Mulholland Drive

22 febbraio 2019 ore 22:05 segnala

Qualcuno ricorderà Twin Peaks. Fu una serie televisiva che incollò milioni di Italiani alla TV nel 1991. In una tranquilla cittadina americana fu trovato il cadavere nudo di una ragazza avvolto in un telo di plastica.

Interviene l'FBI, che affida le indagini all'agente speciale interpretato da Kyle MacLachlan

È considerata una delle serie più importanti di sempre e ha influenzato moltissime serie successive, come Lost, I Soprano e X-Files. Il regista era David Lynch che un critico ha definito il regista più importante di quest’epoca. Dieci anni dopo Twin Peaks, Lynch gira Mulholland Drive con due attrici al tempo semi sconosciute: Naomi Watts

E Laura Harring

Nel film c’è una scena d’amore tra le due donne protagoniste che suscitò molto interesse. Naomi Watts rivelò che preferiva girare scene di sesso con altre donne piuttosto che impegnarsi in riprese hot al fianco degli uomini. “Tra noi fu molto naturale, non c’era alcuna tensione. Fu la scena di sesso più facile da girare nella mia vita, l’ho vissuta senza ansia», disse.
La scena è davvero seducente. Eccola:

https://www.youtube.com/watch?v=tDeJwB4I9K0

A tutto sesso

21 febbraio 2019 ore 20:25 segnala


Se dovessi fare un elenco di film che contengono scene che ci hanno fatto sprofondare in una marea di lussuria e desiderio, non includerei di certo “Cinquanta sfumature di Grigio”, che da molti è stato considerato il film più osé del decennio. Ogni opinione è rispettabile naturalmente, ma non sempre condivisibile. A me, ad esempio, ha fatto venire sonno. A mio parere la filmografia passata offre pellicole di qualità ben maggiore dal punto di visto erotico. È però vero che ognuno di noi ha una diversa idea della sessualità e ciò che può essere sensuale per una persona può non esserlo per un’altra. Detto questo, e sperando di non essere bannato, vorrei iniziare con una scena tratta dal film “Dal tramonto all'alba”. I due protagonisti della scena sono Quentin Tarantino e una indimenticabile Salma tuttacurve Hayek. Faccio notare soltanto che durante la scena calò nella sala un silenzio devoto perché tutto il genere maschile cadde in uno stato di catalessi e contemplazione. Alla fine della scena avremmo tutti voluto erompere in un fragoroso applauso ma, accompagnati da mogli, fidanzate ed amiche, non facemmo trasparire dal viso la profonda commozione che avevamo provato in quel momento.
Ecco la scena:

https://www.youtube.com/watch?v=Yto4ik0O-Cs

Alla prossima scena.
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« immagine » Se dovessi fare un elenco di film che contengono scene che ci hanno fatto sprofondare in una marea di lussuria e desiderio, non includerei di certo “Cinquanta sfumature di Grigio”, che da molti è stato considerato il film più osé del decennio. Ogni opinione è rispettabile naturalment...
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Perfetti sconosciuti

18 febbraio 2019 ore 21:39 segnala

E Gesù disse: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio.” Il che significa che per Nostro Signore non c’è nessuna differenza tra chi commette adulterio fisicamente e chi lo desidera soltanto. Eppure, essendo figlio di Dio, sapeva che dicendo questo ci avrebbe tutti reso peccatori. C’è infatti una persona sposata, uomo o donna che sia, che non abbia mai desiderato con la fantasia un’altra persona? Se le statistiche ci dicono che, nonostante si faccia un gran parlare della fedeltà coniugale come di una virtù, l’adulterio ha raggiunto proporzioni incredibili prima, grazie anche all’avvento di Internet, figuriamoci con il pensiero.

Un grande scrittore sudamericano ha scritto: “Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata ed una segreta.”

