I grilli, a volte, ci azzeccano

11 giugno 2017 ore 23:09 segnala
Notai immediatamente la bambina seduta sul bordo del ponticciolo. Agitava i piedi su e giù, cantilenando una filastrocca.
Non ero pronto alla perfezione di quei minuscoli riccioli bruni, né al filo stonato della sua sua voce, così allegra, così trasparente. L’affronto sarebbe stato fatale per me. Un affronto impossibile, senza esclusione di colpi, di quelli che l’universo non cospira a favore.
Che Coelho metta l’anima in pace.
Percorsi i pochi passi che mi separavano da lei lentamente, con la tremarella alle gambe.
“Ehi, …ciao!” seppi dire a voce impastata. Il falsetto più falso di sempre.
“Ciao.” mi rispose dopo un pò, senza neanche voltarsi.
“E tu, che ci fai qui?”
“Sto parlando ad un grillo.”
“Davvero? E di cosa state parlando?”
“Di quelle cose che si dicono ai grilli. Non ci credi?”
“Certo!” Allungai la testa oltre la staccionata, con la naturalezza di chi aspetti di trovare un grillo interlocutore dall’altra parte. “Ti dispiace se mi siedo qui, vicino a te?”
Scosse in fretta la testa, staccando per la prima volta lo sguardo dall’acqua. Quegli occhietti, di un verde scintillante, mi trapassavano l’anima.
“Come ti chiami?” chiesi, mentre le sedevo accanto, gambe a penzoloni dal ponticciolo, come i bimbi.
“Giulia.”
“Giulia. È un nome bellissimo.”
“Mmmh…” accennò a guisa di obiezione.
“Cos’è quella faccia? È molto bello, puoi chiederlo al tuo amico grillo.”
“…è la verità?” disse. Gli occhi le si illuminarono.
“Certo. Non dico bugie.”
“Giura!”
“Giuro.”
“…mamma dice che Giulia non è un bel nome. Dice che non lo ha scelto lei.”
Un macigno si staccò. Una tonnellata in caduta libera, nello stomaco.
“E chi lo ha scelto?”
“Il mio papà. Mio papà ha scelto il mio nome.”
“…a te piace?”
Disse di sì con la testa.
“Questo è ciò che conta. Tutti meritano un nome che piaccia. Ed il tuo è speciale.”
Si teneva le gambe tra le braccia e mi contemplava, dondolandosi con la testa sulle ginocchia. Il vento le scompigliava i capelli. Mi faceva star male il suo sguardo inquisitore, non riuscivo a fissarla che per pochi secondi alla volta.
“Tu, che nome hai?”
“Mi chiamo Giacomo.”
“Non è un bel nome.”
Sorrisi. Di rimando, sorrise anche lei.
“Questa, poi! Non è vero: Giacomo è proprio un bel nome! Non quanto Giulia, è vero… ma può andare. Dico bene?”
“Mmh… non lo so, forse hai ragione” disse, lanciando un sasso nel fiume. Ploff.
“Davvero, lo pensi?”
“No!” Rise ancora, più forte. Era Dio che aveva deciso di sorridermi. Perché Dio, a volte, si rivela nel sorriso di una bimba di otto anni.
Sapevo di avere poco tempo. Sbuffai, nascondendole il misto di rabbia e impotenza che covavo dentro.
“Dov’è tuo padre, adesso?”
Mi fissò. Fece una pausa, prima di rispondermi.
“È morto.”
Il macigno impattò, forte, il fondo oscuro dello stomaco. Annaspavo nel mio stesso respiro.
“Co-cosa?”
“Sì, è morto tanto tempo fa. È morto di niente.”
“Perché, di niente?”
“Di niente, di NIENTE!” replicò Giulia. Questa parola, apparentemente insignificante, agitava anche lei. Lanciò un altro sasso nel fiume, più lontano.
“Come si fa a morire di niente?”
Mi fissò dritto negli occhi, feroce, con quel disappunto che solo i bambini. Neanche le avessi posto la domanda più stupida del mondo.
“Ma che, non capisci? È morto di niente, ti sto dicendo! Lui era proprio buono a niente, dice mamma. E un bel giorno, pum!, è caduto a terra e non respirava più. Mamma dice che gli era scocciato vivere, che gli uomini come lui possono solo morire di niente. Così è morto, capito, adesso?”
“…capito.”
Passarono dei secondi che saprò mai quantificare. Minuti, forse. Affrontavo il silenzio più umiliante della mia vita, denso e appiccicoso come una cappa.
“Ti dispiace che sia morto? Giulia…”
“Chi?” domandò lei, riemergendo dai suoi pensieri.
“Ti dispiace per tuo padre?”
“Di questo parlavo, col grillo. Lui dice che papà non è morto di niente. Papà non voleva bene alla mia mamma. Così è andato via.”
Non respiravo, ogni fibra muscolare pareva atrofizzata. Nel petto, un treno che macinava sangue fino ad un istante prima, aveva tirato il freno d’emergenza. Se mai qualcuno avesse potuto morire di niente, quel qualcuno ero io, proprio là, in quel momento. Una versione parziale di me, diluita nei singhiozzi.
“Ma che fai, piangi?” mi apostrofò Giulia.
Scossi la testa in segno di diniego, mentre mi asciugavo gli occhi lucidi. Cercai di fare del mio meglio per nasconderle il nodo in gola.
“No, è un moscerino.” minimizzai. “Vai avanti. Raccontami.”
“Lui abitava là, sai?” allungò un dito indicando una delle due collinette dietro di noi.
