"Le lavanderie globali...", Redazione di Panorama

21 marzo 2017 ore 17:19 segnala
L'inchiesta del "Guardian": ammonterebbe ad almeno 20 miliardi di dollari la quantità di soldi lavati nelle banche britanniche e statunitensi, "lavanderie globali" dello "sporco denaro" russo.



«Una serie di grandi banche britanniche e statunitensi sarebbero coinvolte in un giro di riciclaggio di denaro sporco - rubato o di origine criminale di varia natura - proveniente dalla Russia.
Tra queste anche nomi di primo piano, tra cui l'Hsbc, la Citibank, Loyds Bank, la Royal Bank of Scotland e la Bank of America.
Secondo i documenti attualmente in possesso del quotidiano britannico The Guardian, dal 2010 al 2014, l'entità di tale traffico avrebbe raggiunto un ammontare di 20 miliardi di dollari, ma la cifra potrebbe essere anche di molto superiore.
In quella che gli inquirenti hanno battezzato The Global Laundromat, "la lavanderia globale" sarebbe stato individuato il coinvolgimento di 500 persone, in un gruppo eterogeneo che include oligarchi moscoviti - tra i quali anche Igor Putin, cugino del presidente russo che, interpellato in merito, ha rifiutato di commentare - banchieri e agenti dell'Fsb, la principale agenzia di sicurezza russa che ha preso il posto dell'Kgb.
A quanto sembra, l'enorme mole di informazioni sarebbe stata fornita al Guardian dall'OCCRP (Organised Crime and Corruption Reporting Project), il progetto che indaga sulla corruzione e la criminalità organizzata che, oltre al quotidiano inglese ha inviato i dati ad altre testate di tutto il mondo.
Ma che cosa contengono i materiali diffusi dall'OCCRP? Miriadi di dati, super dettagliati, su oltre 70 mila transazioni bancarie.
Per le numerose banche coinvolte la faccenda è parecchio scomoda, considerato che le autorità finanziarie esigono che le banche valutino l'eventualità di riciclaggio del denaro che transita nei loro depositi tenendo conto del rischio-Paese da cui il denaro proviene, la reputazione di chi versa il denaro e le fonti della loro ricchezza: tutti aspetti che, nella fattispecie, sarebbero stati (deliberatamente o meno) trascurati.»


Da: http://www.panorama.it/news/esteri/gran-bretagna-lavanderia-globale-dello-sporco-denaro-russo/

"Intervista a José (Pepe) Mujica...", di Alver Metalli

17 marzo 2017 ore 16:47 segnala


«È stato il primo presidente latinoamericano ad incontrarsi con il Papa argentino, suo dirimpettaio. Da Montevideo, infatti, dove vive con la moglie senatrice, ci vogliono poco meno di tre ore di battello fluviale per arrivare sull’altra sponda del Rio de la Plata, a Puerto Madero, da dove si può andare camminando sino alla residenza di Bergoglio che si affaccia sulla storica Piazza di Maggio. Un percorso che Mujica quando era in carica dal marzo del 2010 allo stesso mese del 2015 non ha mai compiuto. Ha preferito aspettare, volare 12 mila chilometri in aereo ed arrivare a Roma con in mano un libro di un amico in comune con il Papa argentino che andava a visitare, lo storico e filosofo uruguayano Alberto Methol Ferré, deceduto nel novembre del 2009. «Ci ha aperto la mente», ha commentato Mujica porgendoglielo. «Ci ha aiutati a pensare», gli rispose Bergoglio con il sorriso di chi non si è fatto cogliere impreparato. Un’ora di colloquio ed uno stringato commento all’uscita hanno fotografato l’incontro tra i due rioplatensi, il Papa e il Presidente: è stato come incontrare «un amico di quartiere», ha riferito Mujica a un giornalista; «un uomo saggio», ha fatto sapere il Papa attraverso il suo portavoce. L’81enne presidente dell’Uruguay dai trascorsi guerriglieri non ha più perso di vista il Papa argentino. Fino ad oggi.
Davanti al microfono ammette di non ricordare cosa stesse facendo e dove fosse quel 13 marzo di quattro anni fa. «Uno dei miei molti difetti è quello di non ricordare le tappe che ho attraversato», si scusa: «Soprattutto adesso che non ho davanti molto tempo e cerco di concentrarmi sulle chiavi del tempo che verrà». Ma quello che assicura di avere molto chiaro «è la sorpresa gigantesca che abbiamo avuto». Il plurale maiestatis riflette una natura schiva e un po’ contadina. «Ci sembrava difficile che la chiesa potesse avere tanta audacia rinnovatrice da eleggere un latinoamericano e soprattutto un personaggio così singolare e un po’ contestatario della filosofia pratica che avevano applicato gli ultimi Papi. Era una svolta, una svolta globale rispetto all’orientamento della chiesa sino a quel momento. Il che parla della sapienza e delle risorse misteriose di questa realtà così vecchia che è la chiesa. Ha saputo imprimere una sterzata molto forte nella lotta per la propria credibilità in un momento di fenomenale crisi nel mondo. Quando il suo peso storico, sociale, veniva preso a calci in molti posti, la chiesa – con il nuovo Papa - si è resa conto che il suo destino si giocava nel mondo povero e con la causa dei poveri, e ha cercato di riprendere la parte più profonda del vecchio messaggio cristiano».

