le computeriadi

16 giugno 2014 ore 17:20 segnala


Non avrei mai pensato che portare a riparare un pc seminuovo ancora in garanzia, equivalesse a passare le colonne d'Ercole, né tanto meno che per riaverlo sano occoresse lo stesso tempo impiegato da Phileas Fogg per fare il giro completo del globo terrestre nel noto romanzo di Jules Verne.
Eppure i fatti sono proprio questi ed hanno dell'incredibile.
I primi di maggio, il monitor del mio pc comprato a dicembre, dopo un paio di giorni di capricci venne coperto da un velo pietoso nero intenso ed il computer smise all'istante di funzionare.
Portato al centro Media World, il cadavere informatico fu preso in accettazione e ricoverato per tre settimane, al termine delle quali fui invitata a ritirarlo tramite sms.



La cortese signorina che me lo ha restituito guardandomi con supponenza dall'alto dei suoi sandali tacco 15, avvolta dai drappeggi semi trasparenti di una tunichetta che farebbe invidia persino ad Era, quando ha visto che non ero tenuta a pagare la riparazione ha ripreso a ciancicare a bocca aperta il suo chewingum e nemmeno mi ha salutata.
Per la cronaca, nessuna riparazione era stata effettuata...
Munita di pazienza giobbesca, sono tornata al centro di assistenza, chiedendo che il pc rotto mi venisse sostituito, ma la Giunone "de' noantri" mi ha risposto che questo tipo di evento non è contemplato se non dopo tre riparazioni.
Ho lasciato lì di nuovo sia il pc che la speranza di riaverlo indietro, prima o poi.
Che dire di più?
Mi mancate...e a presto. Almeno spero...






Questo post nasce da un gioco di scrittura praticato tra amici ed è un post "a tema" su elementi dati, suggeriti a turno dai vari partecipanti e pubblicati ogni 15 giorni sul blog del profilo Ilpassaparole. Sullo stesso blog potrete trovare, nei commenti, i link ai racconti degli altri partecipanti. E... siete invitati a partecipare anche voi!!!
Gli elementi dati, offerti da PaolaB erano:

Colonne
Cronaca
Drappeggi
Era
Evento
Globo


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bim sala bim

31 maggio 2014 ore 14:40 segnala


E' scritto in tutti i libri di magia:
se vuoi che ti si avveri un desiderio
comincia a concentrarti sul pensiero
che trasformi in realtà la fantasia.

Poi, al plenilunio, scegliti una stella
a illuminarti di sorriso gli occhi
e al battere di dodici rintocchi
bevi un raggio di luna a garganella.

Lasciati attraversare per intero,
dalla speranza e dalle sensazioni
profonde e vive come vibrazioni,
e ciò che hai immaginato sarà vero.

Sarà il potere antico delle fate
a cui dobbiamo gioia e gratitudine,
a rendere allegria la solitudine,
a colorare il grigio con l'estate.

Se poi nulla di questo si avverasse
avrai comunque la soddisfazione
-gratis et amore dei, quindi esentasse-
di avere coltivato un'illusione.

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Chiedo scusa a tutti, parolieri e non, per la latitanza forzata: ho seri problemi con la riparazione di un pc e l'altro è passato definitivamente a miglior vita.
Sto postando penosamente dal tablet di mio figlio.
Ci tenevo a dirvelo :-)
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« immagine » E' scritto in tutti i libri di magia: se vuoi che ti si avveri un desiderio comincia a concentrarti sul pensiero che trasformi in realtà la fantasia. Poi, al plenilunio, scegliti una stella a illuminarti di sorriso gli occhi e al battere di dodici rintocchi bevi un raggio di luna a ...
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7 giugno 1953

