ENCHANTED REA - FILLER 2

23 ottobre 2018 ore 20:07 segnala


(FILLER 2)



La belva venne ferita e un rivolo di sangue scuro e grumoso fuoriuscì
all’altezza della clavicola. Il cacciatore mostrò un sorriso arcigno,
prima che una zampata gli dilaniasse il grugno facendolo rovinare al
suolo, mezzo morto e senza volto. Quello che aveva mancato il colpo
restò a fissare il compare straziato a terra, inorridito: “Tu! C-cosa
sei?”, farfugliò.
Una pioggia di pietre investì quella cosa da ogni direzione e una
dozzina di persone incalzò levando le armi per fracassargli le ossa.
Un paio di grandi sassi arrivarono veloci e potenti sul bersaglio,
centrandolo prima nel cranio impellicciato d’argento e rubino, poi
nel torace che si accasciò riducendolo inerme sulle ginocchia.
Quattro uomini si avventarono rabbiosi, impugnando una forca, una
pala, un pugnale e un martello; colpirono senza pietà urlando la loro
foga e ogni grido alimentava altre grida e altra forza; prima arrivò
un fendente di martello che incrinò la scatola cranica, poi la forca
affondò nel petto, il pugnale lacerò dove riusciva e la pala infierì
dappertutto perché la furia era incontrollabile e la paura era anche
peggio. Così continuarono e così finirono finché non restarono un
corpo massacrato e quattro facce schizzate di rosso.
“N-non sei più niente”, osservò il cacciatore ancora farfugliante di
spavento, “Niente!”.
Nume guardò tutta la scena e non riuscì più a capire quale fosse
stata la bestia in quella lotta.
La marmaglia di gente sulla strada gridò per la vittoria. Il
cacciatore e gli altri, entusiasti della rivalsa, fecero per spostare
la carcassa di lupo e liberare Squarciatorsi che respirava a fatica.
Un brontolio di ringhi però smorzò gli animi.
Almeno due dozzine di uomini si voltarono a guardarsi attorno e
almeno venti belve apparvero ai loro sguardi; dietro gli angoli e
sopra ai tetti, venti paia di occhi d’oro scrutavano la massa come
civette sopra un esercito di scarafaggi, venti paia di grandi
orecchie percepivano l’agitarsi di tante piccole bocche, e duecento
artigli affilati come lame avevano grattato la superficie del
villaggio nel fragore della morte. Quegli uomini erano tutti
condannati e non lo sapevano.
Isacca sentiva addosso gli occhi della creatura appollaiata sul tetto
del porcile, e se provava a spostarsi allora quella si spostava, e la
guardava, e la infilzava con l’ambra dello sguardo. Nume aveva capito
che sua madre fosse diventata una preda e che quei forti e deboli
cacciatori e contadini e maniscalchi sullo spiazzo fossero già morti,
sebbene camminassero ancora. “Non ci salveremo, vero?”.
“Non ci salveremo”, rispose suo padre.
Dall’alto quei mammiferi infernali scattarono sulla folla e così
anche gli altri, finora nascosti nell’ombra delle case, assalirono
qualsiasi figura puzzasse d’uomo. I primi quattro o cinque ad
accorgersi di quelle presenze vennero schiacciati al suolo dalle
bestie che saltarono giù dai tetti; bloccati in terra da quegli
immondi ferini, ebbero tempo appena per respirare il loro fiato e
farsi leccare dagli zampilli indorati di bava, poi vennero sbranati
dai morsi finché cessarono di sbracciarsi come i fragili scarafaggi
rovesciati che erano. Una delle conciatrici, che era rimasta sullo
spiazzo con un’aria di naturale sprovvedutezza mista al terrore,
venne afferrata da dietro e portata sottobraccio da una bestia, verso
una delle strade già scurite dal declino del sole; iniziò a
divincolarsi e cinguettare. Un vecchio cacciatore li inseguì e un
giovane armato di bastone, che poteva essere figlio alla conciatrice,
fece lo stesso, sbattendo i piedi in una corsa furibonda che gli
arrossava il viso; entrambi calpestarono alcuni corpi martoriati, e,
quando dai loro passi scaturì un tintinnio soffocato, solo il
cacciatore si inchiodò tornando indietro per raccogliere quella
sacchetta di monete stretta nella mano di una carampana moribonda che
sanguinava dal naso. Dopodiché riprese la sua caccia al suicidio.
