Lila

13 settembre 2019 ore 17:38 segnala
Lila aveva 15 anni, e i suoi genitori le avevano provate tutte per capire quale fosse il suo Male: avevano parlato con i primari dei più costosi ospedali del mondo, con i ricercatori delle case farmaceutiche e tutti i migliori esperti, ma nessuno aveva saputo scoprire cosa la affliggesse.
"La paziente mostra segni di spossatezza, inappetenza, carnagione pallida e battito cardiaco basso. Il livello dei globuli bianchi è basso, sospetta leucemia."
La madre di Lila era scoppiata in lacrime e il padre si era fatto scuro in volto.
"Cosa significa sospetta? Cosa ha la mia bambina!" gridò in faccia al medico, e fu l'ultimo che consultarono.
Presi dalla disperazione iniziarono a rivolgersi prima a psicologi e psichiatri, poi a misteriosi guaritori, ad esorcisti, e altri ciarlatani di un Dio che non esiste; uno di questi ciarlatani, impietosito dalla condizione di Lila, rifiutò i soldi, ma diede loro un bigliettino da visita.
"La maga Circe? Che cosa sarebbe?" chiese il padre spazientito.
Il ciarlatano si guardò intorno con fare circospetto.
"E' un'indovina. Credetemi, non è una truffatrice. Ma costa molto."
"Quanto? Non badiamo a spese"
"Andate da lei e scopritelo"
La maga Circe era una zingara di un campo rom; non il posto più sicuro per una famiglia di ricchi con una valigetta e una ragazza malata.
Ma gli zingari si limitarono a guardarli passare, in silenzio, parlottando tra di loro sottovoce, anche se gli ospiti non potevano capire la loro lingua.
Arrivarono alla tenda della maga Circe ed entrarono.
L'indovina era una vecchia signora di colore, grassa e dall'aspetto non molto simpatico.
"Ci hanno dato il suo biglietto da visita. Può scoprire cosa ha nostra figlia? Pagheremo qualsiasi cifra!"
Il padre appoggiò la valigetta sul tavolo dell'indovina, che però non la guardò neanche, e invece si alzò per esaminare la ragazzina da vicino.
La appoggiò i polpastrelli sugli occhi e li tastò senza dire niente.
Sempre senza dire niente le strofinò le labbra e scese pian piano, tastandole il collo, premendole le mani contro il seno, le sollevò un po' la maglietta per osservarle l'ombelico.
L'indovina sgranò gli occhi.
"Tesoro, ma tu sei incinta!"
I genitori sbiancarono mentre Lila ebbe l'effetto opposto, arrossì tanto da riprendere il colorito vivace che aveva un tempo. I suoi occhi, da troppo tempo spenti, si riaccesero, il suo cuore accelerò fino a raggiungere un battito normale.
"Come incinta?" bisbigliò il padre all'indirizzo della moglie, che si era messa a piangere, si, ma di gioia: "Si, diventeremo nonni!"
"Incinta..." ripetè Lila, voltandosi speranzosa verso i genitori.
Loro si alzarono e andarono ad abbracciarla.
"Piccola nostra, l'importante è che tu stia meglio! Grazie maga Circe, prenda l'intera valigetta, e se non basta me lo dica, le darò tutti i soldi che vuole!"
La maga Circe prese la valigetta, controllò il contenuto e disse: "questi bastano"
Prima di lasciarli andare, sussurrò qualcosa nell'orecchio a Lila, ma lei non capì.

Due mesi dopo ci furono le celebrazioni: il padre del bimbo era un ragazzo di diciannove anni, provava per Lila un amore sincero e fu facile convincerlo, sebbene fosse comprensibilmente imbarazzato nel dover ammettere di aver messo incinta una ragazza ancora minorenne; viste le circostanze, poi, né i genitori né le autorità ritenettero fosse il caso di fare troppe storie: in fondo c'era un funerale da celebrare. Lila, 15 anni, e la sua creatura non ancora nata, la leucemia se li era portati via entrambi.

