In memoria di.

21 dicembre 2014 ore 19:58 segnala
e così si ritrovavano tutte e tre in un pomeriggio
di maggio,
il 10 di maggio, data in cui i loro figli se ne erano
andati per sempre.
quasi come per ricordare alla vita che erano esistiti,
e che erano morti assieme.
mancava la mamma di Mauro, che il destino aveva
reso responsabile della morte degli altri tre, così
si sentiva lei, per cui no... non poteva partecipare.
Guidava Mauro quel giorno. tornavano da una festa
e pioveva, dolcemente, delicatamente.
Poi, un albero si era messo i mezzo in una curva, e
l'hanno preso in pieno.
erano morti tutti e quattro quel giorno, Giovanna in
verità se ne andò venti giorni dopo, ma quel giorno,
quella domenica, le si erano comunque spezzate le ali.
ridevano, quel pomeriggio, un pò brilli dopo una festa,
Mauro guidava la macchina nuova di papà, di nascosto
naturalmente.
ridevano felici, la vita a 18 anni è normale, non si va a
pensare di morire in un incidente all'improvviso.
Non so gli alberi, unici testimoni diretti di quell'incidente
cosa avrebbero avuto allora, od ora, da raccontare, loro ci sono
ancora. se solo parlassero...
certo fu un lampo, nell'eternità.
Giovanna era stupenda, rideva sempre, amava non prendersi
sul serio e l'allegria le era naturale e, se si faceva vedere triste,
era segno del suo affetto. era restìa a concedere quel sentimento
che, se dato, per lei era per sempre.
Maria Pia era dolcissima e scriveva poesie. il suo sguardo era
velato di una sottile tristezza. amava la compagnia, trascorrere
ore a camminare in mezzo alla natura. l'età di chi confonde il
vento con le rose.
PierLuigi aveva vent'anni e aveva già girato mezzo mondo,
grazie anche all'attività dei suoi. non risuciva a stare fermo
un minuto, e quel pomeriggio non avrebbe dovuto esserci,
doveva salire Gianna, che all'ultimo si era sentita male e si era
fermata alla festa per un altro pò, quel pò di eterno che le
ha salvato la vita.
Mauro era il latin lover del gruppo ma era di una timidezza
impressionante, le ragazze erano tutte innamorate di lui, ma
il suo cuore palpitava per una certa Alessandra. era un amore
appena iniziato. chissà.
Mamma di Giovanna era credente, pensava a lei in Paradiso,
in un posto non ben identificato, ma in luogo ultraterreno di
pace e felicità, dove da lì poteva vederla ed ascoltarla.
Mamma di Maria Pia era atea, viveva del ricordo e della
fortuna di averla avuta, anche solo per 18 anni.
Mamma di GianLuigi era una via di mezzo.
Mamma di Mauro non credeva più in niente, passò da ricoveri
in psichiatria a stati estremi di ansia e dolore. fino ad un
certo punto in cui, forse per il troppo dolore, non ricordò
più nulla. aveva sempre con sè l'orologio di Mauro che, dopo
l'incidente, continuava a battere, lui, e forse batte ancora.

Le prime tre decisero l'anno successivo all'incidente,
nonstante il loro credo spirituale e non, di legarsi in nome di
quell'unico sentimento che le univa, e cioè di quella cosa
chiamata amore.
Nonostante tutto, avevano continuato ad amare la vita.
pasque pasquette natali capodanni, tutti i ricordi dei tempi
normali e speciali passarono. quarant'anni.
ogni anno, in quell'occasione, parlavano di come sarebbero
state le vite dei loro figli, che si era spezzata, tranciata, finita,
senza nessuna opportunità, a soli 18 anni.
Mamma di Giovanna diceva sempre: non si dovrebbe sopravvivere ai figli.
e invece...
avrebbe scelto l'università, lingue, come sarebbe andata la sua vita,
cosa ne sarebbe stato di lei.... un chiedersi continuo di possibilità.
niente. era finita quel giorno di maggio.

Mamma di Maria Pia diceva che averla avuta anche per così poco
tempo la rendeva felice. non si chiedeva niente, non voleva
sapere, voleva solo ricordare, i momenti, tutti i momenti, e
basta.
Mamma di PierLuigi era abituata alla sua assenza perchè era
sempre in giro, diceva: - Non mi par vero. ...ogni anno.
Parlavano del destino che le aveva unite, e così la vita dei
loro tre figli.
quanto dura il dolore per la morte di un figlio? dura. dura.
Mamma di Giovanna un giorno mi disse:
-Non basta una vita, per non soffrire. Una vita non basta.
cambia il dolore, cambi tu, ma la ferita rimane nel cuore, è lì,
e non si rimargina, come un pugnale con la lama conficcata che
ogni tanto ha periodi di tregua. forse in due vite chissà.
forse passerebbe. ma una vita non basta.

ieri ho trovato la mamma di Giovanna in piazza, i soliti
fiori in cimitero, per natale, due anni fa era morto anche
suo marito, aveva 90 anni, che diceva che non era giusto aver
vissuto così a lungo. ma adesso, se si può dire, riposano
vicini.
poi era morta la mamma di Maria Pia poco tempo fa, e le ultime
sue parole, sono state queste:
-Che gran regalo mi ha fatto la vita. Maria Pia. il regalo più bello.

Bianca- mi dice sussurrando, ieri, - io non vedo l'ora di
rivedere Giovanna. ma sempre di più sai. quando la rivedrò
allora sì sarà un natale. ormai i natali per me non esistono più.

Mi veniva da piangere, per cui le ho ricordato che aveva
un carinissimo nipote, la figlia Laura che è mia amica,
che è una persona eccezionale. e che anche a me dei natali
è passata la voglia da anni.
ma nei suoi occhi non ci sono più natali.



I fatti raccontati non sono assolutamente di fantasia.
Tutti veri.
Nel rispetto della fede o non, di tutti.
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e così si ritrovavano tutte e tre in un pomeriggio di maggio, il 10 di maggio, data in cui i loro figli se ne erano andati per sempre. quasi come per ricordare alla vita che erano esistiti, e che erano morti assieme. mancava la mamma di Mauro, che il destino aveva reso responsabile della morte...
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... e a un dio senza fiato non credere mai.

08 dicembre 2014 ore 23:30 segnala


mi avevano messa in una scuola elementare gestita dalle suore,
per motivi pratici anzichè religiosi. in questo periodo è
iniziato il mio convincimento che a un dio così non ci avrei
mai creduto, e alle persone di chiesa men che meno, in particolar
modo quelle che la frequentavano.


non ho creduto in un dio così fin dal primo momento.
un padre non può mandare a morire suo figlio così.
secondo noi bambine, c'erano altri modi più adatti.
li avremmo anche saputi, qualche idea..., ma le suore
non volevano sentir ragione.
la suora, più cercava di spiegarmi, e più non mi convinceva.
secondo me, un dio che mandava a morire suo figlio in croce
in quel modo, non poteva essere un dio buono, soprattutto
se onnipotente onnisciente sempre è stato e sempre sarà,
conosce passato presente futuro, ecc...
ma ti lascia libera di sbagliare.
ma poi se sbagli ti punisce. come la mettiamo?


la mia maestra suora poi si rassegnò, perchè diceva che mettevo
in crisi la sua fede, la mettevo in difficoltà, ma d'altra
parte le domande mi sorgevano spontanee, mica per cattiveria.

già con la prima preghiera all'angelo custode, avevo la tremarella.
qualcuno di invisibile alle spalle che mi seguiva dappertutto...
avevo il terrore.
qualcuno che mi illuminava che mi custodiva che mi reggeva e mi
governava... praticamente una spia,
".... che ti fu affidato dalla pietà celeste amen"... quale
pietà celeste? pietà di chi?
-non importa capire, basta saperla a memoria.
le mie compagne mi davano una gomitata e mi dicevano: stai zitta.
ok.

io lo dicevo alla suora, l'angelo custode mi fa paura,
tanta,
non lo vedo e non so com'è, non lo voglio, preferisco
arrangiarmi. ma lei diceva che non era possibile, ce
lo aveva dato dio. ogni persona aveva il suo.
allora, a pensare a tutti gli angeli che magari mentre
noi giocavamo, loro se la raccontavano, e magari si
dimenticavano di seguirci, infatti qualcuno ogni tanto
si faceva male. distrazioni.
quando poi mi è stato spiegato di gesù, per me è stata
una tragedia, un dramma. un povero cristo che era venuto
al mondo apposta per salvarci perchè noi avevamo peccato.
peccato.
peccato come? chi? io non ero ancora nata, cosa c'entravo?