Capita a tutti noi di avere a cena una, due o più coppie di amici di tanto in tanto. Oppure di essere invitati. Ci si riunisce attorno a una tavola imbandita, si aprono le bottiglie di vino, si parla, si ride, si scherza, tutto in un’atmosfera gioiosa, piena di gentilezze. Quelle che girano intorno a quella tavola sono le nostre vite pubbliche e personali. Se dovessimo tenere conto di queste due vite, potremmo dire che l’adulterio non esiste. Chi infatti sbandiera ai 4 venti i suoi peccatucci? In realtà l’adulterio è vivo e vegeto e si annida nelle pieghe della vita segreta, quella vita che tutti noi teniamo stretta a chiave.
Talvolta, però, succede che siamo talmente ingenui da lasciare tracce della nostra vita nascosta nelle nostre sim. Cosa succederebbe se queste minuscole schedine potessero finire in mani di altri?
Questo ha pensato il regista Paolo Genovese, quando ha girato “Perfetti sconosciuti”, un film godibilissimo, da consigliare vivamente: Grande regia, stupenda sceneggiatura, bravissimi attori, belle gnocche e notevole qualità dei dialoghi.

La trama, brevissimamente:
Nel corso di una cena, che riunisce un gruppo di amici, la padrona di casa, ad un certo punto, si dice convinta che tante coppie si lascerebbero se ogni partner controllasse il contenuto del cellulare dell’altro. Parte così una sorta di gioco per cui tutti dovranno mettere il proprio telefono sul tavolo e accettare di leggere sms/chat o ascoltare telefonate a viva voce. Quello che all’inizio sembra un passatempo innocente diventerà man mano un gioco al massacro e si scoprirà che le nostre vite segrete sono spesso opposte a quelle pubbliche. Man mano che il film procede, arrivano sugli smartphone messaggi e vengono a galla amori più o meno clandestini o virtuali, tradimenti veri e virtuali, si confessano segreti e peccati. Equamente divisi tra uomini e donne.
Il finale poi è geniale, pura intelligenza creativa.

Buona visione.

http://www.comingsoon.it/film/perfetti-sconosciuti/52628/video/?vid=22571

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« immagine » E Gesù disse: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio.” Il che significa che per Nostro Signore non c’è nessuna differenza tra chi commette adulterio fisicamente e chi lo desidera soltanto. Eppure, essendo figlio di Dio, sapeva che dicendo questo ci avreb...
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Ormoni a palla

17 febbraio 2019 ore 19:27 segnala

Lei comincia a divincolarsi, ma i suoi sforzi rendono più sensibile la sua debolezza e nello stesso tempo fanno ondulare il suo corpo contro il mio.
Ora la trascino verso la camera, ma strada facendo mi fermo un po' per obbligarla a stringersi di nuovo contro di me, in modo da sentire bene il tenero strofinio dei suoi seni attraverso la seta sgualcita della camicia. Poi sempre tenendola, costringo la piccina a inginocchiarsi sul copriletto, le immobilizzo i polsi dietro la schiena con una sola mano che preme contro l'incavatura della vita e la schiaffeggio più volte senza fretta.
Lei sa che ha bisogno di una punizione. Dopo le accarezzo la bocca con le mani e anche le labbra, ma siccome non si dimostra compiacente quanto voglio la schiaffeggio ancora senza spiegazioni. Punita per la seconda volta mi bacia senza reticenza, allora la faccio stendere servile sottomessa, a pancia in giù. È la posizione che preferisco... ferma cara, indifesa. Le faccio risalire la camicia e le spingo giù i pantaloni dolcemente. Con la punta delle cinque dita, sfioro la pelle nei punti in cui è più delicata.