Butterfly

08 settembre 2019 ore 20:22 segnala
YELLOW PARADISE

Ho 11 anni e vivo in una grigia città di traffico ed enormi palazzi, dove il sole non viene mai ad illuminare le brutte giornate che si susseguono una dopo l'altra.
Non ho nessuna vera amica, solo compagne di scuola che non sopporto e che non mi sopportano, da quando i miei si sono separati ho solo mia mamma... le giornate qui sono lunghe e noiose.
Per questo adoro l'estate: non appena l'anno scolastico si conclude, io e la mamma prendiamo il treno e partiamo per il lago, dove abbiamo un piccolo ma accogliente appartamento all'interno di un residence estivo chiamato Yellow Paradise
Lì tutto è il contrario della città: il cinguettio degli uccellini ti mette subito di buon umore, le case sono pulite e ordinate con i muri di un bel colore giallo crema, e i viottoli sono di mattonelle rosse e bianche, il verde è ovunque, e ci sono non una, non due, ma ben tre piscine, di modo che i mille abitanti di questo piccolo paradiso possano andare a fare il bagno o prendersi un po' di sole senza troppo affollamento.
A Yellow Paradise poi ho le mie amiche, ragazze che come me non vedono l'ora che l'estate arrivi per passare insieme i tre mesi più belli dell'anno...

...mesi che purtroppo corrono veloci. Oggi è il 7 settembre 2019. Domani io e la mamma partiremo per tornare a casa, lasciandoci alle spalle un'estate che posso già dire non dimenticherò mai.

Mi chiamo Butterfly, ho 11 anni e ho commesso una cosa terribile.
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YELLOW PARADISE Ho 11 anni e vivo in una grigia città di traffico ed enormi palazzi, dove il sole non viene mai ad illuminare le brutte giornate che si susseguono una dopo l'altra. Non ho nessuna vera amica, solo compagne di scuola che non sopporto e che non mi sopportano, da quando i miei si sono...
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La scalinata

31 gennaio 2019 ore 16:46 segnala
Nella nostra scuola gira una leggenda metropolitana secondo cui una decina d'anni fa un bidello - o un professore, o uno studente, dipende da chi la racconta- si sarebbe impiccato nello scantinato, e che la prima a ritrovarne il corpo sarebbe stata la professoressa di inglese, che ha tuttora gli occhi spiritati.
Mia zia, che ha frequentato la stessa mia scuola, un giorno mi ha rivelato ridendo che questa leggenda circolava già ai suoi tempi.
Certo che anche se si trattava di una cretinata messa in giro per spaventare i più creduloni, passare davanti alla scalinata che portava a quello scantinato mette un pochino di paura...

Un giorno, passando davanti alla scalinata, sentii dei versi provenire da là sotto, come una sorta di miagolio.
Mi affacciai per vedere se ci fosse veramente un gattino, ma non si vedeva nulla, oscurità totale.
"L'ha sentito anche lei?" chiesi a una bidella.
Lei mi gettò uno sguardo scocciato e scosse la testa.
Sentii ancora il miagolio, distinto.
"Non si può accendere una luce?"
"L'impianto elettrico è bruciato" disse la bidella, sedendosi alla sua postazione e immergendosi in una rivista di gossip.
Provai a richiamare il gattino, ma vedendo che non rispondeva, mi armai di coraggio (e di torcia del cellulare) e scesi i primi gradini della scalinata.

Scesi la rampa di scale a piccoli passettini, facendomi luce con il cellulare, reggendomi alla ringhiera e chiamando ad alta voce il gatto, più che altro per sentire il conforto della mia voce in quell'oscurità.
Mi accorsi di non essere ancora arrivata allo scantinato, la scala svoltava ad angolo e c'era una seconda rampa.
Ridacchiai nervosamente, stava diventando un po' troppo inquietante, e feci per risalire, quando il gatto miagolò di nuovo, ed era pochi gradini più sotto.
Scesi di nuovo.

