Cos'è oggi il sovranismo?

13 dicembre 2019 ore 23:08 segnala
L'espressione è figlia del secolo scorso. Ma negli ultimi anni in Europa e in America ha assunto connotazioni specifiche diventando oggi sinonimo di critica radicale alle derive della globalizzazione.

Sempre più spesso non solo in Italia, si sente circolare un’espressione fino a qualche anno fa assente dai grandi media: sovranismo. E proprio mentre è partita la corsa di molti movimenti politici e di altrettanti giornalisti e opinionisti a definirsi sovranisti, alcuni si chiedono: cosa si intende esattamente con questa espressione?

Sovranismo è un neologismo che deriva dal sostantivo sovrano e mutuato dal francese souvrainisme. Secondo l’enciclopedia della Treccani on line si tratterebbe di una "posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione".

Il sovranismo, in altre parole si oppone al trasferimento di poteri e competenze dallo Stato nazionale a un organo internazionale. I cittadini considerano infatti questo processo una minaccia all'identità nazionale o un attentato ai principi della democrazia e della sovranità popolare.



L'espressione avrebbe iniziato a circolare gia negli anni Cinquanta, quando nacque la Comunità Europea. La paternità del sovranismo però è contesa. C'è infatti chi fa risalire il primo utilizzo ai movimenti che a partire dal 1960 rivendicavano l’indipendenza del Quebec francofono dal resto del Canada (che è uno stato federale).

Se Oltreoceano le idee sovraniste sono ben rappresentate dal Presidente Usa Donald Trump e dalle sue politiche protezionistiche e anti immigrati, nel nostro continente sono sempre di più i movimenti sovranisti in ascesa. Qui il nemico è principalmente l’Unione europea.



Ma se è vero che i sovranisti si propongono come i paladini del “esercizio della sovranità nazionale in Europa”, sarebbe riduttivo considerarli semplici eredi del vecchio nazionalismo di destra. Il sovranismo infatti accoglie al suo interno temi cari tanto a certi movimenti di destra, quanto a certi movimenti di sinstra. Da destra vengono soprattutto le dispute sui confini con una talvolta manifesta ostilità nei confronti di migranti.

Dalla sinistra sovranista invece provengono le rivendicazioni contro le politiche liberiste europee viste come la lunga mano del capitalismo finanziario globale. Entrambi i tipi di sovranismo scelgono il protezionismo economico e dei confini come risposta in grado, a loro avviso, di tutelare al meglio gli interessi dei popoli.


Secondo molti giuristi, i sovranisti sono però portavoce di un ideale di democrazia maggioritaria che rischia di uscire dai confini giuridici del diritto internazionale.

I sovranisti rivendicano infatti il diritto della maggioranza di decidere a prescindere dai vincoli giuridici internazionali istituiti dopo la Seconda guerra mondiale allo scopo di evitare nuovi conflitti. La stessa Europa è nata proprio con questo nobile obiettivo.


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L'espressione è figlia del secolo scorso. Ma negli ultimi anni in Europa e in America ha assunto connotazioni specifiche diventando oggi sinonimo di critica radicale alle derive della globalizzazione. Sempre più spesso non solo in Italia, si sente circolare un’espressione fino a qualche anno fa...
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Origini segrete del progetto Manhattan

13 dicembre 2019 ore 22:47 segnala
I primi passi del progetto nucleare americano che portò il Paese a produrre l'atomica. E a lanciarla su Hiroshima e Nagasaki, tra lo sgomento di molti degli scienziati che contribuirono a crearla.

Nel 1942, nel pieno della II Guerra mondiale, il governo americano diede il via al progetto Manhattan per creare in breve tempo laboratori in grado di produrre un'arma atomica prima che i nazisti, impegnati da anni in un programma nucleare, ne costruissero una loro. Il progetto fu gestito dal distretto dell'American Corps di Manhattan a New York (da cui il nome Manhattan, dato al progetto) e prese il via nella segretezza più totale.

L'iniziativa poteva contare sul contributo di molti scienziati nucleari che con l'ascesa delle dittature in Europa e la scarsità di finanziamenti alla scienza, trovarono rifugio negli Stati Uniti.
Sotto la bandiera a stelle e strisce si formò una comunità di fisici di altissimo livello. Tra i nomi più noti, Enrico Fermi, Leo Szilard e Robert Oppenheimer.

Tutti erano animati da un sincero rancore verso il Nazismo e da una fiduciosa speranza nel potere della scienza. Ma soprattutto credevano nell'importanza di dotare l’America di questa arma micidiale da usare come deterrente nei confronti dei nazisti.

Il primo punto che il governo americano si trovò ad affrontare fu quello di decidere dove costruire i centri e i laboratori di ricerca. Le esigenze del progetto richiedevano che si trattasse di sobborghi isolati, lontano dai grandi centri abitati e isolati con filo spinato: i tre siti scelti furono Oak Ridge (Tennessee), Los Alamos (Nuovo Messico) e Hanford (Washington). Nel complesso i tre agglomerati urbani ospitarono 125.000 scienziati, ma non solo loro. A vivere lì erano famiglie, studiosi, fisici e ovviamente spie.

