"E tu sai davvero quello che vuoi?", di Alessandro Gilioli

11 febbraio 2017 ore 22:58 segnala


«Da quando è stata elaborata la celebre “piramide dei bisogni” dello psicologo statunitense Abraham Maslow (a metà degli anni Cinquanta) per “bisogno” si intende generalmente uno stato di tensione interiore dovuto alla mancanza di qualcosa connesso a esigenze fisiologiche (ad esempio la fame o la sete) o affettive, oppure a esigenze più ampiamente sociali (la stima degli altri, la reputazione, il successo etc).
Secondo il filosofo Herbert Marcuse i falsi bisogni sono quelli che vengono imposti all’individuo da parte di interessi economici o politici. Ma prima ancora che da “poteri esterni”, l’inganno nella creazione di bisogni potrebbe provenire dallo stesso sistema cognitivo delle persone, che produce “bug” inconsapevoli e quindi ci depista. Questo è almeno quanto emerge dalle ricerche commissionate dalle aziende per verificare il grado di soddisfazione di un loro prodotto-servizio e basate sul confronto fra i desideri dichiarati e la “human experience”.
In questi casi emergerebbe una differenza tra quello che una persona indica a parole come bisogno e ciò che invece, sulla base del suo vissuto e dei suoi comportamenti, si evidenzia come elemento che gli dà reale soddisfazione.
Questo tipo di meccanismo ingannevole è chiaro quando le persone sono affette da qualche forma di dipendenza: queste infatti avvertono un bisogno da ciò da cui dipendono (alcol, droga, fumo, gioco etc) che è tuttavia in contrasto con i bisogni “veri”, che garantirebbero a quelle persone una qualità della vita migliore. Meno chiara è la dinamica interiore che porta persone sane a fare scelte sbagliate nel decidere quale bisogno soddisfare, quale acquisto scegliere, quale strada percorrere per avvicinarsi a una condizione di maggiore felicità e armonia.
Questi bug sono talmente diffusi da non essere considerati patologici, ma i loro effetti in termini esistenziali avrebbero conseguenze non indifferenti nel raggiungimento di una buona qualità della vita. Si tratta di qualcosa di simile a quelle che lo psicoterapeuta americano Wayne Walter Dyer battezzò a metà degli anni Settanta “zone erronee”, in un suo famoso libro. Dyer si riferiva ai meccanismi fuorvianti che la mente mette in pratica nelle relazioni affettive, ma la dinamica ha molti aspetti in comune con i bug (Dyer li chiamava “vermi”) che ci depistano nelle piccole e grandi scelte finalizzate a realizzare ogni giorno i nostri bisogni.
Questa scarsa consapevolezza razionale di ciò che ci darebbe una maggiore “felicità” comporterebbe una difficoltà di traduzione dei nostri bisogni reali nel linguaggio, nel dichiarato. In altre parole, porta spesso le persone a non sapere descrivere la verità del proprio bisogno. Che emergerebbe invece meglio sulla base dell’osservazione (o dell’autosservazione) dell’esperienza, vale a dire attraverso il monitoraggio dei comportamenti ricorrenti delle persone.
Ecco perché nell’analisi di ciò che dà soddisfazione e ciò che non la dà, la disciplina di riferimento delle imprese diventa sempre di più quella dell’etnografia sociale, dello studio dei comportamenti.
E questa viene sempre più utilizzata per una maggiore comprensione dei bisogni delle persone bypassando la razionalizzazione verbale, tanto più quella che avviene nei classici focus group.
Finora, come si diceva, questo cambiamento di metodo nell’identificazione dei bisogni è stato utilizzato soprattutto dalle imprese, in cerca di feed-back sui propri prodotti da parte dei cittadini-consumatori. Non sarebbe strano tuttavia se tracimasse ad altri ambiti, come quelli politici o perfino religiosi: essendo anche i partiti (e talvolta le chiese) soggetti il cui successo dipende anche dalla capacità della loro “offerta” di soddisfare i bisogni dei cittadini-elettori (e dei cittadini-credenti).
E c’è chi ipotizza che la diffusione di questo sistema di misurazione della felicità, sul lungo, possa mettere in discussione la dinamica stessa su cui si regge l’economia, evidenziando la scarsa correlazione esperienziale tra soddisfazione esistenziale reale e bramosia d’acquisto. Il che porterebbe a un ulteriore paradosso: quello di una tecnica affinata dalle aziende - dai produttori di beni o servizi - che finirebbe per ritorcersi contro il consumo imponderato di beni e servizi.»



Da: http://espresso.repubblica.it/visioni/societa/2017/02/02/news/e-tu-sai-davvero-quello-che-vuoi-1.294686
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"Intervista a Massimo Cacciari", di Francesca Paci

31 gennaio 2017 ore 12:40 segnala


«La crisi della sinistra è venuta a noia a Massimo Cacciari, che pure l’ha indagata a fondo come pochi. Ma, nella difficoltà di afferrare il nuovo ordine (o disordine) globale, il Novecento si prende la rivincita sulla Storia e ci riporta sempre al punto di partenza, tornando a proporre le logiche politiche di ieri.

- Cosa possiamo dedurre dal trionfo di Hamon, la sinistra della sinistra francese?
«Ma di quale trionfo parliamo? Di quale vittoria parliamo? Il problema, in Francia e nel resto d’Europa, non è quale sinistra o cosiddetta sinistra vinca le elezioni interne ma se la sinistra ce la fa poi alle elezioni che contano. E la risposta è no. È già capitato che alle primarie del centro-sinistra, anche alle primarie locali, prevalesse la sinistra sinistra. Come Hamon a Parigi, a Venezia a suo tempo passò Casson. Ma poi si perde regolarmente. Nessuna sinistra, socialdemocratica o meno, può vincere oggi in Europa».

- Allora rovesciamo la domanda: perché la sinistra non vince più?
«Ecco la domanda giusta. E la risposta è che ci sono ragioni storiche e strutturali, ragioni obiettive. Da una parte è venuta meno la classe operaia, il suo blocco sociale di riferimento, dall’altra la sinistra non ha capito la crisi fiscale dello Stato. Non c’è più spazio per la sinistra tradizionale, che si ricicli o meno. Certamente non c’è più spazio per i D’Alema e i Bersani. Ma in realtà non ce ne sarebbe neppure per i grandi leader socialdemocratici del passato come Willy Brandt, e non solo perché sono morti ma perché il mondo è cambiato e la sinistra tradizionale appartiene al mondo di ieri. Esattamente come la destra».

- La destra, no. Altrimenti come spieghiamo l’elezione di Trump?
«Trump non viene dalla destra tradizionale, tanto che i repubblicani non lo volevano. La destra tradizionale non c’è più, non vengono da quella esperienza né i Grillo, né i Salvini e neppure i pro Brexit del Regno Unito, dove i Tory erano piuttosto europeisti come Churchill. L’unica forza politica un po’ riconducibile al passato è Fratelli d’Italia, che però, non a caso, conta il 2%. Allo stesso modo Renzi non viene dalla sinistra tradizionale. Tutto questo è il mondo di ieri. Basta pensare che la prima clamorosa mossa di Trump è stata riavvicinarsi a Putin e che nel frattempo Putin si è ancor più clamorosamente avvicinato alla Turchia per intuire la portata del cambiamento rispetto al quale i concetti di destra e sinistra non spiegano più niente. O capiamo che i parametri del passato sono finiti, e non per incultura ma per motivi strutturali, o andremo incontro alla catastrofe».

