Incubi nel cassetto

01 agosto 2020 ore 18:57 segnala
Come ho già detto, l'inattività forzata del periodo di chiusura ha indotto molti di noi a fare cose che normalmente uno tende a non fare, rinviare, catalogare come non necessarie. Una di queste è la risistemazione di cassetti e armadi, che nella top ten delle attività che odio è al secondo posto dopo lavare la macchina. Del mio abbigliamento ho già scritto più volte e non intendo tornarci su, ma so che mi crederete se dico che il mio armadio e i miei cassetti non sono esattamente quelli di Lord Brummell o di Richard Gere in American Gigolò. E le uniche sfumature di grigio sono quella della biancheria intima uscita da lavaggi sbagliati. Comunque, in questo periodo mi sono addentrato nei meandri del mio vestiario e ho fatto due scoperte, o meglio una scoperta e una riscoperta.
Partiamo dalla scoperta, che è stata un doloroso colpo al cuore e che è nata dalla desolata constatazione di una assenza. "Assenza, più acuta presenza", scriveva Attilio Bertolucci, che spero mi perdonerà per averlo citato in un post accanto alle mie mutande. Allora, sto cercando di sistemare l'ammasso informe che giace nel cassetto della biancheria e vedo che manca qualcosa. Non trovo la mia adorata maglietta dell'Oktoberfest. Frugo, esamino, guardo gli altri cassetti, niente di niente. Provo ad andare nel bagno dove c'è la lavatrice, sicuro di trovarla nel cesto della roba da lavare. Non c'è. E mentre mi aggiro preoccupato per il bagno, l'occhio mi cade sul contenitore seminascosto dietro la porta dove si ammucchiano i capi vecchi da adibire a stracci.
Avete già capito, vero? Tra stracci di ogni colore fa capolino un lembo viola. Con le lacrime agli occhi, mi chino e con delicatezza la tiro fuori. Rovinata, sporca, accuratamente ripiegata tra un vecchio canovaccio da cucina e pezzi di un vecchio lenzuolo dei ragazzi. Sì, era di un colore abominevole. Sì, era piena di sfilacciature, qualche buco, collo liso. Sì, era dello scorso millennio. Ma questo non sfuma il dolore. Non si è mai pronti a dare l'estremo saluto ad una vecchia amica, anche se si ha la consapevolezza che ormai il suo ciclo di vita era finito. Non so come vi comportate voi con le magliette, ma le mie t-shirt hanno un preciso ciclo di fasi di vita che si ripete immutabile, dall'inizio alla fine. E la successione delle tappe che ogni maglietta attraversa è la seguente.


1) Maglietta bella
2) Maglietta così così
3) Maglietta per lavori
4) Maglietta per dormire
5) Straccio

Ora, sto facendo riflessioni inquietanti tipo chiedermi se il Nirvana di una maglietta, dopo varie reincarnazioni, è lo stato di straccio. Se questo stato finale si può considerare una evoluzione della coscienza della maglietta, che passa da un effimero essere indossata per meri fini estetici ad assumere una progressiva utilità fino all'annullarsi come vanesio indumento e servire il disegno cosmico divenendo umile straccio. Se invece voi vi state chiedendo se nel mio assoluto disinteresse per come sono vestito io ho mai considerato come maglietta bella da indossare a una cena una t-shirt viola dell'Oktoberfest 1992, col gusto della perfidia non vi risponderò. E, amica mia, voglio dirti che a metterti nella cesta degli stracci non sono stato io. Non lo avrei mai fatto, lo sai. Fosse stato per me, ti avrei tenuta ancora in fase 3 o 4 per una decina d'anni. E' stato fatto a mia insaputa, te lo giuro.
Il secondo evento legato al vestiario invece è stata una scoperta, o meglio una riscoperta. Pare che, a metà del secolo scorso, in occasione del matrimonio da cui poi sono nato, mia nonna avesse fornito mio padre di un corredo nuziale. Non si è mai saputo bene cosa contenesse, ma le uniche cose che si sono salvate sono alcuni fazzoletti e due camicie da notte da uomo. In quanto unico erede maschio, sono toccate a me. Una con bordino blu e una con bordino rosso, le iniziali cifrate sul taschino. Erano finite in un cassetto, sepolte sotto strati geologici di altri capi di abbigliamento. E nel periodo di lockdown sono riemerse. Anche qui, essendo persone argute avete già capito cosa è successo, vero ? Di tutto questo esistono anche prove fotografiche (sì, la mia signora oltre a buttarmi via magliette a tradimento ha il vezzo di immortalare le mie performance peggiori), ma quel minimo di dignità rimastami mi vieta di renderle pubbliche. Quindi, dovete prendere per buone le mie parole e prendere atto del fatto che l'umile autore di questo blog per tutto il periodo del lockdown ha dormito indossando una elegante, vintage camicia da notte maschile. E, se mi consentite una piccola annotazione personale, godendone assai. Essendo scarso a tette, almeno per il momento, non so dire cosa provano le gentili lettrici quando tolgono il reggiseno. Ma posso dire, citando Luciana Littizzetto, che dormire col grande cocomero libero di ballare la lambada è tutta un'altra storia.
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Come ho già detto, l'inattività forzata del periodo di chiusura ha indotto molti di noi a fare cose che normalmente uno tende a non fare, rinviare, catalogare come non necessarie. Una di queste è la risistemazione di cassetti e armadi, che nella top ten delle attività che odio è al secondo posto...
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01/08/2020 18:57:39
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L'ultima cena