- Perché vecchio?
«Vecchio non nel senso peggiorativo, piuttosto nel senso di eternità che comincia nell’umanità. Io mi considero un ammiratore politico della chiesa cattolica apostolica romana».

-“Ammiratore politico”?
«Si, ammiro il lavoro della chiesa cattolica, l’opera civilizzatrice gigantesca che ha realizzato in termini umani nonostante i suoi difetti. La lingua e la presenza della chiesa cattolica in America Latina sono le due colonne vertebrali della formazione del nostro modo di essere. Non riconoscerlo è un segno di superficialità. Noi popoli latinoamericani siamo credenti nella quasi generalità, soprattutto i poveri lo sono, e durante tutta la storia di questa parte del mondo la chiesa ha avuto una partecipazione enorme nella costruzione delle nostre nazionalità. La chiesa ha a che vedere con le nostre radici in un modo inestricabile. Lingua e chiesa sono le due cose che più ci accomunano. Che io abbia dei dubbi come credente, questa è un’altra storia. La questione di fondo è com’è la gente del mio popolo, della mia società, chi siamo noi latinoamericani, e questo lo devo capire e rispettare. Per questo quando contestano alla chiesa un suo spazio, una sua legittimità di presenza, non posso essere neutrale, mi sento amico, come istituzione e come storia. So che si possono rimproverate molte cose alla chiesa, ma è molto di più quello che bisogna riconoscerle. Alla fin fine quello che pesano sono i difetti degli uomini, non della chiesa, non dell’istituzione».

-Da dove le vengono le cose che sta dicendo sulla chiesa e sul Papa? Da esperienze che ha vissuto, dalla famiglia, da persone che ha incontrato? Non sono usuali in bocca a un politico di sinistra che è stato presidente di un paese il più laico dell’America Latina.
«Sono attento alla storia dell’America Latina, un appassionato della storia dei nostri paesi, e dovunque guardassi o andassi mi sono sempre imbattuto con la chiesa da tutte le parti. Fin dai tempi della rivoluzione e del sorgere e affermarsi delle idee repubblicane. Nelle gesta emancipatrici americane c’è stata ovunque la penna di un sacerdote dietro il pensiero dei libertadores. Perché loro, i sacerdoti, erano gli argini di immagazzinamento dell’accumulazione del pensiero della propria epoca, universitario e colto, erano quelli che conoscevano la filosofia antica, il pensiero moderno, quello umanistico e quello scientifico, e lo ritrasmettevano. È molto difficile concepire il nostro Artigas senza qualche prete che gli stava vicino. Nelle epoche più dure, più primitive la chiesa ha svolto un ruolo di santuario di conservazione della sapienza primordiale e della civilizzazione greco-romana che si è mantenuta nei monasteri, dove in un mondo duro di barbarie e di guerra come fu il feudalesimo, ha mantenuto la miccia accesa della civilizzazione. Poi sono venuti altri tempi, ma la storia della chiesa, lungo i secoli, è stata quella di salvaguardare parte di quella vecchia sapienza che aveva accumulata nel dolore dell’umanità. L’ha trasmessa con più o meno coscienza, come una spora del futuro».

