La strada di Mais - Corrieri! #6 - La festa delle ostriche

23 gennaio 2018 ore 12:05 segnala


#6

“In quetta notte motto lunga fra cieo e terra capirai,
dove si trova l’orizzonte che batte fotte ottre i nevai,
c’è un amico, ha gli occhi d’ozzo, lì vicino al cielo tezzo.
Tu saprai amallo, come me, aiutallo quanto me,
pecché è l’unico che può volare in te.
Se lui ti guadda e ha la luna negli occhi
è pecché ha trovato un’amica vera, sincera
niente cuse, non ci sono tucchi…”

“Kathleen?”
Aprì la porta della cameretta e trovò la piccola Kathleen sommersa dai suoi peluches.
“Non ci sono trucchi… solo un dolce canto e una lucciola di candela?” Continuò Niamh, e la piccola Kathleen mostrò una manciata di dentini sparsi a caso.
“Da Roma alla luna… Il cuore sotto la piuma…”
Continuarono a cantare e volteggiare e sorridere e ridere fra occhi di bottoni e note di sogni; erano bellissime forme di vita senza piume che riuscivano però a volteggiare in una formazione naturale chiamata famiglia, che girava e girava mentre loro giravano e giravano, abbracciate in un uroboro, come uno stormo di cuori battenti all’unisono.
Era il 23 settembre.

La festa delle ostriche.

#1

Alle undici in punto, sulla Headford road, un tizio attempato era stato attratto da un trafiletto su un giornale comprato poco prima da Eason, e adesso leggeva con meraviglia: Avvistati i primi esemplari di Corriere a un miglio dalle coste di Sandymount, ed è già spettacolo. Come ogni anno in autunno, nei prossimi giorni i cieli d’Irlanda vedranno le coreografie di numerosi stormi in migrazione. Tra i luoghi preferiti nello schema dei volatili, il cielo sopra la cattedrale e la stazione centrale di Galway, dove in passato crearono anche diversi problemi per gli escrementi che si lasciano dietro. C.M. Irishexaminer.
Un minuto dopo, al quinto piano di un palazzo a fronte della stazione, proprio davanti la porta di casa O’Malley, il signor Breasal-Fitzpatrick Re, più comunemente chiamato Brazil per questioni antropologiche che null’altro erano se non una difficoltà quasi ironica nel pronunciare il suo nome, stava nervosamente tamburellando in terra col piede destro mentre osservava la targhetta leggermente storta sul campanello dell’appartamento.
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« immagine » #6 “In quetta notte motto lunga fra cieo e terra capirai, dove si trova l’orizzonte che batte fotte ottre i nevai, c’è un amico, ha gli occhi d’ozzo, lì vicino al cielo tezzo. Tu saprai amallo, come me, aiutallo quanto me, pecché è l’unico che può volare in te. Se lui ti guadda e ha...
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23/01/2018 12:05:23
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La strada di Mais - Corrieri! #4 #5

22 gennaio 2018 ore 11:51 segnala



#4

Alle prime luci dell’alba i maschi avevano di già le penne alzate, brillanti, e nientemeno qualcuno cantava alla femmina prescelta, la quale spesso risultava preferire un altro esemplare più robusto, se non altro all’apparenza più sicuro per la riuscita dell’accoppiamento.
Se verso est, dove erano i nidi degli umani, il tempo sembrava favorevole, lo stesso non si poteva immaginare guardando a sud.
Quando si era svegliato, dopo una breve e necessaria dormita, il Corriere solitario aveva percepito la lontana tempesta; entro due giorni, forse tre, quell’isola sarebbe stata martellata dalla pioggia.
In tutta quella felice confusione di canti e svolazzamenti e picchiettii, la sua curiosità venne chiamata da un nido eccezionale poco distante dalla bassa muraglia: ramoscelli, foglie ed erba, erano la normalità, ma il groviglio sviluppava in altezza, conservando un foro alla base, e decine di petali e bacche color arancio e addirittura un paio di gusci d’uovo; erano tutte cose aggiunte che adornavano il terreno attorno all’entrata. Chi aveva creato una tale meraviglia? E chiunque fosse stato tra quelli, come aveva fatto in così poco tempo?
Guardò attorno e vide i più anziani, coi becchi rovinati e il piumaggio spento dall’età: erano troppo tediati. Nei più giovani non c’era ancora l’istinto della creazione, neppure per necessità, e fra gli altri, femmine e maschi, era sicuro che non ci fosse il creatore di quella cosa splendente e unica. Decise di avvicinarsi per scrutare meglio. Forse avrebbe trovato un inquilino lì dentro se avesse sbirciato nel buco; dunque saltellò finché non fu abbastanza vicino e affacciò il capo: il nido era vuoto. Fece per indietreggiare e proprio allora apparve l’artefice, immobile, a poche zampettate da lui, ed era una femmina, una bellissima femmina.
Non c’era bisogno di presentazioni e i nomi poi non avevano ragione d’esistere; era sicuro che entrambi si fossero fotografati a vicenda in quell’istante e ognuno sarebbe rimasto indelebile nella mente dell’altro.
Lei, che portava un altro di quei petali col becco, restò a guardare lui, e lui guardò lei per qualche secondo ancora, prima di allontanarsi zampettando verso le mura; ma a ogni passo che muoveva, la femmina faceva lo stesso, seguendolo. Camminò, si fermò, e lei era lì con gli occhi fissi su di lui. Camminò ancora, si fermò ancora, e lei c’era: a volte piegava un po’ il capo da una parte sbattendo le palpebre, aspettando il suo prossimo spostamento. Continuò a seguirlo allo stesso modo fin sopra la bassa muraglia, dove lui aveva passato la notte, e infine abbandonò il petalo alle sue zampe.
Il Corriere solitario non seppe come comportarsi, né cosa volesse significare quel gesto; la femmina allora corse altrove, sparendo tra le frasche poco distanti, e tornò rapidissima con un nuovo petalo che pure depositò vicino all’altro. Andava e tornava, andava e tornava, andava e tornava: così aveva fatto per sei, sette, otto volte, e ora su quella bassa muraglia c’era un piccolo letto di petali arancioni. Infine tornò nella splendente costruzione, non prima di un’ultima silenziosa e intensa occhiata, e lui ricambiò: poi, un passo alla volta, si accomodò sul letto di petali che in un certo senso, adesso, era il nido.
Prima della notte prossima il Corriere solitario avrebbe procacciato vermi e insetti, perché con molta probabilità l’indomani lo stormo si sarebbe spostato e le forze non sarebbero dovute mancare: il tempo e le cose tutte, però, stavano cambiando.

