superare o correggere la Rivelazione (con la R maiuscola!) di cui Cristo è il compimento definitivo, com’è il caso di alcune recenti sette che si fondano su tali “rivelazioni”. Dio ha detto tutto nel Suo Verbo, che è la Parola unica, perfetta e definitiva del Padre. Perciò il dottore mistico San Giovanni della Croce scrive, nel suo libro “Salita al Monte Carmelo”: “Chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità”. Utilissimo avvertimento per un certo prurito misticheggiante oggi abbastanza di moda…

Ciò non toglie che, grazie all’assistenza dello Spirito Santo, l’intelligenza, la comprensione, l’esplicitazione dell’immutabile deposito della fede possa crescere ed approfondirsi nella Chiesa. E’ il cosiddetto “sviluppo dogmatico”, che permette al Magistero della Chiesa, per il bene della nostra vita spirituale, di definire come dogma di fede (cioè da accettarsi con irrevocabile adesione di fede) verità contenute nella Rivelazione (cioè nella S. Scrittura e nella Tradizione Apostolica), oppure verità che a quelle sono necessariamente collegate. E’ stato, per esempio, il caso dei dogmi dell’Immacolata Concezione di Maria (1854), dell’infallibilità del Papa nelle solenni definizioni in campo di fede o di morale (1870), dell’Assunzione della Vergine (1950).

Il Concilio Vaticano II (Costituzione “Dei Verbum”, 10) così afferma: “E’ chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che non possono indipendentemente sussistere e che tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime”. Sta qui una delle principali, se non la principale, differenza tra cattolici e protestanti.

Sarà ancora utile ricordare che, nel corso dei secoli, la Chiesa ha sintetizzato l’enunciazione delle principali verità di fede in alcune formulazioni, le principali delle quali sono due: il Simbolo (= riassunto) degli Apostoli e il Credo - un po’ più diffuso - di Nicea – Costantinopoli, che proclamiamo nella liturgia eucaristica ogni domenica o solennità.

Penso che, nonostante che le nostre non pretendono di essere più che “briciole”, dovremmo ritornare sull’argomento della fede, per esempio per riflettere sul rapporto spesso esasperato tra ragione e fede. Ma, per ora, concludiamo dicendo che qualsiasi menomazione dell’integrità della fede produce inevitabilmente l’abbassarsi, o addirittura il crollo, della spiritualità cristiana. Tanto basti per renderci molto vigilanti su questo tema.
2fd9f24f-5f94-4838-80e6-11810c362d78
« immagine » Abbiamo parlato delle quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, che si chiamano appunto “cardinali” perché sono “cardini”, fondamento di tutti gli altri atteggiamenti virtuosi. Ma il nostro discorso necessita di andare più a fondo, perché la nostra vita ...
Post
11/07/2012 00:45:11
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment
    2

Preghiera vincere le tentazioni

09 luglio 2012 ore 01:19 segnala

È inevitabile essere tentati o che si sia incitati al peccato.
"Il menzognero e padre della menzogna"(Gv 8,44) con le sue arti tenta di oscurare la mente di tutti, e opera con l'inganno in modo tale che nessuno può dare per scontata la propria salvezza finale.
La tentazione può essere superata solo con la preghiera (Mc 14,38), con l'esercizio della fede e la pratica attiva di una vita "ascetica "; che consiste nell'evitare ogni occasione di peccato e nel guardarsi attentamente da ogni tipo di male (cf Mt 5,29).
Da quanto detto risulta l'importanza di scoprire quali sono, nella preghiera, le "frecce incendiarie del Demonio, dalle quali ripararsi con lo scudo della fede"(cf Ef 6,16) per "resistere al maligno" (Gc 4,7).
Mettiti in preghiera usando le paro le di Cristo: "...e non ci indurre in tentazione...".

a. Chiedi con tutto il cuore allo Spirito Santo che, per mezzo di un serio esame di coscienza, tu possa comprendere come si svolge l'azione del "Nemico dell'uomo", e quale sia lo stato reale del momento spirituale che stai vivendo.
Alcune tra le forme di seduzione comu ni secondo il testo di Giovanni nella sua prima lettera, cap. 2,16 sono:

l. La sensualità o "concupiscenza della carne".
Allontanarsi da Dio per volgersi alle creature.
Questo spinge all'idolatria e cioè a dare a una creatura - a se stesso, a una persona, o a una cosa - il valore e l'importanza che appartengono esclusivamente a Dio.
In questo modo si distorce tutto il fine della propria esistenza (cf Rm 1,25).
Questo culto a falsi dei sbocca in manifestazioni di lassismo morale e di cupidigia con ricerca affannosa di ogni piacere cercando, parimenti, di evitare ogni sofferenza.
È il rifiuto della Croce di Cristo.

2. La cupidigia, o "concupiscenza degli occhi".
È la tentazione di possedere cose materiali, di raggiungere prestigio, fama, potere.
Questo impedisce l'abbandono in Dio, non permette che il suo Regno dimori nel proprio cuore e alla fine l'uomo avrà comunque perso tutto (cf Mc 4,25).

3. L'egocentrismo o "orgoglio della vita".
Consiste:
- Nel credersi al centro di tutta la propria esistenza, respingendo chiunque altro, Dio compreso.
- Nel porsi come unica guida della propria intelligenza e nell'alimentare segni illusori e fantasie.
- Nel nascondere o mistificare agli altri la propria autentica identità.
- Nell'usare il prossimo solo per soddisfare se stessi.
- Nel nascondersi volontariamente quello che potrebbe illuminare riguardo alla propria autentica realtà, in un processo di continua alienazione.

Alcuni frutti nefasti della tentazione sono: l'incredulità, una specie di forza distruttiva interiore ed esteriore, il disordine delle pulsioni istintive... e, per quanto riguarda la vita sociale: la demagogia politica, il razzismo, il consumismo che presenta false possibilità di vita felice, libera, autentica; e ancora: la pornografia, la droga, la violenza...

b. Poni i1 tuo pensiero su Gesù Cristo che `fu tentato dal diavolo"(Mt 4,1), ma: - Non accettò di "trasformare le pietre in pane"; rinunciando a soddisfare la fame fisica che, se inopportuna o addirittura smodata rientra nel concetto di concupiscenza della carne".
Gesù seppe resistere anche per il merito acquisito attraverso la mortificazione del digiuno.
Con questo ci insegnò ad evitare di ricercare esclusivamente il benessere materiale: questo "sarà dato in aggiunta" a coloro che cercano innanzitutto il Regno di Dio (Mt 6,33).
- Non si buttò dal pinnacolo del Tempio, respingendo la tentazione dl cogliere fama e gloria agli occhi del mondo.
- Non si prostrò davanti a Satana ma respinse le sue illusorie offerte e le sedu zioni del potere che inorgogliscono l'uomo e lo separano dal Creatore. Gesù fu tentato nel Getzemani, fu tentato sulla croce...

c. Rinnova le tue promesse battesimali.
Per opera del battesimo tu sei un altro Cristo, e hai rinunciato al mondo, e cioè alla tendenza mentale ad accettare qualsiasi forma di idolatria: per una creatura, per la ricchezza o una particolare forma di progresso umano, per un partito politico... tutte cose inferiori alla dignità dell'uomo chiamato a partecipare alla stessa vita di Dio.
Rinuncia dunque specificatamente a Satana, alle sue seduzioni e alle sue opere.
Nella rinuncia abbi cura di precisare quali siano le seduzioni e le opere del maligno in te, e poi convertite decisamente al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo e alla Chiesa.
Non dimenticare di fare anche una esplicita rinuncia ad ogni forma di spiritismo, stregoneria, cartomanzia, e ad ogni altra forma di superstizione.
Recita lentamente il Credo e termina la tua meditazione ricordando le parole che Gesù pronunciò nel Getzemani:
"Vegliate e pregate per non cadere in tentazione; lo spirito è forte mala carne è debole" (Mt 26,41).
1164d695-15ac-46df-ba5b-31cca8845ef3
« immagine » È inevitabile essere tentati o che si sia incitati al peccato. "Il menzognero e padre della menzogna"(Gv 8,44) con le sue arti tenta di oscurare la mente di tutti, e opera con l'inganno in modo tale che nessuno può dare per scontata la propria salvezza finale. La tentazione può esser...
Post
09/07/2012 01:19:19
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

LUGLIO MESE DEDICATO AL PREZIOSISSIMO SANGUE DI GESÙ

07 luglio 2012 ore 05:43 segnala
LUGLIO
MESE DEDICATO AL PREZIOSISSIMO SANGUE DI GESÙ



CONSACRAZIONE AL SANGUE DI GESÙ

Signore Gesù che ci ami e ci hai liberati dai nostri peccati con il tuo Sangue,
Ti adoro, Ti benedico e mi consacro a Te con viva fede.
Con l'aiuto del tuo Spirito m'impegno a fare di tutta la mia esistenza, animata dalla memoria del tuo Sangue,
un servizio fedele alla volontà di Dio per l'avvento del tuo Regno.
Per il tuo Sangue versato in remissione dei peccati, purificami da ogni colpa e rinnovami nel cuore,
perché risplenda sempre più in me l'immagine dell'uomo nuovo creato secondo giustizia e santità.
Per il tuo Sangue, segno di riconciliazione con Dio tra gli uomini,
rendimi docile strumento di comunione fraterna.
Per la potenza del tuo Sangue, prova suprema della tua carità,
dammi il coraggio di amare Te e i fratelli fino al dono della vita.
O Gesù Redentore, aiutami a portare quotidianamente la croce,
perché la mia goccia di sangue, unita al tuo, giovi alla redenzione del mondo.
O Sangue divino, che vivifichi con la tua grazia il corpo mistico,
rendimi pietra viva della Chiesa.
Dammi la passione dell'unità tra i cristiani.
Infondimi nel cuore grande zelo per la salvezza del mio prossimo.
Suscita nella Chiesa numerose vocazioni missionarie,
perché a tutti i popoli sia dato di conoscere, amare e di servire il vero Dio.
O Sangue preziosissimo, segno di liberazione e di vita nuova,
concedimi di perseverare nella fede, nella speranza e nella carità,
perché, da Te segnato, possa uscire da questo esilio ed entrare nella terra promessa del Paradiso,
per cantarti in eterno la mia lode con tutti i redenti. Amen.

