Afghanistan: in pattuglia su un Lince con i fucilieri.

22 maggio 2011 ore 01:23 segnala
Centralina, Antenna, Frizione. I nomi in codice dei ragazzi della mia scorta. So che in caso di attacco o di pericolo io dovrò affidarmi completamente a loro.

Nella sala operativa, seduti diligentemente come bambini al primo giorno di scuola, ascoltiamo le istruzioni del capo scorta, il capitano Bartolo Morelli. Al muro una cartina geografica sulla quale ci viene indicato il percorso che compiremo. Quaranta chilometri di strade sterrate attraverso i villaggi di Dehzaq, Glashamabar, Chara – Bori, Morghab.

Poi il momento della vestizione: giubbetto antiproiettile ed elmetto d’ordinanza. In Afghanistan impari a conviverci. Di giorno quando si esce dal perimetro di Camp Arena, quando si sale a bordo dei Lince, quando si vola in elicottero, averli indosso è obbligatorio. Di notte li poggi lì, ai piedi della brandina, sapendo che l’indomani tornerai ad indossarli. Sotto l’elmetto una pashmina turchese. Quando scenderemo dal mezzo, tra la gente, il mio capo, i miei capelli, dovranno essere coperti. Bardata di tutto punto salgo sul Lince.

I ragazzi della scorta, tutti fucilieri dell’aria provenienti dal 9° e dal 16° stormo dell’Aeronautica Militare, mi sorridono. Per loro questa è solo una delle centinaia di pattuglie che effettuano durante la loro missione. Indosso le cinture di sicurezza. Il capo team mi tranquillizza: “Partiamo dal presupposto che non accadrà nulla ma se dovesse accadere qualcosa ti recupero io”. Non è che la prospettiva del recupero sia delle più rincuoranti, ma con i ragazzi della mia scorta mi sento estremamente tranquilla. D’altronde sono sempre stata una persona decisamente incosciente.

Il ragazzo che sta in ralla, mi scruta dall’alto, appoggiato al suo MG e mi indottrina su quello che dovrò fare in caso di attacco. “Se succede qualcosa tu mi passi queste cassettine”. Munizioni presumo. Annuisco. “Non accadrà nulla ma, se dovesse succedere qualcosa, nella mia tasca destra c’è la mia ultima lettera per mio figlio”. Sorrido e mi ritrovo a provare un senso di profonda tenerezza per tutti i ragazzi che come lui ogni giorno escono di pattuglia sapendo che potrebbero non tornare.Basta uscire fuori dalla base per accorgersi che lì, in quei villaggi di casupole fatiscenti, negli occhi dei bambini assiepati lungo le strade sterrate e polverose, nei burqa che nascondono i visi ed i corpi delle donne, ritrovi l’Afghanistan che ti saresti aspettato di vivere. La strada è sconnessa, ovunque ci sono buche. Il percorso è accidentato. Attraversiamo una landa desolata. Attorno solo pietre e sabbia. Lungo il tragitto un piccolo parco giochi costruito dal personale di Isaf. Giostrine di metallo turchese. Scendiamo dal mezzo. I ragazzi, si guardano attorno. Controllano ogni direzione. Ma nessun bambino nei paraggi. È mattino, a quell’ora i bambini sono al lavoro, mi spiegano i ragazzi della scorta.

In un primo momento penso sia soltanto una battuta di spirito poi, più tardi, attraverso il finestrino del Lince, scorgo un bambino che su una bicicletta troppo grande per lui, pedalando a fatica, trascina un albero secco legato alla ruota posteriore. Servirà per il fuoco, per riscaldare la sua famiglia. E più avanti un bambino di una decina di anni che trasporta sulla schiena un sacco enorme. Dentro ci sarà farina. Insieme a lui procedono due uomini. Lui cammina con passo lento, nascosto dalla mole che lo sovrasta.

