Ho sempre pensato che solo un sentimento di vendetta abbia spinto mia madre a darmi questo nome: forse a causa del travaglio sopportato per mettermi al mondo, forse per la vergogna dei precedenti nove mesi di attesa. Io non ho padre ed un figlio illegittimo da crescere e mantenere, non è mai uno scherzo: così, visto che io, pur senza volerlo le rovinavo la vita , lei decise di rovinare la mia imponendomi un marchio che , dalla nascita, non mi ha più abbandonato. Tristana.
Un nome, un programma cui si è adeguato il cielo, come per riaffermarne la credibilità: una serie di malattie debilitanti e continue per tutta l’infanzia. Gli altri bimbi, a volte, si ammalavano: io di tanto in tanto, guarivo.
A tredici anni, come viatico per una adolescenza serena, presi la polio. E siccome sono fortunata, dopo mesi di lotta tra la vita e la morte, ne venni fuori. Certo, con qualche piccola conseguenza: la gabbia che mi sorregge la gamba destra, senza la quale non potrei nemmeno trascinarmi davanti alla finestra dalla quale spio con invidia il mondo esterno.
Ho un carattere rabbioso, uno spirito arido. Parlo poco, e se lo faccio, sputo astio impotente.
Sono triste anche nell’aspetto: scialba, incolore, cupa. Da sempre mi nutro di rancore e questo pasto continuo ha lasciato il segno finendo di alterare i lineamenti imperfetti, segnando di piccole rughe contratte la pelle ancora giovane, opacizzando lo sguardo.
Un anno fa è morta mia madre: non ho provato dolore.
No. Solo un moderato panico da necessità: avrei dovuto provvedere al mio sostentamento, uscire dalla mia prigione tranquilla, costringermi a vivere.
Un’amica di mia madre mi ha trovato un lavoro in una libreria: pochi passi a piedi dalla mia tana, uno stipendio mediocre che unito all’assegno per invalidità mi consente di sopravvivere.
Un lavoro tranquillo e monotono, adatto alla persona spenta che sono.
Lì, nascosta dal bancone della cassa, ti ho visto per la prima volta: aria sperduta, sguardo azzurro dietro alle lenti spesse, sorriso spontaneo e modi gentili.
Ti ho spiato per giorni, guardando di sottecchi ogni tuo gesto, fingendo indifferenza.
Fino a capire che attendevo il tuo arrivo con un’ansia sorprendente e sconosciuta.
Non so se ti ho amato: certo, hai illuminato il grigiore della mia vita e per la prima volta ho desiderato essere bella. Per dare, non per prendere la mia rivincita.
Timidamente, ho cominciato a fingere di essere normale, fino ad arrivare a crederlo: ho imparato a sorridere, ho sciolto i capelli. Ho passato ore davanti allo specchio a studiare espressioni che potessero affascinarti, intonazioni di voce che potessero avvolgerti.
Tutta nuova, ogni giorno, ti ho atteso. Ho vibrato alle tue parole banali e gentili, ho assorbito il tuo sorriso.
Dopo trent’anni di odio, ho sentito qualcosa germogliarmi dentro, riempirmi il cuore di piccoli spasimi; dopo anni di rabbia, ho conosciuto la dolcezza di piangere di gioia.
Ho aspettato in silenzio, fino al giorno in cui anche tu ti sei accorto di me: dei miei occhi lucidi, del mio sorriso sempre più consapevole.
E ti ho visto cambiare. Nelle parole, nei gesti: timidi sfioramenti di mani, sorrisi esitanti, sguardi abbassati di colpo.
Non ti ho mai concesso di guardare oltre il mio muro di difesa: se tu non vedevi la mia deformità, anche io potevo dimenticarla.
Ho scoperto di possedere l’arte di civettare, il gusto tutto femminile di concedere, ma senza impegno.
Sempre insieme, noi tre: tu, io e il bancone della cassa tra di noi.
E poi sei diventato insistente: volevi incontrarmi fuori, frequentarmi; hai minacciato di attendermi alla fine dell’orario di lavoro, di non darmi più pace finché non avessi ottenuto un appuntamento.
Ed io frastornata, inconsapevole, te l’ho concesso.
Magari avresti potuto amarmi anche così, con la mia prigione ambulante; magari avresti potuto dare appoggio alla mia andatura strascicata. Rallentare appena il tuo passo per adeguarlo al mio.
Ed ora sono qui: mi sono fatta più bella che potevo, per te, e sono arrivata in anticipo, per avere la gioia di vederti arrivare. Per guardarti mentre mi aspetti.
Nascosta dietro un angolo di strada, ti osservo controllare l’orologio, quasi sento l’odore del mazzo di violette che tormenti con le mani.
I minuti si assommano, lenti.
La voglia di raggiungerti, ingaggia una battaglia contro il timore del rifiuto.
E la perde.
Mentre un diluvio di lacrime distrugge in un secondo il trucco costruito con tanta cura, mi imprimo nella mente il tuo viso.
Come in una nebbia osservo il tuo disappunto per un ritardo che non comprendi. Che forse ti ferisce.
