Storia del Cinema

15 aprile 2019 ore 19:50 segnala
Il 15 aprile 1967 muore Antonio De Curtis in arte Totò. La grandezza di questo artista straordinario è enorme: la sua popolarità è intatta a più di 50 anni dalla morte. Ci sarebbero tante cose da raccontare su di lui ma noi troviamo particolarmente toccante la sua storia d’amore con Liliana Castagnola. Totò era già all’apice come attore di teatro ed amatissimo dalle donne. Lei era una “chanteuse” molto sensuale dalla vita tormentata: due marinai si erano sfidati a duello per lei, un suo amante facoltoso era stato interdetto dai famigliari visto il rapporto con lei, un altro si era suicidato ma prima le aveva sparato creandole una cicatrice in volto (coperta con i capelli). Lei conosce Totò e inizia una storia d’amore devastante: lei è completamente persa ma il rapporto è difficile fra due personalità forti e con una gelosia fortissima di entrambi. Alla fine Totò decide di accettare un lavoro a Padova, lei propone di lavorare insieme per stare sempre insieme ma lui non accetta. Chi può dire cosa abbia pensato in quel momento Totò? Rapporto troppo opprimente, troppa gelosia, non può funzionare...
Totò parte sottovalutando l’amore di lei che si suicida con una dose di Veronal. Lascia il seguente messaggio:

“Perché non sei voluto venire a salutarmi per l’ultima volta? Scortese, omaccio! Mi hai fatto felice o infelice? Non so»
«Antonio, sono calma come non mai. Grazie del sorriso che hai saputo dare alla mia vita grigia e disgraziata. Non guarderò più nessuno... Te lo avevo giurato e mantengo. Stasera, rientrando, un gattaccio nero mi è passato dinnanzi. E ora, mentre scrivo, un altro gatto nero, giù nella strada, miagola in continuazione. Che stupida coincidenza, è vero?».

Totò è sconvolto e non dimenticherà mai l’accaduto. Fa seppellire la sua amata nella cappella di famiglia, chiamerà la sua futura figlia col suo nome e secondo alcune fonti (non siamo riusciti a verificarlo con certezza ma è riportato da più parti) conserverà fino alla morte un fazzoletto macchiato del suo mascara. Di certo non la ha mai dimenticata.


6b2b910b-0be0-49cb-813a-a6c28c58a9df
Il 15 aprile 1967 muore Antonio De Curtis in arte Totò. La grandezza di questo artista straordinario è enorme: la sua popolarità è intatta a più di 50 anni dalla morte. Ci sarebbero tante cose da raccontare su di lui ma noi troviamo particolarmente toccante la sua storia d’amore con Liliana...
Post
15/04/2019 19:50:42
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    5
  • commenti
    comment
    Comment

La Marcia della Morte

12 aprile 2019 ore 17:39 segnala
Era il 13 gennaio 1842 quando William Brydon, un ufficiale medico inglese, arrivò a cavallo sotto le mura di Jalalabad in Afghanistan. Era stremato e ferito alla testa. Ai primi soccorritori che gli chiedevano notizie dell’esercito che stavano aspettando, rispose “Sono io l’esercito”.

Pochi giorni prima, il 6 gennaio, un corpo di occupazione inglese forte di circa 16 mila uomini al comando del generale Elphinstone decise di ritirarsi da Kabul verso Jalalabad che distava circa 140 km più a sud per poi dirigersi in India. Ma lungo la via della ritirata le tribù indigene ben armate non offrirono loro tregua.

In preda a continui attacchi il 12 gennaio la colonna si era ridotta a soli 200 soldati e 2mila aiutanti di campo. Il gelo e la mancanza di equipaggiamenti invernali fecero il resto. Nei successivi scontri a Jugdulluk, Gandamak e Futtehabad furono tutti sterminati. Brydon risultò l’unico sopravvissuto.

