"MEGA RAGNI!"

13 gennaio 2018 ore 21:25 segnala


A due giorni da Auschwitz: la zona morta.

Le nuvole si erano sdraiate nel cielo e la coltre di cenere si stava dipanando. Ormai la polvere scura cadeva giù sporcando le foglie degli alberi, riposatamente alle esplosioni.
Ben era cresciuto; iniziava a prendere decisioni da sé, osservò Noah. “Questo va bene!”, gli aveva fatto sapere, sventolando un ramo di Frassino, “Adesso ho un fucile mio!”.
Durante l’ultimo inverno le strade che portavano a Zarki si erano riempite di cadaveri, vittime delle bombe o del freddo, e la gente e gli animali ormai erano diventati sciacalli in un posto senza nome. Giravano armati per tutto il giorno cercando le carogne, quei cani, come i cani veri, e se non le trovavano allora potevano spararsi e mangiarsi a vicenda, perché vivere un giorno in più da bestia era meglio che vivere un giorno in meno da uomo. E così era, fra le strade sconosciute.
“Mega-ragni! pweeeow…, Mega-ragni dappertutto! pweeeow pweeeow!”.
“Finiscila Ben!”, intimò Noah. “Dobbiamo andarcene da qui”.
“Ma io li metto tutti a dormire! pweeeow! dormite Mega-ragni, pweeeow! lo vedi? pweeeow!”.
Noah afferrò per un braccio il fratello intento a sparare ai nemici immaginari, “Metti a posto il fucile, non sprecare le munizioni adesso. Serviranno per dopo, va bene?”, e il piccolo ripose il corto ramo di Frassino infilandone la punta nello stivale; “Però mi aiuterai pure tu coi Mega-ragni, vero? e li faremo addormentare tutti! vero?”.
“Certamente. Dormiranno tutti”: Noah sorrise.
Si erano allontanati abbastanza e la mattinata passò in fretta, ma le provviste stavano per terminare. Se Noah poteva resistere alla fame, Ben invece era vittima dei crampi allo stomaco. Erano rimasti mezzo panetto di pane raffermo e tre patate dolci, più l’acqua che adesso non arrivava a riempire un terzo della borraccia. Non avevano un grande vantaggio rispetto alle truppe.
Quando arrivarono in cima alla collina, Noah porse un pezzo di pane al fratello, che accettò di buon grado. Tirò fuori il vecchio cronometro a carica da una tasca e osservò l’orizzonte: se sei un vero uomo, meditò, corri! Altrimenti, resta e aspetta, perché prima o poi toccherà a te. Il piccolo Ben saltava sul posto affianco a lui, col tozzo di pane in mano e gli occhi curiosi su quello strano oggetto nelle mani di Noah, cercando di scoprire l’ennesimo mistero paratosi ai suoi occhi di bimbo: “Che cos’è, Noah? che cos’è? cos’è, cos’è, cos’è, cos’è, cos’è?”.
“Papà diceva che un vero uomo sa correre quando serve. E allora, diceva, quando un uomo corre c’è qualcun altro che resta, perché così si fa nelle famiglie”. Girò la rotella più volte per caricare il meccanismo. “Questo si chiama cronometro. Serve a capire se sei un vero uomo, oppure se devi ancora crescere”, spiegò con una certa enfasi che si spense in un risolino.
“Io sono così!”, disse Ben prima di infilarsi in bocca l’avanzo di pagnotta, poi mostrò le mani che disegnavano la sua età: una era bene aperta a mostrare tutte e cinque le dita e l’altra sembrava più uno scarabocchio che puntava al cielo. Poi riagguantò il pezzo di pane umido di saliva; “Allora io corro? che dice il coloromerto? corro?”.
“Guarda laggiù!”: Noah puntò il dito verso ovest. Un casolare malmesso resisteva in mezzo a quella radura bombardata, come una sinagoga di ghiaccio nella piazza dell’inferno. Sembrava non esserci vita nei paraggi. “E’ un castello?”, chiese Ben.
“Diciamo di sì. Ora faccio partire il cronometro e corriamo lì. Se arriviamo prima che faccia - clack - vuol dire
che siamo dei veri uomini, va bene?”.
