A M O R E

15 settembre 2017 ore 20:59 segnala


L' AMORE L'UNICA PAROLA PER LA QUALE ESISTE IL MONDO E CONTINUA AD ESISTERE INFATTI DIO E' AMORE.


- non è amore se ti fa male.
- non è amore se ti controlla.
- non è amore se ti fa paura di essere quello che sei.
- non è amore, se ti picchia.
- non è amore se ti umilia.
- non è amore se ti proibisce di indossare i vestiti che ti piace.
- non e 'amore se dubiti della tua capacita' intellettuale.
- non è amore se non rispetta la tua volontà.
- non e ' amore se fai sesso.
- non è amore se dubiti costantemente della tua parola.
- non è amore se non si confida con te.
- non è amore se ti impedisce di studiare o di lavorare.
- non è amore se ti tradisce.
- non e ' amore, se ti chiama stupida e pazza.
- non è amore se piangi più di quanto sorridi.
- non è amore, se colpisce i tuoi figli.
- non è amore, se colpisce i tuoi animali.
- non e ' amore se mente costantemente.
- non è amore se ti diminuisce, se ti confronta, se ti fa sentire piccola.
Il nome e ' abuso.
E tu meriti l'amore. Molto amore.
C'è vita fuori da una relazione abusiva.
Fidati!

L'odio delle persone e la loro invidia cosa conduce

11 settembre 2017 ore 12:06 segnala


"La mia vita da barbone" - Luigi Miggiani, il clochard in giacca e cravatta.


Nel cuore di Roma a pochi passi da piazza San Pietro, cuore della cristianità, proprio nel mezzo del continuo fluire di turisti e visitatori c’è un uomo che da oltre 7 mesi inscena apertamente la sua protesta per denunciare la propria condizione di esclusione sociale.

Quest'uomo, dall'inizio del mese di marzo del 2010 in via delle Fornaci, uscita del sottopasso per piazza San Pietro, tutti i giorni con regolare autorizzazione prende possesso di quella porzione di strada esponendo molteplici cartelli e lettere indirizzate alle varie autorità per catturare l'attenzione dei passanti. Una forma di protesta singolare e per certi versi colorita attraverso la quale porta la sua condizione di disagio sotto gli occhi di tutti nella speranza che qualcuno possa notare e decodificare il suo messaggio che parla del dramma dell’esclusione sociale.




Come ci si ritrova ad essere barboni:

Decidiamo di incontrarlo e passare un po’ di tempo con lui durante uno dei tanti pomeriggi della sua protesta. Luigi Miggiani, questo il suo nome, è un ex consulente aziendale progettista meccanico di Torino; ha 64 anni e da circa 12 è totalmente isolato dal resto del sistema sociale. La sua condizione da clochard contrasta apertamente con il look elegante che lo contraddistingue: “vesto in giacca e cravatta per dar più risalto alla mia protesta, ma non deve trarre in inganno; sono un barbone a tutti gli effetti come gli altri.” Questo il biglietto da visita con il quale ci introduce nel suo mondo.

“Sto scrivendo anche un libro – ci dice con un pizzico di orgoglio - nel quale racconto la mia vita da clochard con tutto quello che mi è stato fatto a livello di soprusi e violazioni dei diritti; sono stato anche diffamato, calunniato, ovunque vado ho terra bruciata intorno. Il libro è scritto in forma di denuncia pubblica e lettera aperta al Capo dello Stato ed è diviso in 2 volumi scritti a mano. Racconterò la mia vita per descrivere tutti i passaggi che portano una persona normale a finire in mezzo alla strada ed a diventare barbone.”

I passaggi, come ci spiega lui stesso, sono molteplici, non si diventa barboni dall’oggi al domani e quello di finire in mezzo ad una strada rappresenta per lui l’ultima stazione di una via crucis che segue il binario della disperazione. “Ci sono tutta una serie di passaggi che ti portano a questo; finire in mezzo ad una strada è l’ultima fase, lo stadio terminale. Io sono un ex consulente aziendale e sono qui a protestare per fare in modo di smentire quella voce che dice che questa è una scelta; non c’è nessuno che lascia volontariamente la propria casa per andare a vivere all’addiaccio in mezzo alla strada. La mia protesta quindi è per cercare di portare alla luce questa grave carenza anticostituzionale, che è l’isolamento sociale. Si parla tanto di omosessualità, di differenza di razza e colore ma non si parla mai di questa altra forma di discriminazione; l’isolamento sociale è una condanna a morte.”

Senzatetto ed esclusione sociale:

Quello che il signor Miggiani vorrebbe porre all’attenzione dell’opinione pubblica è la gravissima condizione di esclusione sociale in cui versano, sotto gli occhi di tutti, moltissimi cittadini: “Ci sono anche diversi professionisti per strada; ingegneri, architetti, c’è anche l’operaio. Tutte le categorie sono rappresentate. Ormai conosco tutti i clochard che vivono per la strada; queste persone muoiono di stenti, per il freddo durante l’inverno, muoiono triturati nei cassonetti della spazzatura, dove spesso si rifugiano per ripararsi dal freddo. Solo che non se ne parla più di tanto.”
Gli chiediamo di raccontarci la sua situazione:
“Come dicevo prima, questa non è una scelta, ma l’ultimo passaggio di un percorso: anche nel mio caso non ho scelto io questa condizione, mi ci sono trovato. È da 12 anni che sono isolato da tutto il contesto lavorativo, pensionistico, assistenziale; non mi danno neanche la pensione di invalidità, ed io soffro di cardiopatia gravissima, sono a rischio di morte improvvisa, ho sette ernie del disco, problemi alla tiroide. Dovrei avere minimo l’invalidità del 100 %, ma non mi riconoscono più del 65% evidentemente per non farmi avere un sostentamento. Sono senza fissa dimora ho la macchina parcheggiata qui a pochi metri e vivo lì dentro. Mi hanno rotto i finestrini, bucato le ruote, questi sono gli altri rischi che si corre vivendo per strada.”
Da questa condizione di isolamento sociale, tuttavia, il signor Miggiani è riuscito comunque a raccogliere le forze ed a canalizzarle in questa forma di protesta, costante e civile, per non sentirsi del tutto invisibile all’interno della società: “Quello che vorrei è mettere in evidenza questo grave problema, dire ai nostri politici che guardino la nostra Costituzione dove c’è scritto che la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro e la sovranità appartiene al popolo; allora io sarei una sovranità, ridotta in mezzo alla strada. Sono 7 mesi che protesto, 1000 ore di presenza fisica, circa 10 ore al giorno ma non è mai venuto nessuno; sono andato in tutte le sedi istituzionali e politiche. Sono un nessuno, questo sto cercando di dire; noi siamo gli invisibili.”

La protesta di Luigi Miggiani:

Tra l’altro, come dicevamo prima, il signor Miggiani ha tutte le autorizzazioni in regola per manifestare in quel tratto di strada il suo dissenso: “Ho l’autorizzazione per stare qui – ci dice mostrandoci i fogli - devo andare ogni 2 giorni a chiederla in Questura. Devo dire che ora stanno cercando di togliermi anche quest’ultimo diritto che mi è rimasto; l’ultima volta che sono stato in Questura, infatti, mi hanno accusato di essermi accampato qui. Gli ho risposto che quello che sto facendo è una protesta, l’unico diritto che mi è rimasto; almeno questo non me lo possono togliere. Io starò qui fino a quando non sarà preso in considerazione questo aspetto sociale; parlo anche a nome di coloro i quali sono morti, magari triturati dai camion della spazzatura.”

