voli pindarici et schizofrenie epigrafiche.

27 luglio 2010 ore 02:12 segnala
Spesso chi si finge interessato al mondo perde molte delle sue proprie sensazioni.

Le sensazioni più intime, di quelle che ti fanno venire la pelle d’oca, come per esempio il fascino del sentire fino infondo una gocciolina di sudore che scivola sul collo.

Quella tarda mattinata di fine agosto si trovava accasciata sul letto senza voglia di parlare con nessuno, senza voglia di comunicare nemmeno con il suo cane, senza voglia di ascoltare la musica, senza.

Il caldo le stava intorpidendo addirittura i pensieri e non trovava uscita da quel buco nero di pessime fantasie apatiche.

La stanza era per lo più glabra, pareti bianche con qualche foto di artistiregisticantanti che in ogni caso non l’avrebbero aiutata a vivere un altro giorno, non l’avrebbero aiutata a trovare quella luminosa sensazione che ti fa pensare: “Cazzo, sono vivo!”.

Sul pavimento si trovavano due tappeti rettangolari rossi, il letto appariva più come un materasso che come un “vero e proprio letto”.

Le avevano fatto credere, da piccola, che diventare adulti sarebbe stato meraviglioso e invece si era dovuta ricredere con grande rammarico, ogni anno era sempre più stufa e annoiata.

Non era quel tipo di noia da suicidio, ma quel tipo di noia di chi non riesce a trovare niente di interessante da fare.

Ella non aveva mai amato.

Non c’era niente di lei che aveva amato mai qualcuno.

Ella non aveva mai odiato.

Forse il dramma della sua esistenza era proprio questo.

 

Girò il capo corvino e impresse gli occhi blu sulla bottiglia di Gin, sistemata appositamente per le emergenze, sul comodino di fianco al letto.

Una smorfia nauseata le tagliò il volto pallido mentre con la mano destra si sporse per afferrarla e portarla alle labbra carnose color fragola.

Ci fu un colpo di tosse dopo che il liquido magico le inondò la gola, bruciò come arderebbe se fosse versato su una ferita ma era rimasto l’unico modo per sentire il suo corpo di cui aveva perso la composizione.