25 luglio 2020 ore 15:56 segnala
A.D. 2020, siamo ai primissimi giorni di Marzo e si comincia a capire che sta succedendo qualcosa di veramente serio. Quindi, dato che le cose serie vanno affrontate con serietà e possibilmente coi piedi sotto la tavola, scatta la convocazione per una cena tra amici. Uno dichiara forfait all'ultimo momento annunciando di essersi messo in autoisolamento, dei due medici uno è trattenuto in ospedale e l'altro arriva dopo lungo responsabile travaglio sull'incertezza di unirsi o meno alla comitiva. I presenti espletano i riti iniziali di saluto con la consueta brillantezza. Qui percepisco la vostra timorosa curiosità ed apro una parentesi che potete consapevolmente scegliere di saltare.
Se avete scelto di non saltarla, state per venire informati del fatto che per usanza pluridecennale il saluto tra gli esponenti di questo branco di grigi pachidermi in marcia compatta verso la terza età consiste in un cordiale "ciao coglionazzo" seguito dal tentativo di tirare una manata nei coglioni al tuo interlocutore. Quando l'interlocutore è disattento, non fa il saltino indietro e la manata si concretizza nell'afferrata dei gioielli di famiglia, il rituale prevede che sghignazzando si commenti "brutta gallina" in dialetto stretto. Sull'onda di questo imbarazzante outing, sono tentato di chiedere alle mie gentili lettrici se anche loro quando si salutano alle cene di gruppo del gentil sesso indulgono a pratiche simili, e nel caso di ragguagliarmi sulle suddette pratiche. Delle cene miste a cui sono presenti le nostre signore, posso solo dire che noi ci comportiamo in modo vilmente dignitoso astenendoci dal rituale succitato, soprattutto per non dare motivo alle nostre consorti di fare battute sulle cause delle nostre eventuali defaillance.
Comunque, completate le pratiche iniziali ci sediamo e qualcuno se ne esce con la prevedibile battuta sul fatto che potrebbe essere l'ultima cena. E qui, dopo una sacrosanta toccata di coglioni, almeno per chi ha superato indenne il saluto di cui sopra, la mia approfondita conoscenza della storia sacra (leggasi "vaghi ricordi del catechismo") unita alla progressiva crescita del tasso alcolico e ad una mia tendenza ad aggirarmi sul labile confine che divide minchiate e blasfemia ha provocato una serie di riflessioni. No, riflessioni è una parola grossa. Sono proprio inequivocabilmente minchiate.
Anzi, qui scatta una doverosa avvertenza. Se siete sensibili ai temi religiosi e vi infastidisce sentirne parlare in modo leggero e irriverente, vi conviene cambiare post e forse anche blog, dato che con me "scherza coi fanti e lascia stare i santi" non attacca. Quindi, proseguendo nella lettura dichiarate di essere maggiorenni, consapevoli dell'avvertenza e vi impegnate a non rompermi i coglioni con commenti scandalizzati.
Allora, tanto per cominciare, l'ultima cena in tempi di CoViD-19 sarebbe stata possibile o il gruppo avrebbe dovuto rispettare il distanziamento? Dodici persone più una nell'orto del Getsemani sarebbero state sanzionate per assembramento? E per arrivarci avrebbero dovuto compilare una autocertificazione? E Giuda cosa ci avrebbe scritto come motivo di necessità, "esco per andare a tradire il figlio di Dio" ? E avrebbe potuto dare il fatidico bacio levandosi la mascherina? E ribaltando il paragone sulla nostra cena, se fosse stata l'ultima dopo quella sera nella messa si sarebbe sentito "sfilettò il branzino, lo diede ai suoi discepoli e disse prendete e mangiatene tutti, che poi magari ci facciamo un frittino"? La lavanda dei piedi andava bene anche col gel idroalcolico? "Prendete e bevetene tutti" sarebbe stato seguito da una interminabile accesa discussione sul tema sa di tappo o no?
Ma soprattutto, da bravi complottisti, vi siete mai chiesti seriamente cosa sapeva già Ponzio Pilato 2000 anni fa e cosa voleva dirci con quel suo lavarsi le mani ? E come si spiega il rifilare un pacco di frustate a un tizio e poi crocifiggerlo solo perché radunava folle e le invitava a scambiarsi segni di pace? E a questo punto, perso nella mia allucinazione religiosa, capirete la mia delusione alla fine quando siamo andati alla cassa. "Ragazzi, divido uguale come al solito? Sono trenta euro". Come sarebbe a dire, trenta euro? Non trenta denari? Ci sono rimasto male.
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A.D. 2020, siamo ai primissimi giorni di Marzo e si comincia a capire che sta succedendo qualcosa di veramente serio. Quindi, dato che le cose serie vanno affrontate con serietà e possibilmente coi piedi sotto la tavola, scatta la convocazione per una cena tra amici. Uno dichiara forfait all'ultimo...
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Smascherato