Percorriamo delle vie così strette che le porte delle case sfiorano quasi le portiere del Lince. Attorno fogne a cielo aperto. E lungo le strade decine di bambini che sorridono e salutano. Vestiti di cotone leggero, ai piedi delle ciabattine aperte, quando non sono scalzi. È inverno e in Afghanistan la temperatura scende anche a 20 gradi sotto lo zero. Li guardo e penso che sono bellissimi. Come tutti i bambini del mondo. Ma questi mi sembrano ancora più belli. Penso che ognuno di loro ha una storia da raccontare. Penso a quale futuro possono avere in questo Paese. Quanti di loro diverranno grandi? Quanti di loro saranno reclutati tra le file degli insurgents? E poi cerco gli sguardi delle bambine. Li incrocio in una frazione di secondo mentre il Lince scorre via. Il capo coperto da un fazzoletto colorato annodato sotto il mento. Quante di loro vivranno sepolte sotto un burqa? Quante di loro saranno costrette a guardare il mondo attraverso una grata di stoffa turchese? A quante di loro sarà vietato leggere, pensare, ridere? Come alle loro madri che vedi camminare per strada nascoste dal burqa. Ne intuisci le fattezze, ne immagini i volti, ne scorgi solo i piedi. L’unico loro contatto con il mondo esterno: i piedi.

“Tienila sotto controllo. Che scarpe indossa?”. Il capo team comunica via radio con l’equipaggio dell’altro Lince. “Due mezzi a ore sei, fai defilare. Occhio a questa macchina”. Il pericolo è ovunque quando si esce di pattuglia. Può nascondersi sotto un burqa, in un’auto, lungo i bordi delle strade.

I fucilieri dell’aria in forza al 9° stormo di Grazzanise e al 16° stormo di Martina Franca attualmente in Afghanistan, hanno il compito di compiere pattuglie cadenzate, notturne e diurne e di scortare il personale nell’area di Herat, fino ad esempio al Regional Training Center di Herat.

“Quando usciamo di pattuglia nei villaggi vicini verifichiamo tutti gli aspetti che vanno tenuti sotto controllo – racconta Max, il mio capo team – Prima di arrivare in Afghanistan abbiamo compiuto un periodo di affiatamento. Siamo intercambiabili ma ognuno di noi ha peculiarità che sfrutta a favore dell’unità. La minaccia qui in Afghanistan è asimmetrica: noi siamo riconoscibili ma è difficile individuare gli altri. Proprio per questo cerchiamo sempre di variare percorsi, strade per non essere prevedibili. E poi registriamo ogni minimo cambiamento e lo segnaliamo. Ogni volta che usciamo di pattuglia ci giochiamo la nostra partita”.

Il Lince imbocca l’ingresso della base. Ci lasciamo alle spalle un’immensa nuvola di polvere. Due ore di pattuglia. Tra le case, tra la gente. Negli occhi ogni fotogramma di Afghanistan carpito attraverso il finestrino del Lince. Scendiamo dal mezzo e posso finalmente sganciarmi l’elmetto. Saluto Centralina, Antenna e Frizione. Non dico loro che sono orgogliosa di essere salita a bordo del loro Lince anche se lo penso. Ci ritroveremo più tardi in mensa. Io non ho un nome in codice ma per un giorno mi sono sentita davvero parte del team. Una giornalista e la sua scorta.
Fonte:Italnew.info
Questa non e' altro che una sola delle giornate dei militari in missione vista e vissuta in prima persona da una giornalista,e' affascinante come sia riuscita a cogliere ogni piccola sfumatura,come sia riuscita a rendere palpabile la tensione che ci attanaglia ogni qual volta usciamo di pattuglia,sono rientrato da pochi giorni ma, leggendo questo articolo,sono riuscito a risentire il rombo dei Lince e l'odore persistente del carburante.Articolo scritto veramente con il cuore,difficile non restarne colpiti.
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Centralina, Antenna, Frizione. I nomi in codice dei ragazzi della mia scorta. So che in caso di attacco o di pericolo io dovrò affidarmi completamente a loro. Nella sala operativa, seduti diligentemente come bambini al primo giorno di scuola, ascoltiamo le istruzioni del capo scorta, il capitano...
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22/05/2011 01:23:28
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Amnesty International accusa .

