Lettera di un Soldato

20 novembre 2018 ore 23:08 segnala
“Maledetta la guerra, maledetto chi la pensò, maledetto chi pel primo la gridò. Sono stanco di questa schiavitù militare, di questa obbedienza umiliante e misera, stomacato dagli abusi che si commettono sotto l’ipocrita spoglia della disciplina. Avevo un altro concetto della vita militare prima della guerra, credevo vi fosse tutta gente compita, invece c’è la feccia, la melma, il fior fiore dell’imbecillaggine, il rifiuto della società civile, gente che non ha coscienza che non può avere larghe vedute…Il militare deve sottoporre tutto se stesso ad un altro individuo che si chiama superiore, fosse anche l’essenza della guerra e dell’ignoranza.”

Con queste parole il soldato C.A., ventiseienne della provincia di Avellino, descriveva in data 11 settembre 1917 alla signorina M.D.M i suoi sentimenti verso la guerra e l’esercito dopo aver vissuto l’esperienza della trincea.
Per questa missiva, considerata denigratoria, sarà processato da un tribunale militare e condannato ad otto mesi di carcere.
Il soldato C.A. è uno dei 350000 soldati italiani processati durante la Grande Guerra.

Rinnovare la memoria di questi uomini, e di tutti quelli che al fronte e dietro le linee, in ogni Paese soffrirono e lottarono contro la guerra dovrebbe essere un dovere per tutti noi. Invece la loro storia è quotidianamente oltraggiata.
Ogni giorno, ogni mese, ogni anno manca di rispetto a questi soldati non chi ne ricorda il coraggioso, onesto, soffrire e disobbedire, ma chi, mentendo, alimenta una storia immaginaria, quella della guerra patriottica, del sacrificio italiano, della vittoria mutilata. Una narrazione tanto falsa quanto pericolosa, come la storia ha già dimostrato.

Non osiamo dire che avremmo voluto che la letta del soldato C.A. fosse letta oggi alla Camera.
Ma vorremmo che la lettera del soldato C.A. fosse letta in ogni casa, in ogni strada, in ogni scuola, in ogni luogo di lavoro perché il suo giudizio categorico sulla guerra, lo stesso di altri milioni di uomini continui a vivere e ad alimentare il rifiuto totale di ogni conflitto tra poveri, per il presente e per il futuro.

L'immagine del post è tratta dall'archivio fotografico del Museo Civico del Risorgimento di Bologna, un soldato ritratto nella Casa di Rieducazione Professionale per Mutilati e Invalidi di Guerra di Bologna. La lettera è tratta dal bel libro "Plotone di esecuzione" di Forcella e Monticone.


Prima dei Faraoni: un antico insediamento nel delta del Nilo

20 novembre 2018 ore 22:42 segnala
Scoperto un insediamento del Neolitico, risalente a 2.500 anni prima della costruzione delle Piramidi di Giza, con gli indizi sulla nascita dell'agricoltura in Egitto.

I resti di un insediamento umano abitato cinquemila anni prima di Cristo sono venuti alla luce in un area molto fertile del delta del Nilo, a Tell el-Samara, 140 km a nord del Cairo. Il villaggio del Neolitico, scoperto grazie al lavoro di un team di archeologi francesi ed egiziani, era vitale e attivo circa 7.000 anni fa, ossia 2.500 anni prima della costruzione delle Piramidi di Giza e 2.000 anni prima che il semi leggendario faraone Menes unificasse Alto e Basso Egitto. Si tratta di uno dei più antichi resti di comunità umana mai ritrovati nella regione.

Gli scienziati hanno rinvenuto silos contenenti resti di ossa animali e materiale vegetale (reperti importanti ai fini della datazione), nonché strumenti di pietra e vasellame compatibili con la presenza di una comunità stanziale. La notizia del ritrovamento è stata data il 2 settembre dal Ministero delle Antichità egiziane.

L'analisi del materiale biologico scoperto nei silos fornirà un quadro più completo sulle prime comunità che popolarono il delta del Nilo e sulle origini di agricoltura e allevamento in Egitto. Secondo gli archeologi, le pratiche di sussistenza nel villaggio erano fortemente dipendenti dalla pioggia, e l'analisi dei reperti potrebbe fare luce sullo sviluppo dei sistemi di irrigazione che resero l'ampia foce del fiume sacro così ricca - dal punto di vista agricolo - nei millenni che seguirono.

Il fiume Nilo ha almeno 31 milioni di anni.

Il Delta del Nilo in una foto da satellite.



