ENCHANTED REA - FILLER 2

23 ottobre 2018 ore 20:07 segnala


(FILLER 2)



La belva venne ferita e un rivolo di sangue scuro e grumoso fuoriuscì
all’altezza della clavicola. Il cacciatore mostrò un sorriso arcigno,
prima che una zampata gli dilaniasse il grugno facendolo rovinare al
suolo, mezzo morto e senza volto. Quello che aveva mancato il colpo
restò a fissare il compare straziato a terra, inorridito: “Tu! C-cosa
sei?”, farfugliò.
Una pioggia di pietre investì quella cosa da ogni direzione e una
dozzina di persone incalzò levando le armi per fracassargli le ossa.
Un paio di grandi sassi arrivarono veloci e potenti sul bersaglio,
centrandolo prima nel cranio impellicciato d’argento e rubino, poi
nel torace che si accasciò riducendolo inerme sulle ginocchia.
Quattro uomini si avventarono rabbiosi, impugnando una forca, una
pala, un pugnale e un martello; colpirono senza pietà urlando la loro
foga e ogni grido alimentava altre grida e altra forza; prima arrivò
un fendente di martello che incrinò la scatola cranica, poi la forca
affondò nel petto, il pugnale lacerò dove riusciva e la pala infierì
dappertutto perché la furia era incontrollabile e la paura era anche
peggio. Così continuarono e così finirono finché non restarono un
corpo massacrato e quattro facce schizzate di rosso.
“N-non sei più niente”, osservò il cacciatore ancora farfugliante di
spavento, “Niente!”.
Nume guardò tutta la scena e non riuscì più a capire quale fosse
stata la bestia in quella lotta.
La marmaglia di gente sulla strada gridò per la vittoria. Il
cacciatore e gli altri, entusiasti della rivalsa, fecero per spostare
la carcassa di lupo e liberare Squarciatorsi che respirava a fatica.
Un brontolio di ringhi però smorzò gli animi.
Almeno due dozzine di uomini si voltarono a guardarsi attorno e
almeno venti belve apparvero ai loro sguardi; dietro gli angoli e
sopra ai tetti, venti paia di occhi d’oro scrutavano la massa come
civette sopra un esercito di scarafaggi, venti paia di grandi
orecchie percepivano l’agitarsi di tante piccole bocche, e duecento
artigli affilati come lame avevano grattato la superficie del
villaggio nel fragore della morte. Quegli uomini erano tutti
condannati e non lo sapevano.
Isacca sentiva addosso gli occhi della creatura appollaiata sul tetto
del porcile, e se provava a spostarsi allora quella si spostava, e la
guardava, e la infilzava con l’ambra dello sguardo. Nume aveva capito
che sua madre fosse diventata una preda e che quei forti e deboli
cacciatori e contadini e maniscalchi sullo spiazzo fossero già morti,
sebbene camminassero ancora. “Non ci salveremo, vero?”.
“Non ci salveremo”, rispose suo padre.
Dall’alto quei mammiferi infernali scattarono sulla folla e così
anche gli altri, finora nascosti nell’ombra delle case, assalirono
qualsiasi figura puzzasse d’uomo. I primi quattro o cinque ad
accorgersi di quelle presenze vennero schiacciati al suolo dalle
bestie che saltarono giù dai tetti; bloccati in terra da quegli
immondi ferini, ebbero tempo appena per respirare il loro fiato e
farsi leccare dagli zampilli indorati di bava, poi vennero sbranati
dai morsi finché cessarono di sbracciarsi come i fragili scarafaggi
rovesciati che erano. Una delle conciatrici, che era rimasta sullo
spiazzo con un’aria di naturale sprovvedutezza mista al terrore,
venne afferrata da dietro e portata sottobraccio da una bestia, verso
una delle strade già scurite dal declino del sole; iniziò a
divincolarsi e cinguettare. Un vecchio cacciatore li inseguì e un
giovane armato di bastone, che poteva essere figlio alla conciatrice,
fece lo stesso, sbattendo i piedi in una corsa furibonda che gli
arrossava il viso; entrambi calpestarono alcuni corpi martoriati, e,
quando dai loro passi scaturì un tintinnio soffocato, solo il
cacciatore si inchiodò tornando indietro per raccogliere quella
sacchetta di monete stretta nella mano di una carampana moribonda che
sanguinava dal naso. Dopodiché riprese la sua caccia al suicidio.
L’intera famiglia Lebrecaia indietreggiò, costeggiando lo stradello
della porcilaia in cerca di una fuga silenziosa, ma uno stalliere si
avvicinava tenendo alta una grossa forca come fosse una lancia, con
gli occhi iniettati di sangue e pazzia. Si dirigeva proprio verso
Nume e i suoi cari, che allora si fermarono in un sussulto. Se quello
si fosse scagliato all’attacco, magari sarebbe stato il caso di
tramortirlo o ucciderlo; ma come? Erano tutti disarmati e Nume
mostrava la sua paura nell’evidente tremore di mani e gambe.
Nientemeno suo padre aveva un punto di domanda negli occhi, rivolti a
Isacca, che forse chiedevano aiuto sul da farsi a qualche Dio, forse
invece domandavano altro: perché? Perché si sentiva così inutile?
Oppure ormai tutti stavano perdendo il senno e lasciarsi andare alla
spirale dei decessi sarebbe stato più semplice. Forse.
La polvere di terra smossa ormai aveva riempito l’aria. Nella massa
di gente che colpiva o veniva colpita, scintillavano ferri e volavano
indumenti di carni. Chi correva verso est, subito dopo veniva
sbalzato a ovest e chi non tornava da dove era venuto allora era già
concime. Nel cielo alcune cornacchie iniziarono il loro inno alla
gioia, planando in cerchio nell’attesa di un pasto succulento;
gracchiavano e attendevano, e così pure alcuni uomini sgozzati,
gracchiavano e attendevano la morte.
L’uomo col forcone era ormai a pochi passi e incedeva col viso
contorto dalla foga; aveva la faccia rugosa e i pochi capelli giallo
perla di uno che aveva superato i cinquanta, tuttavia le braccia
scoperte e magre erano fasce di muscoli che si disegnavano di
venature a ogni movimento. Le grida provenienti dalla strada
soffocavano la sua voce, la bocca spalancata in un urlo. Si scagliò
caricando il braccio come una leva da balestra, mentre tutta la
famiglia era ormai costretta fra le lunghe mura del porcile e le
pareti delle case; scoccò il forcone e con grande sorpresa di tutti
esso mancò ogni bersaglio, o perlomeno mancò ogni bersaglio umano.
“Che il tuo Dio possa soffrire in ogni sua vita”, imboccò quello,
“finché ci saranno stelle su queste terre!”, e alle spalle di Nume si
alzò un latrato. L’arnese si era aggrappato malamente, con le sue
punte curve, all’addome di una belva che era in agguato a qualche
passo dalla famiglia. “Grazie al cielo”, sospirò Isacca. Il vecchio
stalliere bellicoso ignorò e passò in corsa i tre che erano rimasti
attoniti; incalzò quella mezza volpe di un demonio e afferrò subito
il manico della forca, spingendo con forza, trafiggendo bene le
carni. La creatura si afflosciò, gli artigli stridenti fra i rebbi,
le urla aspre; il corpo stopposo, selciato di vello sanguigno e
sanguinante, si contorceva: tuttavia quell’uomo non avrebbe tenuto a
bada la creatura ancora per molto.
“Gli Astri ci proteggono. Siano lodati!”. Isacca puntò il dito: forse
oltre quella bestia sopraffatta, percorrendo la strada fino alle mura
a sudest, non avrebbero trovato altri pericoli; si sarebbero
allontanati da Ozram fuggendo quel pandemonio di grida e nitriti, e
latrati e sangue.
Nume assecondò sua madre con un cenno del capo. Suo padre borbottò un
grugnito. Corsero a perdifiato scartando a lato il vecchio e la volpe
infernale, tenuta a terra col ventre perforato.
Si allontanarono abbastanza da passare cinque file di case, finché
iniziarono a vedere le mura di cinta.“Era tutto già deciso; c’è poco
da lodare!”, lamentò Belidioro, con un certo affanno nella voce ,
“Ecco perché c’era quella merda; avevano già deciso di attaccare il
villaggio, quei mostri. Lo sapevo io! era strana quella roba. Era
troppo strana quella roba! l’avevo detto io!”. Arrestò la corsa
tastandosi il petto, una fitta in una smorfia, lo sconforto nelle
parole ansimanti. “Quello che mi chiedo, però, è cosa vogliono da
noi”; si tenne curvo stringendo le mani sulle ginocchia, poi alzò
poco il capo e il suo sguardo cercò qualcosa nel cielo: “Cosa
vogliono da noi? Non rispondete mai, voi altri!”.
Nume fece per risistemare suo padre diritto sulle gambe. Non
avrebbero dovuto perdere altro tempo. Tuttavia, anche lui, quando era
possibile, per qualche istante si era fatto la stessa domanda, e la
risposta che si era dato era la più banale che avesse potuto
immaginare: erano bestie, uomini bestia, figli dell’oscurità
travestiti da volpi, in ogni caso erano animali e, gli animali,
facevano molte cose senza motivo; come i gufi che guardavano girando
la testa dappertutto invece di girare gli occhi, oppure quelle
formiche che rapivano le foglie. Ma era un’idiozia, un pensiero
banale e idiota, riformulò. Avrebbe dovuto essere l’eroe di uno dei
suoi sogni, in quel momento; forte e coraggioso e invincibile, così
ne avrebbe sterminati di demoni simili, eccome se li avrebbe
sterminati.
Ciononostante era ancora vivo, mentre molti uomini ben più prestanti
stavano morendo come zanzare al gelo.
Ormai avrebbero potuto avvicinarsi alle mura e percorrerle con
attenzione, fino a uscire dall’arcata meridionale, oppure
scavalcarle, aiutandosi a vicenda, e sparire nel sottobosco
orientale. Anche se fossero stati avvistati, pensava Nume, quelle
bestie sarebbero rimaste a banchettare al villaggio, se quello era il
loro scopo, perché tanti fagiani erano meglio di tre conigli, di cui
uno evidentemente vecchio e malconcio e un altro giovane e smunto.
Appena fecero per rincamminarsi, Isacca, che era dieci piedi più
avanti, esposta alle raffiche del nuovo inverno che demarcavano il
villaggio, venne urtata e sbalzata a lato con forza da una figura in
corsa; il viso coperto da un mantello sfrangiato e rovesciato in
avanti. Caddero una via l’altro in una coltre di polvere di terra.
L’uomo era vistosamente agitato quando si tirò in piedi, frettoloso,
ricacciandosi la mantella sulle spalle, e guardò i Lebrecaia, con gli
occhi allarmati, in stato confusionale e non senza una punta di
sollievo sul viso; tutti e tre lo riconobbero: era Squarciatorsi.
Non era morto, e, cosa ancora più sconcertante, non aveva un graffio!
Se non sul mantello ridotto a brandelli, che ormai sembrava più una
grossa foglia di fico. Doveva essere protetto bene da qualcuno lassù,
ponderò Nume, oppure avere molta fortuna, che per alcuni, fra i quali
suo padre, era la stessa cosa. Il cacciatore aveva sussultato:
“Dannazione! brutta baldracca! E voi due?”; puntando padre e figlio,
che erano uno sorretto dall’altro. “Cosa avete da guardare, voi
due?”. Strofinò i palmi, lerci e sbucciati dalla caduta, sui fianchi
della giubba, “Tanto, prima o poi andrete sottoterra, come gli
inutili topi di pozzo che siete. Il cielo non li merita quelli come
voi! Nossignore”. Quindi si asciugò frettolosamente la fronte madida
col braccio, assicurandosi, con una rapida occhiata a nord, verso le
piantagioni di cavoli da cui era probabilmente sbucato, che la causa
del suo panico non fosse nelle vicinanze, e riprese la folle corsa
superando la sommità delle mura e la sterpaia in fondo al pendio;
“Topi di pozzo, ecco cosa siete! Sissignore: topi di pozzo!”. La eco
dei suoi deliri sparì, come l’ultima e debole lancetta di sole da
sudovest, nella macchia nera in fondo al declivio. E tutti rimasero
zitti.
Era un miserabile bastardo, decise Nume.
Da qualche parte nel villaggio arrivavano grida gorgoglianti, forse
di trachee dilaniate, oppure di conati, e il vento portava il puzzo
di sangue già rappreso e feci -non quelle sparse dalle creature
volpi, ma quelle fresche di tanti temerari che avevano cessato di
vivere prima dei propri intestini-, in quello stradello aperto ai
boschi orientali.
Quando Isacca si ricompose, lamentando dolore al polso che doveva
aver risentito della caduta, il motivo della fuga di Squarciatorsi
apparve lì a nord, proprio sulla scia delle colture rovinate o
affondate dai passi pesanti del corpulento cacciatore in corsa; due
bestie di diverse dimensioni, una più esile e ricurva, dal pelo
brunito, coi tratti del viso però molto simili a quelli di un uomo,
l’altra si ergeva fiera sugli arti posteriori velati d’arancio, il
volto decisamente inumano, imitava un muso, mentre muoveva i passi
con la grazia di un pachiderma; avanzavano calpestando ogni cosa, e
ogni loro passo copriva almeno due di quelle impronte sui cavoli
infossati, portandosi dietro diverse mosche che a Nume sembravano
ipnotizzate, in un modo e in un moto innaturale, perché si
schiantavano su quelle pellicce in continuazione, senza mai
allontanarsi troppo, come fossero legate a una ragnatela di
sudditanza invisibile. Sebbene una creatura fosse più magra
dell’altra, erano comunque due colossi rispetto a un uomo di media
altezza e più si avvicinavano tanto più Nume sentiva vibrazioni di
angoscia nelle gambe. Non c’era più tempo per pensare o per
addolorarsi al silenzio degli dèi. Adesso dovevano correre, correre e
basta.
Isacca tirò su due lembi della lunga veste e li allungò sui fianchi,
annodandoli velocemente fra loro sulla pancia e stringendo forte,
ricavando così un abito più corto, almeno una spanna sopra le
ginocchia, che le permettesse di muoversi agilmente. “Dobbiamo
dividerci”, suggerì; “di affrontarli non se ne parla, tantomeno di
farci prendere tutti e tre”. Ma un fruscio improvviso sopra la testa
di Nume interruppe quel momento decisivo. La bestia dagli occhi d’oro
li aveva seguiti cavalcando le paglie dei tetti ed era arrivata alle
loro spalle, all’angolo di un tetto che aggettava proprio sul piccolo
slargo; saltò in alto coprendo ogni riflesso di cielo e cornacchie
negli occhi del giovane Nume, per poi ricadergli addosso un attimo
prima che egli potesse gridare aiuto. Una pioggia di pagliuzze
abbronzate riempì l’aria. Belidioro riuscì a fare due passi indietro,
evitando di essere travolto, ma subito si ributtò in avanti con uno
slancio sgraziato; “Figlio di una cagna! Lascialo!”, strillò con un
acuto stridio di disperazione nella voce, sferrando un calcio alle
costole sporgenti della belva appollaiata sul corpo del figlio, che
spingeva coi gomiti e gli stinchi ossuti nel tentativo di liberarsi,
e quella emise appena un leggero singulto.
Isacca, pure lei, fece per soccorrere Nume, anche se quanto aveva
proposto prima, cioè evitare di combattere e disperdersi, a quel
punto diventava una manovra non impossibile ma quantomeno
improbabile; a nord c’erano i due bestioni sempre più vicini che, se
fosse anche riuscita a correre con tutta la sua forza verso i boschi
a est, l’avrebbero tuttavia raggiunta, mentre a ovest, verso la via
dei cavatori e i suoi dintorni, ci doveva essere il grosso di quei
demoni senza nome, perché le grida non cessavano e quando cessavano
continuavano i latrati; poi, motivo non meno importante, era una
moglie e una madre, e gli Astri, prima o dopo, l’avrebbero comunque
accompagnata alla morte: da madre o da vedova, da schiava o da
vagabonda. Lei seguiva gli Astri e gli Astri seguivano lei. Forse.
Corse per quella breve distanza, determinata a fare qualsiasi cosa,
avesse anche potuto strappare via le orbite a quella creatura, ci
avrebbe provato, ma, quando si trovò a tu per tu con quegli occhi
vorticosi di miele, arrestò il passo e rimase inerte, stordita da una
sensazione d’inquietudine che le turbinò dentro come faceva lo
sguardo della volpe.
Nume riuscì a intravedere, dagli spazi fra le grosse e puzzolenti
dita artigliate che gli pressavano la faccia, un brillio di lussuria
negli occhi del mostro: esso desiderava quel corpo di donna. Era
quindi più umano di quanto sembrasse, quell’animale, oppure Nume non
le aveva ancora chiare le differenze fra uomini e animali? In ogni
caso la desiderava e in ogni caso Nume non era più la preda, perché
la presa sul suo volto si allentò, braccia e gambe infine si
liberarono, e l’ibrido si era levato su due zampe mostrandosi in
tutta la sua disordinata lucentezza di vello colorito e scolorito e
bramosia di vulva.
La preponderanza di Isacca scoppiò in una sorta di delirio: “Non me!
Non è me che prenderai! Invoco la veglia degli Astri! Non è me che
prenderai!”. Ma la belva era incantata, come poteva essere incantata
una creatura senza cuore, e sapeva di averla già presa, quella donna;
quella donna era sua, come erano d’altri tutte le altre donne di quel
villaggio, perché ognuno aveva la sua preda e ogni preda aveva il suo
destino, innestato o partorito, da se stessa o da qualcun altro.
Nume si rialzò scartando a lato le esili e muscolose zampe
dell’animale, proprio come un topo di pozzo che vedesse la luce oltre
la gabbia di mattoni, e per un secondo pensò al presagio di
Squarciatorsi: sarebbero morti tutti e il loro assassino era lì a un
passo, scuro e gigantesco e brillante; esso fece per lanciarsi verso
Isacca un attimo prima che qualche goccia d’acqua iniziasse a
piovere. Le nuvole si stavano mescolando e le cornacchie decisero di
restare a digiuno per un poco ancora. iniziarono a cadere i chicchi
di grandine, grossi come ghiande, che schioccavano sulle lanterne e
sui bracieri e sulle architravi, dando l’idea di una particolare
sonata funebre che anticipava le morti. Comunque le cornacchie si
allontanarono, in un lamentoso e sfiduciato gracchio di ritirata.
Belidioro non fu abbastanza svelto ad aggrapparsi alla creatura per
cercare di trattenerla, cosa che voleva assolutamente fare, perché
scattò in avanti con tanta foga che i suoi stivali slittarono sulla
terra umida costringendolo a protendere le mani per evitare la caduta
di faccia sul terreno. Quindi mancò la presa di parecchi piedi e
cadde ginocchioni. Nume, invece, era rimasto impietrito, sia perché
non era capace di gestire situazioni di lotta, se non nei suoi sogni,
ed era in verità pavido forse più del padre, sia perché il suo
sguardo era calamitato dalle altre due bestie, il pachiderma e lo
smilzo, ormai alle spalle di sua madre, che incedevano sotto gli
sputacchi di grandine. “Madre! Dietro di…”. Riuscì a urlare mezza
frase puntando il dito.
Isacca spalancò gli occhi e Nume colse la sua paura, trovando un
coraggio inaspettato: afferrò suo padre dietro per la cintola e lo
aiutò a rialzarsi alla svelta, mentre la belva occhi d’oro avvicinava
Isacca. Il vento si alzò e cominciò a mescolare i rumori e le grida e
gli odori, in un frastuono ovattato che puzzava di marcio; da qualche
parte arrivarono i nitriti dei ronzini, poi iniziò a distinguersi,
nel tamburellio della grandine, anche il crepitio dei loro zoccoli in
avvicinamento.
Padre e figlio si avventarono sulla bestia un attimo prima che essa
potesse afferrare Isacca, e Isacca si guardò velocemente alle spalle
per poi spostarsi lateralmente, costeggiando con la schiena il lato
di una casa di mattoni, sulla stessa via in cui il vecchio pazzo li
aveva precedentemente salvati. Adesso quel vecchio era ancora lì, ad
almeno sessanta piedi di distanza, riverso in una pozza scura che si
allargava tanto più la pioggia cadeva.
Il ghiaccio turbinò in manti opachi; trombe, d’aria e cristalli, e
poi il suono liquido delle urla distanti e vicine. Le schegge di
legno vorticarono nelle ceneri che vorticavano riflesse negli occhi
di Belidioro, quando i cavalli riempirono la via portandosi dietro
fumate di bracieri arrovesciati.