- I nuovi populismi intercettano il cambiamento in corso: saranno anche in grado di governarlo?
«La parola populismi dice poco o nulla. Sono forze a volte più di destra, a volte più di sinistra e di sicuro non si oppongono al cambiamento in corso e non sono in grado di interpretarlo. Ma almeno rappresentano la testimonianza della fine delle politiche tradizionali e dei mutamenti radicali di questi anni. Oggi diciamo “populismi” come le antiche carte geografiche dicevano “hic sunt leones” per indicare le zone inesplorate: ci sembra che il problema siano loro ma il problema è capire dove andiamo smettendola di ragionare con gli schemi del passato».

- Gli schemi del passato comprendono le probabilmente obsolete categorie destra e sinistra ma comprendo anche il rapporto tra capitale e lavoro, che invece sembra ancora piuttosto attuale. O no?
«Anche il capitale e il lavoro non sono più gli stessi. Il capitalismo si è deterritorializzato, lo Stato nazionale non ha più la sovranità politica sui flussi di capitale, il lavoro dipendente è ormai polverizzato e non si organizza più come faceva nell’800 e nel ’900 nei grandi opifici. In realtà sarebbe bastato leggere Marx con attenzione per capire come sarebbe andata a finire, ma ormai ci siamo. Le diseguaglianze globali crescono a dismisura e in modo intollerabile. Questo è un colossale problema che prima o poi potrebbe far scoppiare tutto anche perché le grandi potenze politiche non sono per loro natura capaci di affrontarlo».

- Cosa potrebbe fare la politica se, come suggerisce, decidesse di togliersi gli occhiali del passato?
«Dovrebbe provare a capire e soprattutto dire la verità. Oggi il massimo che un politico può fare è essere onesto. Bisogna smetterla con le chiacchiere e invece elencare le poche cose che si possono fare illustrando come potrebbero funzionare meglio coordinandosi con altri. È assurdo continuare a sbandierare la sovranità illimitata che i politici non hanno più. Sono personalmente molto felice di questo intermezzo di Gentiloni in Italia, perché non dice un gran ché ma almeno non promette nulla».

- Per quanto sia ancora una volta il mondo di ieri: ha ragione il filosofo sloveno Slavoj Žižek, quando sostiene che la destra cresce cavalcando i temi che un tempo appartenevano alla sinistra?
«In qualche modo sì. Bisogna guardare ai problemi con modestia. Il lavoro non è più “massa” come quello del passato, i sindacati dovrebbero iniziare a occuparsi del lavoro dipendente disperso e della galassia del lavoro giovanile, del precariato a 500 euro al mese, dei cosiddetti voucher».

- A onor del vero qualcuno in Europa ci prova. Il francese Hamon ne parla e anche Martin Schulz si è candidato contro la Cancelliera Merkel per recuperare terreno con le classi operaie migrate dalla socialdemocrazia alla nuova destra. Non è così?
«Sinceramente mi auguro che in Germania vinca la Merkel, speriamo che prevalga alle elezioni e diventi leader: all’orizzonte la Cancelliera tedesca è l’unica che possa farlo. Lo ripeto: nessun partito socialdemocratico può oggi vincere in Europa. È passato il tempo. Vent’anni fa Tony e Blair e Clinton interpretarono la svolta epocale accodandosi al flusso egemonico della globalizzazione vincente senza alcuna critica. Da allora è andata sempre peggio, le sinistre hanno fatto tutti gli errori possibili, dal seguire l’America nelle sue scellerate guerre alla risposta, quella risposta, alle primavere arabe. E poi ancora, la Grecia, la Brexit, un sequel di scelte sbagliate. Accodarsi come fecero Blair e Clinton non è una scelta politica ma sub-politica».

- C’è ancora spazio per l’ambizione dei giovani ad avere un sogno?
«Poco. Ma è pessimo che i politici facciano finta di niente promettendo loro la sovranità illimitata che non hanno come avvenuto in Italia negli ultimi tempi. Bisogna spiegare ai giovani come stanno le cose invece di elargire elemosina, come nel caso degli 80 o i 500 euro».

- Il reddito di cittadinanza è un buon punto di partenza?
«Quella è la strada giusta. Se ci illudiamo che ci sarà di nuovo uno sviluppo capace di produrre più lavoro sbagliamo. È ancora il mondo di ieri, quello in cui si credeva che la rivoluzione tecnologica avrebbe aperto nuovi settori. È un fatto: sebbene in occidente la ricchezza continui a crescere si riducono le chance per il lavoro. Ma non per questo bisogna lasciare la gente senza le risorse minime. È una delle poche cose serie e vere dette dal Movimento 5 Stelle: bisogna sganciare le aspettative di vita dal fatto che si lavori, non è impossibile né disastroso. Il reddito di cittadinanza o come altro viene chiamato passa per un’utopia mentre è un approccio pragmatico, solidale e può ricostruire una comunità».

- Solidale, comunità: non sono parole del mondo di ieri?
«Ma no, da Aristotele a oggi non esiste comunità che possa esistere funzionando solo come un condominio. È razionale, logico. In un condominio, ammesso che sia vero, puoi startene chiuso in casa ma in un Paese, a livello nazionale, è difficile. L’America non funziona come un condominio e neppure la Russia e la Cina: o l’Europa lo capisce e smette di comportarsi come fosse un condominio dove si fanno solo i conti comuni o ci faranno il mazzo. Dobbiamo ragionare per provare a evitare il disastro oppure siamo finiti. Parlo dell’Europa ma anche dell’Italia. Ci sono già delle avvisaglie per noi, abbiamo votato no per salvare la Costituzione e adesso sarà tutto più difficile, ci chiederanno una manovrina, vedremo. Quanto credete che potremmo reggere misure di austerità drastiche tipo quelle imposte dalla Troika alla Grecia? Pensate che in Italia passerebbero senza sparare? I greci hanno retto ma le condizioni sono diverse e non parlo solo di dimensione: se cadi dal primo piano puoi reggere ma se cadi dal terzo piano crepi».»


Da: http://www.lastampa.it/2017/01/31/esteri/cacciari-nessuna-sinistra-oggi-pu-vincere-in-europa-XjpZFNtE6UsNwaUCay6rNI/pagina.html
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"Paolo Rossi: con M5s una scappatella...", di Nicola Mirenzi

22 gennaio 2017 ore 20:05 segnala


«Ci sono speranze che bruciano come gli amori improvvisi: “La mia storia con il Movimento Cinque stelle si è rivelata una scappatella estiva. È finita di colpo, con me che tornavo a casa mia, lui alla sua. Sono troppo alieno dall’idea di un partito – o di un movimento che a un partito assomiglia – per sentirmene attratto troppo a lungo”. Paolo Rossi è un attore che è sempre entrato nella politica dalla porta della passione. Ha raccontato con la maschera della commedia le stagioni di Bettino Craxi e di Silvio Berlusconi. Li ha colpiti ed è stato colpito, ma solo fino a quando hanno avuto il comando: “Attacco qualcuno se ha un ruolo. Quando lo perde, torna ad essere una persona normale e non m'interessa più farlo”. Il teatro, la tv, la canzone: nel suo essere un custode del confine invalicabile tra l'arte e la politica, Paolo Rossi è una contestazione vivente di Beppe Grillo: “Per me è inconcepibile – dice – essere allo stesso tempo un comico e un capo, un saltimbanco e un leader, un giullare e un sovrano. Se sei una cosa, non puoi essere anche l’altra. Grillo ha cercato di far evaporare la distinzione. Ma, in realtà, è passato dall’altra parte, quella del potere”.

- Così, però, ha cambiato sia la politica sia la satira.
«I politici hanno imparato a recitare davanti alla telecamera meglio di noi. Preferiscono una battuta a un discorso. Hanno ragione: televisivamente, è molto più efficace. Per questo, è impossibile oggi fare una parodia del potere, o di chi lo circonda: sono già una caricatura di se stessi, sarebbe come imitare un imitatore.»

