La vita Una ruota che gira

18 aprile 2018 ore 15:12 segnala
La vita,
è come una giostra, gira.
In ogni giro c'è qualcosa di nuovo.

La vita è qualcosa di indescrivibile,
è fatta di momenti, di tante cose,
un insieme di attimi ed emozioni.

La vita è una composizione
di sensazioni, brividi e sogni.
Devi viverle per dire di aver vissuto.

Per ogni giro c'e una sorpresa,
ogni sorpresa sarà un emozione.

Se saprai viverla
avrai vissuto veramente.

Ad ogni giro lascerai
un impronta di te.

Il tuo vivere quotidiano
è l'impronta che lasci.

Il detto e fatto
resteranno scritti al di là del tempo.

L'amore vissuto
non svanirà nel tempo.

I sogni sognati da bambino
si evolveranno e diventeranno traguardi
di adolescenti.

Li ricorderai da vecchio,
ti racconteranno per anni quello che un giorno eri,
saranno la risposta al tuo essere.

La vita, una ruota che non
si ferma mai.
Non si fermerà davanti alla gioia,
neppure davanti al dolore.

Andrà avanti anche quando vorrai fermarla
Andrà avanti con o senza di te.

Conserverà nel tempo l'impronta
Di chi vivendo ha raccontato la sua storia.

Anche tu sei parte di questa ruota che gira.
Oggi gira con te,
domani girerà ancora,
con i ricordi che hai lasciato.
© Silvana Stremiz
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La vita, è come una giostra, gira. In ogni giro c'è qualcosa di nuovo. http://funkyimg.com/view/2EZcD La vita è qualcosa di indescrivibile, è fatta di momenti, di tante cose, un insieme di attimi ed emozioni. La vita è una composizione di sensazioni, brividi e sogni. Devi viverle per dire di aver...
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“Pecché m’aggia ‘nguaià?

15 aprile 2018 ore 14:37 segnala
0GGI 15 aprile 1967 veniva a mancare un grande con cui abbiamo riso,abbiamo imparato lezioni di vita,ci ha lasciato la sua grande voglia di amare una delle piu' belle citta' italiane NAPOLI...

Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio Gagliardi Focas di Tertiveri (brevemente Antonio de Curtis, in arte TOTO'..

E' stato un artista italiano.
Attore simbolo dello spettacolo comico in Italia,
soprannominato «il principe della risata»,
è considerato, anche in virtù di alcuni suoi ruoli drammatici,
uno dei maggiori interpreti nella storia del teatro
e del cinema italiani, campi dove si affermò particolarmente,
ma si distinse anche al di fuori della recitazione,
lasciando contributi come drammaturgo,
poeta, paroliere, cantante.

Maschera nel solco della tradizione
della commedia dell'arte,
accostato a comici come Buster Keaton
e Charlie Chaplin, ma anche ai fratelli Marx e a Ettore Petrolini,
adoperò una propria unicità interpretativa,
che risaltava sia in copioni puramente brillanti,
sia in parti più impegnate, sulle quali si orientò
soprattutto verso la fine della carriera.

Totò spaziò dal teatro (con oltre 50 titoli) al cinema
(con 97 pellicole) e alla televisione
(con 9 telefilm e vari sketch pubblicitari).
I suoi film, visti da oltre 270 milioni di spettatori,
(un primato nella storia del cinema italiano),
riscuotono ancora oggi grande successo,
e talune sue battute e gag sono diventate perifrasi
entrate nel linguaggio comune.
Concluse la sua vita in condizioni di quasi cecità
a causa di una grave forma di corioretinite
probabilmente aggravata dalla lunga esposizione
ai fari di scena.

« Al mio funerale sarà bello assai
perché ci saranno parole, paroloni,
elogi, mi scopriranno un grande attore:
perché questo è un bellissimo paese,
in cui però per venire riconosciuti qualcosa,
bisogna morire. »

(Franca Faldini, citando le parole del compagno Totò
Antonio De Curtis, in arte Totò)

“Pecché m’aggia ‘nguaià? / M’aggia spusà ‘na femmena / ca nun saccio chi è…”. Titolo della poesia, ‘O matrimonio. Tema, l’atteggiamento canzonatorio di un «ommo anziane», scapolo impenitente, di fronte alle nozze auspicate da mammà

‘O matrimonio

M ò songhe n’ommo anziane:

stonghe ‘nzurdenno ‘e recchie

e ‘a vista s’alluntana!

