L'immigrato idolatrato

04 marzo 2019 ore 21:38 segnala

Un’isteria collettiva si impadronì della città alla sua morte. Centomila persone si riversarono nelle strade per dargli l’ultimo saluto. Ci furono circa trenta suicidi e centinaia di poliziotti a cavallo ebbero un gran da fare per mantenere l’ordine tra la folla che voleva congedarsi con il famoso estinto. Nessun attore, prima di lui, e forse anche dopo, ha avuto scene di isteria e fanatismo così tumultuose al suo funerale. Per evitare una concentrazione massiccia e pericolosa di fans, furono organizzati due cortei funebri, uno a New York, l'altro a Hollywood. Dopo la sua scomparsa, ogni 23 di agosto, una donna vestita di nero, negli anni a seguire, portò fiori sulla sua tomba. Da allora, questa tradizione si è consolidata: ogni 23 agosto molte donne si sono recate sulla sua lapide a lasciare dei fiori. Siamo nel 1926.

In quegli anni milioni di persone da tutto il mondo raggiungono gli USA per trovare un lavoro. Gli italiani sono i più numerosi. Fino al 1900 la maggior parte di essi proveniva dal Nord Italia (soprattutto Veneto, Friuli Venezia Giulia e Piemonte). Dopo il 1900 il grosso è costituito da meridionali (soprattutto Sicilia, Calabria e Campania). Solo pochi realizzarono l’American Dream: la maggior parte di essi finirono con lo svolgere i lavori più umili come spazzini, operai, scaricatori portuali, minatori, fruttivendoli. Essendo latini, cattolici e analfabeti, molti di loro furono oggetto di campagne diffamatorie venendo rappresentati come naturalmente portati a delinquere e venivano chiamati con i dispregiativi “dago” e “wop”. Un po’ come quando alcuni di noi chiamano negri di merda gli immigrati che adesso hanno preso il nostro posto nel mondo. Lo stesso Frank Sinatra da giovane fu insultato con l’appellativo Dago. Lo raccontò lui stesso. “Gli spaccai la faccia” – disse.
(Un ricordo personale: Quando andavo nelle scuole superiori, per guadagnare un po’ di soldi, andavo a vendemmiare tra agosto e settembre. Una volta, nella filiera accanto alla mia lavorava un signore di circa 60 anni. Lavorava e fischiettava. Io ero madido di sudore, la schiena a pezzi, ogni tanto beccavo qualche vespaio, ma lui continuava a lavorare fischiettando. Durante la pausa pranzo seppi che era quasi sordo e ci vedeva poco. Gli chiesi il motivo di questa sua serenità, soprattutto mentre faceva un lavoro duro come la vendemmia. “Figliolo” mi disse “ ho lavorato per una vita nelle autostrade americane, trattato da bestia e con l’asfalto che mi bruciava la pelle e i polmoni. L’abbiamo fatte noi immigrati le loro strade. Adesso sotto le mie scarpe non c’è asfalto, c’è terra nuda, mi fermo a bere quando voglio e raccolgo l’uva, un dono del Signore, come faccio a non essere felice?)

Non ho saltato di palo in frasca come pensate. Ho scritto degli emigranti perché il defunto idolatrato non era americano. Era un immigrato italiano. Veniva da Castellaneta, in provincia di Taranto. Era venuto in America a 18 anni, nel 1913. Anche lui dovette ingoiare insulti e offese e fare lavori occasionali come fattorino, lavapiatti, cameriere e poi ballerino di tango a pagamento per le ricche signore newyorkesi. Molte di loro persero la testa per questo bel pugliese. Il marito di una di esse però voleva ucciderlo e fu costretto a lasciare New York per Los Angeles. Poi, come un novello Julian Sorel de “Il rosso e il nero” o Georges Duroy in “Bel ami”, anche il nostro giovanotto pugliese, grazie all’aiuto di donne influenti attratte dal suo magnetismo riuscì a farsi strada. Una di esse lo fece entrare nel mondo del cinema. Al tempo c’erano solo due parti: quella del buono e quella del cattivo, Valentino con la sua faccia latina, i capelli nerissimi, le labbra sottili e le movenze armoniose poteva fare solo il cattivo di secondo piano. Fu grazie alla protezione di un’altra donna che ebbe la parte di protagonista ne “I 4 cavalieri dell’apocalisse.” Da quel momento le donne americane si stufano del ragazzo della porta accanto (il tipico ragazzo americano) e anelano all’amore latino. Fu con Valentino che nacque la locuzione “Latin lover”. Il maschio americano si sentì minacciato e provò a screditarlo. Un giornalista lo soprannominò “Piumino da cipria”. Valentino lo sfidò a duello a pugni, per dimostrargli chi tra loro due era più uomo. Il giornalista non si presentò. Molti giornali diedero addosso all’immigrato (la storia si ripete?) non nascondendo il proprio disgusto per quel latino impomatato. Valentino portava un braccialetto al polso, dono di una donna. Bastò quello per tacciarlo anche di omosessualità (al tempo il braccialetto non si usava, Valentino precorse i tempi). I suoi connazionali comunque continuavano ad essere insultati, sfruttati e spesso uccisi. In quel periodo il foggiano Nicola Sacco e il cuneese Bartolomeo Vanzetti vengono accusati di omicidio, senza alcuna prova, e sono giustiziati sulla sedia elettrica. Furono due agnelli sacrificali. A cinquant'anni esatti dalla loro morte, il governatore dello Stato del Massachusetts, riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la memoria degli immigrati Sacco e Vanzetti.

Un giorno, a New York, è ricoverato d’urgenza per una ulcera perforata. Muore d’agosto, a 31 anni. I funerali vedranno folle e follie incredibili.

https://www.youtube.com/watch?v=jTvRbhcaUo0
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04/03/2019 21:38:07
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