La prima guerra anglo-afgana (1839-1842) fu caratterizzata da una serie di errori pagati a caro prezzo. Si rivelerà un vero azzardo la decisione inglese di intromissione nelle vicende dell’Afghanistan con lo scopo di fermare le mire espansionistiche dei russi nell’Asia Centrale.

Di fatto si creò un’instabilità a livello politico e militare accentuata poi dai successivi conflitti del 1878-1880 e del 1919. Molti osservatori fanno risalire a quegli anni le problematiche ancora oggi presenti nella zona. Dopo l’impero britannico anche l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti proveranno a loro spese quanto si possa rivelare difficile il controllo di quell’impervio territorio.

In immagine: "Remnants of an Army" Soggetto William Brydon. Quadro ad olio di Elizabeth Thompson.


e05f5006-6f96-4808-be1d-91809674c13a
Era il 13 gennaio 1842 quando William Brydon, un ufficiale medico inglese, arrivò a cavallo sotto le mura di Jalalabad in Afghanistan. Era stremato e ferito alla testa. Ai primi soccorritori che gli chiedevano notizie dell’esercito che stavano aspettando, rispose “Sono io l’esercito”. Pochi giorni...
Post
12/04/2019 17:39:23
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

Pillola di storia

15 marzo 2019 ore 20:42 segnala
Una convinzione radicata a livello popolare vuole che nei giochi dei gladiatori dell’antica Roma il segnale del pollice verso emesso dall’imperatore indicasse la condanna a morte del gladiatore, in genere sconfitto, mentre il pollice in su indicasse la salvezza e la grazia. In realtà secondo gli studiosi il magistrato che presiedeva i giochi (in genere era appunto un magistrato) se voleva la condanna a morte poneva il pollice esposto in orizzontale (“sguaina la spada”) mentre se voleva la salvezza mostrava il pugno chiuso (“rimettere le spade nei foderi”). Peraltro le condanne a morte erano rare: i gladiatori ricevevano un addestramento lungo e costoso, era meglio risparmiarli se possibile.


Dal Gulag al Lager: Storia di Margarete.

01 febbraio 2019 ore 12:10 segnala
Margarete Buber-Neumann era nata nel 1901 a Potsdam e si era iscritta giovanissima al Partito comunista tedesco. Un’adesione completa e totalizzante che portò al fallimento del suo primo matrimonio e alla perdita della patria potestà sulle sue due bambine, Barbara e Judith. Dopo il divorzio Margarete si innamorò di Heinz Neumann, anch’egli comunista e parlamentare del Reichstag. La loro fu un unione salda, animata dalla stessa voglia di lottare contro l’avanzata del nazismo e rinforzata dalla fede nella causa comune.
Quando però Hitler salì al potere e iniziò a perseguitare gli avversari politici, Margarete e Heinz dovettero fare le valige. Dopo brevi soggiorni in Svizzera e Spagna giunsero a Mosca, convinti che la patria del socialismo avrebbe dato riparo e sostegno a loro che per il comunismo avevano sacrificato tutto nella vita. E invece si sbagliavano.
I due compagni vennero ospitati presso l’hotel Lux, storico albergo della capitale in cui passarono moltissimi esuli comunisti del panorama internazionale. Da Dolores Ibarruri a Tito, da Ho Chi Minh a Ciu En lai. Si pensava fosse un luogo sicuro dove riorganizzarsi, una “casa” dove riprendere fiato in attesa di tornare a combattere nei propri paesi. Però non era così, o almeno non lo era per coloro su cui aleggiava il sospetto dell’eresia.
Era il 1937 e le purghe staliniane si diffondevano in tutta l’URSS, colpendo dirigenti di primo piano, eroi della rivoluzione e semplici militanti rei di deviare dall’ortodossia dell’ “uomo d’acciaio”. Nella rete finì anche Heinz Neumann che evidentemente non era disposto a silenziare le sue opinioni per compiacere il segretario del PCUS e i suoi accoliti. Lo arrestarono e dopo poco tempo lo fucilarono. L’anno seguente fu Margarete ad essere fermata e portata nel gulag di Karaganda in Kazakistan. Qui restò per circa due anni, additata come “moglie di un nemico del popolo”.
Poi nel 1940 Stalin le fece l’ultimo regalo.
Fatto poco conosciuto, nell’ambito dell’accordo Molotov-Ribbentrop, con cui URSS e Germania si spartivano la Polonia, veniva stabilito uno scambio di prigionieri. E così Margarete fu rispedita in patria dove l’attendeva un crudele destino, vista la sua storia di oppositrice al nazismo. Fu mandata nel lager di Ravensbrück dove visse in condizioni, se possibile, peggiori di quelle di Karaganda.
Ma Margarete non si perse d’animo e per cinque lunghissimi anni aspettò la fine di una guerra che non sembrava mai voler terminare. Sopravvisse nonostante tutto e dopo la liberazione del campo fuggì in Svezia dove dopo più di dieci anni poté riabbracciare le sue figlie.
Nel 1948 raccolse le sue memorie nel libro “prigioniera di Stalin ed Hitler”.
Da allora fino alla sua morte non ha mai smesso di combattere la disumanità e la violenza del potere.


