Mème sang (Le lègende de la mère anxieuse)

02 aprile 2018 ore 19:24 segnala




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-Bi bi bi bip… bi bi bi bip… bi bi bi… clack!
“Ahhh, Dio! Ancora dieci minuti, ti prego…”
“Jean Christophe, lo sai che non possiamo permetterceli dieci minuti. Guarda che io non ho chiuso occhio”
“Sì lo so Matthieu, lo so ma… yawnnn, cazzo! che sonno! Se continuo così arriverò ai cinquanta precocemente!”
“Ma tu dentro già lo sei un cinquantenne”
“Spiritoso ! Solo perché ho intenzione di prendere una seconda laurea. Non sarà mica invidia la tua?”
“Certo, certo, ho sempre sognato di diventare un ingegnere ambientale, eh si; dai che scherzo. Io intanto prendo il caffè. Il borsone è sotto al letto, il treppiede l’ho montato io, sta in terrazza”
Jean Christophe si strofinò gli occhi, per l’ennesima volta. Si tolse le coperte di dosso. Poi rimase seduto a bordo letto, ancora insonnolito, per qualche secondo.
Dalla cucina, a due stanze da lì, il fischiettare ordinario di Matthieu dava il la a “Le tourbillon de la vie”.
Il coretto stonato non tardò a farsi sentire, come ogni santa notte:
“On s’est connu, on s’est reconnu… on s’est perdu de vue, on s’est r’perdu d’vue… on s’est retrouvès… on s’est rèchauffè puis on s’est sèparè“

Due fratelli.

“Chacun pour soi est reparti, dans l’tourbillon de la vieee… je l’ai revue un soir aie aieee aieee ; ca fait dèjà un fameux bail… ca fait dèjà un fameux bail… “

Una sola anima.

“Ahhh Matthieu, sai… me la ricorda sempre”
“Beh, ce la cantava ogni sera per farci addormentare” rispose portandogli il caffè caldo.
“Sì, e ogni sera ci ripeteva…”
“…farete tardi quando sarete grandi!” urlarono in coro scambiandosi un sorriso malinconico.
“Fottuto incidente d’auto” esclamò Jean Christophe.
“Già…”
Calò il silenzio.
Jean Christophe posò la tazzina sul comodino bombato in noce, uno dei tanti pezzi di mobilia d’epoca presenti in casa. Dunque tirò fuori il borsone in similpelle da sotto il letto, lo aprì ed estrasse il fucile, comprese le parti aggiuntive.
Iniziò a montarlo mentre Matthieu osservava attento:
“Trentamila franchi!è stato un affare! guarda che bello!” esclamò Jean Christophe.
“Lo sai che non mi intendo di armi, Jean Christophe”
“Sì ma dai questo è un Remington Sps Hb Varmint! un calibro 308! guarda che impugnatura! Non si parla di microfusione qui.”
Intanto maneggiava i pezzi con praticità assoluta.
“Espulsore a puntone caricato a molla! tempo di percussione entro i tre millisecondi! ogni singola parte è stata trattata con nichel e teflon. Davvero un gioiello!”
-Clack-
Concluse, inserendo il caricatore.
Matthieu si toccò la fronte col palmo della mano e scuotendo la testa in segno di rassegnazione:
“Ahhh, secondo me sei proprio fissato. Dai sbrighiamoci che in mattinata ho da fare e vorrei schiacciare un pisolino anche io”
La brezza gentile che arrivava dalla terrazza era tipica. A Juan-les-Pins, in febbraio, sterne e gabbiani popolano le coste.
La luce caliginosa della luna pallida scopriva porzioni di stanza e pulviscolo; in lontananza gli abbracci violenti tra onde e scogli, dallo spettacolo naturale sottostante villa Bataille, si facevano sentire.
Jean Christophe portò l’occorrente sull’ampia terrazza panoramica tondeggiante: una sorta d’opera d’arte colonnata, aperta sulla prospettiva della costa azzurra. Dunque, si affrettò a posizionare il treppiede e montarvici sopra il fucile; serio, concentrato, sicuro.
“Due minuti, Jean Christophe…”
“Tranquillo Matthieu, tranquillo. Oramai ci ho fatto il callo”
La vista dalla terrazza sembrava un quadro di Hermann Nestel, con l’aggiunta di luci in tempo reale, sabbia viva, crepuscolo appannato e quel silenzio assordante che di tanto in tanto viene interrotto dal classico, dolce, sibilo di vento sazio: buio, buio totale tutto attorno.
Poca luce, invece, proprio sulla riva: su quei quindici o venti metri di rena il faro indicava, in alternanza, la parte ovest e nordovest della costa in corrispondenza della villa arroccata, sfumando ai vertici dietro montagnole di rocce e flora selvatica.
Jean Christophe occhieggiava dal mirino telescopico, poi a un tratto si pronunciò:
“Ci siamo, ci siamo, ci siaaa… mooo… eeee ccooo la! la vedo!”
Matthieu si sporse, con espressione apprensiva:
“E’ uscita? è uscita?”
“E’ uscita Matthieu, è uscita. Sono… quanti, due mesi che va avanti così?”
“Cinquantaquattro giorni”
“Eh?”
“Sì, sono cinquantaquattro giorni, li ho contati”
“Appunto! ancora ti stupisci. Sei proprio…, bah, lasciamo stare…”
Da dietro la piccola parete rocciosa che s’intravedeva a occhio nudo verso nordovest, proprio sulla spiaggia, usciva la figura esanime di una donna: il passo tardo, il movimento scoordinato, difettoso, di una figura astemia di vita; smuoveva la sabbia, non camminava, smuoveva la sabbia.
“Jean Christophe…”
“Che c’e…!”
“…niente…”