-Non c’è nessun prete che ha avuto influenza su di lei?
«Probabilmente sì. Ho avuto molti amici tra i frati conventuali francescani, alcuni di loro sono vissuti in Italia sino a poco tempo fa. In definitiva sono convinto che la cosa fondamentale nell’uomo è la fede. Viviamo in tempi di scienza ma se togli la fede non esiste la società. È un atto di fede andare in una banca, depositare qualche pesos, prendere il pezzo di carta che ti danno come ricevuta e con quello in mano pensare che me li restituiranno quando ne avrò bisogno e li richiederò indietro! Ho della mercanzia, la offro o la vendo nella speranza di realizzare un guadagno, anche questo è un atto di fede. Tutta la società è costruita sulla fede. Senza la fede siamo dei poveretti».

- La domanda rimane. Questa sua posizione critica e valorizzatrice di quel che è la chiesa nella storia degli uomini, di quello che è la fede per la vita dei latinoamericani, del pontificato di Francesco, le proviene dagli studi che ha fatto, dalle conoscenze che ha acquisito negli anni o c’è anche altro nella sua esperienza?
«Tutte due le strade. Dal punto di vista storico, quanto più guardo indietro nello sviluppo dei gruppi umani sempre mi incontro con gente che crede in qualcosa che va al di là della propria vita. Che è soprannaturale. L’uomo è l’animale più utopico che esista. Perché ha bisogno di credere in qualcosa, in qualcosa non tangibile eppure non questionabile, in qualcosa che va al di là di se stesso. Credere è una caratteristica antropologica dell’uomo. La religione in fondo è lo sviluppo adulto di questa necessità intima».

-«Aiuta a morire bene», ha detto una volta…
«Sono stato ricoverato e malmesso nella sala di un ospedale e ho visto morire gente. E ho pensato spesso che se la religione compie con la funzione di aiutare a ben morire allora benedetta la religione! Nel dilemma vita-morte abbiamo bisogno di credere in qualcosa di oltre, che non si corrompe. Stiamo attenti, prendiamoci cura della religione! Io con i miei limiti non la posso fabbricare. Di lì viene il mio rispetto. La religione è un servizio umano, una necessità umana. Rispetto l’atteggiamento religioso dell’uomo in generale, certo, ma io appartengo all’occidente, sono nato in America Latina. L’immagine che è stata seminata di Dio ha un volto cristiano, apostolico romano. E questo è penetrato nel profondo di milioni e milioni di latinoamericani. Chi sono io con i miei dubbi davanti all’universo per mettere in questione il valore che questo riveste! Lo devo rispettare. Per questo le dicevo che sono un ammiratore politico del ruolo della chiesa cattolica. È vero! Mi possono sbattere davanti i difetti di questo o quello, i limiti di uno e dell’altro. Ma cosa c’è da sorprendersi! Noi uomini siamo eclettici, peccatori, pieni di errori. Che colpa ha la chiesa?»,

-Si può dire senza retorica, senza che sembri una esagerazione di tipo dialettico, che questi che sono trascorsi con Papa Bergoglio sono quattro anni che cambiano la storia?
«Per me sono una finestra spalancata. Lui è un lottatore sociale formidabile. Per l’uguaglianza, per la misericordia, per il diritto alla compassione, per far capire che la fraternità è vitale che esista tra gli uomini, per rendersi conto che trionfare nella vita non è accumulare ricchezze».