-C'entriamo tutti, taci,- mi diceva la mia compagna.

un altro dramma la spiegazione di Gesù, una vita con una
storia assurda che non era reale, infatti mi era sembrato
subito un extraterrestre... a parte tutto..., ma i miracoli,
il fatto di essere morto e salito in cielo..., allora c'era
Eta Beta, io pensavo, ecco... tipo così.
e dio che continuava a dire che era suo figlio e che l'aveva
mandato sulla terra per salvarci. morendo in croce. e insisteva,
non mancava mai l'occasione per rimarcarla stà cosa.
avere un padre così è il terrore totale. ma altri modi no?


anche qui, ogni volta che chiedevo spiegazioni alla suora
... io ero curiosissima perchè non capivo, non mi spiegavo certe
cose che erano contrarie al mio modo di pensare....
la suora mi rispondeva che dio era l'amore e la perfezione.
lo faceva per il nostro bene, nella sua immensa bontà.
figuriamoci se mi accontentavo della risposta,
ero sempre più incredula.
per non parlare della santissima trinità e dello spirito santo,
io non capivo, anche se mi sforzavo.
la trinità era come un triangolo.
lo spirito santo invece una colomba.

la madonna e san giuseppe poi, mi facevano una pena... lei una
bambina, lui un vecchio, che hanno dovuto stare insieme
perchè dio li aveva scelti. altra storia sinistra ed intrigante
su cui le suore tiravano sempre dritto e alla domande che
facevamo noi bambine a catechismo, non rispondevano.

abbiamo pianto noi tutte alla lezione di Isacco che doveva
amazzare suo figlio, sempre per ordine di dio, ma all'ultimo
momento.... suspance... ci ha ripensato. speravamo tutte in
cuor nostro di non avere un padre così.
-Ma, Suora, come faceva dio buonissimo a chiedere a un papà
di amazzare il suo bambino?
-Dio voleva solo sapere se Isacco era fedele.
e per fortuna.... proprio all'ultimo.
quella notte ero andata a letto sognando mio padre che mi
rincorreva in giardino col coltello perchè doveva sacrificarmi
a dio, che all'ultimo momento diceva: Ok Isacco, fallo.
... e io in quel momento mi svegliavo.

una mia amica invece aveva paura della madonna, per il
discorso delle apparizioni tipo Fatima e Lourdes, diceva
sempre:
- ma non mi capiterà mica anche a me vero?
e si sognava che lei non era cattiva, era una buona bambina,
ma pregava alla madonna di non farsi vedere.

Ma dimmi te se una religione deve suscitare tanto spavento
e paura nei bambini.

Non vi dico la lezione in cui il Prevosto Monsignore ci fece
la lezione sul matrimonio.
Un bambino ad un certo punto gli chiese:
-Ma si può avere un bambino se non si è sposati?
- Ma assolutamente no, cosa dici?
-Perchè io so di due che hanno avuto un bambino senza
essere sposati. sono sicuro.

Silenzio. ...

quello che era piaciuto un pò a tutti era stato San Tommaso,
perchè voleva mettere il dito nella piaga. ci piaceva stò tipo
perchè era umano, come noi.

l'unico povero cristo in tutta la faccenda che ci faceva pena
e tenerezza a noi bambini era proprio quel pover'uomo morto
in croce che non si capiva esattamente cosa avesse fatto, ma
era così buono, voleva bene a tutti, guariva le persone,
sconfiggeva il male, era talmente buono che l'hanno ammazzato.
Morale: i buoni vengono ammazzati.
e dio non li salva sul momento, ma dopo, c'è il regno dei cieli,
che però nessuno da qui poteva vederlo. una meraviglia.
quasi tipo Chatta.

ma la madonna povera donna, è stata la martire d'eccellenza
per tutte noi donne.

a otto anni ancora non si capiva ancora bene il fatto che fosse
rimasta incinta per opera dello spirito santo e che avesse un
marito anziano, lei bambina di sedici anni, ma ci andava anche
bene, se era andata così ok. che poi avesse partorito da sola in
una stalla mentre Giuseppe era andato a farsi un giro in mezzo
al gregge lì fuori fosse tornato che Gesù era già nato ok anche
questa. Che invece avesse partorito per opera dello spirito santo
e fosse rimasta Vergine e Immacolata questo era un mistero.
due termini per noi terribilmente oscuri.
la suora non aveva risposte.
mia mamma nemmeno.
per noi immacolata voleva dire pulita.

tutto questo perchè oggi c'è scritto sul calendario 8 dicembre
festa dell'Immacolata.



L'Immacolata Concezione è un dogma cattolico,
proclamato da papa Pio IX l'8 dicembre 1854 con la bolla Ineffabilis Deus, che sancisce come la Vergine Maria sia stata preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, tale dogma non va confuso con il concepimento verginale di Gesù da parte di Maria. Il dogma dell'Immacolata Concezione riguarda il peccato originale: per la chiesa Cattolica infatti ogni essere umano nasce con il peccato originale e solo la Madre di Cristo ne fu esente: in vista della venuta e della missione sulla Terra del Messia, a Dio dunque piacque che la Vergine doveva essere la dimora senza peccato per custodire in grembo in modo degno e perfetto il Figlio divino fattosi uomo.
La Chiesa cattolica celebra la solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria l'8 dicembre. Nella devozione cattolica l'Immacolata è collegata con le apparizioni di Lourdes (1858).

Ecco.
cosa che a noi non ci cambia assolutamente la vita, povera Madonna.
anche qui ovviamente, noi bambine speravamo tutte che non ci apparisse come a Lourdes o a Fatima, e pregavamo per questo, se proprio si doveva pregare.
povera Madonna, donna anche lei.

la santa famigliola: l'uomo anziano, l'adolescente, e Gesù.



e tutto perchè questa storia è così triste. ma fosse stata più divertente,
... non era meglio?
sempre la mia compagna: - Taci, siamo nati per soffrire.

«A che serve conoscere il male nel mondo?»
Io sono fuori della tua strada ora, Spoon River;
scegli il tuo bene e chiamalo il bene.
Perché io non riuscii mai a farti capire
che nessuno sa che cosa è il bene
se non sa che cosa è il male;
e nessuno sa che cosa è vero
se non sa che cosa è falso.
E. Lee-Masters


quella mia compagna di banco mi sta ancora sulle palle.
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« immagine » mi avevano messa in una scuola elementare gestita dalle suore, per motivi pratici anzichè religiosi. in questo periodo è iniziato il mio convincimento che a un dio così non ci avrei mai creduto, e alle persone di chiesa men che meno, in particolar modo quelle che la frequentavano. ...
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Vietnam e gnocchi.

05 dicembre 2014 ore 01:13 segnala
... guardavo il giornale, seduta su uno sgabello,
e nel frattempo mangiavo gli gnocchi con sughetto
di verdure, che solo mia nonna sapeva preparare
così buoni, un vero momento di goduria.
ero soggiogata e spaventata da quella foto sul
giornale ma, sarà stato il sapore paradisiaco degli
gnocchi, ero concentrata più sul sapore che sulla
vista, così quella foto mi sembrava una storia che veniva
mitigata, e un pò alla volta sembrava quasi una foto
non vera, di quelle disegnate ad arte per le suore,
per spaventare i bambini all'asilo e alle scuole
elementari. provato.
nella mia ingenuità pensavo quasi ad un disegno.

pensavo....
- Nonna, poveri bambini, ma perchè urlano e scappano
nudi?
...cercavo di afferrare qualche particolare, che spiegasse
il motivo di quelle immagini.

8 giugno 1972 - Villaggio di Trang Bang (Vietnam)


Era l'8 giugno del 1972 quando l'esercito americano bombardò col napalm
un piccolo villaggio del Vietnam del sud, Trang Bang.
la foto divenne famosa in tutto il mondo, vinse anche un premio.

... io avevo 13 anni, quell'età insulsa che non capisci una madonna,
non hai ancora il senso della realtà.
i miei genitori mi avevano raccontato spesso della guerra,
l'avevano vissuta, ma a me sembrava così lontana... mi avevano
fatto vedere foto di soldati, di battaglioni, di plotoni, militari
in divisa belli e puliti, erano foto vere, ma non avevo mai visto
nè morti nè feriti.

mentre io me ne stavo a mangiare i miei gnocchi in questa
parte del mondo, tranquilla, direi felice in una specie di limbo,
da un'altra parte c'erano bambini, persone che morivano.
non capivo, ci ragionavo, mi chiedevo come mentre una persona
si gusta un piatto di gnocchi e vorrebbe fermare il tempo dalla
felicità, nello stesso momento altre persone stavano soffrendo
e morendo.

- Ma, nonna, questa dev'essere una guerra, ci sono dei soldati,
i bambini stanno scappando, corrono, piangono... sono soli...
tu, che hai passato due guerre, ma era così?

La nonna era rimasta in silenzio dietro di me e guardava anche
lei il giornale. non mi rispondeva, se ne stava zitta.

Mi sono girata, e ho alzato gli occhi verso di lei. Piangeva.
Nei suoi occhi, in quel momento, in quell'espressione, ho
capito tutto l'orrore che non mi aveva mai raccontato.
E siamo rimaste così, in silenzio. Con il mio piatto di gnocchi.
E la guerra in Vietnam.

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... guardavo il giornale, seduta su uno sgabello, e nel frattempo mangiavo gli gnocchi con sughetto di verdure, che solo mia nonna sapeva preparare così buoni, un vero momento di goduria. ero soggiogata e spaventata da quella foto sul giornale ma, sarà stato il sapore paradisiaco degli gnocchi,...
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Comizi d'amore - Pasolini intervista Ungaretti.

18 novembre 2014 ore 20:10 segnala
Cos'è la normalità?


Da "Comizi d'amore" - 1965 - Pasolini e Ungaretti sull'omosessualità.