#5

“Io so volare, lo sai? Io lo so! E voi lo sapete?”.
Allora la piccola Kathleen smise di parlare col gabbiano Timbu, e anche col resto dei suoi amici pupazzi: la civetta strana, il cigno bello, la rondine piccola, l’uccello acquatico di cui non conosceva la specie ma che lei chiamava Vaschetta; e tutti loro sapevano che lei sapeva volare, ma le rispondevano con la testa solo quando sentivano la sua piccola mano smuovere tutte le trame del loro collo e in qualche modo della loro anima sintetica.
In qualsiasi modo fossero andate le cose, su quella terra o su un’altra, sulla luna forse, e, perché no, nei cuori di chi si rassegna alle possibilità delle cose tutte, la piccola Kathleen sarebbe stata un uccello, pure se impossibile. Aveva deciso così quando maturò la scomparsa di suo padre. Lui aveva volato e aveva visto volare, da buon pilota di linea e da buon osservatore di nuvole. Aveva volato sull’alitosi delle città e sulla tosse delle campagne, sulla rabbia degli innamorati e sulla calma degli amanti, in uno strascico di vita sospesa… fra l’aria pulita e la terra contaminata che lo accolse col sorriso avido, come accoglie tutti i malati e i sognatori.
Prima di morire, dopo un lungo viaggio che l’aveva portato da Ankara a Roma, passando per Londra e Glasgow, fino a Galway e alle vetrine del Garvey’s inn, aveva trovato in una piccola, piccolissima libreria in una traversa dell’ Eyre Square un catalogo di specie volatili per osservatori. Grazie a quel catalogo, a sei mesi dalla diagnosi aveva già imparato a volare steso, sul letto d’ospedale della contea: prima con gli occhi di un misantropo Ibis, poi era un aviatore Fulmaro, ma il suo preferito rimase il Corriere Grosso e nel suo caso era un acrobata! Aveva piume di castagna e neve e carbone, il becco d’arancia inzuppata nel caffé… e gli occhi di un emigrante incantato; lo aveva raffigurato in quarantatre pagine di un suo quaderno e se una volta volava sulle coste di Mutton Island allora nella pagina seguente posava sotto un’arcata del Colosseo, cercava la luna sfilando tra le stelle, oppure dormiva in un nido di giornali in Piazza Rossa.
Infine imparò a volare negli occhi di Niamh e della bimba appena nata, spegnendosi otto mesi dopo nel suo sguardo, prima che lei potesse pronunciare la prima parola, che sarebbe stata “Baaaba!”.
Lui si chiamava Glas.



“Per ogni cammino non bastano I passi”
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« immagine » #4 Alle prime luci dell’alba i maschi avevano di già le penne alzate, brillanti, e nientemeno qualcuno cantava alla femmina prescelta, la quale spesso risultava preferire un altro esemplare più robusto, se non altro all’apparenza più sicuro per la riuscita dell’accoppiamento. Se ve...
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La strada di Mais - Corrieri! #1 #2 #3

21 gennaio 2018 ore 12:14 segnala




""



L’Irlanda fu un luogo di pace, soprattutto una macchia colorita dopo giorni patinati di blu.
Avevano visto Algeria e Ghana, Marocco e Siberia, città tutte di cui non conoscevano i nomi: forse Toronto, Hamilton, Petersburg, Nassau e magari anche Parigi; e il vento soffiava sempre, perché quella era la strada giusta e la loro strada era fatta di vento.


""



Corrieri!


#1

La piccola Kathleen guardò in alto, tra la fessura di cielo fra il palazzo dove abitava e la stazione ferroviaria, mentre la signora O’Malley cercava di rimettere nella busta ormai lacerata le patate appena rovesciate sull’asfalto.
Una folata tiepida accompagnò il suo sorriso quando i suoi occhi brillarono al tramonto:
“Corrieri!” Annunciò puntando il dito, “li ho visti, li ho visti!”, aggiunse, saltellando sul posto e agitando le mani strette a pugno.
“Corrieri?”
La signora Niamh O’Malley cercò qualcosa con lo sguardo, lassù, con gli occhi socchiusi dal riverbero del sole e una smorfia d’impegno; “Corrieri?” Si interrogò ancora, strizzando di più gli occhi. Poi scosse la testa sbuffando, spazientita, e riprese a infilare patate nella busta, seduta sui talloni.
Kathleen fece per aiutare sua mamma, e imbracciò quante più patate potesse portare, infine si avviarono entrambe verso casa e lei continuò a fissare il cielo pulito:
“Lo sai che sono milioni di fantastiliardi? E lo sai che possono andare anche sulla luna? lo sai mamma? lo sai?”.


#2

Poco distante da Galway, per meglio dire nella parte centrale delle isole Aran, Inishmaan sembrò il luogo adatto per riposare in attesa dell’arrivo delle femmine: un gigantesco ovale in pietra che assomigliava a un nido, all’apparenza romito, soggiornava in una immensa distesa verde e attirò lo stormo.
Tutti atterrarono sulla nuova casa, alcuni si precipitarono in cerca di cibo, soprattutto i giovani; altri scelsero l’ozio ai piedi del forte, ma un esemplare si fece da parte. Aveva zampettato fino a un margine della bassa muraglia ed era rimasto lì a osservare l’orizzonte verso est, dove intravedeva sagome umane agitare gli arti rimanendo incollate sulla terraferma, e sentiva i loro versi acuti, e sembravano una famiglia diversa, diversa dal branco o dallo stormo. Quale sentimento liberava quegli esseri dall’unico indelebile istinto che era quello della sopravvivenza? Cosa stavano facendo? e perché i loro versi lontani erano più caldi dei vicini battiti d’ali? o dei canti tra le fronde?
Così restò, finché fece buio, e a nulla servirono i richiami di quelli che avevano già trovato riparo fra i massi; lui rimase lì, e forse quella notte pensò.

#3

La prima ondata di treni era solita accompagnare i risvegli o disturbare i sonni di chi viveva troppo vicino alla stazione Ceannt, ma quel sabato ebbe un significato di premessa all’insegna della spensieratezza, per tutti. Il festival delle ostriche sarebbe cominciato a mezzogiorno, ma all’alba le strade erano pertanto invase di gente: c’erano dunque numerosi turisti eccitati (nella prospettiva di una sbronza lunga due giorni, in prevalenza), lavoranti affaccendati ad addobbare i propri negozi; taluni passeggiavano assieme ai loro cani, e avevano il sorriso di chi decide che la vita è appena iniziata, pure quei cani, e niente era ancora iniziato.
In casa O’Malley la giornata si aprì con la colazione delle festività, almeno per la signora Niamh, mentre Kathleen trangugiava pane di latticello con marmellata e non stava zitta tra un boccone e l’altro. Aveva appena aperto gli occhi quando iniziò a barbugliare riguardo i corrieri e la luna e il volo e adesso continuava a ripetere con la bocca piena: “Sono un uccellino, sono un uccellino, sono un uccellino. Lo sai mamma? lo sai? Io lo so!”
Le scappò una risata e una risposta immediata: “Se sei un uccellino, vola a lavarti i denti! su! su!”; e Kathleen non poté fare a meno di sbattere le sue immaginarie ali dirigendosi di corsa in bagno. “Io so volare! io so volare! lo sapete?”
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« immagine » "" L’Irlanda fu un luogo di pace, soprattutto una macchia colorita dopo giorni patinati di blu. Avevano visto Algeria e Ghana, Marocco e Siberia, città tutte di cui non conoscevano i nomi: forse Toronto, Hamilton, Petersburg, Nassau e magari anche Parigi; e il vento soffiava sem...
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21/01/2018 12:14:42
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Vi presento...

21 gennaio 2018 ore 00:08 segnala
Bene, a questo punto credo sia doveroso tendervi la mano e accompagnarvi in questo mio nuovo e lungo viaggio in presa diretta.
Ho deciso di mettere da parte i racconti brevi, per un po', e da questo momento (e per le prossime settimane) raccontarvi la storia di un volatile e di una bambina, di un posto lontano e della sua luna.

Un passo alla volta. Giorno per giorno.