L’ultima riflessione con la quale ci congediamo dal signor Miggiani, nel viavai di passanti, è piuttosto dura e amara: “ho una salute cagionevole, probabilmente sono alla fine anche io, però prima che il Signore mi chiami vorrei gridare anche a nome di coloro che sono morti in mezzo alla strada e portare alla luce questo aspetto. Questa è condanna a morte; l’isolamento sociale è la peggiore delle condanne a morte, consumata tutti i giorni sotto i nostri occhi. Ogni giorno, per me, è vivere la morte.”

Fonte: laveracronaca.com







“Fanno credere che si diventa barboni per celta. In realtà si tratta di una condanna imposta da un sistema che isola le persone, crea intorno a loro terra bruciata e le condanna alla totale morte sociale”. Luigi Miggiani

Questa non è una storia di generica, per quanta doverosa, denuncia della situazione dei barboni. Questa è una storia di ferocia senza limite. Questa è una storia d’amore.

Gli incontri hanno una loro ironia nel modo in cui giungono inaspettati. Non dovevo essere lì quel giorno. Fu una strada presa per caso.

Confesso un mio rituale. Quando salgo a Roma, almeno un giorno, vado in punto a caso e inizio a camminare, e sperimento ore di camminata senza una meta precisa, lasciandomi guidare dalle strade, dai vicoli, dai muri, dai quartieri, dalle persone. Quel giorno, partendo dalla zona Marconi arrivai a vicino a un sottopassaggio, e subito davanti a me c’era il Cupolone di San Pietro. Quel sottopassaggio ti portava direttamente a ridosso delle colonne che costituiscono la cerchia esterna di San Pietro. Via delle Fornaci è dove ti trovi questo sottopassaggio.

E con lui, trovi anche un uomo. Luigi Miggiani.

Mentre mi avviavo al sottopassaggio, per continuare la mia peregrinazione, lo vedo. Giacca e cravatta, magro e con fare distinto. Sembra taciturno, riservato, mentre ai lati del sottopassaggio appende scritti e articoli che scopro lo riguardano, oltre a una serie di cordicelle legate di cui mi spiegherà poi il senso. Alcuni dei fogli contengono scritti di suo pugno. Le parole che leggo sono di urlo e indignazione.

La camminata finisce là. Sento già di essere in presenza di un mondo. Chiedo a quest’uomo in giacca e cravatta di parlarmi di lui. Un vizio malsano che ho è di portare sempre con me un quadernone e una penna. Gli chiedo di raccontarmi di lui, perché volevo conoscerlo, e volevo farlo conoscere.
“Parlo solo con coloro che si fermano e chiedono, come hai fatto tu. Gli altri non li disturbo. Mi limito ad appenderei miei manifesti, a mettere a disposizione i miei volantini, a continuare in silenzio la mia protesta pacifica per la dignità umana. Ma se uno fa il passo di chiedermi qualcosa, allora mi metto a parlare.”

E la conversazione inizia.

Scopro che quest’uomo è stato titolare di due aziende. Quest’uomo è stato anche un esperto a salvare altre aziende.Quest’uomo ha aiutato tanti disoccupati e giovani. Quest’uomo, stando a ciò che sostiene, avrebbe subito un mobbing sociale che sfiorerebbe la persecuzione, isuoi anni gli avrebbero riservato mondi di discredito e tortura. Accadono davvero cose del genere?, mi chiedevo mentre, sotto un caldo spietato, la storia avanzava inesorabilmente. E’ tutto vero?, continuavo a chiedermi. Può essere tutto vero?

In mezzo al nostro dialogo, Luigi si interrompe e mi porta a conoscere la sua abitazione. Un’Alfa 164 situata in una salita poco più avanti. E che è il suo vero quartier generale. Nelle foto vedrete una parte dell’interno. Gestione efficientissima e “militare” del suo spazio. Luigi riesce a farci entrare una caterva di materiale. Una zona è piena di giacche, che fa in modo, periodicamente, di pulire. Il bagagliaio ha l’occorrente di una serie di strumentazioni, utensili, ecc. Un’altra zona della macchina è riservata ai libri, che vanno dai testi di preghiera e spiritualità a quelli di diritto, economia, tecnica applicata. L’autogestione portata ad arte, un’ottimizzazione dello spazio al millimetro.

La storia è tra le più estreme. Il suo corpo e la sua psiche portano ferite radicali. E’ diventato testimonial di una mattanza sociale. Ma il paradosso è che Luigi è uno dei pochi che sente la propria vita avere veramente un senso.

"Io dovevo finire qui. Sono anziano, malandato, disprezzato e tenuto a distanza da tutti. Ma io adesso non vorrei un’altra vita. Sono qui per dare voce ai tanti che finiscono annientati nel più totale mutismo. Per me è una missione."

Adesso vi lascio alla storia del “Clochard con la cravatta”. Non ho inserito le domande che gli ho fatto, perché credo che il testo sia più efficace così. Le parole che leggerete sono sostanzialmente le sue. Naturalmente, ho dovuto mettere ordine tra gli appunti che avevo preso, evitare le ripetizioni, assemblarli, spostare alcuni passaggi per favorire la comprensione. Ma il tutto è sostanzialmente farina del suo sacco.


Sono nato nel 1967 a Napoli.

Ho vissuto a Torino. Ha avuto due aziende. Costruivo macchine automatiche speciali, e meccanica di precisione robotica. Me le hanno fatte chiudere queste aziende.

A 24 anni accadde un evento che sarebbe stato uno spartiacque. Lavoravo presso una filiale Fiat, e dovevo andare in Russia per rappresentare l’azienda e seguire il lavoro che aveva fatto.

Ero già sposato e avevo un figlio.

I miei colleghi mi chiedono una cortesia. Si trovavano, ogni giorno, a mangiare sui macchinari unti di olio e su spazi sporchi di polvere. Ma c’erano molti locali inutilizzati in quell’azienda. Volevano facessi presente alla Direzione questa situazione, in modo che potessero, come mensa, usare uno dei locali non utilizzati.

Portai questa richiesta alla direzione.

La direzione non ha risposto subito. Quando mancavano pochi giorni per la partenza, i dipendenti, che intanto avevano trovato un locale che sarebbe potuto essere adatto per le loro esigenze, ti chiedono di rinnovare la richiesta. Cosa che farò.

Il direttore a quel punto mi porta nella sala dove feci, a suo tempo, la domanda di assunzione. Mi fecero sedere allo stesso posto, e mi misero due buste davanti. Una bella alta, grossa. L’altra molo piccola. La prima era piena di soldi. La seconda era una lettera di licenziamento.

Capii subito il significato. O con noi, o contro di noi.

Io non dovevo fare questa richiesta, perché rappresentavo l’azienda. Non dovevo mettermi dalla parte dei dipendenti. Dovevo scegliere da che parte stare.

Non ho venduto la mia dignità e la fiducia dei colleghi di lavoro. Andai da loro e dissi “non accetterò né l’una né l’altra. Fate conto che non ho chiesto nulla. Continuerò a fare il mio lavoro”. Non avrei mai potuto prendere quei soldi. Quelle persone si erano fidate di me. Ci sono valori che per me sono sempre stati importanti. Valori che mi aveva trasmesso mio padre. Sì, ma a distanza di una settimana è arrivata una lettera di licenziamento per raccomandata. Come motivazione.. una scarna parola… INSUBORDINAZIONE.