Comincia così il celebre pezzo sulla masturbazione di Giorgio Gaber. Tutti gli uomini si masturbano, nessuno escluso. E’ un dato di fatto. Viene voglia, si fa, ci si rilassa e via. Senza tante complicazioni. La soddisfazione di un bisogno fisiologico. Si inizia a spron battuto a lustrarsi la melanzana quando si entra nella fase dell’adolescenza, che va dai 12 ai 18 anni e si continuerà finché funziona. Il posto preferito per impugnare il sacro cannolo è il bagno. Alcuni preferiscono sotto la doccia. L’acqua calda rilassa i muscoli e accarezza la pelle: ideale per far svagare l’idrante.
.
Erano i primi anni Settanta. Molti di noi erano solleticati dai primi fremiti adolescenziali. In quel momento esce nei cinema di tutta Italia Malizia, con una favolosa Laura Antonelli. Il film incassa inaspettatamente così tanti soldi che lo pone ancora oggi nel ristretto gruppo di film italiani di maggior incasso di tutti i tempi.
La trama è semplice:
Un commerciante siculo, fresco vedovo, vorrebbe subito sposare la procace cameriera che ha a casa. Lei, però, suscita le voglie dei giovani figli maschi del vedovo, soprattutto del più piccolo, il 14enne interpretato da Alessandro Momo. (14 anni come noi che siamo in sala e ci immedesimiamo profondamente nel giovane attore, nostro coetaneo.) In una notte di tempesta, in assenza momentanea del vedovo, la cameriera cede finalmente ai desideri del ragazzo e si concede completamente a lui. In quel momento tutti noi siamo lui e lui è tutti noi.

Malizia é stato un caso cinematografico negli anni '70. Ha inaugurato la commedia sexy italiana e lanciato una splendida attrice: Laura Antonelli, la capostipite di tutte le attrici sexy italiane. Dopo di lei sono venute Edwige Fenech, Gloria Guida, Annamaria Rizzoli, Silvia Dionisio e tante altre, ma nessuna di loro riuscì a scalfire l’immagine di Laura Antonelli che mostra le calze con la riga mentre, sopra una scala, pulisce le finestre. Quanti di noi, con quella scena impressa nella mente, si sono ritirati a ripensarla in bagno?

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« immagine » Lei comincia a divincolarsi, ma i suoi sforzi rendono più sensibile la sua debolezza e nello stesso tempo fanno ondulare il suo corpo contro il mio. Ora la trascino verso la camera, ma strada facendo mi fermo un po' per obbligarla a stringersi di nuovo contro di me, in modo da sentir...
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L’Harley-Davidson e la moto ape