-STAFFF-

“A posto! dritto sulla fronte, rapido e deciso!” Commentò Jean Christophe, rimuovendo il fucile dal cavalletto.
“Sulla fronte? perché sulla fronte? Ma dai, caspita Jean Christophe! si era deciso che il viso non l’avremmo mai rovinato!”
Sbraitando poggiato alla balaustra in marmo pentelico, e indicando il corpo disteso sulla sabbia, Matthieu continuò:
“Che cavolo, guarda! le avrai spappolato il cranio! Sei un… un… un fissato e… e, ahhh lasciamo stare altrimenti mi viene un nervoso…”
Jean Christophe era sereno. Chiuse il treppiede, lo imboscò vicino a una delle colonnine tornite, poi si avvicinò a Matthieu che fissava la spiaggia pensieroso; mise una mano sulla sua spalla, sorridendo:
“Lo sai… mi fai proprio ridere quando fai così, fratellino”
Poi gli arruffò la chioma riccioluta e folta:
“Dai, scendiamo”
“Eh, scendiamo, scendiamo. Te la cavi sempre con poco tu. Sono troppo buono io. Però, promettimi che non lo fai più. E smettila di chiamarmi fratellino, hai due minuti scarsi di vita in più da rinfacciarmi”
Jean Christophe annuì col capo, sempre sorridente:
“Lo so, fratellino, lo so. Ma fammi divertire almeno con te, no? lo dici tu stesso che sono vecchio”
“Scemo” proferì Matthieu con aria sarcasticamente imbronciata. Poi i due iniziarono a spintonarsi bonariamente mentre la discussione cameratesca scemava, fra pareti e corrimano di gran conto, per i tre piani di villa Bataille, fino alla spiaggietta privata.
“E poi, l’hai visto anche tu com’e ridotta ora, no? il petto è andato. Le gambe sono reduci dei tentativi vani dei miei primi giorni da cecchino d’urgenza. L’unico punto vitale intatto era quello, Matthieu, era quello!”
“Va bene Jean Christophe. E’ solo che… lo sai, insomma, per me ogni volta è un magone”
“Passerà… passerà, Matthieu…”
“…”