L’intera famiglia Lebrecaia indietreggiò, costeggiando lo stradello
della porcilaia in cerca di una fuga silenziosa, ma uno stalliere si
avvicinava tenendo alta una grossa forca come fosse una lancia, con
gli occhi iniettati di sangue e pazzia. Si dirigeva proprio verso
Nume e i suoi cari, che allora si fermarono in un sussulto. Se quello
si fosse scagliato all’attacco, magari sarebbe stato il caso di
tramortirlo o ucciderlo; ma come? Erano tutti disarmati e Nume
mostrava la sua paura nell’evidente tremore di mani e gambe.
Nientemeno suo padre aveva un punto di domanda negli occhi, rivolti a
Isacca, che forse chiedevano aiuto sul da farsi a qualche Dio, forse
invece domandavano altro: perché? Perché si sentiva così inutile?
Oppure ormai tutti stavano perdendo il senno e lasciarsi andare alla
spirale dei decessi sarebbe stato più semplice. Forse.
La polvere di terra smossa ormai aveva riempito l’aria. Nella massa
di gente che colpiva o veniva colpita, scintillavano ferri e volavano
indumenti di carni. Chi correva verso est, subito dopo veniva
sbalzato a ovest e chi non tornava da dove era venuto allora era già
concime. Nel cielo alcune cornacchie iniziarono il loro inno alla
gioia, planando in cerchio nell’attesa di un pasto succulento;
gracchiavano e attendevano, e così pure alcuni uomini sgozzati,
gracchiavano e attendevano la morte.
L’uomo col forcone era ormai a pochi passi e incedeva col viso
contorto dalla foga; aveva la faccia rugosa e i pochi capelli giallo
perla di uno che aveva superato i cinquanta, tuttavia le braccia
scoperte e magre erano fasce di muscoli che si disegnavano di
venature a ogni movimento. Le grida provenienti dalla strada
soffocavano la sua voce, la bocca spalancata in un urlo. Si scagliò
caricando il braccio come una leva da balestra, mentre tutta la
famiglia era ormai costretta fra le lunghe mura del porcile e le
pareti delle case; scoccò il forcone e con grande sorpresa di tutti
esso mancò ogni bersaglio, o perlomeno mancò ogni bersaglio umano.
“Che il tuo Dio possa soffrire in ogni sua vita”, imboccò quello,
“finché ci saranno stelle su queste terre!”, e alle spalle di Nume si
alzò un latrato. L’arnese si era aggrappato malamente, con le sue
punte curve, all’addome di una belva che era in agguato a qualche
passo dalla famiglia. “Grazie al cielo”, sospirò Isacca. Il vecchio
stalliere bellicoso ignorò e passò in corsa i tre che erano rimasti
attoniti; incalzò quella mezza volpe di un demonio e afferrò subito
il manico della forca, spingendo con forza, trafiggendo bene le
carni. La creatura si afflosciò, gli artigli stridenti fra i rebbi,
le urla aspre; il corpo stopposo, selciato di vello sanguigno e
sanguinante, si contorceva: tuttavia quell’uomo non avrebbe tenuto a
bada la creatura ancora per molto.
“Gli Astri ci proteggono. Siano lodati!”. Isacca puntò il dito: forse
oltre quella bestia sopraffatta, percorrendo la strada fino alle mura
a sudest, non avrebbero trovato altri pericoli; si sarebbero
allontanati da Ozram fuggendo quel pandemonio di grida e nitriti, e
latrati e sangue.
Nume assecondò sua madre con un cenno del capo. Suo padre borbottò un
grugnito. Corsero a perdifiato scartando a lato il vecchio e la volpe
infernale, tenuta a terra col ventre perforato.
Si allontanarono abbastanza da passare cinque file di case, finché
iniziarono a vedere le mura di cinta.“Era tutto già deciso; c’è poco
da lodare!”, lamentò Belidioro, con un certo affanno nella voce ,
“Ecco perché c’era quella merda; avevano già deciso di attaccare il
villaggio, quei mostri. Lo sapevo io! era strana quella roba. Era
troppo strana quella roba! l’avevo detto io!”. Arrestò la corsa
tastandosi il petto, una fitta in una smorfia, lo sconforto nelle
parole ansimanti. “Quello che mi chiedo, però, è cosa vogliono da
noi”; si tenne curvo stringendo le mani sulle ginocchia, poi alzò
poco il capo e il suo sguardo cercò qualcosa nel cielo: “Cosa
vogliono da noi? Non rispondete mai, voi altri!”.