Al Preziosissimo Sangue

Il Preziosissimo Sangue

La potenza del Sangue di Gesù
8eaad439-b3b9-4d20-b52f-eb3535baf00c
LUGLIO MESE DEDICATO AL PREZIOSISSIMO SANGUE DI GESÙ CONSACRAZIONE AL SANGUE DI GESÙ Signore Gesù che ci ami e ci hai liberati dai nostri peccati con il tuo Sangue, Ti adoro, Ti benedico e mi consacro a Te con viva fede. Con l'aiuto del tuo Spirito m'impegno a fare di tutta la mia esistenza,...
Post
07/07/2012 05:43:32
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment

la solennità liturgica dei Santi Apostoli Pietro e Paolo,

30 giugno 2012 ore 04:00 segnala
celebriamo con gioia la solennità liturgica dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, una festa che accompagna la storia bimillenaria del Popolo cristiano. Essi sono chiamati colonne della Chiesa nascente. Testimoni insigni della fede, hanno dilatato il Regno di Dio con i loro diversi doni e, sull’esempio del divino Maestro, hanno sigillato col sangue la loro predicazione evangelica. Il loro martirio è segno di unità della Chiesa, come dice sant’Agostino: «Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì» (Disc. 295, 8: PL 38, 1352).
Del sacrificio di Pietro sono segno eloquente la Basilica Vaticana e questa Piazza, così importanti per la cristianità. Anche del martirio di Paolo restano tracce significative nella nostra Città, specialmente la Basilica a lui dedicata sulla Via Ostiense. Roma porta inscritti nella sua storia i segni della vita e della morte gloriosa dell’umile Pescatore di Galilea e dell’Apostolo delle genti, che giustamente si è scelti come Protettori. Facendo memoria della loro luminosa testimonianza, noi ricordiamo gli inizi venerandi della Chiesa che in Roma crede, prega ed annuncia Cristo Redentore. Ma i Santi Pietro e Paolo brillano non solo nel cielo di Roma, ma nel cuore di tutti i credenti che, illuminati dal loro insegnamento e dal loro esempio, in ogni parte del mondo camminano sulla via della fede, della speranza e della carità.
In questo cammino di salvezza, la comunità cristiana, sostenuta dalla presenza dello Spirito del Dio vivo, si sente incoraggiata a proseguire forte e serena sulla strada della fedeltà a Cristo e dell’annuncio del suo Vangelo agli uomini di ogni tempo. In questo fecondo itinerario spirituale e missionario si colloca anche la consegna del Pallio agli Arcivescovi Metropoliti, che ho compiuto stamani in Basilica. Un rito sempre eloquente, che pone in risalto l’intima comunione dei Pastori con il Successore di Pietro e il profondo vincolo che ci lega alla tradizione apostolica. Si tratta di un duplice tesoro di santità, in cui si fondono insieme l’unità e la cattolicità della Chiesa: un tesoro prezioso da riscoprire e da vivere con rinnovato entusiasmo e costante impegno.
Cari pellegrini, qui giunti da ogni parte del mondo! In questo giorno di festa, preghiamo con le espressioni della Liturgia orientale: «Sia lode a Pietro e a Paolo, queste due grandi luci della Chiesa; essi brillano nel firmamento della fede». In questo clima, desidero rivolgere un particolare pensiero alla Delegazione del Patriarcato di Costantinopoli che, come ogni anno, è venuta per prender parte a queste nostre tradizionali celebrazioni. La Vergine Santa conduca tutti i credenti in Cristo al traguardo della piena unità!
cac58207-9634-4e4a-9301-b3b56a28deb5
« immagine » celebriamo con gioia la solennità liturgica dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, una festa che accompagna la storia bimillenaria del Popolo cristiano. Essi sono chiamati colonne della Chiesa nascente. Testimoni insigni della fede, hanno dilatato il Regno di Dio con i loro diversi doni e,...
Post
30/06/2012 04:00:25
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment

L PECCATO È RIFIUTO DI AMARE

23 giugno 2012 ore 03:31 segnala
L PECCATO È RIFIUTO DI AMARE


Il senso del peccato

Giudei e greci, sono sotto il dominio del peccato, come sta scritto: Non c’è nessun giusto, nemmeno uno, non c’è sapiente, non c’è chi cerchi Dio. Tutti hanno traviato e si sono pervertiti; non c’è chi compia il bene, neppure uno (Sal 14,1-3; 53,2-4)...
Tramano inganni con la loro lingua, veleno di serpenti è sotto le loro labbra (Sal 5,10; 140,4), la loro bocca è piena di maledizione e di amarezza (Sal 10,7). I loro piedi corrono a versare il sangue; strage e rovina è sul loro cammino (Is 59,7-8)... Non c’è timore di Dio davanti ai loro occhi (Rm 3,9-18).
Così va il mondo, purtroppo! Com’è difficile amare veramente.
Amare veramente, fino all’oblio di sé, fino al sacrificio di sé, è una caratteristica propria di Dio: Carissimi, amiamoci gli uni gli altri perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1Gv 4,7-8). E noi poveri uomini che facciamo l’apprendistato della nostra vocazione divina, se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi... Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di Lui un bugiardo e la sua parola non è in noi (1Gv 1,8-10).
Ma l’uomo moderno non sta forse perdendo la capacità di riconoscere la sua condizione di peccatore? Forse oggi il più grande peccato del mondo è che gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato (Pio XII, 26 ottobre 1946).
Questo senso del peccato ha la sua radice nella coscienza morale dell’uomo e ne è come il termometro. È legato al senso di Dio, giacché deriva dal rapporto consapevole che l’uomo ha con Dio come suo creatore, Signore e Padre. Perciò, come non si può cancellare completamente il senso di Dio né spegnere la coscienza, così non si cancella mai completamente il senso del peccato (Giovanni Paolo II, Riconciliazione e penitenza, 2 dicembre 1984, n. 18).

Che cos’è il senso del peccato?

Che cosa si intende dire quando si parla di senso del peccato? Avere il senso del peccato significa percepire rapidamente ed esattamente che un determinato comportamento è cattivo: è ciò che si chiama delicatezza di coscienza.
Il senso del peccato è dunque anche la coscienza cristiana che ogni colpa morale è un modo di rivolgersi a Dio dicendogli di no; non solo ogni atto anti-religioso ma ogni mancanza nei confronti dei fratelli, ogni violazione del bene comune colpisce personalmente Dio: Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me (Mt 25,40.45).
Il termine peccato è un termine esclusivamente religioso, è una parola propria della fede; è una sciagura dell’uomo religioso, cioè legato da rapporti personali coscienti con il creatore e il salvatore dell’umanità. Il peccato è propriamente opposizione alla volontà di Dio, rifiuto del proprio amore a un richiamo dell’Amore. Il contrario del peccato non è la virtù, è la fede (Kierkegaard).

Una legge o una persona?

Di conseguenza la definizione tradizionale del peccato come disobbedienza alla legge di Dio deve essere compresa bene, perché da un lato dice troppo e dall’altro dice troppo poco.
È facile immaginare la legge di Dio come una volontà dispotica, dittatoriale, che viene dall’alto e ci vuole al suo servizio, o per lo meno vuole farci rigare diritto. Questa legge è difficilmente percepita come una persona che mi ama e vuole solamente la mia felicità. Dio esiste soltanto per amare e non ha altro potere che quello di amare. La morale, la legge di Dio, ha l’unico scopo di umanizzare l’uomo e divinizzarlo, di farlo crescere come figlio di Dio per mezzo di Gesù Cristo e assicurargli la felicità in questo mondo e nell’altro.
La gloria di Dio è l’uomo vivente, pienamente e autenticamente vivo, eternamente vivo nel Cristo Gesù nostro Signore; e la vita dell’uomo è vedere Dio (s. Ireneo). Dio non ha altra volontà, né altra legge. Ma io, cieco e superficiale posso interpretare male la mia vera felicità e cercarla lontano da Dio. Stupite, o cieli; inorridite come non mai. Oracolo del Signore. Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono acqua (Ger 2,12-13).

Il peccato

Il peccato è precisamente il fermo rifiuto di compiere una volontà di Dio chiaramente manifestata alla mia coscienza. Ogni peccato è in rapporto con Dio: è allontanamento da Dio e dalla sua volontà, assolutizzazione dei beni creati. La consapevolezza e la comprensione del peccato possono quindi ottenersi unicamente mediante l’annuncio di Dio e del suo messaggio di salvezza, attraverso il risveglio di un rinnovato e approfondito senso di Dio. Solo quando si comprende chiaramente che il peccato è in rapporto con Dio, si può anche capire come il perdono del peccato non può venire se non da Dio (Commissione teologica internazionale, 29 giugno 1983).
Il peccato è rinunciare ad amare Dio e a lasciarsi amare da Lui: un disaccordo voluto che mi separa da lui.
Il senso del peccato dunque è complementare al senso di Dio. È come la sua ombra. Chi ha perso il senso di Dio non può avere il senso del peccato, anche se gli rimane il senso morale. Ogni essere umano normale è dotato del senso morale; il senso del peccato invece esige per lo meno un minimo di fede in un Dio che è Padre, e Padre che ama.

Abbiamo perso il senso del peccato?

Possiamo ora tornare alla questione posta da Pio XII: l’uomo moderno ha cominciato o no a perdere questo senso del peccato, che è specifico dell’esistenza cristiana?
Da duecento anni a questa parte, la nostra società occidentale ha preso la via della secolarizzazione (il che è normale) e del ritorno al paganesimo (il che è meno normale). Quale apparato statale, nei suoi discorsi e nella sua legislazione, fa ancora riferimento a Dio? D’altra parte la libertà religiosa consiste anche nel rispettare gli atei come i credenti. Così, a livello di massa, il senso di Dio si allontana insensibilmente, e con esso la sua ombra, il senso del peccato. È dunque un fatto che le nostre società civili hanno perso il senso di Dio, e dunque il senso del peccato.
L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’intero universo. Provocati dall’intelligenza e dall’attività creativa dell’uomo, sullo stesso uomo si ripercuotono, sui suoi giudizi e desideri individuali e collettivi, sul suo modo di pensare e agire sia nei confronti delle cose che degli uomini. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale che ha i suoi riflessi anche nella vita religiosa (GS 4).
Un altro fatto non meno evidente è che all’interno delle comunità rimaste cristiane si è operato uno spostamento nella sensibilità morale delle nuove generazioni. Spostamento però non significa perdita, ma piuttosto, forse, il contrario.
La lista dei peccati che i nostri vecchi snocciolavano ad ogni confessione era press’a poco questa: Ho mangiato carne il venerdì, ho perso la messa la domenica, non ho obbedito ai genitori e ho fatto peccati di sesso. Senza negare che questi erano e restano peccati, oggi si ha una coscienza più viva degli attentati alla giustizia sociale, alla solidarietà, alla libertà degli altri.
Guardiamoci bene dal deplorare tutto questo.
Il senso del peccato così non si perde, ma si affina e diventa più evangelico, perché ciò che privilegia il senso dell’altro può preparare il risveglio dell’attenzione all’Altro, cioè a Dio.
Il senso morale infine si interiorizza. Non dobbiamo rimpiangere la pratica esteriore annoiata e subita come imposizione. Agli insegnanti del collegio romano in cui aveva compiuto i suoi studi, Pio XII diceva: Fate pregare gli allievi nella misura in cui avrete saputo darne loro il gusto. Bisogna ritrovare lo stile del Cristo, suscitando la fame e la sete della Parola e dell’Eucaristia, e il desiderio della riconciliazione con Dio.
Anche la vita religiosa è sotto l’influsso delle nuove situazioni. Da un lato un più acuto senso critico la purifica da ogni concezione magica del mondo e dalle sopravvivenze superstiziose, ed esige sempre più un’adesione più personale e attiva della fede; numerosi sono perciò coloro che giungono a un più acuto senso di Dio (GS 7).
In conclusione anche nel campo della confessione sono avvenuti dei cambiamenti positivi. La storia seguente ci può illuminare, ricordare molte situazioni di un passato non troppo remoto e soprattutto esimerci da ogni commento. È un signor X che racconta:
A casa di mia nonna si viveva un cattolicesimo intransigente. Un venerdì di quaresima, mentre eravamo a tavola, la cuoca entrò tutta spaventata nella sala da pranzo. Aveva messo un dado nella minestra, dunque un estratto di carne, e ci scongiurava di non mangiarla. Qualcuno andò a consultare il parroco il quale, dopo aver riflettuto, autorizzò la consumazione della minestra. Ho trovato recentemente tra le vecchie carte alcuni contratti di mezzadria di quell’epoca. Mi hanno spaventato le condizioni disumane imposte da quei documenti, che lasciavano ai contadini soltanto la possibilità di non morire di fame. Sono sicuro che la mia nonna si è confessata per quella minestra col dado ma non per la miseria imposta ai suoi mezzadri. E temo che tutte le assoluzioni ricevute da quella buona donna non le abbiano mai dato il senso di che cosa è veramente il peccato.