14 febbraio 2019 ore 21:44 segnala


L’accostamento può sembrare ardito, se non altro sulla base di uno sguardo immediato, quasi banale nella sua evidenza: L’Harley-Davidson e la moto ape sono due mezzi di locomozione diametralmente opposti, sia per numero di ruote, sia per il cassone dietro, sia soprattutto per l’atteggiamento: L’Harley ha l’aria boriosa del “Fate spazio che sto passando”. La moto ape invece è molto più modesta, quasi come se si vergognasse di sé stessa. Inoltre l’Harley è apparsa in numerosi film: la guidavano Peter Fonda, Dennis Hopper e un giovane Jack Nicholson in “Easy rider”; La guidava Roger Moore in “La corsa più pazza d’America”, Nicholas Cage in “Ghost rider”, Sylvester Stallone in “Rocky III”. La moto ape invece l’ha guidata Massimo Ceccherini in un film di Pieraccioni. C’è anche da dire che la sede dell’Harley-Davidson è nella città di Milwaukee, che già pronunciarla ti riempie la bocca. La sede della moto ape invece è a Pontedera e, sinceramente, per noi siamo esterofili per natura, non fa la stessa impressione. Ultimo ma non meno importante, numerose sono le star internazionali che possiedono una Harley-Davidson, come Arnold Schwarzenegger, Lorenzo Lamas, Mickey Rourke, George Clooney, Brad Pitt, Johnny Depp, Bruce Springsteen. Dentro l’ape invece non ho mai visto qualcuno di veramente noto. Eppure, ho un ricordo indelebile di un apista.
Indossava una canottiera attillata, le braccia erano muscolose e coperte da tatuaggi. Aveva la barba incolta e un’espressione truce. Era a piedi. Attraversò la strada alzando una mano per fermare le macchine, tra cui la mia. Dall’altra parte della strada vi era la sua moto ape. Salì (naturalmente non era chiusa a chiave) e accese il quadro. Il motore singhiozzò di brutto, poi scoppiettò deciso. Dalla marmitta fuoriuscì un fumo nero come il lutto e tossico come un pugno nello stomaco. Sembrava notte. L’indicatore di direzione (ndr Freccia) naturalmente non gli funzionava e dal finestrino, ovviamente senza vetro, uscì il braccio per avvisare la coda delle macchine, di cui io ero il capofila, che si stava immettendo sulla corsia. Può essere già considerato un atto di cortesia. Spesso, infatti, il possessore di un ape non si scomoda a mettere fuori il braccio.
Con incedere lento e asmatico l’ape (detta nel meridione, Lapa) si dispose al centro della strada e si diresse con un’andatura che andava dai dieci ai venti chilometri orari. Nessuno di noi si rischiò di superarla. Tutti dietro, come quando si segue un feretro. Sebbene fossi avvolto da una nube tossica, riuscivo a vedere l'ape in tutto il suo splendore. Anche la bruttezza ha qualcosa di bello. Era un tipico tre ruote come spesso si vedono sulle strade del meridione. Il colore era blu, ammaccata in ogni parte, com’era giusto che fosse. Ho idea che le ammaccature vengono create ad arte dal proprietario per dare all'ape dignità e rispetto. Uno dei due sportelli era attaccato al resto del corpo da uno spago e l’altro era invece tutto aperto. Purtroppo su questi mezzi l’aria condizionata non è prevista. Nel traino, sulle due ruote posteriori, c’era un frigorifero, due materassi, una rete da letto matrimoniale, una bombola a gas, un comò, un manichino e uno specchio. Non mi sarei meravigliato di trovarci anche un cadavere fresco di giornata.

A un certo punto, mentre stavo dietro respirando a fatica, mi venne in mente il celebre film “Easy reader”. In quel film, Peter Fonda e Jack Nicholson viaggiano attraverso l'America sulle loro Harley-Davidson. Ecco, io quel legame indissolubile tra l'americano medio e la proprio moto, simbolo di assoluta libertà, l’ho trovato paro paro in quel tizio che guidava la sua ape. La stessa simbiosi, la stessa immedesimazione.

Era evidente che alla fine l'apista era un povero disgraziato che sbarcava il lunario arrangiandosi in mille modi, recuperando e vendendo ferro vecchio, piombo, stracci e che era malvisto dalla gente comune per il suo aspetto, il suo modo di vestire, di vivere e di comportarsi, ma lui non se ne curava. L'occhio sociale non lo scalfiva di una virgola. Lui era sopra la sua ape e accarezzava il manubrio come se fosse la pelle di una bella donna e fischiettando la melodia di una canzonetta. Chi fischietta in quel modo deve essere per forza un uomo felice, pensai, indipendentemente dal mezzo di locomozione che sta usando. Rimasi dietro di lui per circa un chilometro, poi lui s’immise in una traversa lasciandomi affascinato e allo stesso tempo stranamente oppresso.
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« immagine » « immagine » L’accostamento può sembrare ardito, se non altro sulla base di uno sguardo immediato, quasi banale nella sua evidenza: L’Harley-Davidson e la moto ape sono due mezzi di locomozione diametralmente opposti, sia per numero di ruote, sia per il cassone dietro, sia soprattut...
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14/02/2019 21:44:54
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Trova le differenze