0939012f-5ba8-4548-a197-822b99700fd7
Margarete Buber-Neumann era nata nel 1901 a Potsdam e si era iscritta giovanissima al Partito comunista tedesco. Un’adesione completa e totalizzante che portò al fallimento del suo primo matrimonio e alla perdita della patria potestà sulle sue due bambine, Barbara e Judith. Dopo il divorzio...
Post
01/02/2019 12:10:10
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment

Un Cappuccino e un cornetto…

15 gennaio 2019 ore 22:06 segnala
Quando nel 1683 gli Ussari Alati di Giovanni Sobiewski, re di Polonia, liberarono Vienna dall’assedio degli ottomani, uno dei personaggi più festeggiati della città fu il frate cappuccino Marco d’Aviano, che tanto si era prodigato nella lotta contro gli infedeli e nel soccorso dei feriti e degli infermi.
Il frate frequentava la bottega di Georg Michaelowitz, dove si beveva una bevanda, allora sconosciuta in Europa, preparata con i chicchi del caffè trovati nell’accampamento abbandonato dai turchi. Sorbitane un sorso la trovò troppo forte e chiese un po’ di latte per renderla più gradevole: gli altri avventori lo imitarono subito e siccome la miscela aveva lo stesso colore del saio del prete, la chiamarono “cappuccino”.
Sempre in quei giorni, un pasticciere viennese, per festeggiare la vittoria sugli ottomani, inventò un dolce a forma di mezzaluna. Lo chiamò croissant (“luna crescente” o “mezzaluna”), ma noi lo conosciamo come cornetto.


856da478-35ca-46f8-a1b4-365c58c2f3ff
Quando nel 1683 gli Ussari Alati di Giovanni Sobiewski, re di Polonia, liberarono Vienna dall’assedio degli ottomani, uno dei personaggi più festeggiati della città fu il frate cappuccino Marco d’Aviano, che tanto si era prodigato nella lotta contro gli infedeli e nel soccorso dei feriti e degli...
Post
15/01/2019 22:06:02
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    3
  • commenti
    comment
    Comment

Una teoria di Zahi Hawass apre la speranza...

15 gennaio 2019 ore 22:01 segnala
Nella Valle dei Re e ad Alessandria si lavora con le tecnologie più avanzate per svelare i tanti misteri ancora irrisolti delle piramidi egiziane e per trovare la tomba di Cleopatra. La regina dal fascino fatale sarebbe sepolta insieme con Marco Antonio, l'uomo con cui condivise il declino del regno tolemaico e il passaggio dell'Egitto sotto la Roma imperiale di Ottaviano. Il punto sulle ricerche, che hanno già dato risultati importanti e liquidato molte leggende, è stato fatto a Palermo da Zahi Hawass, considerato il massimo egittologo al mondo, che per iniziativa di BcSicilia ha tenuto in un'aula gremitissima dell'Università di Palermo una conferenza sulla sua lunga esperienza.