12 maggio 2014 ore 17:37 segnala


"Amerigo Ormea uscì di casa alle cinque e mezzo del mattino. La giornata si annunciava piovosa. Per raggiungere il seggio elettorale dov'era scrutatore, Amerigo seguiva un percorso di vie strette e arcuate, ricoperte ancora di vecchi selciati, lungo muri di case povere, certo fittamente abitate ma prive, in quell'alba domenicale, di qualsiasi segno di vita. Amerigo, non pratico del quartiere, decifrava i nomi delle vie sulle piastre annerite - nomi forse di dimenticati benefattori - inclinando di lato l'ombrello e alzando il viso allo sgrondare della pioggia. C'era l'abitudine tra i sostenitori dell'opposizione (Amerigo Ormea era iscritto a un partito di sinistra) di considerare la pioggia il giorno delle elezioni come un buon segno. Era un modo di pensare che continuava dalle prime votazioni del dopoguerra, quando ancora si credeva che con il cattivo tempo, molti elettori dei democristiani non avrebbero messo il naso fuori di casa. Ma Amerigo non si faceva di queste illusioni; era ormai il 1953 e, con tante elezioni che c'erano state, s'era visto che, pioggia o sole l'organizzazione per far votare tutti funzionava sempre. Figuriamoci stavolta, che si trattava per i partiti del governo di far valere una nuova legge elettorale (la «legge truffa» l'avevano battezzata gli altri) per cui la coalizione che avesse preso il 50% +1 dei voti avrebbe avuto i due terzi dei seggi... Amerigo, lui, aveva imparato che in politica i cambiamenti avvengono per vie lunghe e complicate, e non c'è da aspettarseli da un giorno all'altro, come per un giro di fortuna; anche per lui, come per tanti, farsi un'esperienza aveva voluto dire diventare un poco pessimista..." Fra l'altro non era solo il fattore meteorologico a preoccupare Amerigo; il dovere dello scrutatore lo allontanava a forza da una questione per lui ben più grave e foriera di non poche angosce: era Colomba Arena in Ormea - sua moglie- in procinto di abbandonare il tetto coniugale, oppure no?



Il sospetto gli era venuto da tempo, da quando Colomba, fino al giorno prima angelo del seppur tepido focolare di Amerigo, aveva cominciato a dar segni di evidente squilibrio: i capelli erano stati tagliati ed arricciati in un taglio oltraggiosamente moderno, i sobri tailleurs in lanetta erano stati sostituiti da improbabili abiti in seta, con scollature ampie ed indebitamente sensuali...e le labbra, le belle labbra di Colomba, che al massimo nella loro vita in comune avevano accennato un sorriso garbato, subito nascosto dal pudico cenno della mano, ora si spalancavano spesso in una risata rosso peccato, appena arrochita di gola. E che dire dello sguardo? La fiera dirittura morale di Colomba, evidenziata dalla caratteristica di fissare senza remore gli occhi altrui, sembrava flessa, smarrita in una serie di piccole fughe e palpebre abbassate.
Questo pensava tra sé Amerigo Ormea, riflettendo sui tempi dei grandi cambiamenti e chiedendosi se non ne fosse in atto uno all'interno di casa sua, annunciato, è vero, ma non in tempo utile per abituarsi all'idea.
Questo meditava, sotto il battere ritmico della pioggia sulla cerata nera dell'ombrello, distratto dall'ansia per un futuro incerto, mentre attraversava piazza della Repubblica, in direzione di via del Cottolengo.
Lo scrosciare della pioggia divenne stridente come una frenata, mentre Amerigo Ormea crollava a terra, attonito.



Artemio Mondelli, alla guida della Topolino che pose fine alla vita di uno scrutatore,
dichiarò di aver suonato il clacson più volte, invano.
Colomba Arena Ormea, che aveva tentato di ingelosire il marito sperando di allontanarlo dall'amante storica, Lucia Terrani, lo pianse tutta la vita.
Della legge elettorale, a distanza di sessant'anni, ancora non si viene a capo.