- È una lotta dura la sua, e so che ci sono tanti che non sono d’accordo. Ma sono passi civilizzatori quelli che sta facendo, e di fronte alla storia otterranno merito e riconoscimento.
«Quando eravamo giovani lottavamo per il potere. Che nel suo aspetto rispettabile è la lotta per migliorare la civilizzazione alla quale apparteniamo. Non per creare un mondo perfetto, ma per salire gradini più alti di umanità. Io vedo il Papa come un lottatore formidabile che usa tutto il suo peso istituzionale per colpirci nella coscienza, chiamare a raccolta la società, mostrare che è possibile un mondo un po’ migliore. E questo dipende anche da noi. Per questo mi considero amico ideologico del Papa, e lo accompagnerò in tutto quello che potrò. Ho molta fiducia in ciò che farà, molta».

-Quando è andato a visitarlo nel maggio del 2015, quindi poco prima del viaggio che Papa Francesco realizzerà a Cuba nel mese di settembre di quello stesso anno, Raul Castro disse: «Se continua così mi faccio cattolico...». Una battuta scherzosa naturalmente. Lei si sentirebbe di ripeterla?
«Io mi sento “accolito” del Papa. I miei dubbi con Dio sono filosofici. Improvvisamente, forse, crederò in Dio (De repente yo creo en Dios). Forse, non so… o forse perché mi sto avvicinando alla morte ne sento il bisogno… Quello che ho ben chiaro è che mi sento parte della lotta del Papa. Non posso essere neutrale».

- All’Osservatore Romano, al suo attuale direttore dell’edizione argentina appena inaugurata, Marcelo Figueroa, lei ha parlato di quel che la unisce a Bergoglio. «Credo che, per cammini diversi, entrambi percepiamo il dramma umano e le condizioni della tragedia umana che sta alla base dell’America latina, e anche del mondo. In questo c’è identificazione. Io mi identifico con Francesco». Qual è questo dramma umano, questa tragedia che sta alla base dell’America Latina? Dove la vede?
«In una cultura funzionale al profitto che ha creato lo stesso sistema capitalista. Questa cultura che si è diffusa con forza e ovunque ci trasforma in compratori disperati. Dobbiamo consumare. Consumare e comprare cose sempre nuove e diverse come se questo fosse il desiderata della felicità umana, e non ci rendiamo conto che quando compriamo le cose lo facciamo usando il tempo della nostra vita, in un certo senso con i soldi che occorrono per acquistare spendiamo anche noi stessi. Poi ci accorgiamo che non ci resta tempo per gli affetti, per la fraternità, per chi è malato, per cose che non producono guadagni. Ma danno il gusto di vivere. La vita non deve essere un peso. La vita deve essere un messaggio di felicità. Non bisogna confondere l’idea di felicità che ha un equilibrio profondo in se stessa, con l’idea semplicistica di piacere. La felicità implica la libertà: cosa faccio, cosa scelgo, ho tempo nella mia vita per fare quelle cose che poggiano su dei significati validi. Ma se devo lavorare, lavorare e lavorare per pagare le rate della macchina perché la voglio nuova, e altre rate ancora, e ancora e ancora e voglio farmi una casa vicino al mare, e poi ho bisogno di gente che mi aiuti a difendere quello che ho accumulato altrimenti mi derubano… quando rinsavisco un po’ la vita se n’è andata. Ma a mio figlio non voglio che manchi nulla, si dice, come è mancato a me… si però gli manchi tu, non hai tempo per prendere tuo figlio per mano e portarlo a vedere una partita di calcio, o per tante altre cose elementari della vita. Questo è l’inganno del nostro tempo. E quasi senza rendercene conto diventiamo incapaci di compassione davanti al clamore degli altri; non piangiamo più davanti al dramma di un altro uomo e non ci interessa aiutarlo a sopportarlo, come se tutto fosse una responsabilità di altri che non ci riguarda. Perdiamo la calma e ci innervosiamo se il mercato offre qualcosa che ancora non abbiamo potuto comperare mentre tutte le vite troncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci altera».