Andai da un mio amico che studiava da avvocato. Lui mi diede il nome del segretario regionale di un importante sindacato, che mi avrebbe aiutato gratuitamente. Andai a parlare con questo signore, che mi assicurò che, nel giro di 3-4 giorni sarei stato riassunto. Qui nacque la grande sfiducia che ho verso i sindacati. Perché la busta se la sono presa loro. Alla fine lo capii.

Per diverso tempo mi hanno menato per il naso. Dopo un mese in cui nulla si era sbloccato, andando per l’ennesima volta presso il sindacato, e trovandomi la segretaria che, come altre volte, mi diceva che questo responsabile non c’era, mi accorsi che invece era dietro la porta.
Una volta fuori da questa azienda trovai sempre tutte le porte chiuse.

Erano gli anni ’70. Ricordo una grande polemica a livello giornalistico circa il fatto che noi italiani eravamo tutti schedati. Per quanto riguarda il lavoro, una volta che eri marchiato, il marchio non te lo toglieva nessuno.

I primi tempi nessuno mi assumeva non appena sapevano chi ero.

Io andavo presso le aziende che cercavano personale altamente specializzato. Io ero in grado di disegnare, progettare, eseguire la lavorazione.
Ma non appena dicevo che ero Luigi Miggiani, loro si assentavano per qualche momento e poi tornavano dicendo…
“Ci spiace, non abbiamo più disponibilità di quel posto...”

Mi trovavo di fronte a un muro.

Ma la mia vita è stata sempre così. La mia vita è stata tutto un denunciare per i muri che ho trovato davanti. Sempre porte chiuse in faccia. Per cercare di superare il blocco che era stato creato intorno a me, dovetti inventarmi dei lavori, e perfezionarmi sempre di più, in modo che fossero costretti ad assumermi anche controvoglia. Mi aggiornai sull’alta tecnologia, comprai libri di ingegneria meccanica, e mi presentai nelle aziende dove c’erano macchine ad alta tecnologia. Queste aziende dovevano assumersi, non era facile trovare persone ad alta specializzazione nell’alta tecnologia. E guadagnavo il triplo. Questa fu la mia vita dai 24 ai 29 anni.

È vero che mi assumevano, ma duravo poco. Di volta in volta, entro sei mesi, trovavano il modo di licenziarmi. Il tempo di sfruttare la conoscenza tecnica e di trovare un altro. E finché lavoravo mi facevano subire mobbing, volevano logorarmi mentalmente, psicologicamente. Facevano in modo che i colleghi di lavoro non mi rivolgessero la parola. Facevano circolare calunnie contro di me. E la calunnia, a forza di essere pronunciata, viene creduta. Spingevano i miei colleghi all’odio.

Un amico mi disse “sei andato oltre il tuo dovere”.

Comunque, io continuavo a perfezionarmi. Mano a mano che cambiavo lavoro, assumevo cariche più importanti. All’età di 27 anni ero direttore di stabilimento. Avevo 250 dipendenti. Era circa il 1972. In quel posto restai un annetto. Anche da lì fui cacciato, cacciato come un verme. In quegli anni in pratica lavoravo il giorno e la notte. Il giorno come dipendente. Di notte cominciai ad avviare le mie prime aziende. Avevo circa 30-31 anni.

Ho creato l’azienda con biglietti da visita, cassetti di ferro e un locale in cui dovevo pagare 250 mila lire di affitto al mese. A quel punto mi sono recato presso un’azienda di cui conoscevo il Direttore, gli ho fatto vedere un biglietto da visita con su scritto... “Attrezzi di alta precisione”. L’azienda mi ha dato i disegni, io ho fatto l’offerta-preventivo e lo hanno accettato, facendomi l’ordine. Con questo ordine andai da un venditore di macchine e utensili. Conoscevo anche lui. Mi feci dare i macchinari, senza versare nulla al momento. Ogni fine mese avrei pagato le cambiali. In pratica creai l’azienda con zero lire.

E quindi iniziò la mia doppia vita. La mattina subivo il mobbing. La notte lavoravo nell’azienda. Dopo che andai via dall’azienda dove ero direttore di stabilimento, di giorno lavoravo nell’azienda di un mio conoscente che lavorava nella prima azienda in cui avevo lavorato. Anche qui dopo un anno mi cacciarono. A 32 anni, avendo ormai dato vita alla mia azienda, decisi di smettere di lavorare per gli altri. Basta licenziamenti ad orologeria, basta mobbing. Volevo finalmente essere libero. Comincia allora la mia escalation imprenditoriale. Mi presi un socio, al quale offrii il 50% dell’azienda. Il giorno andavo dai clienti, disegnavo, progettavo, lavoravo manualmente. Ma non riuscivo a fare tutto da solo.

Dopo un anno siamo andati in un locale più grande, abbiamo assunto un dipendente. Siamo stati lì un paio di anni. L’azienda intanto si espandeva, e giungevano sempre più commesse di lavoro. A quel punto eravamo abbastanza grandi per prendere un capannone industriale molto più ampio. Abbiamo raggiunto il top e ci siamo dati un nome: “MD di Luigi Miggiani e Co.” Questo nome è arrivato a tutti i miei ex datori di lavoro. La clientela era aumentata. A quel punto si è presentato il figlio di un mio ex datore di lavoro, aveva un’azienda in Venezuela. Ti fece un grosso ordine, gli avete fatto avere la roba, ma, non ti ha pagato. Questo lo fece anche il Direttore di un’altra azienda di Torino, che avevi conosciuto presso un’altra azienda. Furono tre in totale a fare una grossa ordinazione, ricevere la merce e non pagare. Iniziammo una causa. Lo scopo era farmi fallire.

Mentre da una parte sabotavano l’azienda in questo modo, dall’altra hanno comperato il mio socio. Ma anche il mio commercialista mi voltò le spalle. Il commercialista aveva fatto in modo che al mio socio andasse metà del valore dell’azienda, mentre tutto il passivo restava a me. Io non accettai e denunciai il commercialista. Lui mi disse: “Vedrà che succederà a lei e alla sua famiglia”.

Te ne dico anche un’altra. Mi giunse in quel periodo un’ingiunzione di pagamento con su scritto “delitto tributario, suscettibile di arresto anche per 24 mesi. Mi vedevo anche trattato come un delinquente. Aggiunsi che quei soldi li avevo anche versati, però dopo sei mesi rispetto alla data stabilita. Anche questo, insieme al resto (commesse fraudolente, comportamento del socio e del commercialista), contribuì a mettermi nella condizione di dovere chiudere l’azienda. La mia famiglia aveva perso la fiducia nei miei confronti Contavo di meno per loro. Avevo “fallito”. Non fui più per loro il mito che ero prima. Ti faccio considerare solo una cosa. Il 99% degli imprenditori in difficoltà sono separati. Trai tu le conclusioni.