Ero ‘nu schiavuttiello:

mo songhe fumo ‘e Londra!

Zumpavo ‘a campaniello

e mò tutto me và contro.


S’allasca la memoria…

me scordo tutte cosa:

me faccio ‘o promemoria

si voglio fà quaccosa!

Mammà mi disse: «Sposati,

ormaie tiene ll’età!»

E m’abboffano ‘e chiacchiere

assieme ‘cu papà;


ma io songhe cuntrario,

nun me voglio ‘nzurà!

‘ J tengo tanta esempie,

pecche m’aggià ‘nguaià?

M’aggia spusà ‘na femmena

ca nun saccio chi è…

M’aggià ‘ngullà n’estranea… Chi m”o fa fà e pecchè?


Sapimmo ‘o matrimonio ch’effetto me pò fà?

E si caccio nu vizio

‘a chi ‘o vaco ‘a cuntà?

Può essere maniaca sessuale

e in una notte tragica

me pò fa pure ‘a pella…

‘A chi vaco ‘a recorrere?

‘O conto ‘a don Guanella?

‘J ‘a notte sò sensibile,

me pozzo scetà ‘e botto…

me veco chesta estranea

‘ca se fà sotto sotto!

Mettiamo un giorno a tavola pranzanno, st’assassina,

me mette ‘e barbiturice

dint”o bicchiere ‘e vino
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0GGI 15 aprile 1967 veniva a mancare un grande con cui abbiamo riso,abbiamo imparato lezioni di vita,ci ha lasciato la sua grande voglia di amare una delle piu' belle citta' italiane NAPOLI... Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio Gagliardi...
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Caramelle

07 aprile 2018 ore 15:07 segnala
Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo rispetto a quanto ho vissuto finora...
Mi sento come quella bimba a cui regalano un sacchetto di caramelle: le prime le mangia felice e in fretta, ma, quando si accorge che gliene rimangono poche, comincia a gustarle profondamente.
Non ho tempo per sopportare persone assurde.
Non ho tempo da perdere per sciocchezze.
Non ho tempo per “EGO” gonfiati.
Non ho tempo per i manipolatori e gli arrivisti.
Non ho tempo per gli invidiosi che cercano di discreditare i più capaci per appropriarsi del loro talento e dei loro risultati.
Detesto, e ne sono testimone, gli effetti che genera la lotta per un incarico importante.
Non ho tempo per le persone che non discutono sui contenuti, ma solo sui títoli...
Ho poco tempo per discutere di beni materiali o posizioni sociali.
E con così poche caramelle nel sacchetto...adesso voglio vivere tra gli esseri umani, tra le persone sensibili.
Gente che sappia amare e ironizzare sulla propria ingenuità e sui propri errori.
Gente che non si vanti dei propri lussi e delle proprie ricchezze.
Gente che non si consideri eletta anzitempo.

Gente che non sfugga alle propri responsabilità.
Gente sincera che difenda la dignità umana, con gente che desideri solo vivere con onestà e rettitudine.
Perché solo l’essenziale é ciò che fa sì che la vita valga la pena viverla.
Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle altre persone.
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Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo rispetto a quanto ho vissuto finora... Mi sento come quella bimba a cui regalano un sacchetto di caramelle: le prime le mangia felice e in fretta, ma, quando si accorge che gliene rimangono poche, comincia a gustarle profondamente. Non ho...
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Ma chi è questo mostro?

29 marzo 2018 ore 13:55 segnala
IL RAZZISMO: LA NECESSITÀ DI PREVALERE E DI AFFERMARE LA PROPRIA “SUPERIORITÀ”

Il razzismo ha sempre fatto parte della nostra storia; se vogliamo, ne ha scandito il tempo, battendo i minuti e conducendo danze di sangue. La necessità di prevalere, l’esigenza di affermare la propria “superiorità” e l’istinto sfrenato di distruggere tutto ciò che è “estraneo” (o “nemico”?) sono stati pastori per greggi spaesati di uomini, portati ad armarsi gli uni contro gli altri, a guardarsi con sdegno e a sparare.

Governata da sentimenti così avversi, l’umanità è andata avanti per secoli, senza chiedersi come la situazione potesse migliorare, senza riconoscersi in ciò che siamo; il razzismo ha edificato le sue radici e fisso come un albero secolare fa da punto di riferimento a noi viaggiatori, perpetuo e immutabile nel tempo.