IL PECCATO NELLA SCRITTURA:
l’Antico Testamento

Dio ha amato tanto da creare degli esseri simili a lui, delle figlie e dei figli chiamati alla libertà. Si è messo davvero in un brutto pasticcio. Ma l’amore è questo: permettere agli altri di essere come vogliono, come loro stessi si costruiscono, e amarli così come sono.
Per chi ha la fede, il peccato è sempre grande, di una grandezza mostruosa, perché si tratta di una libertà donata dall’amore che si oppone all’amore.
È quanto ci rivela la Scrittura nell’Antico come nel Nuovo Testamento.
Noi battezzati sappiamo di essere stati generati con amore, a immagine e somiglianza di Dio, e di essere stati riuniti in una famiglia la cui regola di vita è l’amore, e quindi la libertà. Il profeta Ezechiele parla di noi come di un popolo che porta la sua legge scritta nel cuore: Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne (Ez 36,24-26).
Ciò significa che il Dio d’amore vuole vivere con il suo popolo, con i suoi figli, un rapporto d’amore. Secondo l’Antico Testamento il peccato consiste nello spezzare coscientemente, volontariamente, con cattiveria questo rapporto d’amore.

Infedeltà all’amore

Due immagini bibliche ci aiutano a comprendere tutto ciò e a riflettervi profondamente:
La prima immagine è quella del peccato come adulterio. Si tratta di una trasgressione della legge di Dio, come diceva il catechismo; ma questa legge non è ciò che troppe volte abbiamo pensato che fosse. Non è un sistema di leggi, ma un sistema d’amore; non è altro che l’alleanza che unisce in un vincolo d’amore lo sposo e la sposa. Chi è più libero di una sposa, se ama? Chi più libero di uno sposo, se ama? Al contrario, dice il profeta Osea, l’anima peccatrice è la donna infedele al marito che corre dai suoi amanti e si prostituisce... Spezzare il patto d’amore: questo è il peccato.
La seconda immagine è quella del peccato come usurpazione, come rifiuto del Padre. Si tratta sempre della trasgressione volontaria di una legge, ma questa legge non è altro che l’amicizia, la familiarità piena di fiducia, la necessaria dipendenza che lega i figli al Padre (Gen 3).
Da vero Padre, Dio ha creato l’uomo per amore, formandolo a sua immagine e somiglianza e trasmettendogli tutti i suoi beni senza riservare nulla per sé solo, neppure la vita. Ma mentre il Padre è la fonte necessaria (e non può essere diversamente), il peccato è pretendere di spezzare la relazione filiale; è mangiare del frutto dell’albero della scienza del bene e del male, cioè voler essere legge a se stessi, decidendo a proprio modo che cosa è bene e che cosa è male.
Dio è verace e senza malizia; egli è giusto e retto. Peccarono contro di lui i figli degeneri, generazione tortuosa e perversa. Così ripaghi il Signore, o popolo stolto e insipiente? Non è lui il Padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito? (Dt 32,4-6).
La legge del Padre non ha nulla a che vedere con gli imperativi esteriori e con i divieti arbitrari. È un rapporto di tenerezza più che di dominazione. È la legge dell’amore filiale scritta nei nostri cuori. Ed è il nostro interesse più fondamentale perché è una follia separarsi da colui da cui ci viene ogni cosa.
Il peccato è il rifiuto della condizione filiale con ciò che essa comporta di dipendenza vitale e di amore.
Il primo risultato del peccato è la paura di Dio, l’angoscia della colpa: Ho avuto paura e mi sono nascosto (Gen 3,10). Il secondo, più profondo ed estremamente drammatico, è la morte: ci si è distaccati dall’Albero della vita... Il risultato eterno, se non interviene la riconciliazione, è la perdita della vita eterna, l’inferno. Non si tratta di una pena giuridica, di una condanna vendicatrice dell’amore tradito di Dio. Dio non danna nessuno: egli è solo amore e perdono. Ma il peccatore, durante la sua vita, ha scelto di voltare le spalle a Dio, il suo unico fine. Di conseguenza la sua decisione affermata, e confermata, verrà rispettata. Le sue ultime volontà, quelle in cui si troverà al momento della morte, saranno eseguite. Il castigo eterno è la manifestazione piena del peccato. Passando dal tempo all’eternità, chi ha liberamente scelto il non amore viene eternamente fissato nel non amore. L’amore beato non è possibile senza libertà. E la libertà non ammette costrizioni.

Una catena di peccati

Questa esistenza che pretende di costruirsi da sé e si distrugge - il peccato - purtroppo non è una catastrofe individuale. È una realtà contagiosa, un fatto sociale, che si scatena nei peccati.
Rileggiamo i primi capitoli della Genesi. Quello che viene descritto non è il primo peccato in senso storico, con la sequenza occasionale dei peccati che ne sarebbero derivati, ma è piuttosto un esempio tipico della desolante disavventura del peccato così come viene vissuta e come è facile osservarla in tutte le epoche della storia umana e cristiana: la rottura col Padre porta con sé la rottura a catena tra fratelli.
Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo (Gen 6,5-6).
È la fine della famiglia coniugale... Due pagine prima, la creazione di Eva aveva mandato in estasi l’uomo: Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. Ma subito dopo la disobbedienza comune, hanno inizio le delusioni e le accuse: La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato...
È la fine della famiglia fraterna: Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise.
È la fine della famiglia sociale, l’avvio dell’escalation della vendetta: Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette.
È la fine della famiglia umana: le nazioni che si sono levate contro Dio (Venite costruiamoci una torre la cui cima tocchi il cielo), non comprendono più l’uno la lingua dell’altro; nella confusione delle lingue e dei progetti, si voltano le spalle e si disperdono su tutta la terra, quando non si affrontano in guerre sterminatrici. Il compito del Salvatore sarà di riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi (Gv 11,52).

Il peccato del mondo

I profeti, a loro volta, denunciano con forza il peccato, mettendo in luce il suo meccanismo di fondo: chi pretende di costruire se stesso indipendentemente da Dio, lo farà a spese degli altri, e soprattutto dei piccoli e dei deboli.
Il peccato del mondo è il peccato di chi abusa della propria forza - religiosa, politica, economica, culturale, fisica, ecc. - per ottenere un posto privilegiato a prezzo della rovina, dell’oppressione, dello sfruttamento dei deboli. È questo il peccato che ha ucciso Dio in Gesù Cristo.
Nella rivelazione dell’AT il peccato è dunque sostanzialmente un dramma dell’amore. Dramma coniugale tra sposi; dramma familiare tra padre e figli; drammi e lotte tra fratelli sotto gli occhi di un Padre straziato.





IL PECCATO NELLA SCRITTURA:
il Nuovo Testamento

L’uomo è chiamato a diventare sempre più uomo. La legge della crescita è una legge di pazienza e di speranza nei confronti dei deboli e di quelli che sono all’inizio del loro cammino; ma è anche la legge dell’ascesa costante che non permette a nessuno di deporre il proprio fardello e fermarsi all’altezza della propria soddisfazione.
Nell’AT Dio diceva agli israeliti: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo (Lv 19,1). L’uomo è dunque chiamato a un progresso morale indefinito, per non dire infinito. Fare del proprio meglio è la legge morale più elementare e nello stesso tempo più perfetta.
Inaugurando la nuova alleanza, Gesù, l’uomo perfetto, ci insegna attraverso la sua stessa vita a vivere da uomini perfetti. Da quando egli ha vissuto l’obbedienza al Padre, per amore, fino alla croce, da quando ha donato agli uomini l’amore più grande, che consiste nel morire per loro, la sua vita è diventata la nostra legge. Ormai, che lo si sappia o no, la sua vita è la legge morale di ogni uomo, poiché ciascuno, come abbiamo detto già, è progettato sull’uomo-Dio.
Le sue parole che risuonano nel vangelo, sono rivolte a perfezionare la legge antica: Fu detto agli antichi... Ma io vi dico... Tuttavia, sia pure con altre immagini e in altri termini, è la stessa dottrina del peccato che egli riprende e rafforza.

Lasciare Dio fuori dalla propria vita

Secondo Gesù, il peccato è sempre quello della sposa che è tutta per i suoi amanti e dimentica colui che le ha dato la sua vita e il suo sangue: il peccatore è colui che si immerge nei beni, negli affari, nei piaceri di questo mondo al punto da prestare abitualmente più attenzione ad essi che agli inviti di Dio.
Gesù riprese a parlare loro in parabole e disse: "Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari..." (Mt 22,1-5). Il vangelo secondo Luca ci riporta altri dettagli: Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire (Lc 14,18-20).
Gli invitati della parabola avanzano la scusa di un terreno da andare a vedere, di un paio di buoi da provare, di una moglie da non lasciare sola per una serata. E tanto peggio per il re e per le sue nozze! ...
Nessuno dei dieci comandamenti proibisce di comperare terreni e buoi e tanto meno di sposarsi. Il peccato esiste quando, nella mia vita, Dio viene dopo tutto il resto, lo valuto meno di tutto il resto... anche se vado a messa la domenica per osservare il precetto.
Tutte le attività quotidiane non sono peccato; anzi possono essere dovere, virtù e santità. Il peccato è dimenticare la sconvolgente presenza dell’amore nel cuore del quotidiano e lasciarlo fuori dalla propria vita. E la vita di una settimana sono sette giorni su sette e non solo un’ora di messa e qualche momento di preghiera la mattina e la sera.
Il peccato è la mancanza di attenzione quotidiana all’essenziale, il disinteresse per la continua presenza di Dio, la preferenza data ad altre persone e ad altre cose invece che a lui e al suo amore. Il peccato è questa vita adultera.
Magari si compiono i propri doveri religiosi, ma il cuore e lo spirito sono monopolizzati dagli affari, dalla carriera, dall’ambizione; non c’è altra prospettiva al di là del pezzo di terreno che si compra o dove si vanno a provare i buoi, per riprendere l’immagine del vangelo. Tutto ciò significa vivere nell’idolatria.

