Oscar Wilde

30 novembre 2018 ore 21:12 segnala
“La società spesso perdona il criminale ma non perdona mai il sognatore.” (Oscar Wilde).

Parigi, 30 novembre 1900. In rue des Beaux-Arts 13 all'età di 46 anni muore di meningite, sotto falso nome, Oscar Fingal O' Flahertie Wills Wilde, scrittore, poeta, drammaturgo, dandy, virtuoso dell'aforisma e del paradosso. Fu una delle figure più iconiche della società tardo-vittoriana. Sferzante, volutamente impertinente, narcisista, sconveniente, faceva sistematicamente il contrario di quello che il semplice buonsenso indurrebbe a fare. Aveva sempre ammesso di poter “ resistere a tutto tranne che alla tentazione" e a questa regola, lui solitamente trasgressore delle regole, si era sempre attenuto.

Irlandese di Dublino nacque nel 1854 da una famiglia alto-borghese. Dopo gli studi iniziò a comporre liriche in ancor giovane età, viaggiò in molti paesi fra cui l'Italia. Si sposò nel 1884 con Constance Lloyd dalla quale ebbe due figli.
Nel 1891 pubblicò il suo capolavoro "Il ritratto di Dorian Gray", successivamente scrisse per il teatro "Il ventaglio di Lady Windermere" (1892), "Salomè" (1893), censurato in patria e rappresentato a Parigi tre anni dopo, poi "L'importanza di chiamarsi Ernesto" (1895). Il successo fu enorme. I salotti se lo contendevano, le sue battute passavano di bocca in bocca, gli amanti si moltiplicavano, come le sigarette, l'oppio e l'assenzio. L'uomo si stava autodistruggendo.

Fu arrestato, processato con l'imputazione di sodomia e condannato nel 1895 a due anni di lavori forzati. Quando uscì di prigione due anni dopo era chiaramente segnato. Psicologicamente provato, faticava a scrivere ed era rimasto senza quasi più denaro; cominciò a bere senza freno. Ed il fisico non lo supportò più. Ebbe un funerale frettoloso, quasi clandestino, al quale parteciparono solo sette persone. È sepolto al Père-Lachaise. Sulla sua tomba l'epitaffio recita "Per gli esiliati esiste solo il pianto". L'anno prima aveva detto: "La vita non può essere scritta: può essere solo vissuta".


In immagine: Statua di Oscar Wilde a Dublino.


Mar Nero: il relitto di una nave greca di 2.400 anni fa

30 novembre 2018 ore 21:06 segnala
Sul fondo del Mar Nero, a circa 80 km dalle coste della Bulgaria e a 2.000 metri di profondità, giace quello che sembra essere il più antico relitto di un naufragio: una nave mercantile lunga circa 25 metri, di origine greca (presumibilmente di oltre 2.400 anni fa), ritrovata in ottimo stato di conservazione, "sdraiata" sul fondale ancora con i suoi alberi, il timone e le panche dove sedevano i rematori.



La nave a "doppia propulsione" - vele e remi - è stata individuata in un noto cimitero di relitti, dove sono già state localizzate oltre 60 imbarcazioni. L'esplorazione del relitto è stata condotta in momenti diversi negli ultimi anni, e solo nel corso dell'ultima spedizione si è giunti alla conclusione che dovrebbe trattarsi del più antico relitto intatto al mondo: una nave la cui struttura era nota solamente perché rappresentata nei disegni di antiche ceramiche greche, come il cosiddetto Siren Vase (il vaso delle Sirene), conservato al British Museum.

Rispetto alla moltitudine di reperti, quel particolare vaso è citato da alcuni perché si ritiene che possa rivelare qualcosa sulla storia dei viaggi di Ulisse, forse persino di quel passo dell'Odissea dove si racconta che il re di Itaca si fece legare a un albero della nave per ascoltare senza rischi il canto tentatore delle sirene - esattamente la "scena" descritta dalle decorazioni del vaso.