Qual è il simbolo più usato sulle bandiere nazionali?

20 novembre 2018 ore 22:01 segnala
Stelle, croci, scudi, soli, lune: sono i simboli che troviamo più di frequente sulle bandiere nazionali. Ma in ogni vessillo hanno un significato diverso.

È sicuramente la stella il simbolo più visto sulle bandiere nazionali: è presente in circa un terzo dei vessilli dei paesi riconosciuti dall'ONU (61 su 198). Tra l'altro, appare sulle bandiere degli Stati Uniti, Cuba, Cina, Turchia, Cile, Venezuela, Israele, Marocco, Camerun, Australia e Unione Europea. Ma attenzione: Paese che vai, stella che trovi. Questo simbolo a 5 punte sottintende significati diversi a seconda delle bandiere. Se, tanto per dire, le 50 stelle sulla bandiera statunitense rappresentano ciascuno degli Stati che la compongono, quelle sulla bandiera cinese simboleggiano invece le quattro classi sociali e, la più grande, il partito comunista cinese.

Il secondo posto dei simboli più usati è occupato dagli scudi reali, che campeggiano su ventisette bandiere, compresa quella della Spagna. Poi vengono le croci, presenti sui vessilli di diciotto nazioni come il Regno Unito, la Svizzera, la Svezia, la Norvegia, la Finlandia, l'Islanda, la Grecia e Malta.

La croce appare anche sulla bandiera danese, che è considerata la bandiera nazionale più antica. Il quarto posto è per il sole, che appare in sedici bandiere, come, per esempio, Giappone e Argentina. La luna invece adorna gli emblemi di quattordici Paesi, in genere musulmani: Turchia, Algeria, Libia, Pakistan e Tunisia, tra gli altri.

E i colori? Il più usato è il rosso, che rappresenta il potere o il sangue dei caduti o, nel caso italiano, è eredità assieme al bianco dell'antichissimo stemma comunale di Milano. Seguono il blu, evocazione del cielo e del mare; il bianco, segno di pace e purezza; il verde, l'immagine della Terra e anche dell'Islam; e il giallo, metafora del sole o dell'oro.

In realtà non solo le stelle, ma tutti i simboli presenti sulle bandiere hanno origini (e storie) diverse. Per esempio la bandiera francese è composta da tre bande verticali: blu, bianco e rosso. Erano i colori presenti sulla coccarda indossata dalla milizia reale, nei giorni che precedettero la rivoluzione francese (il blu e il rosso derivano dagli antichi colori di Parigi). La bandiera giapponese, altrimenti nota come Nisshoki, è invece un rettangolo bianco con un disco rosso nel mezzo, che rappresenta la dea del sole Amaterasu, fondatrice del Giappone e simbolo di un futuro luminoso. Una delle bandiere più simboliche è quella del Brasile: adottata per la prima volta il 15 novembre 1889, è di colore verde brillante, che rappresenta le lussureggianti foreste del Brasile, e reca al centro un diamante giallo e un globo blu, evocativi della ricchezza mineraria del Brasile.

Ci sono anche bandiere molto simili, che però hanno un'origine diversa: la bandiera messicana per esempio ha gli stessi colori di quella italiana, da cui si differenzia in apparenza solo per uno stemma nel mezzo. In realtà il verde italiano è più chiaro e anche il formato della nostra bandiera è diverso. Diversi sono, ovviamente, pure i significati: sul vessillo messicano, il colore verde significa speranza, il colore bianco rappresenta la pace, e il rosso rappresenta il coraggio e la forza.


Settimio Severo L'Imperatore Punico

20 novembre 2018 ore 21:45 segnala
Un generale libico nato a Lpqy, alias Leptis Magna, marciò con i suoi soldati su una Roma senza governo dopo che tre imperatori consecutivi , Commodo, Pertinace e Didio Giuliano erano stati uccisi. Occupò il Palatino che venne razziato. Poi fu la volta del Senato dove il generale si autoproclamò imperatore mentre il suo seguito estorceva soldi ai senatori.

Tutto questo successe circa 18 secoli fa e fu opera del raìs-imperatore Settimio Severo che visse dal 146 al 211 e regnò dal 193. Negli anni del suo potere almeno 41 personaggi eccellenti dell’aristocrazia vennero giustiziati senza processo, in Gallia furono sterminati i seguaci di Clodio Albino che aspirava al suo trono. Ad Alessandria ed in tutto il nord africa vennero perseguitati i cristiani.