Il caso che ha suscitato un grande interesse mediatico è quello della tomba di Cleopatra e di Marco Antonio. Secondo l'egittologo le due sepolture sarebbero nello stesso sito.
Hawass sostiene di avere già individuato quella della regina e di essere sulle tracce di quella del suo ultimo amore. I fedelissimi di Cleopatra ne avrebbero occultato il corpo mummificato, seppellendolo con Marco Antonio in un luogo sacro e sicuro: avrebbero così unito simbolicamente un comune destino di morte e di amore. Sulle campagna di esplorazione a Giza, lo studioso egiziano ha parlato soprattutto della scoperta di una necropoli con 27 tombe e sulle ultime indagini sulla piramide di Cheope, la più grande di tutte, nella quale si stanno utilizzando sofisticati strumenti di rilevamento. L'impiego di robot ha consentito di individuare stanze segrete e di mappare i corridoi sotterranei.

Le ricerche hanno consentito, tra l'altro, di scoprire uno spazio vuoto sul quale sono fiorite ipotesi e leggende. Hawass le ha subito smontate. "Sono certo - ha detto - che in quello spazio non c'è nulla da scoprire".
Ha infine ribadito la sua ipotesi sulla fine di Tutankhamon.
La mummia ha un buco nel cranio e si era quindi pensato a un omicidio. Hawass è invece convinto da tempo che il giovane faraone, il quale aveva un problema ai piedi, sarebbe morto a causa della malaria.


Oscar Wilde

30 novembre 2018 ore 21:12 segnala
“La società spesso perdona il criminale ma non perdona mai il sognatore.” (Oscar Wilde).

Parigi, 30 novembre 1900. In rue des Beaux-Arts 13 all'età di 46 anni muore di meningite, sotto falso nome, Oscar Fingal O' Flahertie Wills Wilde, scrittore, poeta, drammaturgo, dandy, virtuoso dell'aforisma e del paradosso. Fu una delle figure più iconiche della società tardo-vittoriana. Sferzante, volutamente impertinente, narcisista, sconveniente, faceva sistematicamente il contrario di quello che il semplice buonsenso indurrebbe a fare. Aveva sempre ammesso di poter “ resistere a tutto tranne che alla tentazione" e a questa regola, lui solitamente trasgressore delle regole, si era sempre attenuto.

Irlandese di Dublino nacque nel 1854 da una famiglia alto-borghese. Dopo gli studi iniziò a comporre liriche in ancor giovane età, viaggiò in molti paesi fra cui l'Italia. Si sposò nel 1884 con Constance Lloyd dalla quale ebbe due figli.
Nel 1891 pubblicò il suo capolavoro "Il ritratto di Dorian Gray", successivamente scrisse per il teatro "Il ventaglio di Lady Windermere" (1892), "Salomè" (1893), censurato in patria e rappresentato a Parigi tre anni dopo, poi "L'importanza di chiamarsi Ernesto" (1895). Il successo fu enorme. I salotti se lo contendevano, le sue battute passavano di bocca in bocca, gli amanti si moltiplicavano, come le sigarette, l'oppio e l'assenzio. L'uomo si stava autodistruggendo.

Fu arrestato, processato con l'imputazione di sodomia e condannato nel 1895 a due anni di lavori forzati. Quando uscì di prigione due anni dopo era chiaramente segnato. Psicologicamente provato, faticava a scrivere ed era rimasto senza quasi più denaro; cominciò a bere senza freno. Ed il fisico non lo supportò più. Ebbe un funerale frettoloso, quasi clandestino, al quale parteciparono solo sette persone. È sepolto al Père-Lachaise. Sulla sua tomba l'epitaffio recita "Per gli esiliati esiste solo il pianto". L'anno prima aveva detto: "La vita non può essere scritta: può essere solo vissuta".


In immagine: Statua di Oscar Wilde a Dublino.


