ENCHANTED REA - FILLER 1

01 agosto 2018 ore 23:46 segnala



Che dite, lo finiamo questo romanzo? Che poi fa un po' così eh...

(FILLER)

Quando Nume pensava al proprio Dio, era solito immaginarlo buono e
premuroso; magari era stato un onesto artigiano oppure un umile
soldato. Fosse stato anche un ladro infame, considerò, era comunque
sicuro che non facesse parte di uno dei cento del Grande Buio e
almeno per questo si sentiva allietato. Quando i suoi occhi puntavano
in alto, guardavano oltre il tetto del mondo e gli parlavano,
talvolta ringraziando per un pasto, altre volte chiedendo perdono per
aver bevuto vino o birra più del necessario, in ogni caso aspirando a
risposte che non arrivavano mai.
Appena entrato nel suo alloggio si inginocchiò ai piedi della branda
con la volontà di pregare; avrebbe intonato una lode questa volta, ma
il pensiero ricadde sulla muraglia dei cento e sui Vulpidi e su
Ozram.
“Cento figli per cento bestie”, mormorò. Chiuse gli occhi e riesumò
tutto.



Il villaggio di Ozram quel giorno era particolarmente chiassoso,
perché un gruppo di sette uomini aveva catturato un lupo di Loda
vivo, e l’intenzione era quella di domare la grossa belva; sarebbe
stata un simbolo rispettabile e un cospicuo aiuto durante la
venagione di piccoli animali.
Il lupo venne recluso provvisoriamente nel porcile, dove certamente
vennero tolti i legacci dalle zampe e dal muso e furono sostituiti
con una grossa catena fissata al muro e poi fasciata attorno al collo
voluminoso: i maiali iniziarono un coro di grugniti lamentosi. Quando
i versi dei cacciatori e del lupo furono estinti, restò solo il
bofonchiare dei porci e tutti e sette gli uomini uscirono dalla porta
coi volti marchiati di compiacimento.
Guardando oltre la porcilaia, a sudest, in lontananza, spiccava la
chioma della mastodontica quercia che spesse volte era stata motivo
di discussioni: qualcuno sosteneva fosse sacra e quindi sarebbe
stato meglio non farsi avanti; “E’ un miraggio!” dicevano altri,
raccontando che, quando avevano provato ad avvicinarsi, essa si era
invece allontanata ed era perciò impossibile raggiungerla. Secondo
Nume erano tutte storie, allora pensò che un giorno sarebbe riuscito
a toccarne la spessa corteccia, ne avrebbe staccato pure un pezzo che
avrebbe riportato a Ozram, e così le donne e gli uomini del
villaggio, anche quelli più aitanti, lo avrebbero guardato con occhi
diversi dai soliti:rimase a contemplarne le fronde, alte nel cielo.
E’ un sogno e bisogna credere nei sogni, meditò, perché i sogni hanno
formato l’uomo e allora l’uomo grazie a essi può formare la propria
vita e giustificarne l’esistenza, modificando gli eventi e le vite
altrui in un modo migliore. Sì! Cambierò le cose! Si disse.
Ozram era un villaggio di modeste dimensioni, tuttavia aveva
raggiunto una certa fama negli ultimi anni. Era il paesello dei
cacciatori, del vino e delle passeggiatrici; queste girellavano dal
mattutino in cerca di poche Reae che avrebbero poi speso oltre i
confini di Dorothil, dove sorgevano le mura alte delle grandi città e
delle grandi cattedrali.
Quando la donna si avvicinò, Nume le rivolse una guardata verginale e
rimase composto con le mani ossute appese alla cintola. Lei invece
aveva un certo brillio negli occhi (e tra i seni sudati, ricordò
ora); passeggiava muovendo i fianchi in una lenta danza, facendo
trillare le monete nel sacchettino legato alla vita. Sulla fronte le
ricadevano riccioli scuri e morbidi, oscillanti a destra e sinistra
al ritmo dei suoi passi, mentre il suo sguardo cercava il consenso
dei peccatori. Non era la più bella tra le donne, ma aveva il fascino
impudico, sugli zigomi sporgenti e sulle labbra perlate e sicuramente
fra quelle cosce selvagge dove teneva il motivo di tanto tintinnio.
