C’è uno stormire lento di cicale nell’aria calda e ferma, un profumo stantio di pranzi cucinati e di sudore, unito al ronzare fastidioso di calabroni e mosche in cerca di fiori e di immondizie.
Mena ha il volto segnato, cotto da un sole impietoso che le ha portato via la giovinezza; ha la schiena curva di chi ha passato quasi tutto il suo tempo dissodando pietrisco e terra ostile in cerca di un improbabile raccolto, le mani scure e nodose di chi ha strappato sterpi e gramigna per seminare campi di speranza troppo spesso delusa.
Seduta sulla sediola di legno davanti alla soglia della propria casa, Mena ascolta il cicaleccio costante di Cumma’ Turdea e di Cumma’ Addolorata; è una vita che le sente chiacchierare: del raccolto e del tempo, delle botte dei mariti prima e dei figghi masculi poi, degli acciacchi e dei malanni e, a turno, di tutti gli abitanti del paese e dei loro peccati, veri o presunti.
Lei, no.
Mena non si lamenta, non fa comunella con nessuno e non racconta i fatti propri, mai.
Mena la lunga, con la statura alta così atipica per una donna del sud, il corpo magro e l’orgoglio smisurato; con la crocchia di trecce a incorniciarle il capo e gli occhi azzurri e fieri. Mena la superba, che ha preferito fare la fame e spezzarsi la schiena piuttosto che accettare la corte di Don Mimino- eppure ne aveva, di bisogno- Mena la bella, che i ragazzini andavano a spiare quando si lavava al pozzo le braccia tornite, al ritorno dai campi.
Nemmeno quando Peppino era sparito confuso tra una folla di persone in cerca di fortuna si era lamentata, Mena: aveva guardato con sospetto la immensa nave che inghiottiva suo marito, traboccante di uomini e speranze; aveva visto Peppino agitare e confondere il proprio braccio con migliaia di altri, nel saluto, aveva risposto ed era tornata indietro senza versare una lacrima, accarezzandosi il ventre pieno.
Salendo stancamente i tre gradini di pietra bianca, aveva risposto con un cenno quasi altero del capo al saluto delle comari e si era chiusa in casa per prepararsi alla nascita di Domenico; aveva partorito da sola il suo unico figlio e da sola lo aveva restituito al Signore, tre anni dopo, vittima di una febbre che le sue erbe non erano riuscite a curare.
Nemmeno quella volta dagli occhi immensi e inariditi, qualcuno aveva visto scendere una lacrima.
Mena la scura, con le fascine in spalla e la pelle abbronzata, con un vestito per il lavoro ed uno per la festa, da indossare a messa la domenica.
Mena la strega che dalla morte di Domenico alla messa non ci era andata più, e che da allora ha un solo abito nero e il parroco don Antonio, incontrandola, si fa due volte il segno della croce…
Mena la selvatica che ha parlato sempre poco, ma che ora quasi non parla più e che adesso, nell’aria pigra che prepara a sera, mentre fervono i preparativi per la festa di San Clino, si conta gli anni sulle dita e si confonde, perché a scuola non ci è potuta andare … ma devono essere tanti, se le trecce che pettina da sempre senza specchio hanno perso vitalità e colore e sono spente come il lume che per anni ha tenuto acceso sulla porta, aspettando Peppino che non è tornato mai. Mena si passa la mano sulla fronte e osserva gli archi luminosi in lontananza, pronti per la festa del patrono; poi lo sguardo si sposta sul girotondo rumoroso dei nipotini delle comari; ha gli occhi un po’ appannati, Mena, e li stropiccia forte con le dita…c’è un bambino che si stacca dal gruppo e che le viene incontro tendendo le manine sudice di terra e Mena sorride, ché sembra proprio Domenico, quel ragazzino con le guance rosse e gli occhi scuri come olive nere.
Certo non è possibile…eppure…eppure…
Mena si alza e cinquant’anni di lacrime negate premono dietro agli occhi mentre tenta due passi e poi cade in ginocchio per stringerselo al cuore, quel bambino, così forte, ma così forte da non sentirlo, quasi…
Una mano sul petto a placarne il dolore, Mena allunga l’altra verso il cielo che sembra più vicino, ora che c’è Domenico a indicarle la strada…
Mentre ritrova intatta la luce del sorriso di suo figlio e dopo anni di attesa e solitudine tocca di nuovo la sua manina tenera, un diluvio di lacrime allaga il mare vivido degli occhi di Mena, spalancandoli di uno stupore morbido e felice, un attimo soltanto prima che si richiudano per sempre.
Le lacrime di Mena
19 luglio 2012 ore 18:59e4bbd391-e482-4514-a6be-316c6f6dcf7b
C’è uno stormire lento di cicale nell’aria calda e ferma, un profumo stantio di pranzi cucinati e di sudore, unito al ronzare fastidioso di calabroni e mosche in cerca di fiori e di immondizie.
Mena ha il volto segnato, cotto da un sole impietoso che le ha portato via la giovinezza; ha la schiena...

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19/07/2012 18:59:45
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dealma 19 luglio 2012 ore 19:15
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albaincontro 19 luglio 2012 ore 20:45
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Lucrezya57 19 luglio 2012 ore 22:22
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