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ZUCCHERO DEI MIEI GIORNI AMARI

musicaribelle 09 giugno 2010 ore 02:39
Suona il telefono a casa di mio padre, primi giorni di giugno dell'anno scorso; sono li per presidiare la casa, nel caso qualcuno passi per poi recarsi alla chiesa; il resto della famiglia è in ospedale per le ultime formalità; "pronto, scusi cercavo suo padre"  "mi spiace, ma mio padre è mancato il 30, oggi ci sono i funerali".

Mi hanno raggiunto Cinzia ed i suoi genitori; con loro, dopo aver chiuso casa, mi dirigo verso la chiesa; scendiamo dalla macchina ed io mi stacco, "andiamo a cominciare"  senza voglia e senza interesse mi dirigo verso il sagrato dove già aspetta un piccolo numero di persone conosciute, ma spesso non ricordate, che mi guardano avvicinare con sorrisi tristi appena accennati.

Incontro qualche nipote, qualche familiare, qualche persona legata in qualche modo a mio padre, mi si fanno davanti, qualche frase detta ma che non ascolto quasi, parole di rito, abbracci, baci sulla guancia, uno dopo l'altro, senza mai un momento quasi di stacco nei primi minuti, sembrano in fila, li in un percorso obbligato che non so nemmeno bene dove mi porta.
Seguo quest'onda di condoglianze, senza poterla evitare, ma è una serie di gesti ripetuti e consueti, nessun sentimento, faccio solo quello che tutti si aspettano da me. Si, ora una sensazione sale, ma è di disagio.

Cosa faccio qui lo so bene, ma non ci sono con la testa, non sento tristezza, il disagio aumenta, e mi domando se non c'e' un modo per evitare tutto questo; se mi guardate bene in fondo agli occhi rischiate di leggere quello che davvero penso, meglio non scoprirsi troppo, non rischiare, occhi bassi continuo il cammino fino quasi alla porta della chiesa, dove schierati in fila ci sono gli amici, la mia vera famiglia; sento che quello è il posto dove posso sentirmi più al sicuro, tranquillo e mi dirigo verso di loro quasi sorridendo, sicuramente sorridendo dentro.

Vedo Marika con la piccola Naima in braccio, che non me l'aspettavo , Ema non può venire, ma lei e la piccola ci sono;     come sempre, mai assente, il caro Filo;     Cinzia che li ha raggiunti;     ed il mio sguardo si ferma sulla quarta persona, li in fila, io in quel viso mi ci perdo da un bel po', i capelli che scendono lunghi sulle spalle, i suoi occhi che mi portano via in sogni troppo grandi.   Lei poi davvero non me l'aspettavo, non avrei mai sperato tanto, ed invece c'e', li senza il suo fidanzato.  Mi avvicino e vorrei sorriderle come da dentro sento di voler fare, stranissimo, ora sto bene, la guardo mentre mi avvicino, ma comincio a salutare gli altri, me la tengo per ultima, mi abbraccia. Ora la sensazione è addirittura di felicità.   Lei è li per me, per la nostra amicizia che sta crescendo.

Mi fermo con loro, e lascio che la gente che continua ad affluire verso la chiesa venga da me, e non più io  a girare per ricevere condoglianze che non mi interessano.  Qui posso prendermi dei momenti di stacco da ciò che avviene attorno a me, basta che senza dare troppo nell'occhio io mi volti verso i ragazzi e mi fermi a guardarla un po'. 
Mi stupisco quando la mia ex cognata si ferma davanti a lei e la saluta, entrambe stupite di vedersi li, ed io più stupito ancora che loro si conoscano, come è piccola Milano.

Cominciano ad arrivare gli altri fratelli, e le persone che conosco bene anche io; mi devo spostare, raggiungo il mio ex datore di lavoro, il dottore commercialista,  e con lui l'avvocato da sempre amici di mio padre, strano anche io ho tra gli amici più cari un commercialista ed un avvocato; e poi altre persone di "casa", amici stretti, persone molto affrante per la scomparsa quasi improvvisa di mio padre. Ed io già ricomincio a sentire disagio. Se solo potessi voltarmi, ma sono uno dopo l'altro.

Arriva il feretro ed entriamo in chiesa, la processione verso le panche della sala si svolge in rigoroso silenzio, io mi attardo un po'; il resto della famiglia, la moglie di mio padre e i miei fratelli con i loro mariti, compagni, figli, le sorelle di mio padre e il resto di zie, zii, cugini, parenti più vicini e più lontani si portano verso le panche davanti sulla destra della chiesa, sulla sinistra prendono posto gli amici e le persone più vicine a mio padre.  Io rimango indietro, non amo le chiese, il loro odore, quei vetri disegnati da cui filtra una luce tetra, quel simbolo di un uomo crocefisso che fa della nostra la religione più cupa di tutte, scusate ... della vostra .. la religione più cupa.  E, poi, oggi quasi mi sento un visitatore li dentro, nessun pensiero a chi c'e' li in quella bara di legno, nessuna lacrima, nessun struggimento.

Resto vicino agli amici e con loro mi fermo nelle panche dietro sulla sinistra, la Cinzia al mio fianco, Marika, Filo e lei, li in fondo, ma vicina.   Arrivano che siamo dentro anche Dondo e la Simo; saluto prima Simona e poi abbraccio Dondo, in quel momento scendono delle lacrime e mi stringo forte a lui, ma è per quel qualcosa che ci rende cosi simili nelle esperienze passate, sua madre lo lasciava 5 mesi dopo che la mia aveva lasciato me; condividere nello stesso anno una perdita cosi forte mi torna dal cuore quando lo abbraccio; scendono le lacrime, ma sono per mia madre, come sempre.

