AVVISO PER IL LETTORE: questo è il racconto reale e sincero di un’estate gelida, ma è anche il racconto di una vacanza estiva e di una “vacanza” da me stessa, un’ estate in cui il mio cervello ha fatto pace col cuore ed è rimasto per una notte in disparte a guardare. Il racconto è lungo, noioso e non credo vi possa interessare.
Ho scritto di me e per me…come sempre.
Giugno 2006
“Abbiamo bisogno di una pausa per capire che cosa mi accade. Sono confuso e troppo preso dal mio lavoro”.
La pausa di riflessione per fare il punto sulla storia era iniziata a giugno. Ormai non ci vedevamo più e i ritagli di tempo passati insieme erano rari, poco intensi e pieni di vuoti e di silenzi. Ci eravamo persi, ma io non l’avevo messa in conto la crisi della nostra storia e ancora meno l’eventuale fine.
D. ci aveva pensato da tempo, è chiaro, ma prese la decisione il giorno prima della mia partenza per seguire le lezioni del master di specializzazione. Mi disse che ne “voleva approfittare della mia assenza per pensare, per capire”.
Ricordo quei dieci giorni da incubo tra le lezioni “full immersion” dalla mattina alla sera e le pause passate nella chiesa di fronte, quella con il campanile sorretto da tre grandi pilastri. Alessio mi portava li sotto e tenendomi le mani mi faceva girare veloce con la testa reclinata indietro, guardando le campane su in alto, nel cielo.
Era una di quelle chiese moderne in cemento armato che io detesto, ma era l’unico luogo dove poter stare un attimo con me stessa, in silenzio, lontana dai colleghi e gli amici del corso. Stavo bene solo lì, in quel luogo spirituale in completo raccoglimento con i mie pensieri e le mie paure. Fosse stato un tempio buddista o una moschea sarebbe stato il mio luogo preferito comunque.
Pier mi guardava arrivare in aula e mi sorrideva con scherno e diceva “Buon Giorno D , come sempre in ritardo e come sempre truccata e sorridente, ormai sei un classico, una certezza!” .
Mi sforzavo di non far mancare il mio solito sorriso sul viso per non mostrare la mia angoscia. Nonostante avessi l’inverno nel cuore, non uscivo di casa senza trucco sul viso e le mie collane abbinate ai vestiti, tanto da suscitare la curiosità di una collega che mi confessò:” Sai la mattina non vedo l’ora che arrivi per vedere che collana indossi!”.
Come sempre orgogliosa e riservata sulla mia vita privata. Solo pochi sapevano il perché dei mie momenti in solitudine e qualcuno notava un sorriso triste e il viso adombrato, nei momenti in cui mi distraevo e poggiavo la “maschera della vincente” accanto a me, sul tavolo tra le penne e gli appunti.
I miei inusuali e scarsi interventi da rompi scatole, l’assenza della mia mano sempre alzata a gara con Elisa per le domande e gli approfondimenti chiesti ai prof e la poca energia mostrata nel mettermi sempre in gioco, nei lavori di gruppo e nell’esperienze dirette, facevano pensare che qualche cosa mi era accaduto, ma pochi mi fecero domande, per delicatezza e “perché siamo del mestiere e noi certe cose le capiamo subito, le osserviamo al volo”; già, ma quando capitano a noi e la terra trema sotto i piedi, non siamo abbastanza bravi a venderci la soluzione. Non abbiamo in tasca tecniche o strategie d’indagine introspettiva efficaci per trovare le risposte che cerchiamo.
Io non avevo risposte per me. Non avevo soluzioni per uscire dall’ansia e dalla paura della possibile perdita (“..e che vadano a farsi benedire le teorie sull’elaborazione del lutto e le sue fasi”).
Mi sedevo accanto a Pier che mi sorrideva affettuosamente, poi come sempre spettinava con le sue mani i miei ricci, già abbastanza scombinati per natura e mi faceva una carezza sul viso dopo avermi baciato sulle guance e stretto forte forte, come solo lui poteva fare in quei giorni. Giorni in cui anche lui meditava di lasciare Elisa, sua ragazza da nove anni. nonché nostra collega anche al corso. Ma io lo compresi dopo.