Ti osservo buttare i fiori nel cestino dei rifiuti ed incamminarti rabbioso verso di me.
Dio: non posso nemmeno sgattaiolare via in fretta. Sono inchiodata al mio angolo, la gamba destra che pesa una tonnellata, il volto di mille colori per il trucco sciolto dal pianto.
Sei sempre più vicino, mi vieni addosso, mi urti con violenza.
“Mi scusi, signora. Le ho fatto male? E’ per la fretta. Mi scusi, sono imperdonabile”
Intuisco la pena e tengo gli occhi bassi, mentre mi aiuti ad alzarmi.
“No. Non è niente.”
“L’accompagno? Chiamo qualcuno?”
“No, no: sto bene. Sto bene davvero.”
Ti allontani esitante, lo sguardo ancora inquieto. Poi aumenti l’andatura.
Non ci sei più.
Non mi hai riconosciuta. Non era questa la donna che ti aspettavi di incontrare. Non esiste davvero, quella donna.
Nasce e muore con te.
Mi incammino piano, zoppicando più del solito.
Non è soltanto un nome, il mio: Tristana rappresenta la mappa del mio percorso. L’arco del mio destino.
E non ci sono sogni, per me. Né lieto fine.
Entro in casa, chiudo la porta, appoggio la borsa, mi porto alla finestra.
Senza luce accesa, senza specchio, senza pianto.
Lentamente, coi gesti antichi di un’abitudine che non può morire, incomincio a legarmi i capelli.
Tristana
17 giugno 2012 ore 21:1245c22e60-f549-4986-a1b3-664c5497dd71
Ho sempre pensato che solo un sentimento di vendetta abbia spinto mia madre a darmi questo nome: forse a causa del travaglio sopportato per mettermi al mondo, forse per la vergogna dei precedenti nove mesi di attesa. Io non ho padre ed un figlio illegittimo da crescere e mantenere, non è mai uno...

Post
17/06/2012 21:12:10
none
- mi piaceiLikeItPublicVote12
Commenti
-
sonospeciale1 17 giugno 2012 ore 21:22
-
Chimeres 17 giugno 2012 ore 21:24
-
malenaRM 17 giugno 2012 ore 21:25 -
Chimeres 17 giugno 2012 ore 21:27
-
Chimeres 17 giugno 2012 ore 21:31
-
malenaRM 17 giugno 2012 ore 21:34 -
galizius 17 giugno 2012 ore 22:26
-
malenaRM 17 giugno 2012 ore 22:30 -
sussurro78 17 giugno 2012 ore 22:45
-
smemorella65 17 giugno 2012 ore 22:47
-
smemorella65 17 giugno 2012 ore 22:49
-
malenaRM 17 giugno 2012 ore 22:50 -
sussurro78 17 giugno 2012 ore 22:52
-
smemorella65 17 giugno 2012 ore 23:14
-
Edelvais63 17 giugno 2012 ore 23:33
-
bikiko1 17 giugno 2012 ore 23:43
-
crenabog 18 giugno 2012 ore 02:36
-
astilelibero 18 giugno 2012 ore 06:57
-
Lucrezya57 18 giugno 2012 ore 09:36
-
forteapache 18 giugno 2012 ore 09:45
-
Evelin64 18 giugno 2012 ore 10:43
-
CuorediLupa 18 giugno 2012 ore 11:22
-
dealma 18 giugno 2012 ore 13:54
-
malenaRM 18 giugno 2012 ore 14:24 -
dealma 18 giugno 2012 ore 14:36
-
deathinvenice65 18 giugno 2012 ore 15:52
-
galizius 18 giugno 2012 ore 21:43
-
malenaRM 18 giugno 2012 ore 21:49 -
Chimeres 18 giugno 2012 ore 22:28
-
malenaRM 18 giugno 2012 ore 22:30 -
Chimeres 18 giugno 2012 ore 22:32
-
idiosyncrasy 18 giugno 2012 ore 22:38
-
malenaRM 18 giugno 2012 ore 22:41 -
idiosyncrasy 18 giugno 2012 ore 22:53
-
dealma 18 giugno 2012 ore 23:29
-
mik71rm 19 giugno 2012 ore 11:04
-
malenaRM 19 giugno 2012 ore 13:08 -
galizius 19 giugno 2012 ore 13:33
-
malenaRM 19 giugno 2012 ore 14:07 -
ororosso.LT 19 giugno 2012 ore 18:06
-
galizius 19 giugno 2012 ore 20:29
-
Matt.44 20 giugno 2012 ore 02:31
-
tryxy83 20 giugno 2012 ore 09:25
-
galizius 20 giugno 2012 ore 13:05
-
LeComteOry 20 giugno 2012 ore 15:16
-
malenaRM 20 giugno 2012 ore 15:22 -
ClarissaDalloway 21 giugno 2012 ore 17:17
-
salyma 21 giugno 2012 ore 22:23
-
O.Dirke 23 giugno 2012 ore 15:41
Scrivi commento
Fai la login per commentare
Accedi al sito per lasciare un commento a questo post.