- Maurizio Crozza la fa.
«Lui è bravissimo. Ed è anche intelligente, per questo credo conosca benissimo il rischio che corre. Quanto a me, facevo quelle cose nel 1992. Mi sono passati davanti personaggi che hanno fatto la storia. Oggi non avrebbe più senso. Non voglio ripetermi. Cerco altre vie.»

- È a teatro con la recita di Versailles di Molière.
«Molière osservava la regola numero uno del teatrante, quella che i miei maestri mi hanno insegnato sin dall’inizio: “Copiare è da coglioni, rubare è da geni”. Ho verificato. È vera. L’unica volta che sono venuti a propormi un testo a cui “nessuno aveva mai pensato” era una strepitosa cagata.»

- Fu Luigi XIV a commissionare l’opera: che c’entra lei con un sovrano assoluto?
«Nella mia vita, ho incontrato dei censori. Lui non lo era. Aveva una vita privata discutibile. Però, nella dimensione pubblica, era quasi marxista. Fece arrestare i corrotti di corte. Abbassare le tasse ai contadini e alzarle ai nobili. Ospitava artisti e poeti. Sfortunatamente, non l'ho potuto conoscere.»

- Il mecenatismo è da sempre un attributo del potere.
«Molière dovette fronteggiare l’ostilità della corte, contro la quale si scagliava. Non era Luigi XIV che voleva censurarlo. Erano i nobili.»

- È la censura che l’ha fatta sparire dalla tv?
«Non è vero che sono sparito: è che non la faccio sui canali delle sette sorelle. Trasgredire lì sarebbe solo un ulteriore tradimento. Mi farebbe indossare la medaglia della censura, ma poi? Sarebbe un gesto fine a se stesso, far finta di attaccare il potere mentre in realtà lo benedici. Una recita della contestazione.»

- Eppure lei ha lavorato in Rai e a Mediaset.
«Negli anni novanta, c’era un tale vuoto di potere che in televisione potevi godere di un’autonomia che oggi ti sogni. Alla Rai c’era gente come Angelo Guglielmi. Un persona colta, illuminata, che ti difendeva contro chiunque. Oggi chi c’è?»

- Campo Dall’Orto.
«Chi?»

- L’avrà sentito nominare, su…
«È un’epoca strana. I direttori cambiano alla stessa velocità con cui cambiano i calciatori. Una volta conoscevo le formazioni a memoria. Oggi non faccio in tempo ad odiare qualcuno che la domenica successiva già non è più in campo.»

- Matteo Renzi è rimasto abbastanza per raccoglierne un po’, di odio.
«Se devo essere sincero, lo considero più come un collega. Si vede che c’è qualcuno che gli prepara i testi. Lui è abilissimo a interpretarli. Non è il mio genere, ma devo riconoscere che è un grande intrattenitore: uno da prima serata.»

- Il suo genere è Dario Fo?
«Ho avuto tanti maestri: Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Carlo Cecchi, Giorgio Strehler. Dario Fo è stato uno di questi. Tutti avevano un’idea politico-culturale, che però esercitavano mantenendo una certa autonomia. Ho imparato da loro.»

- Fo, però, si è schierato al fianco dei Cinque stelle.
«Credo che Dario rivedesse in quel movimento qualcosa che aveva già vissuto negli anni sessanta e settanta, anche se i Cinque stelle hanno poco a che fare con la politica di quei tempi.»

- E lei?
«Conservare l’indipendenza del mio mestiere è fondamentale per me. È solo così che mantengo viva la passione – oltre che per il teatro – per la politica. Non amo i partiti, né i movimenti che ai partiti assomigliano. Spesso, il problema non è nel sistema. È proprio nell’appartenenza rigida.»

- Perché?
«Vengo da una terra particolare, Monfalcone, in provincia di Gorizia. Nella mia famiglia c’erano i rossi e i neri. I fascisti e gli antifascisti. Io sono cresciuto ascoltando le storie di tutti. Poi, ho fatto le mie scelte. Però quell’esperienza mi ha segnato. Ho imparato che nella storia spesso le cose non sono come sembrano.»

- Cioè?
«Quando ero più giovane e militavo nei gruppi di sinistra, era proibito cantare le canzoni di Lucio Battisti: era considerata una cosa di destra. Io, invece, le conoscevo a memoria. Mi sono reso conto di quanto fosse assurdo quando ho conosciuto uno di destra che mi ha raccontato di sapere tutte le canzoni di Guccini, De André e di Gaber ma che – come me con Battisti – non poteva cantarle perché era considerato troppo di sinistra. Vede quanto è stupido incasellarsi?»


Da: http://www.huffingtonpost.it/2017/01/22/paolo-rossi-m5s_n_14314616.html

"Un'economia a servizio di tutti...", di Elisa Bacciotti

18 gennaio 2017 ore 12:36 segnala


«Otto uomini. Facile immaginarli insieme attorno un tavolo, magari nella sala riservata di un ristorante esclusivo. Sono otto, nessuna donna tra di loro: i più ricchi. Più ricchi, da soli, di 3,6 miliardi di persone: la metà degli abitanti più poveri del pianeta.
Non la crisi migratoria, non la crisi finanziaria del mondo occidentale, è questa la vera crisi dei nostri giorni. Una disuguaglianza di ricchezza e di reddito sempre più estrema a livello globale, tanto da dover essere ormai considerata un effetto patologico piuttosto che fisiologico del sistema economico.
Perché con questi livelli di disuguaglianza, con l'1% del pianeta che ormai è più ricco del restante 99% (e in Italia: con l'1% che possiede il 25% della ricchezza nazionale netta), la crescita economica non riesce più a raggiungere e beneficiare, come invece è stato in passato, fasce sempre più ampie di popolazione.
Ceti e segmenti sociali ormai pienamente coscienti di questo stato di cose, e sempre più orientati a esprimere il proprio malcontento: in Italia (dati Oxfam-Demopolis) il 67% dei cittadini è contro le disuguaglianze in materia di accesso e qualità dei servizi educativi e sanitari. In Usa il malcontento della classe media, vittima della delocalizzazione dei propri posti di lavoro, è uno dei fattori che ha contribuito al successo di Donald Trump. La stessa Brexit, nel Regno Unito, è stata sostenuta da molti elettori che hanno visto nell'uscita dall'Unione Europea una possibilità per il governo inglese di tornare a pensare al benessere dei propri cittadini.
Di fronte alla crisi del sistema economico globale, che questi dati sulla disuguaglianza ci raccontano, le risposte efficaci non sono quelle parziali, isolazioniste, nazionali. Certo, occorre che ciascun governo faccia la propria parte - innanzitutto nel prendere coscienza che questa crisi non è ineluttabile. E successivamente nel riprendere in mano le redini dell'economia, nazionale e globale.
Perché di fronte a una disuguaglianza che mina la stabilità, la sicurezza delle nostre società, è necessario che i governi cooperino nel definire nuove regole del gioco. È questo che chiediamo ai leader del mondo, anche al governo Gentiloni e alle principali forze politiche, che presto saranno chiamate a confrontarsi in campagna elettorale sulle proprie proposte per il governo del nostro paese.
Si deve adottare un modello di "economia umana" che lavori a servizio del 99% - e in ultima analisi, del 100% degli abitanti del pianeta. Una economia che si fondi su accordi di cooperazione globale per la messa al bando dei paradisi fiscali e la lotta senza quartiere all'elusione fiscale, che sancisca il ritorno a sistemi di contribuzione fiscale più progressivi, che elevi - in ogni paese del mondo - gli standard di sicurezza e retribuzione per i lavoratori, in modo che abbiano accesso non solo a salari minimi, ma a salari dignitosi. Per tutti e per tutte, mettendo fine a un odioso gender pay gap.
Non si tratta di scelte utopistiche, ma di misure attuabili, da subito, cambiando semplicemente le lenti con cui guardiamo il mondo. Smettendo di considerare il PIL come una misura del benessere dei cittadini, e smettendo di dare per scontate le risorse ambientali limitate del nostro pianeta, su cui il modello economico attuale si fonda in modo insostenibile.
Davos si apre oggi, all'insegna del tema Leadership Responsabile. A volte la responsabilità si manifesta nell'avere il coraggio necessario di cambiare le cose, quando non funzionano per la gran parte delle persone. Questo ci aspettiamo dai leader economici e politici di tutto il mondo: proprio per liberare il grande potenziale che tutti gli uomini e tutte le donne del pianeta hanno nelle loro mani.
Oxfam è un movimento globale di persone che vogliono porre fine all'ingiustizia della povertà. Insieme, salviamo e ricostruiamo le vite nelle emergenze e denunciamo le cause di questa ingiustizia: disuguaglianza, discriminazione contro le donne e cambiamento climatico. Non ci fermeremo finché tutti non saremo liberi dalla povertà.»