Arrivati nei pressi del corpo, vestito in taffetas di seta nero con motivi color avorio e tabacco, Jean Christophe e Matthieu s’operarono nell’afferrarlo per braccia e gambe e portarlo in villa, al piano terra.
“E’ diventata più pesante o mi sono indebolito io?”
“La seconda, Jean Christophe”
“Sai, pensavo… se io un giorno dovessi diventare cieco, se avessi ancora buona immaginazione, voglio dire, probabilmente riuscirei anche ad adeguarmi; chissà, magari mi concentrerei su aspetti della vita che adesso ignoro. Sarebbe brutto però perdere la vista. Non saprei…”
“Beh, Matthieu, in quel caso avresti dalla tua trent'anni di buona vista alle spalle che te lo consentirebbero…, d’immaginare intendo. Pensa se tu fossi nato cieco. Ma poi, aspetta un secondo, che c’entra adesso questo discorso”
“No, niente, è che sto leggendo la biografia di Aaron F. Kelly; sai, il famoso imprenditore australiano che ha perso la vista in seguito a un’aggressione. Be', lui si è dato alla scrittura per esempio. Anche io farei una cosa del genere”
“Attento allo scalino, Matthieu. In ogni modo, che dire… se vuoi ti cavo gli occhi” propose con tono sarcastico.
“Scemo! Dai, dico sul serio, io ci penso a certe cose. Non lo so… sono paranoie forse”
“Appunto, non fartele. Poggiamola qui, mi fanno male le spalle” Concluse sbuffando Jean-Christophe.
Proprio nel grande atrio, nel mezzo del salone per gli ospiti a giorno, tra la mobilia pomposa e i suppellettili vitrei d’apparenza, spiccavano due grandi triclini in legno e bronzo. Il cadavere venne adagiato lì, su uno di quelli.
Matthieu prese una seggiola, minuta, con la seduta in paglia, e si sedette proprio accanto al corpo:
“Jean Christophe, mi porti l’occorren…”
“Ecco tutto” Intervenì Jean Christophe, porgendo un vassoio argenteo contenente pinze da estrazione, un ago con del filo, del perossido d’idrogeno e batuffoli d’ovatta in quantità.
“Facciamo passi da giganti eh, Jean Christophe?”
“Te l’ho detto, oramai ci ho fatto il callo. Poi, avevo preparato già tutto ieri, quando tu sei andato a dormire; mi sono anticipato il lavoro”
“Hai detto bene, Jean Christophe, hai detto bene; è diventato un lavoro. Prima o poi ci toccherà attrezzarci meglio o, magari, trovare una soluzione definitiva”
Poi Matthieu afferrò le pinze e aprendole e chiudendole di continuo, pronunciò un mezzo sorriso punzecchiante e domandò:
“Ma, ora che ci penso, tu non eri emofobico?”
Jean Christophe toccandosi l’orecchio rispose con vaghezza:
“No, io non ho paura del sangue è che, cioè… mi fa solo schifo vedere quando lo fai, ecco”
“Algofobico?” richiese Matthieu accentuando il sorriso ironicamente sadico.
“Ma no, ma no dai, te l’ho detto, mi fa schifo… tutto qui. Cioè, non so cosa sia l’algofobia ma non la ho! non ho fobie, falla finita!”
“Ah se lo dici tu...” concluse Matthieu, sogghignando.
Jean Christophe dunque lasciò il vassoio sull’altro tricline, proprio dietro Matthieu, e si andò a sedere attorno al tavolo circolare a qualche metro di distanza.
“Pauroso” esclamò Matthieu a voce bassa.
“E finiscila, guarda che ti sento”
Matthieu fece una risatina.