Ma egli non portò solo sangue: Leptis Magna divenne una metropoli, Alessandria ebbe un senato autonomo, rafforzò i confini in Oriente ed in Britannia, fondò un servizio postale gratuito e ristrutturò l’annona rendendola tanto efficiente che nel 210 Roma aveva grano per i prossimi 7 anni. Concesse inoltre notevoli privilegi ai militari nonostante il mancato appoggio del Senato.

La dinastia da lui fondata, quella dei Severi, regnò su Roma per circa 40 anni quasi ininterrotti con altri 4 imperatori: i suoi figli Lucio Settimio Bassiano, detto Caracalla, e Geta. Poi il pronipote di sua moglie Eliogabalo ed il cugino di questi Severo Alessandro.

Dopo di lui ci furono altri imperatori non riconducibili alla penisola: Macrino, della Mauritania, il Trace Massimino, un arabo Filippo. L’uso del golpe militare da lui iniziato proseguì ancora con almeno due terzi dei futuri 30 imperatori proclamati dai rispettivi soldati e puntualmente assassinati dai militari avversari. Non a caso quel periodo viene ricordato come “dell’anarchia militare”.


Chi ha inventato il libro tascabile?

19 novembre 2018 ore 21:55 segnala
L’antenato del libro tascabile è il cosiddetto “libro da bisaccia”, piccolo e spartano testo a contenuto prevalentemente devozionale, imitazione di poco conto dei ben più nobili e ingombranti codici antichi. Questo tipo di pubblicazione era diffusa nel Medioevo, ma poiché era scritta a mano dagli amanuensi ed era molto costosa da realizzare, era riservata a pochi.

I Parà della "Nembo" nella Battaglia dello Zillastro

19 novembre 2018 ore 21:12 segnala
Il 3 settembre 1943 a Cassibile vicino Siracusa, il Generale Castellano firmava le tre copie dell’armistizio che sanciva la fine delle ostilità verso gli Alleati. Si dovrà però attendere l'8 settembre per rendere pubbliche le decisioni che portarono al cambio delle alleanze. Nel frattempo accadde che gli ignari militari dell’8° Battaglione del 185° Reggimento Paracadutisti "Nembo" stavano ripiegando dopo aver fronteggiato gli anglo-americani sbarcati in Sicilia. All'alba del 4 settembre 1943 agli ordini del Capitano Gianfranco Conati 400 paracadutisti, pur in chiara inferiorità numerica, attaccarono di sorpresa le forze canadesi che stavano risalendo la penisola.

All'azione seguì una lunga e faticosa marcia di quattro giorni sui monti dell'Aspromonte per cercare di ricongiungersi al proprio comando di reggimento. Il 7 settembre, i paracadutisti raggiunsero il nodo stradale che dal Piano dello Zillastro, a cavallo tra Platì e Oppido Mamertina, domina il versante ionico e tirrenico e si acquartierarono tra la vicina vegetazione. Ma lo stesso aveva fatto un contingente di canadesi che, meglio equipaggiato, aveva preceduto i nostri soldati lungo quella via che era un passaggio obbligato.

All'alba, resosi conto della situazione e pur consapevoli della certa capitolazione (400 paracadutisti della Nembo contro circa 5.000 soldati canadesi dei Reggimenti Nuova Scozia e Edmonton) il Capitano Conati prese la decisione di attaccare il nemico guidando lui stesso i suoi uomini contro le linee avversarie. Fatto prigioniero gli subentrò al comando il Capitano Michele Diaz che continuò la battaglia fino alla mattina successiva dell' 8 settembre.

La lotta fu impari e proseguì fino all’esaurimento delle munizioni per finire con un corpo a corpo con i calci dei fucili. Il numero delle vittime italiane non è stato mai conosciuto, i feriti furono una dozzina, 57 i catturati. I caduti vennero sepolti sullo stesso luogo della battaglia e solo in un secondo momento le salme furono riesumate e tumulate a Oppido Mamertina e poi nei luoghi di origine. I superstiti iniziarono lo sganciamento dalla linea del fronte, dirigendo verso il centro abitato di Platì dove li accolse l’annuncio dell’armistizio.

Quella di Piano dello Zillastro sarà l’ultima battaglia combattuta da un reparto regolare del Regio Esercito Italiano contro le forze anglo-americane nel Sud Italia. Uno scontro avvenuto ad armistizio già firmato. In ricordo della battaglia, fu eretto un monumento di pietra tra i faggi del Piano dello Zillastro in Aspromonte. I reduci del 185° Reggimento Nembo continuarono a combattere chi con gli Alleati, chi nei ranghi della R.S.I., secondo le scelte che ogni paracadutista, di propria coscienza, ritenne di fare in quel drammatico autunno del ’43.