Da: http://www.huffingtonpost.it/-elisa-bacciotti/si-adotti-un-modello-di-economia-umana-al-servizio-di-tutti-e-non-dell1_b_14220202.html?utm_hp_ref=italy

"È il mondo che è dopato...", di Ferdinando Camon

02 gennaio 2017 ore 23:18 segnala


«L’anno si chiude con uno scandalo sportivo di proporzioni epocali: si scopre che in più Olimpiadi gli atleti russi erano dopati in massa. Con la consapevolezza dello Stato, ministri, burocrati, medici. Qualche dirigente, scappato all’estero, sta rivelando adesso le gare truccate, gli atleti dopati, le tecniche per ingannare i controlli, tutto. Noi qui non facciamo (perché non ne abbiamo la competenza) un discorso “sportivo”, lo sport ha i suoi cultori e i suoi maestri, che ne stanno parlando con altezza d’ingegno anche su queste colonne. Noi qui ci poniamo alcune domande irresistibili: perché il doping è così esteso? così immortale? Perché stavolta è un doping non di qualche atleta ma “di Stato”?
L’atleta che bara ha la coscienza sporca? E se vince barando, come può succedere che esulti? Se un atleta è pulito e perde, come si fa a risarcirlo? Gli si manda la medaglia? E come, per posta? Ma è la stessa cosa? C’è doping anche tra i libri e i film, tra i premi letterari e cinematografici? Ad esempio, tra gli Oscar? E in Formula 1? No, perché qui si tratta di motori? E i motori non possono essere truccati? Sono una forma di doping anche le superpensioni e i vitalizi? E i superstipendi? Il doping, in senso stretto, è un potenziamento del corpo dell’atleta per mezzo di sostanze proibite. Proibite anzitutto per la protezione, la salute e la vita dell’atleta stesso. Ogni atleta si presenta in gara con cuore, nervi e sangue al massimo della preparazione. Questo massimo costa sforzi immani, allenamenti, diete, terapie, tecniche fisiche e psichiche, controllo delle medicine, del sonno, dello stress, sotto la guida di specialisti. Il corpo dell’atleta così preparato rende il massimo che può rendere. Il corpo dell’atleta dopato rende di più. Perché al rendimento frutto della preparazione aggiunge un super-rendimento frutto della chimica. Non importa se la chimica fa male o fa morire. Il principio è: la vittoria vale più della vita. Vinci oggi. Potrai morire, ma dopo. Morire dopo aver vinto è meglio che morire senza avere vinto. Spiegato così, il doping ci riguarda tutti.
È il mondo che è dopato. Non solo il mondo delle Olimpiadi, o del calcio, o del ciclismo, ma dei libri, dei film, delle competizioni elettorali, dei concorsi a cattedra, delle carriere dirigenziali e presidenziali... Tutti i concorrenti in tutte le competizioni pensano che, se vincono, vuol dire che meritano. Lo scrittore mediocre che vince un grande premio si sente più grande del grande scrittore che l’ha perduto. Il doping è figlio dell’etica del successo e l’etica del successo non è di un uomo o una squadra, è l’etica della nostra epoca. Se vinci ti senti grande anche moralmente. Se vinci da dopato, perché la tua squadra ti dopava, ti senti in linea con la morale della squadra, e questa per te è tutta la morale del mondo. Se vinci da dopato perché lo Stato ti dopava (e così veniamo al caso della Russia oggi), ti senti in linea con la morale dello Stato, e lo Stato è tutto, è il tuo creatore.
Perciò questi dopati che scopriamo oggi (una caterva, distribuiti in più Olimpiadi) hanno la coscienza tranquilla. Non mi stupirei se venissimo a sapere che, tra di loro, chiamano il dirigente che è scappato all’estero e ha rivelato tutto “il traditore”. Hanno avuto la medaglia d’oro, apparizioni tv, parate, soldi, trionfi... come può, tutto questo, passare a un atleta che s’è piazzato secondo? La più grande gioia del vincitore è l’estasi e il delirio del pubblico che scatta in piedi e applaude. Come fai, anni dopo, a dare questa gioia al secondo? Ahimé, chi perde, potrà avere la riabilitazione, ma è una cosa diversa dalla vittoria. Anche chi perde lo Strega o l’Oscar, perché un rivale ha un editore o un produttore in grado di truccare la votazione, potrà avere un risarcimento sui tempi lunghi (se il suo libro o il suo film è più bello, durerà di più), ma non avrà più il trionfo della premiazione. E qui c’è un buco nei regolamenti. Torniamo a bomba al doping delle Olimpiadi. Tutti lo ammettono, anche i colpevoli. Allora perché alle prossime Olimpiadi non s’introduce una breve cerimonia, per riassegnare le medaglie secondo giustizia, a chi le merita? Se lo sport ha una funzione educativa, questa cerimonia ne sarebbe il vertice.»


Da: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/un-rimedio-al-doping-dalle-molte-facce
f531a69d-c94f-472b-9489-ebfc22cc6178
« immagine » «L’anno si chiude con uno scandalo sportivo di proporzioni epocali: si scopre che in più Olimpiadi gli atleti russi erano dopati in massa. Con la consapevolezza dello Stato, ministri, burocrati, medici. Qualche dirigente, scappato all’estero, sta rivelando adesso le gare truccate, gl...
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"Vi dichiaro robot e marito (o moglie)", di Giulia Pompili