Pier Paolo da quel momento divenne il mio migliore amico, una presenza costante. Solo con lui mi mostravo piccola e fragile in quel periodo e lui mi teneva tutta su una mano. Pier sapeva fermare le mie lacrime con le dita e non le faceva arrivare sulle labbra che altrimenti bagnate dall’acqua salata non erano in grado di regalare sorrisi credibili. Faceva di tutto per farmi ridere e ci riusciva. Ogni notte uscivamo in giro con la mia auto, ero obbligata a guidare io perché era più divertente, mi diceva, “tu guidi come un uomo incazzato” e ogni tragitto dalla mia “casa-stanza” ai locali e al suo albergo erano risate e lacrime. Sì, ancora lacrime, non c’era speranza di fermarle, neanche quando ridevo, perché quando io rido mi scendono sempre le lacrime.
Mi viene in mente quando andavo a scuola alle superiori e spesso accadeva che si iniziasse a ridere per una battuta ma alla fine la classe rideva guardando me che allagavo il banco con le lacrime e non smettevo più di farlo, perché le loro facce erano buffe, tutti voltati verso di me che ridevo ancora di più guardando loro.
Quelle giornate di corso e uscite con Pier terminavano sempre con un forte abbraccio e un “..a domani mi raccomando in ritardo, truccata e sorridente”, “Ok Pier a domani”.
La pausa fu più lunga del previsto, non trovammo soluzione alla crisi e si procedette con alti e bassi sino ad agosto dello stesso anno. Fu un estate fredda, un estate gelida per il mio animo ma volevo viverla comunque, non mi sarei arresa. Avevo voglia di progetti e di cambiamento. Dovevo ripartire da me. Ma dove era l’inizio..il mio inizio?
Agosto 2006
Settimana di ferragosto.
Decisi di partire per Costa Rei con i miei cugini nonché amici da una vita. Tutti e sei avevamo da riflettere su qualche cosa e avevamo bisogno di farlo anche tra noi. Affittammo una casa e sabato 11 partimmo, rientro previsto per il sabato successivo.
Costa Rei è il luogo di molti ricordi adolescenziali, i ricordi dei nostri campeggi dove ci sentivamo in libertà, e per questo che decidemmo di tornare lì: la spiaggia e “gli scogli di Peppino”, “la piazzetta” dove una sera di circa 15 anni fa, diedero in diretta sul maxi schermo il concerto dei Pink Floyd a Venezia, le canzoni di Vasco urlate fuori dalle nostre tende e la fila per le docce prima di cena col gettone nella tasca dell’accappatoio e in mano la spugna e il bagnoschiuma profumato e poi i preparativi per uscire, il trucco fatto sui tavolini da campeggio con la luce flebile delle torce appese al filo, il mio vestito scollato sulle spalle, stretto in vita, corto e largo nella gonna, come i vestiti delle bambole con il tulle bianco sotto che spuntava e quando lo mettevo con i tacchi alti mi guardavano tutti e mi sentivo bella.
Poi i falò in spiaggia, quando ancora si potevano fare, tutti seduti intorno tra il caldo del fuoco e la sabbia fredda nei piedi scalzi, le chitarre che suonano le canzoni di sempre, Eagles, Guns’n Roses, Vasco, Dire Strits, U2, Battisti, De Andrè…
Al buio ci sentivamo più liberi di urlare e cantare tra un bacio e una tequila con sale e limone. Al buio tanto “i grandi non ci vedevano”. E poi i bagni al mare fatti sotto la luce della luna con l’acqua tiepida per il caldo accumulato durante il giorno.
L’amore rubato negli angoli della spiaggia in ombra, che non venivano raggiunti dalla luce del falò. Angoli di intimità e di libertà trovati dentro un più ampio angolo di paradiso che è la costa sarda sud-orientale, tra la sabbia bianca e sottile che regala carezze, il mare e la luna.
Arrivammo a Costa Rei e occupammo una delle villette a schiera del residence.