13 febbraio 2019 ore 23:07 segnala

A parte i più giovani, alzi la mano chi non ha mai comprato almeno una volta in vita sua “La settimana enigmistica”. La foto che accompagna questo post si riferisce al primo numero che uscì nel 1932. Costava mezza lira. La prima volta che lo comprai ero un ragazzino. Anni dopo ero diventato piuttosto bravo, l al punto che continuavo a comprare la settimana enigmistica solo per un cruciverba che, se la memoria non mi inganna, era a pagina 41. Era il Bartezzaghi, il più difficile, un vero rompicapo. Finirlo era come giungere alla vetta dell’Everest. Non sempre ci riuscivo ma quando lo chiudevo un profondo senso di benessere mi pervadeva l’anima. Seppi dopo che risolvere le parole crociate di Pietro Bartezzaghi fu un punto d' orgoglio per intere generazioni di lettori del settimanale. I suoi cruciverba spaziavano su tutto lo scibile umano e quindi per molti è stata un po’ una scuola di apprendimento. Non fece mai trucchi (mi dilettavo a creare cruciverba e qualche volta per chiuderne uno usavo qualche trucchetto, come mettere qualche casella nera di troppo ad esempio), era onesto fino al midollo. Mi perdonerà da lassù per tutte quelle volte che gli ho fatto il gesto dell’ombrello ogni volta sono riuscito a chiudere un suo cruciverba: Era frutto della repressione di tutte quelle volte che uscivo sconfitto.

Nella settimana enigmistica c’era anche un gioco illustrato che facevo quando ero più piccolo. Si chiamava “trova le differenze”. Mettevano uno accanto all’altro due disegni apparentemente uguali, ma in realtà presentano delle piccole differenze che bisognava trovare. Approfitto di questo gioco per mettere uno accanto all’altro due fatti:
Il primo è un famosissimo film di Charlie Chaplin, “tempi moderni”. In quel film Charlot è un operaio in una fabbrica; deve stringere continuamente bulloni in una catena di montaggio. Famosa è la scena in cui perde un istante e non riesce più a recuperare finendo negli ingranaggi. I gesti ripetitivi e i ritmi disumani lo conducono al ricovero in manicomio.
Il secondo è una lettera che una dipendente di Amazon ha scritto al “Fatto quotidiano” di Marco Travaglio. Eccola:

“Lavoro in Amazon da un anno e mezzo e ti voglio raccontare com’è lavorare lì. Si lavora otto ore al giorno con una pausa di 30 minuti. Si inizia con un briefing al termine del quale si deve camminare velocemente -ma non correre - fino alle postazioni, dove per 4 ore si prelevano o inseriscono oggetti negli scaffali in modo ripetitivo. A questo punto c’è una pausa, con un altro briefing dove si verifica se siamo nel piano produzione. Infine, urlo di gruppo e tutti di nuovo in postazione. Ti controllano in Amazon? Assolutamente sì. Si è costantemente controllati, sia con la tecnologia, sia a vista. Costantemente passano intermediari e verificano se si lavora, se si socializza e come si socializza, controllano le pause, quante sono e quanto durano. Nessun attacco diretto, solo velate allusioni. Nessuno ti dirà mai che sei andato in bagno troppo spesso ma useranno una frase tipo:” ti senti bene? Ho notato che ti sei assentato spesso. Si lavora a turni, mattina, notte e pomeriggio, i riposi sono spesso infrasettimanali, raramente nei weekend, a cui si aggiungono il cosiddetto “picco lavorativo” in cui i turni diventano ancora più serrati e spesso capita di staccare il venerdì sera alle 22:30essere a lavoro il sabato alle10:30 e finire alle 18:30perpoi ricominciare domenica alle 6 del mattino. E parlo di gironi consecutivi. Però c’è da dire che grazie a San Valentino hanno addobbato la sala mensa di cuoricini e ci sarà anche l’elezione di Miss e Mister Amazon.”

Trovate differenze tra un film del 1936 e una lettera del 2019? Io non riesco a vederle, eppure ero bravo una volta a trovarle.

P.s. Nel frattempo, il capo di Amazon, l’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos,

pare che si scambi messaggi di natura sessuale con una graziosa giornalista che l’ha intervistato.