Il Progetto Manhattan fu incaricato infatti anche di condurre attività di intelligence sul Programma nucleare militare tedesco. Molti uomini furono quindi inviati in Europa, talvolta oltre le linee nemiche, a raccogliere materiale e documenti del programma tedesco e ad arruolare scienziati.
Le città furono costruite silenziosamente dal Corpo degli Ingegneri degli Stati Uniti dopo che tutti i residenti vennero sfrattati. I centri erano tenuti così segreti da non risultare nemmeno sulle mappe. A tutti fu proibito di pronunciare il nome della città in cui risiedevano.

Isolati da barriere naturali e recinzioni di sicurezza, ogni sobborgo rispondeva a precisi requisiti: si trovava in zone poco popolate, lontano dalle coste, ma era facilmente raggiungibile da ricercatori e tecnici.

Inizialmente, spinti da spirito patriottico, in molti si adattarono a vivere in tenda, altri in roulotte o in rifugi di fortuna fino a quando, all'interno delle riserve militari, spuntarono le prime abitazioni.
I centri erano microcosmi in cui non mancava nulla: c'erano enormi quantità di rifornimenti, laboratori e fabbriche ma anche case, scuole e ospedali. I più sfortunati anche allora erano gli afroamericani, spesso ospitati in baracche di compensato, economiche ma precarie.

Con l'avanzare della guerra, mentre i lavori per la produzione dell'atomica procedevano, gli Alleati trovarono documenti che rivelavano che il progetto nucleare tedesco era in realtà ancora a uno stadio embrionale: non era stata prodotta né una reazione a catena, né il plutonio, né la separazione degli isotopi dell’uranio.

Tra gli scienziati americani che invece erano a un passo dal realizzare la bomba all'uranio e quella al plutonio, emersero i primi dubbi. Lo stesso Szilard, uno degli uomini di punta del progetto, nel 1945 stilò una petizione firmata da 68 dipendenti del reparto di Metallurgia del Progetto Manhattan, e la presentò al presidente Truman (Rapporto Franck): dichiarava che lanciare le prime bombe atomiche sul Giappone sarebbe stato del tutto ingiustificato. La petizione cadde nel nulla.

La mattina del 16 luglio 1945 (il tardo pomeriggio in Italia) nel cuore del deserto della Jornada del Muerto, in New Mexico, un fungo atomico squarciò il cielo e infranse il silenzio: gli scienziati del progetto Manhattan avevano appena testato la potenza di Gadget, la prima bomba atomica della storia.



Meno di un mese dopo, il 6 agosto 1945, gli Stati Uniti lanciarono un'altra bomba atomica su Hiroshima in Giappone e tre giorni dopo una al plutonio su Nagasaki. Solo allora il presidente Truman (succeduto a Roosvelt nell'aprile del 1945) rese pubblica la notizia dei siti nucleari.
Un senso di sgomento intanto colpiva molti degli scienziati che avevano lavorato a questo risultato. "I fisici hanno conosciuto il peccato", fu lo sconsolato commento di Oppenheimer dopo l'esplosione ad Hiroshima. Lo pensava da tempo. Appena venti giorni prima durante il lancio di Gadget era stato ancora più radicale: Sono diventato Morte, il distruttore di mondi.


La Devastante Esplosione di Halifax

13 dicembre 2019 ore 22:31 segnala
Nel 1917 il Canada stava partecipando alla Prima Guerra Mondiale. Halifax nella Nuova Scozia era diventato un porto molto importante per il transito dei mezzi militari. La mattina del 6 dicembre 1917 per una serie di circostanze, errori e sfortuna due navi, la norvegese Imo e la francese Mont Blanc, si scontrarono nel porto. La Mont Blanc purtroppo era carica in modo massiccio di armi, munizioni ed esplosivi destinati al fronte. In seguito allo scontro la nave si incendiò al punto di costringere l’equipaggio ad abbandonare la nave. I soccorsi cercarono di fermare la nave alla deriva e spegnere l’incendio sulla nave ma non ci fu nulla da fare e la nave in balia delle onde si diresse verso la banchina e a un certo punto esplose

La quantità di munizioni contenuta dalla nave ammontava a tonnellate e tonnellate e l’esplosione fu qualcosa di devastante. Si calcola sia stata l’esplosione artificiale più grande di sempre fino alla esplosione delle bombe atomiche

La forza dell’esplosione ridusse una nave come la Mont Blanc praticamente in briciole e causò uno tsunami calcolato in 18 metri di altezza. L’altra nave, la IMO, fu lanciata come un proiettile sulle case. Interi quartieri furono travolti dall’esplosione, dallo tsunami e dai rottami che cadevano dal cielo