L'eccellente stato di conservazione del reperto è dovuto al fatto che, alla profondità in cui giace, l'acqua del Mar Nero è anossica, ossia è quasi completamente priva di ossigeno, e questo ha permesso al materiale organico di conservarsi per migliaia di anni. La datazione della nave è stata condotta col metodo del carbonio-14 su di un piccolo pezzo di legno portato in superficie: l'analisi la fa risalire al 400 avanti Cristo.

Jon Adams, responsabile della ricerca nell'ambito del progetto di esplorazione e mappatura del Mar Nero, rivela che «il relitto è così ben conservato che è ancora possibile osservare il timone in posizione. Non avrei mai pensato che una nave del mondo classico situata a oltre 2.000 metri di profondità potesse conservarsi praticamente intatta per oltre 2000 anni. Lo studio sul relitto promette di cambiare radicalmente le nostre conoscenze sulla costruzione navale e la navigazione del mondo antico».

Stando ad Adams la nave potrebbe essere affondata durante una tempesta di fronte alla quale l'equipaggio, che poteva essere composto tra i 15 e i 25 uomini, non riuscì a fare nulla, e non sarebbe da escludere la possibilità che vi siano i loro corpi conservati nei sedimenti circostanti la nave. Al momento non c'è un progetto per riportare il relitto in superficie, in parte per i costi di una tale operazione e in parte perché sarebbe necessario suddividerlo in pezzi.



I ricercatori impegnati nel progetto Black Sea Map hanno rinvenuto reperti anche più antichi della nave greca, ma di questi sono stati trovati solo frammenti. Il luogo dove giace la nave greca è in realtà costellato di relitti: «Nella stessa area ci sono, per esempio, alcune parti di una nave mercantile medievale, con le sue torri di prua e di poppa ancora praticamente intatte, con il sartiame e tutte le sue decorazioni»,


Lo Stretto di Magellano

28 novembre 2018 ore 14:13 segnala
I giorno in cui le navi europee entrarono per la prima volta nell’Oceano Pacifico il mare era calmo, il cielo di un blu meraviglioso, poche nuvole sparse qua e là, il sole risplendeva. La scena era così rassicurante che Ferdinando Magellano, navigatore portoghese al servizio del Re di Spagna Carlo V, battezzò il Mare Meridionale di Balboa con un nome nuovo e promettente: El Mar Pacifico.

La spedizione era partita da Sanlùcar de Barrameda (Spagna) il 20 settembre 1519. Era una flotta di 5 navi e fu la prima a tentare la circumnavigazione del globo.
Fu un viaggio tormentato e funestato anche da un naufragio. Magellano perse la nave Santiago e con lei parte dell'equipaggio.

Nel frattempo ci fu l'ammutinamento di un'altra nave, la Sant'Antonio, che fece ritorno in Spagna. Con le tre navi superstiti, si diresse verso la punta estrema dell'America Meridionale, oggi nota proprio 'Stretto di Magellano'.
Nel 1521, la spedizione raggiunse le Isole Marianne e le Filippine. Fu proprio qui che Magellano fu ucciso, il 27 aprile, in uno scontro con gli indigeni.

Alla fine ritornarono solo due navi, la Victoria nel 1522 al comando di Juan Sebastian Elcano mentre la Trinidad, che seguì una rotta diversa senza circumnavigare il globo, solo nel 1525. Dei 234 tra soldati e marinai che formavano l’equipaggio iniziale, infatti, soltanto 36 si salvarono: 18 sulla Victoria e 5 sulla Trinidad. La storia del viaggio è nota grazie agli appunti dell’uomo di fiducia e cronista di Magellano, il vicentino Antonio Pigafetta


Il Massacro di Sand Creek

28 novembre 2018 ore 13:58 segnala
Mentre ad est si consumava la Guerra di Secessione, in Colorado si verificava l'assaltato finale di coloni e cercatori d'oro. La febbre del metallo giallo si era diffusa negli anni precedenti e aveva portato migliaia di avventurieri a invadere le terre ancestrali di Cheyenne e Arapaho. Le tribù avevano resistito con orgoglio al vento che soffiava da est. I grandi capi avevano a lungo cercato la via della convivenza e della pace ma il governo degli Stati Uniti non era disposto a riconoscere le istanze dei nativi e si rimangiava costantemente la parola data.


