Questi sono uomini che vivono nella merda.

06 aprile 2014 ore 19:08 segnala
Non distinguere la luce dal buio mentre si aspettano notizie peggiori che il morire stesso.
Di fianco giacciono scatole di cioccolatini scaduti affiorano formiche da ogni dove
non respiro più come prima e mi annoio. Cosa provo a parte un leggero sconforto dovuto alle previsioni del tempo e alla lettura del giornale di ieri, chi osservo, chi sono questi tizi che camminano nella mia casa in cerca di oggetti che non possiedo più da tempo?
Tu mi dicevi sempre che non è bello andarsene dal cinema senza vedere tutti i titoli di coda, ma io sapevo risponderti con una timida alzata di spalle che poi avrei comprato il dvd.
La spesa l’ho fatta, il meccanico è stato scortese e mi ha sbirciato insistentemente la scollatura, mentre io fissavo le sue mani sporche e il nero fra le unghie e il viscido negli occhi, desiderosa che morisse e cadesse così ai miei piedi.





Ancora mi manchi?


In questo sono simile ai pesci, può sembrare che non abbia niente da dire, che mi accontenti di aprire la bocca per prendere fiato, che mi rassegni al ruolo, a qualsiasi ruolo che mi sia stato assegnato, e basta, che io finisca lì, che esista solo su chiamata, solo se servo a qualcuno, a qualcosa.
Alla famiglia che senza di me, all’educazione dei figli, adesso anche nei parlamenti e nelle giunte comunali, nelle facoltà scientifiche, servo sempre di più. Servo.

Di nuovo avverto la sua ombra, le sue mani bramose di carne palpabile, vorrebbe strappare ogni tessuto sintetico che incontra, ogni fibra naturale che l’ostacola, sento il suo respiro affannato, sento che sta per cedere alla bestialità tramandata da millenni e anche di più, sento che ogni mio grido sarà malinteso, sarà linfa vitale per l’animale.

Anche ieri hai impiegato mezz’ora per accordare la tua chitarra, hai sempre paura di rompere l’ultima corda, la più sottile, sei stato fermo con il pollice e l’indice della mano sinistra a fissare l’accordatore elettrico che si è fatto buio e ho dovuto accenderti la luce, ti ho chiamato due volte e vedevo che tremavi un poco. Poi non volevi mangiare.

Non ho sonno, eppure dovrei. Domani mi aspetta una giornataccia; se passo la mano nell’altra metà del letto sento tutta l’assenza del mondo, sento una parte del mio cuore uscire di nuovo senza salutare.

C’è ancora spazio per la polvere nella mia testa, urla mia madre che sta seduta di fronte alla finestra a guardare il mare. Siamo al quinto piano. Nel palazzo ci odiano tutti. La chitarra di mio figlio e le urla di mia madre. Me stessa. Quando scendo e salgo le scale le occhiate mi trafiggono. Sento le buste della spesa strapparsi, le bottiglie d’olio andare in frantumi e la mia disperazione nuda di fronte alle risate sguaiate e sprezzanti sommergermi fino a farmi soffocare.



Ancora 4 in matematica. Più una specie di zuffa per colpa di una offesa. Una macchiolina di sangue altrui sui jeans e una convocazione dalla preside dell’istituto tecnico industriale.
E tu correvi con il sole alle spalle e ridevi con il naso all’insù. Eri felice e si vedeva.





La dimensione del lutto è tetra e commovente, però anche liberatoria, soprattutto nei funerali sotto la pioggia. Quando penso a qualcuno che se ne è appena andato, penso che il mondo sarà per un po’ più leggero, e anche il suo corpo, libero dal peso dell’anima, libero dagli sguardi degli altri, dai loro pensieri, onde che colpiscono, colpiscono sempre, micro punture insistenti fino a che la misura è colma.

Non mi crede più. Mio figlio da quando prende brutti voti a scuola non mi crede più. Dice che gli ho sempre detto che era bravo e intelligente e adesso dice che lo prendono in giro. Ora è meglio aspettare e sperare in un buon voto, mi va bene anche se in religione o educazione fisica. Ma ce l’avrà una fidanzatina?