(CONTINUA E CONTINUA E CONTINUA)

QUEI MIEI 11 ANNI (RACCONTO SCRITTO A MACCHINA NEL 1992)

10 ottobre 2018 ore 02:40 segnala



Spolverare, spacchettare, scavare: a volte si torna indietro anche senza volerlo e per qualche momento, in quel momento, vorremmo restare così indietro, abbastanza da poter rivivere quel frammento.

Questo è il primo romanzo che iniziai a scrivere a undici anni con una vecchia macchina da scrivere appartenente a mio nonno, sulla quale passavo la maggior parte del tempo libero dopo la scuola: l'originale è battuto su fogli a righe scolastici che ancora profumano di ingenuità e voglia di sognare, volare, creare, vivere senza dimenticare.
Quando portai queste prime pagine a scuola, orgoglioso, per farle leggere alla mia maestra, beh... fu il momento in cui probabilmente decisi che potevo fare grandi cose: lei mi diede del bugiardo, asserendo che fosse impossibile avessi scritto io quelle righe e allora per me diventò impossibile che quella potesse darmi del bugiardo.
Nacque Oz, ma questa è un'altra storia.

Buona lettura.


IL PRINCIPE DELLA LUNA PIENA


Era il 1865 nella piccola cittadina di Jackson Ville, a confine tra Germania e Francia, ove si estende la grandissima e tetra “Foresta nera”. Molti parlavano di quella foresta come un luogo misterioso, dimora di ferocissimi lupi grigi. Altri, invece, raccontavano di leggende e dicevano che da qualche parte in quella foresta si aggirasse un terribile lupo mannaro.
Comunque nessuno sa se queste siano leggende o verità.
In quel tempo per via di queste storie il famigerato dottor Prisle Wacchynson studiava la licantropia e le conseguenze che avrebbe avuto sull’uomo.
Sabato 19 dicembre 1865. Robert Wallaby, studente all’università di Oxford, Londra, arrivò in Germania per terminare i suoi studi sul comportamento dei lupi. Arrivato alla stazione di Tiremberg con l’ultimo treno, si apprestò a prendere la prima carrozza che vide.
Salito, disse al cocchiere di portarlo nella cittadina confinante con la Francia (J.Ville), all’università, dove lo avrebbe aspettato il suo amico: il Dr. Prisle Wacchynson. Così avviandosi verso Jackson Ville il cocchiere fece alcune domande a Robert.
Gli chiese con voce cupa e profonda: -Sir, di dove è lei ?
Egli rispose: -Di Oxford signore, ma perché me lo chiede ?
L’uomo tacque.
Intanto arrivarono davanti alla macabra “Foresta nera”.
Il cocchiere fermò la carrozza, prese le valigie del ragazzo e le scaraventò a terra. Robert chiese stupefatto: -Ma perché ha fatto questo ?
La sola cosa che disse fu: -Farà bene a guardarsi le spalle.
Così l’uomo fece dietrofront con la carrozza e fuggì via con una nube di polvere dietro di sé. Rimasto solo, Robert, raccolse le sue valigie da terra e iniziò ad incamminarsi per un sentiero attraverso la foresta, che lo avrebbe portato direttamente a J.Ville. Intanto vide che l’orologio segnava le otto e si sarebbe dovuto affrettare perché non molto più tardi sarebbe calata la notte.
Gli alberi secolari lo facevano rabbrividire al solo sguardo.
Poco dopo la notte era calata e la luna era ormai alta, coperta solo da qualche nuvola, mentre il vento soffiava terribilmente forte; ma lo sconforto più grande era rappresentato dall’inizio di un temporale. Intanto da lontano scorse una luce fioca, proveniente da una vecchia casa, probabilmente. Avanzando cautamente arrivò davanti alla casa, bussò ma nessuno aprì.
Occhieggiando da una finestra notò che non vi era anima viva e si apprestò ad entrare. Con sua grande gioia Robert vide che il fuoco era acceso; posò le sue valigie e volle riscaldarsi, dato che la pioggia lo aveva inzuppato. Era passata ormai un’ora da quando si era appisolato dinnanzi al camino. Pian piano, ancora scombussolato, andò a scrutare attraverso i vetri della finestra e fu abbagliato da una bellissima e lucente luna piena. Comunque, anche se l’acquazzone era passato decise di trascorrere la notte nella baracca.
Stava per riaddormentarsi quando uno strano ed agghiacciante ululato lo fece sobbalzare. L’ululato si ripetè per ben sei volte mentre si avvicinava sempre di più. Robert ebbe una folle paura: riprese i suoi bagagli e si rimise in cammino per il sentiero. Non erano passati che pochi minuti quando una strana creatura simile ad un lupo di grande stazza gli balzò contro. Robert dalla paura rimase paralizzato a terra; la bestia digrignando i denti lasciò sgorgare dalle sue labbra un fiotto di bava, assumendo anche una posizione a quattro zampe: aveva gli occhi rossi come se delirasse. Con poche forze, Robert cercò di scappare ma la bestia gli sferrò un colpo con i suoi possenti artigli, ferendolo al petto. Fulmineamente il ragazzo tentò di prendere la pistola dalla giacca ormai sporca del suo stesso sangue, ma l’animale gli sferrò un altro colpo in viso. Robert stava per abbandonarsi del tutto quando all’improvviso si udì uno sparo e la bestia, con il suo ultimo respiro affannato, cadde a terra morta.
Con suo grande stupore Robert si voltò e vide un cacciatore che si trovava lì per caso. Il cacciatore diede la mano a Robert e lo aiutò ad alzarsi dicendo: -Era ora, quella fottutissima bestia è capitata proprio nelle mie mani; a proposito, come ti chiami giovanotto ?
Il ragazzo rispose:- R-R-R-R-Robert Wallaby. Mi vuole spiegare di che razza di animale si tratta ?
Il cacciatore rispose:- Beh, io non saprei, comunque potrebbe leggere questo annuncio se le interessa !
Il cacciatore porse il giornale a Robert, che sfogliando le pagine trovò la notizia con su scritto: “Vari cacciatori di Jackson Ville si sono messi d’accordo per battere ogni angolo della Foresta nera e trovare l’orribile bestia che già da qualche anno si aggirava nei paraggi”. Dopo aver letto quell’annuncio, R.W. decise di andarne a parlare con il dottor Wacchynson e di farsi visitare, per vedere le conseguenze che gli avrebbero portato quelle ferite. Robert chiese al cacciatore se, gentilmente, la mattina seguente lo avrebbe accompagnato a J.Ville.
Domenica 20 dicembre. Il sole splendeva brillantemente sul cielo della cittadina, mentre Robert correva a più non posso per andare all’università di Saint Just. Appena entrato, chiese alla segretaria dove si trovasse lo studio del Dr. Wacchynson. La signorina gli rispose: -Vediamo un po’ ! Ah, si ! Ha lasciato l’università proprio ieri mattina presto, comunque ha lasciato un messaggio per un certo Wallaby.
-Oh, sono proprio io, vado subito !
Aperta la porta dello studio, con suo grande stupore, vide che i libri, i documenti ed i vari appunti erano completamente stracciati; per terra una bottiglietta con su scritto “Lupus in Fabula”. Era accaduto qualcosa di orrendo ! E del messaggio non vi era alcuna traccia, ma decise comunque di portare la bottiglietta con sé.
In un primo momento decise di lasciare i suoi bagagli nel Motel “Royal” di Jackson Ville, dopodiché si sarebbe incamminato verso la vecchia casa del cacciatore situata nel cuore della foresta.
Raggiunta l’abitazione dell’uomo, bussò e venne accolto da costui con grande sorpresa. Robert, anche se rimasto senza fiato, trovò le parole per dirgli: -senta, buon uomo, sa tradurmi la scritta su questa bottiglietta ?
Il cacciatore rispose:- Ma tu non sei il ragazzo che ho aiutato ieri notte ?
Robert annuì facendo cenno con il capo. Il cacciatore lo accontentò dicendogli: -Non riesco a crederci ! qui sopra c’è scritto, ma forse tu non mi crederai, “licantropia genetica”.
Robert, stupito, rispose:- Solo ora capisco come mai lo studio del Dr.Wacchynson era così in disordine !
Il cacciatore tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un fogliettino poco rovinato e lo diede al ragazzo dicendogli: -L’ho trovato in mano a quella bestiaccia pelosa, ed è intestato a te.
Il ragazzo esclamò: -Come sospettavo, qui vi è scritto “Caro Robert, confrontando i vari gruppi sanguigni di due licantropi da me ritrovati ai margini della Foresta nera, ho trovato una specie di ricetta in grado di alterare geneticamente ogni parte del corpo facendogli assumere sembianze lupesche; ora ti saluto. P.W.”.
Il cacciatore chiese a Robert cosa significasse tutto questo ma Robert rispose:- Ora non posso spiegarti, ti saluto.
Mentre si incamminava verso la cittadina più vicina, per concedersi un po’ di riposo, si sentì stranamente bruciare il petto mentre un po’ di sangue fuoriuscì dalla ferita sul viso.
A poco a poco le forze lo abbandonarono, fino al momento in cui svenne.
Dopo varie ore, riaprendo gli occhi, si accorse di essere in un ambiente alquanto anomalo:
-Ma dove diavolo… ?
Robert notò di trovarsi in una stanza con una finestra che affacciava su un giardino verdeggiante.
Ad un tratto, dalla porta entrò una signorina che fin dal primo sguardo affascinò Robert; ella posò la propria cartellina sul comodino affiancato al letto del ragazzo e gli chiese con voce dolce: -Tutto bene signor Wallaby ?
Il ragazzo rispose di si e imbarazzato ribattè:- Come mai mi trovo qui ?
-Si trova nell’ospedale di “Santa Claire”, perché ieri mattina verso le undici ha avuto degli strani disturbi, per via delle sue ferite.
Cominciando a ricordare qualcosa, il ragazzo volle anche sapere se avevano analizzato un po’ del sangue che aveva perso dalla ferita; la ragazza andò a controllare e rientrò nella stanza insieme al dottor Stevenson, noto chirurgo di J.Ville, con in mano un piccolo contenitore analitico.
Il ragazzo domandò:- Cos’è quello ?
Il dottore rispose:- Il risultato delle sue analisi, e come ho potuto capire nel suo sangue vi sono degli strani ormoni che si moltiplicano con una velocità incredibile.
Robert sbalordito rispose di non credere alle sue parole; il dottore lo contrariò mostrandogli la sua cartella clinica. Robert vide che vi era scritto anche che la notte precedente, inconsciamente, aveva dimostrato una notevole forza aggressiva ed uno strano liquido biancastro gli era scivolato dalla bocca fino a bagnare le lenzuola.
Imbestialito, Robert, si vestì in fretta e furia e di corsa lasciò l’ospedale. Decise, dato che il dottor Wacchynson ormai era morto, di avviarsi verso il porto e salpare per la Gran Bretagna con la “Big Nelson”.
Dopo aver preso tutti i suoi bagagli da dove li aveva lasciati, andò al porto con una carrozza. Dopo due ore arrivò al porto, salutò l’uomo che lo aveva accompagnato e si inoltrò attraverso la marea di persone che attendevano in fila per pagare il biglietto.
Preso il biglietto e salito a bordo, Robert decise di andarsi a riposare nella sua cabina. Dormì fino a l’una di notte finché lo svegliò quel solito dolore al petto. Robert si alzò di scatto e si accorse con malcontento di sentirsi bruciare le mani. All’improvviso un urlo uscì dalla sua bocca, mentre le unghie si andavano pian piano allungando fino a lacerare la pelle delle sue dita. Intanto un’infinità di peli gli crescevano sulle braccia, mentre esse si deformavano a tal punto da diventare come zampe di un grande lupo.
Il viso si stava riempiendo di tagli e rughe fino al momento della sua conformazione, la quale lo allungò fino a fargli assumere la forma del muso di una terribile bestia. Le orecchie sembravano volersi allungare per proprio conto, mentre l’allineamento dei denti cambiava ogni secondo di più.
Dai suoi occhi uscivano delle lacrime, come se volesse fermare quel terribile incubo e la sua schiena veniva curvandosi sempre più, nel momento in cui Robert cadde a terra e con un terribile ringhiare capì che non aveva più niente di umano. La luna piena risplendeva sul cielo dell’Atlantico e nessuno sapeva dello spaventoso incombere che si aggirava sulla nave.
Il capitano Nelson si rivolse al suo cane:- Ma che cavolo hai da abbaiare, per i sette mari !
Il cane iniziando a ringhiare si mise a correre verso l’altro lato della nave.
Il capitano non si accorse neanche dello strano comportamento di Moby e se ne restò tranquillamente sulla propria sedia fischiettando. Ad un certo punto il cane non si sentì più abbaiare, ma bensì guaire; esso vide gli occhi infuocati del lupo mannaro che prendendolo con i suoi lunghi artigli lo trapassò dal torace fino alla schiena, mentre con le sue zanne gli si avventò alla gola strappandogli la giugulare.
Nelson, nel frattempo, vedendo che il suo cane non faceva più ritorno nella sala comandi, si innervosì e alzandosi dalla sedia decise di andare a controllare. Mentre vagava per il corridoio centrale udì una specie di respiro molto profondo.
Entrato nell’ala ovest della nave sentì un odore che assomigliava a quello della carne putrida; continuando a camminare, inciampò in qualcosa di molle e per via del buio non capì cos’era. Dopo aver acceso la luce, vide che Moby era disteso a terra con il torace trapassato da parte a parte e la giugulare lacerata in un bagno di sangue.
Un brivido di freddo e di paura lo percorse per tutta la schiena. Nell’istante in cui si girò, notò di trovarsi dinnanzi ad una terribile creatura con il sangue del povero Moby che gli colava dalla bocca. Il capitano pensò: “Oh Dio mio ! che razza di scherzo è mai questo ? Ah, ho capito ! deve essere un nuovo film dell’orrore che stanno girando proprio su questa nave”. Con uno scherno di risata si voltò e se ne volle andare. Stava facendo un solo passo, quando l’enorme licantropo con una zampata gli mutilò una gamba in modo da farlo cadere per terra. Nelson cercò di scappare affidandosi alla gamba che gli era rimasta, ma senza successo per via della rapidità del lupo che sferrandogli un altro colpo sul viso lo sfregiò; lasciandolo senza tregua lo azzannò al ventre facendogli fuoriuscire le interiora. Infine, con un secondo morso al collo il sangue schizzò su tutte le pareti con una pressione incredibile. Dopo qualche istante, la bestia cadde a terra e con una metamorfosi simile alla precedente ridivenne umana.
Lunedi 21 dicembre. Stranamente Robert capì di trovarsi nella sua camera, mentre un uomo dall’aspetto incerto disse al ragazzo:- Sveglia ! siamo giunti al porto di Dover.
Ed egli:- ah, si ! mi preparo e arrivo subito.


E ANCORA SORRIDO A PENSARCI, CONTINUANDO A SCRIVERE!

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« immagine » Spolverare, spacchettare, scavare: a volte si torna indietro anche senza volerlo e per qualche momento, in quel momento, vorremmo restare così indietro, abbastanza da poter rivivere quel frammento. Questo è il primo romanzo che iniziai a scrivere a undici anni con una vecchia macch...
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10/10/2018 02:40:58
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ENCHANTED REA - FILLER 1

01 agosto 2018 ore 23:46 segnala



Che dite, lo finiamo questo romanzo? Che poi fa un po' così eh...

(FILLER)

Quando Nume pensava al proprio Dio, era solito immaginarlo buono e
premuroso; magari era stato un onesto artigiano oppure un umile
soldato. Fosse stato anche un ladro infame, considerò, era comunque
sicuro che non facesse parte di uno dei cento del Grande Buio e
almeno per questo si sentiva allietato. Quando i suoi occhi puntavano
in alto, guardavano oltre il tetto del mondo e gli parlavano,
talvolta ringraziando per un pasto, altre volte chiedendo perdono per
aver bevuto vino o birra più del necessario, in ogni caso aspirando a
risposte che non arrivavano mai.
Appena entrato nel suo alloggio si inginocchiò ai piedi della branda
con la volontà di pregare; avrebbe intonato una lode questa volta, ma
il pensiero ricadde sulla muraglia dei cento e sui Vulpidi e su
Ozram.
“Cento figli per cento bestie”, mormorò. Chiuse gli occhi e riesumò
tutto.