Così nell'aprile del 1864, dopo un assalto gratuito da parte della milizia del Colorado ai danni di un villaggio Cheyenne e l'uccisione infame di Orso Magro, uno dei capi storici, gli indiani reagirono attaccando ripetutamente soldati e coloni. Pentola Nera, che già aveva impedito ai suoi di attaccare gli assassini di Orso Magro, decise per l'ennesima volta di tendere la mano alle autorità statunitensi.


Fidandosi della parola del governatore Evans fece accampare la propria tribù a pochi km da Fort Lyon, su un'ansa del fiume Sand Creek. A lui si unirono gli Arapaho di Mano Sinistra. In tutto si trattava di circa seicento persone di cui più di due terzi erano donne e bambini.


All'alba del 29 novembre un contingente di 600 cavalleggeri guidati dal colonnello Chivington attaccò l'insediamento. Decine e decine di indiani scapparono verso la tenda di Pentola Nera, che invitò tutti a stare calmi e in segno di pace cominciò a sventolare la bandiera a stelle e strisce. Il maggiore Greenwood gli aveva promesso che finché quel drappo fosse stato appeso sopra la sua testa non sarebbe accaduto nulla alla sua gente.


Avvenne esattamente l'opposto.
Antilope Bianca, altro storico capo, andò incontro ai soldati invocando la pace ma fu colpito a morte. Prima di andarsene pronunciò il canto di morte. “Niente vive a lungo. Solo la terra e le montagne”. La stessa triste sorte toccò subito dopo a Mano Sinistra.


Morirono prima di vedere gli orrendi massacri perpetrati sulla loro gente. Corpi mutilati, donne violentate, bambini sgozzati, vecchi a cui veniva preso lo scalpo. I pochissimi guerrieri indiani presenti fecero da scudo ai più deboli, salvando numerose vite. Complice la disorganizzazione dei volontari e la loro ubriachezza, molti indiani si nascosero fino al calar delle tenebre sopravvivendo alla mattanza.
Tra i 135 e i 175 innocenti furono massacrati a Sand Creek, sotto la bandiera bianca e quella a stelle e strisce.


Il colonnello Chivington, i suoi uomini e il governatore Evans non vennero mai puniti per quello che avevano fatto.


Le battaglie navali più importanti della Storia

28 novembre 2018 ore 13:50 segnala
Quali sono stati i combattimenti navali che hanno inciso maggiormente nella storia dell'umanità e che hanno avuto un impatto maggiore nella storia della marina militare?

Dal punto di vista militare lo scontro navale più significativo avvenne nello stretto di Surigao (Filippine) durante la Seconda guerra mondiale, il 25 ottobre 1944. Da una parte c'era la squadra dell'ammiraglio americano Oldendorf (6 corazzate, 8 incrociatori e 13 cacciatorpediniere), dall'altra i giapponesi dell'ammiraglio Nishimura - che persero 2 corazzate, 1 incrociatore pesante, 3 cacciatorpediniere e 5.000 uomini.


Benché poco noto lo scontro fu cruciale, e per ben tre motivi: sancì la fine del controllo navale nipponico sul Pacifico (che durava dal 1905), fu l'ultimo scontro combattuto esclusivamente fra navi, senza appoggio aereo, e fu un tassello della battaglia navale con il maggior numero di unità schierate (quasi 300), quella del golfo di Leyte (23-26 ottobre 1944), vinta dagli americani.


Altre battaglie invece furono decisive perché segnarono un mutamento nel corso degli eventi storici.
A Salamina (Grecia, 480 a.C.), per esempio, i Greci fermarono l'avanzata dei Persiani; ad Azio (Grecia (31 a.C.) la vittoria su Antonio e Cleopatra fece invece di Ottaviano il primo imperatore di Roma, aprendo le porte alla stagione dell'impero.