Quando fu abbastanza vicina, per un attimo si rivolse a Nume e lo
contemplò, dagli scarponi luridi alla testa già rada, per poi
fermarsi sulla faccia foruncolosa e scoprire che non poteva avere più
di diciotto anni, mentre lui arrossiva imbarazzato. Poi quella si
voltò rapidamente, dopo aver storto la bocca in una rapida
espressione di disgusto. Si avviò verso le case dei conciatori.
“Tanto non volevo…”, aveva mugugnato lui, cercando di darsi un tono
ardito che invece morì in una cantilena lamentosa. Poi scosse la
testa e ritornò al suo sognare.
Viste le misure discrete, Ozram era più simile a un ammasso di case e
laboratori che non a una città, quindi tutto era stato costruito
senza studiare un piano regolatore. Attorno alle strutture in legno
c’era una cinta muraria che venne eretta per ultima, nel mezzo una
strada principale che era stata conservata dacché era lì a segnare la
via ai cavatori dei tempi andati, e in disparte vicino alle mura
occidentali c’era una piccola chiesa in pietra costituita da tre
navate più l’abside, oltre a un semplice nartece esterno. La chiesa
aveva ospitato i credenti nell’esistenza di un solo e onnipotente
Dio, cosa che finì per diventare improbabile nei pensieri del popolo,
quindi venne sconsacrata con l’avvento del Doganesimo, quando tutti
furono felici di assecondare l’esistenza di divinità individuali
fallibili a cui poter attribuire grazie e colpe più ragionevolmente.
L’ultimo rito che celebrò fu quello per la sacra unione in matrimonio
fra i genitori di Nume: Belidioro e Isacca Lebrecaia; Isacca, che non
credette mai nel Doganesimo, continuò a prestare fede non più in un
solo Dio bensì nel Concilio degli Astri, cioè nell’entità che,
secondo le leggende della terra prima delle terre, era sopra a tutto
e sopra anche agli dèi.
“Arte-virgea: (“Terra vergine”, lesse nei ricordi Nume) Virgea-paorp
harea dies, Virgea-paorp myral arte”, era scritto su una lesena
esterna alla facciata del nartece; a parte quello, della vecchia
chiesa non rimase altro che la pesante carcassa svuotata della
mobilia e delle preghiere, ora lasciata agli sguardi inconsistenti e
alle meno inconsistenti esalazioni di peti e letame provenienti dalla
stalla poco vicina.
Prima che il sole calasse, Nume aveva già immaginato decine di
situazioni diverse ma sempre pregevoli: prima era un mercante che
aveva importato le carote bianche dalle terre oltre i mari del nord,
ed era diventato ricco; poi era un cavaliere di Re Fedorel e aveva
combattuto caricando le prime linee e sterminando i nemici solo con
un pugnale, e dopo averlo perso aveva fatto lo stesso a mani nude;
un’altra volta aveva salvato la vita a una famiglia di pastori
affetta da dissenteria, sperimentando una pozione di vino e infuso di
verbasco e tormentilla, perché era un benestante medico lungimirante.
A ogni modo, nei suoi sogni Nume era sempre ricco, aveva folti
capelli dorati, sapeva sempre rispondere a tono e nessuno gli
intimava di stare zitto, anzi nessuno ci provava perché nei suoi
sogni lui era autorevole e tutti erano d’accordo col suo dire.
“Quando la smetterai di sognare a occhi aperti?” irruppe Isacca, con
le palpebre stanche sulle pupille marmoree e il sorriso generoso.
Intanto Nume guardava per la strada uno dei sette cacciatori che si
dedicava alla troia cingendole la vita e sussurrandole cose; non era
la riccioluta coscia lunga ma era un’altra più vecchia, più gonfia e
più avida, che gli rubava Reae dalla tasca in petto ogni qual volta
egli sporgeva lingua e labbra accostandosi all’orecchio di lei .