- Meglio poveri che alienati…
«Non sto facendo l’apologia della povertà, sto parlando di sobrietà. Vivere con il necessario, con l’indispensabile. Ma avere tempo da spendere in cose che senza pregiudicare altri generano sentimenti, solidarietà, amicizia. È elementare quello che sto dicendo e credo che nel fondo il messaggio cristiano non si discosti da questo livello delle cose. Non può essere il nostro mondo una valle di lacrime per andare poi in paradiso. No. Né valle di lacrime né paradiso. È tutto qui, e se c’è un aldilà, la radice è nell’aldiqua. L’dea di trionfare coincide con quella di accumulare ricchezze a qualunque costo. Ma se finiremo per andarcene da questo mondo come siamo venuti! Non trovo molto sensato questo modo di vivere, questo accanimento di possedere. Mi sembra che il messaggio cristiano raccolga il vecchio principio greco: nada en demasia».


Da: http://www.lastampa.it/2017/03/11/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/mujica-luomo-saggio-xhjkuAwUIMmroqFPUZRWjP/pagina.html

"Supermemoria per tutti con il metodo dei loci", Le Scienze

10 marzo 2017 ore 17:26 segnala
Una ricerca sperimentale dimostrerebbe che la tecnica utilizzata dagli "atleti della memoria" per ricordare lunghissime sequenze di numeri o di parole consente anche alle persone normali di raggiungere prestazioni mnemoniche simili: http://www.cell.com/neuron/fulltext/S0896-6273(17)30087-9



«Li chiamano “atleti della memoria” e il loro sport è ricordare lunghissime sequenze di numeri, parole o di simboli senza nessuna correlazione tra loro.
Molte di queste persone attribuiscono la loro capacità straordinaria all'uso del cosiddetto “metodo dei loci” o di sistemi mnemonici simili. Un nuovo studio apparso sulla rivista “Neuron” e firmato da un gruppo di ricercatori della Stanford University School of Medicine ha dimostrato ora che il metodo può essere insegnato a persone senza particolari doti di memoria, che così si avvicinano per capacità mnemoniche ai soggetti più dotati.
Il motivo è da ricercare, secondo i dati di imaging cerebrale, negli schemi di attività cerebrale che vengono attivati dal metodo dei loci.
Il metodo vanta antichissime origini: veniva infatti usato dagli oratori greci e latini e ha lasciato traccia anche nel lessico italiano, nelle espressioni “in primo luogo” e “in secondo luogo”.
Esso si basa sull'associazione di ogni elemento da ricordare con l'immagine di un oggetto collocato lungo un percorso, che viene ripercorso mentalmente quando si devono richiamare i ricordi.
Dresler, coautore dello studio, iniziò a interessarsi degli atleti della memoria nel 2013, acquisendo dati su 23 dei migliori 50 classificati nel Campionato mondiale della memoria, una competizione in cui gli iscritti si confrontano con sequenze di decine di migliaia di parole, carte da gioco, date storiche e numeri.
Un dato interessante è che nella vita di tutti i giorni, gli atleti della memoria non usano le loro facoltà, come se queste fossero esclusivamente frutto della tecnica dei loci. Ma cosa succederebbe se quest’ultima fosse utilizzata dalle persone normali?
Per capirlo, Dresler e colleghi hanno coinvolto in uno studio sperimentale 17 atleti della memoria e 51 non atleti.
Prima dei test di memorizzazione, tutti i partecipanti sono stati sottoposti a scansioni di risonanza magnetica funzionale con l'indicazione di rilassarsi e lasciare vagare la mente. In questo modo i ricercatori hanno potuto monitorare l'attività delle diverse reti che connettono aree differenti del cervello.
Tutti i volontari poi sono stati sottoposti a un primo test che consisteva nel memorizzare una sequenza di 72 parole. Dopo 20 minuti, gli atleti della memoria riuscivano a ricordare in media 71 parole su 72, mentre i non atleti 40.
In seguito, gli autori hanno suddiviso i non atleti in tre gruppi: il primo gruppo non ha ricevuto alcun addestramento, il secondo e il terzo invece sono stati addestrati con il metodo dei loci oppure con un metodo per incrementare la memoria a breve termine.
Dopo le sei settimane di addestramento, tutti e tre i gruppi sono stati sottoposti a nuove scansioni di risonanza magnetica a riposo e a nuovi test di memoria in tre sessioni diverse e a distanze diverse dal termine dell'addestramento: 20 minuti, 24 ore e quattro mesi.
L'analisi dei dati ha mostrato che le capacità mnemoniche dei soggetti sottoposti all’addestramento con il metodo dei loci erano drasticamente migliorate: i non atleti hanno infatti raggiunto, in media, quasi le stesse prestazioni degli atleti, anche dopo quattro mesi dal termine dell'addestramento.
Inoltre, le scansioni di risonanza magnetica hanno mostrato che i loro schemi di connettività funzionale erano simili a quelli degli atleti.
Per contro, nel gruppo che aveva seguito il metodo della memoria a breve termine non sono emersi né miglioramenti delle prestazioni mnemoniche né modificazioni dei network cerebrali.»