Rifiuto del Padre e del fratello

Inoltre, secondo Gesù, il peccato è il rifiuto della condizione filiale.
Ricordiamo la famosa parabola: Un uomo aveva due figli... (Lc 15,11 ss).
Due figli peccatori, ciascuno a suo modo. Ma il più giovane a un certo punto non riesce più a sopportare la presenza del padre. Dimentica di dovergli la vita e tutti i beni di cui dispone. Rivendica la parte che gli spetta e se ne va senza voltarsi indietro... Finalmente la libertà, lo spazio, il denaro, le follie. Lontano dal padre, il più lontano possibile... E nello stesso tempo lontano dal fratello. Come nell’AT, infatti, anche secondo Gesù il peccato ha quest’ultima dimensione: il rifiuto del fratello. È l’atteggiamento del figlio maggiore, che rifiuta il prodigo che torna, si ribella alla festa con cui il padre lo accoglie, si irrita di fronte alla prospettiva di condividere di nuovo tutto con lui. Egoista e pieno di odio, alla fine appare il più colpevole dei due.
Il ricco di un’altra parabola (Lc 16,19 ss), con i suoi abiti di porpora e la sua biancheria raffinata, si rimpinza ogni giorno mentre Lazzaro, coperto di piaghe e divorato dalla fame, giace davanti alla sua porta e desidera invano di mangiare i rifiuti che egli getta nella spazzatura... Questa situazione di peccato è più che mai di attualità a livello mondiale e in molti casi particolari. Notiamo che la parabola non dice che il ricco ha visto Lazzaro, e neppure che ne sospettava l’esistenza. Il suo peccato consiste innanzitutto nel non rifiutarsi nulla, senza preoccuparsi di andare a vedere se fuori dalla porta ci fosse qualcuno che mancava di tutto. Anzi, il ricco si è fatto premura di scavare un grande abisso tra sé e i poveri, in modo che chi avesse voluto raggiungerlo non avrebbe potuto farlo. Così nell’eternità si troverà separato dal paradiso del povero dal medesimo abisso che egli stesso aveva scavato.
È il caso di ricordare anche la parabola del samaritano (Lc 10,30 ss).
Il sacerdote e il levita danno più importanza al culto che al fratello mezzo morto sul ciglio della strada. Ma Dio guarda al cuore dell’uomo più che al profumo dell’incenso, alle abluzioni e alle immolazioni rituali delle vittime.
Il peccato è nel cuore dell’uomo: nei suoi atteggiamenti di amore o di non amore verso i fratelli: Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo (Mc 7,20-23).
Abbiamo qui l’unico elenco di peccati che ci sia venuto dal Cristo attraverso la comunità primitiva. Si riferiscono tutti ai rapporti con il prossimo e sono dodici: il numero della pienezza. Perché tutto si riduce a questo: amare.
"Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono (Mt 5,23-24).
La messa, che pure è tanto essenziale per una autentica vita cristiana, viene dopo la carità, il perdono reciproco, la pace fraterna tra i figli di Dio, l’amore.

Conclusione

Per finire, rileggiamo il vangelo secondo Matteo (25,31-46). Gesù dice: Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna".
Il peccato è dunque una violazione libera e volontaria di quell’amore che è Dio stesso, di quella legge d’amore insita nel cuore di ogni uomo ed è estremamente più sottile e più esigente di tutti i codici.
Prima di concludere l’argomento, è importante sgomberare il terreno da una catechesi erronea che forse non è ancora del tutto scomparsa.
È sbagliato dire: convertitevi e Dio vi perdonerà. La remissione dei peccati non risponde al pentimento dell’uomo, ma lo precede. Il figlio prodigo è totalmente perdonato prima ancora di lasciare la casa paterna. All’inizio c’è sempre il perdono di Dio, senza condizioni. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati (1Gv 4,10). La nostra fede è in una remissione dei peccati gratuita, donata anticipatamente, una volta per tutte, in maniera definitiva e assolutamente non come risposta a un’iniziativa del peccatore. Cristo morì per gli empi... Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5,6.8).
Dio è colui che porge l’altra guancia, che ama i suoi nemici senza essere amato, e qualunque cosa facciamo, è pronto a perdonarci settanta volte sette cioè sempre, senza limiti.
L’importante dunque non è credere al peccato: lo constatiamo fin troppo dentro di noi e attorno a noi. L’importante è credere la remissione dei peccati ricevuta in anticipo, donata in anticipo, prima del pentimento, incondizionatamente.
Per perdonare basta Dio, perché Dio è amore. Ma per riconciliarsi bisogna essere in due. Il Padre non può gettare le braccia al collo del figlio prodigo se questi non torna liberamente a lui.
La divina misericordia è un amore più potente del peccato, più forte della morte. Quando ci accorgiamo che l’amore che Dio ha per noi non si arresta di fronte al nostro peccato, non indietreggia dinanzi alle nostre offese, ma si fa ancora più premuroso e generoso; quando ci rendiamo conto che questo amore è giunto fino a causare la passione e la morte del Verbo fatto carne, il quale ha accettato di redimerci pagando col suo sangue, allora prorompiamo nel riconoscimento: "Sì, il Signore è ricco di misericordia", e diciamo perfino: "Il Signore è misericordia" (Giovanni Paolo II, Riconciliazione e penitenza, n. 22)

Silenzio e preghiera

21 giugno 2012 ore 20:15 segnala
Silenzio e preghiera

Se prendiamo come nostra guida il più antico libro di preghiera, il libro dei Salmi, notiamo due principali forme di preghiera. Uno è un lamento, un grido di aiuto. L’altro è di ringraziamento e lode a Dio. Ad un livello più nascosto c’è un terzo tipo di preghiera, senza domande o più esplicite espressioni di lode. Nel Salmo 131, ad esempio, non c’è altro che tranquillità e fiducia: “Io sono tranquillo e sereno …. spera nel Signore, ora e sempre.”

A volte la preghiera diventa silenziosa. Una tranquilla comunione con Dio si può trovare senza parole. “Io sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre” Come un bambino soddisfatto che ha smesso di piangere ed è nelle braccia della madre, così può “stare la mia anima” in presenza di Dio. La preghiera allora non ha bisogno di parole, forse neppure di pensieri.

Come è possibile raggiungere un silenzio interiore? Qualche volta siamo apparentemente in silenzio, e tuttavia abbiamo grandi discussioni dentro di noi, lotte con compagni immaginari o con noi stessi. Calmare la nostra anima richiede una specie di semplicità. “Non mi tengo occupato con cose troppo grandi o troppo meravigliose per me” Silenzio significa riconoscere che le mie preoccupazioni non possono fare molto. Silenzio significa lasciare a Dio ciò che è oltre la mia portata e le mie capacità. Un momento di silenzio, anche molto breve, è come una sosta santa, un riposo sabbatico, una tregua dalle preoccupazioni.

Il tumulto dei nostri pensieri può essere paragonato alla tempesta che colpisce la barca dei discepoli sul mare di Galilea, mentre Gesù stava dormendo. Come loro possiamo sentirci senza aiuto, pieni di ansietà ed incapaci di calmarci. Ma Cristo è abile nel venire in nostro aiuto. Come rimprovera il vento e il mare e “ci fu una grande calma”, egli può anche donare calma al nostro cuore quando è agitato dalla paura e dalle preoccupazioni. (Marco 4)

Rimanendo nel silenzio, confidiamo e speriamo in Dio. Un salmo ci suggerisce che il silenzio è perfino una forma di lode. Siamo soliti leggere all’inizio del Salmo 65: “A te si deve lode, o Dio”. Questa traduzione segue il testo greco, ma effettivamente il testo ebraico dice: “Il silenzio è lode a te, o Dio”. Quando le parole ed i pensieri si fermano, Dio è lodato in un silenzio di stupore e ammirazione.
La parola di Dio: tuono e silenzio

Sul Sinai, Dio parlò a Mosè e agli Israeliti. La parola di Dio fu preceduta ed accompagnata da tuoni e lampi ed un sempre più forte suono di tromba (Esodo 19). Secoli dopo, il profeta Elia tornò sulla montagna di Dio. Lì sperimentò tempesta,terremoto e fuoco, come era successo ai suoi antenati, ed fu pronto ad ascoltare Dio che parlava nel tuono. Ma il Signore non era in nessuno di quei potenti fenomeni familiari. Quando tutto il rumore terminò, Elia udì “il mormorio di un vento leggero” e Dio gli parlò.(1 Re 19)

Dio parla con voce forte o in un mormorio silenzioso? Dobbiamo prendere come esempio le persone riunite sul Sinai o il profeta Elia? Potrebbe essere un’alternativa sbagliata. I terribili fenomeni connessi con il dono dei Dieci Comandamenti servono a mettere in evidenza quanto questi ultimi siano seri. Accoglierli o rigettarli è una questione di vita o di morte. Vedendo un bambino correre sotto una macchina è bene gridare il più forte possibile. In situazioni analoghe i profeti riferiscono le parole di Dio per far vibrare le nostre orecchie.

Le parole dette ad alta voce sono certamente ascoltate: sono di effetto. Ma sappiamo anche che difficilmente toccano i cuori. Sono rigettate piuttosto che accolte. L’esperienza di Elia mostra che Dio non vuole impressionare, ma vuole essere capito ed accettato. Dio sceglie “il mormorio di un vento leggero” per parlare. Questo è un paradosso: Dio è silenzioso e tuttavia parla.

Quando la parola di Dio diventa “il mormorio di un vento leggero” è più efficiente di altre cose per cambiare i nostri cuori. La tempesta sul Monte Sinai spaccava le rocce, ma le parole silenziose di Dio sono capaci di fare breccia nei cuori di pietra degli uomini. Per lo stesso Elia il silenzio improvviso era probabilmente più spaventoso della tempesta e dei tuoni. In qualche modo le manifestazioni potenti di Dio gli erano familiari. Il silenzio di Dio lo disorienta, una cosa così diversa da quella che aveva sperimentato in passato.