Il villaggio di Ozram quel giorno era particolarmente chiassoso,
perché un gruppo di sette uomini aveva catturato un lupo di Loda
vivo, e l’intenzione era quella di domare la grossa belva; sarebbe
stata un simbolo rispettabile e un cospicuo aiuto durante la
venagione di piccoli animali.
Il lupo venne recluso provvisoriamente nel porcile, dove certamente
vennero tolti i legacci dalle zampe e dal muso e furono sostituiti
con una grossa catena fissata al muro e poi fasciata attorno al collo
voluminoso: i maiali iniziarono un coro di grugniti lamentosi. Quando
i versi dei cacciatori e del lupo furono estinti, restò solo il
bofonchiare dei porci e tutti e sette gli uomini uscirono dalla porta
coi volti marchiati di compiacimento.
Guardando oltre la porcilaia, a sudest, in lontananza, spiccava la
chioma della mastodontica quercia che spesse volte era stata motivo
di discussioni: qualcuno sosteneva fosse sacra e quindi sarebbe
stato meglio non farsi avanti; “E’ un miraggio!” dicevano altri,
raccontando che, quando avevano provato ad avvicinarsi, essa si era
invece allontanata ed era perciò impossibile raggiungerla. Secondo
Nume erano tutte storie, allora pensò che un giorno sarebbe riuscito
a toccarne la spessa corteccia, ne avrebbe staccato pure un pezzo che
avrebbe riportato a Ozram, e così le donne e gli uomini del
villaggio, anche quelli più aitanti, lo avrebbero guardato con occhi
diversi dai soliti:rimase a contemplarne le fronde, alte nel cielo.
E’ un sogno e bisogna credere nei sogni, meditò, perché i sogni hanno
formato l’uomo e allora l’uomo grazie a essi può formare la propria
vita e giustificarne l’esistenza, modificando gli eventi e le vite
altrui in un modo migliore. Sì! Cambierò le cose! Si disse.
Ozram era un villaggio di modeste dimensioni, tuttavia aveva
raggiunto una certa fama negli ultimi anni. Era il paesello dei
cacciatori, del vino e delle passeggiatrici; queste girellavano dal
mattutino in cerca di poche Reae che avrebbero poi speso oltre i
confini di Dorothil, dove sorgevano le mura alte delle grandi città e
delle grandi cattedrali.
Quando la donna si avvicinò, Nume le rivolse una guardata verginale e
rimase composto con le mani ossute appese alla cintola. Lei invece
aveva un certo brillio negli occhi (e tra i seni sudati, ricordò
ora); passeggiava muovendo i fianchi in una lenta danza, facendo
trillare le monete nel sacchettino legato alla vita. Sulla fronte le
ricadevano riccioli scuri e morbidi, oscillanti a destra e sinistra
al ritmo dei suoi passi, mentre il suo sguardo cercava il consenso
dei peccatori. Non era la più bella tra le donne, ma aveva il fascino
impudico, sugli zigomi sporgenti e sulle labbra perlate e sicuramente
fra quelle cosce selvagge dove teneva il motivo di tanto tintinnio.
Quando fu abbastanza vicina, per un attimo si rivolse a Nume e lo
contemplò, dagli scarponi luridi alla testa già rada, per poi
fermarsi sulla faccia foruncolosa e scoprire che non poteva avere più
di diciotto anni, mentre lui arrossiva imbarazzato. Poi quella si
voltò rapidamente, dopo aver storto la bocca in una rapida
espressione di disgusto. Si avviò verso le case dei conciatori.
“Tanto non volevo…”, aveva mugugnato lui, cercando di darsi un tono
ardito che invece morì in una cantilena lamentosa. Poi scosse la
testa e ritornò al suo sognare.
Viste le misure discrete, Ozram era più simile a un ammasso di case e
laboratori che non a una città, quindi tutto era stato costruito
senza studiare un piano regolatore. Attorno alle strutture in legno
c’era una cinta muraria che venne eretta per ultima, nel mezzo una
strada principale che era stata conservata dacché era lì a segnare la
via ai cavatori dei tempi andati, e in disparte vicino alle mura
occidentali c’era una piccola chiesa in pietra costituita da tre
navate più l’abside, oltre a un semplice nartece esterno. La chiesa
aveva ospitato i credenti nell’esistenza di un solo e onnipotente
Dio, cosa che finì per diventare improbabile nei pensieri del popolo,
quindi venne sconsacrata con l’avvento del Doganesimo, quando tutti
furono felici di assecondare l’esistenza di divinità individuali
fallibili a cui poter attribuire grazie e colpe più ragionevolmente.
L’ultimo rito che celebrò fu quello per la sacra unione in matrimonio
fra i genitori di Nume: Belidioro e Isacca Lebrecaia; Isacca, che non
credette mai nel Doganesimo, continuò a prestare fede non più in un
solo Dio bensì nel Concilio degli Astri, cioè nell’entità che,
secondo le leggende della terra prima delle terre, era sopra a tutto
e sopra anche agli dèi.
“Arte-virgea: (“Terra vergine”, lesse nei ricordi Nume) Virgea-paorp
harea dies, Virgea-paorp myral arte”, era scritto su una lesena
esterna alla facciata del nartece; a parte quello, della vecchia
chiesa non rimase altro che la pesante carcassa svuotata della
mobilia e delle preghiere, ora lasciata agli sguardi inconsistenti e
alle meno inconsistenti esalazioni di peti e letame provenienti dalla
stalla poco vicina.
Prima che il sole calasse, Nume aveva già immaginato decine di
situazioni diverse ma sempre pregevoli: prima era un mercante che
aveva importato le carote bianche dalle terre oltre i mari del nord,
ed era diventato ricco; poi era un cavaliere di Re Fedorel e aveva
combattuto caricando le prime linee e sterminando i nemici solo con
un pugnale, e dopo averlo perso aveva fatto lo stesso a mani nude;
un’altra volta aveva salvato la vita a una famiglia di pastori
affetta da dissenteria, sperimentando una pozione di vino e infuso di
verbasco e tormentilla, perché era un benestante medico lungimirante.
A ogni modo, nei suoi sogni Nume era sempre ricco, aveva folti
capelli dorati, sapeva sempre rispondere a tono e nessuno gli
intimava di stare zitto, anzi nessuno ci provava perché nei suoi
sogni lui era autorevole e tutti erano d’accordo col suo dire.
“Quando la smetterai di sognare a occhi aperti?” irruppe Isacca, con
le palpebre stanche sulle pupille marmoree e il sorriso generoso.
Intanto Nume guardava per la strada uno dei sette cacciatori che si
dedicava alla troia cingendole la vita e sussurrandole cose; non era
la riccioluta coscia lunga ma era un’altra più vecchia, più gonfia e
più avida, che gli rubava Reae dalla tasca in petto ogni qual volta
egli sporgeva lingua e labbra accostandosi all’orecchio di lei .
Portò l’attenzione su sua madre, mentre seguiva ancora la coppia con
lo sguardo: “Dovrei vivere a occhi chiusi? come quelli ?”.
Isacca li guardò, poi accolse suo figlio con un braccio e con
un’ennesima occhiata acuta. Forse pensò che dopotutto non era così
estraneo al mondo vero. Si raddolcì: “Perché non vai ad aiutare tuo
padre?”.
Allora lui abbassò gli occhi, sull’alluce che sbucava dallo stivale
lacerato.“Credete che col mio aiuto possa fare prima?”
Sua madre gli catturò ancora dolcemente lo sguardo, facendogli tirare
su il viso, passando le dita gentili sotto il suo mento.“Tu credi che
senza un aiuto possa fare prima?”.
Nume sorrise; “Sta bene”.
Fra le case vicine alla cinta occidentale c’era sempre cattivo odore.
Un po’ derivava dall’acqua stagnante dei dopo pioggia, che si
accumulava sempre sul perimetro pendente della vecchia chiesa.
Procedendo più a sud, fra le case tutte ammassate in un groviglio di
cordicelle e panni appesi che si tenevano per mano, l’odore tipico
diventava quello della cipolla e riusciva a coprire ogni altra
graveolenza.
Arrivando nei pressi della sua modesta abitazione, Nume immaginava di
trovare suo padre fuori dell’uscio, seduto sullo sgabello, sgorbia
alla mano, intento a rastremare le doghe di robinia stagionate; aveva
quasi terminato la quinta delle botti invendute e rimaste a
conservare l’umidità in casa. Invece quella volta lo vide poco più
lontano, sull’angolo meridionale della strada, che oscillava come un
pendolo piegato e guardava qualcosa in terra dalle due direzioni; poi
si grattava la nuca nell’unica piazzola glabra fra il mare di lunghi
e lanosi capelli argentati, e si incurvava di nuovo a osservare.
Quando Nume arrivò alle sue spalle, lo ascoltò lamentarsi. “Merda !”,
aveva esclamato.
“Che è successo?”, chiese.
Belidioro si voltò sbuffando, “Oh… Nume…”, con un accenno di
delusione nella voce, quasi gli si fosse parato di fronte l’ennesimo
problema della giornata, o di una vita intera. Indicò lì in terra,
spostandosi a lato di un passo: “C’è della merda!; guarda”. C’era un
piccolo cono di feci dal colore gialloverde proprio sotto i loro
occhi.
Nume scrollò le spalle, non percepiva nulla di eclatante in quella
scoperta.
Suo padre incalzò, piegandosi sulle ginocchia e invitandolo a
osservare più da vicino col palmo aperto verso la montagnola di
escrementi asciutti: “Questa roba è strana. E poi …”; si alzò di
scatto e protese il palmo davanti a sé, disegnando un mezzo cerchio
nell’aria con la mano, “… sta dappertutto. Ce ne sono almeno due
dozzine qui in giro. Stammi dietro.”. Si incamminò frettolosamente a
nordest verso la zona degli orti, e lui lo seguì.
Trovarono le deiezioni un po’ ovunque. Spesso avevano uguale forma
conica, altre volte sembravano più delle piccole torri, ma il colore
era sempre lo stesso. La consistenza invece cambiava: cioè notarono
che lo sterco era più fresco quanto più era vicino al centro del
villaggio, a volte addirittura fumava in lievissimi filamenti di
fetore pungente.
Dopo avere percorso gran parte del villaggio con le teste basse,
scoprendo che l’intera area era contaminata da quelle particolari
escrezioni, i due sbucarono sulla via dei cavatori, a pochi passi dal
porcile. Lì, poggiato a uno dei battenti in legno della parete
occidentale, c’era il cacciatore che tutti chiamavano Squarciatorsi:
nella caccia agli uccelli, la foga delle sue frecce sovente spezzava
in due il malcapitato volatile (e non era necessariamente un buon
affare). Era intento in qualche chiacchiera irrilevante, sicuramente;
riscaldato da una mantella di capra conciata e dal suo stoicismo,
ostentato negli occhi di ghiaccio. Vicino a lui, altri due di poco
conto. Uno era accompagnato dalla vecchia borsaiola e l’altro dalla
giovane svergognata. Sembravano alticci e ridevano di gusto; anche le
due donne ridevano, più ridevano e più i loro sacchetti di monete
scampanellavano.
Quando Squarciatorsi si accorse di Belidioro e Nume, squillò come una
tromba destando l’attenzione di tutti:
“Quale onore! il bottaio fallito e …” Si fermò con le nocche sotto il
mento sporgente, mimando un’attenta riflessione. Infine si rivolse
ghignante ai suoi compagni. “… ah, sissignore, non può essere altri
se non quell’inutile, miserabile, faccia di porco del figlio!”; la
eco dei suoi insulti si manifestò sui volti della combriccola, ormai
rossi e deformati dalle risate, poi arrivò alle orecchie di chi
passava per la via e che si fermò a guardare.
Anche i due donnaioli, ghignanti, si scagliarono. “Siete due
mongoloidi senza Dio!” Urlò il primo, “Già! e senza scarpe!”, rimarcò
il secondo, singhiozzando una risata catarrosa.
Padre e figlio restarono immobili, uno digrignava i denti e l’altro
aveva testa bassa. Ma fu lui, il giovane Lebrecaia, con gli occhi
persi nel suo stivale rotto, a rispondere a tono:
“Per lo meno, non ci facciamo derubare dalle puttane!”
Quella sferzata di coraggio illuminò suo padre, che lo avvicinò a sé
afferrandolo per un braccio in uno slancio di protezione.
I cacciatori, adesso scuri in volto, si interrogarono. Bisbigliarono
fra loro. Si tastarono le giubbe a vicenda e si spintonarono; finché
Squarciatorsi, dopo un’occhiata decisiva alle due donne, afferrò
entrambe al dorso del collo e le spinse con rabbia in terra come
inermi anatre pronte da spennare. “Se ciò che dici è vero, qualcuno
verrà scuoiato e qualcun altro avrà le sue cose indietro. Sissignore,
sarà senz’altro così.”, ringhiò estraendo un coltello. I suoi compari
furono d’accordo e subito impedirono alle prostitute di rialzarsi,
obbligandole sulle ginocchia a lato della strada.
Una decina di persone erano apparse a curiosare da una distanza di
sicurezza, certe che da lì a poco qualcuno avrebbe lasciato la sua
cara pelle. Anche Isacca si presentò all’appello, sbucò fra le case
dall’altro lato, disorientata, cercando di capire cosa stesse
succedendo; sicuramente non si accorse subito della presenza di
figlio e marito che erano laggiù, perché restò ferma a strizzare gli
occhi cercando di distinguere le sagome lontane.
Squarciatorsi si avvicinò a quelle stupide oche e tagliò atrocemente
vestiti e legacci là dove tenevano i loro sacchetti di denaro; la più
vecchia e corpulenta venne ferita sul fianco e lamentò il dolore, ma
venne zittita da un manrovescio: soppesando i due piccoli sacchi, era
evidente che la colpevole fosse lei, la più grassa che starnazzava
sanguinante dal naso. Gettò il bottino al suolo e la tirò per i
capelli arruffati, avvicinandole la lama alla gola scoperta: “Dunque
è vero! In tal caso…”, fece per scannarla.
“Fermo!” Gridò Nume, mandando in confusione l’aguzzino che allentò la
presa; “Non è stata lei!”.
Fu senz’altro una mossa poco ragionata, impulsiva oltre ogni fremito,
pensò, perché stava per mandare al macello la vacca sbagliata. Non
era comunque una vacca? che importava se fosse magra o grassa, se
fosse una vitella o una manza? comunque, era una vacca! e in ogni
caso quella l’avrebbe guardato schifata, ciondolando con quei
riccioli lucidi d’abisso al ritmo tintinnante dei benestanti! coi
suoi seni unti dagli sguardi libidinosi e le cosce frementi…!
“Quella! è stata quella lì!” Imperversò, indicando la più giovane;
“L’ho vista con i miei occhi mentre vi rubava delle Reae!”
La ragazza sgranò gli occhi e Nume vi lesse dentro la paura di una
morte ingiusta. La vecchia bagascia quindi venne lasciata a tossire e
soffiare sangue in terra ed entrambi i cacciatori si accanirono
sull’ormai presunta ladra. Uno le teneva la testa tirandole i capelli
e la domava affondandole il ginocchio fra le terga, costringendola
carponi. L’altro la centrò alla bocca dall’alto con un cazzotto
sinistro, che arrivò come un martello di ferro su una campana d’ossa.
Quella immediatamente svenne.
La gente tutto attorno iniziò a mormorare. Molti nuovi arrivavano da
ogni direzione. Alcuni indicavano padre e figlio, altri borbottavano
guardando i cacciatori. Isacca si avvicinava di gran carriera
facendosi largo fra i curiosi.
Il peggio doveva ancora accadere e Squarciatorsi era pronto a
terminare quell’opera di castigo. Si avvicinò rapido alla putta
svenuta agitando il coltello e mirò subito alla gola liscia e
pallida; “Che serva di lezione!”, tuonò risoluto. In quell’istante
dalla porcilaia si levarono dozzine di grugniti all’unisono e un gran
frastuono di rottura di tavole e rovesciare di secchi e urtare di
ferri; poi arrivarono i ringhi persistenti e ferini del lupo
catturato e il clangore della grossa catena che lo dominava.
Squarciatorsi si interruppe ancora, si irritò, divenne livido di
agitazione e tirò dritto oltre la ragazza per scorgere fra le assi
del porcile quale fosse il motivo di tanto chiasso. Pestò un
escremento proprio a fronte dei battenti e si rivolse al cielo che si
scuriva: “Mio Signore, oggi mi stai mettendo a dura prova!”.
Nel porcile i latrati divennero insistenti e, nella confusione di
quella lagna, il grosso lupo di Loda: un terribile rintronare di
catena su pietra su catena su pietra su catena fece tremare di
debolezza tutte le persone presenti; il ringhiare pure divenne
roboante e risuonò nei timpani come una slavina di terrore.
Un coro di sussulti si riaccese tra la folla e in gran parte gridava
di spavento: “Il lupo! il lupo si sta liberando!”. Taluni correvano
senza direzione, in preda al tremore del proprio corpo, certi avevano
gettato all’aria qualsiasi cosa tenessero in mano e scattarono con
foga dietro qualche angolo di muro o carretto di legno o uomo più
robusto; “Il lupo si sta liberando!”, continuavano a sgolarsi tutti,
“Il lupo si sta liberando!”.
Squarciatorsi si era ormai affacciato alle imposte e cercava di
guardare negli spazi aperti fra le tavole inchiodate.
In quel pandemonio di agitazione e proteste, una voce di donna
esplose dal centro della strada: “Il lupo non riesce a liberarsi! è
questo il guaio!”.
Nume e suo padre, che ancora non si erano mossi, si voltarono per
scoprire Isacca ferma in mezzo alla via che allarmava a gran voce;
“Non riesce! non riesce a liberarsi!”. La calca si interrogò, ma
nessuno ebbe tempo per darsi risposte: un guaito stridulo tagliò quel
chiasso universale, poi dalle assi della porcilaia volò fuori la
carcassa del grosso lupo di Loda che investì Squarciatorsi come una
pietra da catapulta, riducendolo inerme sotto un groviglio di legname
e pelliccia e carne tiepida. I cacciatori balzarono indietro
lasciando la giovane prostituta incosciente sul terreno. L’altra
aveva già strisciato abbastanza da essersi allontanata, e teneva i
sacchetti di Reae stretti nei pugni mentre ancora gattonava verso
l’altro lato della strada: i due fecero una smorfia indispettita ma
di colpo si rivoltarono verso la casa dei maiali e sguainarono i
coltelli per affettare il nemico invisibile.
Isacca era rimasta ferma con gli occhi sbarrati a indicare la
copertura del porcile. Doveva esserci qualcosa lassù. Nume e suo
padre fecero per raggiungerla e condivisero la sua visione alzando lo
sguardo verso le paglie del tetto: c’era una sagoma scura, pennellata
di porpora e buio, di dimensione probabilmente superiore a quella del
più alto degli uomini.
I familiari ritrovati restarono per pochi attimi a osservare. La
creatura sembrava snella, nonostante qualche tratto di manto ispido
che copriva le spalle larghe e le zampe anteriori aggrappate
all’architrave; le particolari orecchie a punta ricordavano quelle di
un pipistrello, anzi di una grande specie di volpe che era
appollaiata sul margine, che scrutava Isacca dalla distanza con gli
occhi colorati di miele come vortici d’oro nel cielo crepuscolare.
“Dobbiamo spostarci da qui!”, disse lei tremando dalle pupille alle
labbra.
Gli schiamazzi fecero accorrere il resto della popolazione di Ozram,
o perlomeno i più temerari. Qualcuno scosse le campanelle d’allarme
sull’arcata che spezzava la facciata nord delle mura, così arrivarono
anche gli altri cacciatori del villaggio. Quindi uscirono a decine da
ogni vicolo ed erano armati di archi, lance, martelli, e pale e
pugnali e ogni altro utile al combattimento. I bambini più piccoli
vennero tenuti al riparo nelle case e diverse donne rimasero a
badarli. La massa di persone decise a combattere si radunò sulla via
dei cavatori, urlando e mostrando le armi pronte a colpire a sangue.
Dalla finestra sfondata dal lupo morto, saltò fuori una figura
disumana atterrando ai piedi di Squarciatorsi, che non era del tutto
cosciente. Quella cosa ricordava un uomo, nella postura, ma aveva il
muso allungato dei canidi; gli artigli uncinati e le dita
scheletriche sotto le lunghe braccia appese, la schiena ricurva, il
collo magro e allungato, quasi tutto era ricoperto di una peluria
chiazzata di incrostazioni o altre rogne, che rifletteva sanguigna
negli sprazzi della penombra. All’altezza del coccige una
protuberanza di pelliccia informe come l’aborto di una coda. Ringhiò
un verso acuto sbavando fiotti di sostanza giallastra, mostrando una
dentatura di affilati spunzoni d’avorio innestati nelle gengive nere
come la pece.
I due donnaioli sbronzi si pararono di fronte all’orrenda belva. “Non
ci fai paura, cane!”, “Ora ti spelliamo!”, intimarono barcollando. Si
lanciarono all’attacco, scavalcando con un balzo impacciato il corpo
di Squarciatorsi e la carogna di lupo che lo copriva. Erano due
contro uno, sebbene la stazza di quest’ultimo compensasse
l’inferiorità numerica, in più erano armati di affilati pugnali e
abituati alle tecniche di attacco e difesa dei mammiferi anche di
grosse dimensioni; potevano contrastare facilmente l’animale. Erano
anche ubriachi, però, e quello non sembrava solo un semplice
mammifero di stazza eccezionale; pareva più il mandatario di un Dio
folle che aveva cresciuto un cuore di bestia col corpo di uomo, o
viceversa.
Uno arrivò furioso cercando di intaccare la carne della creatura con
un colpo tondo, magari perforandole un polmone, ma quella si spostò
rapidamente con un guizzo e lui colpì l’aria affianco a sé. L’altro,
che teneva il pugnale rovescio, fece un saltello di slancio e mirò a
infilzare dall’alto fra collo e spalla.
La zona si era riempita di persone tutte accalcate, ma lo sguardo
dell’entità sul tetto continuava a fissare Isacca e nessuno guardava
lassù o distoglieva gli occhi dal macello nella strada; e nessuno si
preoccupò della prostituta priva di sensi che ormai sembrava un
orpello da festa nella festa delle atrocità.