Un altro scontro importante fu quello combattuto nel 718 d.C, quando la flotta dell'impero bizantino sconfisse di fronte a Costantinopoli gli Arabi, fermando, come faranno nel 1571 le navi cristiane a Lepanto (Grecia), l'espansione islamica.



Nel 1588 la distruzione della flotta spagnola (la cosiddetta Invicibile Armada) nelle acque intorno alle isole britanniche avviò il declino dell'impero spagnolo, facendo dell'Inghilterra la prima potenza navale del mondo. Una supremazia confermata nel 1805 a Trafalgar (al largo della Spagna) dalla vittoria dell'ammiraglio Nelson contro i francesi.


La Nascita delle Crociate

27 novembre 2018 ore 22:46 segnala
Sembrava uno dei tanti concili indetti per sistemare questioni sia teologiche che pratiche all’interno della Chiesa. Era iniziato a Clermont il 18 novembre 1095 ed in effetti aveva già affrontato alcune questioni come la scomunica di Filippo I di Francia per bigamia, l’astinenza dalle carni durante il periodo di Quaresima, fino alle cosiddette “tregue di Dio” ossia quei periodi durante i quali era assolutamente proibito combattere pena la scomunica.

Il 28 novembre, in chiusura dei lavori, papa Urbano II sul sagrato di una chiesa tenne un discorso alla popolazione accorsa per la fine del concilio. Forse mai poteva immaginare che stava per accadere qualcosa che avrebbe avuto conseguenze inimmaginabili per la storia del mondo medioevale e non solo.

Egli spiegò di aver ricevuto una lettera da Alessio Comneno imperatore bizantino dove veniva descritta la grave situazione nella quale versava l’impero d’oriente, ma anche e soprattutto i luoghi della cristianità come Gerusalemme ed i luoghi santi in Palestina sotto il dominio dell’Islam. Il pericolo evocato dal Papa non era riferito agli arabi che ormai erano stanziati in Medio Oriente da quasi 500 anni ma ai Turchi, una popolazione calata dall’Asia Centrale

Papa Urbano II lanciò quindi un accorato appello affinchè cavalieri e nobili europei si muovessero a prestare soccorso ai confratelli orientali. A tutti coloro che avessero risposto al sua richiesta e che sarebbero morti in battaglia veniva garantita la remissione di tutti i peccati e la via del Paradiso assicurata. Tuttavia dietro l’appello di Urbano II si nascondeva un sottile gioco politico.

Costantinopoli aveva corso un grande rischio qualche anno prima quando si era trovata stretta fra le ambizioni dei turchi da est, dei nomadi peceneghi da nord e dei normanni provenienti dalla Puglia da ovest. L’energico Alessio Comneno riuscì a risolvere il pericolo sconfiggendo sia i normanni (1081-1085) che i nomadi (1091), restava il pericolo turco anche se ridimensionato a seguito della frammentazione del sultanato selgiuchide. Quindi la richiesta di aiuto del basileus più che a garantirsi una sopravvivenza era finalizzata a lanciare una grande offensiva per riconquistare l’Anatolia.

La richiesta di Alessio Comneno rappresentò per Urbano II un’eccellente occasione politica: da quasi vent’anni i pontefici e gli imperatori d’Occidente erano impegnati nelle lotte per le investiture; se si fosse riusciti ad organizzare una propria spedizione in Oriente si sarebbe dimostrata la totale autonomia della Chiesa che non aveva bisogno dell’aiuto dei sovrani per la difesa della cristianità.

Dopo il discorso di Clermont vennero inviati messi per tutto l’Occidente per diffondere l’appello del Papa. L’onda emozionale suscitata dal concilio, unita alla promessa della remissione dei peccati, colpì uomini di ogni ceto sociale. Partirono nobili, contadini, mercanti, religiosi, soldati e artigiani. Li accomunava una croce rossa cucita sulle vesti, un segno di riconoscimento per essere diventati soldati di Dio. Anche se essi non lo sapevano era partita l'avventura delle crociate.