Sistemammo le nostre cose e decidemmo come dividerci gli spazi e i letti.
La vacanza ebbe inizio e ci divertimmo molto. Io decisi di “fare quello che sentivo”.
Ne avevo bisogno e mi sentivo particolarmente energica, vitale ed euforica.
(Ora Cambio il tempo, uso il presente, ho bisogno di rivivere quella notte ripercorrendola con le parole).
Il 14 notte usciamo a cena e poi passiamo la notte al Peyote. Sono alla mia terza Cajpiroska alla fragola. Io bevo sempre la Cajpiroska alla fragola perché è dolce e perché la trovo sensuale e femminile e poi conosco bene gli effetti su di me.
Ballo senza sosta e senza curarmi tanto di chi mi sta intorno, gioco con i miei amici , salgo scalza su un piccolo tavolo mentre loro ridono.
Ora parlo con te C. Anche se so che non mi leggerai mai, voglio raccontare a te come ho vissuto quei momenti. Tu che sei stato l’iniziatore del mio cambiamento.
Tu che mi hai fatto mettere in discussione le mie poche certezze da brava ragazza “a modo e perbene”.
Sei lì che mi giri intorno, mi hai notata da un pezzo e pian piano entri sempre più nel mio raggio d’azione sino ad arrivare al mio spazio vitale. Non sei bellissimo ma mi piace come ti muovi. Hai i capelli rasati e la faccia da cattivo, più alto di me il tanto giusto e un bel fisico non “palestrato”. Io ho un debole per queste caratteristiche maschili, ma tu certo non lo sai e io neanche te lo faccio capire, infatti ti do le spalle. Adoro gli uomini con i capelli cortissimi o di media lunghezza. Gli uomini con la faccia da schiaffi, quelli che hanno il viso sporco di autostima e il cuore pulito.
Sei talmente vicino a me che è impossibile non urtarti, ti chiedo scusa e ti sorrido ma vedo che tu ne sei felice e mi dici con l’inconfondibile accento romano (per il quale ho un inspiegabile debole) : “…non aspettavo altro, è tutta la sera che cerco il modo per poterti conoscere...”. Andiamo fuori e ci sediamo a parlare.
La serata è quasi terminata e di te so solo che vivi a Milano, lavori in una grossa azienda, sei in vacanza con la tua donna che ti ha appena piantato ed è tornata a Milano, tu continui la vacanza da solo e occupi una bellissima casa su un costone che ha una visuale mozza fiato sul mare, proprio sulla parte alta di Costa Rei.
Il locale deve chiudere ma noi sentiamo di voler ancora parlare e mi proponi di seguirti su a casa tua promettendomi che saremo rimasti solo un po’ fuori in veranda. Sorrido e penso “..perché, idiota, fuori in veranda non c’è il rischio di finire tu tra le mie gambe e io tra le tue?”. Non riesco a rinunciarci, sei troppo affascinante e poi ho promesso a me stessa che devo fare quello che mi sento e accadrà quel che deve accadere. Accetto il tuo invito, chiedo le chiavi dell’auto ad Eli e ti seguo lungo una strada impervia e sull’orlo di un precipizio. Ho paura dei precipizi…e anche dei giudizi e mentre mi domando che cazzo sto facendo lì, ripenso alle facce degli altri quando ho chiesto le chiavi dell’auto, ma presto giungiamo ormai dentro il giardino della splendida villa che ti ospita. Guardo il mare da la su e resto senza fiato, senza parole. Metti sul prato d’erba un telo da mare e ci sediamo lì a parlare. Mi piace come parli e come mi guardi.
E’ stato facile scivolare dal prato d’erba alla camera da letto mentre i Dire Straits sul tuo pc continuavano a suonare per il mare, l’aria e le stelle di quella bellissima notte d’estate.