PASOLINI Ungaretti, secondo lei esiste la normalità e la anormalità sessuale?
GIUSEPPE UNGARETTI Eh... senta, ogni uomo è fatto in un modo diverso... dico nella sua struttura fisica è fatto in un modo diverso, fatto anche in un modo diverso nella sua combinazione spirituale, no... quindi tutti gli uomini sono a loro modo anormali, tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la natura, e questo sino dal primo momento... sino dal primo momento: l'atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura.
PASOLINI Sono molto indiscreto se le chiedo di dirmi qualcosa a proposito di norma, di trasgressioni della norma, sulla sua esperienza intima, personale?
UNGARETTI Beh... io personalmente, che cosa vuole, io personalmente sono un uomo, sono un poeta... quindi incomincio con trasgredire tutte le leggi facendo della poesia... Ora sono vecchio e allora non rispetto più che le leggi della vecchiaia, che purtroppo sono le leggi della morte.


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Cos'è la normalità? Da "Comizi d'amore" - 1965 - Pasolini e Ungaretti sull'omosessualità. PASOLINI Ungaretti, secondo lei esiste la normalità e la anormalità sessuale? GIUSEPPE UNGARETTI Eh... senta, ogni uomo è fatto in un modo diverso... dico nella sua struttura fisica è fatto in un modo...
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Lettera a Pier Paolo Pasolini - Oriana Fallaci

17 novembre 2014 ore 15:12 segnala
LETTERA A PIER PAOLO PASOLINI
- Oriana Fallaci, da L'Europeo, n. 46, 1975 -