La Morte di Freddie Mercury Legenda dei Queen

25 novembre 2018 ore 20:01 segnala
Freddie Mercury, nome d'arte di Farrokh Bulsara,è stato un cantautore, musicista e compositore britannico.

Nato a Zanzibar con ascendenze parsi e indiane, Freddie Mercury fu fondatore nel 1970 dei Queen, gruppo rock britannico di cui fece parte fino alla morte. È ricordato per il talento vocale e la sua esuberante personalità sul palco. Per i Queen fu autore della maggior parte dei brani, tra i quali si annoverano successi come Bohemian Rhapsody, Crazy Little Thing Called Love, Don't Stop Me Now, It's a Hard Life, Killer Queen, Love of My Life, Play the Game, Somebody to Love e We Are the Champions. Oltre all'attività con i Queen, negli anni ottanta intraprese la carriera solista con la pubblicazione di due album, Mr. Bad Guy (1985) e Barcelona (1988), quest'ultimo frutto della collaborazione con la cantante soprano spagnola Montserrat Caballé, il cui singolo omonimo divenne l'inno ufficiale dei Giochi della XXV Olimpiade svoltisi a Barcellona.

Ammalatosi di AIDS, sviluppò a causa di ciò una grave broncopolmonite che lo portò alla morte, sopravvenuta il giorno seguente alla pubblica dichiarazione del suo grave stato di salute.

Mercury nascose il segreto della sua malattia anche agli altri membri dei Queen fino al 1989, quando decise di fare accertamenti clinici più specifici; durante questi esami, gli fu asportata parte di pelle dalla spalla sinistra mediante la quale si riscontrò la sua positività all'HIV. Dopo qualche tempo gli fu anche diagnosticata la sindrome dell'AIDS. Sicuro della malattia, confessò la sua condizione agli amici più intimi nonché ai membri del gruppo. Il 18 febbraio 1990, per ricevere un premio per il contributo dei Queen alla musica britannica ai BRIT Awards, Freddie Mercury fece la sua ultima apparizione in diretta. A poco più di 24 ore dal comunicato, Mercury morì alle 18:48 del 24 novembre 1991 all'età di 45 anni; la causa ufficiale del decesso fu una broncopolmonite aggravata da complicazioni dovute all'AIDS.

I funerali, che si svolsero al Kensal Green Cemetery, furono celebrati da un sacerdote zoroastriano; secondo le sue ultime volontà, Mercury fu cremato e le sue ceneri affidate a Mary Austin, sparse poi probabilmente nei pressi del Lago di Ginevra. Tra i 35 presenti alla cerimonia, oltre ai familiari anche i suoi compagni di band John Deacon, Brian May e Roger Taylor, il suo compagno Jim Hutton e i cantanti Elton John, Michael Jackson e David Bowie.

Qui riportato il suo comunicato prima della morte:

« ...Desidero confermare che sono risultato positivo al virus dell'HIV e di aver contratto l'AIDS. Ho ritenuto opportuno tenere riservata questa informazione fino a questo momento al fine di proteggere la privacy di quanti mi circondano. Tuttavia è arrivato il momento che i miei amici e i miei fan in tutto il mondo conoscano la verità e spero che tutti si uniranno a me, ai dottori che mi seguono e a quelli del mondo intero nella lotta contro questa terribile malattia... »




MontGisard: La Vittoria del "Re Lebbroso"

25 novembre 2018 ore 18:52 segnala
La battaglia di Montgisard fu combattuta tra l’esercito cristiano e quello musulmano nei pressi di una fortezza templare che sorgeva vicino la città di Ramla nell’odierno stato di Israele, era il 25 novembre del 1177. Fu il trionfo del “re lebbroso”, il sedicenne Baldovino IV, che era stato incoronato all'età di tredici anni, nel luglio del 1174.

Egli fu uno dei più ammirevoli personaggi dell'epopea crociata dimostrando, nonostante la giovane età, coraggio, lealtà e saggezza. E tutto ciò nonostante le grandi sofferenze patite per la sua malattia.