Come ha detto la Santanchè a una classe di bambini di scuola elementare: “Chi paga comanda.” E si diverte, aggiungo io.
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« immagine » A parte i più giovani, alzi la mano chi non ha mai comprato almeno una volta in vita sua “La settimana enigmistica”. La foto che accompagna questo post si riferisce al primo numero che uscì nel 1932. Costava mezza lira. La prima volta che lo comprai ero un ragazzino. Anni dopo ero div...
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PINOCCHIO

08 febbraio 2019 ore 22:31 segnala

8 Aprile 1972, sabato. Sul primo canale (chiamavamo così RAI1) sta per iniziare lo sceneggiato Pinocchio. Le puntate saranno 5, tutte in bianco e nero. Il cast è d’eccezione: Nino Manfredi, Gina Lollobrigida, Vittorio De Sica, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia. Pinocchio è interpretato da Andrea Balestri. Quando si inizia a girare ha solo 9 anni. Nato e cresciuto a Pisa, il piccolo è esattamente come lo voleva il regista Comencini, ossia un diavolo scatenato. Non sta mai fermo, è maleducato, non si comporta da bambino per bene, ma è anche molto intelligente e capisce subito quello che deve fare.

Un giorno il regista lo porta in proiezione per la prima volta. Vuol vedere che effetto fa al bambino vedersi sullo schermo. Quando si riaccendono le luci lo trova pacificamente addormentato. Comencini ha difficoltà a girare le scene di notte con Andrea. Vispo com’è, appena arriva la sera, si addormenta come un angioletto, come fanno un po’ tutti i bambini irrequieti. E non c’è verso di svegliarlo. Siccome però è molto amico di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, questi sono soliti inventarsi dei giochetti per tenerlo sveglio. Finché un giorno lo scopre e i giochetti non hanno più effetto. Il sabato, costi quel che costi, vuol ritornare col babbo a Pisa. Ama la sua città.

Quando il film fu finito, Il regista non era contento della voce del piccolo, gli sembrava troppo stridula. Lo fece doppiare ma non fu contento del risultato. Decise allora di far doppiare Andrea Balestri con Andrea Balestri. Fu una faticaccia perché il piccolo non riusciva a stare fermo nello studio a guardarsi e doppiarsi, ma alla fine si doppiò e il risultato fu fantastico. Furono doppiati anche Mastro Ciliegia e Lucignolo, perché erano entrambi napoletani. A Comencini dispiacque molto, gli piaceva quella “parlata” ma naturalmente dovevano avere l’accento toscano. Il piccolo attore che interpreta superbamente Lucignolo era stato visto da Comencini mentre stava girando un'inchiesta sul lavoro minorile a Napoli. ll ragazzino napoletano, orfano di padre e con dieci fratelli, lavorava in un'officina di macchine. Comencini rimase stupito dalla spontaneità di fronte alla macchina da presa e decise di dargli la parte di Lucignolo. Lo fece poi doppiare da un ragazzino di Livorno.

La colonna sonora fu composta da Fiorenzo Carpi. Ancora adesso, ogni volta che la sento, ritorno di filato alla mia infanzia. Il successo fu immediato. Lo sceneggiato fu poi replicato dieci anni dopo, nel 1982. Noi ragazzini nel ’72 eravamo diventati dei giovanotti ma lo rivedemmo con grande piacere. I ragazzini di allora furono entusiasti come lo eravamo stati noi al tempo.
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« immagine » 8 Aprile 1972, sabato. Sul primo canale (chiamavamo così RAI1) sta per iniziare lo sceneggiato Pinocchio. Le puntate saranno 5, tutte in bianco e nero. Il cast è d’eccezione: Nino Manfredi, Gina Lollobrigida, Vittorio De Sica, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia. Pinocchio è interpretato...
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My name is Lee, Bruce Lee.