Nume fece per risistemare suo padre diritto sulle gambe. Non
avrebbero dovuto perdere altro tempo. Tuttavia, anche lui, quando era
possibile, per qualche istante si era fatto la stessa domanda, e la
risposta che si era dato era la più banale che avesse potuto
immaginare: erano bestie, uomini bestia, figli dell’oscurità
travestiti da volpi, in ogni caso erano animali e, gli animali,
facevano molte cose senza motivo; come i gufi che guardavano girando
la testa dappertutto invece di girare gli occhi, oppure quelle
formiche che rapivano le foglie. Ma era un’idiozia, un pensiero
banale e idiota, riformulò. Avrebbe dovuto essere l’eroe di uno dei
suoi sogni, in quel momento; forte e coraggioso e invincibile, così
ne avrebbe sterminati di demoni simili, eccome se li avrebbe
sterminati.
Ciononostante era ancora vivo, mentre molti uomini ben più prestanti
stavano morendo come zanzare al gelo.
Ormai avrebbero potuto avvicinarsi alle mura e percorrerle con
attenzione, fino a uscire dall’arcata meridionale, oppure
scavalcarle, aiutandosi a vicenda, e sparire nel sottobosco
orientale. Anche se fossero stati avvistati, pensava Nume, quelle
bestie sarebbero rimaste a banchettare al villaggio, se quello era il
loro scopo, perché tanti fagiani erano meglio di tre conigli, di cui
uno evidentemente vecchio e malconcio e un altro giovane e smunto.
Appena fecero per rincamminarsi, Isacca, che era dieci piedi più
avanti, esposta alle raffiche del nuovo inverno che demarcavano il
villaggio, venne urtata e sbalzata a lato con forza da una figura in
corsa; il viso coperto da un mantello sfrangiato e rovesciato in
avanti. Caddero una via l’altro in una coltre di polvere di terra.
L’uomo era vistosamente agitato quando si tirò in piedi, frettoloso,
ricacciandosi la mantella sulle spalle, e guardò i Lebrecaia, con gli
occhi allarmati, in stato confusionale e non senza una punta di
sollievo sul viso; tutti e tre lo riconobbero: era Squarciatorsi.
Non era morto, e, cosa ancora più sconcertante, non aveva un graffio!
Se non sul mantello ridotto a brandelli, che ormai sembrava più una
grossa foglia di fico. Doveva essere protetto bene da qualcuno lassù,
ponderò Nume, oppure avere molta fortuna, che per alcuni, fra i quali
suo padre, era la stessa cosa. Il cacciatore aveva sussultato:
“Dannazione! brutta baldracca! E voi due?”; puntando padre e figlio,
che erano uno sorretto dall’altro. “Cosa avete da guardare, voi
due?”. Strofinò i palmi, lerci e sbucciati dalla caduta, sui fianchi
della giubba, “Tanto, prima o poi andrete sottoterra, come gli
inutili topi di pozzo che siete. Il cielo non li merita quelli come
voi! Nossignore”. Quindi si asciugò frettolosamente la fronte madida
col braccio, assicurandosi, con una rapida occhiata a nord, verso le
piantagioni di cavoli da cui era probabilmente sbucato, che la causa
del suo panico non fosse nelle vicinanze, e riprese la folle corsa
superando la sommità delle mura e la sterpaia in fondo al pendio;
“Topi di pozzo, ecco cosa siete! Sissignore: topi di pozzo!”. La eco
dei suoi deliri sparì, come l’ultima e debole lancetta di sole da
sudovest, nella macchia nera in fondo al declivio. E tutti rimasero
zitti.
Era un miserabile bastardo, decise Nume.
Da qualche parte nel villaggio arrivavano grida gorgoglianti, forse
di trachee dilaniate, oppure di conati, e il vento portava il puzzo
di sangue già rappreso e feci -non quelle sparse dalle creature
volpi, ma quelle fresche di tanti temerari che avevano cessato di
vivere prima dei propri intestini-, in quello stradello aperto ai
boschi orientali.