Quel giorno, insieme a Rinaldo di Chatillon, con soli 500 cavalieri e poche migliaia di unità di fanteria, a cui si aggiunsero all’ultimo momento 80 cavalieri Templari, affrontò lo sterminato esercito di più di 20mila soldati siriani ed egiziani guidati dal condottiero curdo Salah al-Din (Saladino).

In prima fila, c’erano anche cavalieri dell’Ordine di San Lazzaro, con il volto sfigurato dalla lebbra, combattevano senza la protezione dell’elmo per incutere terrore al nemico.SI trattò di una carica frontale della cavalleria cristiana che, visto il disordine dei musulmani che si ritenevano al sicuro da ogni pericolo, colse totalmente impreparato il nemico.

Le cavallerie di Baldovino formarono un cuneo che spaccò lo schieramento nemico seminando il panico. C'è anche da aggiungere che l'esercito di Saladino non era compatto in quel momento ma disperso su un vasto raggio a fare bottino. Migliaia di soldati musulmani vennero uccisi. Lo stesso Saladino si salvò a stento.

Nella ritirata verso l’Egitto il sultano perse il novanta per cento delle sue truppe. Il giovane Baldovino IV a ricordo del luogo vittorioso fece costruire un monastero benedettino e lo dedicò a Santa Caterina d’Alessandria, la cui ricorrenza viene celebrata appunto il 25 novembre.

Nonostante la sconfitta Saladino trovò la forza di riprendersi e 10 anni dopo ebbe la sua rivincita entrando vittorioso a Gerusalemme. Ma re Baldovino IV era morto a 24 anni nel 1185, quasi cieco, stremato dalla lebbra e dalle diatribe familiari.

In immagine: Re Baldovin IV in una scena del film “le Crociate” di Ridley Scott.


La vicenda di Liviana

25 novembre 2018 ore 18:35 segnala
Liviana aveva appena ventidue anni all’epoca dei fatti. Originaria di Ferrara, studiava al Dams ed era iscritta all’Unione delle donne italiane. Una giovane impegnata sul fronte dell’emancipazione femminile, intelligente, spontanea, scrive poesie ed aveva già realizzato la sua prima pubblicazione.
Aveva deciso con un’amica di passare le vacanze estive in Calabria e si era trovata un lavoro presso il “Costa Elisabeth”, un albergo ristorante, dove faceva la cameriera. La sera della sua morte, la sera del 3 luglio 1983, a fine giornata era uscita per andare a ballare. Quando era tornata in albergo, verso le due e mezza, aveva deciso di andare a prendere un po’ di fresco e non era più tornata.
I suoi amici vanno a cercarla nella spiaggia di Torretta di Crucoli. Quando la vedono pensano che stia dormendo e per un po’ nemmeno la disturbano, poi siccome sta per albeggiare provano a svegliarla: solo allora si accorgono che non respira e che ha molti strani segni sul corpo. L’autopsia dimostra che la ragazza, dopo una lunga lotta, ha una lesione cranica e sabbia nei polmoni.
Subito dopo l’omicidio tanto numerose testate giornalistiche quanto l’opinione pubblica locale si avventano sulla memoria della giovane. C’è chi parla di droga, chi di alcolismo, chi la descrive come una “omosessuale perversa dal passato peccaminoso”. Tutte bugie enormi che trasformano una ragazza colta, sensibile, impegnata in una “che se l’era andata a cercare” come molti nei bar della zona, e non solo, dicono senza farsi troppi problemi.
Così come spesso avviene in questi casi è la vittima a finire sul banco degli imputati.
Mentre i carabinieri setacciano la stanza di Liviana tralasciando il resto dell’albergo e mentre la procura sta per archiviare il caso, un giudice istruttore non molla e concentra le sue attenzioni su Pietro di Leone, proprietario del Costa Elisabeth.
Rinviato a giudizio, l’uomo nel 1988 viene condannato a soli 5 anni di carcere, di cui due condonati. Tentato stupro e omicidio colposo, secondo i giudici Liviana era morta sbattendo la testa cercando di divincolarsi da Di Leone, che già più volte le aveva fatto delle avance. Una sentenza accolta con ben poco sdegno.
In questa giornata dedicata all’eliminazione della violenza sulle donne, una vicenda come questa, è purtroppo ancora attuale visti gli oltre cento femminicidi registrati dall’inizio dell’anno e visto che viene spesso riproposta la stessa vergognosa criminalizzazione della vittima.
Ricordiamo Liviana perché ha lottato contro la violenza fino all’ultimo respiro e perché era una donna libera, attiva e impegnata, come tante altre che hanno combattuto e combatto per fare del mondo un posto migliore per tutti.