Il silenzio ci rende pronti ad un nuovo incontro con Dio. Nel silenzio la parola di Dio può raggiungere gli angoli più nascosti dei nostri cuori. Nel silenzio, la parola di Dio dimostra di essere “efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito” (Ebrei 4,12). Nel silenzio smettiamo di nasconderci di fronte a Dio, e la luce di Cristo ci può raggiungere e guarire e trasformare anche quello di cui ci vergogniamo.
Silenzio e amore

Cristo dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Giovanni 15,12). Abbiamo bisogno di silenzio per accogliere queste parole e metterle in pratica. Quando siamo agitati e irrequieti , abbiamo così tanti argomenti e ragioni per non perdonare e per non amare. Ma quando “abbiamo calmato e reso quieta la nostra anima”, queste ragioni ci paiono insignificanti. Forse qualche volta rifuggiamo il silenzio, preferendo qualunque rumore, parola o distrazione, perché la pace interiore è una cosa rischiosa: ci rende vuoti e poveri, disintegra le amarezze e ci conduce al dono di noi stessi. Silenziosi e poveri i nostri cuori sono ricolmati dello Spirito Santo, riempiti con un amore incondizionato. Il silenzio è un umile ma sicuro cammino verso l’amore.
aca890f6-fd90-4655-9e4e-7079b339b38c
Silenzio e preghiera Se prendiamo come nostra guida il più antico libro di preghiera, il libro dei Salmi, notiamo due principali forme di preghiera. Uno è un lamento, un grido di aiuto. L’altro è di ringraziamento e lode a Dio. Ad un livello più nascosto c’è un terzo tipo di preghiera, senza...
Post
21/06/2012 20:15:39
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

L’amore dei nemici

20 giugno 2012 ore 00:08 segnala

Perché l’amore dei nemici si trova al cuore del Vangelo?

Nel capitolo 6 del Vangelo di Luca, dopo le Beatitudini, Gesù esorta lungamente i suoi discepoli a rispondere all’odio con l’amore (Luca 6,27-35; cfr: Matteo 5,43-48). Collocato qui, questo testo fa capire che Luca vede nell’amore per gli avversari la caratteristica dei discepoli del Cristo.

Le parole di Gesù indicano due modi di vivere. Il primo è quello dei «peccatori», detto altrimenti, di quelli che si comportano senza alcun riferimento a Dio e alla sua Parola. Essi agiscono verso gli altri nello stesso modo in cui questi li trattano, la loro azione è in effetti una re-azione. Dividono il mondo in due gruppi, i loro amici e quelli che non lo sono, e fanno prova di bontà unicamente nei confronti di quelli che sono buoni verso di loro. L’altro modo di vivere non designa in primo luogo un gruppo di esseri umani, esso si riferisce a Dio stesso. Da parte sua Dio non reagisce nella maniera con cui lo si tratta: al contrario, «egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi» (Luca 6,35).

Gesù mette così il dito sulla caratteristica essenziale del Dio della Bibbia. Sorgente debordante di bontà, Dio non si lascia condizionare dalla cattiveria di chi gli sta davanti. Anche dimenticato, anche schernito, Dio continua a essere fedele a se stesso, Dio non può che amare. Questo è vero sin dalla prima ora. Alcuni secoli prima della venuta di Cristo Gesù, un profeta spiega che, diversamente dagli uomini, Dio è sempre pronto a perdonare: «I vostri pensieri non sono i miei pensieri, e le vostre vie non sono le mie vie» (Isaia 55,7-8). Il profeta Osea, da parte sua, sente il Signore dirgli: «Non darò sfogo all’ardore della mia ira…perché sono Dio e non uomo». (Osea 11,9). In una parola, il nostro Dio è misericordioso (Esodo 34,6; Salmo 86,15; 116,5 ecc.), «non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe» (Salmo 103,10).

La grande novità del Vangelo non è tanto che Dio è Sorgente di bontà, ma che gli esseri umani possono e devono agire a immagine del loro Creatore: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro!» (Luca 6,36). Con la venuta in mezzo a noi del suo Figlio, questa Sorgente di bontà ci è ormai accessibile. A nostra volta diventiamo «figli dell’Altissimo» (Luca 6,35), degli esseri capaci di rispondere al male con il bene, all’odio con l’amore. Vivendo una compassione universale, perdonando quelli che ci fanno del male, testimoniamo che il Dio di misericordia è lì al cuore di un mondo segnato dal rifiuto dell’altro, dal disprezzo di colui che è diverso.

Impossibile per gli esseri umani abbandonati alle proprie forze, l’amore dei nemici testimonia l’attività di Dio stesso in mezzo a noi. Nessun comandamento esteriore lo rende possibile. Solo la presenza nei nostri cuori dell’amore divino in persona, lo Spirito Santo, ci permette di farlo. Questo amore è una conseguenza diretta della Pentecoste. Non per nulla il racconto del primo martire cristiano, Stefano, «pieno di Spirito Santo» (Atti 7,55) termina con queste parole: «Signore, non imputar loro questo peccato» (Atti 7,60). A imitazione di Gesù stesso (cfr. Luca 23,34), il discepolo fa irradiare nell’oscuro paese della violenza la luce dell’amore divino.
Perché san Giovanni non parla dell’amore dei nemici?

Mentre i Vangeli di Matteo e di Luca mettono l’accento sulla necessità di un amore che superi i confini di quelli che sono della stessa cerchia per inglobare anche gli oppositori, gli scritti di san Giovanni parlano unicamente dell’amore tra i discepoli. Bisogna forse concludere che la visione di Giovanni è più limitata?

Per Giovanni come per l’insieme del Nuovo Testamento, la missione di Gesù è universale. È il Verbo di Dio «che venendo nel mondo illumina ogni uomo» (Giovanni 1,9). È venuto per perdonare i peccati del mondo intero (1Giovanni 2,2). Nessuno è escluso dal suo amore: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò» (Giovanni 6,37). «Salvatore del mondo» (Giovanni 4,42), Gesù offre ad ogni essere umano l’acqua viva che dà la vita in pienezza.

Però la vita che il Cristo dà, è «eterna», cioè è la Vita stessa di Dio. Essa consiste in un’esistenza condivisa con Dio che si chiama comunione. Questa comunione è in primo luogo una realtà in Dio, la corrente di vita tra il Padre e il Figlio, e si esprime sulla terra con una comunione tra gli esseri umani che accolgono il Vangelo (cfr 1 Giovanni 1,3). Coloro che entrano in questa comunione lasciano lontano dietro di sé un’esistenza non autentica, che si crede autosufficiente; in termini giovannei, sono nati da Dio (Giovanni 1,13; cfr. 3,3-8) e non sono più «del mondo» (cfr. Giovanni 17,16).

È in questo contesto che si situa l’insegnamento giovanneo sull’amore. Per Giovanni l’amore traduce, «nei fatti e nella verità» (1Giovanni 3,18), questa comunione in Dio. Quindi, per essere pienamente se stesso, l’amore sarà reciproco: colui al quale è offerto deve accoglierlo per donarlo a sua volta. Ciò è vero in primo luogo per Dio, poi per noi: «Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore» (Giovanni 15,9). Noi rimaniamo in questo amore vivendo il «comandamento nuovo»: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Giovanni 13,34; cfr. 15,10.17). In questo modo l’amore tra i discepoli del Cristo diventa il segno per eccellenza della presenza di Dio in mezzo agli uomini (cfr. Giovanni 13,35).

Se Giovanni insiste tanto sull’amore reciproco dei discepoli, non è dunque per restringere l’amore a un piccolo gruppo di chi la pensa allo stesso modo. L’obiettivo di questo amore resta universale, «perché il mondo creda» (Giovanni 17,21.23), affinché gli esseri umani si aprano alla presenza di Dio ed entrino nella sua comunione. Però il solo segno veramente convincente di questa presenza, di questa comunione, è un amore donato e accolto, un amore «perfetto» (1 Giovanni 4,12; cfr. 2,5; 4,17.18). Questo amore, lontano da essere un semplice sentimento, riconcilia le opposizioni e crea una comunità fraterna a partire da uomini e donne i più diversi; dalla vita di questa comunità nasce una forza d’attrazione che può sconvolgere i cuori. Per san Giovanni, è così che Dio ama il mondo in modo efficace (cfr. Giovanni 3,16), non direttamente, poiché Dio non può forzare i cuori e c’è una incompatibilità innata tra il mondo chiuso a Dio e il suo amore (cfr. 1 Giovanni 2,15), ma deponendo nel cuore del mondo un fermento di comunione, l’amore fraterno, capace di penetrare e far lievitare tutta la pasta.

Lettera da Taizé: 2003/4
d37bddf1-2259-41df-901b-bbc373302faf
« immagine » Perché l’amore dei nemici si trova al cuore del Vangelo? Nel capitolo 6 del Vangelo di Luca, dopo le Beatitudini, Gesù esorta lungamente i suoi discepoli a rispondere all’odio con l’amore (Luca 6,27-35; cfr: Matteo 5,43-48). Collocato qui, questo testo fa capire che Luca vede nell’am...
Post
20/06/2012 00:08:06
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    3
  • commenti
    comment
    Comment

La Crisi dell'Amore, Della Fede, Della Vita

19 giugno 2012 ore 04:14 segnala




Bisognerebbe partire dal concetto di amore che oggi si ha e vedere poi quale realmente sia il significato di questa parola, che viene tanto usata, a volte in modo improprio, ma della quale, non sempre, ne viene vissuto il profondo valore.

Il significato di questo termine, bellissimo, viene spesso identificato con sessualità, con qualcosa di materiale: basta dare un’occhiata a certi tipi di riviste e prestare attenzione ai tanti “messaggi” che circolano fra le persone.

L’amore, quello vero, quello con la “A” maiuscola, viene troppo spesso dimenticato, non considerato se non per dire solo che è “superato”.

Amare significa volere ciò che è bene per l’altra persona, cercare di comprendere, accogliere, aiutare l’altro.

Amare è andare………..contro la stessa nostra volontà, a volte, per il bene dell’altro. Non è facile Amare, ma non è impossibile.

L’amore trasforma la persona, le fa iniziare una vita diversa, nuova e più piena. Con questo sentimento sembra di rinascere, ci si rende conto di esistere realmente. Potremmo dire che l’uomo si riscopre proprio nell’amore. Amore che non è solo sensibilità, o solo passione, bensì è, e deve essere sempre più, volontà di bene. Deve diventare dono all’altro, fatto con dedizione e responsabilità.

Ora, se proviamo a trasferire tutto questo, nel rapporto di una coppia, cosa succede?

Innanzitutto il dono di sé, per l’altro, diventa in modo esclusivo e pieno.

Sappiamo bene come la parola Amore non abbia un significato univoco, ma ora, ciò che interessa, è parlarne nell’ambito del rapporto di coppia.

L’amore fra i coniugi dovrebbe essere la manifestazione più completa dell’amore umano: un farsi dono ed un donarsi continuo, momento dopo momento, senza rinunciare all’essere per l’altro. E’ un donare e donarsi reciproco, senza pretendere nulla in cambio; è volere che l’altro sia felice.

L’uomo e la donna, si completano in questo modo. E rafforzano il loro rapporto.

Nel donarsi reciprocamente, l’uomo e la donna non perdono la loro personalità, il loro essere se stessi, ma si completano diventando “una sola carne”, e non solo a livello fisico, ma anche a livello psicologico ed affettivo. Spesso si considera l’unione sessuale quale punto di partenza dell’amore, mentre essa è l’apice di questo grande sentimento, ne è il momento culminante e rafforzativo.