I morti furono calcolati in circa 2000, i feriti in 9000, i senzatetto in 25000. Circa 1500 edifici furono distrutti, parti della nave furono trovate a oltre 5 km di distanza e il boato fu udito a centinaia di km di distanza

In tutto ciò voglio sempre avere e trovare un raggio di speranza e perciò voglio ricordare la figura di Vincent Coleman, addetto al traffico portuale. Mentre tutti scappavano (poco prima dell’esplosione, avendo capito la gravità della situazione, Coleman ebbe il sangue freddo di ricordare che un treno con centinaia di passeggeri stava arrivando nella zona del porto e rimase al suo posto sacrificandosi per poter avvisare le Ferrovie del pericolo. Il treno si salvò perché era in ritardo ma il suo gesto a prescindere dalla sua effettiva utilità (non poteva sapere del ritardo) deve essere ricordato.


La storia della misteriosa foresta nazista

07 dicembre 2019 ore 21:35 segnala
Negli anni '90 in Germania venne alla luce un'enorme svastica disegnata con gli alberi, che era rimasta nascosta tra la fitta vegetazione per decenni.

Era il 1992 quando nell'ex Germania dell'Est fu scoperta una formazione di alberi a forma di svastica, nascosta nel cuore di una foresta della regione di Uckermark. Solo l'arrivo dell'autunno la mostrava in modo plateale.
Il ritrovamento suscitò clamore e spinse le autorità ad avviare una mirata opera di disboscamento, senza che fosse mai possibile chiarire del tutto l'origine della piantagione.


UN OSCURO SIGILLO. Il simbolo nazista fu individuato dall'architetto paesaggista Günter Reschke (per la precisione, da un suo stagista), durante la consultazione di alcune di foto aeree scattate nei pressi della città di Zernikow. Una veduta della zona di Kutzerower Heide rivelava la presenza di una serie di larici disposti in modo ordinato, le cui foglie cambiavano colore durante l'autunno disegnando una svastica gialla in mezzo a un tappeto di pini verdi.



Le analisi successive appurarono che gli alberi erano stati piantati alla fine degli anni '30, raffigurando un sinistro e silenzioso tributo al Terzo Reich per decenni. Nessuno se n'era mai accorto: gli aerei di linea viaggiavano a un'altitudine troppo elevata, mentre i voli privati furono ripristinati nella Germania orientale soltanto dopo la caduta del muro di Berlino.


DUBBI IRRISOLTI. Le inchieste giornalistiche diedero voce a diverse spiegazioni. Un uomo disse di aver piantato i larici da bambino su ordine di un guardiaboschi, mentre altri raccontarono di un segno di fedeltà imposto dopo che un abitante fu sorpreso ad ascoltare la BBC. Secondo un'ulteriore ipotesi si trattava di un omaggio per la costruzione di una strada a Zernikow, ma si parlò anche di un regalo di compleanno indirizzato a Hitler.



CONTROMISURE. Nel 1995 alcuni alberi furono selettivamente abbattuti, ma cinque anni più tardi la foto che vedete in apertura rivelò che l'intervento era stato insufficiente per cancellare la svastica. Fu così attuata una rimozione radicale, che impedisse ai gruppi neonazisti di tramutare la foresta in un luogo di culto.


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Negli anni '90 in Germania venne alla luce un'enorme svastica disegnata con gli alberi, che era rimasta nascosta tra la fitta vegetazione per decenni. Era il 1992 quando nell'ex Germania dell'Est fu scoperta una formazione di alberi a forma di svastica, nascosta nel cuore di una foresta della...
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La Shoah dei bambini

07 dicembre 2019 ore 19:49 segnala
Furono un milione e mezzo i bambini uccisi dal nazifascismo. Alcuni di loro, come Liliana Segre, si sono salvati e sono diventati testimoni dell'orrore.


Ebrei, zingari, slavi, disabili: i bambini "indesiderabili" rimasti vittime del III Reich furono almeno un milione e mezzo. Molti morirono nei campi di sterminio, altri nei lager, molti ancora nei ghetti dove la fame e il tifo decimarono migliaia di persone. Chi si salvò, come Elie Wiesel o Liliana Segre - appena nominata senatrice della Repubblica - diventati adulti hanno raccontato e testimoniato l'orrore a cui hanno assistito.


Le condizioni dei bambini non ariani nella Germania nazista si fecero critiche fin dal 1933, quando Hitler salì al potere, ma peggiorarono drasticamente due anni dopo, con la promulgazione delle prime leggi razziali (leggi di Norimberga), copiate poi in Italia anche da Benito Mussolini.

Le norme avevano l'obiettivo di arianizzare la società, cominciando proprio dai più piccoli. I bambini "impuri" vennero espulsi dalle scuole, dalle attività sportive e da quelle ricreative, additati come elementi estranei alla società.

In Italia furono più di 4.000 i bambini delle elementari allontanati dalle scuole pubbliche del Regno d'Italia perché ebrei.