Non mi lasciai azzoppare, e, dopo essere tornato a fare il dipendente per due anni, rimisi in piedi un’altra azienda. Eravamo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Avevo 41-42 anni allora. In questa azienda cominciai da solo. Stavolta non volevo soci e nemmeno dipendenti.
Volevo dimostrare che da solo potevo creare un’azienda molto più fiorente della prima. In questa seconda azienda avrei lavorato da solo. La intestai a mio figlio più grande. Anche se avevo perso la fiducia della mia famiglia, i rapporti continuavano.

Di tanto in tanto questo tuo figlio veniva all’azienda, lavorava “a tecnografo”, disegnava e faceva progetti. Oltre ai progetti, faceva commissioni gestionali. L’azienda era intestata a lui, e lui fondamentalmente teneva i contatti, oltre a fare anche lavori manuali. Me lo stavo crescendo per farne un imprenditore come me. Diventò anche più bravo. Abbiamo persino presentato un nostro macchinario al salone della tecnica di Torino. . E con essa esposi i miei macchinari a Torino Esposizioni “Expo 90”. Un contesto importante dove esponevano anche Fiat, Lancia, Alfa.

Abbiamo avuto molto successo con quell’esposizione. Molti clienti, terminata l’esposizione, ci hanno contattato. Ci sono giunte commesse da Cina, Giappone, Germania, Stati Uniti. Ma qui accadde qualcosa che molto probabilmente è stato causato dallo strascico della diffamazione e della calunnia. I miei clienti, per i quali avevo terminato delle commesse di lavoro, mi trovarono storie sui lavori fatti, e non mi hanno pagato, come era già successo a suo tempo. Caddi di nuovo nella crisi economica. E non fu solo l’azienda a crollare. Qui è crollato anche il rapporto di fiducia con mogli e figli.

La truffa è come quella del pesce grosso che mangia i pesci piccoli. La piccola azienda, volente o nolente, cade sempre in questi tranelli. Prima ti fanno acquisire la fiducia dei clienti, poi ti danno una grossa commessa di lavoro, e ti fregano, facendo in modo di non pagarti. Io fui socio fondatore di un’associazione di imprenditori a Borghero Torinese. Si chiamava C.A.D.I – Club Amici degli Imprenditori. Questa associazione era mirata a fare una proposta di legge per garantire il pagamento alle piccole imprese. Volevamo che fosse preso in considerazione questa idea. Ovvero che quando una piccola impresa acquisiva una commessa di lavoro, il cliente avrebbe dovuto versare in banca l’intera cifra della commessa, in modo che una volta consegnato il lavoro, il fornitore avrebbe avuto garantito il suo dovuto. Il piccolo imprenditore rischiava e rischia sempre cifre ingentissime.
Vi è una situazione assurda. Io azienda che lavoro sei mesi per portare avanti un lavoro, e devo badare a tasse, banche, ecc.. e non c’è nulla che mi garantisca il credito, e se vado per vie legali, ci rimetto anche. Questo è il modo in cui vengono trattati i piccoli imprenditori, quelli che vengono definiti “il nervo della spina dorsale nazionale”.

Erano gli anni 92/92 e io avevo 47 anni. La mia famiglia era distrutta, per loro non contavo più niente. Persi la stima di mia moglie, di parenti e amici, di tutti. In quegli anni abitavo a Savonera, frazione di Collegno. Avere chiuso due aziende porta di te una nomea squalificatissima. L’impressione che si fanno di te le persone è che sei un imbroglione ed un buono a nulla. Un imbroglione io, che a volte lavoravo dalle 4 di mattina a mezzanotte. Che spesso restavo anche a dormire in azienda, ed il tecnigrafo mi faceva da cuscino.

Ti racconto un episodio. Un amico genovese, che aveva un macelleria, venne a sapere che dopo la chiusura della tua seconda azienda, ero tornato dallo psicologo e, un giorno che mi vide per strada, mi disse cha aveva saputo che andavo dallo psicologo e se poteva venire anche lui, una volta, insieme con me. Acconsentii, e quando andammo dallo psicologo, gli spiegai tutto, davanti all’amico macellaio. Racconto che ormai per tutti ero un pazzo. E lo psicologo disse: “Il signor Miggiani per la sua chiarezza di idee potrebbe sedere al posto dello psicologo, e lo psicologo potrebbe sedere al posto di Miggiani. Miggiani è venuto qui per non crollare, un altro, al posto suo, sarebbe stramazzato. Intanto con la mia famiglia vivevamo da separati in casa. Per tre anni feci questa vita, fino al 1994-1995. Avevo 48 anni allora. E decido per sempre di lasciare Torino.

Inizialmente vado a Ceprano (provincia di Frosinone), a lavorare in un’azienda come direttore di stabilimento e progettista, con il compito fondamentale di risanare un’azienda in crisi. Quello di risanare le aziende in crisi divenne una delle mie specialità nel corso degli anni. In quell’azienda di Ceprano restai circa un anno e successe quello che era sempre successo. Dopo un anno venni messo alla porta, dopo un periodo di mobbing.

Dopo quell’esperienza andai a Napoli, dove restai per diversi anni. In particolare operai nella zona dei paesi del vesuviano. Il tuo primo compito fu, come nel caso precedente, quello di andare a salvare un’azienda che era sull’orlo della chiusura. L’azienda stava a San Giuseppe Vesuviano e a me furono affidate le mansioni di direttore. Dopo la mia entrata, in poco tempo, l’impresa venne portata quasi a livello di certificazione I.S.P. Lavoravo sempre, giorno e notte, sabato, domenica e ferie comprese. Ero stimato da tutti i dipendenti, che ho sempre trattato come una famiglia. C’era una frase che dissi ai dipendenti.

“Per me l’azienda senza i dipendenti è come fosse un contenitore vuoto, un contenitore che non ha senso e motivo d’essere”.

E queste sono le parole che non digeriscono molti imprenditori. I dipendenti per me sono come figli. Ho sempre trattato i dipendenti come le persone grazie alle quali riuscivo a portare a termine il mio lavoro. Avevo tutti dalla mia parte. Disposti, all’occorrenza, a fermarsi anche sabato, domenica, la notte. Anche da questa azienda venni cacciato come il peggiore dei delinquenti. E molti stipendi non mi vennero pagati.

Ci fu un fatto in particolare in questa vicenda. Durante il tempo delle ferie, con nessun altro presente nell’azienda, insieme ad un operaio rumeno abbiamo ripulito tutto, riverniciati a nuovo tutti i macchinari e i magazzini. Tutto ciò, paradossalmente, il proprietario lo vide come un affronto.
Inoltre feci in modo di portare la condizione produttiva al C.T.R., c.d. “controllo in tempo reale”. Vuol dire che minuto per minuto sapevo il funzionamento anche in mia assenza, sapevo come operavano costantemente i macchinari e i dipendenti, se l’azienda produceva in attività o meno, se i dipendenti i lavoravano fuori tempo. Questo è quando l’azienda funziona al top. Un tale livello si può ottenere soltanto con la massima collaborazione di tutte le parti.

Il proprietario mi divenne sempre più ostile. Anche perché i clienti, quando entravano nell’azienda dopo i miei “trattamenti” mi facevano tanti complimenti. Uno arrivò a dirgli “era un cesso e te l’ha fatta diventare una bomboniera”. Ma la cosa più offensiva per lui, fu quando un cliente che aspettava da lungo tempo il disbriga mento di alcune commesse, e che le aveva ottenute grazie a te, arrivò a digli che il proprietario doveva lasciare tutto in mani tue, la gestione completa. A quel punto il proprietario fece in modo di farmi andare via. Situazioni del genere le vissi tante volte, anche nella zona vesuviana. Rispetto a Torino, a conti fatti, la situazione non era fondamentalmente cambiata.