17 luglio 2020 ore 19:01 segnala
Delle mascherine e del mio rapporto con loro, soprattutto per quanto riguarda la barba, ho già accennato qualcosa in precedenza. Con l'arrivo della stagione calda e la fine della chiusura, la barba è tornata ad una lunghezza media che, pur continuando a fare di me quell'uomo affascinante e irresistibile di cui vi ho spesso parlato e trasformando in una vera disdetta il dover ricoprire cotanta avvenenza di lineamenti con la mascherina, mi consente di indossarla senza particolari difficoltà. Ricordatemi di contattarmi a Ferragosto, quando la Padania darà il meglio di sé per clima e umidità, e di chiedermi se la penso ancora così riguardo alla mancanza di difficoltà. Naturalmente, su tutto quanto appena detto andate pure come al solito in fiducia e catalogate a vostro piacere nella cartella "minchiate".
Anche sulle mascherine i meme si sprecavano. Il primo che mi viene in mente, e credo sia venuto in mente a molti visto che è comparso quasi subito, è quello che raffigurava un ex presidente del consiglio ben noto per il suo interesse per il sesso femminile mentre indossa a mo' di mascherina un paio di mutandine femminili. Un altro divertente era quello della ragazza con una mascherina su cui erano raffigurati dei piccoli, colorati, simpatici organi genitali maschili, con la didascalia che narrava del suo scambio con un signore che le fa notare la cosa e la risposta della ragazza che fa notare che se riesce a distinguerli vuol dire che si è avvicinato troppo e lo invita a ritornare alle dovute distanze.




A questo proposito, resto convinto che sarebbe un colpo di genio che qualcuno si decidesse finalmente a produrre una mascherina che rappresenta un bel paio di chiappe. Sarebbe un simpatico regalo da fare a tanta gente, a cui magari hai sempre voluto dire qualcosa ma non hai mai avuto il coraggio di farlo. Per molti, tra l'altro, indossandole non cambierebbe affatto la riconoscibilità e si potrebbe anche fare la battuta sul perché è uscito senza mascherina. Diciamo che per indossarle ci vorrebbe una notevole dose di autocoscienza e di autoironia.
Poi c'è anche la gente a cui la cosa delle mascherine è un tantino sfuggita di mano, ma questo è un altro discorso.




Ora, dovreste sapere (e se non lo sapete ve lo dico ora) che non riesco a farmi fino in fondo una buona opinione di voi, del resto non potete negare che siete gente che legge blog come questo e io non me ne farei vanto. Proprio perché vi conosco e penso di voi quel che penso, dopo questa immagine facciamo un patto serio tra gente seria. Non lo suggelliamo con una stretta di mano perché ancora siamo prudenti e pieni di cautele riguardo al contagio, ma voglio essere ugualmente chiaro. Io mi impegno a non fare di mia iniziativa foto con mascherine in posti stravaganti e voi vi impegnate a non intasarmi la posta con richieste di farlo, va bene? Se qualcuno si sta chiedendo cosa, sappia che sono davvero felice di avere tra i miei lettori un'anima candida.
Tornando su un livello di pseudoserietà, posso dire che comunque non tutte le mascherine vengono per nuocere. Intanto, l'uso forzato della mascherina ha fatto sì che questa sia stata la primavera in cui sono stato meglio con la mia allergia. E soprattutto, la mascherina si sta rivelando un validissimo alleato nelle strategie di evitamento da usare quando si incontra per strada qualcuno che ci sta sui coglioni o che comunque non si ha voglia di salutare. Tutte quelle ignobili bassezze tipo cambiare marciapiedi al volo rischiando di farsi investire, voltarsi a guardare vetrine di cui non ci frega assolutamente un cazzo, fingere di allacciarsi le scarpe anche se si hanno i mocassini, sono validamente sostituite da un dignitoso ignorare continuando a incedere a testa alta, con la possibilità di giocarsi un valido jolly tipo "Oh, scusa, sai che con la mascherina non ti avevo riconosciuto?"
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Delle mascherine e del mio rapporto con loro, soprattutto per quanto riguarda la barba, ho già accennato qualcosa in precedenza. Con l'arrivo della stagione calda e la fine della chiusura, la barba è tornata ad una lunghezza media che, pur continuando a fare di me quell'uomo affascinante e...
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Spie