Roma, 16 novembre 1975
Da qualche parte, Pier Paolo, mischiata a fogli e giornali e appunti, devo avere la lettera che mi scrivesti un mese fa. Quella lettera crudele, spietata, dove mi picchiavi con la stessa violenza con cui ti hanno ammazzato. Me la sono portata dietro per due o tre settimane, le ho fatto fare il giro di mezzo mondo fino a New York, poi l’ho messa non so dove e mi chiedo se un giorno la ritroverò. Spero di no. Vederla di nuovo mi farebbe male quanto me ne fece quando la lessi e rimasi intirizzita a fissar le parole, sperando di poterle dimenticare. Non le ho dimenticate, invece. Posso quasi ricostruirle a memoria. Più o meno, così: "Ho ricevuto il tuo ultimo libro. Ti odio per averlo scritto. Non sono andato oltre la seconda pagina. Non voglio leggerlo, mai. Non voglio sapere cosa v’è dentro la pancia di una donna. Mi disgusta la maternità. Perdonami, ma quel disgusto io me lo porto dietro fin da bambino, quando avevo tre anni mi sembra, o forse erano sei, e udii mia madre sussurrare che...". Non ti risposi. Cosa si risponde a un uomo che piange la sua disperazione di trovarsi uomo, il suo dolore d’essere nato da un ventre di donna? Non era una lettera diretta a me, del resto, ma a te stesso, alla morte che rincorrevi da sempre per mettere fine alla rabbia d’essere venuto al mondo grazie a una pancia gonfia, due gambe divaricate, un cordone ombelicale che si snoda nel sangue. E come consolarti, placarti, di una simile ineluttabilità? Le parole con cui consolarti erano nel libro che tu rifiutavi con ira, l’unico modo per placarti sarebbe stato prenderti fra le braccia: amarti come solo una donna sa amare un uomo. Ma tu non hai mai permesso a una donna di prenderti fra le braccia, amarti. Quel nostro ventre da cui sei uscito ti ha sempre riempito di orrore. Fuorché tua madre, che veneravi come una Madonna messa incinta dallo Spirito Santo, dimenticando che anche tu eri stato legato a un cordone ombelicale che si snoda nel sangue, noi donne ti incutevamo fisicamente un disgusto. Se ci accettavi, era per pietà. Se ci perdonavi, era per volontà. In ogni caso non dimenticavi mai la leggenda che dà a noi la colpa d’aver colto la mela, scoperto il peccato. Odiavi troppo il peccato, il sesso, che per te era peccato. Amavi troppo la purezza, la castità che per te era salvezza. E meno purezza trovavi, più ti vendicavi cercando la sporcizia, la sofferenza, la volgarità: come una punizione. Come certi frati che si flagellano, la cercavi proprio con il sesso che per te era peccato. Il sesso odioso dei ragazzi dal volto privo di intelligenza (tu che avevi il culto dell’intelligenza), dal corpo privo di grazia (tu che avevi il culto della grazia), dalla mente priva di bellezza (tu che avevi il culto della bellezza). In loro ti tuffavi, ti umiliavi, ti perdevi: tanto più voluttuosamente tanto più essi erano infami. Di loro ci cantavi con le tue belle poesie, i tuoi bei libri, i tuoi bei film. Da loro sognavi d’essere ucciso, prima o poi, per compiere il tuo suicidio. Sono cattiva a dirti questo? Sono crudele anch'io? Forse, ma sei stato tu a insegnarmi che bisogna essere sinceri a costo di sembrare cattivi, onesti a costo di risultare crudeli, e sempre coraggiosi dicendo ciò in cui si crede: anche se è scomodo, scandaloso, pericoloso. Tu scrivendo insultavi, ferivi fino a spaccare il cuore. E io non ti insulto dicendo che non è stato quel diciassettenne a ucciderti: sei stato tu a suicidarti servendoti di lui. Io non ti ferisco dicendo che ho sempre saputo che invocavi la morte come altri invocano Dio, che agognavi il tuo assassinio come altri agognano il Paradiso. Eri così religioso, tu che ti presentavi come ateo. Avevi un tale bisogno di assoluto, tu che ci ossessionavi con la parola umanità. Solo finendo con la testa spaccata e il corpo straziato potevi spegnere la tua angoscia e appagare la tua sete di libertà. E non è vero che detestavi la violenza. Con il cervello la condannavi, ma con l’anima la invocavi: quale unico mezzo per compiacere e castigare il demonio che bruciava in te. Non è vero che maledicevi il dolore. Ti serviva, invece, come un bisturi per estrarre l’angelo che era in te. Io me ne accorsi fin dal primo incontro, quando ci conoscemmo a New York: ormai, dieci anni fa. E quel fatto mi impressionò più del tuo genio esaltante, della tua cultura irritante, della tua fantasia scatenata. Scappavi ogni notte nei quartieri dove neanche i poliziotti osano entrare armati. Non ti stancavi mai di sfidare la turpitudine, toccare l’orrendo, unirti ai relitti maschili dei drogati, degli invertiti, degli ubriaconi. Sia che tu ti recassi nella Bowery o a Harlem o al porto, eri sempre presente dove c’era il male e il pericolo. Arthur Rimbaud in confronto diventava un’educanda. Quante volte ho temuto di sentirmi dire che ti avevano trovato con la gola tagliata o una pallottola in cuore. Una sera te lo confessai. Eravamo dinanzi al Lincoln Center e cercavi un taxi per recarti in un posto che non volevi ammettere. Per l’impazienza apparivi inquieto, tremavi. Mormorai: "Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo". E tu mi fissasti con occhi lucidi e tristi (erano sempre tristi i tuoi occhi, anche quando ridevi), poi rispondesti ironico: "Sì?". Ricordi, vero, quei giorni a New York? Venivi nel mio appartamento, sedevi sul vecchio divano, chiedevi una Coca-Cola (non ti ho mai visto ubriaco) e mi raccontavi di amare New York perché era sporca, senz’anima. Di quella città straordinaria vedevi soltanto la miseria morale, da ex-colonia dicevi, da sottoproletariato, e una povertà che paragonavi alla povertà di Calcutta, Casablanca, Bombay. Un pomeriggio esclamasti: "Mi dispiace di non esser venuto qui prima, 20 o 30 anni fa, per restarci. Non mi era mai successo di innamorarmi così d’un Paese. Fuorché in Africa, forse. Ma in Africa vorrei andare e restare per non ammazzarmi. Sì, l’Africa è come una droga che prendi per non ammazzarti. New York invece è una guerra che affronti per ammazzarti". Eri giunto da Montréal con il treno. Eri sceso a una stazione sotterranea e non avevi trovato un facchino. Con le valigie che ti stroncavano le braccia avevi percorso un tunnel, e in fondo al tunnel c’era una luce accecante. La città t’aveva aggredito con la gloria di un’apparizione: Gerusalemme che appare agli occhi di un crociato, dicesti. I grattacieli invece li vedevi come le Dolomiti, e io ti ascoltavo in preda alla paura: eri solo poeta o anche pazzo? Non avevo mai pensato che New York potesse essere vista come Gerusalemme e i grattacieli come le Dolomiti. Ma in cima a quei grattacieli non volevi salire mai. Quante volte tentai di portarti all’ultimo piano dell’Empire State Building! Ti promettevo: "È come salire sulla vetta di un monte, il vento è pulito lassù". Mi opponevi sempre una scusa: a te non interessava il vento pulito. Interessava la laidezza della Quarantaduesima Strada, con le sue luci rosse da inferno e i negozi che vendono pornografia. "Ieri, nella Quarantaduesima, ho visto un uomo che stava morendo. In mano aveva un pacchetto. L’ha fissato e poi l’ha scaraventato per terra con collera tale che il pacchetto s’è rotto. Dopo l’uomo s’è appoggiato al muro, è scivolato piano per terra ed è rimasto lì: a morire. Senza che nessuno si fermasse a guardarlo, aiutarlo. Neanch’io. Ma è male questo? È mancanza di pietà? Forse è una forma superiore di pietà. Capisci, lasciare gli altri morire".
Diventammo subito amici, noi amici impossibili. Cioè io donna normale e tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della cosiddetta civiltà, io innamorata della vita e tu innamorato della morte. Io così dura e tu così dolce. V’era una dolcezza femminea in te, una gentilezza femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che di femmineo, e ciò era strano perché i tuoi lineamenti erano i lineamenti di un uomo: secchi, feroci. Sì, esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina. Ed essa si trasmetteva al tuo corpo piccolo e magro, alla tua andatura maschia, scattante, da belva che salta addosso e morde. Però quando parlavi o sorridevi o muovevi le mani diventavi gentile come una donna, soave come una donna. E io mi sentivo quasi imbarazzata a provare quel misterioso trasporto per te. Pensavo: in fondo è lo stesso che sentirsi attratta da una donna. Come due donne, non un uomo e una donna, andavamo a comprare pantaloni per Ninetto (Davoli, ndr), giubbotti per Ninetto, e tu parlavi di lui quasi fosse stato tuo figlio: partorito dal tuo ventre, e non seminato dal tuo seme. Quasi tu fossi geloso della maternità che rimproveravi a tua madre, a noi donne. Per Ninetto, in un negozio del Village, ti invaghisti di una camicia che era la copia esatta delle camicie in uso a Sing Sing. Sul taschino sinistro era scritto: "Prigione di Stato. Galeotto numero 3678". La provasti ripetendo: "Deliziosa, gli piacerà". Poi uscimmo e per strada v’era un corteo a favore della guerra in Vietnam, ricordi? Tipi di mezza età alzavano cartelli su cui era scritto "Bombardate Hanoi", e ci restasti male. Da una settimana ti affannavi a spiegarmi che il vero momento rivoluzionario non era in Cina né in Russia ma in America. "Vai a Mosca, vai a Praga, vai a Budapest e avverti che lì la rivoluzione è fallita: il socialismo ha messo al potere una classe di dirigenti e l’operaio non è padrone del proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e ti accorgi che il comunista europeo è un uomo vuoto. Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un marxista come me possa scoprire. I rivoluzionari di qui fanno venire in mente i primi cristiani, v’è in essi la stessa assolutezza di Cristo. M’è venuta un’idea: trasferire in America il mio film su san Paolo". Della cultura americana assolvevi quasi tutto, ma quanto soffristi la sera in cui due studentesse americane ti chiesero chi fosse il tuo poeta preferito, tu rispondesti naturalmente Rimbaud, e le due ignoravano chi fosse Rimbaud. Per questo lasciasti New York così insoddisfatto? Io direi di no. Direi che lasciasti New York deluso perché non c’eri morto, perché ti eri affacciato sulla voragine e non vi eri caduto. Le notti trascorse in cerca del suicidio t’avevano reso soltanto le guance più scarne, lo sguardo più febbricitante. Mi sento, dicesti, come un bambino cui è stata offerta una torta e poi gliel’hanno sottratta mentre stava per addentarla. Sì, avresti dovuto bere mille altre amarezze prima di trovare qualcuno che ti facesse il dono di ucciderti, regalarti una morte coerente dopo una vita coerente. Dicono che tu fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia della gioventù: giocare a calcio, per esempio, con i ragazzi delle borgate. Ma io non ti ho mai visto così. La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: "Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!". Forse per questo il destino ci fece incontrare di nuovo, anni dopo. Fu a Rio de Janeiro, dov’eri venuto con Maria Callas: in vacanza. I giornali scrivevano che eravate amanti. Lo eravate? So che due volte, nella vita, hai provato ad amare una donna: restandone deluso. Ma non credo che una di queste due donne sia stata Maria. Eravate troppo diversi, troppo divisi esteticamente e psicologicamente e culturalmente. Allo stesso tempo però sembravate così uniti da una misteriosa complicità. Il mio sospetto è che tu l’avessi adottata come sorella, per farle dimenticare l’abbandono di Aristoteles Onassis. Non ti staccavi mai da lei, l’aiutavi perfino a vestirsi e a spogliarsi. Sulla spiaggia le ungevi le spalle perché il sole non gliele arrossasse. Ai ristoranti subivi ogni suo capriccio. Sempre indulgente, paziente, sereno come un infermiere di Lambaréné (città del Gabon dove Albert Schweitzer fondò il suo ospedale, ndr). Sì, c’era in te l’eroismo del missionario che va a curare i lebbrosi, la bontà del santo che subisce il martirio con gioia. Una sera ne parlammo, sul mare di Copacabana, dentro un tramonto di rosa e d’oro. Maria sonnecchiava sulla sabbia, fasciata in un costume da bagno nero, io ti raccontavo delle torture con cui i brasiliani seviziavano i prigionieri politici: il pau de arara, gli elettrochoc. Ma ascoltavi malvolentieri, quasi ti irritasse turbare con tali discorsi un tramonto di rosa e d’oro. Non mi rispondevi neanche. Solo quando ti accorgesti che ciò mi feriva, e io ti aggredii dicendo che allora non eri sincero nelle tue proteste e nelle tue battaglie, eri solo un Narciso che fingeva di battersi contro l’ingiustizia per esaudire la sua vanità, ti mettesti a parlare di Gesù Cristo e di san Francesco. Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di san Francesco. Una volta mi hai parlato anche di sant’Agostino, del peccato e della salvezza come li vedeva sant’Agostino. È stato quando mi hai recitato a memoria il paragrafo in cui sant’Agostino racconta di sua madre che si ubriaca. Ho compreso, in quell’occasione, che cercavi il peccato per cercare la salvezza, certo che la salvezza può venire solo dal peccato, e tanto più profondo è il peccato tanto più liberatrice è la salvezza. Però ciò che mi dicesti su Gesù e su san Francesco, mentre Maria sonnecchiava dinanzi al mare di Copacabana, mi è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla vita. Non a caso l’ho usato nel libro che non hai voluto leggere. L’ho messo in bocca al bambino quando interviene al processo contro la sua mamma: "Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente credere all’amore se non si crede alla vita?". Anche tu eri fatto d’amore. La tua virtù più spontanea era la generosità. Non sapevi mai dire no. Regalavi a piene mani a chiunque chiedesse: sia che si trattasse di soldi, sia che si trattasse di lavoro, sia che si trattasse di amicizia. Ad Alekos Panagulis, per esempio, regalasti la prefazione ai suoi due libri di poesie. E, verso per verso, con il testo greco accanto, volesti controllare perfino se fossero tradotte bene. Ci ritrovammo per questo, rammenti? Riprendemmo a vederci quando lui fu scarcerato e venne in esilio in Italia. Andavamo spesso a cena, tutti e tre. E mangiare con te era sempre una festa, perché a mangiare con te non ci si annoiava mai. Una sera, in quel ristorante che ti piaceva per le mozzarelle, venne anche Ninetto. Ti chiamava "babbo". E tu lo trattavi proprio come un babbo tratta suo figlio, partorito dal suo ventre e non dal suo seme. Lasciarti dopocena, invece, era uno strazio. Perché sapevamo dove andavi, ogni volta. E, ogni volta, era come vederti correre a un appuntamento con la morte. Ogni volta io avrei voluto agguantarti per il giubbotto, trattenerti, implorarti, ripeterti ciò che ti avevo detto a New York: "Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo!". Avrei voluto gridarti che non ne avevi il diritto perché la tua vita non apparteneva a te e basta, alla tua sete di salvezza e basta. Apparlettera a pier paolo 32 teneva a tutti noi. E noi ne avevamo bisogno. Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità come la svelavi tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu, di educarci alla coscienza civile come ci educavi tu. E ti odiavo quando ti allontanavi su quella automobile con cui i tre teppisti t’avrebbero schiacciato il cuore. Ti maledicevo. Ma poi l’odio si spingeva in un’ammirazione pazza, ed esclamavo: "Che uomo coraggioso!". Non parlo del tuo coraggio morale, ora, cioè di quello che ti faceva scrivere in cambio di contumelie, incomprensioni, offese, vendette. Parlo del tuo coraggio fisico. Bisogna avere un gran fegato per frequentare la melma che frequentavi tu, di notte. Il fegato dei cristiani che insultati e sbeffeggiati entrano nel Colosseo per farsi sbranare dai leoni. Ventiquattr’ore prima che ti sbranassero, venni a Roma con Panagulis. Ci venni decisa a vederti, risponderti a voce su ciò che mi avevi scritto. Era un venerdì. E Panagulis ti telefonò a casa ma, alla terza cifra, si inseriva una voce che scandiva: "Attenzione. A causa del sabotaggio avvenuto nei giorni scorsi alla centrale dell’Eur, il servizio dei numeri che incominciano con il 59 è temporaneamente sospeso". L’indomani accadde lo stesso. Ci dispiacque perché credevamo di venire a cena con te, sabato sera, ma ci consolammo pensando che saremmo riusciti a vederti domenica mattina. Per domenica avevamo dato appuntamento a Giancarlo Pajetta e Miriam Mafai in piazza Navona: prendiamo un aperitivo e poi andiamo a mangiare. Così verso le dieci ti telefonammo di nuovo. Ma, di nuovo, si inserì quella voce che scandiva: attenzione, a causa del sabotaggio il numero non funziona. E a piazza Navona andammo senza di te. Era una bella giornata, una giornata piena di sole. Seduti al bar Tre Scalini ci mettemmo a parlare di Franco (Francisco Franco, il dittatore spagnolo, ndr) che non muore mai, e io pensavo: mi sarebbe piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco che non muore mai. Poi si avvicinò un ragazzo che vendeva l’Unità e disse a Pajetta: "Hanno ammazzato Pasolini". Lo disse sorridendo, quasi annunciasse la sconfitta di una squadra di calcio. Pajetta non capì. O non volle capire? Alzò una fronte aggrottata, brontolò: "Chi? Hanno ammazzato chi?". E il ragazzo: "Pasolini". E io, assurdamente: "Pasolini chi?". E il ragazzo: "Come chi? Come Pasolini chi? Pasolini Pier Paolo". E Panagulis disse: "Non è vero". E Miriam Mafai disse: "È uno scherzo". Però allo stesso tempo si alzò e corse a telefonare per chiedere se fosse uno scherzo. Tornò quasi subito col viso pallido. "È vero. L’hanno ammazzato davvero". In mezzo alla piazza un giullare con i pantaloni verdi suonava un piffero lungo. Suonando ballava alzando in modo grottesco le gambe fasciate dai pantaloni verdi, e la gente rideva. "L’hanno ammazzato a Ostia, stanotte", aggiunse Miriam. Qualcuno rise più forte perché il giullare ora agitava il piffero e cantava una canzone assurda. Cantava: "L’amore è morto, virgola, l’amore è morto, punto! Così io ti piango, virgola, così io ti piango, punto!". Non andammo a mangiare. Pajetta e la Mafai si allontanarono con la testa china, io e Panagulis ci mettemmo a camminare senza sapere dove. In una strada deserta c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Entrammo seguiti da un giovanotto che chiedeva stravolto: "Ma è vero? È vero?". E la padrona del bar chiese: "Vero cosa?". E il giovanotto rispose: "Di Pasolini. Pasolini ammazzato". E la padrona del bar gridò: "Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! Ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!". Poi sullo schermo della televisione apparve Giuseppe Vannucchi (conduttore del telegiornale Rai, ndr) e dette la notizia ufficiale. Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?