Portò l’attenzione su sua madre, mentre seguiva ancora la coppia con
lo sguardo: “Dovrei vivere a occhi chiusi? come quelli ?”.
Isacca li guardò, poi accolse suo figlio con un braccio e con
un’ennesima occhiata acuta. Forse pensò che dopotutto non era così
estraneo al mondo vero. Si raddolcì: “Perché non vai ad aiutare tuo
padre?”.
Allora lui abbassò gli occhi, sull’alluce che sbucava dallo stivale
lacerato.“Credete che col mio aiuto possa fare prima?”
Sua madre gli catturò ancora dolcemente lo sguardo, facendogli tirare
su il viso, passando le dita gentili sotto il suo mento.“Tu credi che
senza un aiuto possa fare prima?”.
Nume sorrise; “Sta bene”.
Fra le case vicine alla cinta occidentale c’era sempre cattivo odore.
Un po’ derivava dall’acqua stagnante dei dopo pioggia, che si
accumulava sempre sul perimetro pendente della vecchia chiesa.
Procedendo più a sud, fra le case tutte ammassate in un groviglio di
cordicelle e panni appesi che si tenevano per mano, l’odore tipico
diventava quello della cipolla e riusciva a coprire ogni altra
graveolenza.
Arrivando nei pressi della sua modesta abitazione, Nume immaginava di
trovare suo padre fuori dell’uscio, seduto sullo sgabello, sgorbia
alla mano, intento a rastremare le doghe di robinia stagionate; aveva
quasi terminato la quinta delle botti invendute e rimaste a
conservare l’umidità in casa. Invece quella volta lo vide poco più
lontano, sull’angolo meridionale della strada, che oscillava come un
pendolo piegato e guardava qualcosa in terra dalle due direzioni; poi
si grattava la nuca nell’unica piazzola glabra fra il mare di lunghi
e lanosi capelli argentati, e si incurvava di nuovo a osservare.
Quando Nume arrivò alle sue spalle, lo ascoltò lamentarsi. “Merda !”,
aveva esclamato.
“Che è successo?”, chiese.
Belidioro si voltò sbuffando, “Oh… Nume…”, con un accenno di
delusione nella voce, quasi gli si fosse parato di fronte l’ennesimo
problema della giornata, o di una vita intera. Indicò lì in terra,
spostandosi a lato di un passo: “C’è della merda!; guarda”. C’era un
piccolo cono di feci dal colore gialloverde proprio sotto i loro
occhi.
Nume scrollò le spalle, non percepiva nulla di eclatante in quella
scoperta.
Suo padre incalzò, piegandosi sulle ginocchia e invitandolo a
osservare più da vicino col palmo aperto verso la montagnola di
escrementi asciutti: “Questa roba è strana. E poi …”; si alzò di
scatto e protese il palmo davanti a sé, disegnando un mezzo cerchio
nell’aria con la mano, “… sta dappertutto. Ce ne sono almeno due
dozzine qui in giro. Stammi dietro.”. Si incamminò frettolosamente a
nordest verso la zona degli orti, e lui lo seguì.
Trovarono le deiezioni un po’ ovunque. Spesso avevano uguale forma
conica, altre volte sembravano più delle piccole torri, ma il colore
era sempre lo stesso. La consistenza invece cambiava: cioè notarono
che lo sterco era più fresco quanto più era vicino al centro del
villaggio, a volte addirittura fumava in lievissimi filamenti di
fetore pungente.
Dopo avere percorso gran parte del villaggio con le teste basse,
scoprendo che l’intera area era contaminata da quelle particolari
escrezioni, i due sbucarono sulla via dei cavatori, a pochi passi dal
porcile. Lì, poggiato a uno dei battenti in legno della parete
occidentale, c’era il cacciatore che tutti chiamavano Squarciatorsi:
nella caccia agli uccelli, la foga delle sue frecce sovente spezzava
in due il malcapitato volatile (e non era necessariamente un buon
affare). Era intento in qualche chiacchiera irrilevante, sicuramente;
riscaldato da una mantella di capra conciata e dal suo stoicismo,
ostentato negli occhi di ghiaccio. Vicino a lui, altri due di poco
conto. Uno era accompagnato dalla vecchia borsaiola e l’altro dalla
giovane svergognata. Sembravano alticci e ridevano di gusto; anche le
due donne ridevano, più ridevano e più i loro sacchetti di monete
scampanellavano.