24 febbraio 2011 ore 02:27 segnala

Amnesty International ha accusato oggi la comunità internazionale di aver abbandonato il popolo libico nel momento di massimo bisogno, proprio mentre il colonnello Gheddafi minacciava di "ripulire la Libia casa per casa". L'organizzazione per i diritti umani, secondo cui la risposta del Consiglio di sicurezza è stata vergognosamente al di sotto di quanto necessario per fermare la spirale di violenza in Libia, continua a chiedere un'azione concreta, incluso un embargo immediato sulle armi e il congelamento degli assetti patrimoniali.

 

Ieri il Consiglio di sicurezza aveva emesso una dichiarazione che chiedeva la fine della violenza e sollecitava la Libia ad agire con moderazione e a rispettare i diritti umani, senza prendere alcuna misura di sostanza.

 

Amnesty International ha anche criticato l'Unione africana, che non ha convocato il suo Consiglio per la pace e la sicurezza per discutere della crisi dei diritti umani in Libia.

 

"Il colonnello Gheddafi ha detto chiaramente che, per rimanere al potere, è pronto a uccidere tutti coloro che gli si oppongono. Questo è inaccettabile. Il colonnello Gheddafi e chiunque risponda ai suoi comandi devono sapere che verranno chiamati a rispondere, sulla base del diritto internazionale, dei crimini che hanno commesso" - ha dichiarato Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International. "Le sue minacce rendono la pavida risposta della comunità internazionale ancora più agghiacciante. I libici ora hanno bisogno non di mere espressioni di preoccupazione ma di azioni concrete e immediate".

 

Amnesty International ritiene che, come minimo, il Consiglio di sicurezza dovrebbe imporre un immediato embargo sulle armi verso la Libia e congelare gli assetti patrimoniali di Gheddafi e dei suoi principali consiglieri militari e di sicurezza.

 

All'Assemblea generale delle Nazioni Unite, Amnesty International chiede di sospendere da subito la Libia dal Consiglio Onu dei diritti umani. Questo organismo dovrebbe immediatamente inviare una missione d'inchiesta nel paese e formulare raccomandazioni su come porre fine alle violazioni dei diritti umani e sull'eventuale deferimento della materia alla Corte penale internazionale.

 

Queste richieste giungono all'indomani del discorso in cui il colonnello Gheddafi ha definito "scarafaggi" e "ratti" i manifestanti e ha comparato la situazione libica a quella cinese, dove l'unità nazionale "era stata più importante della gente di piazza Tiananmen". 

 

Amnesty International ha inoltre criticato la risposta dell'Unione africana alla crisi in corso, nella quale, secondo numerosi resoconti, sarebbero coinvolti mercenari fatti arrivare da paesi africani per sopprimere con violenza le proteste.

 

"È oltraggioso che il Consiglio per la pace e la sicurezza dell'Unione africana non si sia neanche riunito per esaminare la situazione di emergenza in uno dei suoi stati membri" - ha commentato Shetty.

 

Amnesty International ha chiesto pertanto all'Unione africana di assicurare che i suoi stati membri, specialmente quelli confinanti con la Libia, non si rendano complici delle violazioni dei diritti umani in quel paese e, in particolare, monitorino possibili voli sospetti verso la Libia. L'organizzazione ha infine sollecitato la Lega araba, che ieri ha escluso la Libia dalle sue riunioni, di onorare i suoi impegni pubblici, istituendo tra l'altro un comitato indipendente d'inchiesta arabo sulla crisi in Libia.

 

Nel frattempo in diverse città italiane si stanno organizzando manifestazioni di solidarietà con l’obiettivo di fermare il massacro in atto nel paese. 

 

La Circoscrizione Lombardia sta prendendo parte, in queste ore, a un presidio organizzato a Milano davanti al consolato libico. Domani, giovedì 24 febbraio, alle ore 16, prenderemo parte a una manifestazione che si terra’ a Roma di fronte a Montecitorio, dove interverrà un rappresentante dell'associazione. A Cagliari, il gruppo 128 parteciperà a un sit-in organizzato per il prossimo venerdì 26. Altre iniziative sono in fase di organizzazione in queste ore. 

 

Nel caso vogliate organizzare iniziative o siate invitati a parteciparvi, vi chiediamo di comunicarcelo prima, così da poter valutare insieme le modalità migliori. 