Quando Isacca si ricompose, lamentando dolore al polso che doveva
aver risentito della caduta, il motivo della fuga di Squarciatorsi
apparve lì a nord, proprio sulla scia delle colture rovinate o
affondate dai passi pesanti del corpulento cacciatore in corsa; due
bestie di diverse dimensioni, una più esile e ricurva, dal pelo
brunito, coi tratti del viso però molto simili a quelli di un uomo,
l’altra si ergeva fiera sugli arti posteriori velati d’arancio, il
volto decisamente inumano, imitava un muso, mentre muoveva i passi
con la grazia di un pachiderma; avanzavano calpestando ogni cosa, e
ogni loro passo copriva almeno due di quelle impronte sui cavoli
infossati, portandosi dietro diverse mosche che a Nume sembravano
ipnotizzate, in un modo e in un moto innaturale, perché si
schiantavano su quelle pellicce in continuazione, senza mai
allontanarsi troppo, come fossero legate a una ragnatela di
sudditanza invisibile. Sebbene una creatura fosse più magra
dell’altra, erano comunque due colossi rispetto a un uomo di media
altezza e più si avvicinavano tanto più Nume sentiva vibrazioni di
angoscia nelle gambe. Non c’era più tempo per pensare o per
addolorarsi al silenzio degli dèi. Adesso dovevano correre, correre e
basta.
Isacca tirò su due lembi della lunga veste e li allungò sui fianchi,
annodandoli velocemente fra loro sulla pancia e stringendo forte,
ricavando così un abito più corto, almeno una spanna sopra le
ginocchia, che le permettesse di muoversi agilmente. “Dobbiamo
dividerci”, suggerì; “di affrontarli non se ne parla, tantomeno di
farci prendere tutti e tre”. Ma un fruscio improvviso sopra la testa
di Nume interruppe quel momento decisivo. La bestia dagli occhi d’oro
li aveva seguiti cavalcando le paglie dei tetti ed era arrivata alle
loro spalle, all’angolo di un tetto che aggettava proprio sul piccolo
slargo; saltò in alto coprendo ogni riflesso di cielo e cornacchie
negli occhi del giovane Nume, per poi ricadergli addosso un attimo
prima che egli potesse gridare aiuto. Una pioggia di pagliuzze
abbronzate riempì l’aria. Belidioro riuscì a fare due passi indietro,
evitando di essere travolto, ma subito si ributtò in avanti con uno
slancio sgraziato; “Figlio di una cagna! Lascialo!”, strillò con un
acuto stridio di disperazione nella voce, sferrando un calcio alle
costole sporgenti della belva appollaiata sul corpo del figlio, che
spingeva coi gomiti e gli stinchi ossuti nel tentativo di liberarsi,
e quella emise appena un leggero singulto.
Isacca, pure lei, fece per soccorrere Nume, anche se quanto aveva
proposto prima, cioè evitare di combattere e disperdersi, a quel
punto diventava una manovra non impossibile ma quantomeno
improbabile; a nord c’erano i due bestioni sempre più vicini che, se
fosse anche riuscita a correre con tutta la sua forza verso i boschi
a est, l’avrebbero tuttavia raggiunta, mentre a ovest, verso la via
dei cavatori e i suoi dintorni, ci doveva essere il grosso di quei
demoni senza nome, perché le grida non cessavano e quando cessavano
continuavano i latrati; poi, motivo non meno importante, era una
moglie e una madre, e gli Astri, prima o dopo, l’avrebbero comunque
accompagnata alla morte: da madre o da vedova, da schiava o da
vagabonda. Lei seguiva gli Astri e gli Astri seguivano lei. Forse.
Corse per quella breve distanza, determinata a fare qualsiasi cosa,
avesse anche potuto strappare via le orbite a quella creatura, ci
avrebbe provato, ma, quando si trovò a tu per tu con quegli occhi
vorticosi di miele, arrestò il passo e rimase inerte, stordita da una
sensazione d’inquietudine che le turbinò dentro come faceva lo
sguardo della volpe.
Nume riuscì a intravedere, dagli spazi fra le grosse e puzzolenti
dita artigliate che gli pressavano la faccia, un brillio di lussuria
negli occhi del mostro: esso desiderava quel corpo di donna. Era
quindi più umano di quanto sembrasse, quell’animale, oppure Nume non
le aveva ancora chiare le differenze fra uomini e animali? In ogni
caso la desiderava e in ogni caso Nume non era più la preda, perché
la presa sul suo volto si allentò, braccia e gambe infine si
liberarono, e l’ibrido si era levato su due zampe mostrandosi in
tutta la sua disordinata lucentezza di vello colorito e scolorito e
bramosia di vulva.