Non ho idea di chi partecipi, ma questo post è un gioco di scrittura, proposto da Eleanor Peacock e consiste nel continuare l'incipit da lei scelto.
E come sempre, chi c'è batta un colpo.
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« immagine » "Amerigo Ormea uscì di casa alle cinque e mezzo del mattino. La giornata si annunciava piovosa. Per raggiungere il seggio elettorale dov'era scrutatore, Amerigo seguiva un percorso di vie strette e arcuate, ricoperte ancora di vecchi selciati, lungo muri di case povere, certo fittame...
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La terza che hai detto

08 maggio 2014 ore 19:52 segnala
"Va bene, va bene: sono in ritardo. In ritardissimo, sono. Ma non è colpa mia..."
Estrai da dietro alla schiena la mano destra, recante un mazzo di tulipani rossi



"Tu non ci crederai..." cominci a dire
"Hai ragione; non ci crederò" rispondo glaciale "risparmiati la solita sequela di giustificazioni improbabili."

Mi osservi ciondolando sgraziatamente l'omaggio floreale. Poi :" Sembra buono..." dici guardando con intenzione il cono alla nocciola che ho dimenticato di avere in mano.



Te lo porgo gocciolando la crema sul tuo polsino immacolato, infierendo quanto posso sul tuo ego già duramente provato a colpi di colore e calorie.
"Serena..." accenni con voce roca, i tulipani in una mano, il cono liquido nell'altra "Dai...non sarà una tragedia, un po' di ritardo, no?"
Ti osservo con la stessa lucida curiosità con cui l'entomologo studia l'insetto.
"Certo che no" rispondo gelida "Sicuramente Ughi aspetterà noi per cominciare il suo concerto all'Auditorium, quel concerto - ricordi?- prenotato da mesi, con ore di fila al botteghino per ritirare i biglietti..." continuo con un tono di voce in climax ascendente " Quel Concerto che sta iniziando ORA!" concludo.



Mi osservi con infinito stupore. Poi "mi dispiace" dici quasi tranquillo "Me ne sono dimenticato, Serena. Odio i concerti di musica classica, lo sai..."
Appoggi il cono sciolto nel posacenere e i fiori sul tavolo, poi mi passi le dita zuccherine sulle labbra, mentre sorridi, sciogliendo la mia rabbia al pari del gelato che si dissolve nel cristallo.
"Cosa pensi di fare?" chiedi poi, passandomi una miriade di baci piccolissimi sul volto "Resti inquieta e solitaria nel tuo eremo, raggiungiamo Uto Ughi più veloci della luce o ci regaliamo un incontro ravvicinato del nostro tipo?"
"La terza che hai detto" ti soffio sulle labbra, in un sospiro.



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Le parole, offerte da Klardiluna, questa volta sono:
Concerto
Tulipani
Eremo
Ego
Nocciola
Infinito

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"Va bene, va bene: sono in ritardo. In ritardissimo, sono. Ma non è colpa mia..." Estrai da dietro alla schiena la mano destra, recante un mazzo di tulipani rossi « immagine » "Tu non ci crederai..." cominci a dire "Hai ragione; non ci crederò" rispondo glaciale "risparmiati la solita sequela...
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metamorfosi

25 aprile 2014 ore 11:24 segnala
formamuta che in divenire muta
ferita aperta in nuova cicatrice
rinasce da se stessa rievoluta


fiera e dolente come la Fenice
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formamuta che in divenire muta ferita aperta in nuova cicatrice rinasce da se stessa rievoluta fiera e dolente come la Fenice
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fuori menù

21 aprile 2014 ore 11:47 segnala
Nun me tira' pe la giacchetta, adesso
che me sto a riscalla' la fantasia
pe' tira' fora armeno 'na poesia
tra 'na patata ar forno e 'n pollo lesso...

Ner sottobosco scuro del cassetto
in sta cucina ch'è 'na fonderia
ggiuro che nun te dico 'na bucia
si le parole me fanno difetto...