 

Vi ricordiamo che le richieste di Amnesty International al governo italiano sono tre: 

- la richiesta, in virtù dei rapporti di amicizia esistenti tra i due paesi, dell'immediata e incondizionata fine delle violazioni dei diritti umani che stanno avendo luogo;

- la sospensione della fornitura di armi, munizioni e veicoli blindati alla Libia fino a quando non sarà cessato completamente il rischio di violazione dei diritti umani nel paese. 

- la sospensione le operazioni congiunte con la polizia libica sul controllo dei flussi migratori.

 

Tutte queste tre richieste sono state presentate in una lettera inviata ieri, 22 febbraio, dal Segretario generale di Amnesty International Salil Shetty al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, al ministro dell'Interno Maroni e al ministro degli Affari esteri Frattini. Inoltre, Amnesty International ha chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e alla Lega araba di inviare immediatamente una missione in Libia per indagare sulle circostanze che hanno provocato la morte di centinaia di manifestanti. Abbiamo anche sollecitato il Consiglio di sicurezza dell'Onu a imporre un embargo totale sulle armi alla Libia, tenendo conto che le forze di sicurezza continuano a servirsi di armi, munizioni e relativi equipaggiamenti militari e di polizia per esercitare forza letale contro i manifestanti. 

 

Trovate maggiori informazioni su: 

http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/4523 

http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/4525 

Ricordiamo infine che, sul tema della cooperazione con la Libia, è ancora aperto alla firma un appello alla Commissaria europea agli affari interni Cecilia Malmström e al ministro dell’Interno italiano Maroni, che vi invitiamo a promuovere anche nel corso delle iniziative che vorrete organizzare. 

 

L’appello è scaricabile su http://www.amnesty.it/mettere-diritti-umani-al-centro-cooperazione-con-la-Libia 

Per qualsiasi richiesta o informazioni potete rivolgervi a campaign@amnesty.it

 

articolo a cura di Gabriele Paglialonga- Amnesty International.

PER "SOSTENITORI DELLE FORZE DELL'ORDINE"

Quando i diritti umani vanno a farsi fottere e tutti stanno a guardare ma sono in pochi a fare qualcosa,in questa carneficina siamo correi essendo il nostro Paese uno dei massimi fornitori di armi,veicoli blindati e tanto altro della Libia(e non solo)Frattini ci racconti ancora che Gheddafi e la Libia sono un modello di democrazia,in questi frangenti riescono a farmi vergognare di essere un militare.