02 luglio 2020 ore 21:25 segnala
Nel periodo di lockdown ho avuto spesso a che fare con la parola spia, con accezioni diverse.
La prima è automobilistica, nel senso che ho vissuto un periodo di ansia dovuta al fatto che le officine avevano tempi di attesa biblici ed essendo costretto ad usare l'auto ogni minimo lampeggiamento di qualsivoglia spia nel quadro del cruscotto era foriero di apprensione, agitazione e ricorso a parole per le quali il premio bon ton 2020 non mi vedrà tra i favoriti. Comunque, ho finalmente avuto appuntamento per i tagliandi di entrambe le auto e tutte le spie (tranne una, ma non è importante) tacciono, quindi ostento un moderato ottimismo. In ogni caso, questo sottoargomento non era previsto, mi è venuto in mente adesso mentre scrivevo e fondamentalmente l'ho scritto solo per utilizzare la frase "foriero di apprensione", che per qualche imperscrutabile motivo sentivo il bisogno di usare in un post.
La seconda è comportamentale, ed entra più nel merito della chiusura e dei relativi provvedimenti, in particolare del divieto di uscire se non per motivi di necessità e del distanziamento tra persone. Sono tendenzialmente portato a farmi succulente padellate di cazzi miei, quindi di quello che la gente faceva o non faceva in giro me ne sbattevo solennemente le palle non mi curavo granché. L'unica volta in cui ho accusato il colpo è stato quando camminando per una strada di campagna con mio figlio ho incrociato un tizio che ha commentato qualcosa sul fatto che eravamo troppo vicini. Sono stato educatissimo, anche se ho avuto la tentazione di avvicinarmi fingendo di non aver sentito e tossirgli addosso. Però so di aspre discussioni, per non dire di peggio, tra gente che era uscita e gente non uscita che spiando dai balconi rimproverava agli usciti il fatto di essere usciti senza il permesso di uscire mentre loro non uscivano perché non si poteva uscire essendo proibite le uscite. Da questo uscivano interessanti scambi tra gente uscita di testa. Questo sottoargomento, lo avrete capito, l'ho scritto soltanto per vedere quante volte riuscivo a usare la parola "uscire" in poche righe.
La terza è etologico-televisiva ed è quella da cui ha avuto origine l'idea del post. Come ho detto qualche post fa, nel periodo di chiusura sono scivolato in una condizione di totale, amorfa passività davanti alla tele. Una delle trasmissioni che mi sono trovato a guardare, e della quale sono diventato un convinto fan, era un documentario della BBC (credo) sul mondo animale intitolato appunto "Occhio alla spia". L'idea è semplice, si manda in mezzo a gruppi di animali un robot semovente con le fattezze dell'animale stesso che come occhi ha una telecamera, quindi gli animali non si spaventano e continuano a fare la loro vita senza sapere di essere ripresi dalla spia. Un po' come fanno Zuckerberg & Co. insomma, con la differenza che tutte le vostre puttanate su FB siete voi a mettercele e come se non bastasse vi mettete anche Alexa in casa. Io, e so che mi crederete, ovviamente ho iniziato a guardarlo sperando di vedere qualcosa di divertente o meglio ancora peccaminoso, tipo una gara di rutti tra ornitorinchi, un marito ippopotamo che litiga con una moglie ippopotama infedele, koala che si scaccolano durante amplessi di gruppo. Invece mi sono trovato a guardare l'appassionante storia di mamma coyote che cerca il suo piccolo che si è perso (per le anime sensibili, sappiate che lo ha ritrovato sano e salvo), le avventure di (quei gran fiji de na mignotta de) pinguini che si rubano le uova lasciate incustodite, un gruppo di orang utan (o macachi, non mi ricordo, insomma scimmie) che fa il bagno in una pozza d'acqua seguendo una gerarchia che definire medievale è un complimento. Ma quello che mi è piaciuto di più è stato quello sull'igiene del facocero. Il facocero è un animale meraviglioso, non so se avete presente Pumbaa del Re Leone, praticamente un maiale grunge. Quando si sente particolarmente sporco, si sdraia su un fianco in una posizione convenuta e arriva un gruppo di manguste che inizia a banchettare strappandogli via di dosso parassiti e pelle secca. Io, devo ammetterlo, ho guardato e apprezzato questa stupenda puntata con una mangusta che litigava con una appetitosa zecca che non voleva staccarsi mentre compiaciutissimo mi ingozzavo di merendine davanti a questa scena francamente disgustosa senza fare una piega. Dopodiché, era ormai il secondo mese di lockdown, ho tentato di stendermi sul divano nella stessa posizione del facocero ma in casa mia evidentemente scarseggiano le manguste e invece del grido di esultanza delle suddette per il pasto in arrivo è arrivato il secco commento de LSD sul fatto che mi ero appena alzato dal letto e se non avevo nient'altro di meglio da fare che sbriciolare sul divano. Con lo stile che mi contraddistingue, ho emesso un grugnito baritonale da fare invidia a qualsiasi facocero e masticando la quinta merendina ho risposto con un certo sussiego di non infastidirmi perché presto sarò la star di un documentario.
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Nel periodo di lockdown ho avuto spesso a che fare con la parola spia, con accezioni diverse. La prima è automobilistica, nel senso che ho vissuto un periodo di ansia dovuta al fatto che le officine avevano tempi di attesa biblici ed essendo costretto ad usare l'auto ogni minimo lampeggiamento di...
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Cani sciolti