(PARTE E CONTINUA)

E allora? Fatemi sapere nei commenti se avete voglia di entrare davvero in questo mondo dall'inizio e conoscere la storia della terra fra le terre, della sua religione, dei sogni degli umani e delle debolezze delle divinità e quant'altro!


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« immagine » Che dite, lo finiamo questo romanzo? Che poi fa un po' così eh... (FILLER) Quando Nume pensava al proprio Dio, era solito immaginarlo buono e premuroso; magari era stato un onesto artigiano oppure un umile soldato. Fosse stato anche un ladro infame, considerò, era comunque sicuro ...
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LA SOLITA SCUSA

28 luglio 2018 ore 00:15 segnala



C'è un grido nel silenzio
che mi riporta a te
quell'oasi nel deserto
ma adesso penso che
se è vero che il tempo ripari qualcosa
un altro giorno passato è una solita scusa

Mi sento vuoto come
un cuore fatto d'aria che, sospeso
su questa storia immaginaria
ci urla addosso senza fiato
ma non dice niente e poi sorride...inutilmente

Senza te il cielo ha le vertigini e s'aggrappa a una fotografia di noi
Sono qui: le mie mani invecchiano, ti cercano e non stringono le tue

L'orgoglio è un sole spento
nel mare dei perché:
la pace nel tormento
ma adesso penso che
se è vero che in fondo l'amore è una ruota
quest'ultimo giro che ha fatto è una solita scusa

Non credo alle parole:
non dirmi che domani passerà, perché domani è già passato;
e si ferma il mondo
ma non resta niente e tutto cambia... facilmente

Senza te il cielo ha le vertigini e s'aggrappa a una fotografia di noi
Sono qui: le mie mani invecchiano, ti cercano e non stringono le tue
Sono qui: le mie mani invecchiano, ti cercano e non stringono le tue

Senza te

Senza te


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« video » C'è un grido nel silenzio che mi riporta a te quell'oasi nel deserto ma adesso penso che se è vero che il tempo ripari qualcosa un altro giorno passato è una solita scusa Mi sento vuoto come un cuore fatto d'aria che, sospeso su questa storia immaginaria ci urla addosso senza fiato m...
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28/07/2018 00:15:32
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Un po' di me, un po' di noi