Il corpo della donna era sporco di sabbia e livido in ogni parte scoperta, con numerose cicatrici appannate dal chiarore della pelle. Il vestito grinzoso, logoro e renoso anch’esso. Molte delle ossa erano fratturate in più punti e lo testimoniavano gli affossamenti cutanei. Il processo di putrefazione non era iniziato ma il corpo presentava evidenti segni di disidratazione: soprattutto le labbra, si erano anchilosate fortemente. Gli occhi erano sbarrati, a fissare il vuoto; tondeggianti, dolcissimi occhi glauchi.
Con cura maniacale, il glabro Matthieu, procedeva nella pulizia di quel corpo bianchiccio; tamponava il viso con un batuffolo impregnato d’acqua ossigenata, poi ne passava un altro asciutto sulla zona umida, e così via fino all’aver cancellato ogni singola colata o schizzo di sangue. Le passava le dita fra i capelli. Le sfiorava adagio le gote; il tutto molto lentamente, osservando il suo viso, con gli occhi luccicanti.
Poi si avvicinò con la testa, quasi guancia a guancia, e in un mezzo abbraccio sussurrò nell’orecchio pallido:
“Noi ti uccidiamo perché ti amiamo, mamma”

Erano le 1:27 a Juan-les-Pins, in febbraio, dove sterne e gabbiani popolano le coste.
Su una di queste, la spiaggia privata di villa Bataille, due ricchi fratelli ereditieri trasportavano un corpo di donna portandosi dietro un badile:
“Comunque, ci hai messo più del solito stanotte”
“No è che… per estrarre il proiettile… era andato troppo a fondo, e poi non riuscivo a ricucire, Jean Christophe”
Matthieu continuò:
“E comunque sono anche insonnolito. Non credo che finirà mai questa storia”
“Beh, la leggenda dice che quando muore la madre di due gemelli, avente stesso gruppo sanguigno di questi, il legame d’amore diventa indissolubile ed ella risorgerà ogni notte, a mezzanotte, per rimboccargli le coperte. Per questo la chiamarono la leggenda della madre apprensiva”
“Sì, Jean Christophe, questo lo so ma… la leggenda non dice che ella diventerà una specie di zombie senza cervello, né dignità. Non dice che vagherà senza meta sbattendo ovunque capiti come un ubriaco, lento e… e penoso, ecco! Non dice neanche che il corpo non si manterrà in perfetto stato, voglio dire, guarda qui che roba! salvaguardiamo il suo aspetto da quasi due mesi ma tra qualche tempo inizierà a fare i vermi. E comincia a puzzare, a dirla tutta!” concluse Matthieu.
Una volta arrivati nelle vicinanze di una fossa, nascosta proprio dietro una montagnola di rocce ai margini della spiaggia, allungarono il corpo in terra.
Jean Christophe afferrò la pala asciugandosi la fronte con la manica del pigiama, dunque tolse della renella in eccesso dalla sepoltura:
“E comunque… uff… è una stupida leggenda lo stesso… uff…, dammi una mano, prendila per le gambe” Sollecitò il fratello sospirando.

-PAFF-

Il corpo crudo con un tonfo finì nella grossa buca.
“Sai, Jean Christophe, penso proprio che la scriverò questa storia, se un giorno diventerò cieco”
“Aspetterai quel momento per darti alla scrittura, Matthieu?”
“Ahhh, sì, adesso ho troppe cose per la testa. E..., e poi voglio trovarmi una ragazza”
“Sei proprio scemo, fratellino”
“E dai, Jean Christophe, dico sul serio!” ribattè dando una spintarella al fratello.
“Va bene, va bene Matthieu ma, fino a quel momento… continua a preparare il caffè notturno. Adesso dammi una mano che ricopriamo la fossa; tra qualche ora inizieranno a passare i cargo”

A Juan-les-Pins, alle 11:45 di ogni santa notte, da villa Bataille parte il la per “Le tourbillon de la vie”.

…On a continuè à tourner
tous les deux enlacès
tous les deux enlacès
puis on s’est rèchauffè…

Chacun pour soi est reparti, dans l’tourbillon de la vie…


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02/04/2018 19:24:20
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Commenti

  1. R.ocknRolla 04 giugno 2018 ore 00:23
    Toccante.

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