La strada di Mais.
-Naila Farenard-






“Ci sono circa novemilasettecentotre specie di uccelli suddivise in ventinove ordini, centoquarantadue famiglie e duemilacinquantasette generi”
Sybley & Monroe





“Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a vivere come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli”
Martin Luther King





“Nei miei sogni non volo come gli uccelli, però volo con loro”
Naila Farenard




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Bene, a questo punto credo sia doveroso tendervi la mano e accompagnarvi in questo mio nuovo e lungo viaggio in presa diretta. Ho deciso di mettere da parte i racconti brevi, per un po', e da questo momento (e per le prossime settimane) raccontarvi la storia di un volatile e di una bambina, di un...
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Alito mefitico sotto i baffi - chat bastarda

20 gennaio 2018 ore 20:45 segnala



Settembre di un anno non precisato, forse duemiladue, non ricordo con esattezza. Macchina dal meccanico, coscienza al posto giusto, la Marlboro tra le dita; ennesima giornata assolata e ventilata: dalle alette delle persiane un paio di raggi solari abusivi si schiantavano sul monitor, mentre le rispondevo "Ok, dai, si può fare. Ci beviamo una cosa e facciamo due chiacchiere".
Da qualche giorno avevo conosciuto quella ragazza strana in una chat; il suo nick aveva a che fare con la terminologia usata nell'indicare film gratuitamente brutali (sangue e mutilazioni ovunque). Effettivamente, in quei pochi giorni precedenti, alla domanda "come mai questo nick?" aveva risposto comodamente elencando alcuni dei film gore che lei adorava.
Quella sera in cui accettai il suo invito a uscire assieme ero cosciente, sapevo che sarebbe stato un appuntamento al buio o quasi; diciamo che sarebbe stato un appuntamento annebbiato: difatti, l'unica volta che avevo visto quella persona era stato tramite una webcam che riproduceva l'immagine con qualità oscena e per non più di un paio di minuti. Bastati quelli comunque a farmi intuire che lei non era propriamente bella. Dopotutto i tratti somatici evidentemente brutti non avevano bisogno di uno studio accurato per essere rivalutati.
Avevo accettato comunque d'incontrarla: perché? perché? perché? In fondo era strano il modo in cui scriveva, non era bella, aveva dichiarato interesse per me ed avevo prontamente pensato "oh, frena!". Durante tutto il pomeriggio di quel fatidico giorno continuavo a pentirmi per poi rasserenarmi; "ma sì, vado lì..., mezz'oretta, due chiacchiere, e poi la sbologno!".
Ancora oggi per qualche motivo mi pento e ripensando a quella sera mi chiedo: perché? perché? perché?

Ore ventuno e venti. Macchina di mia madre, coscienza al posto giusto, dita incrociate: ero appena arrivato nei pressi della stazione Termini (RM); in anticipo di dieci minuti, sperando in un ritardo più sostanzioso da parte sua per potermene andare mascherandomi a "vittima incazzata". Lei dopotutto doveva arrivare in treno, abitava fuori Roma, sarebbe stato plausibile un ritardo. Doveva essere possibile un ritardo.
Alle ventuno e venticinque mi chiamò sul cellulare: "dove sei? Io sono proprio davanti all'entrata della stazione Termini".
Silenzio. Il motore era acceso, i fari anche ma c'era silenzio e buio. Il traffico paranoico. Io ero diventato la voce di me stesso. La gente attorno, per le vie, sotto luci pallide, era diventata la voce della voce di me stesso. Cazzo! Cazzo! Cazzo!
"Arrivo, sono proprio qui vicino" cazzo!
Parcheggiai con le quattro frecce, in doppia fila; scesi dalla macchina, le indicai la mia presenza sventolando un braccio.
Eccola.
Arriva.
Io durante quei giorni in cui chiacchierandoci (tra l'altro intravedendola in video) cercavo d'immaginarla realmente più brutta della norma, mi ero quasi creato la convinzione che poi dal vivo, in realtà, non essendo un vero mostro e paragonata alla mia aspettativa avrebbe acquistato un valore quasi umano; soprattutto mi ero fortemente abituato all'idea che sarebbe stata simpaticissima.

Due baci sulle guance, "come stai?"; un odore sgradevole mi colmò le narici, ma forse era il tanfo di qualche condotto fognario saturo nelle vicinanze.
"Bene, grazie. 'Sto treno non arrivava mai!". Ancora quel puzzo.
La ragazza era pallida, magrissima; il viso scavato tra occhi e mandibola, il naso ingombrante e curvo: vista di lato ricordava un cane smunto. Tra naso e labbra degli evidentissimi peli bruni intervallati e slanciati; in abbigliamento poco femminile, presentava una pettinatura che unita al restante mi fece venire la pelle d'oca: i capelli, lunghi si e no sette centimetri, erano lanciati all'indietro e incollati da abbondante gel, effetto muco.
Avevo fatto decisamente una cazzata ad accettare quell'invito, ma potevo rimediare. Sì, avrei rimediato; dieci minuti contati e mi sarei inventato una scusa per lasciare il campo di battaglia. Ce la potevo fare. Ce la dovevo fare.
Quella notte era particolarmente calda, nonostante ciò la ragazza indossava un giubbotto a taglio corto (stile motociclista); mentre io portavo una camicia che non sarebbe bastata a domare il demonio dal crine lustro.
Appena salita in macchina lei iniziò a discorrere di questo e di quello, quando io trattenevo il respiro. Quel che ricordo dei successivi dieci minuti è un forward veloce:

trovato parcheggio; non è un vero parcheggio. Lei parla “Che mi dici?”. Parole nell’aria. Non ascolto. Annuso. Sguardo di lei fisso su di me. Parole nell’aria. La mia schiena si incolla al finestrino lato guidatore. Mi guarda. Io parlo “Dimmi, dimmi, ti ascolto”. Parole nell’aria. Apro il finestrino dalla mia parte, cinque centimetri. Parole nell’aria. Lo smog colma l’abitacolo, finalmente aria pura che anestetizza dalle parole nell’aria. La mia nuca sul vetro. Il mio sguardo verso monti invisibili. Lei cerca di avvicinarsi. Stop.

Lei: “Insomma? ci beviamo una cosa da qualche parte?”
Io: “…”

Ora, diciamocela tutta: essere bendisposti fino a un certo punto va bene; esserlo oltre i limiti accettabili preclude la possibilità paradossale di una indisposizione personale. Dunque, io non volevo certamente farmi vedere in pubblico con lei, quindi decisi per la soluzione più geniale che potesse venirmi in mente in quel momento; questa, seppure opinabile come scelta, divenne una strada sconosciuta verso il benessere personale momentaneo: “facciamo così, visto che c’è ‘na caciara ‘sta sera, ci fermiamo qui vicino a bere una cosa senza dover fare la fila; che te frega! no?”
Non potevo, non volevo farmi vedere in giro con lei. Non sono mai stato uno stronzo, ma neanche un coglione.
Via Tuscolana: poco distante dalla stazione Termini (RM); un andirivieni di macchine, e gente che avrebbe passato la serata più o meno piacevolmente, all’altezza dei viadotti romani. Un distributore di bibite e snack divenne per me la soluzione al problema: squallido, penserebbe chiunque. Perfetto, pensai io.
L’automobile ferma accanto al distributore. Io fermo davanti a quel distributore: “che prendi?
Dieci minuti: poche chiacchiere; mentre, assaporavo tè al limone e pregustavo la libertà. Il mio era un distacco evidente. Ritmavo un motivetto tra i tanti, schiaffeggiandomi la coscia. Poi, stiracchiandomi, un sospiro seguito dall’invito ad andarcene. Stranamente lei non batté ciglio; sicuramente aveva capito bene che non vedevo l’ora di fuggire, quindi ci riavviammo verso la stazione ferroviaria con mio sommo piacere.
Riuscii a respirare la minore quantità possibile d’aria malsana nell’abitacolo. Sette minuti e ventitre secondi, mi ci vollero per arrivare; finalmente ero salvo.
Nella via adiacente alla stazione mi fermai accanto alla solita coda di automobili posteggiate, rigorosamente in doppia fila e con le quattro frecce. Dopotutto avrei dovuto solo accompagnarla per cento metri, da gentiluomo.
Erano le ventidue e quarantasei, davanti alla stazione Termini di Roma, dove il tempo diventa bastardo e i minuti possono cambiare il corso di molti eventi. Fermo: dieci passi dietro la ragazza che a testa alta scrutava la tabella orari.
Avevo sentito i peli sulle braccia rizzarsi di colpo, la testa leggera, e un senso di abbandono che si era intrufolato sotto la pelle del viso, sicuramente divenuto pallido, quando: “Non ci sono più treni! L’ultimo è partito un paio di minuti fa” aveva esplicato lei. Cosa cazzo avrei fatto? non ne avevo idea.
“Porca miseria, e adesso?”
“E adesso non lo so” rispose
Avevo iniziato ad arzigogolare, mentre la mia mano era diventata una maschera; “Ma, dico io, non lo sapevi che l’ultimo treno lo avresti avuto a quest’ora?”
“No…”