Scesi la rampa di scale a piccoli passettini, facendomi luce con il cellulare, reggendomi alla ringhiera e chiamando ad alta voce il gatto, più che altro per sentire il conforto della mia voce in quell'oscurità.
Mi accorsi di non essere ancora arrivata allo scantinato, la scala svoltava ad angolo e c'era una seconda rampa.
Ridacchiai nervosamente, stava diventando un po' troppo inquietante, e feci per risalire, quando il gatto miagolò di nuovo, ed era pochi gradini più sotto.
Scesi di nuovo.

Scesi la rampa di scale a piccoli passettini, facendomi luce con il cellulare, reggendomi alla ringhiera e chiamando ad alta voce il gatto, più che altro per sentire il conforto della mia voce in quell'oscurità.
Mi accorsi di non essere ancora arrivata allo scantinato, la scala svoltava ad angolo e c'era una seconda rampa.
Ridacchiai nervosamente, stava diventando un po' troppo inquietante, e feci per risalire, quando il gatto miagolò di nuovo, ed era pochi gradini più sotto.
Scesi di nuovo.

Scesi la rampa di scale a piccoli passettini, facendomi luce con il cellulare, reggendomi alla ringhiera e chiamando ad alta voce il gatto, più che altro per sentire il conforto della mia voce in quell'oscurità.
Mi accorsi di non essere ancora arrivata allo scantinato, la scala svoltava ad angolo e c'era una seconda rampa.
Ridacchiai nervosamente, stava diventando un po' troppo inquietante, e feci per risalire, quando il gatto miagolò di nuovo, ed era pochi gradini più sotto.
Scesi di nuovo.

Scesi la rampa di scale a piccoli passettini, facendomi luce con il cellulare, reggendomi alla ringhiera e chiamando ad alta voce il gatto, più che altro per sentire il conforto della mia voce in quell'oscurità.
Mi accorsi di non essere ancora arrivata allo scantinato, la scala svoltava ad angolo e c'era una seconda rampa.
Ridacchiai nervosamente, stava diventando un po' troppo inquietante, e feci per risalire, quando il gatto miagolò di nuovo, ed era pochi gradini più sotto.
Scesi di nuovo.

Scesi la rampa di scale a piccoli passettini, facendomi luce con il cellulare, reggendomi alla ringhiera e chiamando ad alta voce il gatto, più che altro per sentire il conforto della mia voce in quell'oscurità.
Mi accorsi di non essere ancora arrivata allo scantinato, la scala svoltava ad angolo e c'era una seconda rampa.
Ridacchiai nervosamente, stava diventando un po' troppo inquietante, e feci per risalire, quando il gatto miagolò di nuovo, ed era pochi gradini più sotto.
Scesi di nuovo.
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Nella nostra scuola gira una leggenda metropolitana secondo cui una decina d'anni fa un bidello - o un professore, o uno studente, dipende da chi la racconta- si sarebbe impiccato nello scantinato, e che la prima a ritrovarne il corpo sarebbe stata la professoressa di inglese, che ha tuttora gli...
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Lake

10 luglio 2017 ore 09:20 segnala
Nella zona dove abito c'è una spiaggetta in riva al lago che può essere raggiunta solo attraverso il bosco, quando arriva la primavera la vegetazione diventa così fitta che non ci va praticamente nessuno, tranne le coppiette per appartarsi, i tossici per drogarsi e le comitive di giovani avventurosi.
Comunque io e delle mie amiche un giorno ci siamo andate per prendere il sole, e abbiamo trovato la spiaggia completamente pulita e isolata, non c'erano né siringhe né preservativi usati come dicevano le voci in paese, e anche l'acqua era limpida e adatta per farsi un bagno, al contrario di quello che i nostri genitori ci dicevano fin da piccole (non fate il bagno in quelle acque, dove son morte così tante persone...)
Dopo aver fatto un bagno ci siamo stese a prendere il sole, ascoltando un po' di musica e facendo due chiacchiere, e alla fine ci siamo anche appisolate e non ci siamo risvegliate fino al tramonto, ricoperte di morsi di zanzare.