23 giugno 2020 ore 17:02 segnala
In questo periodo di complicata chiusura, la cosa dei poveri cani utilizzati come lasciapassare per uscire l'abbiamo sentita tutti. La rete pullulava di meme col cane sfinito che non vuole più uscire a fare i bisognini, il cane astuto che ricatta i padroni o non vuole farsi portare fuori, la gente che non ha mai avuto un cane che corre a comprarne uno solo per poter uscire. Anche nel mio quartiere ci sono diversi proprietari di cani, li vedevo ogni tanto dalla finestra col loro cagnolino o cagnone al guinzaglio mentre facevano la sacrosanta passeggiata.
Tutti quieti e composti, tranne uno. C'era, e c'è ancora, un tizio sul palestrato spinto che porta fuori il cane e lo molla, di tenerlo al guinzaglio non se ne parla nemmeno. Ora, io non ho cani, non ne ho mai avuti e mai ne avrò quindi secondo le migliori tradizioni mi espongo con beata incoscienza parlando di cose di cui non so assolutamente un cazzo. Però, da quel che so e vedo, il cane lasciato libero fa cose da cane, ovvero correre come un pazzo avanti e indietro, abbaiare, vedere se si riesce a rimediare qualcosa di schifoso da mangiare, pisciare random e deporre sul marciapiedi omaggi che lo rendono un ottimo allenamento per lo slalom speciale, cercare qualche culo di altro cane a cui dare una sniffata e possibilmente, previo accordi, anche altro. Ma non è delle mie carenze in campo etologico che voglio parlare oggi.
Il cane in genere non credo brilli per coscienza dei propri limiti e per rispetto degli orari, men che meno il cane in questione che una volta mollato a fare il suo sporco mestiere di cane si divertiva come un pazzo e non voleva saperne di tornare in casa. E il padrone iniziava a chiamarlo. Alterandosi progressivamente con una crescita esponenziale del tasso di incazzatura, che si rifletteva nei decibel degli urli. Ecco, la cosa particolare è che questo tizio ha imposto al suo quadrupede canino un nome che sta tra il thriller e lo splatter. Non lo scrivo perché sono contrario a fornire indizi che possono rivelare la mia identità a gente grande, grossa e tendenzialmente facile all'incazzatura, ma potrebbe essere una roba tipo Chtulhu, o Leatherface, o qualsiasi altra amenità del genere.
Io non lo sapevo, e l'ho scoperto in una circostanza particolare. Immaginate un tardo pomeriggio di fine Marzo. Freddo, ormai è già buio. Notizie sulla pandemia ben poco rassicuranti, bollettini tragici. In strada sirene a ripetizione dal mattino, per tutto il giorno. Esco sul balcone e vedo una ambulanza ferma davanti al palazzo di fronte, lampeggianti azzurri in funzione. Scende qualcuno bardato da incidente nucleare, entra nel palazzo e ne esce poco dopo seguito a rigorosa distanza da un tizio che cammina lentamente e si infila nell'ambulanza. E mentre sto guardando questa scena da fiction catastrofica, nella gelida oscurità si leva un urlo belluino a centottanta decibel.

"FreeeddiiieKruuugeeeer"

Seguito da un abbaiare festoso. E io coi peli dritti guardo la luna in cielo, ma la voce di LSD che mi chiede di portare dentro un sacchetto per l'organico mi ferma prima che io possa prorompere nell'ululato squarciatonsille che avevo in mente.
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In questo periodo di complicata chiusura, la cosa dei poveri cani utilizzati come lasciapassare per uscire l'abbiamo sentita tutti. La rete pullulava di meme col cane sfinito che non vuole più uscire a fare i bisognini, il cane astuto che ricatta i padroni o non vuole farsi portare fuori, la gente...
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23/06/2020 17:02:47
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Misantropia sdoganata

14 giugno 2020 ore 21:50 segnala
Sarò sincero, non avevo rapporti particolarmente buoni coi miei vicini di casa nemmeno prima dell'emergenza, questa premessa è doverosa. Diciamo che il mio atteggiamento nei confronti delle interazioni con loro si può riassumere in quattro punti.

1) Ogni volta che ti incontro per caso lungo le scale mi parte l'allucinazione condominiale del tuo mettere un piede in fallo con conseguente rovinosa rotolata, che compiaciuto lascio concludere fino all'ultimo gradino senza alcuna empatia o tipo di intervento da parte mia.
2) Ti evito accuratamente, più o meno come evito una trasmissione di Mario Giordano, lo Champagne caldo o un colpo di tosse di un tizio senza mascherina a mezzo metro da me.
3) Ti saluto e mi fermo a fare due chiacchiere (due non è un modo di dire, è realmente il numero di scambio di battute che riesco a tollerare), ma se esistesse un termoscanner che invece della temperatura misura l'ingrandimento dei testicoli probabilmente esploderebbe.
4) Mi limito a un rapido, indolore, non particolarmente cordiale, se possibile incomprensibile saluto con viso accuratamente bovino e inespressivo prima di scomparire alla velocità della luce.
Devo dire, a onor del vero, che non sono in pessimi rapporti con tutti. Ad esempio, vado abbastanza d'accordo con quelli dell'ultimo piano. Credo che questo dipenda in buona parte dal fatto che si sono trasferiti l'anno scorso e l'appartamento è ancora sfitto e vuoto.
Tutto questo, come dicevo, accadeva già prima di marzo, in condizioni di assoluta normalità, in ogni stagione e ogni orario. Da sempre, quando devo andare in cantina, cosa che accade abbastanza spesso, se attraverso la porta percepisco movimento per le scale è mia cura posticipare l'uscita e attendere fino al ristabilirsi di una situazione di assoluta tranquillità e mancanza di esseri umani. Come inciso, aggiungo che ho sperimentato come metodo anti-relazioni umane anche l'uscire con outfit improponibili finalizzato a scoraggiare l'instaurarsi di qualsivoglia tipo di dialogo, a partire dalla pettinatura. Non ho ancora tentato il tacco 12 perché credo faticherei a trovare il numero e soprattutto perché fratturarmi un malleolo trasportando per le scale una cassa d'acqua mentre indosso scarpe col tacco sarebbe piuttosto idiota, oltre che decisamente imbarazzante da spiegare al pronto soccorso. Peggio ancora cadere e rompere una bottiglia di vino, non me lo perdonerei mai.
La situazione di emergenza in corso, e vengo al punto, come dice il titolo ha sdoganato la presa di distanza come atto doveroso. E io ho adeguato i miei comportamenti. Se capto che c'è in giro il vicino paranoico che indossa sempre la mascherina, ho cura di piazzarmi un paio di sternuti nel gomito accelerando il passo e allontanandomi per non incrociarlo, commentando sempre "Ah, questa allergia ... speriamo che sia allergia, non si sa mai ...".
Se invece trovo quello brillante che non usa la mascherina ho cura di evitarlo fingendomi io quello paranoico, esco bardato con FFP2 e guanti, lucido il corrimano delle scale e il pulsante della luce con Scottex e Amuchina e se ce l'avessi indosserei anche una tuta Ebola in modo da tenere il più possibile alta la tensione. Ho anche valutato l'ipotesi di spruzzargli addosso una soluzione di cloro al 5%, ma lì credo scatti l'incidente diplomatico.
Insomma, tra opportunità di girare a volto coperto e distanziamento sociale, io in questa situazione ho trovato una mia dimensione. E per di più, passando per eroe. Quando mai mi ricapita l'opportunità di tenere le persone a distanza dicendo che sto agendo per la salute pubblica? Posso dire alla gente che mi sta sul cazzo e intanto salvo il paese, è un sogno.
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Sarò sincero, non avevo rapporti particolarmente buoni coi miei vicini di casa nemmeno prima dell'emergenza, questa premessa è doverosa. Diciamo che il mio atteggiamento nei confronti delle interazioni con loro si può riassumere in quattro punti. 1) Ogni volta che ti incontro per caso lungo le...
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14/06/2020 21:50:01
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Lo racconto al TG