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Amnesty International ha accusato oggi la comunità internazionale di aver abbandonato il popolo libico nel momento di massimo bisogno, proprio mentre il colonnello Gheddafi minacciava di "ripulire la...
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18 gennaio 2011 ore 22:38 segnala
Scontro a fuoco a Bala Murghab in un avamposto della base italiana Afghanistan: morto un militare italianoBerlusconi: «Serve davvero restare?»
La vittima è il caporalmaggiore Luca Sanna, 33 anni di Oristano. La Russa: grave anche un altro soldatoMILANO - Dopo la morte in Afghanistan del caporalmaggiore Luca Sanna, 33 anni di Oristano, mentre un altro alpino, Luca Barisonzi, 20 anni, è rimasto ferito gravemente nel corso di uno scontro a fuoco all'interno di un avamposto nei pressi della base italiana a Bala Murghab, facendo così salire a 36 i soldati italiani morti in Afghanistan, in serata il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, si chiede «se serve davvero restare». Di fronte a un «dolore che si ripete troppo spesso, ci chiediamo sempre se serve davvero restare lì per provare a portare la democrazia», ha spiegato il premier. «Speriamo davvero di poter attuare una strategia per il ritorno dei nostri soldati. Stiamo addestrando le forze afghane, e speriamo che il governo afghano sia presto in grado di garantire la sicurezza e la stabilità con le proprie forze».
IL MINISTRO DELLA DIFESA - «Purtroppo devo dirvi che uno dei nostri militari in Afghanistan è morto», ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa parlando dello scontro a fuoco. Il caporale degli Alpini Barisonzi, di origine pavese, che in un primo tempo non sembrava in pericolo di vita in quanto ferito alla spalla, in serata si è aggravato, ha detto il ministro. «Quando le sue condizioni verranno stabilizzate sarà trasferito in un'altra struttura sanitaria», ha aggiunto La Russa, secondo cui «il personale medico militare gli sta fornendo ogni assistenza possibile».
SPARATORIA ALL'INTERNO DELLA BASE ITALIANA - La Russa, ha confermato poi che la sparatoria è avvenuta in un avamposto della cintura di sicurezza di Bala Murghab, denominata Hilander. In quella base opera l'ottavo reggimento Alpini di Cividale del Friuli.
La Russa ha poi spiegato le ragioni del susseguirsi degli attacchi contro gli italiani in Afghanistan: «Per la prima volta dopo tanti anni non stiamo solo dentro le basi fortificate, ma miriamo a controllare il territorio per fare in modo che la popolazione afgana rientri nei suoi villaggi. Gli avamposti sono più facilmente esposti agli attacchi degli insurgent».
UCCISO DA UN UOMO IN DIVISA AFGANA - «È stato ucciso da un terrorista in uniforme dell'esercito afgano» ha detto poi nel corso di una conferenza stampa il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Secondo La Russa, sono due le ipotesi ancora al vaglio degli investigatori: o che il terrorista non fosse un militare ma indossasse l'uniforme, oppure - «meno probabile» - che fosse un infiltrato nell'esercito afgano, arruolatosi proprio per compiere azioni di questo tipo.
«I fatti - ha ricostruito La Russa - sono avvenuti alle 12,05 ora italiana in un avamposto nella zona di Bala Murghab», nella parte settentrionale della regione ovest, a comando italiano. Il caporalmaggiore Luca Sanna e un suo commilitone «sono stati entrambi colpiti da un uomo che indossava una uniforme afgana e che si è avvicinato loro con uno stratagemma, forse manifestando problemi all'arma». Dopo aver centrato Sanna alla testa e l'altro militare alla spalla, l'uomo «si è allontanato. Per questo - ha proseguito La Russa - non è possibile dire ora con certezza se fosse un terrorista che indossava una divisa o un vero e proprio infiltrato nell'esercito afgano. In un caso o nell'altro non si può parlare di fuoco amico, perchè è stato sicuramente fuoco nemico».
Secondo la ricostruzione fatta poi da La Russa, l'omicida si sarebbe avvicinato ai due militari italiani fingendo un problema al fucile, poi avrebbe aperto il fuoco e approfittando della confusione del momento sarebbe scappato. «Ho attivato - ha spiegato La Russa - le vie necessarie per parlare entro mercoledì con Petreus». Il ministro ha poi detto nel corso dell'incontro con la stampa al ministero della Difesa di essere pronto a riferire alle Camere per dare tutte le informazioni su quanto accaduto. E ha poi ribadito la sua solidarietà alla famiglia della vittima.
NAPOLITANO - Immediato il cordoglio del capo dello Stato. «Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appresa con profonda commozione la notizia dello scontro a fuoco, esprime i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei famigliari del militare caduto nella missione internazionale per la pace e la stabilità in Afghanistan, e un affettuoso augurio al militare ferito». Lo si legge in una nota diffusa dal Quirinale.
BERLUSCONI - «Esprimo a nome mio personale e di tutto il governo profondo dolore per la morte di un nostro soldato in Afghanistan mentre svolgeva un'importante missione di pace per la stabilità e contro il terrorismo» ha dichiarato invece il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. «Alla famiglia - dice il premier in una nota - vanno il mio cordoglio e la mia vicinanza, e al militare ferito i miei auguri di pronta guarigione. Ai militari impegnati nelle diverse missioni rinnovo l'appoggio e la gratitudine di tutto il governo per la professionalità e l'umanità con le quali garantiscono libertà e sicurezza nelle più tormentate regioni del mondo».
Fonte:"Corriere della Sera"
Per noi un altro grande dolore,per gli altri solo un'altra occasione per riempirsi la bocca di chiacchiere,e magari aumentare la tiratura dei giornali o aumentare lo share dei loro programmi...........si muore ancora e,forse,stanno uccidendo anche le nostre idee,le nostre aspettative.