Ci rivestimmo velocemente perché aveva cominciato a tirare una leggera brezza e il sole era ormai quasi scomparso dietro le montagne, e decidemmo di rientrare a casa a passo spedito, per evitare di dover attraversare il bosco con la penombra, per giunta da sole, visto che dei gruppetti di persone che erano presenti quando eravamo arrivate, non era rimasto nessuno a parte noi tre.
A poca distanza da dove ci eravamo sdraiate, qualcuno aveva perso una chiavetta USB.
La raccolsi, poi corsi dietro alle mie amiche, l'idea di rimanere indietro mi dava uno strano brivido.
Passammo attraverso la vegetazione e uscimmo dal bosco giusto in tempo per vedere i lampioni della strada accendersi.
Arrivata a casa salutai le altre, e ancora ci stavamo grattando dalle punture di zanzara.

Quella sera stessa dopo cena mi ricordai della chiavetta USB che avevo trovato. La inserii nel computer, dicendomi tra me e me che lo facevo soltanto per vedere se ci fosse qualche file con cui potessi risalire al proprietario, in modo da contattarlo e restituirgliela. Fantasticai sull'idea che magari il proprietario potesse essere un ragazzo carino.
No, non poteva essere un ragazzo carino. Il contenuto di quella chiavetta era raccapricciante. Si andava da foto pornografiche ad immagini di contenuto nazista, foto di cadaveri in obitorio, file di testo con caratteri intraducibili.
Ma la cosa peggiore erano le ultime foto: erano state scattate quel pomeriggio stesso, e raffiguravano me e le mie amiche mentre dormivamo in spiaggia, ed erano state scattate molto da vicino.
Dell'uomo che le aveva scattate era visibile solo l'ombra, allungata e deforme. Impossibile capire che tipo di corporatura potesse avere, ma era chiara una cosa: nella mano con cui non reggeva la macchina fotografica, reggeva quello che era senza ombra di dubbio una siringa.
Spensi il computer terrorizzata, senza il coraggio di guardarmi le braccia, quelle che fino a pochi secondi prima ero sicura fossero punture di zanzara.
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Nella zona dove abito c'è una spiaggetta in riva al lago che può essere raggiunta solo attraverso il bosco, quando arriva la primavera la vegetazione diventa così fitta che non ci va praticamente nessuno, tranne le coppiette per appartarsi, i tossici per drogarsi e le comitive di giovani...
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Crash

08 luglio 2017 ore 08:53 segnala


Dieci minuti fa io e il mio ragazzo procedevamo a 180 all'ora in autostrada dopo una serata passata al solito locale.
L'ultima cosa che ricordo è la sua mano sulla mia gamba, i nostri sguardi che si incrociano, un attimo di distrazione ma fatale, i fari del camion e il clacson.
Poi lo schianto.
Mi sono risvegliata nel letto di una stanza bianca e istintivamente mi sono alzata a sedere guardandomi attorno e chiamando il suo nome.
"Marco!"
Ma nella stanza c'era solo un'altra persona.
Mi dava le spalle, ma la ragazza seduta al computer la conoscevo benissimo; e come avrei potuto non conoscerla: i capelli, la corporatura, la postura, quella ragazza era la mia copia esatta.
"No sono la tua copia, Camilla. Io sono proprio te."
E girandosi la vidi in volto, ed ero proprio io, ma il volto era squarciato da una cicatrice che mi tagliava in due la faccia, nel punto dove si era conficcato il vetro del parabrezza.
Istintivamente mi sono portata le mani al viso ma non ho trovato il coraggio di toccarmi per vedere se la cicatrice c'era veramente.
Comunque non sentivo alcun dolore.
"Sono morta? Siamo morte?"
"Tra cinque minuti esatti sarai morta. Ora sei in purgatorio."
"E Marco? Dov'é Marco?" chiesi, mettendomi quasi a piangere.
"Oh, lui è sopravvissuto. In questo momento è in coma, ma si riprenderà."
Adesso cominciai a piangere davvero, erano lacrime di gioia perché lui era vivo, ma anche di tristezza, perché io stavo per lasciare questo mondo, e lui avrebbe trovato un'altra e mi avrebbe dimenticata.
L'altra me stessa si alzò dal computer e venne verso di me.
"Dove finirò adesso? In paradiso o all'inferno?" le chiesi un po' spaventata.
"Non esistono né paradiso né inferno" mi disse lei, aiutandomi ad alzarmi dal letto.
Mi faceva male camminare, effetto dell'incidente che mi aveva uccisa, ma lei mi accompagnò fino al computer e mi fece sedere.
La cicatrice era scomparsa dal suo viso.
"Ho aspettato per tutti questi anni, adesso è il mio turno di vivere"
E detto queste parole sparì da davanti ai miei occhi.
In quel momento una fitta di dolore alla faccia; istintivamente allungai le mani al viso e stavolta trovai il coraggio di toccare, e la cicatrice c'era davvero.
Guardai il computer: l'altra Camilla stava scrivendo un file di testo, lunghissimo, intitolato "Vita di Camilla".
L'ultimo paragrafo di questo file parlava del viaggio in auto che io e Marco stavamo facendo, della sua mano sulla mia gamba, dell'incidente.
Rimasi per quasi un'ora a guardare, indecisa sul da farsi.
Poi iniziai a digitare:

Camilla si risvegliò nel letto d'ospedale, e trovò Marco in piedi di fronte a lei, che le sorrideva.
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« immagine » Dieci minuti fa io e il mio ragazzo procedevamo a 180 all'ora in autostrada dopo una serata passata al solito locale. L'ultima cosa che ricordo è la sua mano sulla mia gamba, i nostri sguardi che si incrociano, un attimo di distrazione ma fatale, i fari del camion e il clacson. Poi l...
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FULL MOON LOVIN'

07 luglio 2017 ore 10:52 segnala
Altri al suo posto si sarebbero trovati intimoriti dal fatto di trovarsi a guidare, in piena notte, per stradine di campagna sconnesse e non asfaltate, circondate dai boschi, con nessun lampione e la sola illuminazione della luna piena.

Ma il ragazzo al volante era abituato a trovarsi alla guida in piena notte, perciò non si preoccupò più di tanto; quello che davvero lo preoccupava era il fatto che la batteria del suo cellulare fosse al 10%.

Niente cellulare, niente musica, e il ragazzo odiava guidare nel silenzio, specialmente in una notte come quella.

Ancora mezz'ora di guida e sarebbe arrivato, ma a un certo punto il cellulare si spense e il ragazzo rimase senza musica; proprio in quel momento, notò ad un centinaio di metri più avanti in mezzo alla strada, delle strane sagome oscure.

Frenò lentamente, avvicinandosi quel tanto da vedere due grossi cani neri che sbranavano qualcosa. Accese gli abbaglianti, e vide che i cani erano dei rottweiler dall'aspetto feroce. Il loro pasto era un bellissimo destriero, e qualcosa terrorizzò il ragazzo: il cavallo era ancora vivo, e nei suoi occhi si poteva vedere sofferenza e disperazione.

"E ora che faccio?" si chiese il ragazzo. Aveva una mazza da baseball nascosta sotto il sedile, per ogni evenienza, ma sarebbe stato in grado di difendersi se quelle bestie lo avessero attaccato insieme?

In ogni caso si fece coraggio e uscì, brandendo la mazza di fronte a sè. I cani lo notarono, gli ringhiarono contro ma cominciarono ad indietreggiare, e poi scapparono tra la boscaglia ai bordi della strada. Il ragazzo guardò il povero cavallo, ormai morto. Sentì di aver fatto in modo che la sua agonia finisse, ma nei suoi occhi c'era ancora angoscia, ed erano aperti e fissi su di lui come in un atto di accusa.

Un fruscio nella boscaglia lo riportò indietro dai suoi pensieri, e il ragazzo torno in fretta e furia in auto, prima che i cani tornassero con il resto del branco.


Si rimise alla guida e stranamente il cellulare aveva ripreso a funzionare, così perlomeno avrebbe potuto fare il resto del viaggio ascoltando musica e cercando di dimenticare gli occhi del cavallo.

Uscì finalmente dalla campagna per arrivare in una piccola cittadina, ormai a dieci minuti da casa, e si fermò ad un semaforo rosso.