Ma 'n'impegno è 'n'impegno e sur tagliere
puro se qui nun c'entra 'n'accidente
ce devo mette' spezzie dell'oriente,
du' lobbi de cervello...e un trampoliere!

Magara l'opra nun sarà perfetta...
ma,parolieri miei, "Bbona Pasquetta!
Che sia de sole, placida e serena!"
A tutti voi, l'auguri de Malena :-)


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Nun me tira' pe la giacchetta, adesso che me sto a riscalla' la fantasia pe' tira' fora armeno 'na poesia tra 'na patata ar forno e 'n pollo lesso... Ner sottobosco scuro del cassetto in sta cucina ch'è 'na fonderia ggiuro che nun te dico 'na bucia si le parole me fanno difetto... Ma 'n'impegno è...
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Mario Siro fu Turo

11 aprile 2014 ore 18:34 segnala

Mario Siro aggiungeva al suo nome - fu Turo - in quanto suo padre, per uno strafalcione dell'anagrafe, era stato dichiarato Turo invece del più probabile Arturo.
Mario Siro fu Turo era un Rodomonte beone e scansafatiche, molto più grande di noi in quel tempo dei vent'anni. Eppure più di molti benemeriti di Wikipedia rappresentava momenti tangibili dove è incantevole vagare quando l'orizzonte non opprime.
Nessuna filosofia o amletica visione, ma un sentire singolare e irripetibile come un raggio di sole erano le cazzate che raccontava, di avere strangolato un serpente, o vinto un concorso di giubba rossa a cavallo, anzi partecipato al conflitto in Katanga paracadutato dentro una Jeep sul fiume Congo.
Nel gioco lui simulava esilaranti verità e a noi era dato dissimularne il ridicolo, esattamente come facciamo a sensi alterni nelle cose di ogni giorno.
Ancora non erano esplosi i neuroni vigliacchi che custodiscono un prima e pretendono il dopo, allora bastava quel punto comune, il contatto, quasi l'intuizione di esistere attraverso istanti percepiti e illuminanti, immediatamente sostituiti da altri e altri ancora senza necessità di continuità.
Non nominerò quella parola maledetta che serviva da patronimico a Mario Siro fu Turo, la ritengo un elaborato balordo di mondi alieni che non conosco.
Alla faccia del blog, delle antiche lezioni di dottrina cattolica, del senso di responsabilità e di tutto quel melmoso sociale dove abbiamo smarrito le stesse chiavi del pensiero. Quel sostantivo così abusato e inquieto mi ricorderebbe al massimo un serpente boa dalle sembianze di Gianfranco Fini, o un guappo chiamato Italo Bocchino. Nient'altro, per questo ho parlato di Mario Siro fu - Turo, come un presente nascosto permeato di affetto e allegria, senza omettere che ora dorme sulla collina, anche se il Brenta scorre per vaste pianure che in questa dolce stagione diventano verdi e colorate di fiori. Sono il sacerdote di un sinedrio vuoto, non importa, le stelle sono di tutti e al mio niente si oppone molto altro, infinitamente di più.


E pensare che sarebbe bastata una “i” per far sì che il fu Turo Mario divenisse brillante: Mario Sirio, a illuminare le praterie della giovinezza e le zone d'ombra, retaggi della notte appena trascorsa...
E' una tara ereditaria che manchino delle lettere per essere una stella?
Le stelle, che appartengono a tutti, negate a chi ne avrebbe diritto per nome? E' un destino capriccioso quello che ha accomunato padre e figlio? Uno scherzo, un gioco come quello che Mario ci raccontava, ubriaco di vino e parole?