“Puoi restare a dormire se lo vorrai…mi farebbe piacere trovarti qui domani mattina”. Penso che è già mattina. Sorrido e non rispondo. Aspetto che tu prenda sonno. Mi alzo e mi rivesto. Cerco una penna tra i tuoi libri sul tavolo, ma non ne vedo e non mi va di frugare tra le tue cose. Penso al mio rossetto in borsa, lo prendo e ti scrivo un messaggio sullo specchio del bagno. Sorrido pensando a quanto mi maledirai quando proverai a toglierlo. Concludo il messaggio con un Addio, niente recapiti telefonici niente indirizzi, nessuna possibilità di rintracciarti, per me bastava così.
Era l’inizio del cambiamento. Avevo messo in discussione tante convinzioni: mai lasciarsi andare, tieni sempre tutto sotto controllo, mai a letto con uno sconosciuto appena incontrato in discoteca, mai seguire un uomo che non conosci a casa sua da sola e in strade isolate, mai fare la “cattiva ragazza”,…“.,questo non sta bene e questo non si fa”…
Forzare i confini a volte rende liberi.
Caro C., grazie, sono felice di averti incontrato e di averti permesso di forzare i miei confini.
La vacanza procedette splendidamente nonostante l’ironia di tutti che mi ripeterono continuamente con scherno: “Tu, mi raccomando D., anche stasera fai come ti senti”.
Io faccio sempre come mi sento…e se sapessi cosa sento seguirei l’istinto ancora. Ma non so più come mi sento. Ora proverò a poggiare l’orecchio meglio per poter sentire cosa ho dentro. Farò come quando si avvicina una conchiglia all’orecchio e dentro si sente il mare.
Lunamoon D.C.
Foto dal web:Costa Rei
Estate 2006
10 aprile 2008 ore 19:38
AVVISO PER IL LETTORE: questo è il racconto reale e sincero di un’estate gelida, ma è anche il racconto di una vacanza estiva e di una “vacanza” da me stessa, un’ estate in cui il mio cervello ha fatto pace col cuore ed è rimasto per una notte in disparte a guardare. Il racconto è lungo, noioso e non credo vi possa interessare.
Ho scritto di me e per me…come sempre.
Giugno 2006
“Abbiamo bisogno di una pausa per capire che cosa mi accade. Sono confuso e troppo preso dal mio lavoro”.
La pausa di riflessione per fare il punto sulla storia era iniziata a giugno. Ormai non ci vedevamo più e i ritagli di tempo passati insieme erano rari, poco intensi e pieni di vuoti e di silenzi. Ci eravamo persi, ma io non l’avevo messa in conto la crisi della nostra storia e ancora meno l’eventuale fine.
D. ci aveva pensato da tempo, è chiaro, ma prese la decisione il giorno prima della mia partenza per seguire le lezioni del master di specializzazione. Mi disse che ne “voleva approfittare della mia assenza per pensare, per capire”.
Ricordo quei dieci giorni da incubo tra le lezioni “full immersion” dalla mattina alla sera e le pause passate nella chiesa di fronte, quella con il campanile sorretto da tre grandi pilastri. Alessio mi portava li sotto e tenendomi le mani mi faceva girare veloce con la testa reclinata indietro, guardando le campane su in alto, nel cielo.
Era una di quelle chiese moderne in cemento armato che io detesto, ma era l’unico luogo dove poter stare un attimo con me stessa, in silenzio, lontana dai colleghi e gli amici del corso. Stavo bene solo lì, in quel luogo spirituale in completo raccoglimento con i mie pensieri e le mie paure. Fosse stato un tempio buddista o una moschea sarebbe stato il mio luogo preferito comunque.
Pier mi guardava arrivare in aula e mi sorrideva con scherno e diceva “Buon Giorno D , come sempre in ritardo e come sempre truccata e sorridente, ormai sei un classico, una certezza!” .
Mi sforzavo di non far mancare il mio solito sorriso sul viso per non mostrare la mia angoscia. Nonostante avessi l’inverno nel cuore, non uscivo di casa senza trucco sul viso e le mie collane abbinate ai vestiti, tanto da suscitare la curiosità di una collega che mi confessò:” Sai la mattina non vedo l’ora che arrivi per vedere che collana indossi!”.