Comincia la messa, non seguo, non mi interessa, per me sono solo riti medioevali di un culto della morte che non mi appartiene. Quando il corpo si affloscia e la vita lo lascia per me non c'e' solamente più la persona, non cerco nel suo corpo indifeso e non guidato un ultimo ricordo del caro estinto, mi tengo i miei ricordi, quando abbiamo interagito, quando mi ha fatto ridere, piangere, gioire, incazzare, momenti di VITA passati insieme, che resteranno sempre in me.  Mi guardo attorno come sempre quando sono in chiesa; guardo la luce che entra, l'aria tetra di quel posto, e mi sento sempre fuori posto. Allora con calma mi porto con il corpo un po' indietro, giro la testa e dalle spalle di tutta la mia fila guardo il suo volto li in fondo, mi perdo ancora e sto bene, dentro sto bene; non sento più la forte voglia di uscire da quella porta. Mi distraggo guardandola e penso solo al suo viso.

Mentre sono distratto a guardarla, sento Cinzia a fianco che comincia  a piangere piano, dignitosamente; non sopporto vederla piangere, e ciò che non voglio mai vedere sono le lacrime solcarle il suo viso, istintivamente la abbraccio, le sorrido e me la coccolo un po' la mia sorellina di tutta una vita;  che sensazione strana, sono al funerale di mio padre e sto consolando una mia amica che lo piange perchè quando eravamo fidanzati e dopo aveva avuto modo di conoscere bene mio padre; lei piange, io no; io la consolo e cerco di rincuorarla.   Mentre più in la lei ci guarda, sorride ed io mi perdo del tutto in quel bellissimo sorriso.

Finisce la messa, stavolta l'ho fatta tutta dentro, non sono uscito nemmeno un minuto, non posso permettermelo; già essermi staccato da tutta la famiglia è un forte segnale di distacco, ma uscire non me lo posso proprio permettere.  Piano la gente comincia a defliure, io contro corrente mi avvicino alla bara, un saluto glielo devo, anche se piu spirituale che reale, appoggio una mano sul legno freddo e dentro mi domando cosa sto facendo.
Esco con tutti i fratelli attorno, ma adesso le cose prendono un ben più veloce andamento, bisogna sistemare chi ci seguirà al cimitero.  La gente parla, si organizza, si muove.

Cerco di fuggire da tutto questo e mi dirigo dagli amici, alla ricerca del mio zucchero dei giorni amari, trovandola li in mezzo agli altri. Loro non ci seguono ovviamente, quindi ci salutiamo li, li passo in rassegna tutti per i saluti conclusivi, e ricordo bene le sue braccia su di me, il suo bacio sulle guancie, e il mio respirare forte per fermare in me quel momento, da usare più tardi quando non sarà più nel mio campo visivo per volare via da li.

In cimitero tutto si svolge con quella mancanza di attenzione per chi ha perso un congiunto e lo sta accompagnando nell'ultimo viaggio, come si suole dire, e tutto va a concludersi; ora il pensiero torna a molti anni prima, avevo meno di 18 anni e il padre del mio vicino era venuto a mancare, sulle scale con mio padre lo incontro, l'uomo ha almeno 60, forse 65 anni, per me allora lo vedevo già come un "vecchio", con l'aria molto affranta ci racconta un po' e poi aggiunge "ora sono orfano, e la cosa è molto strana". Quel giorno pensavo che se un uomo muore e lascia un figlio di 65 anni con famiglia e figli sentirsi "orfani" è strano, dovrebbe essere forse un altra la sensazione, cosi penso quel giorno tanti anni fa.   Oggi l'unica sensazione che provo è quella di essere rimasto solo, anche se non avevo un buon rapporto con mio padre, ma lui non c'e' più ed a 44 anni la sensazione è particolare ... mi sento orfano; orfano della sicurezza che comunque un genitore ti da volente o no.

Mentre ci allontaniamo per tornare a casa mi volto verso Cinzia che con i suoi si sta allontanando, la chiamo e le dico "ohi, guarda che non ti porto più ai funerali dei miei genitori, tu ti commuovi sempre" ...  rido ... e ride anche lei, sa bene come sono, ed io non perdo l'occasione per sdrammatizzare una situazione con una battuta scema. E questa era anche bella come battuta!  La giornata è finita, ora posso passare oltre.


"Senza te come posso fare
Senza te dove posso andare
Due lacrime sospese a ricordare
che l`occhio è una ferita verdemare

Cercandoti devo camminare
mi annegherà questo temporale
Mi bagno e non mi posso ritirare
mi spendo e non mi posso risparmiare

Zucchero dei miei giorni amari
morissi qui potrei dare il nome a tutto il vicolo
Due lacrime non possono aspettare
discendono sul viso a ricamare"
11629650
Suona il telefono a casa di mio padre, primi giorni di giugno dell'anno scorso; sono li per presidiare la casa, nel caso qualcuno passi per poi recarsi alla chiesa; il resto della famiglia è in ospedale per le ultime formalità; "pronto, scusi cercavo suo padre"  "mi spiace, ma mio padre è ...
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09/06/2010 02:39:59
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