29 dicembre 2016 ore 18:39 segnala


«Che l'istituzione del matrimonio sia in crisi un po' ovunque, insomma, non è una novità. E non c'entrano le unioni civili, nemmeno il divorzio breve: forse è soltanto quell'idea di un sentimento condiviso, cercarsi e poi trovarsi, sopportarsi, che non è più tanto moderna. Lo ha detto pure il Papa, oggi, all'Udienza generale: "Gli sposi novelli io li chiamo i coraggiosi perché ci vuole coraggio per sposarsi". E infatti la crisi dei matrimoni c'è pure nell'èra in cui una app può risolverti ogni situazione, e trovarti l'anima gemella grazie a un algoritmo. La scienza ha i suoi limiti e il problema, piuttosto, sono gli uomini – intesi come specie umana: sbagliano, annoiano, parlano troppo, parlano troppo poco, sono egoisti, sono sessualmente insufficienti. C'è una sconfinata letteratura di fantasia basata sull'idea di una moglie (o marito) talmente perfetta da sembrare (essere?) finta, ma negli ultimi decenni il rapporto tra corpo biologico e macchina antropomorfa è diventato una realtà grazie alla scienza. I robot sono sempre più vicini all'essere umano, interagiscono, e fanno, anzi danno, sesso. Non siamo ai livelli di "Westworld", ancora, ma poco ci manca. Qualche tempo fa, su queste colonne, avevamo raccontato l'origine delle macchine che promettono di sostituire il partner erotico, dalla bambola dell'artista Matt McMullen passando per quelle dell'ingegnere Douglas Hines fino al robot giapponese Pepper, i cui sviluppatori hanno dovuto inserire tra le clausole del contratto di vendita "vietato fare sesso con Pepper".
E' anche per questo boom d'immaginario erotico che già da tempo esistono movimenti e campagne contro l'amore tra uomo e macchina: è un problema etico, insomma, che riguarda la possibile estinzione del genere umano ma anche l'abituarsi al rapporto padrone-schiavo con l'altro, considerare le persone al pari di oggetti e le prostitute semplicemente sex-machine (qui c'è una vera intervista con l'animatrice, in carne e ossa, del movimento Campaign against sex robot, Kathleen Richardson). Altro che depenalizzazione dell’infedeltà coniugale, qui il problema è che un robot è per sempre. Perché tutto questo indignarsi potrebbe essere ormai fuori tempo massimo. Alla conferenza “Love and Sex with Robots” che si è tenuta qualche giorno fa all'università degli artisti di Londra, la Goldsmith University, lo scacchista e matematico David Levy – autore di una bibbia sul tema, ovvero il libro "Love and Sex with Robots" – ha detto: "Entro il 2050 si legalizzeranno i matrimoni tra umani e robot". Per Levy, le coppie miste saranno una normalità già tra una quindicina di anni – scrive Quartz – e i matrimoni possono sembrarci impossibili oggi, ma "trentacinque anni fa si pensava la stessa cosa dei matrimoni gay. E fino agli anni Settanta alcuni stati non permettevano i matrimoni tra bianchi e neri. Le società cambiano e progrediscono rapidamente". Pure Adrian Cheok, docente di Pervasive computing, è convinto: "Se un robot si comporta come se ti amasse, e tu lo senti davvero, allora si è quasi al livello di un amore umano". E poi: "Abbiamo già molta empatia con creature non-umane o di altre specie, come gatti e cani. Dunque, se avessimo dei robot che si comportano come umani, basterebbe un piccolo salto per essere empatici anche nei loro confronti". Una sua allieva, Emma Yann Zhang, è già finita sui giornali per aver messo a punto “Kissinger”, che sta per “mobile kiss messanger”, un affare che si infila nel telefonino e grazie al quale il bacio virtuale è un po’ meno virtuale. In fondo molte donne, già oggi, preferiscono lo smartphone al bacio sotto casa, il gatto all'uomo. Ma non è detto che vorrebbero sposarlo.»


Da: http://www.ilfoglio.it/tecnologia/2016/12/28/news/robot-sesso-e-matrimonio-impero-dei-sensor-112872/
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"Lettera a un terrorista...", di Amal Alqawasmi

27 dicembre 2016 ore 14:13 segnala


«Ovviamente devo cominciare qualsiasi lettera con un saluto, per almeno una riflessione di pace (salam), però in questo caso, a un terrorista, come posso esprimere il mio desiderio di pace per chi vuole distruggere la vita degli innocenti! Beh... insomma, è un compito molto difficile dall'inizio. Tuttavia, ti scrivo almeno francamente.
Sei disperato? Non trovi un lavoro? Ma scusami, è vero che la disoccupazione è un problema grave, ma ci sono tanti altri disoccupati, senza soldi, senza casa, e non ci hanno neanche pensato di fare il terrorista! Al contrario, continuano a provare mille volte a trovare un lavoro, a confrontare ogni difficoltà con grande sforzo e speranza, e soprattutto con la loro fede, e tu dici che credi in Dio! È vero, oppure mi sbaglio! E lo dici senza credenza!
Almeno sei giovane, puoi creare le tue opportunità nella vita, e non permettere agli estremisti di sfruttare il tuo vigore. Loro ti ingannano, ti dicono che diventerai un eroe quando diffonderai la paura tra la gente! Stai sveglio, prova almeno a usare il tuo cervello, il vero eroe è quello che aiuta chi ha bisogno, e chi fa sentire la gente protetta e sicura, invece quello che fai tu è esattamente il contrario!
Parliamo chiaro, sei drogato, sei un spacciatore di droga, hai dei precedenti? Allora devo dirti che hai un problema da risolvere, e il modo più effettivo per farlo è cominciare una vita nuova, pulita, senza fare male a nessuno. Anzi, devi fare tutto per aiutare e migliorare la comunità dove vivi. Non ci riesci? Vale la pena provare mille volte, e comunque, puoi almeno essere onesto; è nel mondo del crimine, laddove hai perso completamente la bussola, non nella tua cultura, neanche nella tua religione; perché nessuna religione ti permette di fare del male alla gente, e tu invece pensi quando fai il killer, che lo fai nel nome della tua religione!
E dov'è stata la tua religione quando eri drogato, quando hai perso la strada?! Ovviamente si vede che tu non hai avuto l'opportunità giusta per capire cosa significhi essere fedele a Dio; perché segui il contrario. Tu credi nella ideologia degli estremisti, nella loro deviazione intellettuale, che non c'entra nulla con la pace e misericordia di Dio.
Tu pensi che gli estremisti siano praticanti, religiosi, persino fedeli?! Come sei riuscito a esserne sicuro?! E poi sei riuscito a dare a quei terroristi la tua fiducia, e probabilmente non vi siete mai incontrati di persona?! Il terrorismo non ha un religione, usa l'ignoranza per compiere le cattiverie. Tu non sai nulla della loro agenda, sei stato reclutato attraverso la rete, laddove ti raccontavano bugie, e ti hanno elettrizzato con le loro avventure, simili alle tue avventure con la droga e con il mondo dei criminali. E non dirmi che ancora non sei consapevole dei pericoli della rete!
È il primo posto per la diffusione del terrorismo, come fai a non saperlo! Allora ecco perché tu non hai saputo che loro distruggono la vita degli innocenti nell'oriente, e diffondono l'odio e la paura nell'occidente, e tu pretendi che lo fai per la giustizia! No, tu infatti fai lo schiavo per i terroristi, come benzina sul fuoco, e aumenti la sofferenza dei popoli sia nell'oriente, che nell'occidente.
Svegliati! Tu sei soltanto uno strumento usato per ammazzare gli innocenti attraverso la tua stessa distruzione.»


Da: http://www.huffingtonpost.it/amal-alqawasmi/lettera-a-un-terrorista_b_13860870.html?utm_hp_ref=italy

"Dialogo con Ivano Fossati...", di Michele Monina

18 dicembre 2016 ore 12:53 segnala


« - Il punto è che mai come oggi l’assenza di uno come Ivano Fossati pesa. Pensare a come ci racconterebbe in musica l’oggi, a come descriverebbe questa Italia e anche quello che noi italiani siamo diventati è una curiosità che sappiamo non troverà pace e che ci lascia un po’ un senso di vuoto. Ma lui ha smesso di cantare in pubblico, ha smesso di fare album, di fare concerti, e su questo non lascia spazio a possibilismi. Nessuna reunion con se stesso, quindi.
“L’idea della reunion con me stesso è interessante, ma no, non intendo tornare sui miei passi. Io continuo a cullare questa monomania per la musica che mi accompagna da sempre, sin da ragazzino. Pensa che da giovane ero così fissato con la musica che, mentre i miei compagni si prendevano la patente a diciott’anni, io neanche me ne sono ricordato. L’ho presa a trenta, quando qualcuno mi ha fatto notare che non potevo guidare la macchina. Oggi passo le giornate a studiare musica, lo faccio con passione e dedizione. Quattro, cinque ore al giorno. Anzi, sono molto più bravo oggi a suonare di quando facevo concerti. Me lo dico pure, se avessi saputo fare questi fraseggi, questi passaggi anni fa avrei tirato giù i teatri. Poi ogni tanto qualcuno mi chiede una canzone. Se lo ritengo interessante la scrivo, altrimenti tergiverso, soprassiedo, fingo di non aver capito. Di solito mi chiedono canzoni perché vogliono cambiare qualcosa nella loro carriera, ma credo sia più una idea che si sono fatti gli altri su di me che una mia reale capacità di farlo.”