A un certo punto avvenne un fatto fondamentale. Divenni il presidente di una associazione di imprenditori la “Feder-Asiom”, che dovrebbe significare Associazione Imprenditori per l’occupazione del Mezzogiorno. Come sede operativa mi venne date la sacrestia di una chiesetta. La chiesa di Maria Santissima di Poggiomarino, la quale era inattiva e sconsacrata. Da quella posizione ho aiutato tutti gli imprenditori in difficoltà, i disoccupati, con una cura particolare per i giovani, che cercai di aiutare tramite la legge sul prestito d’onore. Aiutai tanti giovani a creare aziende in proprio, a tanti disoccupati di trovare occasioni lavorative, e a tanti imprenditori di continuare la loro attività.

Io ero arrivato al cinquantesimo anno di età.

Per l’appoggio e il sostegno datoti dal parroco, volevo fare un dono a lui e a tutta la cittadina. Allora restaurai con le mie proprie mani tutta la chiesetta, e progettai il primo campanile provvisorio in soli tre giorni. È stato il primo campanile che questa chiesetta ha avuto. La chiesetta, una volta, restaurata, fu riconsacrata e io finalmente partii per una vacanza in Tunisia. Erano anni che non facevo una vera vacanza. Dopo venti giorni sono tornato e ho continuato a costruire il campanile definitivo. Era un progetto accettato dall’ufficio tecnico del comune. Il sindaco per manifestare la sua piena condivisione, versò una cifra simbolica, la stessa cosa che aveva fatto il parroco.

Il campanile era alto 14 metri, in acciaio, a tre campane, sei corde. E al centro di questo nuovo sistema progettato per riverberare il suono delle campane, una sorta di effetto eco, strutturata nel centro della parte bassa del campanile, dotato di un sistema “a canne diffusorie”.
Questo era il sistema per dire il campanile doveva avere un suono diverso. Volevo dire che nel mondo bisognerebbe ricominciare a diffondere la parola del Signore. In pratica, riassumendo, avevo restaurato la chiesa, facendola riconsacrare; avevo fatto costruire il campanile. Alla messa di riconsacrazione non avevo assistito per non volere essere al centro dell’attenzione. Ormai mancava solo una cosa.. l’acquisto delle campane e la loro installazione. Se non si era capito, il campanile era stato costruito, ma doveva essere innalzato. E poi apporre le campane. Ma sia il parroco che il sindaco mi rifiutarono le installazioni. Se avessi fatto piazzare anche questo campanile sulla chiesetta, sarei diventato una persona di spicco. Già avevo acquisito una certa popolarità grazie alle persone che avevo aiutato con il prestito d’onore. Un altro “successo” mi avrebbe fatto avere una posizione troppo popolare, sarei emerso troppo.

La vicinanza e il sostegno divennero ostilità. Il campanile non venne piazzato. Fui obbligato ad abbandonare la chiesetta dove operavo come presidente della mia associazione. Anche stavolta finii per essere trattato quasi come un delinquente, anche da parte di alcuni di coloro che avevo aiutato. Venni cacciato anche dal domicilio in cui ero ubicato e che si trovava San Giuseppe Vesuviano. E’ anche vero che non avevo potuto pagare qualche mese di affitto. Mi furono fatti sfregi di ogni tipo. Erano state diffuse voci diffamatorie sul mio conto.
Posso dire che la diffamazione mi ha di fatto perseguitato per 40 anni.

Ero stanco di tutte queste angherie, decisi di andare a Roma e denunciare a tutto a cielo aperto. Era il gennaio 1998, e io avevo 52 anni. Arrivai a Roma e iniziai ad inscenare la ma prima protesta-missione, per gridare l’ingiustizia che può subire un cittadino intento a sostenere un messaggio umano e cristiano. Mi misi in un posto praticamente vicinissimo a questo dove tu mi hai incontrato. E mi misi a protestare per una settimana. Con cavalletto, fogli di carta appesi, tavolino, sedie, spiegavo la mia vicenda. Dopo una settimana mi sono sentito male, anche perché stavo facendo lo sciopero della fame e della sete. Allora telefonai per chiedere che venisse una ambulanza, che intervenisse qualcuno. Ma non si presentò neanche un mezzo medico.

Allora decisi di inscenare una protesta nella protesta mirata a richiamare l’attenzione delle persone e fare in modo che un qualche intervento medico giungesse. Sonno salito sul tavolino e mi sono legato simbolicamente al primo alberello situato all’angolo di Viale delle Mura aureliane. Non ero legato alla testa, ma alla vita e al torace. Era simbolico. Ma invece del dottore, arrivò una volante della polizia, con la chiara intenzione di farmi smettere. Al mio rifiuto sono arrivate, una alla volta, altre sei volante. Alla fine ce n’erano sette. Riescono a farmi scendere scaraventandomi con violenza e ledendomi per terra. C’era un giornalista della Repubblica, redazione romana, che ero riuscito in qualche modo ad avvisare, e che preparò un pezzo.

Dopo la caduta finisco in ospedale con un ginocchio leso. Ma lì mi attendeva un altro orrore. Venni trattato come un pazzo. Finii per 60 giorni nel reparto psichiatrico, dove mi fu somministrata una massiccia dose di neurolettici, che credo fosse finalizzata a indebolire il funzionamento del sonno, o meglio ancora, portarmi a una vera e propria privazione del sonno che, come si sa, conduce alla morte. Finirono per causarmi anche un blocco cardiaco, in ragione di una prova di sforzo applicata irregolarmente con una iniezione al cuore. La prova di sforzo è un esame strumentale che consiste nell’effettuare un elettrocardiogramma (registrazione dell’attività elettrica del cuore) durante l’esecuzione di uno sforzo fisico, per vedere come reagisce l’apparato cardiocircolatorio, ovvero rilevando eventuali anomalie. Per fare queste prove di sforzo mi fecero questa puntura al cuore. Ma non c’era nessuna ragione autentica per l’applicazione di una prova da sforzo.

Fui salvato in extremis da un bravissimo medico, molto giovane. Quando ha visto come mi stavano riducendo, ha reagito in malo modo nei confronti dei suoi colleghi, li ha allontanati tutti, ed è rimasto solo con me, iniettandomi del farmaco fino a quando finalmente, tramite “isoptin” il mio cuore ha ripreso a battere normalmente. Ricordo ancora quando mi disse... “Ce l’abbiamo fatta”.

Una volta venuto fuori da questo lager psichiatrico, grazie alla mia compagna (intanto avevo trovato una compagna napoletana, con la quale poi ci lasciammo); venni ricoverato in un’altra struttura per essere disintossicato dalla massiccia dose di neurolettici con cui mi avevano intossicato nella prima struttura. Questa struttura era in Campania, a Torre del greco vesuviano. Ma qui un altro incubo. Invece di attivarsi per la disintossicazioni, venivo legato ai polsi e alle caviglie tutte le notti in uno stanzino, strutturato con un lettino molto particolare di leve e contro leve, dove, una volta legatomi ed immobilizzatomi, sia i polsi che le caviglie venivano tirate al massimo. Si mirava a stringerle sempre di più nel corso della notte, per mezzo di alcuni legacci di cuoio situati nella parte stretta del legatoio. Questo voleva dire la totale immobilizzazione del fisico e la totale sofferenza.
In poche parole questa si chiama “tortura a morte”, causata o dall’impazzimento, o dalla privazione di sonno. In Italia, sotto queste forme - ospedali psichiatrici - si uccidono le persone senza essere incriminati. Un modo per uccidere e venire fuori con le mani pulite.