In Germania le cose precipitarono con la "notte dei cristalli" (1938) quando per alcuni giorni i negozi, le sinagoghe e le case degli ebrei vennero distrutte in modo scientifico e sistematico, su impulso del ministro della propaganda Goebbels.

PRIMA I DISABILI... Con lo scoppio della guerra (1939) la situazione si aggravò ulteriormente. I primi bambini a pagarne lo scotto furono i minori disabili ("ariani" e non) eliminati nel programma di eutanasia Aktion T4, pianificato per purificare la razza: costò la vita a quasi 7.000 minori "non perfetti" e in varia misura affetti da malattie genetiche o mentali.

Shoah in ebraico significa desolazione, catastrofe, disastro

Nel frattempo in tutta l'Europa orientale gli ebrei vennero segregati nei ghetti. Il più famoso è quello di Varsavia, in Polonia: 400.000 ebrei (di cui 100.000 bambini) chiusi in un'area di 3,4 km quadrati. In ogni stanza vivevano in media 7 persone.
Il cibo scarseggiava, le malattie dilagavano, la pressione psicologica era alle stelle: nel giro di qualche mese dalla sua apertura (1940) si iniziarono a contare i morti per denutrizione e tifo.



In questo inferno in terra ci furono anche storie di disperata umanità. Come quella del professor Korczak, pedagogo e medico polacco che nel ghetto di Varsavia per due anni guidò un orfanatrofio con 200 bambini. Nonostante le condizioni fossero disperate, garantì loro una vita dignitosa. E li accompagnò fino alla morte quando nel 1942 vennero tutti deportati al campo di sterminio di Treblinka.

IL CASO TEREZIN. La sola anomalia (apparente) fu il ghetto di Terezin (a 60 km da Praga). La propaganda lo concepì come un luogo riservato agli ebrei famosi tanto che nel 1944 lo aprì per l'ispezione della Croce Rossa e lo presentò come "il modello" nazista di insediamento per gli ebrei.



Chi fu rinchiuso qui - perlopiù artisti e intellettuali - ebbe una discreta vita culturale, poteva accedere a una biblioteca e i bambini potevano frequentare le scuole autogestite con lezioni quotidiane. Furono molti (15.000) i bambini di Terezin e sono diventati famosi per le testimonianze ritrovate dopo la guerra: poesie e disegni che raccontano la vita nel lager vista con gli occhi di bambini di 5 o 6 anni. Quasi nessuno di loro si salvò: il 90% dei bambini dal 1942 in poi finì nei campi di sterminio.

L'INFERNO. Arrivati ai campi di sterminio i bambini sotto i 13 anni che non erano in grado di lavorare, venivano direttamente gassati. E, chi non finiva nelle camere a gas, ucciso con il famigerato Zyklon B, era usato come cavia per esperimenti pseudo scientifici e inviato ad Auschwitz-Birkenau o in altri laboratori della Germania.

Sono tristemente famosi gli esperimenti del dottor Mengele, che ad Auschwitz selezionò un gruppo di bambini (circa 3.000, soprattutto gemelli) come cavie per i suoi studi: ne sopravvissero 200. Anche alcuni bambini di Terezín, nel luglio del 1944, furono selezionati per gli esperimenti.

IL MIRACOLO DI BUCHENWALD. Nel campo di concentramento di Buchenwald avvenne invece un miracolo. Qui 904 bambini si salvarono grazie alla solidarietà di alcuni prigionieri, che li protessero fino al giorno della liberazione. Molti dei kapò erano stati infatti reclutati tra i prigionieri politici comunisti e questo favorì la solidarietà a favore dei minori.

Finita la guerra i bambini vittime dell'Olocausto erano un milione e mezzo (circa un milione erano ebrei). Ci furono (rari) casi di bambini ebrei che riuscirono a sfuggire al loro tragico destino di morte trovando rifugi di fortuna o vivendo con una falsa identità in orfanatrofi o in istituti religiosi compiacenti. Altri si salvarono dallo sterminio uscendo illesi dai lager. Tra i piccoli sopravvisuti molti hanno raccontato il loro personale orrore quotidiano e ben 5 di loro sono diventati premi Nobel.

DAI LAGER AL NOBEL. È il caso del fisico teorico belga François Englert (Nobel per la fisica nel 2013), sopravvissuto negli anni della guerra con una falsa identità in un orfanatrofio; del chimico e scrittore Roald Hoffmann (Nobel per la chimica nel 1981), che riuscì a fuggire con la madre da un campo di concentramento nel 1939; dello psicologo Daniel Kahneman (Nobel per l'economia nel 2002), che visse in clandestinità fino al 1945; dello scrittore Imre Kertész (Nobel per la letteratura nel 2002), fu deportato quindicenne ad Auschwitz e poi trasferito a Buchenwald, dove fu liberato nel 1945.

E come Elie Wiesel scrittore e premio Nobel per la pace 1986, che nel suo libro La notte raccontò la sua personale esperienza di superstite.



"Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede. (...) Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai".


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Furono un milione e mezzo i bambini uccisi dal nazifascismo. Alcuni di loro, come Liliana Segre, si sono salvati e sono diventati testimoni dell'orrore. Ebrei, zingari, slavi, disabili: i bambini "indesiderabili" rimasti vittime del III Reich furono almeno un milione e mezzo. Molti morirono nei...
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L'anniversario dell'Holodomor.

23 novembre 2019 ore 13:58 segnala
Il 23 novembre si ricorda l'anniversario dell'Holodomor, una tremenda carestia che colpì l'Ucraina tra il 1932 e il 1933 causando milioni di morti.
Fu una tragedia così grande che gli ucraini inventarono una nuova parola per descriverla: Holodomor o “sterminio per fame”.

Si riferisce alla morte, provocata negli Anni ’30 dalle politiche di Stalin, di milioni di ucraini. Un’ecatombe che ancora oggi è una delle ragioni del risentimento di Kiev verso Mosca. La tragedia ebbe inizio quando Stalin, tra l’autunno del 1932 e la primavera del 1933, decise la collettivizzazione agraria, costringendo anche i kulaki, i contadini agiati (coltivatori diretti o piccoli proprietari terrieri), ad aderirvi contro la loro volontà. La collettivizzazione forzata delle terre innescò una gigantesca carestia che colpì varie parti dell’Unione Sovietica, dal Caucaso alla Siberia, dal Kazakistan all’area del fiume Volga.

Gli ucraini tuttavia furono quelli che ne soffrirono di più le conseguenze, poiché lo sterminio dei contadini s’intrecciò con la persecuzione dell’intellighenzia e con la lotta al patriottismo di un intero popolo. Per l’Urss, la fertile Ucraina, soprannominata non a caso “il granaio d’Europa”, era un Paese da sfruttare e per questo Stalin decise di “spezzare la schiena” ai kulaki, forti oppositori della collettivizzazione. E così, alla fine degli Anni ’20, come gli altri coltivatori dell’Unione Sovietica, anche i contadini ucraini furono costretti ad aderire ai kolchoz, le fattorie collettive di Stato, mentre le loro terre venivano confiscate.

«La prima mortalità di massa fu causata direttamente dal fatto che le autorità sovietiche, indifferenti alle naturali variazioni di produzione, mantennero percentuali altissime di requisizioni (circa il 20%)», scrive lo storico francese Bernard Bruneteau nel suo libro Il secolo dei genocidi (Il Mulino).


Annabelle, la storia vera della bambola malefica

22 novembre 2019 ore 20:35 segnala
Annabelle, horror spin-off dell’inquietante The Conjuring, è stato un film campione d’incassi nei cinema mondiali.
Per chi non lo sapesse, il film ha un’origine soprannaturale: la storia prende spunto da una bambola vera e dal demone che presumibilmente ne prese possesso.

Ovviamente, gli eventi paranormali descritti nel film sono stati esagerati per renderlo il più spaventoso possibile.
Anche il look della bambola è stato cambiato, ma si potrebbe sostenere che la vera Annabelle sia molto più terrificante…
Di seguito i fatti descritti dagli investigatori del paranormale, Ed and Lorrain Warren, che si occuparono dell’esorcismo della bambola.

1) La bambola è vera

Annabelle esiste realmente.
Attualmente risiede al museo dell’occulto dei Warren a Monroe, Connecticut, dove la bambola è racchiusa in una teca, con tanto di Croce Santa e un cartello che dice: “Attenzione: Non toccare”.
Quello descritto nel film horror è un giocattolo orribile con la pelle color zombie e un sorriso contorto.
La versione originale era un pupazzo di pezza, non di ceramica, facente parte della collezione Raggedy Ann.
La produzione della pellicola ha deciso di cambiarne l’aspetto per evitare eventuali problemi con i produttori della bambola.

2) Era un regalo di compleanno

A differenza del film, che ritrae un marito e una moglie proprietari di Annabelle, la bambola originale apparteneva ad una studentessa di infermieristica di nome Donna.
Annabelle le fu regalata dalla madre nel 1970 per i suoi 28 anni, e fu acquistata in un negozio di bambole usate Raggedy Ann.
Dopo alcuni giorni, fu la compagna di stanza di Donna, Angie, a notare per prima che la bambola era “strana”.

3) Poteva muoversi da sola…

Poco dopo che la bambola entrò nelle loro vite, Donna e Angie notarono alcuni strani fenomeni.
Ad esempio, Annabelle cambiava posizione durante il giorno o incrociava le braccia e le gambe.
Nel corso del tempo, le due donne sostengono abbia iniziato a muoversi nella loro casa.
“Più volte Donna, ponendo la bambola sul divano prima di andare al lavoro, tornava a casa per trovarla nella sua stanza sul letto con la porta chiusa”, hanno raccontato i Warren.