Penso al razzismo come qualcosa di terribilmente brutto, una piaga, o meglio, una malattia cronica.

Ricordo la ninna nanna “angosciante” che mi cantavano da bambina, diceva:

Ninna nanna, ninna oh,
Questo bimbo a chi lo do?
Se lo do all’uomo nero
Se lo tiene un anno intero!

Chi è quest’uomo nero? Perché ci hanno abituati ad avere paura di questa figura, a temere di conviverci?

Molti risponderebbero semplicemente che costui è un “mostro” e che il ritornello doveva essere un monito per far addormentare i bambini, ma questo “mostro” è parte della nostra realtà e questa appare continuamente tormentata dalla sua presenza.

Questo atteggiamento paranoico ci porta ad essere vulnerabili, ansiosi, quasi ciechi di fronte alla realtà dei fatti: vediamo l’umanità divisa in razze, ma non intendiamo di essere solo una delle specie viventi su questo pianeta.

Ci sentiamo potenti, ognuno è un monarca assoluto che regna sfrenato e incosciente di essere gonfio di vanagloria, non riconoscendo di occupare solo il gradino più basso della scala gerarchica universale. Col potere da noi creato e da noi assegnato, diciamo “sì”, ”no”, ”spara”, “passa”; scegliamo l’erba da mangiare e con chi condividerla, pensando di essere gli unici a dovercene cibare, ignari della grandezza del campo e della moltitudine dei brucanti.

Ma chi è questo mostro?

Per “uomo nero” potremmo intuire un uomo di colore, ma il significato può estendersi a tutti coloro che sono diversi da noi per il colore della pelle, la lingua, le abitudini, la religione, il ceto sociale, l’orientamento sessuale e politico.

La paranoia sfocia in un mare di sangue e andiamo avanti facendoci guerra gli uni gli altri per una causa irreale: non possiamo abbattere la biodiversità, essa scorre nelle nostre vene e arrestarne il corso significherebbe estinguerci.
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IL RAZZISMO: LA NECESSITÀ DI PREVALERE E DI AFFERMARE LA PROPRIA “SUPERIORITÀ” http://funkyimg.com/view/2DTwo Il razzismo ha sempre fatto parte della nostra storia; se vogliamo, ne ha scandito il tempo, battendo i minuti e conducendo danze di sangue. La necessità di prevalere, l’esigenza di...
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il ritratto del nostro mondo

21 marzo 2018 ore 12:15 segnala
“Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”
JOSÉ SARAMAGO

La colpa è mia, piangeva, ed era vero, non si poteva negare,
ma è pur certo che se prima di ogni nostro atto ci mettessimo a prevederne tutte le conseguenze, a considerarle seriamente,
anzitutto quelle immediate, poi le probabili, poi le possibili, poi le immaginabili, non arriverremmo neanche a muoverci dal punto in cui ci avrebbe fatto fermare il primo pensiero. I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.

José Saramago, da Cecità



Col suo solito stile, con l’irruenza di una prosa che trasforma i dialoghi in un flusso di pensieri, il premio nobel per la letteratura portoghese, Josè Saramago, ci restituisce il ritratto del nostro mondo: cieco di fronte al male, quello che viene da dentro, dalla nostra natura animale, quello che viene da fuori e che ci abbrutisce. Un invito a guardare il nostro tempo e le sue contraddizioni, a fare i conti col buio che ci attanaglia e che ci rende tutti uguali, buoni e cattivi. Tutti uguali perché ugualmente ciechi. Tutti uguali perché la nostra cecità toglie speranza al mondo.
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“Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.” JOSÉ SARAMAGO http://funkyimg.com/view/2DBXC La colpa è mia, piangeva, ed era vero, non si poteva negare, ma è pur certo che se prima di ogni nostro atto ci mettessimo a prevederne...
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Cosa importa e' normalita'