Uscii da questo lager dopo circa 160 ore di tortura estrema e ridotto a sbavare come un mastino napoletano, strisciando a terra come un serpente.
Grazie a Dio, raccattando gli ultimi residuati di forza che mi erano rimasti, riuscii ad alzarmi, correre per una decina di metri e scaraventarmi contro le inferriate tipo carcere di questo reparto. Riuscii a farlo un’altra volta a distanza di qualche giorno. La seconda volta riuscii a spaccarmi la fronte, finire al pronto soccorso e lì denunciare alla polizia ospedaliera e al medico di turno ciò che stavo subendo, mostrando polsi e caviglie, il mio sbavare come un mastino, la totale mancanza di forze, gli occhi spenti, le mani e i piedi tremanti.Questo ha portato, da parte dei dottori e del poliziotto, all’ordine che fossi dimesso al più presto.

In questi casi, in presenza di un “atto flagrante”, ci sarebbe, da parte della polizia, il dovere di partire con una denuncia d’ufficio. Dovrebbe essere un atto dovuto. Ma invece, non avvenne assolutamente niente. Una volta fuori, dovetti ricoverarmi in un’altra struttura psichiatrica, ubicata presso la città di Terzigno. Qui, grazie ad un bravissimo medico, sono stato letteralmente strappato da un sicuro decesso, vista la forte dose di neurolettici, le condizioni cardiorespiratorie e tutte le vessazioni che avevo dovuto subire per forza di cose in entrambe le strutture ospedaliere.

Ci tengo a sottolineare che, mentre subivo la tortura in quella stanza di Torre del Greco, per cercare di assentarmi da tutto quello che mi veniva fatto, di liberare la mente da quell’immensa umiliazione e da quel dolore, guardavo il soffitto e le pendici del vulcano, che si vedevano dalla finestra, e progettavo qualcosa, qualcosa che avesse potuto essere utile alle persone, un progetto tecnico speciale. Posso solo dirti che quel progetto è stato ultimato dopo dieci e anni e, prima di tornare a Roma, l’ho registrato e l’ho depositato presso l’ufficio del registro e consegnato presso ben venti comuni della Campania.

Nel 1999, mi ero sostanzialmente ripreso, sostanzialmente guarito, anche se alcuni postumi fisici, come delicate problematiche al cuore, mi accompagnano ancora. Ripresi comunque a fare il mio lavoro, sempre come consulente aziendale e sempre nella zona vesuviana. Ma il mio calvario riprese quasi come prima. Venni di volta in volta licenziato dagli studi di consulenza dove venivo assunto e fui cacciato da ben dieci domicili. Continuai ad essere minacciato a morte, aggredito, calunniato messo al bando. Mi veniva di fatto impedita ogni azione lavorative e qualsiasi genere di rapporto sociale.

Nel 2010 sono tornato a Roma.

Fui ospite, per venti giorni, presso l’ostello di via Marsala, fondato da Monsignor Luigi Di Liegro. Questo ostello si occupa di prima accoglienza per le persone che stanno sulla strada, dando da mangiare e da dormire. Li conobbi il direttore di un giornalino fondando da Monsignor Di Liegro e presso il quale scrivo e cerco di diffondere quel giornalino, che per me è un modo anche per diffondere la voce di Monsignor Di Liegro.
Da marzo 2010 sono tornato in Via delle Fornaci, proprio lì dove era cominciato il mio massacro fisico e psicologico.

Pensa che non mi danno neanche la pensione di invalidità, e soffro di cardiopatia gravissima, sono a rischio di morte improvvisa, ho sette ernie del disco, problemi alla tiroide. Dovrei avere minimo l’invalidità del 100 %, ma non mi riconoscono più del 65% evidentemente per non farmi avere un sostentamento. Vorrebbero cacciarmi anche da questo luogo dove conduco la mia protesta civilmente, e regolarmente autorizzato.

Io sono tornato per gridare al mondo, per fare vedere come si fa a ridurre una persona onesta alla sorta dei peggiori delinquenti, obbligata a fuggire e a darsi alla latitanza. Per gridare come in un Paese definito civile come l’Italia esiste la peggiore delle condanne a morte, dovuta al totale stato di abbandono dell’uomo, lasciato in balia di se stesso, a morire nella totale indifferenza della gente, la quale è sempre stata educata a credere che fare il barbone sia una scelta. Ma non lo è affatto. E il mio racconto di vita, le esperienze vissute totalmente sulla mia pelle, rimangono a precisa prova testimoniante del fatto che tutto è causato, tutto è programmato e tutto è studiato perfettamente, sin nei minimi particolari, per uccidere tutta una certa categoria di uomini che nella loro esistenza si sono rifiutati di compiere azioni disoneste e nuocere al prossimo. Queste persone sono condannate a un’esistenza ghettizzata, da parte di un sistema inumano, che decreta le sue condanne a morte.

Io, nel corso della mia vita, ho sempre detto le cose come vanno dette e scritte le cose come vanno scritte. Tutta la prova documentale di quanto asserito è stata consegnata regolarmente al Capo dello Stato, il quale mi ha fatto giungere una lettera di interessamento e vicinanza.
Tra i clochard ci sono tante persone oneste che hanno rubato qualcosa nel supermercato, sono stati arrestati e additati a vita. Tra i clochard ci sono ingegneri, avvocati, commercianti, direttori. Ci sono tutte le categorie. Ormai conosco tutti i clochard che vivono per la strada; queste persone muoiono di stenti, per il freddo durante l’inverno, muoiono triturati nei cassonetti della spazzatura, dove spesso si rifugiano per ripararsi dal freddo.

In un Paese civile questa condanna alla morte sociale non può essere accettata.

Avete letto la testimonianza della sua vita.

Luigi, ogni giorno - insieme alle altre cose che fa nel suo “luogo operativo” - lega 160 cordicelle in alcuni punti che precedono il sottopassaggio. È il suo personale rito quotidiano per ricordare le 160 ore di tortura che sostiene di avere subito nell’ospedale psichiatrico.

Quanto c’è di vero in quello che racconta delle sue persecuzioni? Non lo so amici miei. Tutta la sua storia può apparire davvero troppo estrema. Una cosa è certa, ci sono riscontri indiscutibili a diverse delle cose che racconta Luigi.

Le sue due aziende MD e M.A.S.A.S sono effettivamente esistite. Ho sottomano una rivista sull’esposizione di Torino del 1990, che indica anche la partecipazione della M.A.S.A.S e un documento sulla M.A.S.A.S., che riproduce una delle creazioni tecnichepresentate al salone di Torino. C’è un articolo di un giornale campano dove si parla di Luigi Miggiani e dell’associazione Feder A.S.I.O.M., e si accenna alla associazione C.A.D.I, di cui, quando era nel torinese, fu uno dei fondatori.