Cristo! cristo! cristo! Ero uscito di casa con trenta euro circa in tasca, più che sufficienti per una bevuta poco impegnativa ma…, cristo! forse a quel punto non mi sarebbero bastati per riportare lei a Puzzaland e ritornare! Senza contare che la sola idea d’affrontare quel viaggio non preventivato mi strinse lo stomaco. E se davvero non mi fossero bastati, quei soldi, per mettere abbastanza carburante? No, non avrei mai chiesto un euro a quella strana creatura; troppo orgoglioso, l’ero sempre stato. Ma poi, chi c’era mai arrivato nel suo habitat? laggiù, sperduto nelle aperte campagne, solo e sconfitto dagli eventi, tra esseri bizzarri e…

“Allora? ci sei?” aveva esortato la giovane batrace.
“Ah, scusa, stavo pensando”

Ci riavviammo verso la macchina, “Ho capito, dai, sbrighiamoci, ti riporto io”.
Da lontano, le quattro frecce lampeggianti dell’auto speravo diventassero un segnale su un obiettivo da distruggere per via aerea, tipo una fabbrica illegale di munizioni, tramite una coppia di infallibili missili Python 5; in quel caso sì, si sarebbe risolto tutto.
Risalimmo nell’automobile che purtroppo non era stata bombardata da nessun F-16; misi in moto e partii senza indugio. A dispetto della canicola accesi l’aria condizionata, venti gradi d’aria sparata nell’abitacolo benché i finestrini fossero leggermente bassi; perché? Perché avevo notato che su una delle bocchette di ventilazione era aggrappato un deodorante per auto: dolce, buono, fantastico deodorante alla fragranza “Ocean Fresh”; col suo profumo arcano, acido e quasi insopportabile, sembrava sprigionare un’aura angelica. Che venga santificato il tuo produttore, pensai in quel momento.
Dopo qualche minuto di viaggio iniziai a rilassarmi; lei non aveva fiatato, entro un’oretta sarei tornato immune, e la graveolenza pareva essere svanita.
Avevo percorso quasi trenta chilometri quando l’orologio segnava le ventitre e ventisei. Sul raccordo anulare (RM), il traffico era poco, le parole dette anche, e l’uscita per il paese dei fetenti era prossima.
Dovevamo essere sicuramente a buon punto, perché le luci di Roma avevano smesso di abbracciarci a pochi minuti dalla sua ultima indicazione: “Gira qui, e alla seconda a destra”; sì, poi sempre dritto fino al mattino.
Qualche altro chilometro e il buio totale inghiottì asfalto e lamiere.

“Ma, sei sicura che è la strada giusta?”
“Sì, certo”

Le indicazioni stradali diventavano sporadiche.

“Guarda te se nun se semo persi eh!”
“Ma no, tranquillo; siamo vicini”

Le indicazioni stradali divennero inesistenti.

“Cristo! quello che ha attraversato era uno scoiattolo! ma dove cazzo siamo?”
“Ma quale scoiattolo! Sarà stato un topo...”

(Annamo bene…)
Ci eravamo persi.

Chiunque, in quel caso, si sarebbe accorto della situazione malfatta; gli indizi della natura spiegavano tutto: l’aria che trapelava dai finestrini semiaperti era quasi gelida, il crepuscolo aveva fatto atteggiare i miei occhi a sentinelle, il silenzio tutt’attorno era tombale, e la compagnia di altre automobili nei paraggi divenne un’utopia. Iniziai a innervosirmi, perché fondamentalmente ero soffocato dal panico; e quale sarebbe stato il problema se mi fossi perso da solo? nessuno! Forse mi sarei fatto due risate in questo caso, ma in quello no! Volevo solo riuscire a rifilare l’Agapanto alla sua terra madre!
Dopo qualche centinaio di metri, di girellamento alla cieca tra vicoli in terra battuta, s’era presentato finalmente un cartello indicante una via, sconosciuta, che poteva farmi orientare grazie allo stradario che in quella macchina non era mai mancato. Mi fermai proprio lì, sotto quel cartello, con la luce dell’abitacolo accesa e Tuttocittà alla mano.
Cerca, cerca, cerca. Trova, trova, trova la strada. Ti prego, su, su, trova questa stramaledetta strada del cazzo, continuavo a ripetermi dentro; intanto, immaginando di trovarmi in un film, avrei giurato di poter sentire la colonna sonora de Lo squalo crescere nell’abitacolo: poco a poco, furtivamente, la ragazza si stava accostando a me.
Era troppo vicina. Non sbirciavo, cercavo di tenere lo sguardo incollato alla carta ma la sentivo, la sentivo nelle narici: “L’hai trovata questa via?”
Nei successivi cinque minuti io diventai un potenziale killer; poco me ne sarebbe fregato di manette, avvocati, e quant’altro: in quei cinque minuti prossimi al contatto con la specie, potevo diventare l’assassino che non lascia traccia.
Annusai timidamente l’aria quando la soffiata cavalcava la frase: …questa via? …questa via? …questa via?
Il manto fumante d’acquitrinio verde mi fece stringere le narici. Si avvicinò ancora: “Insomma?”.
Sentii solleticarmi l’orecchio; che fossero stati i capelli suoi? No, impossibile, erano talmente impillaccherati che…, cazzo! i baffi! quei pochi baffetti scuri, potevano essere quelli! No! no! no! non dovevano essere quelli!
Qualcosa di simile a una mano carezzò i miei jeans, ad altezza inguinale. Un vortice di sensazioni poco piacevoli mi aveva invaso.
Poi arrivò l’ennesimo vortice, di esalazioni: “Scusa ma perché non facciamo qualcosa qui, visto che ci siamo?”

Sono un killer spietato, nato in sudamerica, partorito dal male del mondo e dal volto sconosciuto. Guido un’automobile poco vistosa che rivernicio dopo ogni assassinio: cambio la targa, cambio i sedili. Chiamatemi Volpe bianca, additatemi quando volete, temetemi se necessario; non avrete mai prove sostanziali per incastrarmi, cazzo!

Sopraffatto dalla situazione, il mio pensiero divenne quasi impulso: “adesso je do un cazzotto in testa, la butto qui fori in mezzo alle frasche; e chi se n’accorge? tanto qui nun c’è un’anima...! Semmai la troveranno, sarà tra qualche anno!”.