La preponderanza di Isacca scoppiò in una sorta di delirio: “Non me!
Non è me che prenderai! Invoco la veglia degli Astri! Non è me che
prenderai!”. Ma la belva era incantata, come poteva essere incantata
una creatura senza cuore, e sapeva di averla già presa, quella donna;
quella donna era sua, come erano d’altri tutte le altre donne di quel
villaggio, perché ognuno aveva la sua preda e ogni preda aveva il suo
destino, innestato o partorito, da se stessa o da qualcun altro.
Nume si rialzò scartando a lato le esili e muscolose zampe
dell’animale, proprio come un topo di pozzo che vedesse la luce oltre
la gabbia di mattoni, e per un secondo pensò al presagio di
Squarciatorsi: sarebbero morti tutti e il loro assassino era lì a un
passo, scuro e gigantesco e brillante; esso fece per lanciarsi verso
Isacca un attimo prima che qualche goccia d’acqua iniziasse a
piovere. Le nuvole si stavano mescolando e le cornacchie decisero di
restare a digiuno per un poco ancora. iniziarono a cadere i chicchi
di grandine, grossi come ghiande, che schioccavano sulle lanterne e
sui bracieri e sulle architravi, dando l’idea di una particolare
sonata funebre che anticipava le morti. Comunque le cornacchie si
allontanarono, in un lamentoso e sfiduciato gracchio di ritirata.
Belidioro non fu abbastanza svelto ad aggrapparsi alla creatura per
cercare di trattenerla, cosa che voleva assolutamente fare, perché
scattò in avanti con tanta foga che i suoi stivali slittarono sulla
terra umida costringendolo a protendere le mani per evitare la caduta
di faccia sul terreno. Quindi mancò la presa di parecchi piedi e
cadde ginocchioni. Nume, invece, era rimasto impietrito, sia perché
non era capace di gestire situazioni di lotta, se non nei suoi sogni,
ed era in verità pavido forse più del padre, sia perché il suo
sguardo era calamitato dalle altre due bestie, il pachiderma e lo
smilzo, ormai alle spalle di sua madre, che incedevano sotto gli
sputacchi di grandine. “Madre! Dietro di…”. Riuscì a urlare mezza
frase puntando il dito.
Isacca spalancò gli occhi e Nume colse la sua paura, trovando un
coraggio inaspettato: afferrò suo padre dietro per la cintola e lo
aiutò a rialzarsi alla svelta, mentre la belva occhi d’oro avvicinava
Isacca. Il vento si alzò e cominciò a mescolare i rumori e le grida e
gli odori, in un frastuono ovattato che puzzava di marcio; da qualche
parte arrivarono i nitriti dei ronzini, poi iniziò a distinguersi,
nel tamburellio della grandine, anche il crepitio dei loro zoccoli in
avvicinamento.
Padre e figlio si avventarono sulla bestia un attimo prima che essa
potesse afferrare Isacca, e Isacca si guardò velocemente alle spalle
per poi spostarsi lateralmente, costeggiando con la schiena il lato
di una casa di mattoni, sulla stessa via in cui il vecchio pazzo li
aveva precedentemente salvati. Adesso quel vecchio era ancora lì, ad
almeno sessanta piedi di distanza, riverso in una pozza scura che si
allargava tanto più la pioggia cadeva.
Il ghiaccio turbinò in manti opachi; trombe, d’aria e cristalli, e
poi il suono liquido delle urla distanti e vicine. Le schegge di
legno vorticarono nelle ceneri che vorticavano riflesse negli occhi
di Belidioro, quando i cavalli riempirono la via portandosi dietro
fumate di bracieri arrovesciati.




(CONTINUA E CONTINUA E CONTINUA)
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« immagine » (FILLER 2) La belva venne ferita e un rivolo di sangue scuro e grumoso fuoriuscì all’altezza della clavicola. Il cacciatore mostrò un sorriso arcigno, prima che una zampata gli dilaniasse il grugno facendolo rovinare al suolo, mezzo morto e senza volto. Quello che aveva mancato il...
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23/10/2018 20:07:36
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