C’è l’articolo di Repubblica del 27 gennaio 2008 che racconta la vicenda della protesta inscenata da Luigi la prima volta che venne Roma, quando si mise sul tavolo con una corda legata intorno alla vita, e le sette volanti che giunsero sul luogo. E credo che vi saranno probabilmente anche i riscontri di altri momenti, come i ricoveri negli istituti ospedalieri. Ciò che voglio dire è che, comunque la si pensi, Giovanni non ha inventato una storia di sana pianta. Perlomeno QUALCOSA è vero. Potrebbe essere accaduto che questa parte di verità abbia, dopo anni di sofferenza e di abbandono e di prove estreme,portato a una rappresentazione interiore dove si è calcata la mano, e sarebbe comprensibile. Oppure potrebbe essere che ciò che Luigi Miggiani ha raccontato sia totalmente reale.

Luigi ha tutta una serie di patologie:

1) Cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva.

2) Ernie alla spina dorsale.

3) Ipertrofia prostatica avanzata.

4) Cuore a rischio di arresto cardiocircolatorio.

5) Presenza di noduli tiroidali da tenere periodicamente sotto controllo.

6) Calcolosi renale riproduttiva.

7) Abbassamento dell’apparato visivo, con tendenza al peggioramento.

8) Condizione di ipotermia.

9) Apparato dentale ridotto ai minimi termini.

“Queste sono tutte le mie patologie”, dice Luigi, “ma, con tutte questepatologie, lavoro 16 ore al giorno. E mi sento sano come un pesce.”

E la sua passione a sostenerlo, a dargli una forza che non si cura delle diagnosi mediche. E’ la sua missione.. come lui la chiama.. a dargli gli occhi di chi è sempre in piedi. La sua missione. Quella di essere la voce di chi vive senza voce, senza casa, senza amore.

“Mi sento forse più libero ora, con la cardiopatia, le sette ernie, una macchina per abitazione e l’ostilità di(quasi) tutti di quanto lo sia mai stato.
E tutti gli altri barboni sono la mia passione. Giro per la città, vedo se ci sono persone che hanno bisogno;affamate, senza coperte, che stanno male. Cerco di aiutarle”.

Mi dice che qualcuno aveva cercato di interessarsi per farlo ospitare in un determinato luogo. Ma che lui rifiutò.

“Ormai la battaglia non è più solo mia. Io combatto anche per gli altri. Devo essere come loro, essere con loro. Se io potessi trovare un luogo in cui stare, mentre tutti gli altri muoiono come cani sotto il freddo, mi sentirei di tradirli. Preferisco morire, ma condividere,fino all’ultimo respiro, la loro stessa sorte”.

Chi sto ascoltando? Mi chiedevo mentre osservavo quest’uomo parlare. Un folle? Oppure un santo dei nostri tempi, uno di quelli che si sono fatti “polvere tra la polvere, uomini tra gli uomini”? O una via di mezzo, un insieme dell’uno o dell’altro? Magro, malato, con la sua età - 67 anni - in giacca e cravatta, emana la forza di chi si fonde con qualcosa, quel tipo di forza che esprime la convinzione assoluta.

Comunque la si pensi, c’è un uomo in giacca e cravatta, a Roma, in Via delle Fornaci, accanto al sottopassaggio che porta a San Pietro, che ha deciso di consacrare ogni fibra della sua vita e del suo tempo alla mattanza sociale dei barboni.

Se passate da Roma, andate a trovarlo.

Aggiornamento:

Mi racconta che ha una sua cappellina, in cui si siede ogni volta che va messa:

“C’è una cappellina nella basilica di San Giovanni dei Fiorentini qui a Trastevere che è appartata, però mentre si recita la santa messa, io sento tutto e seguo la santa messa dentro la mia cappellina. Voglio stare da solo con il Signore. Ugualmente vengo a farmi la comunione, scambio un segno di pace. Io questa cappellina l’ho scoperta per caso. Passavo sempre con l’autobus davanti a quella chiesa, alla basilica. Un giorno sono sceso, voglio andare a vederla.Sono andato direttamente nella cappellina. E in quel momento mi sono detto“verrò sempre qui a sentire la messa, però appartato da tutti quanti”. Perché io prego a modo mio, non prego in modo formale. E poi io scrivo. Sto facendo un libro di preghiere. Io ogni volta che vado là compongo almeno una preghiera.”

E mi racconta di quando viaggia.

Perché Luigi a volte prende il treno e parte. Spesso per raggiungere altre persone, aiutarle. O forse anche solo per vivere qualche momento di pace, di ricaricamento, di sospensione.. da quella che è una vita che scorre su una quotidiana trincea. Mi racconta che quando vengono i controllori, lui mostra loro la carta di identità dove mette dei fogliettini, tipo ”devo arrivare a Civitavecchia, però non ho i soldi per il biglietto, grazie”. Il 90% lo leggono e mi dicono “buon viaggio”.Non gli fanno mai fare brutte figure. Ma qualcuno a volte gli dice “Ma come non ha i soldi? Lei mi sembra una persona elegante..”. E lui risponde: “Sì.. ma sono caduto in disgrazia”. E tira fuori la fotocopia di un articolo “Il Clochard con la cravatta” che un giornale gli dedicò. A quel punto, spesso, sisiedono un poco vicino a lui, e si fanno raccontare la storia, o alcuni tratti di essi. Poi gli stringono la mano e se ne vanno.

Ma la cosa che tengo di più a condividere, con chi ora sta leggendo, sono gli atti concreti di DEDIZIONE che Luigi ha verso gli altri barboni.
Luigi mette degli avvisi sulla sua macchina nei quali è scritto che ha bisogno di vestiti, cibo, ecc… quelli che passano e anche dei padri missionari che lo conoscono gli portano cose di questo genere. Lui poi si è fatto prestare dai padri missionari della Consolata una stanza, che si trova proprio vicino alla sua macchina. In quell’ambiente deposita documenti e raccoglie gli indumenti, il cibo e e le altre cose che porterà ai barboni, dopo avere prima catalogato il tutto. Prepara anche il the caldo, che, nelle sere invernali è la prima cosa con cui incomincia il suo giro tra i barboni della sua zona.

Ma, ecco le sue parole:

“Questo inverno mi sono fatto dare la stanza n.2, che è quella vicino alla macchina, che appartiene ai padri missionari della consolata. Io vado da loro, mi danno la chiave, un paio di giorni vado, mi lavo, lavo le camice, e poi gli ridò la chiave. Quest’inverno gli ho detto se me la davano per farmi depositare gli indumenti, scaldare il the. Loro me l’hanno data, me la sono attrezzata, ho fatto delle cose. L’inverno posso usarla liberamente. Mi hanno dato le chiavi per tenerla in affidamento da ottobre fino a fine marzo. Lì raccolgo indumenti, scarpe, pantaloni,tutto. Scaldo il the e gli portò il the caldo. Prima faccio il giro con il the. Tutto il colonnato di San Pietro, poi c’ho la parte alta del Gianicolo,e poi c’ho la stazione di San Pietro. Faccio tre giri per portare il the. Poi mi dicono quello di cui hanno bisogno,io torno indietro e gli porto quello che serve. Ma non ce la faccio a fare un giro solo. Devo fare 3 o 4 giri. Gli porto coperte, scarpe, calzini. Mi scrivo tutto su un quaderno. Se non ce l’ho, scrivo sulla macchina “mi manca questo, questo e quest’altro”. E quando ricevo la roba corrispondente gliela porto. Mi servono coperte, mi servono pantaloni,mi servono giacche. Loro leggono e me le lasciano vicino alla macchina. Poi prendo e catalogo tutto.”

