Me ne vado in Tedeschia

16 gennaio 2018 ore 19:42 segnala
Io mi chiamo Lonel Ureche, anche se i conoscenti mi chiamano Lonely.

Avevo quattordici Leu e ottantacinque nel momento in cui la barca arrivò a Bratislava; il Dunarea sembrava sporco d’arretrati, nonostante luglio passato fosse lontano undici mesi e diciassette giorni: era il tredici giugno del millenovecentosettantadue, quando Pavel mi puntò tra la folla e guardando ai miei piedi disse “Se io fossi ricco, amico, non ti farei pagare un Leu; anzi, ti comprerei un paio di papuci!”; poi, mi tirò per la manica sull’imbarcazione.
Avevo contato una trentina di persone durante l’attesa, tra queste c’era Corvina Lonesco: abitava a poche decine di metri da me, proprio alla fine della Donovalova, con le sue due figlie piccole (tre e nove anni). Non riuscirono a imbarcarsi, loro.
I canneti sulle sponde iniziarono la sfilata verso mezzogiorno, io m’ero accomodato sotto la ringhiera a lato della prua; mentre, il vento premiava noi fortunati.
Mi sono chiesto spesso cosa avrei lasciato alle spalle; a parte il Grassalkovich visto a qualche metro di distanza e un duomo che non m’e mai appartenuto, in fondo, non avrei lasciato nulla lì, nulla in Cecoslovacchia.

Rimasi orfano all’età di dodici anni e sono fiero di essere il figlio di Dragoi Ureche. Mio padre lavorava in miniera a Banská Bystrica, vicino alla città di Brezno: morto di tisi in carcere per aver richiesto un sindacato che aiutasse i minatori a ottenere occhiali protettivi contro le schegge, nel lontano millenovecentotrentacinque. Mia madre non l’ho mai conosciuta, non so neanche se sia viva.
All’istituto di Presov crebbi in fretta, imparai a non temere. Ricordo uno dei cattivi, un istitutore di quelli che: “Prima o poi vi faccio piangere, a voi” (dopo qualche anno venne aggredito nell’ingresso del suo palazzo, sulla Konstantinova; alcuni ragazzi incappucciati gli ruppero i ginocchi, legamenti crociati e menischi, con tondini per cemento armato, poi infierirono sulle fratture scomposte, così che non potesse più camminare).
Dopo la scuola, quasi ogni giorno, ci davano dei denti da trattare con l’Ipoclorito per rivenderli; sapevo che erano denti dei morti perché l’orfanotrofio era in qualche modo in contatto con ospedali, camere mortuarie e imprese di pompe funebri: i dirigenti, una volta in possesso dei denti lucidati, li avrebbero venduti a laboratori stomatologici che l’avrebbero poi usati per fare le dentiere.
Della lingua, così come della cultura, me ne sono appropriato a dovere successivamente. Nella tenera età, confuso, impaurito e ignorante, dicevo a tutti che da grande me ne sarei andato in Tedeschia.

Il primo giorno di navigazione l’avevo passato seduto ad ascoltare; un vociare rissoso e continuo mi aveva cullato anche durante la notte; lo stesso fece da sveglia: chissà cosa avevano da discutere quelle famiglie a metà, gli artigiani, le tessitrici, i vetrai, mentre quello lì, calvo, prendeva a schiaffi uno chiamandolo “cu capul mare”. Doveva sentirsi uno di loro, un istitutore, sicuramente.
Il capitano del natante, Pavel, aveva messo a tacere tutti quella mattina. Io avevo masticato unghie e bevuto poca acqua.

Ancora ricordo, quei giorni ripensavo a parole sentite dire in giro come “discernimento”, “trasalire”, “ledere”, eccetera. Io ho sempre avuto un sogno malvestito e portato avanti senza scarpe.
Conobbi tutte le persone storte in qualche modo o per qualche ragione durante il mio piccolo viaggio, compreso il bulgaro preso a schiaffi il primo giorno: lui, ad esempio, si chiamava Vassil, in arte spicciolo, e suonava la ghironda, come un artista. Di tutti gli altri ho un ricordo appannato.

Al giorno d’oggi non mi manca niente; ho venduto il mio passato a un editore, ma questa è un’altra storia. Da quel giorno in cui Pavel, appoggiato al parapetto, mi guardò annunciando “Salmoni!” felice più di quel quarantanovenne sciatto che ero io…, beh, continuo a pensare che nonostante ora conosca la lingua, in fondo, la Tedeschia esista, come esiste la Germania.

Ho ottantaquattro anni e mi chiamo Lonel Ureche, anche se i conoscenti continuano a chiamarmi Lonely.
Il mio prossimo viaggio? me ne andrò in Spagnolia!


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Io mi chiamo Lonel Ureche, anche se i conoscenti mi chiamano Lonely. Avevo quattordici Leu e ottantacinque nel momento in cui la barca arrivò a Bratislava; il Dunarea sembrava sporco d’arretrati, nonostante luglio passato fosse lontano undici mesi e diciassette giorni: era il tredici giugno del...
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16/01/2018 19:42:30
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Commenti

  1. R.ocknRolla 04 giugno 2018 ore 16:50
    I tuoi personaggi hanno in comune una vita di stenti o la mancanza dell'affetto più grande, quello genitoriale prematuramente negato. Ma alla fine in qualche modo si riscattano e ne escono vincitori.
  2. Limite.Esente 04 giugno 2018 ore 16:54
    @R.ocknRolla Tana! :-))) Uno scrittore mette sempre una parte di sé, inconsciamente o meno, nei suoi testi. Sei attenta ai dettagli, brava! E come sempre ti ringrazio per la lettura.

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