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LETTERA A PIER PAOLO PASOLINI - Oriana Fallaci, da L'Europeo, n. 46, 1975 - « immagine » Roma, 16 novembre 1975 Da qualche parte, Pier Paolo, mischiata a fogli e giornali e appunti, devo avere la lettera che mi scrivesti un mese fa. Quella lettera crudele, spietata, dove mi picchiavi con la...
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Intervista di Oriana Fallaci a Pier Paolo Pasolini.

16 novembre 2014 ore 16:16 segnala
Avrei voluto postare la lettera a Pier Paolo Pasolini che Oriana Fallaci gli dedicò dopo aver saputo della sua morte, nel novembre del 1975.
Ma, prima, ho pensato di inserire l'intervista che sempre la Fallaci gli fece e fu pubblicata sull’Europeo il 13 ottobre 1966... l’America, i barboni, la coca-cola e la boria di Umberto Eco
.
per capire l'uomo che la Fallaci aveva conosciuto, per capire la lettera che gli scrisse poi.

dialogo-intervista di Oriana Fallaci
a Pier Paolo Pasolini,
apparsa sull’Europeo il 13 ottobre 1966




Eccolo che arriva: piccolo, fragile, consumato dai suoi mille desideri, dalle sue mille disperazioni, amarezze, e vestito come il ragazzo di un college. Sai quei tipi svelti, sportivi, che giocano a baseball e fanno l’amore nelle automobili. Pullover nocciola, con la tasca di cuoio all’altezza del cuore, pantaloni in velluto a coste nocciola, un po’ stretti, scarpe di camoscio con la gomma sotto. Non dimostra davvero i quarantaquattr’anni che ha. Per ritrovarli, quei quarantaquattr’anni, deve andare verso la finestra dove la luce si abbatte spietata sul viso e schiaffeggia quegli occhi lucidi, dolorosi, quelle guance scarne, appassite, la pelle tesa agli zigomi fino a rivelare il suo teschio. Per la stanchezza, suppongo. La notte scappa agli inviti e se ne va solo nelle strade più cupe di Harlem, di Greenwich Village, di Brooklyn, oppure al porto, nei bar dove non entra nemmeno la polizia, cercando l’America sporca infelice violenta che si addice ai suoi problemi, i suoi gusti, e all’albergo in Manhattan torna che è l’alba: con le palpebre gonfie, il corpo indolenzito dalla sorpresa d’essere vivo. Siamo in molti a pensare che se non la smette ce lo troviamo con una pallottola in cuore o con la gola tagliata: ma è pazzo a girare così per New York? È a New York da dieci giorni. È venuto per il festival cinematografico, vi davano due dei suoi film. Sono proprio curiosa di saper se l’America piace a questo marxista convinto, a questo cristiano arrabbiato, insomma a Pasolini.

Dieci giorni son pochi per dare un giudizio, è ben vero, ma Orson Welles una volta m’ha detto che per capire un paese ci vogliono dieci giorni o dieci anni: all’undicesimo giorno ti abitui e non vedi più nulla. All’undicesimo giorno, domani, riparte. L’ho pregato per questo di venire da me a bere un drink. "Whisky?" gli chiedo. "Birra? Cognac?". "Coca-cola", risponde. La finestra s’apre lungo una strada di grattacieli, uno accanto all’altro, uno dopo l’altro, dall’East River allo Hudson. Ti gira la testa a guardarli, ti senti in trappola come una bestia che ha sete di verde. O di silenzio. Entra, dal vetro socchiuso, l’inferno: brontolar di motori, squillare di clacson, martellare di perforatrici, sirene. La città ha acceso i termosifoni e la polvere nera ti si attacca perfino alle ciglia, rendendoti cieco. Piove, è una di quelle giornate in cui tutto ti irrita, ti nega entusiasmo.


Ma lui beve con gusto la sua Coca-cola e d’un tratto esclama:
"Vorrei aver diciott’anni per vivere tutta una vita quaggiù".
"Quaggiù?! A New York?".

"È una città magica, travolgente, bellissima. Una di quelle città fortunate che hanno la grazia. Come certi poeti che ogniqualvolta scrivono un verso fanno una bella poesia. Mi dispiace non esser venuto qui molto prima, venti o trent’anni fa, per restarci. Non mi era mai successo conoscendo un paese. Fuorché in Africa, forse. Ma in Africa vorrei andare e restare per non ammazzarmi. L’Africa è come una droga che prendi per non ammazzarti, una evasione. New York non è un’evasione: e un impegno, una guerra. Ti mette addosso la voglia di fare, affrontare, cambiare: ti piace come le cose che piacciono, ecco, a vent’anni. Lo capii appena arrivato. Arrivai da Montreal, con il treno. Scesi a un’enorme stazione affogata nel buio, una sotterranea. Non c’eran facchini e la mia valigia pesava. Eppure andavo come se fosse leggera. Mi muovevo verso una luce accecante, in fondo al tunnel c’era una luce accecante, e quando fui fuori la città mi aggredì come un’apparizione. Gerusalemme che appare agli occhi del Crociato. Non mi sentivo straniero, imparai subito a girare le strade neanche ci fossi nato: eppure non la riconoscevo. Perché nessuno ha mai rappresentato New York. Non l’ha rappresentata la letteratura: a parte le vignette di Arcibaldo e Petronilla, su New York esistono solo le poesie di Ginsberg. Non l’ha rappresentata la pittura: non esistono quadri di New York. Non l’ha rappresentata il cinema perché… Non lo so. Forse non è cinematografabile. Da lontano è come le Dolomiti, troppo fotogenica, troppo meravigliosa, e dà fastidio. Da vicino, da dentro, non si vede: l’obiettivo non riesce a contenere l’inizio e la fine di un grattacielo. Ma non è solo la sua bellezza fisica che conta. E la sua gioventù. È una città di giovani, la città meno crepuscolare che abbia mai visto. E quanto sono eleganti, i giovani, qui."


"Eleganti?!".