Arturo, l'astro più luminoso della costellazione del Boote, la quarta stella più brillante del cielo e Sirio, bianca come un diamante, scheggia di ghiaccio nelle notti invernali.
Sarebbe cambiato il loro futuro, aggiungendo al passato tre lettere soltanto? Avrebbe forse avuto maggior respiro aggiungendo una "a": aria; o sarebbe forse stato nefasto invertendo l'ordine delle lettere: ria, come la sorte di alcuni.
E' tutto in mano al caso, una partita a dadi, un gioco di prestigio, un girotondo. E manca sempre un soldo per fare una lira.
Forse è per questo che Mario Siro si giocava la vita a parole: per riempire i vuoti delle lettere mancanti...e forse è per questo che noi, pubblico affezionato, applaudivamo le sue rocambolesche ed improbabili avventure: per restituirgli il ruolo di stella negato da un destino tirchio a lui e a suo padre prima di lui, almeno sul palcoscenico dei vent'anni.
E il futuro...il futuro era, è e sarà sotto le stelle, sempre, nascosto tra un rimpianto e una speranza.


Elazar e Malena
Gli altri futuristi dovrebbero essere Eleanor Peacock, MorganaMagoo, Antelao, crenaborg e Odirke.
Forse.
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« immagine » Mario Siro aggiungeva al suo nome - fu Turo - in quanto suo padre, per uno strafalcione dell'anagrafe, era stato dichiarato Turo invece del più probabile Arturo. Mario Siro fu Turo era un Rodomonte beone e scansafatiche, molto più grande di noi in quel tempo dei vent'anni. Eppure più...
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notturno

10 aprile 2014 ore 21:56 segnala
c’è un filo appeso
a un angolo di luna
che taglia il buio
dividendo il cielo
in palco e quinte

e un applauso di stelle sul mio assolo
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c’è un filo appeso a un angolo di luna che taglia il buio dividendo il cielo in palco e quinte e un applauso di stelle sul mio assolo
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10/04/2014 21:56:42
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du' penzieri

07 aprile 2014 ore 18:17 segnala
Pe’ cena me cucino du’ penzieri:
li cocio a foco lento, li smucino,
ar bollore ce spruzzo un po’ de vino
poi sellero, cipolla e desideri.

‘No sporvero de cacio pecorino
e me li magno calli, belli ar dente,
-che scotti nun me piaciono- e pe’ beve
me scergo ‘n frizzantello impertinente.

Hai visto mai che la capoccia, lieve,
se stesse bbona e che la panza piena
me facesse addormi’ serenamente
tra ‘na fetta de luna e ‘na falena…


Per cena mi cucino due pensieri:
li cuocio a fiamma bassa, li mescolo,
quando bollono aggiungo un po' di vino
poi sedano, cipolla e desideri.

Una spolverata di cacio pecorino
e li mangio caldi e bene al dente
-che scotti non mi piacciono- e da bere
mi scelgo un frizzantello impertinente.

Hai visto mai che la testa, più leggera,
stesse tranquilla e che la pancia piena
mi facesse addormentare serenamente
tra una falce di luna ed una falena.
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Pe’ cena me cucino du’ penzieri: li cocio a foco lento, li smucino, ar bollore ce spruzzo un po’ de vino poi sellero, cipolla e desideri. ‘No sporvero de cacio pecorino e me li magno calli, belli ar dente, -che scotti nun me piaciono- e pe’ beve me scergo ‘n frizzantello impertinente. Hai visto...
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Marlboro, chi?

31 marzo 2014 ore 01:09 segnala
“Solo light: le Marlboro rosse arrivano martedì. De acuerdo?”
No che non sono de acuerdo: ho smesso di fumare da 48 ore, 32 minuti e 43 secondi ed ho bisogno di possedere un pacchetto di Marlboro rosse morbide, chiuso e in tasca.