Quando Squarciatorsi si accorse di Belidioro e Nume, squillò come una
tromba destando l’attenzione di tutti:
“Quale onore! il bottaio fallito e …” Si fermò con le nocche sotto il
mento sporgente, mimando un’attenta riflessione. Infine si rivolse
ghignante ai suoi compagni. “… ah, sissignore, non può essere altri
se non quell’inutile, miserabile, faccia di porco del figlio!”; la
eco dei suoi insulti si manifestò sui volti della combriccola, ormai
rossi e deformati dalle risate, poi arrivò alle orecchie di chi
passava per la via e che si fermò a guardare.
Anche i due donnaioli, ghignanti, si scagliarono. “Siete due
mongoloidi senza Dio!” Urlò il primo, “Già! e senza scarpe!”, rimarcò
il secondo, singhiozzando una risata catarrosa.
Padre e figlio restarono immobili, uno digrignava i denti e l’altro
aveva testa bassa. Ma fu lui, il giovane Lebrecaia, con gli occhi
persi nel suo stivale rotto, a rispondere a tono:
“Per lo meno, non ci facciamo derubare dalle puttane!”
Quella sferzata di coraggio illuminò suo padre, che lo avvicinò a sé
afferrandolo per un braccio in uno slancio di protezione.
I cacciatori, adesso scuri in volto, si interrogarono. Bisbigliarono
fra loro. Si tastarono le giubbe a vicenda e si spintonarono; finché
Squarciatorsi, dopo un’occhiata decisiva alle due donne, afferrò
entrambe al dorso del collo e le spinse con rabbia in terra come
inermi anatre pronte da spennare. “Se ciò che dici è vero, qualcuno
verrà scuoiato e qualcun altro avrà le sue cose indietro. Sissignore,
sarà senz’altro così.”, ringhiò estraendo un coltello. I suoi compari
furono d’accordo e subito impedirono alle prostitute di rialzarsi,
obbligandole sulle ginocchia a lato della strada.
Una decina di persone erano apparse a curiosare da una distanza di
sicurezza, certe che da lì a poco qualcuno avrebbe lasciato la sua
cara pelle. Anche Isacca si presentò all’appello, sbucò fra le case
dall’altro lato, disorientata, cercando di capire cosa stesse
succedendo; sicuramente non si accorse subito della presenza di
figlio e marito che erano laggiù, perché restò ferma a strizzare gli
occhi cercando di distinguere le sagome lontane.
Squarciatorsi si avvicinò a quelle stupide oche e tagliò atrocemente
vestiti e legacci là dove tenevano i loro sacchetti di denaro; la più
vecchia e corpulenta venne ferita sul fianco e lamentò il dolore, ma
venne zittita da un manrovescio: soppesando i due piccoli sacchi, era
evidente che la colpevole fosse lei, la più grassa che starnazzava
sanguinante dal naso. Gettò il bottino al suolo e la tirò per i
capelli arruffati, avvicinandole la lama alla gola scoperta: “Dunque
è vero! In tal caso…”, fece per scannarla.
“Fermo!” Gridò Nume, mandando in confusione l’aguzzino che allentò la
presa; “Non è stata lei!”.
Fu senz’altro una mossa poco ragionata, impulsiva oltre ogni fremito,
pensò, perché stava per mandare al macello la vacca sbagliata. Non
era comunque una vacca? che importava se fosse magra o grassa, se
fosse una vitella o una manza? comunque, era una vacca! e in ogni
caso quella l’avrebbe guardato schifata, ciondolando con quei
riccioli lucidi d’abisso al ritmo tintinnante dei benestanti! coi
suoi seni unti dagli sguardi libidinosi e le cosce frementi…!
“Quella! è stata quella lì!” Imperversò, indicando la più giovane;
“L’ho vista con i miei occhi mentre vi rubava delle Reae!”