06 febbraio 2019 ore 21:25 segnala

Nel 1973 arriva nei cinema italiani “Il furore della Cina colpisce ancora”. È un successo enorme. Sorge l’astro di Bruce Lee e consacra definitivamente il trionfo del Kung fu, tecnica di combattimento a mani nude, sorto a Hong Kong, dove Bruce Lee è cresciuto. In quell’anno il grosso del pubblico si divide: C’è chi sceglie il film di Bruce Lee e chi invece preferisce “L’esorcista” con Linda Blair. Solo un ristretto numero di spettatori predilige “Scener ur ett äktenskap” (Scene da un matrimonio) con Liv Ullmann e Erland Josephson e con la regia di Ingmar Bergman, uscito in contemporanea ai primi due.

Gli spettatori dei rispettivi film hanno reazioni diversissime tra loro. Quelli che hanno visto il film svedese, all’uscita dal cinema sembrano in trance, come se avessero patito chissà quali torture. Gli spettatori dell’esorcista invece si dividono in due categorie: quelli che escono ridendo a crepapelle (ci sono io lì, l’incoscienza dei tredici anni) e quelli che tremano per la paura. Gli spettatori de “Il furore della Cina colpisce ancora” hanno tra loro una cosa in comune: sono molto giovani. All’uscita dal cinema si guardano intorno per vedere se ci sono pali (tipo quelli dei cartelli stradali o delle insegne pubblicitarie) e, urlando come Bruce Lee, si scagliano contro di essi con i colpi proibiti del kung fu. I pali rappresentano nella loro fervida immaginazione i tiranni spietati che tradiscono il popolo e loro sono gli eroi solitari venuti a salvarlo con le sole mani e i soli piedi. Contro i pali, in effetti, usavano solo i piedi, tranne uno che provò ad abbattere un cartello stradale con il famoso pugno a pollice che aveva inventato Bruce Lee (Consiste nello sferrare un pugno ad un bersaglio da una distanza tra 0 e 15 centimetri.). L’urlo che sentimmo terrorizzò l’intera zona.

L’anno dopo uscì “Dalla Cina con furore”. I pali antistanti i cinema ricominciarono a tremare. Il film ebbe un successo ancor più clamoroso del primo, a tal punto che il comico siciliano Franco Franchi ne fece la parodia. Il film ebbe come titolo: “Ku fu? Dalla Sicilia con furore”. Incredibile a dirsi, ma anche il film di Francuzzo (al tempo si era separato da Ciccio Ingrassia) ebbe un grossissimo successo e fu persino esportato in alcuni paesi europei. In Francia il film fu intitolato “Le roi du Kung fu”. Era in effetti difficile tradurre in francese ku fu. (per chi non conosce la lingua siciliana, Ku fu si traduce con “Chi è stato?”
Ecco il nostro eroe palermitano con lo sguardo da tigre e la posa d’attacco.

Il film successivo (di Bruce lee intendo, non di Franco Franchi) fu “L'urlo di Chen terrorizza anche l'Occidente” in cui fece comparsa anche un giovane Chuck Norris in una scena, quella del duello nel Colosseo, che divenne la più celebre di arti marziali nella storia del cinema. Ve la regalo, eccola!

https://www.youtube.com/watch?v=sG9s_cn1qsA

Bruce Lee morì all’età di 33 anni per un edema cerebrale.

P.s. Dei tre film citati all’inizio, quello che col tempo è diventato un classico è il film di Ingmar Bergan, “Scene da un matrimonio.” Il tempo è sempre galantuomo.


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« immagine » Nel 1973 arriva nei cinema italiani “Il furore della Cina colpisce ancora”. È un successo enorme. Sorge l’astro di Bruce Lee e consacra definitivamente il trionfo del Kung fu, tecnica di combattimento a mani nude, sorto a Hong Kong, dove Bruce Lee è cresciuto. In quell’anno il grosso ...
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La grande presa per il culo

04 febbraio 2019 ore 21:19 segnala

Il più grande paradosso della vita è sperare di raggiungere la vecchiaia, quindi vedere i capelli che imbiancano, le ossa che diventano più sottili, il cuore che perde efficienza, i denti che traballano, la pelle che perde elasticità e gli occhi che non riescono più a leggere senza l’ausilio di occhiali. Nessuno spera di diventare più povero, più solo, più infelice, però tutti speriamo di diventare più vecchi. Che bizzarra la vita. Per fortuna che siamo abbastanza irrazionali da accettare una cosa del genere. Se avessimo più razionalità non riusciremmo a vivere.