"Hanno un gusto favoloso: guarda come sono vestiti. Nel modo più sincero, più anticonformista possibile. Non gliene importa nulla delle regole piccolo-borghesi o popolari. Quei maglioni vistosi, quei giubbotti da poco prezzo, quei colori incredibili. Non si vestono mica, si mettono in maschera: come quando da piccola ti mettevi la palandrana della nonna. E così mascherati se ne vanno, orgogliosi, coscienti della loro eleganza che non è mai un’eleganza mitica o ingenua. Ti vien voglia di imitarli e magari li imiti perché dove puoi vestirti così? A Roma? A Milano? A Parigi? Io là ho sempre paura che la gente si volti, mi guardi. Qui non ho alcun complesso, posso andarmene vestito come voglio, senza che nessuno si volti e mi guardi. Qui invece nessuno ti turba con la sua curiosità. Ieri sulla Quarantacinquesima ho visto un uomo che stava morendo. In mano aveva un pacchetto: l’ha fissato e poi l’ha scaraventato con una tale violenza che il pacchetto s’è rotto. Chissà che c’era dentro. Dopo s’è appoggiato al muro, ha messo la testa sull’avambraccio, è scivolato piano piano per terra ed è rimasto li a piangere. Anzi a morire. Senza che nessuno si fermasse a guardarlo, neanche per offrirgli un bicchier d’acqua, un aiuto. La sera avanti, poco lontano dal Metropolitan, ho visto un vecchio disteso sul marciapiede: coperto da un plaid. Accanto gli stava un ragazzo, bello, elegante come dici tu: scarpe di cuoio perfetto, calzini leggeri, pantaloni ben tagliati, un pullover favoloso. Il vecchio stringeva sul petto la mano del giovane e il suo volto era bianco, già levigato dalla morte. La gente passava e non si fermava, qualcuno rideva. Ma è male questo? O non è male il nostro fermarsi a curiosare? Non è detto che il loro silenzio sia mancanza di pietà, forse è una forma superiore di pietà. La pietà di non avvicinarsi, non curiosare…"


L’America è proprio una donna fatale, seduce chiunque. Non ho ancora conosciuto un comunista che sbarcando quaggiù non abbia perso la testa. Arrivano colmi di ostilità, preconcetti, magari disprezzo, e subito cadon colpiti dalla Rivelazione, la Grazia. Tutto gli va bene, gli piace: ripartono innamorati, con le lacrime agli occhi. .... Sì o no, Pasolini? Lui scuote le spalle, sdegnoso.


"Io sono un marxista indipendente, non ho mai chiesto l’iscrizione al partito, e dell’America sono innamorato fin da ragazzo. Perché, non lo so bene. La letteratura americana, tanto per fare un esempio, non mi è mai piaciuta. Non mi piace Hemingway, né Steinbeck, pochissimo Faulkner; da Melville salto ad Allen Ginsberg. L’establishment americano non ha mai potuto conciliarsi, ovvio, con il mio credo marxista. E allora? Il cinema, forse. Tutta la mia gioventù è stata affascinata dai film americani, cioè da un’America violenta, brutale. Ma non è questa America che ho ritrovato: è un’America giovane, disperata, idealista. V’è in loro un gran pragmatismo e allo stesso tempo un tale idealismo. Non sono mai cinici, scettici, come lo siamo noi. Non sono mai qualunquisti, realisti: vivono sempre nel sogno e devono idealizzare ogni cosa. Anche i ricchi, anche quelli che hanno nelle mani il potere. Il vero momento rivoluzionario di tutta la Terra non è in Cina, non è in Russia: è in America. Mi spiego? Vai a Mosca, vai a Praga, vai a Budapest, e avverti che la rivoluzione è fallita: il socialismo ha messo al potere una classe di dirigenti e l’operaio non è padrone del proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e ti accorgi che il comunista europeo è un uomo vuoto. Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un marxista, oggi, possa scoprire. Ho conosciuto i giovani dello Sncc , sai gli studenti che vanno nel sud a organizzare i negri. Fanno venire in mente i primi cristiani, v’è in loro la stessa assolutezza per cui Cristo diceva al giovane ricco: “Per venire con me devi abbandonar tutto, chi ama il padre e la madre odia me”. Non sono comunisti né anticomunisti, sono mistici della democrazia: la loro rivoluzione consiste nel portare la democrazia alle estreme e quasi folli conseguenze. M’è venuta un’idea, conoscendoli: ambientare in America il mio film su san Paolo. Voglio trasferire l’intera azione da Roma a New York, situandola ai tempi nostri ma senza cambiar nulla. Mi spiego? Restando fedelissimo alle sue lettere. New York ha molte analogie con l’antica Roma di cui parla san Paolo. La corruzione, le clientele, il problema dei negri, dei drogati. E a tutto questo san Paolo dava una risposta santa, cioè scandalosa, come gli Sncc.


Alle sette ha un appuntamento con Herbert Blau, il direttore teatrale del Lincoln Center, che lo ha invitato a cena. Non si trovano taxi a quest’ora e così andiamo a piedi. Cade una pioggia sottile, esasperante. Ma lui cammina senza sentirla, o apprezzandola forse, e ripete vedi le case di Arcibaldo e Petronilla, in fondo è come tornare fanciulli. Gli è quasi sparita dagli occhi quella tristezza gonfia di mille amarezze.


"L’aspetto più importante di questa città è la miseria."
"Miseria?! A New York?!".

"Sì. Lo stesso tipo di miseria, o povertà, che si trova nelle ex colonie divenute indipendenti da poco. Lo stesso tipo di povertà che trovi a Calcutta, a Bombay, a Casablanca. Mi spiego? Non una miseria economica, la miseria di chi non ha da mangiare: una miseria, ecco, psicologica. Quella sporcizia diffusa, quella provvisorietà. Le strade male asfaltate che quando piove si riempion di gore. I muri neri o marroni, costruiti in fretta per esser buttati giù in fretta. E mai un angolo tirato a lucido, destinato a durare. C’è anche Park Avenue, siamo d’accordo, ci sono gli splendidi grattacieli di vetro: ma quelle son le piramidi. Esser qui oggi è come trovarsi in Egitto quando gli schiavi costruivano le piramidi. Sai, non è mica detto che gli schiavi in Egitto vivessero male. Magari erano allegri, nella disperazione, e la sera andavano a spasso, bevevano… Non c’entra. L’aspetto importante resta questa miseria da ex colonia, da sottoproletariato."

"Sottoproletariato? A New York?".

"Sicuro. V’è in tutti le stigmate della medesima origine sottoproletaria: a colpo d’occhio non la vedi mica la differenza di classe. Come a Mosca quando cammini pensando che son tutti uguali. Naturalmente la differenza esiste ma non se ne rendono conto, non ce ne rendiamo conto. E lo sai perché? Perché non v’è in loro la coscienza di classe. Per uno che vien dall’Italia lo smarrimento è più fondo che in Africa, in India. Voglio dire che entri a Calcutta, a Karthum, ed entri nel cuore di una razza, di un contesto sociale: la classe operaia, borghese, piccolo-borghese, e ciascuna con la sua coscienza di esistere. Entri a New York e cosa trovi? Un fuoco d’artificio di razze assimilate e rese analoghe dallo stesso sistema, dal medesimo fondo: il sottoproletariato. Guarda l’operaio americano, questa mescolanza mostruosa e affascinante di sottoproletariato e di piccola borghesia. Non esiste l’operaio in quanto tale perché non esiste in lui la coscienza della classe operaia. Una voragine. Ma ovunque ti affacci, in America, in un’anima come in una strada come in un ambiente, ti affacci su una voragine. Quasi tu ti sporgessi da un grattacielo. Ciò è bene, ciò è male? Non so, mi sento confuso. In Europa mi sembrerebbe negativo, qui no. Ammiro il momento rivoluzionario americano, ovvio che il mio cuore è per il povero negro o il povero calabrese, e contemporaneamente provo rispetto per l’establishment, il sistema americano… Devo tornare, devo approfondire."




Il ristorante dove incontriamo Herbert Blau è famoso per le aragoste alla griglia. Cena? Aragoste? Pasolini esce come un sonnambulo dal dedalo delle sue confusioni e ordina un bicchiere di latte, una macedonia di frutta ma senza le arance. È afflitto da un’ulcera, dovrebbe farsi operare, si nutre come un bebè. Parlando di teatro, progetti, Blau lo fissa un po’ sbalordito: questo rivoluzionario che si nutre come un bebè. Si saluteranno presto, reciprocamente annoiati. Conclusa la cena Blau lo ha accompagnato dentro il Lincoln Center, a vedere le prove di una commedia in costume. Ma a Pasolini non importa nulla delle commedie in costume, dell’apparato elettronico che sposta in pochi secondi le scene, gira il palcoscenico, alza la platea: nel suo mondo non c’è posto per simili meraviglie. Come non c’è posto per i grattacieli di vetro, Park Avenue, un razzo che parte, il trapianto chirurgico di un cuore vivo: l’America bella, pulita, comoda che piace a chi spera nel Paradiso. Come Rimbaud (o certi martiri) lui vuol sempre tornare all’inferno, ai quartieri dove si rischia un colpo di rivoltella nel cuore, incontri tragici e magari perversi, la punizione, il Greenwich Village come glielo descrisse Elsa Morante, Harlem come l’ha visto ieri sera ed è stata una bellissima sera. Gli presentarono un sindacalista negro, di estrema sinistra, sai quelli che non accettano il sistema della non-violenza propagandato da Martin Luther King, e son pronti ad uccidere. Il sindacalista lo portò a casa di un operaio caduto dal quarantaseiesimo al quarantaduesimo piano dove restò appeso miracolosamente ad un filo. L’operaio era un vecchio negro, disteso in un letto e rideva felice, felice, ed era così commovente. D’un tratto mi saluta, impaziente, una stretta leggera di mano, e se ne va tutto solo nel buio.