05 giugno 2020 ore 23:01 segnala
Non so come abbiate trascorso voi il periodo di chiusura. Io ho continuato a lavorare come prima, questo sì, ma sono anche stato molto di più in casa. Non stavo a casa per così tanto tempo da quando qualche anno fa mi sono beccato una influenza di quelle toste. C'è sempre un virus di mezzo, insomma. E non guardatemi con sospetto, è stato diversi anni fa, non sono io il paziente zero. Quando sei a casa, a parte dormire che è attività santa e nobile, nel tempo di veglia ti dedichi a qualsiasi genere di attività per fare passare il tempo. Una di queste, inutile dirlo e inutile negarlo, è guardare la tele. Inizialmente concentrato sugli aggiornamenti riguardo alla situazione, poi scivolando lentamente nella passiva accettazione di qualsiasi cosa (o quasi, dai) ti passi davanti agli occhi.
Un giorno, ho visto una cosa che ha attirato la mia attenzione. Era ancora quel periodo indimenticabile in cui ci divertivamo un sacco a compilare nuove autocertificazioni, la gente cantava sui balconi, postava i video più allucinanti, era pieno di "andràtuttobene", e passa un brevissimo spot. Un invito a mandare al Tg scritti, video, sonori, immagini, qualsiasi cosa raccontasse come stavate trascorrendo il tempo durante il lockdown. L'ho guardato con attenzione. Poi, con altrettanta attenzione, mi sono guardato. Solo fuori, perché di guardarmi dentro non avevo e non ho nessuna voglia, al momento ho le capacità introspettive di una lavapavimenti industriale. Dunque, per tre mesi sono stato in casa alternando due tute e cambiandole quando la quantità di macchie metteva in discussione il colore originale. La barba era incolta e se non fosse stato per il discorso mascherine adesso mi arriverebbe all'ombelico. Dei capelli taccio, non ho intenzione di parlarne. Della pancia, ancora meno. La parte di divano su cui sono solito sedermi ormai è concava e ha la forma delle mie chiappe. Ho bevuto, con l'aiuto della sventurata a cui sono toccato in sorte come coniuge, tre bottiglie di whisky oltre a buona parte delle preziose scorte della mia cantina. Insomma, non posso non riconoscere che si tratta di una immagine desolante.
E, anche se non c'entra niente di niente, mi è tornato in mente il vecchio equivoco/bufala riguardo Otzi, la mummia del Similaun. Non so se vi ricordate la storia, a inizio anni '90 fu ritrovata nei ghiacciai dell'alta val Senales la mummia di un pastore morto attorno al 3.000 a.C. e conservatasi nel ghiaccio. Analisi di ogni genere, esami, ricerche, studi, un museo a lui dedicato, e un bel giorno leggo la notizia della presunta omosessualità di Otzi. Poi si scoprì che si trattava di un equivoco linguistico, chi aveva esaminato la mummia era di lingua tedesca e aveva scritto nella relazione che erano stati ritrovati dei semi nel retto del povero Otzi, che probabilmente prima della dipartita aveva mangiato qualcosa di particolare. La cosa era stata tradotta con ritrovamento di seme, inducendo a credere che il buon pastore si dedicasse a pratiche anali. Ora, io ribadisco quel che dico sempre, nel caso erano solo fatti suoi e di nessun altro come e con chi si rotolava ignudo tra ghiacci e pascoli. Però, anche se eravamo qualche migliaio di anni a.C. e quindi ancora non c'era la chiesa a ficcare il naso in quello che uno/a può o non può fare in compagnia, ipotizziamo pure che già cinquemila anni fa la morale comune fosse rigida e non apprezzasse. E allora uno che non aveva nessuna intenzione di fare outing ed era riuscito a tenere nascosto il suo segreto, passati cinque millenni deve trovarsi sputtanato sui giornali di tutto il mondo? Otzi avrebbe davvero voluto questo?
Ecco, tornando al 2020 d.C. e alla pandemia, mi sono posto la stessa domanda. Sembri lo yeti della pianura padana, mi sono detto, vuoi davvero che tutta Italia lo sappia dal Tg? E la risposta è stata un convinto no. Il Tg non ha saputo nulla della mia drammatica condizione. Come d'altra parte, visto che dalle parti della val Senales ci vado spesso in estate a camminare, non ho mai detto perché mi veniva da ridere quando mangiavo cose contenenti semi prima delle passeggiate. Metti caso che ci resto secco durante una tempesta di neve e dopo qualche millennio da surgelato mi ritrova un austriaco con un traduttore non all'altezza.
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Non so come abbiate trascorso voi il periodo di chiusura. Io ho continuato a lavorare come prima, questo sì, ma sono anche stato molto di più in casa. Non stavo a casa per così tanto tempo da quando qualche anno fa mi sono beccato una influenza di quelle toste. C'è sempre un virus di mezzo,...
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05/06/2020 23:01:34
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Soft and warm