“oh, ferma, che stai a fa?” avevo abbaiato; mentre lei con lo sguardo da trota sotto effetto morfina s’era arrampicata sui bottoni dei pantaloni: “E dai! ho voglia” aveva detto.
Non ricordo esattamente la sequenza delle azioni, doveva essere qualcosa tipo levati dalle palle perché mi stai facendo vomitare, espresso in movenze e parole più o meno esplicite. Riuscii però a scollarmela, farla tacere ancora, trovare il percorso giusto e riabilitarmi; erano le ventiquattro e cinquantadue attorno a Roma, dove oscurità e minuti formano una perfetta coppia di stronzi.
Benzina: poca.
Umore: pessimo.
L’indomani: probabilmente traumatizzato.
Quindici chilometri circa di strada e finalmente arrivammo a destinazione.
Ammetto che in quel momento quasi mi pentii dei pensieri malvagi scaturiti durante tutto il tragitto ma, devo ammettere anche che, ero fottutamente felice. Il forward veloce:

Entro di retromarcia nella via. Che cazzo di via stretta. Mi fermo. Parole nell’aria. Sportello aperto, che salvata! Parole nell’aria. “Allora, grazie della bella serata, ti chiamo presto!”. Aria fresca, poi inquinata “ti chiamo…, ti chiamo…, ti chiamo…”. Saluto con la mano. Ingrano la prima, guardo dallo specchietto retrovisore: un saluto a cinque dita. Spengo il telefono. Ricambio il saluto. Gas, asfalto che scorre, libertà.

Il mio pugno alto verso il cielo e stretto assieme al ghigno felicemente egoista divenne la mia vittoria. Giuro, in quel momento mi sentii come un bimbo che a Natale riceve il suo primo videogioco dei Pokemon.
Il carburante bastò per il ritorno, proprio per un pelo direi (a questo punto).

“Mi chiami? Certo! dall’astronave madre!”
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« immagine » Settembre di un anno non precisato, forse duemiladue, non ricordo con esattezza. Macchina dal meccanico, coscienza al posto giusto, la Marlboro tra le dita; ennesima giornata assolata e ventilata: dalle alette delle persiane un paio di raggi solari abusivi si schiantavano sul monito...
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La mente nel cuore

20 gennaio 2018 ore 13:15 segnala





“Assaggia”.
Il cuore gli batte forte e non sa cosa farsene delle sue braccia, così le tiene incrociate sul tavolo.
Lei gli passa il cucchiaino: sta aspettando. Ci sono tante cose da dire, adesso.
Prima di entrare in casa gli sembrava che si sarebbero esaurite tutte nello spazio che separa l’ingresso dalla cucina. Invece sono stati zitti.
Infila il cucchiaino nella parte bianca della farcitura.
Il sapore del metallo è la prima cosa che sente, poi c’è solo il dolce che si scioglie sulla lingua e gli sveglia una parte del cervello che credeva addormentata.
“Lo so perché sei venuto” dice lei nello stesso momento in cui lui si toglie il cucchiaino dalla bocca e chiede: “Cos’è?”.
“Un gusto nuovo, si chiama Desiderio, assaggiane ancora” suggerisce, col sorriso affabile: “chiudi gli occhi, lasciati andare”.
Lasciati andare, lasciati andare, lasciati andare; quelle parole avevano vibrato, flautate, in un refolo ammaliante. Lei prende un altro mezzo cucchiaino di quella soffice crema lattea, lo imbocca, e lui assapora di nuovo, lentamente, in visibilio. La cucina diventa assente, mentre le sue mani oneste muoiono sulla tovaglia, e un multiverso d’immagini si fa strada: una grande nave a pochi passi dalla spiaggia, il refolo leggero che arriva, è fattuale; tanti marosi in lontananza coprono il vociare di una donna velata, tra le maschere rosee danzanti attorno al suo respiro. E' un miraggio, una santa, forse è una dea, forse è una dea muta, descrive, assuefatto.
Lei sposta prudentemente il vassoio, verso un’estremità della tavola, poi si adagia gentile, distesa su un fianco. I suoi occhi luccicano in quelli di lui appena riaperti, ed entrambi gli sguardi si ritrovano.
“Io c’ero?” domanda con dolcezza.
“Sì, credo. Credo che quella donna fossi tu, in qualche modo”.
“Bene”.
“Comunque, devo dirti una cosa importante”; ma lui non fa in tempo a finire la frase che le dita di lei stanno già lambendogli le labbra.
“Shhh..., lo so, c’è tempo” gli sussurra, un attimo prima di baciarlo sulla bocca come stesse donandosi in eterno a lui , oppure gli stesse ricordando d’averlo già fatto. Lascia le sue labbra, dopo averle cotte di un flusso inventato.
“E ora c’ero?” reclama, accattivante.
“Sì, anche ora c’eri…”.
E un vento tiepido ( lontano dall’Europa o dalla terra tutta, indubbiamente mentale, pensa lui) spalanca le finestre e inizia a sfilare nell’appartamento, quasi dettasse legge; quella folata calda s’abbraccia alle sue guance impietrite e attorno alle caviglie poco scoperte. La luce che trapela da fuori è anormale, sembra di un sole caraibico, e bistratta ogni spazio impolverato tra angoli e mobilia: le nuvole di sabbia, prima fiere e dopo sconfitte sul parquet, continuano a farsi strada tra suppellettili e pelle nuda. Lui si allarma vistosamente quando sente un fiotto di spuma di mare inzaccherargli il viso. Forse è stato un mancamento improvviso, una sorta di svenimento cosciente: è la sua prima giustificazione.
Intanto un altro boccone di dolce meraviglia pasticcera riempie il cucchiaino, fermo tra le dita femminili. Lei si sdraia sulle terga e lascia che la crema le scivoli tra il collo e le clavicole, innalzando il metallo poi, come fosse un trofeo: un altro sguardo fugace a quella bocca ormai asciutta, quindi inarca poco la schiena all’indietro, invitandolo su quella porzione di corpo crudo. “Ancora…, provane ancora un po'”.
Da lontano pare udirsi la tromba di una imbarcazione e una manciata di raggi solari irrompe attraversando le pareti; lui non se ne cura. Intanto un’abbondanza di pulviscolo acquoso ha riempito l’aria. Si mette più comodo, inginocchiandosi sulla sedia, chino sul fiato lento di lei. La colata del dolciume s’arresta facile, tirata via dalla lingua. Lui chiude ancora gli occhi, mentre inspira le fragranze del mare, immaginando: la rena diventa totalmente rosa sulla costa, spiega, e da lontano la donna chiama col dito indice. Una scolaresca dovrebbe essere poco distante, perché sembrano voci allegre di bambini quelle che gli profanano i timpani, e c’è un clima amorevole lì, conclude, riportando le sue pupille a lei.
“Anche stavolta…”.
“Sì, eri tu.” anticipa lui. “Mi sembra tutto così assurdo, però. E’ un sogno?”.
“Ancora no”.
Quasi avessero vita propria, le pareti della cucina, come i mobili e gli elettrodomestici, prendono colore. Accusando veloci riflessi perlacei, in pochi secondi diventano rosa.
Lei prende un’ennesima piccola porzione di dolce, dà una guardata a lui, poi si mette seduta sul tavolo, con i polpacci scoperti e penzoloni, faccia a faccia:
“Se sei venuto per dirmi che è finita, sei sempre in tempo” propone, fragile.
“Veramente…” le sua labbra s’atteggiano a sorriso; “veramente no, anzi…”.
“Allora non voglio sapere adesso, ma tra poco, aspetta solo un po’, vuoi? Un ultimo boccone, va bene?”.
“Va bene”.
“Chiudi gli occhi…”.
La stanza inizia a cantare, con voce flebile. Decine di filastrocche con decine di piccole voci. Le onde si infrangono ai piedi delle sedie, accompagnate da quel soffio caldo che ora scompiglia vestiti e capelli, in quello spazio rosa come una enorme culla in mezzo ai tropici.
Lei si scopre la pancia, poggiandosi comoda sui gomiti, e disegna la pelle liscia col cucchiaino, proprio sotto l’ombelico, formando un cuore di Desiderio soffice; poi prende per mano lui, e accompagna le sue dita fino a fargli sfiorare la crema.
I cori allegri adesso sembrano cantare di vita, oppure d’amore per questa, e sulla gota di lei una minuscola lacrima si fa strada, innamorata anch’essa.
Entrambe le mani iniziano delicatamente a carezzare l’addome, tra molteplici baci che assorbono quella delizia biancastra, finché iniziano a tastare curiose: la rotondità è diversa al suo tatto, o almeno così sembra; c’è una minuscola collina pendente. Come se stesse toccando qualcosa di nuovo, riesce a sentire il flusso vitale, il respiro, uno stato d’animo o forse tutta l’esistenza del mondo chimerico in cui si trova assorto. Quasi gli sembra di poter sentire un lesto battito di cuore a due passi dal paradiso.
Quando alza lo sguardo le lacrime di lei sono ormai copiose e vanno tutte a morirle sul sorriso, su quelle splendide labbra che ora sono più rosee che mai. I due si guardano pochi secondi, il tempo di un breve scambio di parole, ma senza fiatare; poi lei gli stringe la mano chiusa in pugno nelle sue, portandola ad asciugarle il viso:
“E’ ancora così importante quello che dovevi dirmi?”.
Lui tace, infila l’altra mano in una tasca, tira fuori un anello e lo poggia sulla pancia di lei, con gli occhi promettenti.
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« immagine » “Assaggia”. Il cuore gli batte forte e non sa cosa farsene delle sue braccia, così le tiene incrociate sul tavolo. Lei gli passa il cucchiaino: sta aspettando. Ci sono tante cose da dire, adesso. Prima di entrare in casa gli sembrava che si sarebbero esaurite tutte nello spazio ch...
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La mosca