15 marzo 2018 ore 12:32 segnala
Nessuno ne parla (più), ma ogni giorno in Italia tre persone muoiono per lavorare, per portare il pane a casa, e alla fine dell'anno si supera abbondantemente il migliaio di vittime, un bollettino di guerra che abbiamo imparato ad accettare come normalità. Non se ne parla perchè è ormai entrato nel comune sentire il considerare nelle fabbriche le persone alla stregua di beni strumentali: non servono più? Si licenziano senza problemi. Capita che qualcuno muoia? Succede anche alle macchine di guastarsi, si sostituiscono. Non più persone, ma forza lavoro. Elementi del ciclo produttivo e pazienza se ogni tanto qualcuno di questi salta in nome del PIL, del profitto e, soprattutto, dell'ottimizzazione dei costi, anche sulla sicurezza. Che poi tanto a morire sono sempre quelli della base della piramide, le formichine, mica i supermanager superpagati che passano da una presidenza all'altra e da un compenso milionario all'altro. Non se ne parla ma io stamattina voglio parlarne perchè la morte, ieri, di Michelino Casetta a Poirino è più assurda delle altre, se possibile. Sì, perchè Michelino è morto mentre caricava su un TIR delle pesanti travi d'acciaio. Nel farlo ha perso l'equilibrio, è stato colpito alla testa e per lui non c'è stato nulla da fare. E perchè, vi starete chiedendo, questa morte sarebbe più assurda delle altre? Perchè la morte di Michelino è un omicidio di Stato. Perchè Michelino aveva 65 anni, un'età in cui più che caricare travi d'acciaio su un TIR si dovrebbe stare a casa a godersi i nipotini. Perchè a 65 anni, sempre, ma soprattutto se il proprio lavoro consiste nel maneggiare travi d'acciaio, si dovrebbe stare in pensione. Perchè nessuno ha il coraggio di dirlo pubblicamente, ma con la legge Fornero l'istituto delle pensioni è stato mandato in pensione. Praticamente abolito. Perchè andare in pensione a 67 anni è come non andarci per niente. Perchè poi, da un momento all'altro, ti aspetta solo la morte. E a volte la morte ti coglie anche se hai 65 anni e ancora devi caricare travi d'acciaio su un TIR.
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Nessuno ne parla (più), ma ogni giorno in Italia tre persone muoiono per lavorare, per portare il pane a casa, e alla fine dell'anno si supera abbondantemente il migliaio di vittime, un bollettino di guerra che abbiamo imparato ad accettare come normalità. Non se ne parla perchè è ormai entrato nel...
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Dare la colpa agli altri: strategia diffusa

09 marzo 2018 ore 16:00 segnala
"Si è sempre pronti a puntare il dito contro gli altri, quasi mai contro se stessi..."




Pare che "Incolpare gli altri", nelle piccole, come nelle grandi questioni, sia una strategia molto diffusa. Addirittura, ci sono persone che crescono, quasi “allenandosi” a dare la “colpa” agli altri.

E’ come se ci fosse qualcosa che impedisce loro di assumersi le proprie responsabilità. E si va all’attacco con frasi del tipo: “il Paese è in crisi economica per colpa del governo o di questo o quello Stato o di questa o quella moneta” oppure ci si lamenti “dell’inquinamento mondiale, attribuendolo alla spregiudicatezza delle grandi industrie che non adottano un adeguato smaltimento dei rifiuti altamente tossici” e potrei continuare all’infinito con frasi del genere che mettono in evidenza la tendenza di molti a “scaricare” solo sugli altri le responsabilità, autoescludendosi dal circolo vizioso. E chiaro, sono tutte grandi verità, ma… E’ sempre solo colpa degli altri?

Possibile che non si pongano, nemmeno per un attimo, il problema di quale sia il loro, se pur piccolo, “ruolo” in tutto questo?

E allora cosa fanno? Ovvio, si lamentano. Con convinzione, con foga, con tutta la dialettica di cui sono capaci.

Allora ti accorgi che spesso chi si lamenta della crisi economica “colpa dei governi e di Vattelappesca”, sia poi il primo a cercare escamotage per non pagare le imposte o per farsi “abbonare” quella multa per eccesso di velocità presa sull’autostrada nell’ultimo week end. Oppure chi si lamenta dell’inquinamento, colpa delle “multinazionali che smaltiscono male i rifiuti e distribuiscono fumi tossici nell’aria”, alla prima occasione va a scaricare i suoi rifiuti (vecchi elettrodomestici, libri o cianfrusaglie varie) nella prima stradina di campagna o sotto un ponte in una strada isolata alle due di pomeriggio o alle prime luci dell’alba, in barba alla coerenza e all’assunzione di responsabilità.