- Quando ti sei ritirato hai parlato chiaramente di volerti godere la famiglia, di voler viaggiare, guardare il mare. È a questo quindi che ti stai dedicando?
“Certo. Il tempo passa e ho sentito la necessità di fare un passo a lato da quel disastro che stava capitando. Perché secondo me abbiamo cantato la morte della discografia, e più in generale del mondo della musica, un po’ troppo presto. Quando ancora non eravamo pronti per farlo, quando ancora un mercato c’era e era anche necessario. E cantando la morte di quel mondo abbiamo incomprensibilmente rinunciato a quanto di buono avevamo dalla nostra parte.”

- Come se nell’abbandonare una zavorra da una mongolfiera che rischia di cadere avessimo buttato giù anche i passeggeri…
“Sì, noi avevamo una storia importante, una cultura musicale importante. Pensa agli anni settanta, quelli erano anni tremendi, in cui i cantautori hanno raccontato con le loro canzoni la situazione pesante che si viveva, le bombe, la tensione. Oggi, mentre siamo a un passo dalla Bolivia come corruzione, mentre abbiamo la mafia, mentre abbiamo una disoccupazione incredibile per un paese che si pensa evoluto, non abbiamo più niente di tutto questo nelle canzoni, come se di colpo chi scrive canzoni non riuscisse a cogliere l’importanza di quel che ci circonda e si fosse concentrato solo sui sentimenti, evitando il contesto.”

- Per di più con un lessico sempre più povero, fatto di poche parole, anche piuttosto sciatte, incapaci di trasmettere altro che quel che raccontano, bidimensionali…
“Questa cosa dell’impoverimento del lessico è evidente. Quasi un voler rincorrere un giovanilismo a tutti i costi, per di più un giovanilismo finto. Uno si guarda un film, una bella storia, per dire, e dentro quella storia, quella ambientazione, se anche c’è una storia d’amore se ne appassiona, ma perché inserita in quel contesto lì. Vuoi scrivere oggi una canzone d’amore? Bene, è importante anche questo. Ma raccontala partendo dall’oggi. Concentrati su quello.”

- Per altro il giovanilismo è una tendenza generale. Come se quello fosse il solo pubblico possibile, e quindi come se di conseguenza chi canta dovesse cercare una mimesi coi propri ascoltatori, sia testuale, che anche estetica.
“Per altro i giovani ti sgamano subito se sei finto. Loro pretendono verità, e fanno bene. Ai miei ultimi tour, quelli fatti negli ultimi anni, c’erano tanti ragazzi. Un tempo le prime file erano tutte di avvocati con le mogli, ma negli ultimi anni c’erano tantissimi giovani. Perché i giovani sono molto più attenti di quel che ci aspettiamo. Pretendono anche molto più coraggio di quanto non ci aspettiamo”.

- Questa del coraggio è una faccenda che in qualche modo ti riguarda. Perché quando mi capita di chiedere a qualcuno di osare di più, di provare per una volta a essere se stesso, a non rincorrere dei cliché piuttosto avvilenti, mi viene sempre risposto che ci vuole coraggio, che si corre il rischio di non apparire credibili e poi, puntualmente, vieni citato tu, come esempio di uno che è sempre stato coerente, e che infatti oggi si è ritirato.
“Come ti dicevo ho lasciato per altri motivi. Perché non credo avesse senso proseguire e perché volevo anche staccare con questo mondo. Ma nella mia carriera ho spesso osato, anche correndo rischi. Pensa solo ai mondi musicali che ho provato a affrontare. E sono convinto che rischiare sia molto più remunerativo che starsene immobilizzati. Perché se sei coerente, credibile, se la gente di percepisce come un artista che gli dice la verità, tra te e il pubblico si instaura una sorta di patto. Un patto per il quale chi ti segue accetta che tu decida di correre rischi, facendo anche cambiamenti, e metta sul piatto anche l’idea di non apprezzare necessariamente i tuoi cambi di rotta, promettendoti però di non abbandonarti. Se invece sei falso, rassegnati, non ti segue nessuno”.

- Ma torniamo a parlare di quel che sta succedendo oggi. Tu non fai più dischi e non fai più live, ma continui a scrivere, raramente, per altri. Lo fai su commissione, componendo e scrivendo direttamente per chi te lo chiede?
“Io ho sempre fatto così. Nel mio archivio personale, nei miei cassetti, non c’è praticamente rimasto niente. Se nessuno mi chiede un brano io non scrivo, e per me, sapendo che non avrei fatto altri dischi, non ho più scritto una canzone.“

- La notizia è sconcertante, perché immaginavo avessi chissà che archivio. Ma preso atto di questo, come vedi il momento? Perché mai come oggi il mondo della musica è pieno di interpreti, con tutti quelli usciti dai talent, e mai come oggi, quindi, gli autori dovrebbero avere stimoli, con tutte le canzoni che possono essere cantate.
“Questo è vero. Ma se mi capita, e capita di rado, di ascoltare la radio, onestamente, non è che sento cose entusiasmanti. L’impressione è che non si lavori sugli artisti, non si osi, appunto. C’è stata una omogeneizzazione, e non dovrei neanche dirlo, forse non devo proprio dirlo, che non è carino. Sembra tutto molto uguale, come poetica, come musiche.”

- I sentimenti, oggi, la fanno da padrona. Lo dicevamo anche prima. Cosa che per altro ha privato assolutamente le canzoni dei corpi. Nessuno ne parla più, come se l’anima fosse superiore ai corpi, come se l’amore angelicato fosse superiore anche alla sensualità. Tu hai sempre cantato di amore ma anche di una carnalità matura, penso a Notturno delle tre, a L’angelo e la pazienza, a L’amante…
“Non c’è ricerca, con la scusa dell’assenza di credibilità tutti si uniformano a uno standard assolutamente poco credibile. Non coraggioso. Io i nomi non li conosco, ma non posso pensare che non ci sia tra le tante interpreti qualcuna che sia come era una Loredana Bertè alla fine degli anni Settanta. Anche perché, andrebbe detto, sono passati anni e noi dovremmo essere andati avanti, non indietro. Io ho scritto Pensiero stupendo per Patti Pravo, pensando a lei. E lei era in grado di sostenere quella canzone, ma oggi quella canzone dovrebbe essere ancora più coraggiosa. Non più scandalosa o più spinta, ma proprio più contemporanea, provare a spostare nella contemporaneità quelle tematiche, invece si preferisce cantare di amore come se fossimo tutti ragazzini.”