Come sempre orgogliosa e riservata sulla mia vita privata. Solo pochi sapevano il perché dei mie momenti in solitudine e qualcuno notava un sorriso triste e il viso adombrato, nei momenti in cui mi distraevo e poggiavo la “maschera della vincente” accanto a me, sul tavolo tra le penne e gli appunti.
I miei inusuali e scarsi interventi da rompi scatole, l’assenza della mia mano sempre alzata a gara con Elisa per le domande e gli approfondimenti chiesti ai prof e la poca energia mostrata nel mettermi sempre in gioco, nei lavori di gruppo e nell’esperienze dirette, facevano pensare che qualche cosa mi era accaduto, ma pochi mi fecero domande, per delicatezza e “perché siamo del mestiere e noi certe cose le capiamo subito, le osserviamo al volo”; già, ma quando capitano a noi e la terra trema sotto i piedi, non siamo abbastanza bravi a venderci la soluzione. Non abbiamo in tasca tecniche o strategie d’indagine introspettiva efficaci per trovare le risposte che cerchiamo.
Io non avevo risposte per me. Non avevo soluzioni per uscire dall’ansia e dalla paura della possibile perdita (“..e che vadano a farsi benedire le teorie sull’elaborazione del lutto e le sue fasi”).
Mi sedevo accanto a Pier che mi sorrideva affettuosamente, poi come sempre spettinava con le sue mani i miei ricci, già abbastanza scombinati per natura e mi faceva una carezza sul viso dopo avermi baciato sulle guance e stretto forte forte, come solo lui poteva fare in quei giorni. Giorni in cui anche lui meditava di lasciare Elisa, sua ragazza da nove anni. nonché nostra collega anche al corso. Ma io lo compresi dopo.
Pier Paolo da quel momento divenne il mio migliore amico, una presenza costante. Solo con lui mi mostravo piccola e fragile in quel periodo e lui mi teneva tutta su una mano. Pier sapeva fermare le mie lacrime con le dita e non le faceva arrivare sulle labbra che altrimenti bagnate dall’acqua salata non erano in grado di regalare sorrisi credibili. Faceva di tutto per farmi ridere e ci riusciva. Ogni notte uscivamo in giro con la mia auto, ero obbligata a guidare io perché era più divertente, mi diceva, “tu guidi come un uomo incazzato” e ogni tragitto dalla mia “casa-stanza” ai locali e al suo albergo erano risate e lacrime. Sì, ancora lacrime, non c’era speranza di fermarle, neanche quando ridevo, perché quando io rido mi scendono sempre le lacrime.
Mi viene in mente quando andavo a scuola alle superiori e spesso accadeva che si iniziasse a ridere per una battuta ma alla fine la classe rideva guardando me che allagavo il banco con le lacrime e non smettevo più di farlo, perché le loro facce erano buffe, tutti voltati verso di me che ridevo ancora di più guardando loro.
Quelle giornate di corso e uscite con Pier terminavano sempre con un forte abbraccio e un “..a domani mi raccomando in ritardo, truccata e sorridente”, “Ok Pier a domani”.
La pausa fu più lunga del previsto, non trovammo soluzione alla crisi e si procedette con alti e bassi sino ad agosto dello stesso anno. Fu un estate fredda, un estate gelida per il mio animo ma volevo viverla comunque, non mi sarei arresa. Avevo voglia di progetti e di cambiamento. Dovevo ripartire da me. Ma dove era l’inizio..il mio inizio?
Agosto 2006
Settimana di ferragosto.
Decisi di partire per Costa Rei con i miei cugini nonché amici da una vita. Tutti e sei avevamo da riflettere su qualche cosa e avevamo bisogno di farlo anche tra noi. Affittammo una casa e sabato 11 partimmo, rientro previsto per il sabato successivo.