Mar Nero: il relitto di una nave greca di 2.400 anni fa

30 novembre 2018 ore 21:06 segnala
Sul fondo del Mar Nero, a circa 80 km dalle coste della Bulgaria e a 2.000 metri di profondità, giace quello che sembra essere il più antico relitto di un naufragio: una nave mercantile lunga circa 25 metri, di origine greca (presumibilmente di oltre 2.400 anni fa), ritrovata in ottimo stato di conservazione, "sdraiata" sul fondale ancora con i suoi alberi, il timone e le panche dove sedevano i rematori.



La nave a "doppia propulsione" - vele e remi - è stata individuata in un noto cimitero di relitti, dove sono già state localizzate oltre 60 imbarcazioni. L'esplorazione del relitto è stata condotta in momenti diversi negli ultimi anni, e solo nel corso dell'ultima spedizione si è giunti alla conclusione che dovrebbe trattarsi del più antico relitto intatto al mondo: una nave la cui struttura era nota solamente perché rappresentata nei disegni di antiche ceramiche greche, come il cosiddetto Siren Vase (il vaso delle Sirene), conservato al British Museum.

Rispetto alla moltitudine di reperti, quel particolare vaso è citato da alcuni perché si ritiene che possa rivelare qualcosa sulla storia dei viaggi di Ulisse, forse persino di quel passo dell'Odissea dove si racconta che il re di Itaca si fece legare a un albero della nave per ascoltare senza rischi il canto tentatore delle sirene - esattamente la "scena" descritta dalle decorazioni del vaso.



L'eccellente stato di conservazione del reperto è dovuto al fatto che, alla profondità in cui giace, l'acqua del Mar Nero è anossica, ossia è quasi completamente priva di ossigeno, e questo ha permesso al materiale organico di conservarsi per migliaia di anni. La datazione della nave è stata condotta col metodo del carbonio-14 su di un piccolo pezzo di legno portato in superficie: l'analisi la fa risalire al 400 avanti Cristo.

Jon Adams, responsabile della ricerca nell'ambito del progetto di esplorazione e mappatura del Mar Nero, rivela che «il relitto è così ben conservato che è ancora possibile osservare il timone in posizione. Non avrei mai pensato che una nave del mondo classico situata a oltre 2.000 metri di profondità potesse conservarsi praticamente intatta per oltre 2000 anni. Lo studio sul relitto promette di cambiare radicalmente le nostre conoscenze sulla costruzione navale e la navigazione del mondo antico».

Stando ad Adams la nave potrebbe essere affondata durante una tempesta di fronte alla quale l'equipaggio, che poteva essere composto tra i 15 e i 25 uomini, non riuscì a fare nulla, e non sarebbe da escludere la possibilità che vi siano i loro corpi conservati nei sedimenti circostanti la nave. Al momento non c'è un progetto per riportare il relitto in superficie, in parte per i costi di una tale operazione e in parte perché sarebbe necessario suddividerlo in pezzi.



I ricercatori impegnati nel progetto Black Sea Map hanno rinvenuto reperti anche più antichi della nave greca, ma di questi sono stati trovati solo frammenti. Il luogo dove giace la nave greca è in realtà costellato di relitti: «Nella stessa area ci sono, per esempio, alcune parti di una nave mercantile medievale, con le sue torri di prua e di poppa ancora praticamente intatte, con il sartiame e tutte le sue decorazioni».


Lo Stretto di Magellano

28 novembre 2018 ore 14:13 segnala
I giorno in cui le navi europee entrarono per la prima volta nell’Oceano Pacifico il mare era calmo, il cielo di un blu meraviglioso, poche nuvole sparse qua e là, il sole risplendeva. La scena era così rassicurante che Ferdinando Magellano, navigatore portoghese al servizio del Re di Spagna Carlo V, battezzò il Mare Meridionale di Balboa con un nome nuovo e promettente: El Mar Pacifico.

La spedizione era partita da Sanlùcar de Barrameda (Spagna) il 20 settembre 1519. Era una flotta di 5 navi e fu la prima a tentare la circumnavigazione del globo.
Fu un viaggio tormentato e funestato anche da un naufragio. Magellano perse la nave Santiago e con lei parte dell'equipaggio.