Parlare di amore sponsale vuol dire parlare di un amore “particolare”, nel quale, mentre ci si dona all’altro, si riceve dall’altro, ed il proprio “io” si trasforma in un “noi”, senza però perdere le sue caratteristiche. Potrebbe apparire forse strano, o contraddittorio, ma è ciò che accade nell’amore fra i coniugi, per questo è un rapporto “speciale” rispetto alle altre manifestazioni di questo sentimento. Il diventare un “noi” non toglie nulla al proprio “io” di ciascuno dei due, ma lo arricchisce delle proprie caratteristiche e potenzialità.

L’amore fra gli sposi è l’aspetto più importante del sacramento del matrimonio: un amore che deve essere Amore, e specchio dell’Amore di Cristo per la Sua Chiesa. Lo stesso San Paolo, che dell’Amore ha tanto parlato nei suoi scritti, riguardo al matrimonio afferma: “il marito è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa…” (Ef 5, 23), ed ancora: “ E voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef 5, 25).

Questi versetti, mettono in risalto quanto grande debba essere l’Amore sponsale. Amare come Cristo ha amato la Chiesa, non è una cosa semplice, se si pensa che Egli per tutti noi, ha dato la Sua vita. E’ un Amare oltre ogni misura o capacità solo umana. Ma allora in quale matrimonio potrebbe esserci un amarsi così? In tutti, se nel matrimonio si ricorda che ci si è sposati in Cristo e da Lui soltanto si possono ricevere le grazie necessarie per un rapporto così forte e vincolante.

San Paolo ci dice ancora: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore” (Ef 5, 21-22). Non bisogna leggere “male” questi versetti: la sottomissione al Signore è una “dolce” sottomissione, non è schiavitù, perché Egli ci ama di un amore totalizzante. Si parla di sottomissione degli uni agli altri: nel matrimonio i coniugi hanno il “compito” (anche se è improprio come termine) di amarsi al punto tale da sentirsi ciascuno sottomesso all’altro, però nel Signore. Non può esserci un rapporto coniugale forte, se non nel matrimonio-sacramento in Cristo.

L’amore sponsale si estende ad una comunione di vita totale e totalizzante: è lo stato dell’Amore. Questi esige che ci sia stabilità ma, nello stesso, dinamicità.

Nel corso della vita coniugale, questo sentimento, ha bisogno di stabilità per essere sempre rivolto alla persona con la quale si è scelto di condividere la propria esistenza, per non farsi sopraffare dalle tentazioni del mondo e da quello che è quasi diventato un “uso” nella società attuale. Richiede quindi anche forza interiore, costanza ed umiltà.

Ma ha bisogno di dinamicità, nello stesso tempo. Un amore che vada avanti nel corso degli anni, per abitudine o solo per una fedeltà giuridica o esteriore, non ha senso, non è più l’Amore. Nella vita comune, che due sposi cristiani conducono, c’è bisogno di un rinnovamento continuo del loro rapporto, di una crescita continua di quei sentimenti che nutrono l’uno per l’altra, anche davanti alle inevitabili difficoltà che la vita pone davanti. E’ un amore che non rimane fermo, statico, quasi ad ammuffire, ma che cresce così come passano gli anni. Diventa sempre più forte e maturo, anche dopo la venuta dei figli, anche quando la bellezza è sfiorita con gli anni, anche quando i capelli sono diventati bianchi e, da quel giorno in cui ci si è promessi amore per sempre, davanti a Cristo e agli uomini, in Chiesa, di tempo ne è passato.

L’Amore, non muore col passare del tempo, ma cresce e rafforza sempre più il legame fra marito e moglie, anche quando i volti sono solcati dalle rughe.

Solo così, riscegliendosi ed amandosi sempre più, ogni giorno, ed in modo sempre nuovo, si può affermare che l’Amore è entrato pienamente nella vita di una coppia di coniugi. E tutto ciò, ci può far dire, senza dubbio, con San Paolo, che il matrimonio così vissuto, è “un mistero grande” (Ef 5,32).




La Crisi della fede




Un elemento di crisi, nelle coppie di oggi, di cui abbiamo già detto nel precedente Articolo "La Famiglia oggi e le sue crisi" è il declino della fede.

Si assiste spesso a una fede, una religiosità, vissuta in famiglia in modo non armonico. Il problema della fede a volte non si pone proprio, oppure accade che solo uno dei due coniugi ne abbia interesse. I figli non vengono sempre educati nella ed alla fede, con le conseguenze che spesso vediamo intorno a noi.

La religiosità familiare viene relegata, di frequente, ad un posto marginale nella vita di una coppia, a volte non viene proprio presa in considerazione. In tale modo non diventa un’esperienza di vita comunitaria e di preghiera, in quanto viene collocata nel fondo della coscienza del singolo.

Ma la vita senza la fede diventa un’esistenza senza una meta, senza un punto di riferimento. E’ come se una nave pretendesse di approdare senza avere l’ancora da gettare in mare e con la quale potersi mantenere più salda.

Navigare sul mare della vita comporta il saper tracciare e seguire una rotta ben precisa, l’avere i mezzi di salvataggio adatti per la sicurezza, avere l’ancora da gettare nel porto per potersi anche fermare.

La rotta è la vocazione del matrimonio in Cristo, i mezzi di salvataggio sono i sacramenti e la preghiera, l’ancora è la nostra fede, il porto nel quale fermarsi è il Signore.

Cominciamo dal primo elemento, la rotta. Il matrimonio è un sacramento, ci si sposa in Cristo e con Lui bisogna continuare il cammino, attingendo sempre alla Sua Fonte inesauribile. Col sacramento gli sposi ricevono le grazie proprie del matrimonio, con le quali andare avanti nella vita di coppia, nella crescita ed educazione dei figli, nell’affrontare le varie difficoltà che la vita pone davanti.

Ma tutto questo ha bisogno di un secondo elemento, affinché questa nave possa continuare a navigare, sicura, senza affondare, ha bisogno dei sacramenti e della preghiera. Questi sono proprio i mezzi di salvataggio necessari per la sopravvivenza di questa nave, che è la famiglia. Senza l’accostarsi, frequentemente, all’Eucarestia, al sacramento del Perdono, non si possono ricevere quegli aiuti spirituali necessari affinché la nostra vita possa procedere, maggiormente “rinforzata” nella sua struttura principale.

Tutto questo fino ad ora detto, non avrebbe nessun significato e , soprattutto, non potrebbe essere fatto, se non ci fosse la fede. Essa è veramente l’ancora alla quale potersi attaccare e della quale servirsi per approdare in modo sicuro. Senza l’ancora la nave non potrebbe mai attraccare in un porto.

Il porto sicuro nel quale approdare è il Signore: solo in Lui c’è la nostra forza, il nostro rifugio, la nostra esistenza. La coppia che, navigando sul mare della vita, riesce a seguire la rotta giusta e ad approdare a Lui, può essere certa di vivere nel modo più giusto il sacramento del matrimonio.

Soffermerei un attimo l’attenzione su un aspetto che si può considerare molto importante per la vita di fede, per la coppia e per la sua stessa unione ed armonia: la preghiera.

Pregare è dialogare con Dio, parlare con Lui ed ascoltarLo mentre parla al nostro cuore. Il Beato Giovanni XXIII diceva che la famiglia che prega insieme vive pure insieme.

Alzarsi al mattino e lodare insieme il Signore, marito, moglie e figli, per il giorno che inizia, sottolinea in modo diverso come vivere quella giornata, e fa affrontare in maniera differente le varie attività che in essa si svolgeranno.

Essere riuniti attorno alla mensa, coi figli, e ringraziare insieme il Signore per il cibo che si sta per consumare, dà un significato nuovo allo stesso mangiare insieme.

Riunirsi insieme per ringraziare il Signore la sera, per il giorno trascorso, esaminare il modo in cui si è vissuta quella giornata e chiedere perdono a Gesù di ciò che di sbagliato si è fatto, di quanto amore non si è donato ai fratelli, aiuta a crescere insieme nella fede ed a cercare di migliorare i propri rapporti fra i vari membri della famiglia, con gli altri e con Dio stesso.

Benedire, quali genitori, i propri figli, è segno della nostra preoccupazione per loro, non solo materiale , ma anche spirituale. Segnare i propri bambini col segno della croce, al mattino e alla sera, è ricordare il giorno del Battesimo in cui su noi, e sui nostri figli, esso è stato fatto. La croce ci indica l’appartenenza a Cristo e, nello stesso tempo, è segno di benedizione.

Cercare momenti, anche piccoli, durante la giornata, in cui potersi fermare un poco in silenzio, col televisore spento, e rivolgersi insieme al Signore, sono piccoli tesori che noi costruiamo per la nostra famiglia.

La recita del santo Rosario, fatta insieme, diventa poi un momento privilegiato: con la Mamma Celeste, si ripercorre il Vangelo e si medita sui momenti più importanti della vita di Gesù. Man mano che i grani del Rosario passano tra le mani, il Signore entra nella vita della famiglia, la unisce di più e quei problemi inevitabili che si hanno ogni giorno, cominciano ad avere un aspetto diverso, cominciano a pianificarsi e ad essere più chiari per poterli risolvere.

Pregare è un aspetto fondamentale per l’unione della famiglia, con il ricevere i Sacramenti, il partecipare alla S. Messa, tutti insieme, figli e genitori.

Non servono molto le parole ma ciò che conta sarà senz’altro l’esempio che un papà ed una mamma possono dare ai propri figli.

Sarebbe molto bello se, i genitori tornati a casa, dopo aver partecipato alla S. Messa con i figli, si soffermassero un attimo, prima di sedersi a tavola, per assimilare meglio ciò che, tutta la famiglia, ha ricevuto durante la celebrazione eucaristica.

Tornando a casa, dopo aver partecipato alla S. Messa, bisognerebbe preparare due mense. Una mensa per il cibo materiale ed una per quello spirituale. Sulla prima mensa va il nutrimento del corpo, sulla seconda quello dell’anima. La Parola di Dio, appena ascoltata, potrebbe essere meditata e tradotta in suggerimenti di vita concreta da vivere durante la settimana che inizia.

La parola “insieme” è stata evidenziata più volte perché la fede di una famiglia va vissuta ed alimentata con l’aiuto e la collaborazione di tutti i suoi componenti.

La famiglia che si riunisce nel nome di Cristo vive quello che Lui ci ha detto:

“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

Quale luogo migliore per vivere questo?


La crisi della vita

Altro elemento di crisi nella famiglia è quello della vita.

Viviamo, infatti, in un’epoca di contraddizioni. Da una parte abbiamo la paura, il rifiuto della vita che porta poi a scelte come quella di non concepire un figlio, oppure anche all’aborto.

Dall’altra invece abbiamo la ricerca di un figlio a tutti i costi, un figlio voluto “per forza” che, se non viene normalmente, si cerca di avere anche ricorrendo alla procreazione medicalmente assistita.

Allora bisogna innanzitutto chiedersi quale significato viene dato alla parola vita e quale alla parola poi figlio.