Questo modo distorto di analizzare le situazioni nasce dalla convinzione, sbagliata sottolineo io, del “ e io solo che posso fare?” Senza rendersi conto che questa valutazione, questo “spostarsi di lato”, questo sentirsi impotenti, non fa altro che minimizzare il problema stesso: “Problema grosso, ma io non posso farci niente, quindi problema inesistente per me”.

Alla fine, assumendo continuamente questo atteggiamento, molto comodo direi, ci si abitua ad utilizzare lo stesso ragionamento quando si affrontano problemi di vita quotidiana (la fine di un matrimonio, per esempio, o un licenziamento).

Si è talmente impegnati nel cercare “il colpevole di turno”, da scordarsi di analizzare le vere cause delle diverse situazioni.

Ognuno di noi dovrebbe sempre interrogarsi sul proprio ruolo nel verificarsi di un evento non gradevole, perché altrimenti si rischia di sentirsi talmente sicuri nel ruolo delle “vittime” da convincersi che tutto ciò che accade non possa essere modificato dal proprio intervento, lasciandosi andare al “menefreghismo” più assoluto.

Quindi, se scaricare le responsabilità sugli altri può sembrare comodo in un primo momento, a lungo andare può ritorcersi contro e produrre sentimenti che portano alla perdita di autostima tendendo a considerare tutto fuori dal nostro controllo.

Non bisogna dimenticare che sbagliare è umano ma assumerci la nostra parte, anche se piccola, di responsabilità, ci nobilita.

Purtroppo però, “parlar male degli altri è passatempo di molti, fare autocritica è pregio di pochi”

(© Alessia S. Lorenzi)
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"Si è sempre pronti a puntare il dito contro gli altri, quasi mai contro se stessi..." Pare che "Incolpare gli altri", nelle piccole, come nelle grandi questioni, sia una strategia molto diffusa. Addirittura, ci sono persone che crescono, quasi “allenandosi” a dare la “colpa” agli altri. E’...
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educare non è riempire un secchio ma accendere un fuoco.

23 febbraio 2018 ore 15:56 segnala
CARO GENITORE...
Se consenti a tuo figlio di fare quel che vuole, se lo difendi quando è indifendibile, se ridi quando fa il maleducato, se lo giustifichi quando risponde male ad un’insegnante o ad un amico allora non hai capito nulla né sull’educazione né sul rispetto del prossimo.
Se tu sei al bar e tuo figlio mangia la brioche o le noccioline e quando ti alzi per terra sembra che sia passato uno tsunami allora ti pieghi sulle tue belle ginocchia, prendi un fazzoletto di carta e pulisci. Magari ti ricordi di tenere il bambino vicino la prossima volta e di insegnargli piano piano a stare al mondo
Se tu aiuti il prossimo, sorridi, saluti, ringrazi, stai certo che lo faranno anche i tuoi figli. Gli verrà naturale.
Non avrai bisogno di s.o.s. tata per porre rimedio ad una situazione che ti è scivolata dalle mani.
Noi genitori dobbiamo stare attenti a quel che diciamo. Se l’insegnante sgrida nostro figlio o si lamenta del suo comportamento non possiamo dare giudizi negativi in merito al comportamento di chi rappresenta un’istituzione, soprattutto non davanti a nostro figlio. Sminuiremmo la figura dell’insegnante e nostro figlio si sentirà autorizzato a comportarsi come vuole perché difeso direttamente da noi.
Altro errore gravissimo che facciamo è quello di criticare qualcuno in presenza dei nostri figli.
La critica non è costruttiva. Il paragone non è costruttivo. Nostro figlio non è onnipotente!
Nostro figlio ha pregi e difetti. A noi sembrerà il migliore e magari lo è anche.
Possiamo gratificarlo, dirgli che siamo orgogliosi di lui.
Ma non dobbiamo farlo sentire onnipotente perché il passo dall’egocentrismo alla maleducazione è brevissimo.
Se si permette di mancarti di rispetto, è un maleducato.
Se non aiuta mai nessuno in nessuna situazione, è un maleducato.
Se cerca di manipolare gli altri, è un maleducato.
Molte di queste situazioni, caro genitore, sono colpa tua.
Un suggerimento: educare non è riempire un secchio ma accendere un fuoco.
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CARO GENITORE... Se consenti a tuo figlio di fare quel che vuole, se lo difendi quando è indifendibile, se ridi quando fa il maleducato, se lo giustifichi quando risponde male ad un’insegnante o ad un amico allora non hai capito nulla né sull’educazione né sul rispetto del prossimo. Se tu sei al...
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Un Viaggio da Vivere

17 febbraio 2018 ore 15:41 segnala
Un Viaggio da Vivere


Ti dono la vita: un biglietto per viaggiare
attraverso la più bella avventura che ci sia.