19 gennaio 2018 ore 19:55 segnala



"Ci risiamo! Mi ha chiuso fuori! E' incredibile quell'uomo! Vorrei vedere quando comincerà a trattarmi da signora come fa con quella lì, quella brutta bagascia gigante e..., e bionda e..., e, ahhh non lo sopporto più!".

Così la mosca si guardò attorno, senza star ferma un attimo. "BzZzZz, bzZzZz" mormorava. Poi a un tratto si accorse che la finestra della cucina era aperta, allora si mise a volare più velocemente che poteva; le stava venendo un attacco di panico. Era sempre stata gelosa del suo Richard anche quando era poco più di una larva e lui invece era già così maturo, così uomo. Allora si affrettò facendo vibrare come corde di chitarra le sue ali membranose; passò affianco ai gerani a tutta birra e si catapultò nella grande insenatura tra telaio e anta. Era fatta. "Che corsa! Uff, di questo passo mi potrebbe venire un infarto" pensò, strofinandosi il musetto a proboscide con le zampette. "Ora sono a casa, finalmente. Adesso vediamo che dice quel mascalzone! Ah ma stavolta mi sente eh! Eccome se mi sente!".
Dunque la mosca si rialzò in volo e si diresse in salotto dove Richard si intratteneva con Georgia; In circa due secondi arrivò nei pressi dell'orecchio di Richard che nel frattempo discuteva animatamente con la sua consorte, e cominciò a fargli una ramanzina degna di una moglie incazzosa e nevrotica:
"Eccolo qui il dongiovanni della casa! Brutto stronzo che non sei altro, appena volto le spalle ti metti a fare lo scemo con questa specie di Troll col rossetto? Ma tanto io ti vedo lo stesso che ti credi, tsk!". Nel frattempo Richard, tra un ronzio e l'altro, la ramanzina la stava facendo a sua moglie con toni molto più accesi:
"Sei proprio una troia allora! e me lo vieni pure a dire che hai avuto una scappatella! Con chi poi? il lattaio! Ma ti rendi conto? il lattaio..., io non ci posso credere! Con quel berretto con la scritta "Muuuuuu" e quella tuta color cacca d'uccello?" urlò Richard, schernendola.
"Beh? Almeno lui sotto al berretto qualche capello lo ha! Ed ha qualcosa anche più sotto, se lo vuoi sapere! E poi lui mi desiderava, tu invece non mi tocchi da anni!", rispose lei con convinzione.
La mosca allora che sentiva quel gran frastuono iniziò a urlare a brutto muso:
"Richard, basta! stammi a sentireee! Hei? Sono qui! yu huuu..., è inutile che fai il finto tonto, perché adesso mi sto scocciando! Ti giuro che se continui così ti attacco qualche malattia. Non ci credi? Dov'e il bagno? O preferisci la spazzatura? Magari agenti patogeni direttamente da sangue infetto, che ne dici? Guarda che lo faccio eh..., ti giuro che lo faccio!"
Richard intanto accusava il fastidioso ronzio iniziando a schiaffeggiare l'aria, mentre inveiva contro Georgia:
"Senti, mi hai rotto le palle! Nemmeno voglio discutere, per me è finita qui, puoi prendere le tue cose e andartene anche subito!".

E la mosca continuava a chiedere spiegazioni: "BzZzZz, bzZzZz!".

Georgia rispose a Richard con tono sempre più indisponente:
"Andarmene io? Ma se questa è casa mia, idiota! Semmai tu, dovresti prendere subito quei quattro stracci consumati e sgommare! Intesi?"
La mosca sempre più nervosa non si arrendeva: "BzZzZz, bzZzZz!"
E mentre la discussione a tre continuava, la mosca decise di tentare il tutto per tutto, quindi cominciò a gironzolare attorno al viso di Richard da orecchio a orecchio, tartassandolo di offese:
"Sei proprio uno stronzo! Mi hai sedotta e poi abbandonata! Il solito maschio egoista! Mi fai schifo! non la meriti una come me! I miei occhioni di rubino, come li chiamavi tu, vogliono solo piangere ora! Brutto bastardo, approfittatore e meschino e..., e, idiota e..., e, ah che nerviii!".
Quindi Richard, assai infastidito, smanacciando a destra e a manca colpì per sbaglio Georgia sul volto, la quale, scioccata, cominciò a gridare. Allora lui prontamente tentò di scusarsi esclamando "Non l'ho fatto apposta! c'era un insetto!", ma Georgia oramai era divenuta un cane rabbioso: "Ah si??! Neanche io lo farò apposta!", annunciò, e sferrò uno schiaffone altisonante al marito. I due allora iniziarono ad accapigliarsi, strattonandosi e urlando disumanamente, prendendosi a calci e pizzicotti, finché non persero l'equilibrio e cominciarono a barcollare a centro salotto.
La mosca allora, da spettatrice a quell'incontro, iniziò a tifare per la donna con solidarietà femminile: "Spaccagli la faccia a quel vigliacco! Non ti far intimidire! Fa con tutte così! non può passarla liscia! Vaiii vaiii! Molla un gancio! stendilo quel pelatone!"
A un certo punto, però, Georgia slittò, cominciando ad arrancare per fermare la sua corsa di faccia verso la vetrinetta degli Swarovski. Allora per tenersi si aggrappò alla gamba destra di Richard che a sua volta scivolò cominciando ad agitare le braccia ma senza grossi risultati di ripresa. In un attimo la donna si aprì completamente, urtando con violenza sulla vetrinetta che le lacerò la gola e le braccia; Richard, invece, cadde all'indietro senza rendersi conto e andò a sbattere la nuca sul carrello della TV, facendo cadere l'apparecchio e fracassandosi la testa. In terra si andò a formare un'unica pozza di sangue e i due, inermi, sembravano non dare segni di vita.

Erano deceduti.