- Penso ai tuoi versi sull’amore, sulla passione in età matura, come ne Il natale borghese, anche l’idea di invecchiare, il cambio di prospettiva pure nel guardare ai sentimenti, quello di cui parli nel libro intervista fatto con Massimo Bernardini per il tuo cofanetto Contemporaneo, quando paragoni la perentorietà con cui guardavi al rapporto di coppia a venticinque anni in La costruzione di un amore rispetto a come guardi l’amore oggi, con uno sguardo decisamente più compassionevole, meno rigido, in Il suono della voce, che hai scritto per Tosca. Oggi nessuno sembra voler cantare questo, il passare del tempo, il cambio di sguardo sul mondo anche dei sentimenti, l’invecchiare dei corpi, le metamorfosi delle passioni…
“Noi dovremmo tutti essere felici di invecchiare. Lo facciamo a fatica, giorno dopo giorno. Dovrebbe essere una conquista, più che una pena. Invece ci si preclude la possibilità di mettere tutto questo al centro della canzone, e forse anche della vita. Niente corpi, niente rughe, ma neanche un po’ di sensualità. E in questo, tornando a quel che ci dicevamo prima, l’impoverimento del lessico ha un forte peso, perché anche le parole che si scelgono per raccontare le storie, i sentimenti, ne sono parte integrante. Il significante è parte del significato, è inutile nasconderci.”

- In Contemporaneo, per altro, tu che sei a lungo stato identificato come il cantautore delle parole hai deciso di occuparti prevalentemente delle musiche. Operando scelte a partire dalla parte compositiva e arrivando a dedicare un intero cd sui dieci che compongono il tutto, esclusivamente agli strumentali.
“Il fatto è che se mi fossi occupato delle canzoni a partire dai testi avrei fatto quello che tutti si sarebbero aspettati, senza un minimo di meraviglia. E poi, diciamolo, la parte musicale dovrebbe essere quella fondamentale nelle canzoni. Solo che da noi, per anni, la critica musicale non è praticamente esistita, chi ne scriveva non capiva nulla di musica, per cui si sono sempre e solo concentrati sulle parole. Era più facile.”

- Quindi, in conclusione, non sapremo come ci canteresti l’Italia d’oggi, ne come ci racconteresti il tuo essere un sessantacinquenne che guarda il mare, che viaggia, che si vive la famiglia. Nessuna renion…
“Sono sicuro della mia scelta, ovviamente più oggi che cinque anni fa quando l’ho portata a compimento. Perché oggi so che è meglio così. Oggi so che quello che pensavo, in effetti, è stato meglio. Quello che posso dire, però, è che penso che per quanto possa essere lungo il filo su cui devono camminare gli equilibristi di oggi, per quanto sia profondo il baratro, per quanto sia tutto incerto, una volta arrivati dall’altra parte, non ci sono dubbi, ci deve per forza essere la porta di casa.” »



Articolo integrale in: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/16/ivano-fossati-oggi-nelle-canzoni-si-parla-solo-di-un-amore-da-ragazzini-niente-corpi-rughe-e-sensualita-eppure-invecchiare-e-una-conquista/3264676/
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« immagine » « - Il punto è che mai come oggi l’assenza di uno come Ivano Fossati pesa. Pensare a come ci racconterebbe in musica l’oggi, a come descriverebbe questa Italia e anche quello che noi italiani siamo diventati è una curiosità che sappiamo non troverà pace e che ci lascia un po’ un sens...
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"Negare ciò che non si vede?", di Giorgio De Simone

16 dicembre 2016 ore 14:51 segnala


«Un celebrato scrittore di casa nostra, arrivato a superare la novantina, ha detto in una recentissima intervista che la morte non gli fa paura. Subito peraltro aggiungendo: «Ma dopo non c’è niente». Affermazione che fa il paio con altre simili rilasciate da un nostro famoso clinico da poco scomparso. In casa della mamma si recitava il rosario, ma un giorno si presentarono Scienza e Ragione, scalzarono la Fede e presero a dominare la vita, la professione, la cultura, l’educazione familiare. Del resto anche un decantato scienziato aveva conosciuto il disincanto religioso. E con lui un ben noto filosofo, una insigne studiosa, un lucido centenario. Tutti sono stati molto ascoltati, riuscendo a disegnare una grande ombra sul prato verde della fede.
Noi assai spesso parliamo di modelli. Sappiamo, per esempio, che modelli siano i grandi campioni dello sport, soprattutto i calciatori, per i più giovani, e stigmatizziamo i comportamenti impropri di alcuni di loro perché, diciamo, sono di cattivo esempio. Ma anche un famoso scrittore è un modello. E un famoso clinico che ha curato migliaia di persone. E il grande fisico, il grande matematico. Modelli che mi domando quanto si rendano conto del buio che diffondono negando la più alta speranza umana, quella che non vede nella morte la fine della vita. Ritorna in mente il concetto largamente espresso da Dostoevskij nei suoi personaggi , in Raskòl’nikov, Kirìllov, Ivàn Karamazov: «Se Dio non esiste, tutto è permesso».
Dove, nel «tutto» sta anche il pensiero dell’inesistenza di Dio, sta il positivismo di Émile Zola, persuaso che la scienza porterà l’uomo a una sorta di onnipotenza, sta il nichilismo europeo da Nietzsche a Heidegger con la conseguente «morte di Dio» e con il divino che sembra sparire dalla Terra anche per ciò che vi accade: le tragiche dittature del secolo scorso, le due guerre mondiali. «Ma Cristo, dove sei?», dice nel film di Monicelli 'La grande guerra', il sergente sotto l’attacco sbaragliante.
E il cappellano: «È qui, qui tra noi. Se ha trentatré anni è dell’84». Né ci sono solo i massacri delle guerre. C’è la sofferenza di tanti esseri indifesi e di tanti bambini, la stessa sofferenza che fa dire a Ivàn Karamazov: «Non che non accetti Dio, ma semplicemente gli restituisco il mio biglietto». E vengono in mente le notti oscure dei santi, da san Giovanni della Croce a santa Teresa di Calcutta, e il 'Tu muto più del cemento' di David Maria Turoldo. Tutto ciò e molto altro ancora si è depositato nell’animo di molti uomini illustri inducendoli a non credere in Dio e a dichiararlo. Ammirevolmente, secondo molti. Una volta certi argomenti venivano considerati personali e non se ne parlava, oggi se ne parla anche non richiesti. Uno non ha la fede e lo vuole dire.
Ma c’è modo e modo. Quando il celebrato scrittore ha detto: «Dopo non c’è niente», ha irriso a milioni di credenti, li ha considerati degli illusi e ha anteposto la propria convinzione a quella di tutti coloro che ne hanno avuta una ben diversa, a partire dai discepoli di Gesù per andare agli apostoli e via via ai grandi scienziati e pensatori, a Copernico, Keplero, Pascal, Newton, Marconi, e poi a Tolstoy, a Manzoni, per non parlare dei grandi spiriti e di tutti i santi, da Francesco ad Agostino fino ai nostri contemporanei. Ma allora cosa dovrebbe dire, da non credente, il celebre scrittore, il famoso clinico, il rinomato matematico quando il discorso va su cosa c’è dopo? Semplicemente che lui, dopo, non vede nulla. Non vede ciò che magari gli piacerebbe vedere e, dunque, non sa cosa ci sia: niente, lui crede, ma la certezza non ce l’ha.
Quando sento una certa radio cattolica che mi dettaglia come dopo la mia dipartita mi troverò subito davanti a Cristo giudice e verrò indirizzato di qua o di là, per crederci mi devo armare di una fede di ferro. Perché posso ben contare sull’esistenza di un’altra vita, ma (visioni private a parte, alle quali la Chiesa non m’impone certo di credere) chi me la può descrivere? Chi è stato di là ed è tornato a parlarmene? Nei Fratelli Karamazov lo starec Zosima dice che ci è stata donata «la segreta, misteriosa sensazione del nostro vivo legame con un altro mondo». Un legame che evidentemente non tutti sentono come non tutti sentono la musica. O la poesia. Un legame che è gratuito negare oltre che offensivo, a me sembra, verso i tanti, i tantissimi che l’hanno stabilito.»