Cos’è che mi manca allora, che mi aspetto ancora dalla vita, dalle vite, da quelle degli altri, da questa città, da questa casa con famiglie e luci accese a fingere il focolare domestico, cosa dovrei aspettarmi prima di invecchiare? Dovrei forse rimettermi in cerca di un uomo, un altro? Adottare una sorellina per allargare l’allegra compagnia, magari un cucciolo che costa pure meno, potrei uccidere la vecchia sorda che urla invece, e dare una svolta netta a questa storia, invece che lamentarmi; posso? Non ho vizi, non bevo e non mi drogo, mi lavo, fatico, mando avanti una casa e una famiglia.

Prenderai freddo così, còpriti - mettiti la felpa grigia quella con il collo alto... - sennò mettiti la sciarpa - a che ora torni? È troppo tardi, si cena alle sette e mezzo lo sai - come sarebbe che mangi da solo? –
Non se ne parla neanche.



Un vecchio assiste al suo riflesso di fronte ad una vetrina di un negozio di dolciumi, scoprendo nuovi solchi sulla pelle, nuove rughe, nuovi segni di un passato, mentre un tuono all’improvviso gli ricorda che è il momento, la vita prova a distrarlo per un’ ultima volta. No, queste sono scemenze.

Alle sue spalle rapinatori in maschera fuggono sparando colpi in aria, lasciandosi alle spalle i corpi sgraziati e macchiati dalla pioggia e dal sangue di due gemelline che ancora stringono i lecca-lecca in mano, le sirene della polizia strillano ma non per loro, è un giorno da cani e c’è molto da fare.

La benzina io la metto alla sera, quando torno dal lavoro, la metto da sola anche se d’inverno fa freddo e mi sporco le mani. Però l’odore che da bambina non facevo altro che aspettare ogni volta che uscivamo in macchina non mi stupisce più, non lo avverto neanche. Guardo lontano, il quartiere dove abito, si vede il mio palazzo, le luci accese a quasi ogni piano. Non so se è come dicono, che il cemento che avanza ha distrutto il paesaggio di un tempo, ma certo lo sguardo è sempre in prigione, senza possibilità di evadere se non volgendosi al cielo, non riesco più a pensare al futuro, ai miei spazi, sono finite le possibilità di immaginarsi i cambiamenti, vedo muri che stringono il cerchio, che tolgono il respiro. Non c’è spazio neanche per camminare, si cammina in macchina, a passo d’uomo con tubi di scarico come valvole di sfogo. La radio è meravigliosa, se non ci fosse la radio nel traffico ci sarebbero continue stragi, la gente comincerebbe a girare armata in attesa di una freccia non messa, di una macchina che si spegne, di un clacson stridulo e impertinente. Eppure arrivo tutti i giorni puntuale al lavoro, nel mio studio dai colori tenui e accoglienti con la musica da camera diffusa a basso volume, dove trascorro la vita ad ascoltare gli altri mentre penso a cosa aggiungere prima che il tempo sia scaduto e tocchi al prossimo.

M. prima di cominciare a parlare respira con ritmi irregolari e sembra prendere la rincorsa, poi è un fiume in piena di parole, fino a che si ferma di colpo, prende una grossa boccata d’aria che sembra che ricominci o che voglia chiudere con qualcosa di grosso e invece si spegne, guarda basso e produce un piccolo sospiro.



Capisce! La mia cacca, la mia cacca stava tutta nei pantaloni, era fredda, fredda! Era cacca morta. Non puzzava, però era fredda. E allora Napoleone doveva sentirsi solo in quell’isola lontana, così solo, e intanto la cacca mi faceva venire i brividi e la maestra mi guardava perplessa, mi diceva continua che stai andando bene, ma io mi sentivo come Napoleone, solo e in imbarazzo, ce la siamo fatta sotto tutti e due, poi ho chiesto di andare in bagno, la maestra mi ha risposto prima finisci, io ho detto non posso, poi ho detto sono Napoleone esigo di essere lasciato libero di andare in bagno, e tutti a ridere i miei compagni, la maestra si è spaventata perché io l’ho detto con una voce strana, una vocina come un diavoletto, stridula mi ha detto che si dice la maestra, che le ha fatto venire i brividi, perché anche i miei occhi erano diversi quando gliel’ho detto. E allora la maestra non riusciva a dire nulla e tremava e io che non ce la facevo più ho cominciato a mettermi le mani nelle mutande e a tirare fuori dei pezzettini di cacca, che un po’ era liquida e un po’ era solida, ma non puzzava, e allora i compagni tutti a ridere come matti, qualcuno strillava, qualcuno c’aveva proprio lo schifo dipinto in faccia, però io non riuscivo a togliermi tutta la cacca di dosso e allora mi sono abbassato i pantaloni e pure le mutande per fare meglio e sono rimasto con il pisello di fuori che era diventato tutto marrone e c’aveva la pelle raggrinzita perché poi mi hanno detto che quando i maschi sentono il freddo gli fa così il coso loro.