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Scontro a fuoco a Bala Murghab in un avamposto della base italiana Afghanistan: morto un militare italianoBerlusconi: «Serve davvero restare?» La vittima è il caporalmaggiore Luca Sanna, 33 anni di Oristano. La Russa: grave anche un altro soldatoMILANO - Dopo la morte in Afghanistan del... (continua)
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16 gennaio 2011 ore 22:55 segnala
La notte fa' affollare i pensieri,si susseguono accavallandosi gli uni con gli altri,il giorno passa tra mille cose da fare e il tempo tiranno non ti lascia un attimo per pensare,si respira sabbia e polvere,ma la notte e' diverso,sono solo io e i miei pensieri,vedro' un'altra alba tra il fumo di una sigaretta e e il respiro del vento.un'altra notte di guardia e di pensieri in liberta'........bella la notte.
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La notte fa' affollare i pensieri,si susseguono accavallandosi gli uni con gli altri,il giorno passa tra mille cose da fare e il tempo tiranno non ti lascia un attimo per pensare,si respira sabbia e...
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Parole,parole e mezze verita'......

10 gennaio 2011 ore 19:44 segnala
Vicenza. Matteo Miotto, altra verità sulla
morte. Il padre: «Spero che sia l'ultima»Sparisce il cecchino, secondo il ministro La Russa è stato un
attacco talebano. Il genitore: «Avevo avuto dubbi fin dall'inizio»VICENZA (6 gennaio) - Parla papà Francesco: «Questa versione, se è vera, cambia completamente lo scenario della morte di Matteo. Ma attendo comunicazioni ufficiali». Francesco Miotto è tornato da poco dal camposanto di Thiene, dove martedì è stato sepolto suo figlio, nell’area riservata ai caduti di guerra. La notizia lo raggiunge mentre è in casa. Un fulmine a ciel sereno che sembra dare ragione ai dubbi che aveva espresso quando si cominciava a profilare un’altalena di verità dietro la versione ufficiale giunta dall’Afghanistan. Ha retto per cinque giorni. È poi bastato che il ministro della Difesa andasse ad Herat perchè si sapesse che il caporal maggiore Matteo Miotto non è stato ucciso da un cecchino, ma nel corso di un attacco talebano all’avamposto del contingente italino.
Ha saputo la notizia?
«Certo, ne ho appena parlato anche con il sindaco di Thiene. Ma posso dire che ne so quanto voi. Al momento so le notizie che mi vengono riferite dai giornalisti».

Un commento?
«Non voglio rilasciare alcun commento finchè non avrò comunicazioni ufficiali e saprò che è vera».
La fonte è più che autorevole, il ministro della Difesa Ignazio La Russa.
«Se la notizia fosse vera, credo che dovrebbe cambiare completamente lo scenario della morte di mio figlio».

In questi giorni sono girati molti dubbi. Lei se ne è fatto anche interprete, chiedendo di sapere la verità.
«Ma l’ho fatto senza alcun intento polemico».

Cosa le avevano detto?
«Quando ho ricevuto la chiamata da Herat che mi dava la notizia mi hanno detto che Matteo era stato colpito da un cecchino». Perchè ha espresso dei dubbi?
«Perchè poi mi era stata esposta la versione di un colpo al fianco. Ma anche perchè penso che se un soldato è di guardia in una garitta, in quella posizione egli debba avere le parti vitali protette. Altrimenti un cecchino può appostarsi a mezzo chilometro di distanza e aspettare il momento buono per sparare. E uccidere chi sta di guardia».

Lei lo ha visto?
«Ho insistito, me lo hanno fatto vedere. Alla testa non era stato colpito. Ho visto il suo volto, era intatto. Il viso di Matteo era bello come non mai... Era in divisa da alpino. Non mi sono posto il problema del foro d’entrata. Io volevo solo abbracciare mio figlio. E l’ho fatto come ha fatto la Madonna nella Pietà».

Eppure ha incontrato il ministro La Russa, il colonnello degli alpini Fregona.
«Ma abbiamo parlato di tutt’altre cose che non della dinamica. Non era il momento, con il ministro, nè in chiesa a Roma, nè al cimitero a Thiene».

Adesso, che idea si è fatto?
«Io mi attengo a quello che dice l’Ansa, a quello che ha detto il ministro La Russa. Ma non voglio fare commenti, aspetto di avere ulteriori informazioni. Deve capire il nostro stato d’animo, siamo affranti dal dolore».