Oggi parte ed ha molte cose da fare: anzitutto posar per un tale che ha molto insistito e gli pare si chiami Avalon. "Dick Avedon?" "Sì, qualcosa del genere." "Non sai chi è Dick Avedon?" "No, chi è?" "Forse il più grande fotografo che esista in America, senza dubbio uno dei più grandi nel mondo." "Ah, sì?" Avedon lo ha pregato di venire al suo studio verso le undici ma lui è giunto in ritardo perché sulle scale c’era un vagabondo ubriaco dall’alba, e un vagabondo ubriaco dall’alba vale cento fotografie di Avedon. L’ascoltava con pazienza materna, dolcezza, prima di lasciarlo gli ha dato non so quanti dollari, e certo ora guarda con meno interesse la immensa istantanea che copre una intera parete dello studio Avedon: Charlie Chaplin ritratto come un demonio, gli indici e i mignoli ritti sopra le tempie a mo’ di corna o forconi. "La scattai l’ultimo giorno che passò negli Stati Uniti", spiega Avedon, "poche ore prima che gli partisse la nave diretta in Europa. Venne qui e…"


Ma a Pasolini preme più la storia di altre fotografie: questo ragazzo negro, ad esempio, che morì di botte per essere stato aggredito dal Ku Klux Klan. O questo mulatto che al Parlamento fu eletto due volte ma non riuscì mai ad entrarci perché è contro la guerra in Vietnam. O questo Allen Ginsberg che posa nudo, coperto solo dalla sua barba e i suoi peli, e lo induce a una altra dichiarazione d’amore:

"Gli intellettuali americani, capisci. Magari son pieni di contraddizioni; incontri un allievo di Morris che ha dato la laurea sulla poesia del Petrarca, discute di semeiotica e poi incontri due studentesse che ignoran perfino Apollinaire o Rimbaud. Quali sono i poeti che preferisce, ti chiedono. Rimbaud, rispondi, Apollinaire, Machado, Kavafis. Ti guardano cieche. Che Kavafis non lo conoscano, passi. Per Machado è già grave, per Apollinaire è assurdo, per Rimbaud addirittura scandaloso. Però hanno un tale rispetto per la cultura! Un rispetto pieno di timore, umiltà: è una gran dote. Considera gli italiani: sono sempre padroni del sapere, anche quando sono ignoranti. Non c’è mai un attimo di timidezza, negli italiani, verso il sapere. Un tipo come Umberto Eco, ad esempio. Conosce tutto lo scibile e te lo vomita in faccia con l’aria più indifferente: è come se tu ascoltassi un robot. Un americano erudito come Umberto Eco è un uomo umile, invece, non si considera mai padrone della sua sapienza, è quasi spaventato dalla sua cultura. Ciò è giusto, mi piace…".

E intanto Avedon scatta foto che suppongo destinate alle frivole lettrici di «Vogue». Che scena, vale quella del Village.
Al Village ci va subito dopo per comprare i pantaloni e i giubbotti che trova così eleganti e che a Roma non indosserà mai: ossessionato com’è dal complesso d’esser riconosciuto, criticato, guardato.
Lo attrae soprattutto una certa camicia che è la copia esatta di quelle in uso nelle prigioni. Sul taschino sinistro c’è scritto: "Prigione di Stato, galeotto Numero 3678". La sta provando, sedotto, quando all’angolo della Decima Avenue scorge una dimostrazione in favore della guerra nel Vietnam.

Uomini e donne passano cupi con grandi cartelli dove è scarabocchiato: "Bombardate Hanoi"; qualcuno ha un distintivo che dice: "Ammazzateli tutti, quei rossi". Ed ecco che un’automobile arriva, ne scendo due giovanotti e una ragazza bionda in calzoni. La ragazza ha una chitarra. Si appoggia al cofano dell’automobile, mentre i due giovanotti le si mettono ai lati, e incomincia a suonare qualcosa di triste. Poi, insieme, tutti e tre attaccano una canzone di protesta. Continueranno finché gli altri continueranno a sfilare coi loro cartelli: e non un insulto, un gesto di ostilità. Pasolini resta fermo a fissarli, con la sua camicia da galeotto, i suoi occhi sono umidi, buoni, quando sussurra:
"Questa è la cosa più bella che ho visto nella mia vita. Questa è una cosa che non dimenticherò finché vivo. Devo tornare, devo star qui anche se non ho più diciott’anni. Quanto mi dispiace partire, mi sento derubato. Mi sento come un bambino di fronte a una torta tutta da mangiare, una torta di tanti strati, e il bambino non sa quale stato gli piacerà di più, sa solo che vuole, che deve mangiarli tutti. Uno ad uno. E nello stesso momento in cui sta per addentare la torta, gliela portano via".

È l’istantanea di un marxista a New York.


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Avrei voluto postare la lettera a Pier Paolo Pasolini che Oriana Fallaci gli dedicò dopo aver saputo della sua morte, nel novembre del 1975. Ma, prima, ho pensato di inserire l'intervista che sempre la Fallaci gli fece e fu pubblicata sull’Europeo il 13 ottobre 1966... l’America, i barboni, la...
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16/11/2014 16:16:41
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Pasolini e Oriana Fallaci.

16 novembre 2014 ore 01:28 segnala
Dove si vede come la morale borghese e cattolica non sembra
sappia suggerire a delle simpatiche ragazze oneste le ragioni
per cui sono oneste. Anni 70.

PASOLINI Si può sapere quanto guadagna al mese pressappoco?
1a OPERAIA Ecco, siccome è a cottimo, quindi non è sempre la solita paga: insomma oscilla sulle cinquanta, cinquantadue, secondo del cottimo.
PASOLINI Bene, lei sa che ci sono delle donne che lavorano di notte, nei viali, lei mi capisce... che guadagnano tanto più di lei... in modo non onesto... E lei perché ha scelto la strada dell'onestà?
1a OPERAIA Guardi, sono stata abituata così, secondo i miei genitori... quindi...
PASOLINI La tentazione della ricchezza, l'idea di guadagnare sei o sette volte di più...
1a OPERAIA Affatto...
PASOLINI Ecco, io vorrei sapere qual è la ragione per cui voi avete scelto di guadagnare poco, relativamente, lavorando tanto, anziché quell'altra strada.
2a OPERAIA Perché è meglio un lavoro onesto che uno disonesto.
PASOLINI E lei cosa dice?
3a OPERAIA Eh, io dico anche io così.
PASOLINI Cioè per onestà.
4a OPERAIA Per onestà, giusto.
PASOLINI Ma quali sono le ragioni che le impediscono di cedere alla tentazione del guadagnare molto di più?
5a OPERAIA Perché mi piace fare la ragazza seria.
PASOLINI Ma perché? Perché è religiosa, per ragioni morali, perché?
5a OPERAIA Per tutto, ragioni morali, e perché sono anche religiosa.
PASOLINI E delle donne che invece sono disoneste, hanno ceduto alle tentazioni, cosa ne pensa lei?
5a OPERAIA Penso che potrebbero far meglio a fare quello che faccio io, che non fare quei mestieri lì.
3a OPERAIA Io direi che non è mica giusto guadagnare il pane in quel modo li, no.
PASOLINI Sì, ma perché?
3a OPERAIA Eh, per me, la vedo una cosa fuori... fuori uso... del normale, voglio dire, ecco...
4a OPERAIA Naturalmente, è una vita che poi stanca, quella, e...
PASOLINI Ma voi le disprezzate le donne di quel tipo?
4a OPERAIA No.
3a OPERAIA No.
2a OPERAIA Son furbe.

.....

successivamente, ne nasce una discussione con Oriana Fallaci....



Testo di: Lucia Senesi:
"Ultimamente sto pensando molto a Pasolini e a Oriana Fallaci; e li sto pensando insieme. E mi è venuta voglia di rivedere Comizi d’amore, perché a un certo punto c’è uno scambio fra i due, che è una delle cose più tenere che io abbia mai visto.

Dice Pasolini: “Insomma un piccolo matrimonio, un noioso piccolo matrimonio proletario, piccolo borghese, è una grande alternativa alla ricchezza ?

La Fallaci risponde così: “Io direi di no. Perché se tu vai ad intervistare delle operaie che escono da una fabbrica, ottieni delle risposte che assomigliano molto alle mie. Non si può assolutamente negare che le operaie che lavorano in una fabbrica, hanno rapporti con i loro compagni di lavoro, escono con i loro compagni di lavoro, con un altro uomo… godono di una libertà sessuale, di una disinvoltura sessuale e sentimentale che già pochi anni fa era sconosciuta.”

Interviene Pasolini: “A Milano, Fallaci! A Milano! Ma il sottoproletariato calabrese, per esempio?”

E succede una cosa molto bella. Oriana Fallaci, questa donna forte e ostinata, dal volto serio e impegnato a far valere la propria idea, si ferma a pensare. Tace un secondo. Capisce che il suo interlocutore la sta facendo ragionare da un altro punto di vista, che lei non aveva considerato. E come tutte le persone intelligenti, abbandona la pretesa di avere ragione. Di più, è contenta. In un istante cambia espressione e sorride come sorriderebbe una bimba di quattro anni. E dice: -E’ un altro pianeta- ".

Ecco. Per me l’"amore" è quella cosa lì. Quando qualcuno ti stimola nel ragionamento diversamente tuo.
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Dove si vede come la morale borghese e cattolica non sembra sappia suggerire a delle simpatiche ragazze oneste le ragioni per cui sono oneste. Anni 70. PASOLINI Si può sapere quanto guadagna al mese pressappoco? 1a OPERAIA Ecco, siccome è a cottimo, quindi non è sempre la solita paga: insomma...
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16/11/2014 01:28:28
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L'illuminazione.