26 maggio 2020 ore 19:18 segnala
Non avrei mai e poi mai pensato che avremmo passato momenti così, davvero. Io e te vicini, accoccolati insieme sul divano. Stretti stretti sotto una coperta, senza parlare. Con gli occhi chiusi ti sentivo appoggiata sul mio ventre, leggera e immobile. Ti stringevo con le mani e ti muovevi solo quando mi muovevo io. Seguivi il ritmo lento del mio respiro. Eri morbida sotto le mie dita, e sentivo tutto il tuo calore. E mi faceva stare così bene. Sarebbe stato un momento perfetto, davvero. Da far durare per ore e ore. Se non fosse stato per quello stramaledetto odore di gomma che emanavi. Certo, lo so, non posso fartene una colpa. Eri nuova di zecca. Appena comprata perché la vecchia ormai era bucata, inservibile. E in quel momento avevo così bisogno di te. Ho ancora negli occhi quel momento. Quell'immagine.




No, no, gente, un momento. Fermi tutti. Io sarò stato anche volutamente ambiguo, ma voi avete delle menti davvero perverse. E il bello è che ancora me ne stupisco. E non dovrei, dato che il fatto che avete continuato a leggermi fin qui suona come una precisa prova a vostro carico. Quindi, fatemi il piacere di cancellare immediatamente dalle vostre depravate menti quell'orripilante immagine e sostituitela con questa, per cortesia. E ringraziate che non ho messo l'immagine originale col sottoscritto. Era ancora più orripilante, e coi boxer che avevo sarebbe stata molto più difficile da cancellare dalla mente, credetemi.


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Non avrei mai e poi mai pensato che avremmo passato momenti così, davvero. Io e te vicini, accoccolati insieme sul divano. Stretti stretti sotto una coperta, senza parlare. Con gli occhi chiusi ti sentivo appoggiata sul mio ventre, leggera e immobile. Ti stringevo con le mani e ti muovevi solo...
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26/05/2020 19:18:05
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Crollo psicologico di un terzino sinistro