In serata La Russa ha informato i genitori di quella che egli ha definito «un’integrazione della dinamica». Ma Francesco Miotto replica: «Ero in attesa di sapere prima e resto in attesa ora. Speriamo che sia l'ultima versione».

Fonte:"IL GAZZETTINO,IT
Ricercare chi ha mentito e cacciarlo !

So che c'è un console italiano che in realtà svolge (ed è) cameriere di un hotel.Chi è addentro a queste strutture sa che dico la verità e a chi mi riferisco !E' una vergogna per l'Italia.Se fosse stato questo console che ha dato la notizia al Ministro o altre persone che svolgono, senza professionalità alcuna, questo delicato lavoro, si capisce il perchè di queste imprecisioni dovute anche alla ignoranza e al pressappochismo di questi individui che devono essere cacciati anche per evitare brutte figure ed altro !Saluti


commento inviato il 07-01-2011 alle 23:23 da Carl

 Missione fallita.

Quanti morti servono ancora per capire che la missione è perduta e che non vale la pena di morire per Karzai?

commento inviato il 07-01-2011 alle 07:12 da Pier

 ministro,sin informi prima di fare sceneggiate

nel 2010 esistono ancora lontani avamposti da dove arrivano dispacci telegrafici? pensavo che con internet e la telefonia mobile si potessero avere intempo reale informazioni precise e dettagliate di quanto avviene tra le nostre truppe, intente a spezzare le reni all'afghanistan (non ci riusciranno mai)
ministro, spenda sti euri, compri un telefono satellitare ai nostri ragazzi in missione ed eviti di dare loro colpe sulla sua disinformazione detta anche propaganda.
vergogna, a casa tutti e subito, a fare un lavoro serio, a giocare alla guetta cada lei.
distinti ma non cordiali saluti
bepi da venezia

commento inviato il 07-01-2011 alle 04:57 da bepi da venezia

 
Ma non vi vergognate di parlare di politica????qui stiamo parlando della morte di un ragazzo!!!!mi fate veramente pena voi comunisti del c***o e voi fascisti!!!!rispettate questa morte e i vostri giudizi riguardo la politica fateveli da un'altra parte!!!irrispettosi!!!!!!
CIAO MATTEO PRIMA O POI CI INCONTREREMO!!!!

«Ho insistito, me lo hanno fatto vedere. Alla testa non era stato colpito. Ho visto il suo volto, era intatto. Il viso di Matteo era bello come non mai... Era in divisa da alpino. Non mi sono posto il problema del foro d’entrata. Io volevo solo abbracciare mio figlio. E l’ho fatto come ha fatto la Madonna nella Pietà».

...da brividi...

commento inviato il 07-01-2011 alle 00:42 da Mary

 Sig MAURO 1

Hai scritto:
"Naturalmente, se ogni volta che subiamo un attacco, le anime belle della sinistra cominciano la solita solfa sul ritiro dei soldsti, allora sì che i talebani si sentono autorizzati ad attaccare di nuovo i nostri, sapendo che siamo il punto debole dello schieramnto militare che li combatte!!"
CRIBIO !!!!
Perchè non ti armi e vai tu a combattere i talebani?
Sicuramente sapresti mettere tanta di quella paura in corpo agli stessi, tanto da costringerli a scappare a gambe levate, così anche le anime belle della sinistra se ne starebbero quiete.

commento inviato il 06-01-2011 alle 23:04 da Claudio - BL

Questi solo alcuni dei commenti che mi lasciano ancora di piu' capire che c'e' un malessere e un'avversita'(oltre a molta disinformazione),non dico nei nostri confronti ma,in generale verso le missioni militari all'estero,di tutto cio' mi colpisce solo il dolore che traspare dalle parole del papa' di Matteo,mi fa' pensare allo stato di animo dei miei genitori quando danno notizia nei tg di quello che accade,lasciamo decidere sulle sorti delle missioni all'estero solo ed esclusivamente ai risultati che conseguiamo ogni giorno e a quanto di positivo possiamo fare,certo ci sara' ancora da soffrire,bisognerebbe solo rendere un po' piu' sicuro il nostro lavoro(per quanto e' possibile)c'e' molto da lavorare su questoma,andare via no,in questo momento sarebbe un errore madornale far rientrare le nostre truppe,c'e' bisogno di tutti,le colpe(se colpe ci sono)saranno stabilite,un familiare non si accontenta di una telefonata,una medaglietta di riconoscimento e una stretta di mano(e magari una pacca sulla spalla)al funerale,la verita' sempre e comunque.