14 novembre 2014 ore 19:36 segnala
due sane risate.....

Qualche sera fa ho avuto un'illuminazione. Una cosa che a molti sembrerà banale, ma io ci ho messo fino alla mia età veneranda per capirla. Improvvisamente mi si è parata dinnanzi questa grande verità: il problema non sono gli uomini che vogliono soltanto scopare, ma quelli a cui non frega un cazzo di te. E i due insiemi non coincidono.
E' veramente strano che io ci abbia messo tanto a capirlo, ma temo di essere in buona e numerosa compagnia. La questione come al solito discende dalle nostre mamme, che si sono tanto premurate di farci il lavaggio del cervello mettendoci in guardia contro il temibile homo trombans, quello che vuole soltanto scopare. Sarebbero quelli che vengono da te, scopano e poi, con il pisello ancora gocciolante, si rimettono le mutande e si dileguano nel nulla.
A dire il vero, ancora fino a pochi anni fa, credevo che l'homo trombans fosse pura leggenda metropolitana inventata dalle mamme. Come quando ci dicevano che se avessimo toccato una pianta mentre avevamo le mestruazioni, quella sarebbe morta. Ma, estendendo un po' i miei orizzonti, confesso che ho dovuto ricredermi, perché effettivamente mi sono imbattuta in qualche esemplaredi quella che ritengo tuttavia una specie in via di estinzione. Inutile dire che non sono pericolosi, perché risultano immediatamente riconoscibili e nessuna donna, nemmeno la più idiota, si farebbe intortare da un maschio siffatto. Al più ti viene da dire: "Ach, ma guarda che razza di testa di cazzo mi sono scopata". E finisce lì. Comunque io di questi ne ho trovati davvero pochi: probabilmente non ho le physique du rôle per l'homo trombans, oppure i testa di cazzo non mi piacciono a priori; o ancora sono davvero rari come penso.
Il vero problema, invece, rispetto al quale quella grandissima rompiballe della mamma non ti ha detto un bel niente, sono quelli a cui non frega un cazzo di te. E di questi temo di averne trovati parecchi. Insomma, tu scopi con questo tizio e lui, non solo non si dilegua appena espletate le sue funzioni, ma sta due ore con te a parlare di Kant e Dostoevskij. Perché lo fa? Be', perché magari al bar o in palestra non trova nessuno adatto allo scopo e parlare con te dei Karamazov gli piace parecchio. Perché ti stima. Ma non finisce qui. Fin dalla prima volta che vi siete visti, ha cominciato a raccontarti la sua vita, a partire dai più remoti traumi infantili, attraverso la sua adolescenza tormentata, per giungere fino alla sua attuale infelicità. Perché lo fa? Be', perché si trova bene a parlare con te, perché sta bene con te.
Già. Ora per noi donne, se uno ci piace, ci facciamo sesso volentieri, lo stimiamo e stiamo bene con lui, cosa vuoi di più dalla vita? Anche se non è lucano, questo equivale più o meno a dire che siamo innamorate. Perché è la somma che fa il totale. E di conseguenza mostriamo un genuino e partecipe interesse per i cazzi suoi. Bene, invece per gli uomini non è così: tutto questo può anche non significare un bel niente. Ma siccome non rientra nel paradigma della mamma, il dubbio non ci sfiora, nemmeno quando dobbiamo confrontarci con la più cruda realtà. Per esempio: si è ricordato del tuo compleanno? Ti ha chiamata quando avevi quel problema che ti preoccupava? Si è accorto di quel giorno in cui eri depressa? No, ma... com'è possibile? Resistiamo incredule. Soltanto ieri abbiamo parlato di Hegel e oggi neppure un messaggino di condoglianze per la morte del mio gatto. Come può essere così insensibile lo stesso uomo che la settimana scorsa mi ha raccontato di quella volta che pianse perché la maestra l'aveva messo dietro la lavagna? E ha pure giurato di non averlo mai raccontato a nessuno prima d'ora. Come può non amarmi?
- Fidati, di te non gli frega un cazzo.
- Ma lui ha bisogno di me...
- Sicura?
- No. Ma devo fare due giorni al mese di volontariato da crocerossina, se voglio guadagnarmi il paradiso.
- Da quando credi al paradiso?
- Ma no, è una metafora.
- Be', se vuoi andare nel tuo paradiso metaforico, invece di scornarti con uno a cui palesemente di te non frega un cazzo, puoi sempre andare due giorni al mese a pulire il culo ai vecchi.
- Che schifo, non ci penso nemmeno! Mi sento più portata a parlare dei massimi sistemi con uomini infelici.
- Ah ecco. Mi sa che tu e loro vi ritroverete insieme nel paradiso metaforico degli stronzi.


http://blog.libero.it/senzafallo/13012730.html


per la gioia di Vere:

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due sane risate..... Qualche sera fa ho avuto un'illuminazione. Una cosa che a molti sembrerà banale, ma io ci ho messo fino alla mia età veneranda per capirla. Improvvisamente mi si è parata dinnanzi questa grande verità: il problema non sono gli uomini che vogliono soltanto scopare, ma quelli a...
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14/11/2014 19:36:57
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I morti, morti.

01 novembre 2014 ore 19:13 segnala
a volte i vivi son più morti
dei morti.
meglio un morto morto, che un morto vivente.
fa meno paura.
ai morti non gliene frega niente di essere morti.
interessa a noi vivi per ricordare, si dice.
io me li ricordo più gli altri giorni del giorno
dei morti, i morti.
il giorno dei morti, invece, senti che sono morti
ancora di più, perchè festeggiare i morti è sempre
stato per me orribil cosa, perchè li sento più
nel DNA che sotto terra.
io nel DNA ho tutto l'elenco dei miei morti che mi
è rimasto dentro, di fuori c'è poco.
Non mi piace parlare di cose della morte;
ma la Festa dei morti riguarda più i vivi che i morti;
quello che riguarda i morti, non lo possiamo sapere.
La morte è una cosa tremendamente seria,
la più seria di tutte le cose che possono capitare all'uomo;
perché l'uomo che ha fatto quel passaggio,
potrà diventare angelo o diavolo o niente;
ma ha finito di essere uomo,
e questa è una perdita,
su cui non si piangerà mai abbastanza.
e morta là.

"Qui la Festa dei Morti adesso è viola.
Le hanno cambiato anche il colore: prima era nera, adesso è viola;
il nero poteva disturbare l'uomo di adesso, fargli venire i complessi,
come si usa adesso; come per le sculacciate ai bambini, una volta
si davano a iosa; adesso dicono che l'onda della sculacciata
può arrivare al cervello, e uno che stava per diventare un altro Leonardo
da Vinci, diventa un cretino da ospizio. Il viola è come il vino allungato
con l'acqua, non è né vino né acqua; non è né caldo né freddo, né vivo
né morto; è un piccolo trucco per fare passare la morte come un aperitivo".

non per niente, quando una persona è depressa dice: vedo nero,
... son come dentro un tunnel senza luce senza uscita.
nero come la morte. e allora si tratta di un morto vivente.
ed è la stessa sofferenza. solo che uno sembra morto, ma vive ancora,
e anche lui si sente che sembra morto, e ti dice che non vive più.
gran brutta faccenda.

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a volte i vivi son più morti dei morti. meglio un morto morto, che un morto vivente. fa meno paura. ai morti non gliene frega niente di essere morti. interessa a noi vivi per ricordare, si dice. io me li ricordo più gli altri giorni del giorno dei morti, i morti. il giorno dei morti, invece, senti...
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01/11/2014 19:13:50
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L'ELEMENTO DELLA LUCE E' L'OCCHIO.

31 ottobre 2014 ore 16:22 segnala
di Francesca Matteoni


Così me ne stavo, i bulbi nella mano, in luce denudata
al banco dove sedeva l'occhio
e il guercio fatto savio m'ammiccava
intorbidando il viso nella fonte;
spruzzava inganno e luce tutt'attorno -

Nell'infittirsi asciutto delle notti
la luce germinava sul mio sonno
un verme cieco all'alba
scialba la luce sciroppava per i vicoli inciampando

e mi sentivo azzurra dentro i fiati della nebbia
mi sentivo verde nello straccio della pelle
mi sentivo rossa e rotolavo rossa nell'imminente sangue della fossa -

La luce inacidiva piatta sullo stagno
Giallo! un pugno di luce un dio
Verrai a farmi dio? Vieni e fammi dio!

Smembrami spezzami modellami disserrami
mangiami ingollami spolpami ipotizzami

La luce scuce e ricuce
colorazioni labili affogano falene
lampioni a notte sbiancano in tulles di ballerine
uno slargo di luce nell'aria lo sbrano di luce

e in luce ignota sto
languente in luce sto
nel nulla-luce sto

Finché sull'orlo inceppa e cade l'occhio
trotta caracolla il nervo al fuori
al suolo crudo un chicco
e se lo porta il corvo dentro al becco.





Fagocita by gloria ghiani











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di Francesca Matteoni Così me ne stavo, i bulbi nella mano, in luce denudata al banco dove sedeva l'occhio e il guercio fatto savio m'ammiccava intorbidando il viso nella fonte; spruzzava inganno e luce tutt'attorno - Nell'infittirsi asciutto delle notti la luce germinava sul mio sonno un verme...
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