Prendo appunti, scarabocchi, farfalline e cuoricini. M. fa un lavoro molto semplice: è impiegato alle poste italiane, accoglie chi arriva all’ingresso e fornisce le prime indicazioni, preme i pulsanti della macchinetta che stampa i numeri per le file, tre pulsanti per le diverse operazioni.
Vive in periferia, una casetta con poche stanze ereditata dai suoi genitori; vive con un gatto, un gatto bianco e grasso, nella foto che mi fece vedere si capiva chiaramente; ha 41 anni. È brutto, non ci sono molte parole per farlo capire ed è anche spiacevole doverlo dire, perché sembra avercele tutte; è solo e brutto, ha una collezione di giornate tutte uguali divise per luoghi in cui ha trascorso la sua esistenza, la casa quando erano vivi i suoi genitori, la scuola elementare, la scuola media, il lavoro alle poste, la sua casa adesso. Per campare non gli manca nulla, può arrivare dritto alla morte senza intoppi, e più lo ascolto più mi sembra che non dovrebbe essere qui a raccontarmi le sue vicende, a farsi leggere i suoi sentimenti, a farsi cavare fuori da sé quello che tiene nascosto, quello che sarebbe stato se non fosse nato e cresciuto in mezzo alla sfortuna.

Ancora il vecchio dell’altro giorno. Ha un foglietto in mano. È una multa. Mi chiede perché gliel’abbiano fatta. Sulle prime non lo capisco nemmeno io. Poi capisco che ha parcheggiato troppo vicino alla carreggiata. Ci parcheggiano tutti. È toccata a lui stavolta. Gli chiedo se ricorda della rapina, delle bambine uccise. Niente, non capisce, pensa solo alla multa, a come fare per il reclamo. Lo accompagno al bar. Gli chiedo se ha i soldi per pagare la multa. Dice di sì, per fortuna ha la pensione. Ne ha due. Gli arrivano ancora i soldi dalla Francia, in cui visse per 10 anni appena dopo la fine della seconda guerra mondiale. È sposato, ha quattro figli, tre sono donne.

Eccoli qua, gli uomini che vivono nella merda.


artista delle opere: Cinzia Rizzotti, Roma.
pezzetti di racconti recuperati in rete.
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Non distinguere la luce dal buio mentre si aspettano notizie peggiori che il morire stesso. Di fianco giacciono scatole di cioccolatini scaduti affiorano formiche da ogni dove non respiro più come prima e mi annoio. Cosa provo a parte un leggero sconforto dovuto alle previsioni del tempo e alla...
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06/04/2014 19:08:34
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Commenti

  1. dealma 06 aprile 2014 ore 21:39
    ricordi non tuoi, dunque?
  2. libellulach 06 aprile 2014 ore 22:09
    Buona serata buon inizio settimana. :rosa :cuore
  3. a.Qa 07 aprile 2014 ore 08:46
    :-( racconto reale e struggente
    ci sono questi uomini e uomini di m.
    preferisco i primi.
    ciao
  4. aprile1961 07 aprile 2014 ore 10:14
    Che bel pippone complimenti, ma non devi cucinare ahahahahah
  5. crenabog 07 aprile 2014 ore 11:41
    bizzarro ma interessante.
  6. MorganaMagoo 07 aprile 2014 ore 17:29
    @Dealma: sono pezzetti di racconti recuperati in rete.
    non sono ricordi miei, e dico per fortuna, anche se conosco persone che ne hanno passate pure di peggio. ma è così diffcile descrivere con le proprie parole alcune sofferenze e alcuni dolori di altrui persone.
    questi sono ricordi di umiliazione, vera umiliazione.
    molto crudi. molto reali.
  7. dealma 07 aprile 2014 ore 22:31
    ne risulta un mosaico di emozioni che colpisce.
  8. antioco1 08 aprile 2014 ore 15:39
    leggo e mi complimento con il tuo modo di scrivere grazie per gli argomenti che posti, ciao Alessio

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