Allora la mosca rimase attonita, tremolante, spaventata, poi volò sulla pozza e iniziò a suggere: "Beh, lo prendo come ricompensa per il male ricevuto!".
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« immagine » "Ci risiamo! Mi ha chiuso fuori! E' incredibile quell'uomo! Vorrei vedere quando comincerà a trattarmi da signora come fa con quella lì, quella brutta bagascia gigante e..., e bionda e..., e, ahhh non lo sopporto più!". Così la mosca si guardò attorno, senza star ferma un attimo. ...
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Me ne vado in Tedeschia

16 gennaio 2018 ore 19:42 segnala
Io mi chiamo Lonel Ureche, anche se i conoscenti mi chiamano Lonely.

Avevo quattordici Leu e ottantacinque nel momento in cui la barca arrivò a Bratislava; il Dunarea sembrava sporco d’arretrati, nonostante luglio passato fosse lontano undici mesi e diciassette giorni: era il tredici giugno del millenovecentosettantadue, quando Pavel mi puntò tra la folla e guardando ai miei piedi disse “Se io fossi ricco, amico, non ti farei pagare un Leu; anzi, ti comprerei un paio di papuci!”; poi, mi tirò per la manica sull’imbarcazione.
Avevo contato una trentina di persone durante l’attesa, tra queste c’era Corvina Lonesco: abitava a poche decine di metri da me, proprio alla fine della Donovalova, con le sue due figlie piccole (tre e nove anni). Non riuscirono a imbarcarsi, loro.
I canneti sulle sponde iniziarono la sfilata verso mezzogiorno, io m’ero accomodato sotto la ringhiera a lato della prua; mentre, il vento premiava noi fortunati.
Mi sono chiesto spesso cosa avrei lasciato alle spalle; a parte il Grassalkovich visto a qualche metro di distanza e un duomo che non m’e mai appartenuto, in fondo, non avrei lasciato nulla lì, nulla in Cecoslovacchia.

Rimasi orfano all’età di dodici anni e sono fiero di essere il figlio di Dragoi Ureche. Mio padre lavorava in miniera a Banská Bystrica, vicino alla città di Brezno: morto di tisi in carcere per aver richiesto un sindacato che aiutasse i minatori a ottenere occhiali protettivi contro le schegge, nel lontano millenovecentotrentacinque. Mia madre non l’ho mai conosciuta, non so neanche se sia viva.
All’istituto di Presov crebbi in fretta, imparai a non temere. Ricordo uno dei cattivi, un istitutore di quelli che: “Prima o poi vi faccio piangere, a voi” (dopo qualche anno venne aggredito nell’ingresso del suo palazzo, sulla Konstantinova; alcuni ragazzi incappucciati gli ruppero i ginocchi, legamenti crociati e menischi, con tondini per cemento armato, poi infierirono sulle fratture scomposte, così che non potesse più camminare).
Dopo la scuola, quasi ogni giorno, ci davano dei denti da trattare con l’Ipoclorito per rivenderli; sapevo che erano denti dei morti perché l’orfanotrofio era in qualche modo in contatto con ospedali, camere mortuarie e imprese di pompe funebri: i dirigenti, una volta in possesso dei denti lucidati, li avrebbero venduti a laboratori stomatologici che l’avrebbero poi usati per fare le dentiere.
Della lingua, così come della cultura, me ne sono appropriato a dovere successivamente. Nella tenera età, confuso, impaurito e ignorante, dicevo a tutti che da grande me ne sarei andato in Tedeschia.

Il primo giorno di navigazione l’avevo passato seduto ad ascoltare; un vociare rissoso e continuo mi aveva cullato anche durante la notte; lo stesso fece da sveglia: chissà cosa avevano da discutere quelle famiglie a metà, gli artigiani, le tessitrici, i vetrai, mentre quello lì, calvo, prendeva a schiaffi uno chiamandolo “cu capul mare”. Doveva sentirsi uno di loro, un istitutore, sicuramente.
Il capitano del natante, Pavel, aveva messo a tacere tutti quella mattina. Io avevo masticato unghie e bevuto poca acqua.

Ancora ricordo, quei giorni ripensavo a parole sentite dire in giro come “discernimento”, “trasalire”, “ledere”, eccetera. Io ho sempre avuto un sogno malvestito e portato avanti senza scarpe.
Conobbi tutte le persone storte in qualche modo o per qualche ragione durante il mio piccolo viaggio, compreso il bulgaro preso a schiaffi il primo giorno: lui, ad esempio, si chiamava Vassil, in arte spicciolo, e suonava la ghironda, come un artista. Di tutti gli altri ho un ricordo appannato.

Al giorno d’oggi non mi manca niente; ho venduto il mio passato a un editore, ma questa è un’altra storia. Da quel giorno in cui Pavel, appoggiato al parapetto, mi guardò annunciando “Salmoni!” felice più di quel quarantanovenne sciatto che ero io…, beh, continuo a pensare che nonostante ora conosca la lingua, in fondo, la Tedeschia esista, come esiste la Germania.

Ho ottantaquattro anni e mi chiamo Lonel Ureche, anche se i conoscenti continuano a chiamarmi Lonely.
Il mio prossimo viaggio? me ne andrò in Spagnolia!


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Io mi chiamo Lonel Ureche, anche se i conoscenti mi chiamano Lonely. Avevo quattordici Leu e ottantacinque nel momento in cui la barca arrivò a Bratislava; il Dunarea sembrava sporco d’arretrati, nonostante luglio passato fosse lontano undici mesi e diciassette giorni: era il tredici giugno del...
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Come un'altalena

15 gennaio 2018 ore 18:19 segnala



C’è una specie di luminosità nel suo sguardo stamattina.
Si vede da come è entrato in ufficio, da come ha centrato l’attaccapanni con la giacca e da come mi ha salutato unendo pollice e indice e alzandoli alla bocca per invitarmi a prendere il caffè.
Mentre lavoriamo, ogni tanto si tocca il gesso e non può fare a meno di sorridere.
Mi avvicino e fingo di leggere il comunicato che ha davanti: una piccola scritta storta spicca sulla piega bianca dell’ingessatura, “…come un’altalena”; non riconosco quella calligrafia.
Mi ha sorpresa a sbirciare ed ecco i miei occhi cadere consapevolmente nei suoi.
“E’ vero”, sottolineo.
“Lo so”, risponde, compiaciuto.

Sta per grandinare. Siamo ancora a giovedì e io non faccio altro che pensare alla domenica passata e a quella che verrà, cercando di capire se le mie mani invecchieranno nelle sue.
Torno a sedermi, lontana dai respiri insoddisfatti degli altri; quasi tutti sono intenti a guardare fuori, dalle finestre, il vento che scuote quei Liquidambar altissimi e porta l’unica risposta sensata alle preghiere di chi ama seppure stia sbagliando: tutto cambia.
Come è giusto che sia, la grandine inizia a picchiare sul vetro alle mie spalle; il tic-tac è un sonnifero, poi una sveglia. Tic-tac, tic-tac, tic-tac, e richiamo alla mente quelle due ore di quattro giorni fa, splendide in un luogo squallido.