17 giugno 2018 ore 02:58 segnala




Allora succede che di colpo ci si fermi, magari non proprio fisicamente quanto piuttosto cerebralmente, mica da stupidi (o forse sì); comunque ci fermiamo perché il mondo attorno ci sembra a un tratto sconosciuto: amici, famiglia, lavoro, amore, pinguini, leoni, ombrelli e stoviglie.
Ecco, io dico la mia perché il blog è mio e alla fine faccio sempre un po' come cazzo mi pare.
Ho cambiato sette case in dieci anni circa e ancora non ho trovato "casa". Rapporti genitoriali pressoché assenti per vent'anni. Decine di lavori diversi e un solo universo lavorativo in cui sguazzo per bene, la scrittura.
Come scrivevo in un testo musicale, che fa più o meno "ho cambiato mille vite senza mai una storia, una che mi avesse detto -questa è la tua storia-", sono arrivato alla consapevolezza che più schiaffi si prendono dalla vita e più viene voglia di stringere i pugni e tenere stretti i sogni, perché altrimenti si diventa un puntino fra miliardi, con una vita senza storia oppure una storia priva di vita.
Chi mi segue avrà notato che a lato del blog, sulla colonna di destra, c'è fra gli altri link una mia vecchia canzone intitolata "La solita scusa": ecco, a me quella canzone fa abbastanza cagare ma prendo l'inciso che dice "senza te il cielo ha le vertigini" e mi rendo conto che nel mio percorso di vita amorosa, senza scomodare pinguini e stoviglie, mi sono trovato ad avere le vertigini proprio quando ero in cielo, perché ho amato come difficilmente si riesce a fare consapevolmente.
Ora sto pensando un po' a ritroso: sette case, centosessanta donne, una ventina di lavori diversi, volevo fare il fumettista e sono riuscito a pubblicare roba, volevo fare TV e sono riuscito a partecipare a un reality, volevo fare lo scrittore e ho pubblicato e continuo a scrivere roba, vorrei sceneggiare un film e lo farò; è quindi vero che si può fare tutto ciò che si vuole nella vita?
Ultimamente mi è venuta in mente una frase che fa "ancora ci chiediamo come intelaiare le onde, o gli amori" e allora mi sono almeno un po' illuminato: sarà che questa continua ricerca di quella bugia con le gambe troppo lunghe, l'amore, riesce a distrarre e mettersi sempre al primo posto riducendoci alla schiavitù in questa ricerca deleteria di accettazione e stabilità? Sempre più spesso mi capita di sentire donne rispondere "sposarmi" quando chiedo "qual'è il tuo sogno?": perché? Perché non c'è nulla di più? nulla di più personale intendo.
Suppongo che l'essere umano debba provare in tutti i modi a tirar fuori le sue potenzialità, un po' come si desidera da bambini: voglio fare l'astronauta, il pompiere, la cantante, l'infermiera, l'attore, il poliziotto.
Probabilmente morirò tentando ma non riesco ad arrendermi all'idea di occupare uno spazio sulla terra senza dare qualcosa alla popolazione della terra, perché allora sì che mi sentirei egoista e inutile.
Continuo a scrivere per alleviare un po' il peso della routine di chi ama leggere, magari in metropolitana o sulla tazza del cesso, e la svolta in questi quasi trentasette anni è la consapevolezza di voler continuare così, continuare ad avere un senso anche per il prossimo.
Perché non portate avanti anche voi le passioni fino alla fine? Sono sicuro che riuscireste. Non arrendetevi mai alla facilità del grigiore che ci circonda e se siete bravi a giocare coi leoni lanciando stoviglie che i pinguini raccoglieranno con gli ombrelli aperti al contrario allora fatelo!
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« immagine » Allora succede che di colpo ci si fermi, magari non proprio fisicamente quanto piuttosto cerebralmente, mica da stupidi (o forse sì); comunque ci fermiamo perché il mondo attorno ci sembra a un tratto sconosciuto: amici, famiglia, lavoro, amore, pinguini, leoni, ombrelli e stovigli...
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17/06/2018 02:58:17
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"Il mio nome è Camila! Stronzo!"

05 giugno 2018 ore 23:49 segnala


Ero una poco di buono.
E’ tutto quello che c’e da sapere, suppongo.

Poi si sa come vanno certe cose. Avevo dodici anni quando
cominciarono a farmi crescere, come dicevano loro; e ti
ritrovi grandicella, che quel che devi fare lo sai fare più che
bene.
Sì, aprivo le cosce, eccome se le aprivo. Ah ma io facevo di
tutto. Credo di essere stata la più sfruttata in Farmington’s Road.

Poi ti si avvicina quello, dopo un po' di anni durante i quali ti
sei convinta di saper fare solo una cosa, e se ne esce con
la frase:
“Hey, puttana! Mi fai divertire?”
Brutto stronzo viscido! Io sapevo di essere una puttana, ma lo
ero per appellativo. Non mi sono mai sentita una puttana.

Non era stato il primo e non sarebbe stato neanche l’ultimo a
trattarmi da bestia, con le parole; solo con le parole ha potuto
farlo.

Nel seminterrato era taciturno: l’avevo legato bene, cazzo se
l’avevo legato bene! Che poi io a fare i nodi non sono mai
stata pratica, però guardavo parecchia televisione, in
particolare i documentari; proprio in uno di questi, dove
spiegavano come viene fatto il paté d’oca, avevo visto e
memorizzato passo passo la proceduta d’otturamento del
condotto orale.
E adesso parla, stronzo!

L’avevo stretto forte alla sedia, con le mani dietro la schiena.
Gli avevo tenuto la bocca aperta con due penne infilate tra
palato superiore e inferiore. Forse si era rotta la mandibola,
non ricordo bene ma, sì, forse si era rotta quando gli avevo
spalancato la bocca assuefatta dalla rabbia. Perlomeno un
“crik” l’aveva fatto.

Fatto sta che gli infilai quel fottuto cartone della carta
igienica. Ma sì, avete presente quel tubo cartonato avvolto dal
famigerato rotolo di pulisciculo? Ecco, l’avevo riempito con
un calzino e rivestito con un altro calzino. Tutto in gola!
Stavo godendo molto più che con una scopata; i fiati acuti
che emetteva a ogni sforzo nel respirare erano applausi per
me!
Avete mai provato ad attapparvi la bocca poco prima
di rigettare? Cazzo! credo che quel figlio di puttana abbia
provato la stessa sensazione per i primi quindici minuti
buoni. Non stava fermo un secondo, sembrava avesse le
convulsioni.
A ogni modo, mi ha rovinato l’amplesso cerebrale.
Proprio quando iniziai a tagliuzzargli i lati della
bocca con le lamette, tanto per divertirmi un po', iniziò a
trasbordare il vomito.

Forse quel fottuto calzino si era impregnato troppo. Forse il condotto orale si era leggermente liberato.
Che ne so...

Ma, secondo voi, a uno che sta per morire, quanto cazzo
gliene può fregare se la sua camicia da dirigente modello si
riempie di schizzi giallognoli?
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« immagine » Ero una poco di buono. E’ tutto quello che c’e da sapere, suppongo. Poi si sa come vanno certe cose. Avevo dodici anni quando cominciarono a farmi crescere, come dicevano loro; e ti ritrovi grandicella, che quel che devi fare lo sai fare più che bene. Sì, aprivo le cosce, eccome se...
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05/06/2018 23:49:51
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Mème sang (Le lègende de la mère anxieuse)

02 aprile 2018 ore 19:24 segnala




-23:44:58-
-23:44:59-
-23:45:00-
-Bi bi bi bip… bi bi bi bip… bi bi bi… clack!
“Ahhh, Dio! Ancora dieci minuti, ti prego…”
“Jean Christophe, lo sai che non possiamo permetterceli dieci minuti. Guarda che io non ho chiuso occhio”
“Sì lo so Matthieu, lo so ma… yawnnn, cazzo! che sonno! Se continuo così arriverò ai cinquanta precocemente!”
“Ma tu dentro già lo sei un cinquantenne”
“Spiritoso ! Solo perché ho intenzione di prendere una seconda laurea. Non sarà mica invidia la tua?”
“Certo, certo, ho sempre sognato di diventare un ingegnere ambientale, eh si; dai che scherzo. Io intanto prendo il caffè. Il borsone è sotto al letto, il treppiede l’ho montato io, sta in terrazza”
Jean Christophe si strofinò gli occhi, per l’ennesima volta. Si tolse le coperte di dosso. Poi rimase seduto a bordo letto, ancora insonnolito, per qualche secondo.
Dalla cucina, a due stanze da lì, il fischiettare ordinario di Matthieu dava il la a “Le tourbillon de la vie”.
Il coretto stonato non tardò a farsi sentire, come ogni santa notte:
“On s’est connu, on s’est reconnu… on s’est perdu de vue, on s’est r’perdu d’vue… on s’est retrouvès… on s’est rèchauffè puis on s’est sèparè“

Due fratelli.

“Chacun pour soi est reparti, dans l’tourbillon de la vieee… je l’ai revue un soir aie aieee aieee ; ca fait dèjà un fameux bail… ca fait dèjà un fameux bail… “

Una sola anima.

“Ahhh Matthieu, sai… me la ricorda sempre”
“Beh, ce la cantava ogni sera per farci addormentare” rispose portandogli il caffè caldo.
“Sì, e ogni sera ci ripeteva…”
“…farete tardi quando sarete grandi!” urlarono in coro scambiandosi un sorriso malinconico.
“Fottuto incidente d’auto” esclamò Jean Christophe.
“Già…”
Calò il silenzio.
Jean Christophe posò la tazzina sul comodino bombato in noce, uno dei tanti pezzi di mobilia d’epoca presenti in casa. Dunque tirò fuori il borsone in similpelle da sotto il letto, lo aprì ed estrasse il fucile, comprese le parti aggiuntive.
Iniziò a montarlo mentre Matthieu osservava attento:
“Trentamila franchi!è stato un affare! guarda che bello!” esclamò Jean Christophe.
“Lo sai che non mi intendo di armi, Jean Christophe”
“Sì ma dai questo è un Remington Sps Hb Varmint! un calibro 308! guarda che impugnatura! Non si parla di microfusione qui.”
Intanto maneggiava i pezzi con praticità assoluta.
“Espulsore a puntone caricato a molla! tempo di percussione entro i tre millisecondi! ogni singola parte è stata trattata con nichel e teflon. Davvero un gioiello!”
-Clack-
Concluse, inserendo il caricatore.
Matthieu si toccò la fronte col palmo della mano e scuotendo la testa in segno di rassegnazione:
“Ahhh, secondo me sei proprio fissato. Dai sbrighiamoci che in mattinata ho da fare e vorrei schiacciare un pisolino anche io”
La brezza gentile che arrivava dalla terrazza era tipica. A Juan-les-Pins, in febbraio, sterne e gabbiani popolano le coste.
La luce caliginosa della luna pallida scopriva porzioni di stanza e pulviscolo; in lontananza gli abbracci violenti tra onde e scogli, dallo spettacolo naturale sottostante villa Bataille, si facevano sentire.
Jean Christophe portò l’occorrente sull’ampia terrazza panoramica tondeggiante: una sorta d’opera d’arte colonnata, aperta sulla prospettiva della costa azzurra. Dunque, si affrettò a posizionare il treppiede e montarvici sopra il fucile; serio, concentrato, sicuro.
“Due minuti, Jean Christophe…”
“Tranquillo Matthieu, tranquillo. Oramai ci ho fatto il callo”
La vista dalla terrazza sembrava un quadro di Hermann Nestel, con l’aggiunta di luci in tempo reale, sabbia viva, crepuscolo appannato e quel silenzio assordante che di tanto in tanto viene interrotto dal classico, dolce, sibilo di vento sazio: buio, buio totale tutto attorno.
Poca luce, invece, proprio sulla riva: su quei quindici o venti metri di rena il faro indicava, in alternanza, la parte ovest e nordovest della costa in corrispondenza della villa arroccata, sfumando ai vertici dietro montagnole di rocce e flora selvatica.
Jean Christophe occhieggiava dal mirino telescopico, poi a un tratto si pronunciò:
“Ci siamo, ci siamo, ci siaaa… mooo… eeee ccooo la! la vedo!”
Matthieu si sporse, con espressione apprensiva:
“E’ uscita? è uscita?”
“E’ uscita Matthieu, è uscita. Sono… quanti, due mesi che va avanti così?”
“Cinquantaquattro giorni”
“Eh?”
“Sì, sono cinquantaquattro giorni, li ho contati”
“Appunto! ancora ti stupisci. Sei proprio…, bah, lasciamo stare…”
Da dietro la piccola parete rocciosa che s’intravedeva a occhio nudo verso nordovest, proprio sulla spiaggia, usciva la figura esanime di una donna: il passo tardo, il movimento scoordinato, difettoso, di una figura astemia di vita; smuoveva la sabbia, non camminava, smuoveva la sabbia.
“Jean Christophe…”
“Che c’e…!”
“…niente…”