4) …. e scrivere

Le ragazze sostenevano di aver trovato appunti a matita scritti da Annabelle nel loro appartamento.
I Warren hanno raccontato di aver trovato la scritta “Help Us”, con la calligrafia di un bambino piccolo.

5) Lo spirito di Annabelle Higgins

Dopo mesi di convivenza con la bambola, Donna tornò a casa una sera per scoprire che Annabelle aveva sangue su mani e torace.
Spaventate, le ragazze contattatarono un medium per aiutarle a risolvere il mistero.
Durante una seduta spiritica si scoprì che la bambola era posseduta da Annabelle Higgins, una bambina di 7 anni morta nella casa.
Donna e Angie diedero il permesso allo spirito di rimanere nella bambola.

6) Attacco

Un amico di Donna e Angie, Lou, sostenne di essere stato attaccato da Annabelle in diverse occasioni.
Dopo aver espresso il suo disgusto per la bambola “malefica”, si svegliò una notte trovando la bambola che tentava di strangolarlo.
Lou, in un primo momento credeva si trattasse di un brutto sogno.
Il giorno successivo, entrò nell’appartamento quando sentì strani rumori provenienti dalla stanza di Donna.
Mentre ne cercava la fonte, sentì una presenza dietro di lui e fu aggredito e lasciato con “7 distinti segni di artigli” sul petto.
I graffi guarirono quasi immediatamente.
Le ferite di Lou resero consapevole Donna della natura malvagia della bambola.
Dopo aver contattato un sacerdote, la ragazza parlò con i Warren.


7) I Warren

I Warren, noti per aver esorcizzato la famosa casa di Amityville (da cui fu tratta la trama dell’omonimo film), sono stati coinvolti anche nel caso Annabelle.
La coppia scoprì che la bambola non era posseduta, ma manipolata da uno spirito maligno.
Secondo i Warren, questo spirito fingeva soltanto di essere una bambina, al fine di possedere un corpo umano.
I Warren esorcizzarono l’appartamento e presero la bambola con loro.

8) Lo spirito vive ancora

I Warren sostengono che la bambola abbia continuato a mostrare un comportamento “strano”.
Quando la portarono nella loro casa in Connecticut, è stata vista levitare e riapparire in diverse aree della loro dimora.

9. Incidenti legati ad Annabelle

Secondo i Warren, lo spirito ha tormentato molti individui che hanno avuto la sfortuna di avere a che fare con la bambola.
Un sacerdote che ha visitato la casa dei Warren e insultato Annabelle dicendole “non può far male a nessuno,” è stato coinvolto in un incidente d’auto quasi fatale dopo la visita.
Una coppia, come riferito, si è schiantata in moto dopo aver preso in giro le abilità della bambola.
L’uomo è morto subito dopo, la sua ragazza è sopravvissuta, ma è stata ricoverata in ospedale per un anno dopo l’incidente.


Burzum – Varg Vikernes.

22 novembre 2019 ore 20:28 segnala
Kristian Vikernes nacque l’11 febbraio 1973 a Bergen, un normale paesino norvegese, secondo figlio di Lars Vikernes e Lene Bore. Trascorse un’infanzia normale, trasferendosi anche per un breve periodo in Iraq per motivi legati al lavoro del padre.

Durante l’adolescenza intraprese la lettura dell’opera Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien, che lo influenzò molto nella sua successiva produzione musicale, a partire dal nome del suo progetto: Burzum, infatti, è una parola del linguaggio nero che significa “oscurità”.

Il fantasy ed i giochi di ruolo ebbero una certa importanza anche nel suo immaginario personale; Kristian infatti, nonostante le molte amicizie, preferiva la solitudine e trascorreva le giornate passeggiando nei boschi vicino casa, utilizzando la sua fantasia per popolarli di orchi ed altre creature dell’universo tolkieniano.

Il legame con il fratello diventò più forte dopo la separazione dei suoi, evento che comunque non lo segnò particolarmente.
Nel 1989 fondó la sua prima band, gli Uruk-hai. Contemporaneamente cominciò a suonare in altri gruppi, registrando diversi demo e facendosi conoscere nell’underground norvegese fino ad arrivare ad avere una fitta corrispondenza con Euronymous, leader dei Mayhem, nella speranza che quest’ultimo, possessore di una casa discografica, pubblicasse i suoi lavori.

In questo periodo, intorno al 1991, Burzum soggiornava nel retrobottega di un negozio di Euronymous e proprio in questo anno nacque la Inner circle.
Questa setta, composta appunto da Varg, Euronymous ed i frequentatori del negozio, aveva come obiettivo la distruzione di chiese e luoghi sacri del cristianesimo.
Dopo l’uscita del primo album, Burzum riscosse un’incredibile successo tanto da far preoccupare il leader dei Mayhem, il quale non gli diede la possibilità di pubblicare un secondo album, ma l’occasione di suonare nel suo gruppo.