La ragazza sgranò gli occhi e Nume vi lesse dentro la paura di una
morte ingiusta. La vecchia bagascia quindi venne lasciata a tossire e
soffiare sangue in terra ed entrambi i cacciatori si accanirono
sull’ormai presunta ladra. Uno le teneva la testa tirandole i capelli
e la domava affondandole il ginocchio fra le terga, costringendola
carponi. L’altro la centrò alla bocca dall’alto con un cazzotto
sinistro, che arrivò come un martello di ferro su una campana d’ossa.
Quella immediatamente svenne.
La gente tutto attorno iniziò a mormorare. Molti nuovi arrivavano da
ogni direzione. Alcuni indicavano padre e figlio, altri borbottavano
guardando i cacciatori. Isacca si avvicinava di gran carriera
facendosi largo fra i curiosi.
Il peggio doveva ancora accadere e Squarciatorsi era pronto a
terminare quell’opera di castigo. Si avvicinò rapido alla putta
svenuta agitando il coltello e mirò subito alla gola liscia e
pallida; “Che serva di lezione!”, tuonò risoluto. In quell’istante
dalla porcilaia si levarono dozzine di grugniti all’unisono e un gran
frastuono di rottura di tavole e rovesciare di secchi e urtare di
ferri; poi arrivarono i ringhi persistenti e ferini del lupo
catturato e il clangore della grossa catena che lo dominava.
Squarciatorsi si interruppe ancora, si irritò, divenne livido di
agitazione e tirò dritto oltre la ragazza per scorgere fra le assi
del porcile quale fosse il motivo di tanto chiasso. Pestò un
escremento proprio a fronte dei battenti e si rivolse al cielo che si
scuriva: “Mio Signore, oggi mi stai mettendo a dura prova!”.
Nel porcile i latrati divennero insistenti e, nella confusione di
quella lagna, il grosso lupo di Loda: un terribile rintronare di
catena su pietra su catena su pietra su catena fece tremare di
debolezza tutte le persone presenti; il ringhiare pure divenne
roboante e risuonò nei timpani come una slavina di terrore.
Un coro di sussulti si riaccese tra la folla e in gran parte gridava
di spavento: “Il lupo! il lupo si sta liberando!”. Taluni correvano
senza direzione, in preda al tremore del proprio corpo, certi avevano
gettato all’aria qualsiasi cosa tenessero in mano e scattarono con
foga dietro qualche angolo di muro o carretto di legno o uomo più
robusto; “Il lupo si sta liberando!”, continuavano a sgolarsi tutti,
“Il lupo si sta liberando!”.
Squarciatorsi si era ormai affacciato alle imposte e cercava di
guardare negli spazi aperti fra le tavole inchiodate.
In quel pandemonio di agitazione e proteste, una voce di donna
esplose dal centro della strada: “Il lupo non riesce a liberarsi! è
questo il guaio!”.
Nume e suo padre, che ancora non si erano mossi, si voltarono per
scoprire Isacca ferma in mezzo alla via che allarmava a gran voce;
“Non riesce! non riesce a liberarsi!”. La calca si interrogò, ma
nessuno ebbe tempo per darsi risposte: un guaito stridulo tagliò quel
chiasso universale, poi dalle assi della porcilaia volò fuori la
carcassa del grosso lupo di Loda che investì Squarciatorsi come una
pietra da catapulta, riducendolo inerme sotto un groviglio di legname
e pelliccia e carne tiepida. I cacciatori balzarono indietro
lasciando la giovane prostituta incosciente sul terreno. L’altra
aveva già strisciato abbastanza da essersi allontanata, e teneva i
sacchetti di Reae stretti nei pugni mentre ancora gattonava verso
l’altro lato della strada: i due fecero una smorfia indispettita ma
di colpo si rivoltarono verso la casa dei maiali e sguainarono i
coltelli per affettare il nemico invisibile.