Devo toccarlo, rassicurarmi che sia lì e dimostrare a me stesso che posso fare a meno di aprire il cellophane, rimuovere con dolcezza il quadratino superiore destro e la stagnola, picchiettare sul fondo ed assistere all'uscita gloriosa di un paio di bionde; quasi ne sento l'odore.
Aspiro con difficoltà e porto uno sguardo vago su Ines, cuba libre come i cocktails, se così si può definire uno schianto di studentessa cubana, che da sette mesi arrotonda le proprie finanze lavorando nel Bar tabacchi della piazza.
Io poi ho il gusto dell'esotico: convivo felicemente con un pappagallo ara, Giacinto di nome e di fatto, e oserei dire che è una delle unioni più riuscite che io conosca.
A parte quando mi rubava le sigarette beccandone il filtro.
Bei tempi.
Deglutisco con nostalgia.




“Vuoi cigarillos?”

No: voglio le Marlboro rosse. E voglio anche uscire con lei.
Esattamente in quest'ordine.
Ines sorride, uno sguardo di benvenuto rivolto oltre me, al festoso scampanellio della porta a vetri che si apre.




La marchesa Arlettini, che occupa il lussuoso e cadente attico e superattico nel mio stesso stabile, mi saluta squadrandomi con sguardo altero ed alcoolico dall'alto in basso, benché sia seduta sull'ultimo modello di sedia a rotelle elettrica.
Dalle labbra avvizzite, tinte di carminio brillante, pende una Marlboro rossa.
Sento di amarla.
La Marlboro, non la marchesa Arlettini.
“Giovanotto...” mi saluta con un lieve singulto che subito satura l'aria di un forte odore di vodka aromatizzata alla pesca “Inès: una vodka liscia ed una stecca di Marlboro rosse”
Attonito, osservo la spudorata cubana prendere la stecca da sotto al bancone, alla richiesta della nobildonna conservata sotto spirito.
“Non erano finite?” gracchio con astio appena contenuto.
“La marchesa le ordina” mi risponde dolcemente stringendo la confezione al seno.
Mi sento strattonare ed abbasso lo sguardo.
“Si ricordi di chiudere il portone, giovanotto” mi dice la marchesa schioccando la lingua “ E' pieno di truffatori, in giro. Ha letto del prete ortodosso?”
“Quale prete ortodosso?” rispondo distratto, di nuovo perso negli occhi cioccolato di Ines.
“Quel giovane che vestito da prete andava in giro per appartamenti chiedendo la questua per i poveri...e invece era un truffatore straniero!”



“E' successo due anni fa, marchesa” rispondo sorridendo a Ines “Piuttosto, mi venderebbe un pacchetto di sigarette?”
“No di certo: mi dice tracannando il resto del drink. Il fumo uccide. E il prete può sempre tornare”.
Il bel seno di Ines sussulta, mentre lei ride con la stecca ancora stretta al petto.
Sento di amarla.
Ines, non la stecca di Marlboro.

Mentre la marchesa accaparra l'oscuro oggetto del mio desiderio e guadagna l'uscita, trovo il coraggio di dire
“Almeno esci con me? Sei bellissima, Ines”
“Lo dici a tutte” si schermisce.
Le sorrido, poi, una mano sul cuore, intono “Only youuuu...” certo che i Platters si stiano rivoltando nella tomba.
Lei mi tappa la bocca, annuisce, sorride.
“Il tempo di chiudere” mi sussurra “ho finito il turno. Basta che non canti mas...”
Marlboro, chi?
Usciamo insieme nell'aria tiepida.



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Le parole, offerte questa volta da malena, sono:un prete ortodosso, una sedia a rotelle, un pacchetto di Marlboro rosse, un pappagallo, un disco dei Platters e
una ragazza cubana
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“Solo light: le Marlboro rosse arrivano martedì. De acuerdo?” No che non sono de acuerdo: ho smesso di fumare da 48 ore, 32 minuti e 43 secondi ed ho bisogno di possedere un pacchetto di Marlboro rosse morbide, chiuso e in tasca. « immagine » Devo toccarlo, rassicurarmi che sia lì e dimostrare...
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31/03/2014 01:09:43
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