Costa Rei è il luogo di molti ricordi adolescenziali, i ricordi dei nostri campeggi dove ci sentivamo in libertà, e per questo che decidemmo di tornare lì: la spiaggia e “gli scogli di Peppino”, “la piazzetta” dove una sera di circa 15 anni fa, diedero in diretta sul maxi schermo il concerto dei Pink Floyd a Venezia, le canzoni di Vasco urlate fuori dalle nostre tende e la fila per le docce prima di cena col gettone nella tasca dell’accappatoio e in mano la spugna e il bagnoschiuma profumato e poi i preparativi per uscire, il trucco fatto sui tavolini da campeggio con la luce flebile delle torce appese al filo, il mio vestito scollato sulle spalle, stretto in vita, corto e largo nella gonna, come i vestiti delle bambole con il tulle bianco sotto che spuntava e quando lo mettevo con i tacchi alti mi guardavano tutti e mi sentivo bella.
Poi i falò in spiaggia, quando ancora si potevano fare, tutti seduti intorno tra il caldo del fuoco e la sabbia fredda nei piedi scalzi, le chitarre che suonano le canzoni di sempre, Eagles, Guns’n Roses, Vasco, Dire Strits, U2, Battisti, De Andrè…
Al buio ci sentivamo più liberi di urlare e cantare tra un bacio e una tequila con sale e limone. Al buio tanto “i grandi non ci vedevano”. E poi i bagni al mare fatti sotto la luce della luna con l’acqua tiepida per il caldo accumulato durante il giorno.
L’amore rubato negli angoli della spiaggia in ombra, che non venivano raggiunti dalla luce del falò. Angoli di intimità e di libertà trovati dentro un più ampio angolo di paradiso che è la costa sarda sud-orientale, tra la sabbia bianca e sottile che regala carezze, il mare e la luna.
Arrivammo a Costa Rei e occupammo una delle villette a schiera del residence.
Sistemammo le nostre cose e decidemmo come dividerci gli spazi e i letti.
La vacanza ebbe inizio e ci divertimmo molto. Io decisi di “fare quello che sentivo”.
Ne avevo bisogno e mi sentivo particolarmente energica, vitale ed euforica.
(Ora Cambio il tempo, uso il presente, ho bisogno di rivivere quella notte ripercorrendola con le parole).
Il 14 notte usciamo a cena e poi passiamo la notte al Peyote. Sono alla mia terza Cajpiroska alla fragola. Io bevo sempre la Cajpiroska alla fragola perché è dolce e perché la trovo sensuale e femminile e poi conosco bene gli effetti su di me.
Ballo senza sosta e senza curarmi tanto di chi mi sta intorno, gioco con i miei amici , salgo scalza su un piccolo tavolo mentre loro ridono.
Ora parlo con te C. Anche se so che non mi leggerai mai, voglio raccontare a te come ho vissuto quei momenti. Tu che sei stato l’iniziatore del mio cambiamento.
Tu che mi hai fatto mettere in discussione le mie poche certezze da brava ragazza “a modo e perbene”.
Sei lì che mi giri intorno, mi hai notata da un pezzo e pian piano entri sempre più nel mio raggio d’azione sino ad arrivare al mio spazio vitale. Non sei bellissimo ma mi piace come ti muovi. Hai i capelli rasati e la faccia da cattivo, più alto di me il tanto giusto e un bel fisico non “palestrato”. Io ho un debole per queste caratteristiche maschili, ma tu certo non lo sai e io neanche te lo faccio capire, infatti ti do le spalle. Adoro gli uomini con i capelli cortissimi o di media lunghezza. Gli uomini con la faccia da schiaffi, quelli che hanno il viso sporco di autostima e il cuore pulito.
Sei talmente vicino a me che è impossibile non urtarti, ti chiedo scusa e ti sorrido ma vedo che tu ne sei felice e mi dici con l’inconfondibile accento romano (per il quale ho un inspiegabile debole) : “…non aspettavo altro, è tutta la sera che cerco il modo per poterti conoscere...”. Andiamo fuori e ci sediamo a parlare.
La serata è quasi terminata e di te so solo che vivi a Milano, lavori in una grossa azienda, sei in vacanza con la tua donna che ti ha appena piantato ed è tornata a Milano, tu continui la vacanza da solo e occupi una bellissima casa su un costone che ha una visuale mozza fiato sul mare, proprio sulla parte alta di Costa Rei.