Ma Luigi si procura anche farmaci di immediata necessità, aspirine, pomate contro le infezioni. Dovrebbero pensarci i dottori, ma.. dice Luigi: “I dottori non girano per la notte.Tanti ci hanno la febbre, Come fai a non fare niente? Vedi uno con la febbre alta, 40, lì a terra. Hai chiamato l’ambulanza? No, non vengono.Tanti c’hanno le infezioni. Mi sono fatta dare le pomate contro le infezioni.”

Luigi non si dimentiche neanche degli occhiali. Quelli economici, dei cinesi. Occhiali da un euro. Li compra lui e li porta a quei barboni che hanno problemi di vista: “C’è stato uno l’anno scorso che mi ha detto ‘Luigi a me mi piace leggere, solo chenon vedo. Mi puoi procurare un paio di occhiali.’ Il giorno dopo glieli hodati, era al settimo cielo. Mi ha abbracciato, mi ha detto ‘adesso possoleggere tutto quello che voglio’.”

E quando Luigi mi racconta queste cose, non posso fare a meno di chiedergli cosa gli dicono, quando lo vedono arrivare col the caldo, coi vestiti, il cibo, gli occhiali. “Mi abbracciano come il papà. Mi chiamano papà.”

Quei pochi soldi che ha se li è procurati vendendo volta per volta tutto quello che aveva nel suo studio tecnico: “Mi sono rimasti solo i plotter da disegno, poi ho venduto tutto. Questo plotter lo pagai dodicimila euro. Lo vendo tremila euro. Però è una cosa pesante da prendere. Io ce l’ho in Campania - dove avevo lo studio - depositato presso un mio amico”.

Fonte: urladalsilenzio.wordpress.com

Amare

28 agosto 2017 ore 18:50 segnala
L'uomo dovrebbe amarsi di vero amore ed amare il prossimo per essere felice , la maggioranza non ha mai amato ed il risultato è sotto gli occhi di tutti. La storia ci dimostra che fuori dal paradiso terrestre l'uomo non è stato mai più felice
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L'uomo dovrebbe amarsi di vero amore ed amare il prossimo per essere felice , la maggioranza non ha mai amato ed il risultato è sotto gli occhi di tutti. La storia ci dimostra che fuori dal paradiso terrestre l'uomo non è stato mai più felice
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Tutto L'Amore che ho

08 agosto 2017 ore 18:33 segnala


Tutto L'Amore Che Ho


Le meraviglie in questa parte di universo

Sembrano nate per incorniciarti il volto

E se per caso dentro al caos ti avessi perso

Avrei avvertito un forte senso di irrisolto

Un grande vuoto che mi avrebbe spinto oltre

Fino al confine estremo delle mie speranze

Ti avrei cercato come un cavaliere pazzo

Avrei lottato contro il male e le sue istanze

I labirinti avrei percorso senza un filo

Nutrendomi di ciò che il suolo avrebbe offerto

E a ogni confine nuovo io avrei chiesto asilo

Avrei rischiato la mia vita in mare aperto

Considerando che l'amore non ha prezzo

Sono disposto a tutto per averne un po'

Considerando che l'amore non ha prezzo

Lo pagherò offrendo tutto l'amore

Tutto l'amore che ho

Un prigioniero dentro al carcere infinito

Mi sentirei se tu non fossi nel mio cuore

Starei nascosto come molti dietro a un dito

A darla vinta ai venditori di dolore

E ho visto cose riservate ai sognatori

Ed ho bevuto il succo amaro del disprezzo

Ed ho commesso tutti gli atti miei più impuri

Considerando che l'amore non ha prezzo

Considerando che l'amore non ha prezzo

Sono disposto a tutto per averne un po'

Considerando che l'amore non ha prezzo

Lo pagherò offrendo tutto l'amore

Tutto l'amore che ho

Tutto l'amore che ho

Senza di te sarebbe stato tutto vano

Come una spada che trafigge un corpo morto

Senza l'amore sarei solo un ciarlatano

Come una barca che non esce mai dal porto

Considerando che l'amore non ha prezzo

Sono disposto a tutto per averne un po'

Considerando che l'amore non ha prezzo

Lo pagherò offrendo tutto l'amore

Tutto l'amore che ho

Tutto l'amore che ho

Tutto l'amore che ho, wo oh

Tutto l'amore che ho, oh oh

Tutto l'amore che ho.


Tutto L'Amore Che Ho
Jovanotti 2011

Falsità

29 luglio 2017 ore 00:47 segnala
Immensa falsità nel nostro mondo come è immenso l'universo !!!

ho imparato....

06 aprile 2015 ore 01:22 segnala
ho imparato....


....che il silenzio può uccidere e che le parole lo fanno in continuazione...
che diciamo delle cose che non pensiamo....
Ho imparato che l’uomo travolto dalla passione dice un sacco di “stronzate”...
compie gesti eclatanti che sembrano “pieni”... si rimangia tutto con una grande facilità....
C’è gente che professa il bene e sembra guidarti verso l’infinito... riempie il tuo universo di colori.... di speranze.... promesse e illusioni lasciandoti l’infinito di niente....
C’è chi pronuncia la parola Amore senza conoscerne il senso.... chi dice ti odio ma ti riempie d’amore.... chi ti riempie di tutto senza lasciarti niente.....
C’è chi dovresti odiare ma continui ad amare.... C’è chi parla dell’anima calpestando
la tua.... c’è l’infinito di tutto o di niente in ognuno di noi....
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ho imparato.... ....che il silenzio può uccidere e che le parole lo fanno in continuazione... che diciamo delle cose che non pensiamo.... Ho imparato che l’uomo travolto dalla passione dice un sacco di “stronzate”... compie gesti eclatanti che sembrano “pieni”... si rimangia tutto con una...
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Il massimo della stupidità

16 marzo 2015 ore 00:49 segnala
Il massimo della stupidità si raggiunge non tanto ingannando gli altri ma sé stessi, sapendolo. Si può ingannare tutti una volta, qualcuno qualche volta, mai tutti per sempre.
John Fitzgerald Kennedy

Il cuore

06 dicembre 2014 ore 10:48 segnala
Il cuore è una ricchezza che non si vende ,e non si compra , ma si regala.(f.flaubert)
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Il cuore è una ricchezza che non si vende ,e non si compra , ma si regala.(f.flaubert)
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06/12/2014 10:48:59
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Come Ti Amo

06 dicembre 2014 ore 10:33 segnala


Dio Come Ti Amo :
Nel cielo passano le nuvole
che vanno verso il mare
sembrano fazzoletti bianchi
che salutano il nostro amore
Dio come ti amo
non e possibile
avere tra le braccia
tanta felicita'
Baciare le tue labbra
che odorano di vento
noi due innamorati
come nessuno al mondo
Dio come ti amo
mi vien da piangere
in tutta la mia vita
non ho provato mai
un bene cosi' caro
un bene cosi' vero
Chi puo' fermare il fiume
che corre verso il mare
le rondini nel cielo
che vanno verso il sole
Chi puo fermar l'amore
l'amore mio per te
Dio come ti amo
Dio come ti amo
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