Settemila lire all’ora, per la riservatezza che una stanza spoglia in zona Fuorigrotta può dare.
Prima di entrare mi ero ripromessa di non cedere —non esiste cervello tra le carni delle bestie innamorate— poi ho ceduto. La luce soffusa è stata complice del suo profumo. Non riesco a dimenticare la parete fredda sulla schiena, le sue dita brave sotto il cotone, quella lingua di brace. E ho proteso le braccia, con le mani sul suo sedere me lo sono spinto contro; in quell’attimo è stato mio, solo mio. I nostri corpi impazziti, ballerini, si sono respirati addosso e lasciati andare al richiamo delle pulsioni. Le sue labbra bollenti sul collo, mentre ero la preda consenziente, mi hanno fatto aprire occhi e gambe; “ti voglio”.
La verità è che sono sempre stata troppo brava a mentirmi, perché una donna sola può creare castelli dal nulla, come può farli diventare latrine.
Mi ha portato le mutandine alle ginocchia, tirandole coi denti, mentre la sua barba precisa sfiorava la pelle; infine è risalito arricciandomi la gonna del tailleur alla vita e la sua lingua mi è impazzita dentro, poi fuori e ancora dentro, come fosse una moltitudine di pistilli ebbri di passione.
In quel momento avrei voluto essere muta —se la mente è vergine il corpo tace— invece ho strillato, beata. Mi sono amata.
Ero felice. Tremavo. Tremo, ma sto bene; chiunque lo nota!

“Ti senti bene?”
“Sì, sì certo, scusami, …Schiani?”
“Schiano, Schiano! Alberto Schiano. C’è una cessione del fabbricato, te la lascio qui. Sicura di stare bene?”
“Grazie Schiani, sto bene, …sto bene”

Sembra quasi che ogni vita altrui debba essere collegata alla mia; mi chiedo se sia possibile farli sparire in un pentolone e mescolarli sino a farli diventare un unico, insignificante, individuo da poter ignorare. Invece sono qui, sono troppi, avvoltoi che bramano lacrime, a cercare quel lembo d’infinito che possa riempire la loro stupida e abitudinaria vita: sono cravatte, cravatte strette e poi allentate, spioventi da quei colli senza testa.
I chicchi di ghiaccio sono fermi, morti, poi scivolano sul cristallo mentre altri finalmente li rimpiazzano; “forse siamo tutti immobili e deceduti, oppure ruzzoliamo lenti in qualche sacca nascosta di un qualsiasi viandante, vivi ma impotenti”. Tutto cambia e tutto resta certo.
Le mie dita non riescono a stare ferme, il nervosismo impera, i miei occhi lo cercano sempre e lo trovano distratto o altrimenti attento a tutt’altro.
Sono una poco di buono, una guasta-famiglie, una pazza, oppure un pesce d'acquario illuso; le sue parole, però, mi hanno sempre viziata:

“Troverò una soluzione, fidati di me. Mia moglie ha un altro, lo sospetto, prima o poi chiederò il divorzio”
“Io non ce la faccio più a stare così, non ho un punto di riferimento!”
“Sono io il tuo punto di riferimento. Cristo santo! ma li vedi i miei occhi? ti sembra che stia fingendo?”
“Io ti amo! lo vuoi capire? Non posso pensare che sono solo un ripiego, uno sfogo, oppure la tua distrazione dalla famiglia! Tu, tu sei instabile; sei il mio divertimento come la mia paura, un complesso d’insicurezza che mi esplode nel petto ogni volta che te ne vai, poi sei la cassaforte chiusa bene dove ripongo il mio cuore, quando ci sei. Non so definirti, non so più come definirti, sul serio…“

Poi si è rotto il braccio, chissà dove e come; eppure un mio conoscente giurerebbe di saperlo: sulle scale all’uscita di un Motel, ma non in zona Fuorigrotta.

Ha smesso di grandinare, finalmente.

Tra poco dividerò anche questo caffè, senza zucchero, facendo l’ennesimo giro di parole, sorretta dalle stesse catene fragili, attorno all’uomo che mi fa vivere, mi uccide, poi mi fa volare sussurrandomi che soffrirò, come su una giostra innocente.
Lui, ...come un'altalena.
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« immagine » C’è una specie di luminosità nel suo sguardo stamattina. Si vede da come è entrato in ufficio, da come ha centrato l’attaccapanni con la giacca e da come mi ha salutato unendo pollice e indice e alzandoli alla bocca per invitarmi a prendere il caffè. Mentre lavoriamo, ogni tanto si ...
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L'ospite Uroboro (sotto i cieli del Renascor)

15 gennaio 2018 ore 17:37 segnala



Fu una sorpresa anche per il vecchio Matt Hinson quel bagliore anormale sul bosco, accanto alla Farm to market road.
A Callahan (TX), probabilmente già si era vociferato riguardo l’occhio di Dio anziché la visita da parte di una forma aliena; Matt, però, aveva annusato l’aria più volte, e la sensazione che un puzzo tremendo di scarti intestinali provenisse da quel sentiero tra i cipressi lo spinse a indagare.
Un animale morto da giorni, per quanto grande fosse, non avrebbe potuto sprigionare quella graveolenza che ispirava simili conati di vomito, pensò lui tappandosi il naso. Fece qualche passo sulla fanghiglia, addentrandosi nella nebbia crepuscolare: quei filamenti lattiginosi, leggeri, erano come piccole dita di ghiaccio sulla pelle scoperta. Mentre il buio si faceva più denso, Matt avvertì un lento alitare a qualche metro da lui. Qualcuno doveva essere lì vicino perché quei fiati fossero così forti, quasi si stesse consumando un amplesso nei suoi timpani; il suo ardire poi cominciò a venir meno, proprio quando a pochi passi notò una sagoma glabra, fra due tronchi esili, immobile. Quell’essere sembrava un ragazzino nudo, certamente magrissimo, calvo e leggermente curvo sulle gambe, con le braccia penzoloni e gli occhi socchiusi.
Matt fece per avvicinarsi ancora e rimase impietrito a fronte della realtà paratasi ai suoi occhi, o quella che a lui sembrò tale: quel corpo, assurdamente, si ergeva sugli arti inferiori dilaniati da minuscoli insetti entranti e uscenti dalle carni, avanzando della pellaccia allentata ovunque, come fosse vetusta e marcia, restando inerte, cosparso di feci colanti fino alle caviglie ormai coperte di quella merda verdognola stagnante; gli occhi che sembravano serrati volutamente erano invece due affossamenti privi di palpebre e peluria. La creatura smunta continuava ad ansimare, ferma nella sua posizione deforme, quando Matt volle avvicinarsi sino ad annusare quei fumi acquitrinosi. Non riuscì a spiegarsi cosa stesse facendo, ma lentamente si accostò col viso a quell’entità fetente e quella si pronunciò porgendo la fronte rugosa e pallida: “Succhiami...” richiese.
Succhiami, succhiami, succhiami; quella parola aveva riecheggiato nell’animo del vecchio Matt, il quale avvicinò le labbra per poi poggiarle delicatamente sulla sua pelle bianca e cominciò a suggere: la sua cavità orale si allargò a dismisura e l’ospite si lasciò tirare dentro quieto; intanto, le deiezioni liquide corrodevano ogni punto di contatto, dalla dentatura alle tonsille, lacerando dall’interno ogni organo vivo e sfociando nelle convulsioni ripetute di Matt Hinson, ormai posseduto.
Come fosse un guanto che stava rigirandosi dall’interno, il vecchio vomitò le sue interiora sino a svuotarsi definitivamente e ricomponendosi in un ammasso di polpa liscia secernente liquidi malsani, quando, poco distante, il rombo di un’automobile in avvicinamento e nel cielo sopra le fronde una nuova scintilla violacea si accese, illuminando per qualche secondo l’intera zona.
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« immagine » Fu una sorpresa anche per il vecchio Matt Hinson quel bagliore anormale sul bosco, accanto alla Farm to market road. A Callahan (TX), probabilmente già si era vociferato riguardo l’occhio di Dio anziché la visita da parte di una forma aliena; Matt, però, aveva annusato l’aria più vo...
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