La vicenda di Liviana viene raccontata nel libro "Rosaria, detta Priscilla, e le altre: Storie di violenza e femminicidio" di Maria Concetta Preta.


La Storia del Massacro di Haiphong

23 novembre 2018 ore 20:54 segnala
"Non dimenticate di dire chiaramente, ai vostri amici vietnamiti, che il nostro dovere sarà di mantere l'Impero costruito dai nostri padri e di custodire gli interessi ed il prestigio della Francia".
Parlava così il colonnello Debès, comandante della guarnigione francese di Haiphong, con un componente della commissione che tentava di mediare i contrasti tra amministrazione coloniale e vietnamiti. Lo diceva il 22 novembre del 1946.

Lo diceva il giorno prima di comandare un vero e proprio massacro, una strage indiscriminata di civili compiuta poco più di un anno dopo della fine della Seconda guerra mondiale. La libertà degli europei dal nazismo non aveva certo comportato la libertà per le colonie francesi. In Indocina la tensione era evidente, in particolar modo in Vietnam.

I vietnamiti avevano combattuto ferocemente in giapponesi solo per vedersi "riconsegnati" nelle mani di altri stranieri, i francesi appunto, che avevano colonizzato l'Indocina già dalla fine del secolo precedente. Seguì, con la guerra, l'occupazione giapponese, contrastata dalla guerriglia vietnamita guidata da Ho Chi Minh e da Vo Nguyen Giap.

Con la resa dei giapponesi, nell'agosto 1945, i vietnamiti reclamavano l'autonomia e libere elezioni mentre le truppe francesi liberati dalla prigionia stavano occupando le aree del Sud. Si evitò lo scontro promettendo libere elezioni che si svolsero il gennaio 1946, con una vittoria schiacciante dei comunisti indipendentisti.

Il risultato elettorale fu uno smacco per i francesi che costrinsero Ho Chi Minh a negoziare un'autonomia più blanda, cosa che fece infuriare la componente più radicale dei vietnamiti. Ben presto iniziarono le schermaglie tra le milizie e le truppe coloniali: una di queste, partita col rifiuto di un'imbarcazione di sottoporsi al controllo doganale, scatenò il massacro di Haiphong. La città era un porto fondamentale nonché il terzo centro più popoloso del Vietnam: quando il 23 novembre le forze vietnamite non risposero all'ultimatum del generale Debès che chiedeva il loro sgombero nell'arco di 45 minuti, le truppe coloniali attaccarono. L'assalto di terra, però, fallì, ed i francesi ricorsero quindi al massacro indiscriminato. I quartieri vietnamiti del centro abitato vennero bersagliati da artiglieria, dalla flotta e dall'aviazione francese: ad oggi la stima minima dei morti è di circa 6.000 persone, ma secondo alcuni furono più di 20.000.

Le truppe vietnamite furono costrette ad abbandonare la città, reclamando quindi la "vittoria". Il massacro diede quindi il via alla guerra di Indocina, che terminerà con la scacciata della Francia e la creazione di due diversi Stati. Come è noto, i vietnamiti continueranno a pagare col sangue la propria indipendenza per altri 25 anni.


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"Non dimenticate di dire chiaramente, ai vostri amici vietnamiti, che il nostro dovere sarà di mantere l'Impero costruito dai nostri padri e di custodire gli interessi ed il prestigio della Francia". Parlava così il colonnello Debès, comandante della guarnigione francese di Haiphong, con un...
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23/11/2018 20:54:54
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