-STAFFF-

“A posto! dritto sulla fronte, rapido e deciso!” Commentò Jean Christophe, rimuovendo il fucile dal cavalletto.
“Sulla fronte? perché sulla fronte? Ma dai, caspita Jean Christophe! si era deciso che il viso non l’avremmo mai rovinato!”
Sbraitando poggiato alla balaustra in marmo pentelico, e indicando il corpo disteso sulla sabbia, Matthieu continuò:
“Che cavolo, guarda! le avrai spappolato il cranio! Sei un… un… un fissato e… e, ahhh lasciamo stare altrimenti mi viene un nervoso…”
Jean Christophe era sereno. Chiuse il treppiede, lo imboscò vicino a una delle colonnine tornite, poi si avvicinò a Matthieu che fissava la spiaggia pensieroso; mise una mano sulla sua spalla, sorridendo:
“Lo sai… mi fai proprio ridere quando fai così, fratellino”
Poi gli arruffò la chioma riccioluta e folta:
“Dai, scendiamo”
“Eh, scendiamo, scendiamo. Te la cavi sempre con poco tu. Sono troppo buono io. Però, promettimi che non lo fai più. E smettila di chiamarmi fratellino, hai due minuti scarsi di vita in più da rinfacciarmi”
Jean Christophe annuì col capo, sempre sorridente:
“Lo so, fratellino, lo so. Ma fammi divertire almeno con te, no? lo dici tu stesso che sono vecchio”
“Scemo” proferì Matthieu con aria sarcasticamente imbronciata. Poi i due iniziarono a spintonarsi bonariamente mentre la discussione cameratesca scemava, fra pareti e corrimano di gran conto, per i tre piani di villa Bataille, fino alla spiaggietta privata.
“E poi, l’hai visto anche tu com’e ridotta ora, no? il petto è andato. Le gambe sono reduci dei tentativi vani dei miei primi giorni da cecchino d’urgenza. L’unico punto vitale intatto era quello, Matthieu, era quello!”
“Va bene Jean Christophe. E’ solo che… lo sai, insomma, per me ogni volta è un magone”
“Passerà… passerà, Matthieu…”
“…”

Arrivati nei pressi del corpo, vestito in taffetas di seta nero con motivi color avorio e tabacco, Jean Christophe e Matthieu s’operarono nell’afferrarlo per braccia e gambe e portarlo in villa, al piano terra.
“E’ diventata più pesante o mi sono indebolito io?”
“La seconda, Jean Christophe”
“Sai, pensavo… se io un giorno dovessi diventare cieco, se avessi ancora buona immaginazione, voglio dire, probabilmente riuscirei anche ad adeguarmi; chissà, magari mi concentrerei su aspetti della vita che adesso ignoro. Sarebbe brutto però perdere la vista. Non saprei…”
“Beh, Matthieu, in quel caso avresti dalla tua trent'anni di buona vista alle spalle che te lo consentirebbero…, d’immaginare intendo. Pensa se tu fossi nato cieco. Ma poi, aspetta un secondo, che c’entra adesso questo discorso”
“No, niente, è che sto leggendo la biografia di Aaron F. Kelly; sai, il famoso imprenditore australiano che ha perso la vista in seguito a un’aggressione. Be', lui si è dato alla scrittura per esempio. Anche io farei una cosa del genere”
“Attento allo scalino, Matthieu. In ogni modo, che dire… se vuoi ti cavo gli occhi” propose con tono sarcastico.
“Scemo! Dai, dico sul serio, io ci penso a certe cose. Non lo so… sono paranoie forse”
“Appunto, non fartele. Poggiamola qui, mi fanno male le spalle” Concluse sbuffando Jean-Christophe.
Proprio nel grande atrio, nel mezzo del salone per gli ospiti a giorno, tra la mobilia pomposa e i suppellettili vitrei d’apparenza, spiccavano due grandi triclini in legno e bronzo. Il cadavere venne adagiato lì, su uno di quelli.
Matthieu prese una seggiola, minuta, con la seduta in paglia, e si sedette proprio accanto al corpo:
“Jean Christophe, mi porti l’occorren…”
“Ecco tutto” Intervenì Jean Christophe, porgendo un vassoio argenteo contenente pinze da estrazione, un ago con del filo, del perossido d’idrogeno e batuffoli d’ovatta in quantità.
“Facciamo passi da giganti eh, Jean Christophe?”
“Te l’ho detto, oramai ci ho fatto il callo. Poi, avevo preparato già tutto ieri, quando tu sei andato a dormire; mi sono anticipato il lavoro”
“Hai detto bene, Jean Christophe, hai detto bene; è diventato un lavoro. Prima o poi ci toccherà attrezzarci meglio o, magari, trovare una soluzione definitiva”
Poi Matthieu afferrò le pinze e aprendole e chiudendole di continuo, pronunciò un mezzo sorriso punzecchiante e domandò:
“Ma, ora che ci penso, tu non eri emofobico?”
Jean Christophe toccandosi l’orecchio rispose con vaghezza:
“No, io non ho paura del sangue è che, cioè… mi fa solo schifo vedere quando lo fai, ecco”
“Algofobico?” richiese Matthieu accentuando il sorriso ironicamente sadico.
“Ma no, ma no dai, te l’ho detto, mi fa schifo… tutto qui. Cioè, non so cosa sia l’algofobia ma non la ho! non ho fobie, falla finita!”
“Ah se lo dici tu...” concluse Matthieu, sogghignando.
Jean Christophe dunque lasciò il vassoio sull’altro tricline, proprio dietro Matthieu, e si andò a sedere attorno al tavolo circolare a qualche metro di distanza.
“Pauroso” esclamò Matthieu a voce bassa.
“E finiscila, guarda che ti sento”
Matthieu fece una risatina.


Il corpo della donna era sporco di sabbia e livido in ogni parte scoperta, con numerose cicatrici appannate dal chiarore della pelle. Il vestito grinzoso, logoro e renoso anch’esso. Molte delle ossa erano fratturate in più punti e lo testimoniavano gli affossamenti cutanei. Il processo di putrefazione non era iniziato ma il corpo presentava evidenti segni di disidratazione: soprattutto le labbra, si erano anchilosate fortemente. Gli occhi erano sbarrati, a fissare il vuoto; tondeggianti, dolcissimi occhi glauchi.
Con cura maniacale, il glabro Matthieu, procedeva nella pulizia di quel corpo bianchiccio; tamponava il viso con un batuffolo impregnato d’acqua ossigenata, poi ne passava un altro asciutto sulla zona umida, e così via fino all’aver cancellato ogni singola colata o schizzo di sangue. Le passava le dita fra i capelli. Le sfiorava adagio le gote; il tutto molto lentamente, osservando il suo viso, con gli occhi luccicanti.
Poi si avvicinò con la testa, quasi guancia a guancia, e in un mezzo abbraccio sussurrò nell’orecchio pallido:
“Noi ti uccidiamo perché ti amiamo, mamma”

Erano le 1:27 a Juan-les-Pins, in febbraio, dove sterne e gabbiani popolano le coste.
Su una di queste, la spiaggia privata di villa Bataille, due ricchi fratelli ereditieri trasportavano un corpo di donna portandosi dietro un badile:
“Comunque, ci hai messo più del solito stanotte”
“No è che… per estrarre il proiettile… era andato troppo a fondo, e poi non riuscivo a ricucire, Jean Christophe”
Matthieu continuò:
“E comunque sono anche insonnolito. Non credo che finirà mai questa storia”
“Beh, la leggenda dice che quando muore la madre di due gemelli, avente stesso gruppo sanguigno di questi, il legame d’amore diventa indissolubile ed ella risorgerà ogni notte, a mezzanotte, per rimboccargli le coperte. Per questo la chiamarono la leggenda della madre apprensiva”
“Sì, Jean Christophe, questo lo so ma… la leggenda non dice che ella diventerà una specie di zombie senza cervello, né dignità. Non dice che vagherà senza meta sbattendo ovunque capiti come un ubriaco, lento e… e penoso, ecco! Non dice neanche che il corpo non si manterrà in perfetto stato, voglio dire, guarda qui che roba! salvaguardiamo il suo aspetto da quasi due mesi ma tra qualche tempo inizierà a fare i vermi. E comincia a puzzare, a dirla tutta!” concluse Matthieu.
Una volta arrivati nelle vicinanze di una fossa, nascosta proprio dietro una montagnola di rocce ai margini della spiaggia, allungarono il corpo in terra.
Jean Christophe afferrò la pala asciugandosi la fronte con la manica del pigiama, dunque tolse della renella in eccesso dalla sepoltura:
“E comunque… uff… è una stupida leggenda lo stesso… uff…, dammi una mano, prendila per le gambe” Sollecitò il fratello sospirando.

-PAFF-

Il corpo crudo con un tonfo finì nella grossa buca.
“Sai, Jean Christophe, penso proprio che la scriverò questa storia, se un giorno diventerò cieco”
“Aspetterai quel momento per darti alla scrittura, Matthieu?”
“Ahhh, sì, adesso ho troppe cose per la testa. E..., e poi voglio trovarmi una ragazza”
“Sei proprio scemo, fratellino”
“E dai, Jean Christophe, dico sul serio!” ribattè dando una spintarella al fratello.
“Va bene, va bene Matthieu ma, fino a quel momento… continua a preparare il caffè notturno. Adesso dammi una mano che ricopriamo la fossa; tra qualche ora inizieranno a passare i cargo”

A Juan-les-Pins, alle 11:45 di ogni santa notte, da villa Bataille parte il la per “Le tourbillon de la vie”.

…On a continuè à tourner
tous les deux enlacès
tous les deux enlacès
puis on s’est rèchauffè…

Chacun pour soi est reparti, dans l’tourbillon de la vie…


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« immagine » -23:44:58- -23:44:59- -23:45:00- -Bi bi bi bip… bi bi bi bip… bi bi bi… clack! “Ahhh, Dio! Ancora dieci minuti, ti prego…” “Jean Christophe, lo sai che non possiamo permetterceli dieci minuti. Guarda che io non ho chiuso occhio” “Sì lo so Matthieu, lo so ma… yawnnn, cazzo! che sonn...
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02/04/2018 19:24:20
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La strada di Mais - Corrieri! #6 - La festa delle ostriche

23 gennaio 2018 ore 12:05 segnala


#6

“In quetta notte motto lunga fra cieo e terra capirai,
dove si trova l’orizzonte che batte fotte ottre i nevai,
c’è un amico, ha gli occhi d’ozzo, lì vicino al cielo tezzo.
Tu saprai amallo, come me, aiutallo quanto me,
pecché è l’unico che può volare in te.
Se lui ti guadda e ha la luna negli occhi
è pecché ha trovato un’amica vera, sincera
niente cuse, non ci sono tucchi…”

“Kathleen?”
Aprì la porta della cameretta e trovò la piccola Kathleen sommersa dai suoi peluches.
“Non ci sono trucchi… solo un dolce canto e una lucciola di candela?” Continuò Niamh, e la piccola Kathleen mostrò una manciata di dentini sparsi a caso.
“Da Roma alla luna… Il cuore sotto la piuma…”
Continuarono a cantare e volteggiare e sorridere e ridere fra occhi di bottoni e note di sogni; erano bellissime forme di vita senza piume che riuscivano però a volteggiare in una formazione naturale chiamata famiglia, che girava e girava mentre loro giravano e giravano, abbracciate in un uroboro, come uno stormo di cuori battenti all’unisono.
Era il 23 settembre.

La festa delle ostriche.