“In quella casa bianca, quella con l’automobile fuori. L’automobile della mamma. Lei è voluta passare di qui perché aveva cose da fare. Allora, mi ha detto, puoi giocare un pò in riva al fiume, giusto cinque minuti, poi ripartiamo.”
“…e dove andrete, di bello?”
“In città. Mamma non vuole più stare in questo stupido paesino, dice. Lo odia.”
“Ti sembra stupido questo paese?”
“…non lo so. A me piacciono gli alberi, i prati, il fiume e i grilli, ma lei vuole andare via. Dice che in città mi iscriverà in una nuova scuola e avrò tanti nuovi amici. E che tornerò qui quando sarò più grande, se vorrò.”
“Lo sai che, in città, i grilli non ci sono?”
“No! Non ci credo. Giura!” esclamò, puntandomi il dito contro.
“Giuro.” risposi, portandomi una mano al petto.
“E con chi parlano le persone?”
Le sorrisi. Era un universo di dolcezza. Non avevo motivo di istillarle dubbi sulla nuova casa. Non dovevo.
“Beh, le persone che hanno nomi speciali trovano sempre un grillo dal nome speciale con cui parlare, anche in città. Il tuo grillo, ad esempio, come si chiama?”
“Non gli ho dato un nome, è un grillo timido. Parla solo a me.”
“Un Timigrillo, allora. Che dici, può andare Timigrillo, come nome?”
Sorrise forte, ancora una volta. “Timigrillo… mi fa ridere!”
Non stavo andando bene. Avevo i minuti contati e un milione di cose che avrei voluto dirle. E, invece, mi perdevo nell’immensità del suo piccolo mondo colorato. Maledissi tutti i miei sbagli.
“Ti manca papà?” osai.
Si voltò a guardarmi, ritornando seria. Nei suoi occhi potevo leggere tutta l’indecisione per un sentimento scomodo e traumatico.
“Mi manca tanto. Ma… sai una cosa? Timigrillo mi ha detto che un giorno lo rivedrò.”
“E tu, gli credi?”
“Certo. I grilli, a volte, ci azzeccano.”
“Già…” Ci guardavamo, lei ed io. Avrei voluto fermare quell’istante per sempre.
Ma il tempo era finito.
Dalla collinetta con la casa bianca, un’auto aveva disceso il sentiero, per fermarsi a qualche metro dalla riva del fiume. “Giulia!” chiamò la voce femminile, che conoscevo così bene. La bimba si voltò a guardare, salutando la mamma con la mano.
Ero rapito da quel piccolo miracolo vivente: dio, quanto era cresciuta. E quanto ancora sarebbe cambiata. Avrei perso tutto di lei, ogni traguardo, ogni crisi, ogni possibilità di consolarla. Tutto. E lei, di me, avrebbe ricordato nient’altro che niente. Un uomo di niente.
“Mamma! Mamma!” esclamò, correndo verso la donna che aspettava all’inizio del ponticciolo.
“Dobbiamo già andare?”
“Dobbiamo, Giulia. È tardi.”
“Uffi, ma io stavo parlando ad un grillo…”
“Avevo detto cinque minuti. Per cortesia, non far storie. Saluta il signore, che andiamo.”
“Occhei.” rispose, sconfitta, Giulia.
Mi si avvicinò a passo leggero. Avrebbe potuto svolazzare, se solo avesse voluto.
“Signore, ti saluto. Devo andarmene, adesso…” e mi allungò una mano, aspettando che gliela stringessi. Come i grandi. Che splendore di bambina.
“Ok…”
L’abbracciai. Non era nei patti, ma non riuscii a trattenermi. Forse stavo stringendo troppo, sentivo tra le braccia tutta la sua meraviglia di bambina. Con la coda dell’occhio scorsi la madre, spazientita. Chiusi gli occhi, mi ricomposi.
“Signore, non fare così” mi confortò Giulia, “ti regalo Timigrillo. Adesso puoi parlare con lui. Non aver paura, devi solo chiedergli qualcosa e lui risponderà.”
“Lo farò, di certo. Grazie!”
“Giulia!” chiamò nuovamente la madre. “Dai, sali in macchina. Non fare arrabbiare la mamma.”
La bimba si avvicinò all’orecchio, aveva tutta l’aria di volermi confidare un ultimo segreto.
“Sai una cosa? Timigrillo dice che un giorno ci rivedremo. Tu gli credi?”
Accennai sì con la testa e sorrisi. Le dissi quello che c’era da dire: “Certo, i grilli, a volte, ci azzeccano.”
Mi sorrise e mi baciò la guancia. Poi, si allontanò e sparì nell’abitacolo dell’auto, chiudendosi alle spalle la portiera. L’auto era già lontana quando, copiose, le lacrime iniziarono a rigarmi il viso.
Rimasi seduto lì, gambe a penzoloni dal ponticciolo. Come i bimbi.
Un grillo saltò fuori da un cespuglio, andando a nascondersi chissà dove.
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Notai immediatamente la bambina seduta sul bordo del ponticciolo. Agitava i piedi su e giù, cantilenando una filastrocca. Non ero pronto alla perfezione di quei minuscoli riccioli bruni, né al filo stonato della sua sua voce, così allegra, così trasparente. L’affronto sarebbe stato fatale per me....
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11/06/2017 23:09:33
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Commenti

  1. VerdeMare7 18 giugno 2017 ore 21:05
    Cche cosa carina!
  2. dria 19 giugno 2017 ore 23:27
    Io so dove s'è nascosto.
    Shhhhht.

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