La vita umana è tra le realtà più preziose che esistano al mondo; senza di essa le altre manifestazioni biologiche non avrebbero una pienezza di senso. Nella vita umana prende forma e si manifesta la grandezza dello spirito, dell’intelligenza e della libertà.

Molto spesso, nel linguaggio comune, ascoltiamo commenti e definizioni contrastanti sulla vita dell’uomo. C’è chi la definisce inviolabile e sacra, ma c’è anche chi non la considera positivamente, chi la sottovaluta e non le dà il dovuto rispetto; c’è chi la sfrutta negativamente e pensa di poterne fare ciò che vuole, specialmente se si tratta della vita altrui.

Per la fede cristiana, e per molte altre forme di sapienza umana, la vita non è “qualcosa” che l’uomo possa manovrare a proprio piacimento: essa è inviolabile e sacra perché è un dono di Dio ed è vita dell’uomo.

Il Creatore ha deciso questo dono gratuito, nel medesimo istante in cui ha voluto e creato l’essere umano come soggetto ed interlocutore di Lui, e quale signore responsabile del cosmo.

Ma quando inizia la vita umana?

La vita dell’uomo, di ogni uomo, da sempre, ha inizio il momento stesso in cui si forma lo zigote, la prima cellula di un nuovo essere umano.

Il momento del concepimento è quello in cui una nuova creatura, ad immagine di Dio, si affaccia alla vita.

Fin da quando Dio benedisse Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden dicendo “siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra…” (Gen 1, 28), la maternità e la paternità diventano segno dell’amore del Creatore che vuole che la Sua immagine si perpetui.

Abbiamo detto, all’inizio, delle contraddizioni attuali per quanto riguarda la vita e l’avere un figlio.

Oggi, in effetti, la società vive un periodo particolare, pieno di trasformazioni, e queste si riflettono anche nei rapporti tra le persone ed anche nel modo di relazionarsi tra uomo e donna. Ciò, ovviamente, si riflette pure nella vita di coppia, nella quale esistono delle difficoltà comunicative, a volte anche interne, ma soprattutto nei rapporti con gli altri.

La vita di ogni persona, di solito, è piena di progetti e di desideri da voler realizzare, che portano poi al raggiungimento di quegli scopi, che l’uomo si propone, per la realizzazione di se stesso.

Non avere desideri, non avere attese, significa non riuscire più a vivere in modo pieno. Desiderio ed attesa sono due caratteristiche fondamentali della vita umana, senza le quali l’uomo non vivrebbe realmente.

Perché parlare proprio di desiderio e di attesa? Che valore hanno queste due caratteristiche della vita umana? Dove possono essere collegate?

Desiderare di avere un figlio ci deve far riflettere sulle origini di questo desiderio, per comprendere poi il significato che si dà al figlio stesso.

Desiderio di un figlio non significa volerlo a tutti i costi, ricorrendo a qualsiasi mezzo, anche non rispettoso dell’integrità fisica e psichica del figlio stesso o di altre vite umane.

Tutto ciò si rifà a come il bambino viene atteso. L’attesa del figlio ci dice, infatti, come egli viene considerato dai suoi genitori. Nel momento in cui il frutto del concepimento umano ha la posizione centrale nella vita della madre, o nella stessa coppia genitoriale, il rapporto con lui si trasforma in un rapporto di accoglienza.

In quanto accoglienza dell’altro, diverso da se stessi, il figlio diventa dono per i suoi genitori. L’attesa del bambino (la gravidanza) si trasforma in periodo di preparazione e di crescita per la coppia, che vede ora concretizzarsi quel desiderio, che, per amore, l’ha portata a dire di “si” alla vita. Il figlio deve essere frutto d’amore e deve trovare accoglienza fin dal grembo materno. L’amore è tale solo se è oblativo, solo se non vuole nulla per se stesso ma tutto fa per il bene dell’altro. Solo quando si accetta il figlio, così come egli è, allora lo si vede e lo si considera quale dono per i genitori.

Quando il bambino, perde la sua centralità, quando nella gravidanza vengono considerati solo gli interessi materni ed il figlio viene visto quale proprietà della madre, di cui lei può fare ciò che vuole, se la gravidanza non è stata voluta, se è frutto di una non- scelta, è facile arrivare poi, anche a decidere per la soppressione di questa vita nel grembo materno.

Se il figlio perde la caratteristica di essere dono, diventa un non-dono, qualcuno di cui bisogna “fare a meno”, perché non gradito. Si arriva così al rifiuto della vita, alla non accettazione e non accoglienza del figlio.

Abbiamo parlato prima del paradosso e della contraddizione della nostra società:accanto a chi accoglie la vita, accanto a chi invece la rifiuta, ci sono coloro che la vogliono a tutti i costi, se non riescono ad averla con un normale concepimento.

Il volere un figlio ad ogni costo indica che l’avere un figlio diventa un diritto al quale non si può e non si deve rinunciare. Ecco così il ricorso, sempre più frequente, alla procreazione medicalmente assistita, alle surrogate mother, ai figli fatti fare dietro “commissione”da altri.

Senza volerci addentrare nei particolari di queste metodiche, ci si chiede, a questo punto, ma il figlio, ora, chi è realmente? E’ ancora un dono oppure è diventato un diritto di chi lo vuole?

E, quale amore è quello che si celerebbe, dietro questa pretesa procreativa ? Sarebbe ancora amore vero?

La crisi della vita, nelle coppie, porta ad affermare che ci troviamo davanti a due opposti determinati: vita e non-vita, figlio e non-figlio. Tutto, invece dovrebbe partire dal come considerare la vita umana, incominciando dalla sua primissima manifestazione nel grembo materno.

Il generare un figlio è un evento privilegiato e va visto nell’ottica della vita umana intesa come dono, un dono che noi riceviamo, e siamo chiamati a donare a nostra volta.

La nostra vita non è qualcosa che noi stessi ci siamo potuti dare, ma è un dono che il Creatore ci ha fatto, insieme ai nostri genitori. Quest’ultimi, poi, devono considerare il figlio non come un “qualcosa” di proprio, ma come qualcuno che scaturisce dal dono e che è dono egli stesso.

Avere un figlio non significa che i propri genitori debbano tenerlo sotto il loro potere, e neppure che debbano pretenderlo come fosse un loro diritto, facendolo diventare, così, un oggetto dei propri desideri.

E’ proprio questo che è necessario superare: il figlio non è oggetto, anche se la sua nascita è stata molto desiderata, ma è persona umana. Il volere un figlio a tutti i costi, pur rivelando un grande desiderio di generare ed accogliere una nuova vita, mette in risalto che forse questo bambino non è considerato come dono, bensì come “proprietà” dei genitori, o almeno della madre.

Subentra alla logica del dare senza nulla pretendere, la logica del possedere, dell’avere diritto a generare, creando così una sorta di “egoismo procreativo”, in cui si è disposti ad affrontare qualsiasi cosa, anche la distruzione di altre vite umane, (basti pensare a quanti embrioni “soprannumerari” vengono distrutti, con la fecondazione artificiale), pur di raggiungere lo scopo di avere un figlio “proprio”, che soddisfi comunque il desiderio di maternità.

Ma l’uomo non può sostituirsi a Dio, creando da solo la vita o decidendo chi debba vivere e chi no. La creatura non può prendere il posto del Creatore: solo Dio può dare la vita e la può far sorgere anche dove tutto sembra impossibile.

Il Volto di Gesù Cristo Nostro Signore

18 giugno 2012 ore 10:58 segnala







Fa’ risplendere il volto sul tuo servo
e insegnami i tuoi comandamenti.
Salmo 119,135



Salmo 119
Elogio della legge divina

Alleluia.

Beato l'uomo di integra condotta,
che cammina nella legge del Signore.
Beato chi è fedele ai suoi insegnamenti
e lo cerca con tutto il cuore.

Non commette ingiustizie,
cammina per le sue vie.
Tu hai dato i tuoi precetti
perché siano osservati fedelmente.

Siano diritte le mie vie,
nel custodire i tuoi decreti.
Allora non dovrò arrossire
se avrò obbedito ai tuoi comandi.
Ti loderò con cuore sincero
quando avrò appreso le tue giuste sentenze.
Voglio osservare i tuoi decreti:
non abbandonarmi mai.

Come potrà un giovane tenere pura la sua via?
Custodendo le tue parole.
Con tutto il cuore ti cerco:
non farmi deviare dai tuoi precetti.
Conservo nel cuore le tue parole
per non offenderti con il peccato.
Benedetto sei tu, Signore;
mostrami il tuo volere.
Con le mie labbra ho enumerato
tutti i giudizi della tua bocca.
Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia
più che in ogni altro bene.
Voglio meditare i tuoi comandamenti,
considerare le tue vie.
Nella tua volontà è la mia gioia;
mai dimenticherò la tua parola.

Sii buono con il tuo servo e avrò vita,
custodirò la tua parola.
Aprimi gli occhi perché io veda
le meraviglie della tua legge.
Io sono straniero sulla terra,
non nascondermi i tuoi comandi.
Io mi consumo nel desiderio
dei tuoi precetti in ogni tempo.
Tu minacci gli orgogliosi;
maledetto chi devìa dai tuoi decreti.
Allontana da me vergogna e disprezzo,
perché ho osservato le tue leggi.
Siedono i potenti, mi calunniano,
ma il tuo servo medita i tuoi decreti.
Anche i tuoi ordini sono la mia gioia,
miei consiglieri i tuoi precetti.

Io sono prostrato nella polvere;
dammi vita secondo la tua parola.
Ti ho manifestato le mie vie e mi hai risposto;
insegnami i tuoi voleri.
Fammi conoscere la via dei tuoi precetti
e mediterò i tuoi prodigi.
Io piango nella tristezza;
sollevami secondo la tua promessa.
Tieni lontana da me la via della menzogna,
fammi dono della tua legge.
Ho scelto la via della giustizia,
mi sono proposto i tuoi giudizi.
Ho aderito ai tuoi insegnamenti, Signore,
che io non resti confuso.
Corro per la via dei tuoi comandamenti,
perché hai dilatato il mio cuore.

Indicami, Signore, la via dei tuoi decreti
e la seguirò sino alla fine.
Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge
e la custodisca con tutto il cuore.
Dirigimi sul sentiero dei tuoi comandi,
perché in esso è la mia gioia.
Piega il mio cuore verso i tuoi insegnamenti
e non verso la sete del guadagno.
Distogli i miei occhi dalle cose vane,
fammi vivere sulla tua via.
Con il tuo servo sii fedele alla parola
che hai data, perché ti si tema.
Allontana l'insulto che mi sgomenta,
poiché i tuoi giudizi sono buoni.
Ecco, desidero i tuoi comandamenti;
per la tua giustizia fammi vivere.