Atti Eroici dei Centurioni Romani

18 novembre 2018 ore 22:06 segnala
Marco Cassio Sceva, centurione di Cesare, si battè fino allo stremo durante la battaglia di Durazzo del 48 a.C. contro i pompeiani, che vide i cesariani quasi sul punto di essere sconfitti. Alla fine della battaglia il suo scudo fu portato a Cesare: c'erano ben 120 fori di frecce ma il centurione, seppure ferito, era riuscito a sopravvivere. Simili atti di eroismo non erano insoliti per i centurioni romani: nella stessa battaglia la metà dei centurioni che vi prese parte morì combattendo, mentre nella battaglia del fiume Sabis contro i nervii, durante la campagna gallica, nel 57 a.C., tutti i 6 centurioni della IV coorte della XII legione erano caduti in battaglia. Famoso anche è il centurione Giuliano che durante l'assedio di Gerusalemme del 70 d.C., capovolse l'andamento dello scontro saltando giù dalla torre Antonia e gettandosi nella mischia. Mentre respingeva e inseguiva i giudei da solo, mettendoli in fuga, cadde sul pavimento liscio a causa delle caligae chiodate: accerchiato, continuò a combattere per molto tempo finché non venne massacrato.

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Marco Cassio Sceva, centurione di Cesare, si battè fino allo stremo durante la battaglia di Durazzo del 48 a.C. contro i pompeiani, che vide i cesariani quasi sul punto di essere sconfitti. Alla fine della battaglia il suo scudo fu portato a Cesare: c'erano ben 120 fori di frecce ma il centurione,...
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18/11/2018 22:06:10
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La Fine della Guerra del Vietnam

18 novembre 2018 ore 21:57 segnala
Ronald Reagan, neoeletto governatore della California, non aveva dubbi sull’esito della guerra del Vietnam: “Possiamo spianare l’intero Paese, metterci delle strisce per i parcheggi ed essere a casa entro Natale”, disse nel 1966. Quasi dieci anni dopo i comunisti vietnamiti conquistavano Saigon, mettendo fine alla guerra e lasciando sotto shock gli americani con più di 55mila caduti su un campo di battaglia da incubo: la giungla indocinese. Eppure era la stessa fine che avevano fatto i francesi nel 1954, dopo un decennio di guerriglia, costretti alla resa dopo la battaglia di Dien Bien Phu.

La Frase

18 novembre 2018 ore 16:26 segnala
incominciai come colui che brama,
dubitando consiglio da persona
che vede e vuol direttamente ama...

(Dante Alighieri, "Paradiso"- Canto XXXIII)


La Cattura di Riccardo I "Cuor di Leone"

18 novembre 2018 ore 15:52 segnala
Il ritorno dalla Terza Crociata del sovrano inglese Riccardo I, noto anche come Cuor di Leone, non fu dei più facili. Partito dalla Terra Santa ai primi di ottobre del 1192, le proibitive condizioni atmosferiche nel Mediterraneo occidentale lo costrinsero a cambiare nave a Corfù.

Poi risalì l’Adriatico ma anche qui una tempesta lo costrinse a prendere terra nei pressi di Venezia obbligandolo così ad un avventuroso viaggio via terra attraverso i territori di Leopoldo V di Babenberg, duca d'Austria e di Stiria suo acerrimo nemico per via di violenti diverbi avvenuti in Terrasanta.

Il 20 dicembre 1192, nonostante le precauzione, Riccardo fu riconosciuto nei pressi del villaggio di Erdburg presso Vienna, arrestato e imprigionato nel castello di Dürnstein. Il 28 marzo 1193 venne consegnato all'imperatore Enrico VI di Hohenstaufen che a sua volta lo imprigionò nella speranza di poterne ricavare un lauto riscatto.

Nonostante gli intrighi di Giovanni, fratello di Riccardo, e del re di Francia Filippo II Augusto che cercarono in ogni modo di ostacolarne il rilascio, il sovrano inglese verrà liberato nel febbraio 1194 dopo che gli emissari di Enrico VI si assicurarono del pagamento dell’ingente riscatto richiesto.
Morirà il 6 aprile 1199 per i postumi di una ferita.

In immagine: Statua equestre in bronzo di Riccardo I. Realizzata da Carlo Marochetti e posta di fronte al Palazzo di Westminster a Londra.