Per viaggiare dovrai combattere e saper sognare.
Ti auguro di saper sognare, sempre,
anche mentre i sogni smettono di farlo,
di saper stare col fiato in sospeso
perché il “sospeso” darà un senso a tutto.
Di non arrenderti mai: l’arresa è dei codardi.
Di saper sorridere mentre le lacrime bruciano.
Di saper respirare mentre si ferma il respiro.
Di saper dare un senso ad ogni attimo privo di senso.

Ti capiterà di tutto e ”il tutto” non sarà sempre bello.
Ti capiterà di aver voglia di scendere
di aver voglia di mollare, ma non farlo mai.

Riempi le tasche di sogni, di speranze,
di polvere di stelle e “semi di arcobaleni “
da tirare fuori nei tempi bui, pieni di nulla.

E Ama: AMA per tutto l’amore che hai dentro
per tutto quello che sei, per tutto quello che puoi.
Non amare nell’attesa di ricevere amore
ma ama perché sai amare,
perché sei in grado di farlo.
Ama anche senza “l’amore” di chi ami.
Cogli come dono l’amore, sempre
anche quando non senti
l’amore dentro di Te,
perché l’amore è il senso prezioso di questo viaggiare.

Non sciupare ”il tuo biglietto“
a cercare in strade deserte
una ragione di Te, una ragione di Dio
o la verità degli uomini :gli uomini mentono.

Ma cerca sempre tutte le risposte all’interno di Te
perché solo lì troverai “il senso e ogni perché“.
Non vi è libro più “vero “ della tua anima.
E VIVI , VIVI senza mai stancarti di VIVERE
non assorbire la vita, sii protagonista di ogni respiro.
-Silvana Stremiz
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Un Viaggio da Vivere http://funkyimg.com/view/2CuAy Ti dono la vita: un biglietto per viaggiare attraverso la più bella avventura che ci sia. Per viaggiare dovrai combattere e saper sognare. Ti auguro di saper sognare, sempre, anche mentre i sogni smettono di farlo, di saper stare col fiato in...
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Cos'e in fondo la vita?

13 febbraio 2018 ore 16:38 segnala
Quante volte ci siamo posti questa domanda? Sicuramente tantissime. E siamo riusciti a darci una risposta? Alcuni sì, forse, altri continuano a porsela fino alla fine, fino a quando la vita sta per “fuggire” via. Ma cos’è? Cos’è questo viaggio straordinario che tutti chiamiamo vita?

Anch’io me la sono posta tante volte e ho una mia visione, che può non coincidere con quella degli altri, anzi, sicuramente non coincide.

Io penso sia un grande spettacolo, un po’ allegro e un po’ triste, che ci vede ora spettatori, ora protagonisti. E penso che proprio questo alternarsi ci aiuti a migliorare permettendo di guardarci da angolazioni diverse e in ruoli diversi. Se vogliamo viverla davvero, dobbiamo mirare ad essere protagonisti. Non nel senso di mirare ad essere “primi” e sentirci migliori degli altri, ma nel senso di viverla in maniera dinamica, di essere, cioè, protagonisti della nostra vita, di essere forza trainante della nostra realtà. Protagonisti perché lo “spettatore” può solo applaudire, se gradisce lo spettacolo o andar via, qualora non fosse di suo gradimento, ma nulla può fare per renderlo migliore. Il “protagonista” lotta, soffre, gioisce, rischia in prima persona, ma vive, vive ogni attimo, ogni emozione di quello spettacolo. Lo spettatore resterà sempre uno spettatore se non percorrerà quei passi che lo separano dalla vita vera, quei passi che gli consentiranno di oltrepassare la zona d'ombra ed entrare di diritto nella sua vita.
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Quante volte ci siamo posti questa domanda? Sicuramente tantissime. E siamo riusciti a darci una risposta? Alcuni sì, forse, altri continuano a porsela fino alla fine, fino a quando la vita sta per “fuggire” via. Ma cos’è? Cos’è questo viaggio straordinario che tutti chiamiamo vita? Anch’io me la...
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