Isacca era rimasta ferma con gli occhi sbarrati a indicare la
copertura del porcile. Doveva esserci qualcosa lassù. Nume e suo
padre fecero per raggiungerla e condivisero la sua visione alzando lo
sguardo verso le paglie del tetto: c’era una sagoma scura, pennellata
di porpora e buio, di dimensione probabilmente superiore a quella del
più alto degli uomini.
I familiari ritrovati restarono per pochi attimi a osservare. La
creatura sembrava snella, nonostante qualche tratto di manto ispido
che copriva le spalle larghe e le zampe anteriori aggrappate
all’architrave; le particolari orecchie a punta ricordavano quelle di
un pipistrello, anzi di una grande specie di volpe che era
appollaiata sul margine, che scrutava Isacca dalla distanza con gli
occhi colorati di miele come vortici d’oro nel cielo crepuscolare.
“Dobbiamo spostarci da qui!”, disse lei tremando dalle pupille alle
labbra.
Gli schiamazzi fecero accorrere il resto della popolazione di Ozram,
o perlomeno i più temerari. Qualcuno scosse le campanelle d’allarme
sull’arcata che spezzava la facciata nord delle mura, così arrivarono
anche gli altri cacciatori del villaggio. Quindi uscirono a decine da
ogni vicolo ed erano armati di archi, lance, martelli, e pale e
pugnali e ogni altro utile al combattimento. I bambini più piccoli
vennero tenuti al riparo nelle case e diverse donne rimasero a
badarli. La massa di persone decise a combattere si radunò sulla via
dei cavatori, urlando e mostrando le armi pronte a colpire a sangue.
Dalla finestra sfondata dal lupo morto, saltò fuori una figura
disumana atterrando ai piedi di Squarciatorsi, che non era del tutto
cosciente. Quella cosa ricordava un uomo, nella postura, ma aveva il
muso allungato dei canidi; gli artigli uncinati e le dita
scheletriche sotto le lunghe braccia appese, la schiena ricurva, il
collo magro e allungato, quasi tutto era ricoperto di una peluria
chiazzata di incrostazioni o altre rogne, che rifletteva sanguigna
negli sprazzi della penombra. All’altezza del coccige una
protuberanza di pelliccia informe come l’aborto di una coda. Ringhiò
un verso acuto sbavando fiotti di sostanza giallastra, mostrando una
dentatura di affilati spunzoni d’avorio innestati nelle gengive nere
come la pece.
I due donnaioli sbronzi si pararono di fronte all’orrenda belva. “Non
ci fai paura, cane!”, “Ora ti spelliamo!”, intimarono barcollando. Si
lanciarono all’attacco, scavalcando con un balzo impacciato il corpo
di Squarciatorsi e la carogna di lupo che lo copriva. Erano due
contro uno, sebbene la stazza di quest’ultimo compensasse
l’inferiorità numerica, in più erano armati di affilati pugnali e
abituati alle tecniche di attacco e difesa dei mammiferi anche di
grosse dimensioni; potevano contrastare facilmente l’animale. Erano
anche ubriachi, però, e quello non sembrava solo un semplice
mammifero di stazza eccezionale; pareva più il mandatario di un Dio
folle che aveva cresciuto un cuore di bestia col corpo di uomo, o
viceversa.
Uno arrivò furioso cercando di intaccare la carne della creatura con
un colpo tondo, magari perforandole un polmone, ma quella si spostò
rapidamente con un guizzo e lui colpì l’aria affianco a sé. L’altro,
che teneva il pugnale rovescio, fece un saltello di slancio e mirò a
infilzare dall’alto fra collo e spalla.
La zona si era riempita di persone tutte accalcate, ma lo sguardo
dell’entità sul tetto continuava a fissare Isacca e nessuno guardava
lassù o distoglieva gli occhi dal macello nella strada; e nessuno si
preoccupò della prostituta priva di sensi che ormai sembrava un
orpello da festa nella festa delle atrocità.


(PARTE E CONTINUA)

E allora? Fatemi sapere nei commenti se avete voglia di entrare davvero in questo mondo dall'inizio e conoscere la storia della terra fra le terre, della sua religione, dei sogni degli umani e delle debolezze delle divinità e quant'altro!


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01/08/2018 23:46:57
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