I due corsero a perdifiato e incespicarono e risero e caddero. Sempre si rialzavano e riprendevano, e Noah guardava Ben come fosse l’unico fiore in quel deserto di carogne. Nel momento in cui arrivarono a fronte del casolare (il cronometro aveva fatto - clack - da qualche secondo), Noah esultò: “Siamo due grandi uomini!”.
“Sì!”, aveva rincarato Ben, “E addormentiamo i Mega-ragni mentre corriamo superveloci! pweeeow!”. A vederla da lontano sembrava una immensa struttura, ma era poco più di una catapecchia che pareva disabitata. In effetti ora non la abitava più nessuno perché i presunti proprietari erano riversi su una panca a pochi metri dalla porta d’ingresso, morti e rinsecchiti come due prugne al sole. Quando Noah e il piccolo Ben entrarono, quest’ultimo si passò l’indice alle labbra e strattonò il fratello, indicando poi la coppia di anziani, morti la fuori in un ultimo e freddo abbraccio: “Fai piano! dormono”.
La casa era fatiscente e nel soggiorno la graveolenza faceva stringere le nari. Erano rimasti pochi pezzi intatti dell’arredamento originale; una poltrona, due tavolini (uno basso e largo, l’altro poco più alto e stretto), una libreria fracassata, diversi volumi del Tanàkh sparsi dappertutto. L’intera mobilia era comunque rovesciata, distrutta, sparpagliata. Sui muri decine di svastiche come effigi da pugnale o come disegni di sangue sull’intonaco crepato dalle urla dei fantasmi. Avrebbero dovuto esplorare il secondo piano, adesso.
Ben puntò il dito sulle raffigurazioni, strabuzzando gli occhi appena le vide: “I disegni dei Mega-ragni! guarda! guarda! sono stati qui!”.
Noah accolse il fratello sottobraccio e salì le scale assieme a lui. “Il tuo fucile è carico?”. “Sì!”, rispose Ben tutto eccitato. “Mi difenderai?”. “Sì!”, rispose ancora. “Sta bene”, concluse Noah.
Al piano superiore Noah trovò subito un rifugio, nell’angolo coperto da una grande cristalliera svuotata. Incitò Ben a ripararsi lì: “Quando arriveranno, io uscirò fuori e correrò imbracciando il mio fucile. Col mio raggio addormentante li farò fuori tutti e tu mi aspetterai qui, va bene?”.
Qualche raggio di sole trapelava dalla finestra vicina e si schiantava di lato a una panca, illuminando i pantaloni logori di Noah e la punta scura della carabina. “Ce l’ho pure io il razzo addormigliante! vengo pure io!”, aveva replicato lui. Allora Noah riprese il cronometro, lo caricò per bene, e lo affidò al fratello che già aveva deformato le labbra in una sorta di pianto silenzioso: “Tu sei un uomo”; gli chiuse le mani minute sul freddo metallo, “Ma sei anche la mia famiglia”, si raddolcì, “Quindi, stavolta io correrò e sparerò e tu mi aspetterai, per sessanta secondi, finché questo non farà - clack -, va bene?”. Ben annuì, tirando su col naso. “Loro stanno arrivando, lo capisci?”.
“I Mega-ragni?”, chiese Ben con gli occhi lucidi.
“Sì, Ben. Sì, i Mega-ragni”, e nel sorriso di Noah, Ben, ci vide l’amore.
“Hai paura dei Mega-ragni, Noah?”.
“Molta, ma adesso abbiamo anche il tuo fucile, Ben”.
Spostò la cristalliera per far insinuare il piccolo nell’angolo di muro e lasciò lì dietro pure i viveri. Quando la riaccostò, restò ad ascoltare il respiro spaventato del fratello in quella porzione di casa anonima. “Ti voglio bene, Ben”, sussurrò.
Sulla soglia della porta, Noah guardava la cappa di fumi distorti su Zarki, poi nella linea del tramonto apparvero i soldati, neri e luccicanti come corvi imperiali. Si mise a correre verso loro, farfugliando un conto alla rovescia.
Nel casolare abbandonato riecheggiarono due botti d’arma da fuoco. Il cronometro fece - clack -.

