La Storia di Joe Kieyooma

14 novembre 2018 ore 22:16 segnala
La guerra è sempre una tragedia, un orrore senza attenuanti. L'esperienza di ogni singolo soldato, poi, plasma un complesso mosaico di tali orrori visti dal basso. Quella di Joe Kieyooma rappresenta bene l'epopea di chi si è trovato a subire tutto il peggio che un conflitto può riservare, pur con un finale relativamente felice.
Joe era innanzitutto un Navajo, un nativo americano. Arruolatosi nell'esercito, si ritrova nell'arcipelago delle Filippine durante l'offensiva del Giappone nel 1942, subito dopo l'attacco di Pear Harbour.
Le forze imperiali conquistarono l'arcipelago e catturarono decine di migliaia di soldati filippini e statunitensi in seguito alla vittoria nella battaglia di Bataan. Joe era tra questi. Fu, come tutti gli altri, costretto a camminare per circa 100 chilometri in terreni paludosi, subendo le continue angherie dei soldati giapponesi. Durante la marcia della morte di Bataan persero la vita migliaia di soldati, mentre molti altri vennero uccisi una volta giunti a destinazione.
Joe non subisce questa sorte: i suoi lineamenti, infatti, fanno pensare ai soldati imperiali che possa avere origini giapponesi, facendo di lui un traditore. Viene così spedito in Giappone dove viene torturato praticamente ogni giorno. Anche perché, quando riesce a convincere i suoi aguzzini che è un Navajo, questi pensano bene di infliggergli torture ancora più atroci. I Navajo, infatti, venivano utilizzati dagli statunitensi come messaggeri, comunicando appunto in una versione modificata della loro lingua madre. I giapponesi pensarono così di ottenere da lui la cifratura di quel linguaggio a loro sconosciuto. Ma Joe, sebbene fosse un Navajo e comprendesse bene la sua lingua, non era stato addestrato per essere un "windtalker", e quindi non comprendeva il linguaggio - basato sì sul Navajo - ma cifrato e modificato per renderlo meno accessibile. Le torture continuarono così per mesi ed anni. Venne persino costretto a restare sepolto nella neve completamente nudo. Cominciò uno sciopero della fame che gli portò solo più botte e percosse. Ed arrivò così il 1945. La guerra stava volgendo a termine e Kieyooma era ancora prigioniero, tenuto in una struttura detentiva della città di Nagasaki sull'isola di Kyushu, nell'estremo sud del Giappone. Era il 9 agosto quando Joe, stremato da anni di prigionia e torture, sentì un boato tremendo. Era l'esplosione della seconda bomba atomica proprio su Nagasaki: a salvargli la vita furono le mura in cemento della prigione. Per tre gìorni non vide anima viva, poi, il quarto giorno, venne liberato da un ufficiale giapponese.
Morirà nel suo letto, nelle terre Navajo nel 1997 all'età di 77 anni, di cui 4 passati a subire sulla sua pelle tutto il male possibile durante quell'orrore che chiamiamo guerra.


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La guerra è sempre una tragedia, un orrore senza attenuanti. L'esperienza di ogni singolo soldato, poi, plasma un complesso mosaico di tali orrori visti dal basso. Quella di Joe Kieyooma rappresenta bene l'epopea di chi si è trovato a subire tutto il peggio che un conflitto può riservare, pur con...
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