#1

Alle undici in punto, sulla Headford road, un tizio attempato era stato attratto da un trafiletto su un giornale comprato poco prima da Eason, e adesso leggeva con meraviglia: Avvistati i primi esemplari di Corriere a un miglio dalle coste di Sandymount, ed è già spettacolo. Come ogni anno in autunno, nei prossimi giorni i cieli d’Irlanda vedranno le coreografie di numerosi stormi in migrazione. Tra i luoghi preferiti nello schema dei volatili, il cielo sopra la cattedrale e la stazione centrale di Galway, dove in passato crearono anche diversi problemi per gli escrementi che si lasciano dietro. C.M. Irishexaminer.
Un minuto dopo, al quinto piano di un palazzo a fronte della stazione, proprio davanti la porta di casa O’Malley, il signor Breasal-Fitzpatrick Re, più comunemente chiamato Brazil per questioni antropologiche che null’altro erano se non una difficoltà quasi ironica nel pronunciare il suo nome, stava nervosamente tamburellando in terra col piede destro mentre osservava la targhetta leggermente storta sul campanello dell’appartamento.
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« immagine » #6 “In quetta notte motto lunga fra cieo e terra capirai, dove si trova l’orizzonte che batte fotte ottre i nevai, c’è un amico, ha gli occhi d’ozzo, lì vicino al cielo tezzo. Tu saprai amallo, come me, aiutallo quanto me, pecché è l’unico che può volare in te. Se lui ti guadda e ha...
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23/01/2018 12:05:23
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La strada di Mais - Corrieri! #4 #5

22 gennaio 2018 ore 11:51 segnala



#4

Alle prime luci dell’alba i maschi avevano di già le penne alzate, brillanti, e nientemeno qualcuno cantava alla femmina prescelta, la quale spesso risultava preferire un altro esemplare più robusto, se non altro all’apparenza più sicuro per la riuscita dell’accoppiamento.
Se verso est, dove erano i nidi degli umani, il tempo sembrava favorevole, lo stesso non si poteva immaginare guardando a sud.
Quando si era svegliato, dopo una breve e necessaria dormita, il Corriere solitario aveva percepito la lontana tempesta; entro due giorni, forse tre, quell’isola sarebbe stata martellata dalla pioggia.
In tutta quella felice confusione di canti e svolazzamenti e picchiettii, la sua curiosità venne chiamata da un nido eccezionale poco distante dalla bassa muraglia: ramoscelli, foglie ed erba, erano la normalità, ma il groviglio sviluppava in altezza, conservando un foro alla base, e decine di petali e bacche color arancio e addirittura un paio di gusci d’uovo; erano tutte cose aggiunte che adornavano il terreno attorno all’entrata. Chi aveva creato una tale meraviglia? E chiunque fosse stato tra quelli, come aveva fatto in così poco tempo?
Guardò attorno e vide i più anziani, coi becchi rovinati e il piumaggio spento dall’età: erano troppo tediati. Nei più giovani non c’era ancora l’istinto della creazione, neppure per necessità, e fra gli altri, femmine e maschi, era sicuro che non ci fosse il creatore di quella cosa splendente e unica. Decise di avvicinarsi per scrutare meglio. Forse avrebbe trovato un inquilino lì dentro se avesse sbirciato nel buco; dunque saltellò finché non fu abbastanza vicino e affacciò il capo: il nido era vuoto. Fece per indietreggiare e proprio allora apparve l’artefice, immobile, a poche zampettate da lui, ed era una femmina, una bellissima femmina.
Non c’era bisogno di presentazioni e i nomi poi non avevano ragione d’esistere; era sicuro che entrambi si fossero fotografati a vicenda in quell’istante e ognuno sarebbe rimasto indelebile nella mente dell’altro.
Lei, che portava un altro di quei petali col becco, restò a guardare lui, e lui guardò lei per qualche secondo ancora, prima di allontanarsi zampettando verso le mura; ma a ogni passo che muoveva, la femmina faceva lo stesso, seguendolo. Camminò, si fermò, e lei era lì con gli occhi fissi su di lui. Camminò ancora, si fermò ancora, e lei c’era: a volte piegava un po’ il capo da una parte sbattendo le palpebre, aspettando il suo prossimo spostamento. Continuò a seguirlo allo stesso modo fin sopra la bassa muraglia, dove lui aveva passato la notte, e infine abbandonò il petalo alle sue zampe.
Il Corriere solitario non seppe come comportarsi, né cosa volesse significare quel gesto; la femmina allora corse altrove, sparendo tra le frasche poco distanti, e tornò rapidissima con un nuovo petalo che pure depositò vicino all’altro. Andava e tornava, andava e tornava, andava e tornava: così aveva fatto per sei, sette, otto volte, e ora su quella bassa muraglia c’era un piccolo letto di petali arancioni. Infine tornò nella splendente costruzione, non prima di un’ultima silenziosa e intensa occhiata, e lui ricambiò: poi, un passo alla volta, si accomodò sul letto di petali che in un certo senso, adesso, era il nido.
Prima della notte prossima il Corriere solitario avrebbe procacciato vermi e insetti, perché con molta probabilità l’indomani lo stormo si sarebbe spostato e le forze non sarebbero dovute mancare: il tempo e le cose tutte, però, stavano cambiando.

#5

“Io so volare, lo sai? Io lo so! E voi lo sapete?”.
Allora la piccola Kathleen smise di parlare col gabbiano Timbu, e anche col resto dei suoi amici pupazzi: la civetta strana, il cigno bello, la rondine piccola, l’uccello acquatico di cui non conosceva la specie ma che lei chiamava Vaschetta; e tutti loro sapevano che lei sapeva volare, ma le rispondevano con la testa solo quando sentivano la sua piccola mano smuovere tutte le trame del loro collo e in qualche modo della loro anima sintetica.
In qualsiasi modo fossero andate le cose, su quella terra o su un’altra, sulla luna forse, e, perché no, nei cuori di chi si rassegna alle possibilità delle cose tutte, la piccola Kathleen sarebbe stata un uccello, pure se impossibile. Aveva deciso così quando maturò la scomparsa di suo padre. Lui aveva volato e aveva visto volare, da buon pilota di linea e da buon osservatore di nuvole. Aveva volato sull’alitosi delle città e sulla tosse delle campagne, sulla rabbia degli innamorati e sulla calma degli amanti, in uno strascico di vita sospesa… fra l’aria pulita e la terra contaminata che lo accolse col sorriso avido, come accoglie tutti i malati e i sognatori.
Prima di morire, dopo un lungo viaggio che l’aveva portato da Ankara a Roma, passando per Londra e Glasgow, fino a Galway e alle vetrine del Garvey’s inn, aveva trovato in una piccola, piccolissima libreria in una traversa dell’ Eyre Square un catalogo di specie volatili per osservatori. Grazie a quel catalogo, a sei mesi dalla diagnosi aveva già imparato a volare steso, sul letto d’ospedale della contea: prima con gli occhi di un misantropo Ibis, poi era un aviatore Fulmaro, ma il suo preferito rimase il Corriere Grosso e nel suo caso era un acrobata! Aveva piume di castagna e neve e carbone, il becco d’arancia inzuppata nel caffé… e gli occhi di un emigrante incantato; lo aveva raffigurato in quarantatre pagine di un suo quaderno e se una volta volava sulle coste di Mutton Island allora nella pagina seguente posava sotto un’arcata del Colosseo, cercava la luna sfilando tra le stelle, oppure dormiva in un nido di giornali in Piazza Rossa.
Infine imparò a volare negli occhi di Niamh e della bimba appena nata, spegnendosi otto mesi dopo nel suo sguardo, prima che lei potesse pronunciare la prima parola, che sarebbe stata “Baaaba!”.
Lui si chiamava Glas.



“Per ogni cammino non bastano I passi”
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« immagine » #4 Alle prime luci dell’alba i maschi avevano di già le penne alzate, brillanti, e nientemeno qualcuno cantava alla femmina prescelta, la quale spesso risultava preferire un altro esemplare più robusto, se non altro all’apparenza più sicuro per la riuscita dell’accoppiamento. Se ve...
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22/01/2018 11:51:53
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La strada di Mais - Corrieri! #1 #2 #3

21 gennaio 2018 ore 12:14 segnala




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L’Irlanda fu un luogo di pace, soprattutto una macchia colorita dopo giorni patinati di blu.
Avevano visto Algeria e Ghana, Marocco e Siberia, città tutte di cui non conoscevano i nomi: forse Toronto, Hamilton, Petersburg, Nassau e magari anche Parigi; e il vento soffiava sempre, perché quella era la strada giusta e la loro strada era fatta di vento.


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Corrieri!


#1

La piccola Kathleen guardò in alto, tra la fessura di cielo fra il palazzo dove abitava e la stazione ferroviaria, mentre la signora O’Malley cercava di rimettere nella busta ormai lacerata le patate appena rovesciate sull’asfalto.
Una folata tiepida accompagnò il suo sorriso quando i suoi occhi brillarono al tramonto:
“Corrieri!” Annunciò puntando il dito, “li ho visti, li ho visti!”, aggiunse, saltellando sul posto e agitando le mani strette a pugno.
“Corrieri?”
La signora Niamh O’Malley cercò qualcosa con lo sguardo, lassù, con gli occhi socchiusi dal riverbero del sole e una smorfia d’impegno; “Corrieri?” Si interrogò ancora, strizzando di più gli occhi. Poi scosse la testa sbuffando, spazientita, e riprese a infilare patate nella busta, seduta sui talloni.
Kathleen fece per aiutare sua mamma, e imbracciò quante più patate potesse portare, infine si avviarono entrambe verso casa e lei continuò a fissare il cielo pulito:
“Lo sai che sono milioni di fantastiliardi? E lo sai che possono andare anche sulla luna? lo sai mamma? lo sai?”.


#2

Poco distante da Galway, per meglio dire nella parte centrale delle isole Aran, Inishmaan sembrò il luogo adatto per riposare in attesa dell’arrivo delle femmine: un gigantesco ovale in pietra che assomigliava a un nido, all’apparenza romito, soggiornava in una immensa distesa verde e attirò lo stormo.
Tutti atterrarono sulla nuova casa, alcuni si precipitarono in cerca di cibo, soprattutto i giovani; altri scelsero l’ozio ai piedi del forte, ma un esemplare si fece da parte. Aveva zampettato fino a un margine della bassa muraglia ed era rimasto lì a osservare l’orizzonte verso est, dove intravedeva sagome umane agitare gli arti rimanendo incollate sulla terraferma, e sentiva i loro versi acuti, e sembravano una famiglia diversa, diversa dal branco o dallo stormo. Quale sentimento liberava quegli esseri dall’unico indelebile istinto che era quello della sopravvivenza? Cosa stavano facendo? e perché i loro versi lontani erano più caldi dei vicini battiti d’ali? o dei canti tra le fronde?
Così restò, finché fece buio, e a nulla servirono i richiami di quelli che avevano già trovato riparo fra i massi; lui rimase lì, e forse quella notte pensò.

#3

La prima ondata di treni era solita accompagnare i risvegli o disturbare i sonni di chi viveva troppo vicino alla stazione Ceannt, ma quel sabato ebbe un significato di premessa all’insegna della spensieratezza, per tutti. Il festival delle ostriche sarebbe cominciato a mezzogiorno, ma all’alba le strade erano pertanto invase di gente: c’erano dunque numerosi turisti eccitati (nella prospettiva di una sbronza lunga due giorni, in prevalenza), lavoranti affaccendati ad addobbare i propri negozi; taluni passeggiavano assieme ai loro cani, e avevano il sorriso di chi decide che la vita è appena iniziata, pure quei cani, e niente era ancora iniziato.
In casa O’Malley la giornata si aprì con la colazione delle festività, almeno per la signora Niamh, mentre Kathleen trangugiava pane di latticello con marmellata e non stava zitta tra un boccone e l’altro. Aveva appena aperto gli occhi quando iniziò a barbugliare riguardo i corrieri e la luna e il volo e adesso continuava a ripetere con la bocca piena: “Sono un uccellino, sono un uccellino, sono un uccellino. Lo sai mamma? lo sai? Io lo so!”
Le scappò una risata e una risposta immediata: “Se sei un uccellino, vola a lavarti i denti! su! su!”; e Kathleen non poté fare a meno di sbattere le sue immaginarie ali dirigendosi di corsa in bagno. “Io so volare! io so volare! lo sapete?”
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« immagine » "" L’Irlanda fu un luogo di pace, soprattutto una macchia colorita dopo giorni patinati di blu. Avevano visto Algeria e Ghana, Marocco e Siberia, città tutte di cui non conoscevano i nomi: forse Toronto, Hamilton, Petersburg, Nassau e magari anche Parigi; e il vento soffiava sem...
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21/01/2018 12:14:42
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