Ben uscì dal nascondiglio. Si avvicinò alla finestra che ancora accoglieva uno spicchio di sole, col cronometro in una mano e il suo fucile nell’altra. Guardò verso la panca: la carabina di Noah era appoggiata lì. “Devo re-estare qui? Così si fa ne-elle fa-miglie?”, biascicò lacrimando mentre guardava il cronometro.
“Ti a-spetto qui, N-noah?”. Osservò dalla finestra: un paesaggio di forme sconosciute irradiate da una luce silenziosa. Colline, alberi, e solitudine. Fece per premere il grilletto immaginario del suo fucile, puntato a terra e improvvisamente senza munizioni, “Mega-ra…?”, poi tornò a guardare fuori cercando qualcosa di più reale: “Noah?”. Continuò a premere nervosamente quel grilletto, poi gettò in terra il bastone e fece ripartire il cronometro, mentre le piccole mani tremavano. “Uno… due… tere…”. Non c’era più nessuno laggiù. “Tedici… quordici… Noah?”. Non c’era più nessuno. “Quantette… quantotto… quant… Noah? Noah? NOAH?”. - Clack -.

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« immagine » A due giorni da Auschwitz: la zona morta. Le nuvole si erano sdraiate nel cielo e la coltre di cenere si stava dipanando. Ormai la polvere scura cadeva giù sporcando le foglie degli alberi, riposatamente alle esplosioni. Ben era cresciuto; iniziava a prendere decisioni da sé, osserv...
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13/01/2018 21:25:21
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Commenti

  1. nat.thecat 14 gennaio 2018 ore 16:25
    (Senza parole intelligenti da scrivere...)

    In questo momento ho solo un lungo (sofferto) sospiro, che preme come una mano fredda sulla gola da regalare al mondo.
    Ah sì: anche la lacrima che mi scende sulla guancia (mi ero dimenticata di Lei)


    (Shhh) :micio
  2. Limite.Esente 14 gennaio 2018 ore 16:30
    Shhh...

    (Grazie!)
  3. angelocaduto1970 19 gennaio 2018 ore 21:13
    Shhhhh.....grazie ..grazie per averla condivisa ...
  4. Limite.Esente 19 gennaio 2018 ore 21:30
    @angelocaduto1970 Grazie mille per l'apprezzamento.
  5. xspirito.liberox 19 gennaio 2018 ore 21:45
    angoscia ...
    gli incubi prendono la forma di ragni ...stanno arrivando sono neri ...
    come questo episodio altri e altri ...
    ma quello che facevano i ragni non ha avuto perdono
    l'umanita' non puo' dimenticare
  6. Limite.Esente 19 gennaio 2018 ore 21:51
    @xspirito.liberox Mi piace immaginare che nella mente di un bambino una svastica possa essere un ragno ma la piega presa (e la piaga mai chiusa) non ha scalfito minimamente le nuove generazioni. C'è bisogno di più leggerezza nel trattare i temi pesanti.
  7. valchiria1978 29 gennaio 2018 ore 01:30
    ....amore, onore e coraggio...in mezzo a tanto male.
    è un racconto toccante molto toccante.
  8. Limite.Esente 29 gennaio 2018 ore 01:33
    @valchiria1978 fa piacere che tu abbia apprezzato e percepito. Grazie mille.
  9. valchiria1978 29 gennaio 2018 ore 01:34
    grazie a te per avermi permesso di leggere è un piacere :)
  10. R.ocknRolla 04 giugno 2018 ore 00:37
    Amore e morte, come nel racconto dei gemelli. Tema ricorrente trattato sempre con dolce realismo.

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