La parte migliore della nostra vita viene all’inizio e molta parte di essa la usiamo per lavorare e mantenerci. Poi, quando potremmo vivere in pieno senza lavorare, siamo nella fase peggiore, perché ultima, della nostra vita, quella in cui i sensi ci tradiscono e il corpo non risponde in pieno. E’ come avere un grande appetito senza però denti.

Qual è la soluzione? Cosa avrebbe potuto fare di meglio Dio (O la natura)? Come sarebbe stato una vita al contrario? Nascere vecchi e morire bambini. Questa è la storia del film “ll curioso caso di Benjamin Button”, film del 2008, candidato a tredici premi Oscar e vincendo quelli per migliore scenografia, miglior trucco e migliori effetti speciali. Il protagonista è Brad Pitt che nasce che ha già 80 anni e vede la sua vita procedere in senso opposto.

Un finale da magone, ma credo valga la pena di vederlo.
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« immagine » Il più grande paradosso della vita è sperare di raggiungere la vecchiaia, quindi vedere i capelli che imbiancano, le ossa che diventano più sottili, il cuore che perde efficienza, i denti che traballano, la pelle che perde elasticità e gli occhi che non riescono più a leggere senza l’...
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E.T.

03 febbraio 2019 ore 21:39 segnala

Alzi la mano chi non l’ha visto. Di E.T. sappiamo che è tornato a casa, ma tutti gli altri, Elliot, la sorellina, il fratello più grande, la mamma e i tre amici di Elliot, che fin hanno fatto? Eccoli:

Henry Thomas


Ha 48 anni. Lavora sia nel cinema che in Tv ma sostanzialmente sempre ai margini. Qualcuno lo suggerì a Steven Spielberg ma il regista non era convinto poi, durante la lettura del copione, ottenne la parte quando improvvisando una scena, in cui E.T veniva portato via dal governo, Thomas riuscì a piangere, pensando al suo cane, morto tre anni prima.

Drew Barrymore


Ha 43 anni. Non ha avuto una vita tranquilla: a 9 anni fumava, a 11 beveva, a 12 fumava marijuana e a 13 sniffava cocaina. A 14 anni, non sapendo cosa più fare, tenta il suicidio. Anche lei lavora sia al cinema che in Tv con un successo leggermente superiore rispetto a Henry Thomas
P.s. L'ho sempre trovato fascinosa.

Robert MacNaughton


Il fratello maggiore di Elliot. Ha 52 anni. A 21 anni si ritirò dalle scene e iniziò a svolgere il lavoro di postino.

Dee Wallace


Recitava il ruolo della mamma dei tre sopra. Seppur con parti marginali ha preso parte a quasi 100 film.

I tre amici Di Elliot, quelli in bici.
C. Thomas Howell


Ha 52 anni. L’anno dopo aver recitato in E.T. è protagonista del film I ragazzi della 56ª strada di Francis Ford Coppola, accanto a Matt Dillon, Patrick Swayze, Rob Lowe e Tom Cruise. Nonostante la partenza fulminante, la sua carriera non ha decollato.
Sean Frye


Ha 52 anni. A 20 anni si è ritirato dalle scene.
K.C. Martel


Ha 51 anni. Anche lui ha smesso a 20 anni.

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« immagine » Alzi la mano chi non l’ha visto. Di E.T. sappiamo che è tornato a casa, ma tutti gli altri, Elliot, la sorellina, il fratello più grande, la mamma e i tre amici di Elliot, che fin hanno fatto? Eccoli: Henry Thomas « immagine » « immagine » Ha 48 anni. Lavora sia nel cinema che in...
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03/02/2019 21:39:56
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