Il locale deve chiudere ma noi sentiamo di voler ancora parlare e mi proponi di seguirti su a casa tua promettendomi che saremo rimasti solo un po’ fuori in veranda. Sorrido e penso “..perché, idiota, fuori in veranda non c’è il rischio di finire tu tra le mie gambe e io tra le tue?”. Non riesco a rinunciarci, sei troppo affascinante e poi ho promesso a me stessa che devo fare quello che mi sento e accadrà quel che deve accadere. Accetto il tuo invito, chiedo le chiavi dell’auto ad Eli e ti seguo lungo una strada impervia e sull’orlo di un precipizio. Ho paura dei precipizi…e anche dei giudizi e mentre mi domando che cazzo sto facendo lì, ripenso alle facce degli altri quando ho chiesto le chiavi dell’auto, ma presto giungiamo ormai dentro il giardino della splendida villa che ti ospita. Guardo il mare da la su e resto senza fiato, senza parole. Metti sul prato d’erba un telo da mare e ci sediamo lì a parlare. Mi piace come parli e come mi guardi.
E’ stato facile scivolare dal prato d’erba alla camera da letto mentre i Dire Straits sul tuo pc continuavano a suonare per il mare, l’aria e le stelle di quella bellissima notte d’estate.
“Puoi restare a dormire se lo vorrai…mi farebbe piacere trovarti qui domani mattina”. Penso che è già mattina. Sorrido e non rispondo. Aspetto che tu prenda sonno. Mi alzo e mi rivesto. Cerco una penna tra i tuoi libri sul tavolo, ma non ne vedo e non mi va di frugare tra le tue cose. Penso al mio rossetto in borsa, lo prendo e ti scrivo un messaggio sullo specchio del bagno. Sorrido pensando a quanto mi maledirai quando proverai a toglierlo. Concludo il messaggio con un Addio, niente recapiti telefonici niente indirizzi, nessuna possibilità di rintracciarti, per me bastava così.
Era l’inizio del cambiamento. Avevo messo in discussione tante convinzioni: mai lasciarsi andare, tieni sempre tutto sotto controllo, mai a letto con uno sconosciuto appena incontrato in discoteca, mai seguire un uomo che non conosci a casa sua da sola e in strade isolate, mai fare la “cattiva ragazza”,…“.,questo non sta bene e questo non si fa”…
Forzare i confini a volte rende liberi.
Caro C., grazie, sono felice di averti incontrato e di averti permesso di forzare i miei confini.
La vacanza procedette splendidamente nonostante l’ironia di tutti che mi ripeterono continuamente con scherno: “Tu, mi raccomando D., anche stasera fai come ti senti”.
Io faccio sempre come mi sento…e se sapessi cosa sento seguirei l’istinto ancora. Ma non so più come mi sento. Ora proverò a poggiare l’orecchio meglio per poter sentire cosa ho dentro. Farò come quando si avvicina una conchiglia all’orecchio e dentro si sente il mare.
Lunamoon D.C.
Foto dal web:Costa Rei
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AVVISO PER IL LETTORE: questo è il racconto reale e sincero di un’estate gelida, ma è anche il racconto di una vacanza estiva e di una “vacanza” da me stessa, un’ estate in cui il mio cervello ha fatto pace col cuore ed è rimasto per una notte in disparte a guardare. Il racconto è...

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10/04/2008 19:38:59
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sabino70 11 aprile 2008 ore 14:17
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Ack13 11 aprile 2008 ore 16:24
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meteta 11 aprile 2008 ore 23:54
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diabolicocoupe 12 aprile 2008 ore 01:27
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visual7 19 aprile 2008 ore 16:14
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dolcegattina10 20 aprile 2008 ore 07:35
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Lunamoon 21 aprile 2008 ore 17:58 -
dolcegattina10 22 aprile 2008 ore 06:00
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perdonamialessandro 23 aprile 2008 ore 17:21
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visual7 23 aprile 2008 ore 20:41
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Soniaaaaaa91 25 aprile 2008 ore 16:02
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