Da qui in poi il rapporto tra i due peggiorò fino ad arrivare alla pianificazione dell’omicidio di Varg. Quest’ultimo, dopo aver saputo del piano da alcuni suoi amici musicisti, si recò immediatamente a casa di Euronymous armato di tre coltelli, una mazza da baseball, una baionetta ed un’ascia (a suo dire, senza l’intenzione di ucciderlo).
Le dinamiche dell’omicidio non sono chiare. Si racconta che dopo la semplice domanda di Varg “perché vuoi uccidermi?” Fatta a Euronymous, i due iniziarono una colluttazione che terminó con la morte del leader dei Mayhem avvenuta con una coltellata inferta in pieno cranio. Il mattino dopo Burzum venne raggiunto ed arrestato dalle autorità in seguito alle dichiarazioni di alcuni testimoni ed alle prove piuttosto evidenti, prima tra tutte, il contratto che Euronymous voleva proporre a Varg.
Fu condannato a 18 anni di carcere.

Durante la permanenza in prigione, continuó a pubblicare album grazie all’aiuto di una giornalista musicale italo tedesca interessata ai suoi lavori.
Scarcerato nel 2009, venne poi arrestato nel 2014 in Francia, insieme alla moglie, con l’accusa di star preparando una strage.
“Ovviamente speravo che il mondo venisse distrutto in una Terza Guerra Mondiale, in modo da ripartire di nuovo e costruire un qualcosa di migliore. Quindi, mentre attendevo, suonavo la chitarra nella mia cameretta. Faccio musica perché era troppo tardi per arruolarsi nelle SS”.


14 Novembre 1934.I leoni di Highbury.

15 novembre 2019 ore 13:22 segnala
Negli anni ’30, segnatamente nel 1934 e poi nel 1938, la Coppa del Mondo di Calcio (allora denominata Coppa Victoria e poi, dal 1946, Coppa Rimet in omaggio all’ideatore, il francese Jules Rimet) fu appannaggio dell’Italia che, sotto la sapiente guida del leggendario Vittorio Pozzo, si dimostrò la squadra più forte del mondo. La nota stonata di quelle edizioni dei mondiali fu la mancata partecipazione dell’Inghilterra che snobbò la competizione ritenendosi gli inventori del calcio moderno e quindi superiori a tutti. Almeno fino al 1950 data della sua prima partecipazione. Per loro soltanto amichevoli di prestigio che organizzavano di volta in volta scegliendo l'avversario.

Neanche alcune débâcle clamorose, come la sconfitta del maggio 1929 in Spagna (4-3 a favore delle “Furie Rosse”), riuscirono a scalfire questa loro presunta superiorità calcistica. Fu quest’ottica che nel novembre del 1934 gli Azzurri, freschi vincitori del campionato del mondo, furono invitati Londra nello storico impianto di Highbury posto nella zona nord della capitale per sfidare la formazione inglese. Gli inglesi programmarono l’incontro proprio nel mese di novembre consci delle proibitive condizioni climatiche del periodo che potevano mettere in maggiore difficoltà i neo campioni del mondo. Vittorio Pozzo avrebbe voluto declinare l’invito, fiutando il pericolo. Ma la politica, che presentò l’incontro come la sfida del secolo, ebbe il sopravvento e l’Italia varcò la Manica.

Le due squadre, il 14 novembre 1934, scesero in campo tra nebbia, pioggia e fango schierando : Inghilterra: Moss; Male, Hapgood; Britton, Barker, Copping; Matthews, Browden, Drake, Bastin, Brook - Italia: Ceresoli; Monzeglio, Allemandi; Ferraris IV, Monti, Bertolini; Guaita, Serantoni, Meazza, Ferrari, Orsi. Dopo appena un minuto di gioco, al primo intervento, fu assegnato un calcio di rigore a favore dell’Inghilterra che però Ceresoli riuscì a parare. Un minuto dopo, complice un gioco fin troppo maschio ed intimidatorio da parte britannica, fu azzoppato Luisito Monti che sarà poi costretto a lasciare il campo ed a lasciare gli azzurri in 10 uomini, all’epoca non erano previste sostituzioni. A quel punto gli inglesi dilagarono ed in 10 minuti segnarono 3 gol : al 3’ e 10’ Brook, al 12’ Drake. Vittorio Pozzo cercò di rimediare alla perdita di Monti con qualche accorgimento tattico, ma fu soprattutto con il carattere che i giocatori reagirono.

Raddoppiarono la grinta restituendo agli inglesi colpo su colpo con l’arbitro svedese Olsson che permetteva quasi tutto. Cominciò una vera battaglia in campo con interventi decisi, quando non violenti, comunque spesso al limite del regolamento. Nel secondo tempo gli azzurri, pur in inferiorità numerica, comandarono il gioco con gli inglesi in chiara difficoltà. In quattro minuti, al 58’ e 62’, Giuseppe “Peppino” Meazza bucò per 2 volte il portiere Moss. Gli spettatori inglesi erano ammutoliti, colpiti dalla grinta e dalla classe degli azzurri, e passarono momenti interminabili di sofferenza. In particolare Guaita e Ferrari furono autori di alcune ottime azioni e sfiorarono a più riprese il pareggio e addirittura il sorpasso che sarebbe stato qualcosa di leggendario.

Come scritto dal giornalista Gianni Brera il risultato sarebbe potuto benissimo
cambiare a nostro favore se uno dei nostri migliori giocatori, Raimundo “Mumo” Orsi, non si fosse estraniato dal gioco annichilito dalla paura dello scontro fisico. Al fischio finale gli azzurri, pur sconfitti del 3-2, uscirono dal campo tra gli applausi di tutto il pubblico e con la soddisfazione di aver tenuto in scacco gli avversari per quasi tutta la partita. Da quel giorno i calciatori italiani furono ricordati da tutti come i leoni di Highbury.


30 aprile 1945; Ultima battaglia su suolo italiano

30 aprile 2019 ore 14:22 segnala
La battaglia di Monte Casale si svolse il 30 aprile 1945 nel territorio di Ponti sul Mincio (MN) ed è ritenuta l'ultima battaglia della storia sul suolo italiano.

Fu combattuta dai partigiani della Brigata Italia comandata da Enzo (Fiorenzo Olivieri), dai partigiani della Brigata Avesani comandati da Bruto assieme agli Arditi del IX reparto d'assalto che ebbero un sanguinoso scontro con un reparto tedesco della Flak (la contraerea) che si era asserragliato sulla cima di una collinetta posta vicino alla strada che collega Peschiera del Garda a Monzambano.

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945 un forte reparto di tedeschi proveniente dalle difese sul Po e reduce dallo scontro con carri americani alla corte Podinare nel comune di Ceresara, arrivò in prossimità di Ponti sul Mincio. L'intenzione era quello di aspettare l'arrivo degli americani e di arrendersi a loro, e non ai partigiani per paura di rappresaglie, in quanto già le forze tedesche in pianura erano tagliate fuori dai collegamenti con i reparti germanici a nord del lago di Garda in quanto già la 10ª divisione da montagna americana aveva occupato il territorio.

Il resto della colonna, un'ottantina di uomini, passò inosservato nei pressi del paese e poi salì sul Monte Casale dove, un anno prima, aveva condotto esercitazioni. Il primo gruppo fu subito attaccato dai partigiani di Monzambano e Castellaro che riuscirono ad avere la meglio e ridurlo prigioniero. Il secondo, attestato sul monte, venne via via segnalato dalle vedette partigiane ai vari distaccamenti. Già dal mattino i tedeschi dalla sommità cominciarono a sparare sulla strada di Monzambano per aprirsi un varco. Un colpo freddò l'ortolano Giuseppe Bompieri che accorso a una finestra voleva rendersi conto di cosa succedeva. Sotto il colle si radunarono alcune squadre del Battaglione G. Dusi della Brigata Avesani e alcune della Brigata Italia, comandate rispettivamente da Luigi Signori e Adalberto Baldi.

Signori dapprima invitò i tedeschi alla resa per poi chiedere aiuto (tramite Richard A. Carlson, un americano inquadrato nella 10ª divisione da montagna Usa) agli Arditi della 104ª compagnia, IX reparto d'assalto del Gruppo di combattimento «Legnano», che stazionavano a Peschiera. In poco tempo arrivò in soccorso una trentina di uomini sotto il comando del capitano Agostino Migliaccio. Presto una quindicina di tedeschi si consegnarono come prigionieri, ma il resto del reparto continuò a combattere rifiutando di arrendersi. Gli Ariditi e i partigiani decisero quindi di tentare di avvicinarsi strisciando fino alla linea del filo spinato. Ormai era piena battaglia: crepitavano le armi automatiche, i mortai martellavano la cima e le granate del cannone investivano la casamatta della sommità. Alle 17.30, dopo un fuoco durato quattro ore, Monte Casale fu conquistato. Venne catturato il comandante, un giovane tenente, si dice delle SS, gravemente ferito, e poi il resto della compagnia. Nelle trincee furono rinvenuti otto tedeschi uccisi, fra cui quattro o cinque per mano dello stesso tenente perché avevano tentato di arrendersi. Qualcun altro morì altrove o per ferite o perché giustiziato in modo sommario dai partigiani. In totale una decina di caduti e 38-40 prigionieri.

In foto: Valeggio sul Mincio, soldati tedeschi catturati dai partigiani della Brigata Italia e avviati al campo di Villafranca di Verona - maggio 1945.


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La battaglia di Monte Casale si svolse il 30 aprile 1945 nel territorio di Ponti sul Mincio (MN) ed è ritenuta l'ultima battaglia della storia sul suolo italiano. Fu combattuta dai partigiani della Brigata Italia comandata da Enzo (Fiorenzo Olivieri), dai partigiani della Brigata Avesani...
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30/04/2019 14:22:46
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