19 maggio 2020 ore 23:48 segnala
Nella vita ho preso a calci palloni fin da quando mi ricordo di avere i piedi, e non mi stupirebbe sapere che mia madre da questo punto di vista ha avuto una gravidanza travagliata. Sui campi di calcio e nei relativi spogliatoi ne ho viste e sentite di tutti i colori. Dalle giovanili fino al girone infernale del calcio amatoriale, che è una specie di discarica dove finiscono quelli che dopo le giovanili non proseguono una "carriera" ma vogliono comunque continuare a dare calci al pallone, quelli che una specie di carriera in categoria l'hanno fatta ma per motivi anagrafici non possono più restarci, quelli drammaticamente, decisamente, incontestabilmente troppo brocchi. In quale delle categorie io mi collochi non ve lo dirò mai. Come dicevo, sui campi amatoriali ho visto scene deliranti, sentito bestemmie epiche, vissuto momenti impagabili. Si giocava su terreni dove il manto erboso era un miraggio, li definirei risaie o campi di patate se non fosse offensivo per riso e patate. Il giorno deputato a questa perversione era la Domenica mattina, e sullo stesso campo a volte si giocavano tre partite consecutive nell'arco di una mattinata. Il che costringeva a orari barbari e improponibili, tipo il temutissimo 8.30. E se non avete mai provato a scendere su un campo ghiacciato di brina a quell'orario in piena pianura padana, non sapete cosa vi siete persi. Un giorno forse ci farò un post apposito, se non addirittura un ciclo. Oggi, per motivi che non sto a spiegarvi, mi è tornato in mente un episodio.
Partita di alta classifica, naturalmente si fa per dire con le dovute proporzioni. Una cosa tipo scontro al vertice, loro primi e noi secondi. Giochiamo contro una squadra forte, che ha un attaccante bravo, grande e grosso. Da noi soprannominato per la stazza dopo la partita di andata "Caribù", non dico altro (un giorno, scriverò un post anche sui soprannomi nelle squadre di calcio).
Bisogna bloccarlo. Negli spogliatoi ci guardiamo in faccia e individuiamo il difensore che se ne dovrà prendere cura. "Dai, Caribù lo marchi tu, mi raccomando, se lo fermi vinciamo, è l'unico pericoloso, stagli addosso come un mastino, non devi fargli toccare palla". Andiamo in campo, primo tempo non male, riusciamo a segnare un gol. Nel secondo tempo ci mettiamo in trincea a difendere il vantaggio, schiacciati in difesa, una resistenza eroica fino agli ultimi cinque minuti. Quando si scatena Caribù, che fino a quel momento era stato annullato dal suo marcatore. Riesce a prendere una palla, slalom in mezzo alla nostra difesa, gol. Pochi minuti dopo, partita quasi finita, punizione dal limite per loro. Caribù fulmina i compagni con lo sguardo e dice gelido "Questa la tiro io". Agguanta il pallone, lo appoggia per terra facendo tremare il campo, prende la rincorsa e spara una mina sotto la traversa su cui il nostro portiere si guarda bene dal mettere le mani. Gol, fischio finale, perdiamo 2-1.
Mesto rientro negli spogliatoi, un po' di incazzatura, ma tutti sappiamo che la robusta reidratazione alcolica che seguirà ci risolleverà il morale. Vedo il nostro terzino sinistro, il marcatore di Caribù, accasciato sulla panca con lo sguardo perso. Cerco di consolarlo, in fondo hai fatto tutto il possibile, per quasi tutta la partita non era stato pericoloso, lo sapevamo che era forte, dai non prendertela. E lui mi guarda tristemente e mentre si infila le scarpe rilascia una sentita, vera, affranta dichiarazione, come se avesse avuto una illuminazione.
"Ma chi cazzo se ne frega di Caribù e della partita. Ma ti rendi conto che io mi sono svegliato alle sette di una domenica mattina per venire qui con un freddo della Madonna, mettermi in mutande e passare un'ora a cercare di impedire di toccare il pallone a un altro tizio in mutande che si era svegliato alla stessa ora?".
Prende il borsone, non fa la doccia, infila la porta scuotendo la testa e scompare senza dire una parola. Non è mai più venuto a giocare a calcio.
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Nella vita ho preso a calci palloni fin da quando mi ricordo di avere i piedi, e non mi stupirebbe sapere che mia madre da questo punto di vista ha avuto una gravidanza travagliata. Sui campi di calcio e nei relativi spogliatoi ne ho viste e sentite di tutti i colori. Dalle giovanili fino al girone...
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Soltanto parole, parole tra noi

02 maggio 2020 ore 19:59 segnala
Ho deciso di lanciare una campagna di solidarietà. Sento già voci che protestano. Uffa, ancora, un’altra, che strazio. No. Niente Protezione Civile, niente ospedali, niente rare malattie genetiche, niente animali in estinzione, niente catastrofi naturali, niente di tutto ciò. Sto pensando a solitudine, abbandono, disinteresse, alla tristezza del sentirsi inutili e non considerati. A lunghi anni trascorsi dimenticati tra polvere e silenzio in attesa di qualcuno che si ricordi della loro esistenza. Non vi si stringe il cuore pensando a quante parole giacciono nelle pagine dei vocabolari senza che nessuno o quasi si ricordi di loro? Io mi commuovo ogni volta. Mi capita di sfogliare le pagine solo per ritrovare certe parole, pronunciarle e farle sentire meno sole, almeno per un attimo.

Prendiamo ad esempio il derelitto “recarsi”.

Tutti voi, tutti noi nella nostra vita saremo “stati” al supermercato. Molti ci saranno “andati”. Qualcuno ci sarà “passato”, i più atletici ci avranno ”fatto un salto”, i frettolosi ci avranno “fatto una scappata”, chi ha tempo da perdere ci avrà “fatto un giro”. Ma guardiamo in faccia la realtà. Chi, ultimamente,anche ora durante il lockdown ha detto “mi reco al supermercato” ? Pochi, per non dire nessuno. Forse in qualche denuncia alle autorità si leggerà “… il derubato si stava recando …”. E mentre andare e stare si pavoneggiano pieni di sé sulla bocca di tutti, recarsi piange sommesso negli anfratti della lettera R, solo e dimenticato tra recapito e recedere che non è che se la passino tanto meglio. Possiamo fare qualcosa per lui, credo. Forse è poco, ma a volte basta un piccolo gesto per fare sentire una parola meno sola. Da lunedì, con l'allentamento delle restrizioni, per tutta la settimana recatevi al lavoro, recatevi all’ufficio postale, recatevi in banca. Non andateci, non passateci. Recarcisi è molto più elegante, potreste sentirvi molto trendy e chic. Non vi costa nulla e farete felice il povero recarsi. Meglio ancora, gli arrecherete gioia e felicità.
Grazie a tutti, anche da parte sua. A proposito, mi sta venendo fame. Mi reco a cena.
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Ho deciso di lanciare una campagna di solidarietà. Sento già voci che protestano. Uffa, ancora, un’altra, che strazio. No. Niente Protezione Civile, niente ospedali, niente rare malattie genetiche, niente animali in estinzione, niente catastrofi naturali, niente di tutto ciò. Sto pensando a...
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02/05/2020 19:59:09
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