30 aprile 1945; Ultima battaglia su suolo italiano

30 aprile 2019 ore 14:22 segnala
La battaglia di Monte Casale si svolse il 30 aprile 1945 nel territorio di Ponti sul Mincio (MN) ed è ritenuta l'ultima battaglia della storia sul suolo italiano.

Fu combattuta dai partigiani della Brigata Italia comandata da Enzo (Fiorenzo Olivieri), dai partigiani della Brigata Avesani comandati da Bruto assieme agli Arditi del IX reparto d'assalto che ebbero un sanguinoso scontro con un reparto tedesco della Flak (la contraerea) che si era asserragliato sulla cima di una collinetta posta vicino alla strada che collega Peschiera del Garda a Monzambano.

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945 un forte reparto di tedeschi proveniente dalle difese sul Po e reduce dallo scontro con carri americani alla corte Podinare nel comune di Ceresara, arrivò in prossimità di Ponti sul Mincio. L'intenzione era quello di aspettare l'arrivo degli americani e di arrendersi a loro, e non ai partigiani per paura di rappresaglie, in quanto già le forze tedesche in pianura erano tagliate fuori dai collegamenti con i reparti germanici a nord del lago di Garda in quanto già la 10ª divisione da montagna americana aveva occupato il territorio.

Il resto della colonna, un'ottantina di uomini, passò inosservato nei pressi del paese e poi salì sul Monte Casale dove, un anno prima, aveva condotto esercitazioni. Il primo gruppo fu subito attaccato dai partigiani di Monzambano e Castellaro che riuscirono ad avere la meglio e ridurlo prigioniero. Il secondo, attestato sul monte, venne via via segnalato dalle vedette partigiane ai vari distaccamenti. Già dal mattino i tedeschi dalla sommità cominciarono a sparare sulla strada di Monzambano per aprirsi un varco. Un colpo freddò l'ortolano Giuseppe Bompieri che accorso a una finestra voleva rendersi conto di cosa succedeva. Sotto il colle si radunarono alcune squadre del Battaglione G. Dusi della Brigata Avesani e alcune della Brigata Italia, comandate rispettivamente da Luigi Signori e Adalberto Baldi.

Signori dapprima invitò i tedeschi alla resa per poi chiedere aiuto (tramite Richard A. Carlson, un americano inquadrato nella 10ª divisione da montagna Usa) agli Arditi della 104ª compagnia, IX reparto d'assalto del Gruppo di combattimento «Legnano», che stazionavano a Peschiera. In poco tempo arrivò in soccorso una trentina di uomini sotto il comando del capitano Agostino Migliaccio. Presto una quindicina di tedeschi si consegnarono come prigionieri, ma il resto del reparto continuò a combattere rifiutando di arrendersi. Gli Ariditi e i partigiani decisero quindi di tentare di avvicinarsi strisciando fino alla linea del filo spinato. Ormai era piena battaglia: crepitavano le armi automatiche, i mortai martellavano la cima e le granate del cannone investivano la casamatta della sommità. Alle 17.30, dopo un fuoco durato quattro ore, Monte Casale fu conquistato. Venne catturato il comandante, un giovane tenente, si dice delle SS, gravemente ferito, e poi il resto della compagnia. Nelle trincee furono rinvenuti otto tedeschi uccisi, fra cui quattro o cinque per mano dello stesso tenente perché avevano tentato di arrendersi. Qualcun altro morì altrove o per ferite o perché giustiziato in modo sommario dai partigiani. In totale una decina di caduti e 38-40 prigionieri.

In foto: Valeggio sul Mincio, soldati tedeschi catturati dai partigiani della Brigata Italia e avviati al campo di Villafranca di Verona - maggio 1945.


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La battaglia di Monte Casale si svolse il 30 aprile 1945 nel territorio di Ponti sul Mincio (MN) ed è ritenuta l'ultima battaglia della storia sul suolo italiano. Fu combattuta dai partigiani della Brigata Italia comandata da Enzo (Fiorenzo Olivieri), dai partigiani della Brigata Avesani...
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Scoperta una città dei morti utilizzata per dieci secoli

29 aprile 2019 ore 20:12 segnala
Un gruppo di archeologi italiani ed egiziani ha riportato alla luce, ad Assuan, una necropoli con 35 mummie ben conservate e gli strumenti utilizzati nei rituali funerari: risale al periodo tardo-faraonico, greco e romano, un'età della quale si avevano ancora pochi reperti.

Un ritrovamento archeologico di eccezionale valore è venuto alla luce nel sudest dell'Egitto, sulle colline occidentali dell'antica città di frontiera di Assuan: qui un team di archeologi italo-egiziani sotto la guida dell'Università degli Studi di Milano e del Ministero delle Antichità del Cairo ha scoperto una necropoli a più camere in cui riposano decine di corpi di adulti e bambini accanto a vasi, frammenti di sarcofagi, maschere funerarie, cartonnage e statuette religiose.

L'agglomerato di tombe è di particolare interesse perché fu usato per un lungo arco di tempo dal periodo tardo-faraonico all'epoca greco-romana, dal VI secolo a.C. al IV d.C., un età sulla quale gli studi funerari presentano ancora molte lacune. La missione archeologica, diretta da Patrizia Piacentini, docente di Egittologia e archeologia egiziana dell'Università di Milano, e Abdelmanaem Said, del Ministero delle Antichità egiziano, ha mappato nell'area circa 300 tombe risalenti a questo periodo, 25 delle quali sono state scavate negli ultimi 4 anni.
La necropoli appena scoperta (gli scavi sono di gennaio-febbraio 2019) è finora una delle più ricche: la principale delle camere funerarie ospita una trentina di mummie di adulti e bambini, con i più giovani defunti disposti su un lato. Nel locale sono stati ritrovati "strumenti del mestiere" per i riti funebri, come una lettiga in legno di palma e lino usata per trasportare i corpi, vasi di bitume per la mummificazione, una lampada e una statuetta in legno dell'uccello a testa umana Ba, che rappresenta l'anima del defunto.

Nella stanza c'erano anche maschere funerarie incompiute e resti di cartonnage, un materiale simile alla cartapesta fatto di strati di lino e papiro ricoperti di intonaco e poi dipinti, che serviva per realizzare sarcofagi e maschere da adagiare sul defunto. Altre mummie erano conservate in altre aree della tomba: due di esse, forse i corpi di una madre e del figlio, sono state ritrovate sovrapposte e parzialmente coperte dal cartonnage.

Nella struttura gli archeologi hanno inoltre rinvenuto altri vasi contenenti cibo - necessario per il viaggio dei morti nell'Aldilà - e frammenti di sarcofago recanti il nome del proprietario della tomba: un certo Tjt, ex capo-carovana, il cui nome è associato, nelle iscrizioni, all'invocazione di alcune divinità del Nilo. La ricerca continuerà a fine anno con l'invio di altri specialisti dell'Università Statale (paleobotanici, chimici, anatomopatologi) che possano scoprire nuovi particolari sugli occupanti della tomba e sul loro ricco corredo.


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Un gruppo di archeologi italiani ed egiziani ha riportato alla luce, ad Assuan, una necropoli con 35 mummie ben conservate e gli strumenti utilizzati nei rituali funerari: risale al periodo tardo-faraonico, greco e romano, un'età della quale si avevano ancora pochi reperti. Un ritrovamento...
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L'Ammutinamento del Bounty

28 aprile 2019 ore 14:13 segnala
L’arcipelago di Pitcairn è formato da 4 isole vulcaniche sperdute nell’immensità dell'oceano Pacifico lontano sia dalla terra ferma che da qualsiasi altra isola abitata, tra Nuova Zelanda e Cile. Presumibilmente nel giro dei prossimi trent'anni rimarranno disabitate. Pitcair è la maggiore isola, la sola abitata, e qui vivono meno di 50 persone che in maggioranza parlano il pitkern, un dialetto creolo derivato dall'inglese del XIX secolo.

A Pitcairn non ci sono piste d'atterraggio e quindi si può attraccare solo via mare, ma arrivarci è un'odissea. Dopo aver preso un aereo per Los Angeles, se ne prende un altro verso Tahiti e ancora uno per Mangareva, ma di voli dalla capitale della Polinesia ne parte solo uno a settimana. E gli ultimi 531 chilometri si possono percorrere solo in battello: una traversata di altre 32 ore, in partenza solo una volta al mese.

Ma la storia di queste sperdute terre e soprattutto dei suoi pochi abitanti affonda le proprie radici nel XVIII secolo quando la fregata mercantile inglese Bounty salpò dal porto di Spithead in Inghilterra sotto il comando del capitano William Bligh, destinazione Tahiti: era il 23 Dicembre 1787. Scopo del viaggio era quello di raggiungere la destinazione, doppiando Capo Horn, per rifornirsi il più possibile della cosidetta "piante del pane", l'Artocarpus altilis (breadfruit in inglese) un piccolo albero diffuso nelle isole del Sud del Pacifico il cui frutto commestibile ha le dimensioni di un piccolo melone con una scorza ruvida e coriacea e una polpa bianca e farinosa che può essere preparata e consumata in diversi modi. L’albero avrebbe risolto, una volta trapiantato nelle Indie Occidentali, i problemi di approvvigionamento alimentare degli schiavi di sua maestà.

Dopo un lungo e difficile viaggio Tahiti venne raggiunta e grazie ai buoni rapporti di Bligh con il re e la regina la nave si riempì di centinaia di piante. Ma accadde che gli stretti contatti dei marinai e di alcuni ufficiali con la popolazione complicarono la vita dell'equipaggio: la libertà sessuale delle donne di Tahiti sconvolse gli inglesi. Dopo sei mesi di permanenza arrivò il momento per il Bounty di riprendere il mare per tornare in Inghilterra. Ma l'equipaggio non nascose una forte inquietudine nel dover lasciare quella specie di paradiso terrestre e soprattutto nel dover sottostare alla ferrea disciplina di bordo ripristinata dal comandante Blight. Il 28 aprile 1789 parte dei marinai ed alcuni ufficiali, al comando dell’ufficiale in seconda Fletcher Christian e del guardiamarina Peter Heywood, si ammutinarono e presero la nave.

Degli altri 42 uomini dell'equipaggio ( ma sul ruolo recitato da ciascuno vi sono testimonianze contrastanti ) in 17 seguirono gli ammutinati, 2 non si schierarono e 23 restarono fedeli al comandante. Christian ed i suoi uomini, una volta padroni della nave, abbandonarono in mezzo all’oceano su una piccola imbarcazione, il capitano Blight ed una parte dell'equipaggio rimastagli fedele. Invertirono poi la rotta del Bounty per tornare a Tahiti. Qui imbarcarono donne e indigeni dirigendosi su un’altra isola, Pitcairn Island, dove bruciarono la nave per evitarne il ritrovamento. Dopo questo disperato inizio, gli ammutinati e le loro compagne Tahitiane stabilirono una colonia.

Intanto, nel mezzo dell’oceano, William Bligh e i suoi uomini versavano in condizioni disperate. Potevano contare su pochi giorni di razioni, 4 sciabole da arrembaggio, una bussola, un orologio da tasca, un quadrante ed un sestante rotto e inaffidabile. Inoltre non disponevano di carte nautiche ma solo delle tavole di navigazione, indispensabili per stabilire la posizione.
Eppure con queste ridottissime risorse Bligh riuscì incredibilmente a raggiungere la terraferma e poi da qui l'Inghilterra dove venne immediatamente aperta un‘inchiesta sull'ammutinamento.

Il 7 novembre 1790 la nave Pandora, sotto il comando del Capitano Edward Edwards, salpò per recuperare il Bounty e arrestare i disertori. Giunse a Tahiti il 23 marzo 1791, dove nel frattempo due degli ammutinati erano morti in una rissa. Nell’arcipelago di Pitcairn riuscirono comunque a catturarne altri ed a riportarli in patria. Molti furono graziati e tre impiccati il 29 ottobre 1792. Ma non Fletcher Christian che, secondo alcune testimonianze, era morto durante alcuni scontri tra tahitiani ed ammutinati.

I discendenti di quei pochi che sfuggirono alla cattura popolano ancora oggi l’isola. La storia del Bounty è stata riadattata più volte per il grande schermo: la prima nel 1916, la seconda nella versione classica di Charles Laughton e Clark Gable nel 1935, un'altra nel 1962 con Marlon Brando e Trevor Howard e l'ultima nel 1984 con Anthony Hopkins e Mel Gibson.


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L’arcipelago di Pitcairn è formato da 4 isole vulcaniche sperdute nell’immensità dell'oceano Pacifico lontano sia dalla terra ferma che da qualsiasi altra isola abitata, tra Nuova Zelanda e Cile. Presumibilmente nel giro dei prossimi trent'anni rimarranno disabitate. Pitcair è la maggiore isola, la...
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Archeologia: scoperta una nuova regina egizia

28 aprile 2019 ore 13:19 segnala
L'esistenza di una regina egizia finora sconosciuta e di un'inedita diarchia tutta femminile allestita aspettando che il faraone-bambino Tutankhamon si facesse adulto viene sostenuta da una studiosa dell'Università del Québec a Montréal (Uqam).

Una sintesi della ricerca che ha portato all'eclatante scoperta è stata pubblicata sul sito dell'ateneo canadese dove si sottolinea che "due donne, e non una, regnarono sull'Egitto nel XIV secolo avanti Cristo".

Da una cinquantina d'anni, viene ricordato sul sito, gli egittologi sapevano che una regina aveva regnato tra la morte del faraone Akhenaton e l'ascesa al trono di suo figlio, l'icona dell'egittologia Tutankhamon, ma erano divisi sull'identità di questa misteriosa sovrana. Appoggiandosi a "ricerche epigrafiche e iconografiche" ora una storica dell'arte specialista di semeiotica visuale dell'ateneo, Valérie Angenot, afferma che Akhenaton - oltre a sposare la propria figlia Meritaton per prepararla a succedergli - avrebbe in seguito associato al potere un'altra delle sue sei figlie, "Neferneferuaton Tasherit". Le due avrebbero dunque regnato insieme, dopo la morte del padre, per "tre o quattro anni col nome di Neferneferuaton Ankhkheperure", sintetizza ancora il sito spiegando la genesi di un nome che ha "seminato la confusione fra gli egittologi".


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L'esistenza di una regina egizia finora sconosciuta e di un'inedita diarchia tutta femminile allestita aspettando che il faraone-bambino Tutankhamon si facesse adulto viene sostenuta da una studiosa dell'Università del Québec a Montréal (Uqam). Una sintesi della ricerca che ha portato...
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28 Aprile 1945: Uccisione di Benito Mussolini

28 aprile 2019 ore 12:25 segnala
La morte di Benito Mussolini avvenne il 28 aprile 1945 a Giulino, frazione del comune di Tremezzina - in provincia di Como - a colpi di arma da fuoco, insieme con l'amante Claretta Petacci. Il capo del fascismo e della Repubblica Sociale Italiana si trovava in stato di arresto, catturato a Dongo il giorno precedente dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici" comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle. In una serie di cinque articoli su l'Unità del marzo 1947, il comandante partigiano Walter Audisio, detto Colonnello Valerio, ha raccontato di essere stato l'unico autore dell'uccisione, nell'ambito di una missione cui avevano partecipato anche i partigiani Aldo Lampredi "Guido Conti" e Michele Moretti "Pietro Gatti" per dare esecuzione all'Ultimatum del 19 aprile 1945 e all'articolo 5 del Decreto per l'amministrazione della giustizia, approvato a Milano il 25 aprile dal CLNAI. Della morte di Benito Mussolini esistono numerosi racconti e versioni, più o meno fantasiosi, che sono stati elaborati negli anni dopo gli avvenimenti. Spesso sono il frutto di campagne propagandistiche e di speculazione politica che non trovano sul terreno storiografico alcun serio riscontro. La Versione storica o ufficiale, chiamata anche con un certo disprezzo Vulgata, è la risultante delle testimonianze date sugli avvenimenti che riguardano l'uccisione di Mussolini e della Petacci rilasciate dai tre esecutori.
L'Unità del 29 aprile 1945 riportò la notizia della morte di Mussolini senza ulteriori commenti Mussolini e i suoi accoliti giustiziati dai patrioti in nome del popolo. Il primo resoconto ufficiale, seppur sintetico, comparve sul quotidiano L'Unità nella sua edizione milanese il 30 aprile 1945, ripreso il 1º maggio nell'edizione nazionale. Portava il titolo "L'esecuzione di Mussolini" e non era firmato. In esso non si fanno nomi, ma si parla genericamente di esecutori.


Il Vittoriano, e la tomba del Milite Ignoto

25 aprile 2019 ore 12:35 segnala
La tomba del Milite Ignoto è una tomba simbolica che contiene i resti di un militare morto in guerra, il cui corpo non è stato identificato e che si pensa non potrà mai essere identificato. La pratica di avere una tomba del Milite Ignoto si è diffusa soprattutto dopo la prima guerra mondiale, una guerra in cui il numero di corpi non identificati fu enorme.
Nel 1920, l’allora colonnello Giulio Douhet, sulla scorta di analoghe iniziative già attuate in Francia e in altri Paesi coinvolti nella Grande Guerra, propose per primo in Italia di onorare i caduti italiani le cui salme non furono identificate.
L’idea di trasportare dal campo di battaglia in Patria la salma di un soldato ignoto e di seppellirlo nella capitale, nel più importante tempio della Nazione, era nata appunto contemporaneamente in Francia e in Inghilterra. La cura con cui venne scelto il soldato e il risalto dato alla cerimonia della sepoltura testimoniano l’importanza attribuita al culto dei caduti alla fine della Grande guerra. La rapida diffusione di queste tombe, illustrando l’attrattiva esercitata dal culto e la maniera in cui il Milite Ignoto venne scelto, fu abbastanza simile in tutte le Nazioni che avevano preso parte al conflitto. Fu quindi deciso di creare la tomba del Milite Ignoto a Roma nel complesso monumentale del Vittoriano* a piazza Venezia. Sotto la statua della Dea Roma sarebbe stata tumulata la salma di un soldato italiano sconosciuto, selezionata tra quelle dei caduti della prima guerra mondiale.
La scelta fu affidata a Maria Bergamas madre del volontario irredento Antonio Bergamas che aveva disertato dall’esercito austriaco per unirsi a quello italiano ed era caduto in combattimento senza che il suo corpo fosse ritrovato.
Il 26 ottobre 1921 nella Basilica di Aquileia Maria scelse il corpo di un soldato tra undici altre salme di caduti non identificabili, raccolti in diverse aree del fronte. La donna, posta di fronte alle bare allineate, dopo essere passata davanti alle prime, non riuscì a proseguire nella ricognizione e, gridando il nome del figlio, si accasciò al suolo davanti a una bara, che venne scelta. La bara prescelta fu collocata sull’affusto di un cannone e, accompagnata da reduci decorati al valore e più volte feriti, fu deposta in un carro ferroviario appositamente disegnato.
Le altre dieci salme rimaste ad Aquileia furono tumulate nel cimitero di guerra che circonda il tempio romano.
Il viaggio si compì sulla linea Aquileia-Venezia-Bologna-Firenze-Roma a velocità moderatissima in modo che presso ciascuna stazione la popolazione avesse modo di onorare il caduto simbolo. Furono molti gli Italiani che attesero, a volte anche per ore, il passaggio del convoglio al fine di poter rendere onore al caduto. Il treno infatti si fermò praticamente in tutte le stazioni.
La cerimonia ebbe il suo epilogo nella capitale. Tutte le rappresentanze dei combattenti, delle vedove e delle madri dei caduti, con il re in testa e le bandiere di tutti i reggimenti, mossero incontro al Milite Ignoto che fu portato da un gruppo di decorati di Medaglia d’Oro a Santa Maria degli Angeli. La salma venne posta nel monumento il 4 novembre 1921. L’epigrafe riporta la scritta Ignoto militi e le date MCMXV e MCMXVIII, l’anno di inizio e l’anno della fine del conflitto. Nel corso degli anni Trenta il feretro del Milite Ignoto venne traslato nella cripta interna del Vittoriano, denominata Sacello del Milite Ignoto, dove tutt’ora si trova.

In foto la cerimonia del 4 novembre 1921.


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La tomba del Milite Ignoto è una tomba simbolica che contiene i resti di un militare morto in guerra, il cui corpo non è stato identificato e che si pensa non potrà mai essere identificato. La pratica di avere una tomba del Milite Ignoto si è diffusa soprattutto dopo la prima guerra mondiale, una...
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Il suicidio dello scrittore Emilio Salgàri.

25 aprile 2019 ore 11:59 segnala
Emilio Salgàri, lo scrittore d'avventure creatore di Sandokan e del Corsaro Nero muore a Torino,25 aprile 1911.

Romanziere fertilissimo ma sfruttato dagli editori del tempo, Salgàri si suicidò per le difficoltà finanziarie e gravissimi problemi familiari.
Ecco cosa lasciò scritto ai suoi datori di lavoro: "A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dato pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna"


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Emilio Salgàri, lo scrittore d'avventure creatore di Sandokan e del Corsaro Nero muore a Torino,25 aprile 1911. Romanziere fertilissimo ma sfruttato dagli editori del tempo, Salgari si suicidò per le difficoltà finanziarie e gravissimi problemi familiari. Ecco cosa lasciò scritto ai suoi datori di...
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25 aprile 1945; Festa della Liberazione.

25 aprile 2019 ore 11:22 segnala
Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) – il cui comando aveva sede a Milano ed era presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani (presenti tra gli altri il presidente designato Rodolfo Morandi, Giustino Arpesani e Achille Marazza) - proclamò l'insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari della Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell'arrivo delle truppe alleate; parallelamente il CLNAI emanò in prima persona dei decreti legislativi, assumendo il potere «in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano», stabilendo tra le altre cose la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti, incluso Benito Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo.
«Arrendersi o perire!» fu la parola d'ordine intimata dai partigiani quel giorno e in quelli immediatamente successivi.
Entro il 1º maggio tutta l'Italia settentrionale fu liberata: Bologna (il 21 aprile), Genova (il 23 aprile) e Venezia (il 28 aprile). La Liberazione mise così fine a venti anni di dittatura fascista e a cinque anni di guerra; la data del 25 aprile simbolicamente rappresenta il culmine della fase militare della Resistenza e l'avvio effettivo di una fase di governo da parte dei suoi rappresentanti che porterà prima al referendum del 2 giugno 1946 per la scelta fra monarchia e repubblica – consultazione per la quale per la prima volta furono chiamate alle urne per un voto politico le donne – e poi alla nascita della Repubblica Italiana, fino alla stesura definitiva della Costituzione.
Il termine effettivo della guerra sul territorio italiano, con la resa definitiva delle forze nazifasciste all'esercito alleato, si ebbe solo il 3 maggio, come stabilito formalmente dai rappresentanti delle forze in campo durante la cosiddetta resa di Caserta firmata il 29 aprile 1945: tali date segnano anche la fine del ventennio fascista.


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Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) – il cui comando aveva sede a Milano ed era presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani (presenti tra gli altri il presidente designato Rodolfo Morandi, Giustino Arpesani e...
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Storia del Cinema

15 aprile 2019 ore 19:50 segnala
Il 15 aprile 1967 muore Antonio De Curtis in arte Totò. La grandezza di questo artista straordinario è enorme: la sua popolarità è intatta a più di 50 anni dalla morte. Ci sarebbero tante cose da raccontare su di lui ma noi troviamo particolarmente toccante la sua storia d’amore con Liliana Castagnola. Totò era già all’apice come attore di teatro ed amatissimo dalle donne. Lei era una “chanteuse” molto sensuale dalla vita tormentata: due marinai si erano sfidati a duello per lei, un suo amante facoltoso era stato interdetto dai famigliari visto il rapporto con lei, un altro si era suicidato ma prima le aveva sparato creandole una cicatrice in volto (coperta con i capelli). Lei conosce Totò e inizia una storia d’amore devastante: lei è completamente persa ma il rapporto è difficile fra due personalità forti e con una gelosia fortissima di entrambi. Alla fine Totò decide di accettare un lavoro a Padova, lei propone di lavorare insieme per stare sempre insieme ma lui non accetta. Chi può dire cosa abbia pensato in quel momento Totò? Rapporto troppo opprimente, troppa gelosia, non può funzionare...
Totò parte sottovalutando l’amore di lei che si suicida con una dose di Veronal. Lascia il seguente messaggio:

“Perché non sei voluto venire a salutarmi per l’ultima volta? Scortese, omaccio! Mi hai fatto felice o infelice? Non so»
«Antonio, sono calma come non mai. Grazie del sorriso che hai saputo dare alla mia vita grigia e disgraziata. Non guarderò più nessuno... Te lo avevo giurato e mantengo. Stasera, rientrando, un gattaccio nero mi è passato dinnanzi. E ora, mentre scrivo, un altro gatto nero, giù nella strada, miagola in continuazione. Che stupida coincidenza, è vero?».

Totò è sconvolto e non dimenticherà mai l’accaduto. Fa seppellire la sua amata nella cappella di famiglia, chiamerà la sua futura figlia col suo nome e secondo alcune fonti (non siamo riusciti a verificarlo con certezza ma è riportato da più parti) conserverà fino alla morte un fazzoletto macchiato del suo mascara. Di certo non la ha mai dimenticata.


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Il 15 aprile 1967 muore Antonio De Curtis in arte Totò. La grandezza di questo artista straordinario è enorme: la sua popolarità è intatta a più di 50 anni dalla morte. Ci sarebbero tante cose da raccontare su di lui ma noi troviamo particolarmente toccante la sua storia d’amore con Liliana...
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La Marcia della Morte

12 aprile 2019 ore 17:39 segnala
Era il 13 gennaio 1842 quando William Brydon, un ufficiale medico inglese, arrivò a cavallo sotto le mura di Jalalabad in Afghanistan. Era stremato e ferito alla testa. Ai primi soccorritori che gli chiedevano notizie dell’esercito che stavano aspettando, rispose “Sono io l’esercito”.

Pochi giorni prima, il 6 gennaio, un corpo di occupazione inglese forte di circa 16 mila uomini al comando del generale Elphinstone decise di ritirarsi da Kabul verso Jalalabad che distava circa 140 km più a sud per poi dirigersi in India. Ma lungo la via della ritirata le tribù indigene ben armate non offrirono loro tregua.

In preda a continui attacchi il 12 gennaio la colonna si era ridotta a soli 200 soldati e 2mila aiutanti di campo. Il gelo e la mancanza di equipaggiamenti invernali fecero il resto. Nei successivi scontri a Jugdulluk, Gandamak e Futtehabad furono tutti sterminati. Brydon risultò l’unico sopravvissuto.

La prima guerra anglo-afgana (1839-1842) fu caratterizzata da una serie di errori pagati a caro prezzo. Si rivelerà un vero azzardo la decisione inglese di intromissione nelle vicende dell’Afghanistan con lo scopo di fermare le mire espansionistiche dei russi nell’Asia Centrale.

Di fatto si creò un’instabilità a livello politico e militare accentuata poi dai successivi conflitti del 1878-1880 e del 1919. Molti osservatori fanno risalire a quegli anni le problematiche ancora oggi presenti nella zona. Dopo l’impero britannico anche l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti proveranno a loro spese quanto si possa rivelare difficile il controllo di quell’impervio territorio.

In immagine: "Remnants of an Army" Soggetto William Brydon. Quadro ad olio di Elizabeth Thompson.


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Era il 13 gennaio 1842 quando William Brydon, un ufficiale medico inglese, arrivò a cavallo sotto le mura di Jalalabad in Afghanistan. Era stremato e ferito alla testa. Ai primi soccorritori che gli chiedevano notizie dell’esercito che stavano aspettando, rispose “Sono io l’esercito”. Pochi giorni...
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