Nel frattempo ci fu l'ammutinamento di un'altra nave, la Sant'Antonio, che fece ritorno in Spagna. Con le tre navi superstiti, si diresse verso la punta estrema dell'America Meridionale, oggi nota proprio 'Stretto di Magellano'.
Nel 1521, la spedizione raggiunse le Isole Marianne e le Filippine. Fu proprio qui che Magellano fu ucciso, il 27 aprile, in uno scontro con gli indigeni.

Alla fine ritornarono solo due navi, la Victoria nel 1522 al comando di Juan Sebastian Elcano mentre la Trinidad, che seguì una rotta diversa senza circumnavigare il globo, solo nel 1525. Dei 234 tra soldati e marinai che formavano l’equipaggio iniziale, infatti, soltanto 36 si salvarono: 18 sulla Victoria e 5 sulla Trinidad. La storia del viaggio è nota grazie agli appunti dell’uomo di fiducia e cronista di Magellano, il vicentino Antonio Pigafetta


Il Massacro di Sand Creek

28 novembre 2018 ore 13:58 segnala
Mentre ad est si consumava la Guerra di Secessione, in Colorado si verificava l'assaltato finale di coloni e cercatori d'oro. La febbre del metallo giallo si era diffusa negli anni precedenti e aveva portato migliaia di avventurieri a invadere le terre ancestrali di Cheyenne e Arapaho. Le tribù avevano resistito con orgoglio al vento che soffiava da est. I grandi capi avevano a lungo cercato la via della convivenza e della pace ma il governo degli Stati Uniti non era disposto a riconoscere le istanze dei nativi e si rimangiava costantemente la parola data.


Così nell'aprile del 1864, dopo un assalto gratuito da parte della milizia del Colorado ai danni di un villaggio Cheyenne e l'uccisione infame di Orso Magro, uno dei capi storici, gli indiani reagirono attaccando ripetutamente soldati e coloni. Pentola Nera, che già aveva impedito ai suoi di attaccare gli assassini di Orso Magro, decise per l'ennesima volta di tendere la mano alle autorità statunitensi.


Fidandosi della parola del governatore Evans fece accampare la propria tribù a pochi km da Fort Lyon, su un'ansa del fiume Sand Creek. A lui si unirono gli Arapaho di Mano Sinistra. In tutto si trattava di circa seicento persone di cui più di due terzi erano donne e bambini.


All'alba del 29 novembre un contingente di 600 cavalleggeri guidati dal colonnello Chivington attaccò l'insediamento. Decine e decine di indiani scapparono verso la tenda di Pentola Nera, che invitò tutti a stare calmi e in segno di pace cominciò a sventolare la bandiera a stelle e strisce. Il maggiore Greenwood gli aveva promesso che finché quel drappo fosse stato appeso sopra la sua testa non sarebbe accaduto nulla alla sua gente.


Avvenne esattamente l'opposto.
Antilope Bianca, altro storico capo, andò incontro ai soldati invocando la pace ma fu colpito a morte. Prima di andarsene pronunciò il canto di morte. “Niente vive a lungo. Solo la terra e le montagne”. La stessa triste sorte toccò subito dopo a Mano Sinistra.


Morirono prima di vedere gli orrendi massacri perpetrati sulla loro gente. Corpi mutilati, donne violentate, bambini sgozzati, vecchi a cui veniva preso lo scalpo. I pochissimi guerrieri indiani presenti fecero da scudo ai più deboli, salvando numerose vite. Complice la disorganizzazione dei volontari e la loro ubriachezza, molti indiani si nascosero fino al calar delle tenebre sopravvivendo alla mattanza.
Tra i 135 e i 175 innocenti furono massacrati a Sand Creek, sotto la bandiera bianca e quella a stelle e strisce.


Il colonnello Chivington, i suoi uomini e il governatore Evans non vennero mai puniti per quello che avevano fatto.