 


Non siamo solo macchine da guerra!!!

04 gennaio 2011 ore 23:52 segnala

Colpito da un cecchino, era originario di Thiene

Era in forza al 7/o reggimento alpini di Belluno il caporal maggiore Matteo Miotto, il militare ucciso oggi da un cecchino mentre era in servizio all’interno della base avanzata ‘Snow’ nella valle del Gulistan. Miotto, 24 anni, veneto di Thiene, si trovava in Afghanistan da luglio. Assieme agli uomini del suo reparto e a una componente del genio era impiegato nella Task Force South East, la task Force italiana che dal primo settembre ha iniziato ad operare nell’area al confine con l’Helmand.

NELLA TORRETTA – Il militare si trovava in una torretta di guardia all’interno di una base nella valle del Gulistan, quando è stato colpito. Assieme agli uomini del suo reparto e a una componente del genio era impiegato nella Task Force South East, la task Force italiana che dal primo settembre ha iniziato ad operare nell’area al confine con l’Helmand.

(Apcom)

Per chi dice che dobbiamo mettere in conto di morire per i soldi che prendiamo,quanto valeva la vita di questo ragazzo?Piangiamo un altro fratello ma continuiamo a credere nel nostro lavoro

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Colpito da un cecchino, era originario di Thiene Era in forza al 7/o reggimento alpini di Belluno il caporal maggiore Matteo Miotto, il militare ucciso oggi da un cecchino mentre era in servizio all’interno della base avanzata ‘Snow’ nella valle del Gulistan. Miotto, 24 anni, veneto di Thiene, si t... (continua)
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27 dicembre 2010 ore 00:33 segnala
A volte un attimo ti cambia la vita,
:lamentino
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A volte un attimo ti cambia la vita, :lamentino
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26 dicembre 2010 ore 23:55 segnala
E' Natale anche per loro,cerchiamo di ricordarcelo.Molti sono convinti che basta fare una buona azione per le feste e via cosi',alla fine e' solo un giorno,basta e avanza per lavare e mettersi in pace con la coscienza :lamentinoSe si vuole fare qualcosa di concreto lo si puo' fare in qualsiasi momento,ci sono molte associazioni che si danno da fare ma,i fondi non bastano mai,i generi di prima necessita' e sopratutto i medicinali,ci sono posti in cui si muore per una semplice dissenteria.Fare del bene non costa mai tanto e sopratutto fa' sentire meglio.
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E' Natale anche per loro,cerchiamo di ricordarcelo.Molti sono convinti che basta fare una buona azione per le feste e via cosi',alla fine e' solo un giorno,basta e avanza per lavare e mettersi in pace con la coscienza :lamentinoSe si vuole fare qualcosa di concreto lo si puo' fare in qualsiasi... (continua)
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26/12/2010 23:55:59
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17 dicembre 2010 ore 15:32 segnala
Si e' portati a pensare sempre che il soldato armato abbia solo funzione di repressione deterrenza o altro,non sempre e' cosi',ci si da' da fare anche per ricostruire la' dove ce ne sia bisogno,non dico che la parte economica non influisca,ma nessuno(a meno che non abbia visto con i propri occhi)puo' immaginare la gioia che puo' dare ilsorriso di un bimbo,la stretta di mano di un uomo o lo sguardo di una madre,che sanno di poter contare sulla tua presenza.Io spero solo che il nostro lavoro e i sacrifici di chi non c'e' piu' servano non solo per ricostruire quello che le guerre hanno portato via ma,anche per poter scrivere un futuro migliore
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Si e' portati a pensare sempre che il soldato armato abbia solo funzione di repressione deterrenza o altro,non sempre e' cosi',ci si da' da fare anche per ricostruire la' dove ce ne sia bisogno,non dico che la parte economica non influisca,ma nessuno(a meno che non abbia visto con i propri... (continua)
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