Da: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/smettere-di-negare-ci-che-non-si-vede
08f0e83b-a4a7-48cb-9cac-ea256b07959e
« immagine » «Un celebrato scrittore di casa nostra, arrivato a superare la novantina, ha detto in una recentissima intervista che la morte non gli fa paura. Subito peraltro aggiungendo: «Ma dopo non c’è niente». Affermazione che fa il paio con altre simili rilasciate da un nostro famoso clinico ...
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16/12/2016 14:51:55
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"Si può parlare di razze umane?", di Focus

10 dicembre 2016 ore 13:45 segnala
Dal punto di vista scientifico la distinzione razziale non sta in piedi. Le migrazioni dei nostri antenati infatti hanno mescolato i geni.

Nella foto: una cartina tedesca ottocentesca con la distribuzione delle "razze".


« - No, il termine razza non è scientifico: gli uomini non sono stati isolati geograficamente abbastanza a lungo da creare varietà genetiche distinte. L’uomo è da sempre in continuo movimento e le varietà continuano a diluirsi una nell’altra. Come ha dimostrato il genetista Luca Cavalli-Sforza, che ha demolito i fondamenti biologici del concetto di razza, le civiltà non sono strutture chiuse e isolate.
- La somiglianza genetica del genere umano è frutto della comunanza di antenati recenti e delle migrazioni, che hanno determinato unioni e scambi di geni fra individui provenienti da aree geografiche diverse. Le caratteristiche fisiche predominanti di certe popolazioni dipendono invece da un numero molto ridotto di geni e sono state selezionate dalle condizioni ambientali.
- Richard Lewontin fu il primo genetista a smentire senza ombra di dubbio il mito dell’esistenza di differenti razze umane. Eppure, quando gli chiesero se lui credesse nella razza, la sua risposta fu: «Certo, le razze esistono». Salvo poi indicarsi la testa e aggiungere: «sono tutte quante qui». Faceva riferimento, ovviamente, alla nostra immaginazione: l’unico “luogo” dove le superficiali differenze tra le diverse popolazioni umane vengono prese ancora sul serio. E allora, perché di fronte a evidenze così schiaccianti facciamo ancora fatica ad abbandonare questo pregiudizio?
- Nata per necessità politiche nel mondo postcoloniale, da sempre discussa in ogni disciplina e costantemente sottoposta all’indagine della scienza, l’idea che la specie umana sia divisa in razze, intese come gruppi all’interno della nostra specie, ciascuno caratterizzato da tratti fisici e comportamentali ben definiti, non è mai stata in alcun modo dimostrata con strumenti scientifici. Eppure è un’idea impossibile da sradicare dalle nostre menti, ancora oggi che una maggioranza schiacciante all’interno della comunità scientifica (e non solo) concorda sul fatto che si tratti di una bugia. La colpa, per così dire, potrebbe essere della nostra storia culturale ed evolutiva; apparentemente, un’eredità con radici troppo profonde per sradicarle con la sola forza della ragione.
- Le differenze, evidenti e innegabili, tra gruppi umani che popolano aree diverse del globo risalgono ai primordi della nostra specie; l’idea che queste differenze fisiche, frutto di adattamenti all’ambiente, implicassero anche differenze psicologiche e comportamentali profonde, al punto da poter distinguere (e ordinare) le diverse popolazioni del mondo, è nata solo alla fine del XV secolo, quando il colonialismo portò l’uomo occidentale, e la sua necessità di dominio, in ogni angolo del mondo. Tempo due secoli e i maggiori antropologi dell’epoca cominciarono ad affannarsi a catalogare le presunte razze, e a inventare un criterio valido e universale per distinguerle tra loro. Risultato? Niente di niente.
Mentre la comunità scientifica dibatteva sul nulla, l’idea di “razza” era già diventata il più potente motore della nuova economia coloniale. Il trattamento riservato alle popolazioni africane deportate negli Stati Uniti per ridurle in schiavitù, per esempio, era la diretta conseguenza della loro appartenenza a un’altra razza, considerata intellettualmente inferiore. Nel XVIII secolo, intellettuali di tutto il mondo si appellarono alla cosiddetta scala naturae, l’ordine naturale (gerarchico) di tutte le specie viventi, e collocarono le popolazioni africane un gradino sotto la nostra.
Il rafforzamento di questi stereotipi nella cultura popolare, anche grazie a una sapiente opera di propaganda dell’intera classe intellettuale dell’epoca, portò infine alle leggi (americane e inglesi in primis) contro i matrimoni misti.
- L’antropometria, lo studio e la catalogazione delle misure e delle proporzioni del corpo umano, divenne la stampella scientifica su cui appoggiarsi: ogni razza poteva essere definita da un preciso set di numeri e statistiche, un’idea che non teneva in considerazione i cambiamenti tra una generazione e la successiva, e che eliminava in toto dal discorso l’evidente variabilità all’interno della stessa “razza”.
Bastò ripetere gli studi con un occhio a questi dettagli per capire come l’antropometria fosse basata sul nulla: agli inizi del XX secolo, Franz Boas pubblicò studi che dimostravano quante differenze ci fossero tra una generazione e l’altra della stessa “razza”, e quanto anche i valori medi di certi parametri si modificassero con il passare delle generazioni. Poi arrivò la svolta: la riscoperta delle leggi mendeliane sull’ereditarietà diede il via alla ricerca di tratti genetici puramente ereditari, utili a distinguere le razze tra loro. Ma anche la genetica non riuscì a trovare correlazioni tra razze e geni.
- Oggi che conosciamo bene il nostro Dna ci rendiamo conto che le nostre differenze non sono nient’altro che sfumature, in termini genetici. A separarci dagli altri esseri umani c’è una percentuale minima del genoma: in media, ogni uomo è biochimicamente simile a ogni altro uomo sul pianeta per il 99,5%, una percentuale variabile secondo la distanza. Inoltre, «ogni popolazione mantiene al suo interno quasi il 90% della variabilità genetica (cioè tutte le varianti dei diversi geni) della nostra specie»; ecco perché stabilire dei confini è un esercizio inutile.
Né vale l’obiezione di chi paragona le presunte razze umane a quelle di cani o cavalli: «Quelle razze sono molto più distinte tra loro di quanto lo siano quelle umane. Tutte le razze di cani, in particolare, sono state selezionate per renderle, per così dire, “omozigoti” rispetto ad alcuni geni, che sono presenti solo in quella razza e la definiscono», mentre tra gli umani la variabilità genetica è maggiore. Le razze, dunque, esistono davvero solo nella nostra testa: quella di distinguere e dividere è un’abitudine umana che risale, storicamente, quantomeno agli ateniesi del V secolo, che classificavano il mondo in “greci” e “barbari”. La visione bipolare del “noi e loro” è comune a tantissime culture, ed è una realtà psicologica che secondo alcuni ha radici profonde nella nostra storia evolutiva.
Secondo questa visione, l’idea di razza ha il suo embrione tra i cacciatori-raccoglitori: «Una società nella quale è fondamentale riuscire a classificare immediatamente qualcuno che non si conosce, come alleato o avversario». Il che dimostra che, per quanto duro voglia farci credere di essere, chi è razzista lo è soprattutto per paura. »


Da: http://www.focus.it/scienza/scienze/si-puo-parlare-di-razze-umane
0fdbb2f7-41ec-4010-8907-91b9ac66e172
Dal punto di vista scientifico la distinzione razziale non sta in piedi. Le migrazioni dei nostri antenati infatti hanno mescolato i geni. Nella foto: una cartina tedesca ottocentesca con la distribuzione delle "razze". « immagine » « - No, il termine razza non è scientifico: gli uomini non...
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