In quel momento il cellulare si spense di nuovo, lasciando il ragazzo in un desolante silenzio.

Una ragazza sui sedici anni stava camminando per strada, zoppicando leggermente.

"Che ci fa una ragazza così giovane in giro da sola a quest'ora di notte?" si chiese il ragazzo. Ripensò ai due grossi cani, e a cosa sarebbe stato della ragazza se si fossero inoltrati in città.

Il semaforo era diventato verde, ma lui aspettò a partire, abbassò il finestrino.

"Ehi, tutto bene?"

La ragazza si girò e lo guardò con lo sguardo perso nel vuoto.

"Eh?"

"Cosa ci fai in giro a quest'ora? E' pericoloso"

"Io... sono caduta, penso di aver picchiato la testa, non ricordo nulla"

Il ragazzo pensò egoisticamente di ignorare quella vagabonda, che se la sarebbe cavata da sola, e di andare finalmente a dormirsene, ma ricordò gli occhi del cavallo, il suo sguardo di accusa. Se l'avesse lasciata lì, e il giorno dopo avesse letto sul giornale di una ragazza sbranata da un branco di cani?

"Dai, sali, ti do un passaggio a casa!"

La ragazza si avvicinò a piccoli passi, il ragazzo le aprì la portiere dal lato del passeggero e la fece salire.


"Hai detto che hai perso la memoria. Ti ricordi come ti chiami almeno?"

"Si, Camilla"

"Perfetto. E ti ricordi dove abiti?"

"Io... no" disse, e cominciò a piangere.

"Ok, tranquilla, adesso la risolviamo" la rassicurò il ragazzo, che però non aveva la minima idea di come risolvere la situazione.

Camilla si strofinò gli occhi con un braccio, e il ragazzo notò che aveva il gomito tutto graffiato.

"Hai detto che sei caduta, ti ricordi come hai fatto?"

"S-si, ero con Full Moon, quando... quando..."

"Full Moon?"

"Si, è il mio cavallo"

Al ragazzo si gelò il sangue nelle vene.

"Eri a cavallo? Per caso il tuo cavallo ha visto dei cani e si è imbizzarrito?"

E stavolta fu Camilla a sbiancare. Fissò il ragazzo ansimando terrorizzata.

"Ehi, tutto bene?" chiese il ragazzo, e allungò un braccio per tranquillizzarla, ma lei gridò e lo scacciò con una manata.

"Full Moon! Devo andare, devo salvarlo" e aprì la portiera gettandosi fuori.

"Ehi, aspetta, è pericoloso!" disse il ragazzo, ma il tempo di slacciarsi la cintura e uscire dall'auto che Camilla era già scomparsa nella notte.

Il ragazzo fece per chiamare la polizia, ma il cellulare era ormai scarico. Si ripromise di chiamare appena fosse arrivato a casa, ma appena entrato fu preso da un sonno tale che si gettò sul divano e si addormentò senza nemmeno togliersi le scarpe.


Il mattino seguente il ragazzo si svegliò di soprassalto. Sul tavolo della cucina i genitori avevano lasciato il giornale cittadino, che apriva in prima pagina con la notizia di un macabro ritrovamento.
Un cavallo sbranato in mezzo ad una strada di campagna era stato trovato da un contadino mattiniero; lo stesso contadino si era poi inoltrato nei boschi per fare una scoperta ancora più orribile: altri due cavalli, e i loro cavalieri avevano subito la stessa sorte, uccisi e semi divorati. Alcuni cani stavano infierendo sulle carcasse dei cavalli e delle persone, un uomo e una donna adulti, ma la cosa più terrificante era che i medici legali escludevano che la morte fosse stata causata dai cani: i morsi nelle parti vitali sembravano piuttosto morsi umani, provenienti da una persona, forse una ragazza, di non più di sedici anni.
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Altri al suo posto si sarebbero trovati intimoriti dal fatto di trovarsi a guidare, in piena notte, per stradine di campagna sconnesse e non asfaltate, circondate dai boschi, con nessun lampione e la sola illuminazione della luna piena. Ma il ragazzo al volante era abituato a trovarsi alla guida...
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