Venga a me, Signore, la tua grazia,
la tua salvezza secondo la tua promessa;
a chi mi insulta darò una risposta,
perché ho fiducia nella tua parola.
Non togliere mai dalla mia bocca la parola vera,
perché confido nei tuoi giudizi.
Custodirò la tua legge per sempre,
nei secoli, in eterno.
Sarò sicuro nel mio cammino,
perché ho ricercato i tuoi voleri.
Davanti ai re parlerò della tua alleanza
senza temere la vergogna.
Gioirò per i tuoi comandi
che ho amati.
Alzerò le mani ai tuoi precetti che amo,
mediterò le tue leggi.

Ricorda la promessa fatta al tuo servo,
con la quale mi hai dato speranza.
Questo mi consola nella miseria:
la tua parola mi fa vivere.
I superbi mi insultano aspramente,
ma non devìo dalla tua legge.
Ricordo i tuoi giudizi di un tempo, Signore,
e ne sono consolato.
M'ha preso lo sdegno contro gli empi
che abbandonano la tua legge.
Sono canti per me i tuoi precetti,
nella terra del mio pellegrinaggio.
Ricordo il tuo nome lungo la notte
e osservo la tua legge, Signore.
Tutto questo mi accade
perché ho custodito i tuoi precetti.

La mia sorte, ho detto, Signore,
è custodire le tue parole.
Con tutto il cuore ti ho supplicato,
fammi grazia secondo la tua promessa.
Ho scrutato le mie vie,
ho rivolto i miei passi verso i tuoi comandamenti.
Sono pronto e non voglio tardare
a custodire i tuoi decreti.
I lacci degli empi mi hanno avvinto,
ma non ho dimenticato la tua legge.
Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode
per i tuoi giusti decreti.
Sono amico di coloro che ti sono fedeli
e osservano i tuoi precetti.
Del tuo amore, Signore, è piena la terra;
insegnami il tuo volere.

Hai fatto il bene al tuo servo, Signore,
secondo la tua parola.
Insegnami il senno e la saggezza,
perché ho fiducia nei tuoi comandamenti.
Prima di essere umiliato andavo errando,
ma ora osservo la tua parola.
Tu sei buono e fai il bene,
insegnami i tuoi decreti.
Mi hanno calunniato gli insolenti,
ma io con tutto il cuore osservo i tuoi precetti.
Torpido come il grasso è il loro cuore,
ma io mi diletto della tua legge.
Bene per me se sono stato umiliato,
perché impari ad obbedirti.
La legge della tua bocca mi è preziosa
più di mille pezzi d'oro e d'argento.

Le tue mani mi hanno fatto e plasmato;
fammi capire e imparerò i tuoi comandi.
I tuoi fedeli al vedermi avranno gioia,
perché ho sperato nella tua parola.
Signore, so che giusti sono i tuoi giudizi
e con ragione mi hai umiliato.
Mi consoli la tua grazia,
secondo la tua promessa al tuo servo.
Venga su di me la tua misericordia e avrò vita,
poiché la tua legge è la mia gioia.
Siano confusi i superbi che a torto mi opprimono;
io mediterò la tua legge.
Si volgano a me i tuoi fedeli
e quelli che conoscono i tuoi insegnamenti.
Sia il mio cuore integro nei tuoi precetti,
perché non resti confuso.

Mi consumo nell'attesa della tua salvezza,
spero nella tua parola.
Si consumano i miei occhi dietro la tua promessa,
mentre dico: «Quando mi darai conforto?».
Io sono come un otre esposto al fumo,
ma non dimentico i tuoi insegnamenti.
Quanti saranno i giorni del tuo servo?
Quando farai giustizia dei miei persecutori?

Mi hanno scavato fosse gli insolenti
che non seguono la tua legge.
Verità sono tutti i tuoi comandi;
a torto mi perseguitano: vieni in mio aiuto.
Per poco non mi hanno bandito dalla terra,
ma io non ho abbandonato i tuoi precetti.
Secondo il tuo amore fammi vivere
e osserverò le parole della tua bocca.

La tua parola, Signore,
è stabile come il cielo.
La tua fedeltà dura per ogni generazione;
hai fondato la terra ed essa è salda.
Per tuo decreto tutto sussiste fino ad oggi,
perché ogni cosa è al tuo servizio.
Se la tua legge non fosse la mia gioia,
sarei perito nella mia miseria.
Mai dimenticherò i tuoi precetti:
per essi mi fai vivere.
Io sono tuo: salvami,
perché ho cercato il tuo volere.
Gli empi mi insidiano per rovinarmi,
ma io medito i tuoi insegnamenti.
Di ogni cosa perfetta ho visto il limite,
ma la tua legge non ha confini.

Quanto amo la tua legge, Signore;
tutto il giorno la vado meditando.
Il tuo precetto mi fa più saggio dei miei nemici,
perché sempre mi accompagna.
Sono più saggio di tutti i miei maestri,
perché medito i tuoi insegnamenti.

Ho più senno degli anziani,
perché osservo i tuoi precetti.
Tengo lontano i miei passi da ogni via di male,
per custodire la tua parola.
Non mi allontano dai tuoi giudizi,
perché sei tu ad istruirmi.
Quanto sono dolci al mio palato le tue parole:
più del miele per la mia bocca.
Dai tuoi decreti ricevo intelligenza,
per questo odio ogni via di menzogna.

Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino.
Ho giurato, e lo confermo,
di custodire i tuoi precetti di giustizia.
Sono stanco di soffrire, Signore,
dammi vita secondo la tua parola.
Signore, gradisci le offerte delle mie labbra,
insegnami i tuoi giudizi.
La mia vita è sempre in pericolo,
ma non dimentico la tua legge.
Gli empi mi hanno teso i loro lacci,
ma non ho deviato dai tuoi precetti.
Mia eredità per sempre sono i tuoi insegnamenti,
sono essi la gioia del mio cuore.
Ho piegato il mio cuore ai tuoi comandamenti,
in essi è la mia ricompensa per sempre.

Detesto gli animi incostanti,
io amo la tua legge.
Tu sei mio rifugio e mio scudo,
spero nella tua parola.
Allontanatevi da me o malvagi,
osserverò i precetti del mio Dio.
Sostienimi secondo la tua parola e avrò vita,
non deludermi nella mia speranza.
Sii tu il mio aiuto e sarò salvo,
gioirò sempre nei tuoi precetti.
Tu disprezzi chi abbandona i tuoi decreti,
perché la sua astuzia è fallace.
Consideri scorie tutti gli empi della terra,
perciò amo i tuoi insegnamenti.
Tu fai fremere di spavento la mia carne,
io temo i tuoi giudizi.

Ho agito secondo diritto e giustizia;
non abbandonarmi ai miei oppressori.
Assicura il bene al tuo servo;
non mi opprimano i superbi.
I miei occhi si consumano nell'attesa della tua salvezza
e della tua parola di giustizia.
Agisci con il tuo servo secondo il tuo amore
e insegnami i tuoi comandamenti.

Io sono tuo servo, fammi comprendere
e conoscerò i tuoi insegnamenti.
E' tempo che tu agisca, Signore;
hanno violato la tua legge.
Perciò amo i tuoi comandamenti
più dell'oro, più dell'oro fino.
Per questo tengo cari i tuoi precetti
e odio ogni via di menzogna.

Meravigliosa è la tua alleanza,
per questo le sono fedele.
La tua parola nel rivelarsi illumina,
dona saggezza ai semplici.
Apro anelante la bocca,
perché desidero i tuoi comandamenti.
Volgiti a me e abbi misericordia,
tu che sei giusto per chi ama il tuo nome.
Rendi saldi i miei passi secondo la tua parola
e su di me non prevalga il male.
Salvami dall'oppressione dell'uomo
e obbedirò ai tuoi precetti.
Fà risplendere il volto sul tuo servo
e insegnami i tuoi comandamenti.
Fiumi di lacrime mi scendono dagli occhi,
perché non osservano la tua legge.

Tu sei giusto, Signore,
e retto nei tuoi giudizi.
Con giustizia hai ordinato le tue leggi
e con fedeltà grande.
Mi divora lo zelo della tua casa,
perché i miei nemici dimenticano le tue parole.
Purissima è la tua parola,
il tuo servo la predilige.
Io sono piccolo e disprezzato,
ma non trascuro i tuoi precetti.
La tua giustizia è giustizia eterna
e verità è la tua legge.
Angoscia e affanno mi hanno colto,
ma i tuoi comandi sono la mia gioia.
Giusti sono i tuoi insegnamenti per sempre,
fammi comprendere e avrò la vita.

T'invoco con tutto il cuore, Signore, rispondimi;
custodirò i tuoi precetti.
Io ti chiamo, salvami,
e seguirò i tuoi insegnamenti.
Precedo l'aurora e grido aiuto,
spero sulla tua parola.
I miei occhi prevengono le veglie
per meditare sulle tue promesse.
Ascolta la mia voce, secondo la tua grazia;
Signore, fammi vivere secondo il tuo giudizio.
A tradimento mi assediano i miei persecutori,
sono lontani dalla tua legge.
Ma tu, Signore, sei vicino,
tutti i tuoi precetti sono veri.
Da tempo conosco le tue testimonianze
che hai stabilite per sempre.

Vedi la mia miseria, salvami,
perché non ho dimenticato la tua legge.
Difendi la mia causa, riscattami,
secondo la tua parola fammi vivere.
Lontano dagli empi è la salvezza,
perché non cercano il tuo volere.
Le tue misericordie sono grandi, Signore,
secondo i tuoi giudizi fammi vivere.
Sono molti i persecutori che mi assalgono,
ma io non abbandono le tue leggi.
Ho visto i ribelli e ne ho provato ribrezzo,
perché non custodiscono la tua parola.
Vedi che io amo i tuoi precetti,
Signore, secondo la tua grazia dammi vita.
La verità è principio della tua parola,
resta per sempre ogni sentenza della tua giustizia.

I potenti mi perseguitano senza motivo,
ma il mio cuore teme le tue parole.
Io gioisco per la tua promessa,
come uno che trova grande tesoro.
Odio il falso e lo detesto,
amo la tua legge.
Sette volte al giorno io ti lodo
per le sentenze della tua giustizia.
Grande pace per chi ama la tua legge,
nel suo cammino non trova inciampo.
Aspetto da te la salvezza, Signore,
e obbedisco ai tuoi comandi.
Io custodisco i tuoi insegnamenti
e li amo sopra ogni cosa.
Osservo i tuoi decreti e i tuoi insegnamenti:
davanti a te sono tutte le mie vie.

Giunga il mio grido fino a te, Signore,
fammi comprendere secondo la tua parola.
Venga al tuo volto la mia supplica,
salvami secondo la tua promessa.
Scaturisca dalle mie labbra la tua lode,
poiché mi insegni i tuoi voleri.
La mia lingua canti le tue parole,
perché sono giusti tutti i tuoi comandamenti.
Mi venga in aiuto la tua mano,
poiché ho scelto i tuoi precetti.
Desidero la tua salvezza, Signore,
e la tua legge è tutta la mia gioia.
Possa io vivere e darti lode,
mi aiutino i tuoi giudizi.
Come pecora smarrita vado errando;
cerca il tuo servo,
perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti.