MontGisard: La Vittoria del "Re Lebbroso"

25 novembre 2018 ore 18:52 segnala
La battaglia di Montgisard fu combattuta tra l’esercito cristiano e quello musulmano nei pressi di una fortezza templare che sorgeva vicino la città di Ramla nell’odierno stato di Israele, era il 25 novembre del 1177. Fu il trionfo del “re lebbroso”, il sedicenne Baldovino IV, che era stato incoronato all'età di tredici anni, nel luglio del 1174.

Egli fu uno dei più ammirevoli personaggi dell'epopea crociata dimostrando, nonostante la giovane età, coraggio, lealtà e saggezza. E tutto ciò nonostante le grandi sofferenze patite per la sua malattia.

Quel giorno, insieme a Rinaldo di Chatillon, con soli 500 cavalieri e poche migliaia di unità di fanteria, a cui si aggiunsero all’ultimo momento 80 cavalieri Templari, affrontò lo sterminato esercito di più di 20mila soldati siriani ed egiziani guidati dal condottiero curdo Salah al-Din (Saladino).

In prima fila, c’erano anche cavalieri dell’Ordine di San Lazzaro, con il volto sfigurato dalla lebbra, combattevano senza la protezione dell’elmo per incutere terrore al nemico.SI trattò di una carica frontale della cavalleria cristiana che, visto il disordine dei musulmani che si ritenevano al sicuro da ogni pericolo, colse totalmente impreparato il nemico.

Le cavallerie di Baldovino formarono un cuneo che spaccò lo schieramento nemico seminando il panico. C'è anche da aggiungere che l'esercito di Saladino non era compatto in quel momento ma disperso su un vasto raggio a fare bottino. Migliaia di soldati musulmani vennero uccisi. Lo stesso Saladino si salvò a stento.

Nella ritirata verso l’Egitto il sultano perse il novanta per cento delle sue truppe. Il giovane Baldovino IV a ricordo del luogo vittorioso fece costruire un monastero benedettino e lo dedicò a Santa Caterina d’Alessandria, la cui ricorrenza viene celebrata appunto il 25 novembre.

Nonostante la sconfitta Saladino trovò la forza di riprendersi e 10 anni dopo ebbe la sua rivincita entrando vittorioso a Gerusalemme. Ma re Baldovino IV era morto a 24 anni nel 1185, quasi cieco, stremato dalla lebbra e dalle diatribe familiari.

In immagine: Re Baldovin IV in una scena del film “le Crociate” di Ridley Scott.


La vicenda di Liviana

25 novembre 2018 ore 18:35 segnala
Liviana aveva appena ventidue anni all’epoca dei fatti. Originaria di Ferrara, studiava al Dams ed era iscritta all’Unione delle donne italiane. Una giovane impegnata sul fronte dell’emancipazione femminile, intelligente, spontanea, scrive poesie ed aveva già realizzato la sua prima pubblicazione.
Aveva deciso con un’amica di passare le vacanze estive in Calabria e si era trovata un lavoro presso il “Costa Elisabeth”, un albergo ristorante, dove faceva la cameriera. La sera della sua morte, la sera del 3 luglio 1983, a fine giornata era uscita per andare a ballare. Quando era tornata in albergo, verso le due e mezza, aveva deciso di andare a prendere un po’ di fresco e non era più tornata.
I suoi amici vanno a cercarla nella spiaggia di Torretta di Crucoli. Quando la vedono pensano che stia dormendo e per un po’ nemmeno la disturbano, poi siccome sta per albeggiare provano a svegliarla: solo allora si accorgono che non respira e che ha molti strani segni sul corpo. L’autopsia dimostra che la ragazza, dopo una lunga lotta, ha una lesione cranica e sabbia nei polmoni.
Subito dopo l’omicidio tanto numerose testate giornalistiche quanto l’opinione pubblica locale si avventano sulla memoria della giovane. C’è chi parla di droga, chi di alcolismo, chi la descrive come una “omosessuale perversa dal passato peccaminoso”. Tutte bugie enormi che trasformano una ragazza colta, sensibile, impegnata in una “che se l’era andata a cercare” come molti nei bar della zona, e non solo, dicono senza farsi troppi problemi.
Così come spesso avviene in questi casi è la vittima a finire sul banco degli imputati.
Mentre i carabinieri setacciano la stanza di Liviana tralasciando il resto dell’albergo e mentre la procura sta per archiviare il caso, un giudice istruttore non molla e concentra le sue attenzioni su Pietro di Leone, proprietario del Costa Elisabeth.
Rinviato a giudizio, l’uomo nel 1988 viene condannato a soli 5 anni di carcere, di cui due condonati. Tentato stupro e omicidio colposo, secondo i giudici Liviana era morta sbattendo la testa cercando di divincolarsi da Di Leone, che già più volte le aveva fatto delle avance. Una sentenza accolta con ben poco sdegno.
In questa giornata dedicata all’eliminazione della violenza sulle donne, una vicenda come questa, è purtroppo ancora attuale visti gli oltre cento femminicidi registrati dall’inizio dell’anno e visto che viene spesso riproposta la stessa vergognosa criminalizzazione della vittima.
Ricordiamo Liviana perché ha lottato contro la violenza fino all’ultimo respiro e perché era una donna libera, attiva e impegnata, come tante altre che hanno combattuto e combatto per fare del mondo un posto migliore per tutti.


La vicenda di Liviana viene raccontata nel libro "Rosaria, detta Priscilla, e le altre: Storie di violenza e femminicidio" di Maria Concetta Preta.


La Storia del Massacro di Haiphong

23 novembre 2018 ore 20:54 segnala
"Non dimenticate di dire chiaramente, ai vostri amici vietnamiti, che il nostro dovere sarà di mantere l'Impero costruito dai nostri padri e di custodire gli interessi ed il prestigio della Francia".
Parlava così il colonnello Debès, comandante della guarnigione francese di Haiphong, con un componente della commissione che tentava di mediare i contrasti tra amministrazione coloniale e vietnamiti. Lo diceva il 22 novembre del 1946.

Lo diceva il giorno prima di comandare un vero e proprio massacro, una strage indiscriminata di civili compiuta poco più di un anno dopo della fine della Seconda guerra mondiale. La libertà degli europei dal nazismo non aveva certo comportato la libertà per le colonie francesi. In Indocina la tensione era evidente, in particolar modo in Vietnam.

I vietnamiti avevano combattuto ferocemente in giapponesi solo per vedersi "riconsegnati" nelle mani di altri stranieri, i francesi appunto, che avevano colonizzato l'Indocina già dalla fine del secolo precedente. Seguì, con la guerra, l'occupazione giapponese, contrastata dalla guerriglia vietnamita guidata da Ho Chi Minh e da Vo Nguyen Giap.

Con la resa dei giapponesi, nell'agosto 1945, i vietnamiti reclamavano l'autonomia e libere elezioni mentre le truppe francesi liberati dalla prigionia stavano occupando le aree del Sud. Si evitò lo scontro promettendo libere elezioni che si svolsero il gennaio 1946, con una vittoria schiacciante dei comunisti indipendentisti.

Il risultato elettorale fu uno smacco per i francesi che costrinsero Ho Chi Minh a negoziare un'autonomia più blanda, cosa che fece infuriare la componente più radicale dei vietnamiti. Ben presto iniziarono le schermaglie tra le milizie e le truppe coloniali: una di queste, partita col rifiuto di un'imbarcazione di sottoporsi al controllo doganale, scatenò il massacro di Haiphong. La città era un porto fondamentale nonché il terzo centro più popoloso del Vietnam: quando il 23 novembre le forze vietnamite non risposero all'ultimatum del generale Debès che chiedeva il loro sgombero nell'arco di 45 minuti, le truppe coloniali attaccarono. L'assalto di terra, però, fallì, ed i francesi ricorsero quindi al massacro indiscriminato. I quartieri vietnamiti del centro abitato vennero bersagliati da artiglieria, dalla flotta e dall'aviazione francese: ad oggi la stima minima dei morti è di circa 6.000 persone, ma secondo alcuni furono più di 20.000.

Le truppe vietnamite furono costrette ad abbandonare la città, reclamando quindi la "vittoria". Il massacro diede quindi il via alla guerra di Indocina, che terminerà con la scacciata della Francia e la creazione di due diversi Stati. Come è noto, i vietnamiti continueranno a pagare col sangue la propria indipendenza per altri 25 anni.


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"Non dimenticate di dire chiaramente, ai vostri amici vietnamiti, che il nostro dovere sarà di mantere l'Impero costruito dai nostri padri e di custodire gli interessi ed il prestigio della Francia". Parlava così il colonnello Debès, comandante della guarnigione francese di Haiphong, con un...
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La Scommessa di Pascal

23 novembre 2018 ore 20:48 segnala
"Credere in Dio conviene poiché
- se Dio esiste, si ottiene la salvezza;
- se ci sbagliamo, si è vissuto un'esistenza lieta rispetto alla consapevolezza di finire in polvere".

Questa fu la “scommessa di Pascal”.

Il geniale matematico e filosofo Blaise Pascal (1623-1662) si converte al Cristianesimo. Lo fa dopo una visione mistica, ma anche attraverso un ragionamento logico.


Aspettami Papà!

22 novembre 2018 ore 14:19 segnala
Canada, 1 ottobre 1940.
Il fotografo Claude P. Dettloff assiste al saluto di una colonna di soldati dell'esercito canadese che va ad imbarcarsi per l'Europa. Proprio durante la marcia immortala questa straordinaria scena.
Il piccolo Warren "Whitey" Bernard, di soli cinque anni, si libera dalla presa della madre e corre verso il padre che sta partendo per la guerra. Jack immediatamente lascia cadere il fucile e si protrae verso il figlio con un grande sorriso in volto.
Questa foto diventerà celebre con il titolo "Wait for Me, Daddy".
Alla fine Jack Bernard, dopo aver combattuto in Francia e nei Paesi Bassi, tornerà a casa e potrà riabbracciare il suo amato Warren.
La sua per fortuna è una storia a lieto fine, purtroppo non si può dire lo stesso per tanti orfani di guerra che per tutta la vita si sono portati dietro il ricordo di un padre che non è mai tornato.


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Canada, 1 ottobre 1940. Il fotografo Claude P. Dettloff assiste al saluto di una colonna di soldati dell'esercito canadese che va ad imbarcarsi per l'Europa. Proprio durante la marcia immortala questa straordinaria scena. Il piccolo Warren "Whitey" Bernard, di soli cinque anni, si libera dalla...
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Lady Babushka e l'Assasinio di Kennedy

22 novembre 2018 ore 13:14 segnala
Lady Babushka (dal russo che significa "Nonna" o "donna anziana") è un nome fittizio usato per identificare una donna sconosciuta presente durante l'assassinio di John Fitzgerald Kennedy del 1963 e che forse avrebbe potuto fotografare gli eventi accaduti nella Dealey Plaza di Dallas che hanno portato alla morte del presidente degli Stati Uniti d'America.
Il soprannome dato alla signora sconosciuta è stato ispirato dal foulard che portava intorno alla testa ricordante il modo di vestire delle anziane signore russe.
Lady Babushka fu vista da testimoni oculari avere in mano una fotocamera al momento dell'omicidio.
Ciò che più rende misteriosa la figura è il suo comportamento calmo e rilassato mentre le persone intorno sono in preda al panico a causa dell'assassinio appena avvenuto; anni di ricerche non hanno mai portato a scoprire la vera identità della donna e varie ipotesi, molto fantasiose, hanno portato addirittura qualcuno a ritenere che si trattasse di una viaggiatrice nel tempo.


Eccidio Nazista di Pietransieri

22 novembre 2018 ore 12:50 segnala
L'eccidio di Pietransieri fu compiuto dall'occupante nazista in Italia il 21 novembre 1943 a Pietransieri, frazione del comune di Roccaraso (provincia de L'Aquila).

In località bosco di Limmari i soldati tedeschi trucidarono 128 persone inermi, di cui 60 donne, 34 bambini al di sotto dei 10 anni, e molti anziani, senza motivazioni documentate, ma per il semplice sospetto che la popolazione civile sostenesse i partigiani.
La zona in cui avvenne il massacro rappresentava uno dei capisaldi della linea difensiva Gustav su cui le forze armate tedesche si attestarono dopo lo sbarco alleato a Salerno.

Hitler ordinò alle forze tedesche di stanza in Italia centrale di mantenere le proprie posizioni fino alla primavera del 1945, facendo terra bruciata attorno alle formazioni partigiane operanti. Il maresciallo Albert Kesselring fece affiggere un manifesto nelle località di Rivisondoli, Pescocostanzo, Roccaraso, Roccacinquemiglia, e Pietransieri, secondo cui "Tutti coloro che si troveranno ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e ad essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell'esercito germanico", minaccia che fu probabilmente ignorata dalla popolazione, di umile condizione, che ben difficilmente avrebbe potuto abbandonare la propria terra e abitazione.

La rappresaglia dei tedeschi, comandati dal maggiore Wolf Werner Graf von der Schulenburg (responsabile anche della strage di Matera), si accanì in un primo momento contro il bestiame razziato, mitragliato e abbandonato nei boschi circostanti. In un secondo momento i nazisti rastrellarono gli abitanti inermi che si trovavano fra i casali dei Limmari e li trucidarono. Le vittime furono 128: tra esse 34 bambini al di sotto dei 10 anni e un bimbo di un mese.

I cadaveri restarono a lungo abbandonati nella boscaglia, nelle radure, fra le rovine dei casali, sepolti dalla neve sino all'estate del 1944. Scampò alla strage una sola superstite, Virginia, una bambina di sei anni che fu occultata e protetta dalle vesti della mamma.


I Cavalieri Erranti

22 novembre 2018 ore 12:40 segnala
In buona parte era tutta colpa del “diritto di maggiorasco”. Nel periodo medievale infatti con quel diritto, per evitare lo spezzettamento dei patrimoni, le ricchezze dei defunti andavano interamente al primogenito che subentrava anche nel titolo nobiliare del de cuius.

La sorte delle sorelle e fratelli dell’erede unico era sostanzialmente segnata: le prime andavano spose a rampolli di famiglie benestanti ed importanti così da creare alleanze o, in alternativa, per loro si aprivano le porte dei conventi dove facevano “carriera” diventando badesse o madri superiori.

Per i maschi l’alternativa era la carriera ecclesiastica con l’opportunità, anche per loro, di cercare una scalata gerarchica. Altrimenti venivano allontanati dal castello di famiglia. Infatti il primogenito non aveva nessuna intenzione di circondarsi di chi poteva ordire congiure nei suoi confronti.

Questi giovani allora partivano alla ventura con in dotazione una certa somma di denaro, un’armatura, dei cavalli ed uno scudiero. Nasceva così la figura del “Cavaliere errante”, cioè di colui che “errava” di castello in castello per cercare di mettere al servizio di qualche feudatario le proprie capacità militari.

I più abili e meritevoli non avevano difficoltà ad accasarsi o come capitano delle guardie o come comandante in qualche castello. Per gli altri invece, la maggioranza, la sopravvivenza passava attraverso la partecipazione a tornei cavallereschi o all’appropriarsi delle armi e cavalcature di un qualche avversario battuto in duello.

Con il passare del tempo e con l’aumento dei cavalieri erranti si assistette alla formazione di vere e proprie bande armate formate dai più rissosi e violenti che attaccavano, saccheggiandole, le carovane dei mercanti. Il fenomeno assunse proporzioni talmente preoccupanti che la Chiesa decretò “ le tregue di Dio”, periodi durante i quali, pena la scomunica, era vietato alzare le armi contro chiunque.

Ma, seppure in calo, le violenze non cessarono.
In un certo modo la soluzione arrivò con la crociata bandita da Urbano II. La liberazione di Luoghi Santi dava la possibilità a chiunque di lasciare i combattimenti dei tornei per affrontare un guerra vera. E fu così che le strade d’Europa diventarono un po' più sicure.


In immagine: Il più famoso dei “Cavalieri erranti”. Statua di Don Chisciotte a Madrid.

Il Folle Fanatismo di Magda Goebbels

20 novembre 2018 ore 23:45 segnala
“Il nostro glorioso ideale è andato in rovina e con esso tutto ciò che di bello e meraviglioso ho conosciuto nella mia vita. Il mondo che verrà dopo il Führer e il nazionalsocialismo non è più degno di essere vissuto e quindi porterò i bambini con me, perché sono troppo buoni per la vita che li attenderebbe, e un Dio misericordioso mi capirà quando darò loro la salvezza.”
Con queste parole Magda Goebbels comunicava al figlio Harald, tenente della Luftwaffe fatto prigioniero dagli Alleati sul fronte italiano, la decisione di uccidersi e di assassinare tutti i figli avuti dopo il suo matrimonio con il ministro della propaganda del Reich.


I due si erano conosciuti nel 1930, dopo che la donna aveva divorziato da Günther Quandt, un ricco industriale tedesco, padre di Harald. Se tra Joseph Goebbels e Magda Ritschel fu attrazione autentica, matrimonio d’interesse, o solo una copertura per una presunta relazione tra la donna e Hitler è difficile da stabilire. Certo è che più volte il Führer, intervenne nelle questioni private della coppia, sostanzialmente per redarguire i comportamenti libertini di Joseph, noto per avere uno stuolo di amanti.
Al crepuscolo del nazionalsocialismo, quando ormai i russi erano a Berlino, Hitler accolse nel bunker della Cancelleria l’intera famiglia Goebbels. I sei bambini vissero gli ultimi giorni nel bunker allietando “lo zio Adolf” con i propri canti, giocando tra di loro e con Blondi, il pastore tedesco del Führer.


Il 1 maggio 1945, quando ormai Hitler si era già suicidato insieme ad Eva Braun, i sei piccoli vennero informati che stavano per essere trasferiti. Vennero narcotizzati con della morfina e poi la madre, probabilmente con l’aiuto del dottor Ludwig Stumpfegger, spezzò nelle loro bocche delle capsule di cianuro che li uccisero sul colpo. Altri resoconti parlano della presenza di un’infermiera e di un altro medico.
Impossibile stabilire con certezza assoluta chi abbia effettivamente ucciso fisicamente i sei bambini, certo è che la volontà della loro morte ricade totalmente sui genitori.


Sia Albert Speer, ministro degli armamenti e noto “architetto del regime”, che Erich Kempka, la guardia del corpo personale di Hitler, si erano offerti di trarre in salvo i piccoli dalla sacca di Berlino.

Ma la risposta dei coniugi Goebbels fu sempre negativa.

Dopo l’omicidio dei figli i due si uccisero fuori dal bunker. La benzina non bastò a carbonizzare i corpi, rinvenuti pochi giorni dopo dai sovietici.
Helga aveva 12 anni, l’autopsia rivelò che aveva lottato per non ingerire la morfina.
Hilde 11 anni, Helmut 9, Holdine 8, Heide 4 anni.


Hedwing, infine, compiva sette anni il giorno del suo omicidio.
I sei omicidi resteranno nella storia come uno degli atti di fanatismo più folle di ogni tempo.


Lettera di un Soldato

20 novembre 2018 ore 23:08 segnala
“Maledetta la guerra, maledetto chi la pensò, maledetto chi pel primo la gridò. Sono stanco di questa schiavitù militare, di questa obbedienza umiliante e misera, stomacato dagli abusi che si commettono sotto l’ipocrita spoglia della disciplina. Avevo un altro concetto della vita militare prima della guerra, credevo vi fosse tutta gente compita, invece c’è la feccia, la melma, il fior fiore dell’imbecillaggine, il rifiuto della società civile, gente che non ha coscienza che non può avere larghe vedute…Il militare deve sottoporre tutto se stesso ad un altro individuo che si chiama superiore, fosse anche l’essenza della guerra e dell’ignoranza.”

Con queste parole il soldato C.A., ventiseienne della provincia di Avellino, descriveva in data 11 settembre 1917 alla signorina M.D.M i suoi sentimenti verso la guerra e l’esercito dopo aver vissuto l’esperienza della trincea.
Per questa missiva, considerata denigratoria, sarà processato da un tribunale militare e condannato ad otto mesi di carcere.
Il soldato C.A. è uno dei 350000 soldati italiani processati durante la Grande Guerra.

Rinnovare la memoria di questi uomini, e di tutti quelli che al fronte e dietro le linee, in ogni Paese soffrirono e lottarono contro la guerra dovrebbe essere un dovere per tutti noi. Invece la loro storia è quotidianamente oltraggiata.
Ogni giorno, ogni mese, ogni anno manca di rispetto a questi soldati non chi ne ricorda il coraggioso, onesto, soffrire e disobbedire, ma chi, mentendo, alimenta una storia immaginaria, quella della guerra patriottica, del sacrificio italiano, della vittoria mutilata. Una narrazione tanto falsa quanto pericolosa, come la storia ha già dimostrato.

Non osiamo dire che avremmo voluto che la letta del soldato C.A. fosse letta oggi alla Camera.
Ma vorremmo che la lettera del soldato C.A. fosse letta in ogni casa, in ogni strada, in ogni scuola, in ogni luogo di lavoro perché il suo giudizio categorico sulla guerra, lo stesso di altri milioni di uomini continui a vivere e ad alimentare il rifiuto totale di ogni conflitto tra poveri, per il presente e per il futuro.

L'immagine del post è tratta dall'archivio fotografico del Museo Civico del Risorgimento di Bologna, un soldato ritratto nella Casa di Rieducazione Professionale per Mutilati e Invalidi di Guerra di Bologna. La lettera è tratta dal bel libro "Plotone di esecuzione" di Forcella e Monticone.