Da: http://www.lescienze.it/news/2017/03/09/news/memoria_metodo_loci-3452031/
f5b10460-c65d-41ff-a818-769e2d43e520
Una ricerca sperimentale dimostrerebbe che la tecnica utilizzata dagli "atleti della memoria" per ricordare lunghissime sequenze di numeri o di parole consente anche alle persone normali di raggiungere prestazioni mnemoniche simili: http://www.cell.com/neuron/fulltext/S0896-6273(17)30087-9 «...
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"Il popolo delle bufale vota populista?", di G.Luca Atzori

02 marzo 2017 ore 14:35 segnala


«Un nuovo studio svedese, l’Authoritarian Populism Index (http://timbro.se/sites/timbro.se/files/files/reports/4_rapport_populismindex_eng_0.pdf), prova a fare luce sul fenomeno che sta radicalmente cambiando il volto delle democrazie europee. Oggi in media un europeo su cinque vota un partito autoritario-populista. Partiti di destra e sinistra che dalla fine degli anni 80 ad oggi hanno accresciuto i loro consensi dal 9,8 al 18,7%. Il picco storico si è raggiunto tra il 2015-16 con la crisi dei rifugiati (+2%). In questo scenario, alle ultime elezioni, l’Italia ha visto la quarta maggiore crescita in Ue e nessuno dei paesi membri sembra opporsi a tale tendenza.
Oggi il termine populismo viene usato, e spesso abusato, per descrivere un’immensa varietà di fenomeni. Lo studio parte dunque dall’identificazione di fattori chiave, come l’estraneità o l’opposizione all’establishment; la fusione di ideologie contrastanti; la promessa di un cambiamento radicale rapido; l’enfasi sul conflitto tra cittadini e istituzioni o tra maggioranza e minoranze. I partiti che hanno questi requisiti son quasi tutti nazionalisti, euroscettici, contro la Nato o pro-Putin, ma soprattutto sono fortemente anti-liberali.
Seppur il populismo più che una minaccia sia una sfida per la democrazia, esso è un pericolo quando affiancato da ideologie autoritarie e totalitarie, proprio come fu per il nazismo. I partiti analizzati non sono però anti-democratici o totalitari come in passato, ma anti-liberali e autoritari. Oggi solo il 2% supporta i 147 gruppi totalitari in Ue, contro le 1342 formazioni autoritarie. La destra populista preme per accrescere sicurezza e difesa (v. Trump/immigrazione/terrorismo), mentre la sinistra predica la nazionalizzazione di banche o il controllo del libero mercato (v. Capitalismo di stato/Cina). Lo studio in Italia cita la Lega Nord come autoritario-populista di destra, e il M5S come formazione tra il dogmatismo anti-democratico e il populismo autoritario tendente alla destra.
Vi è inoltre un forte legame tra la crescita degli autoritario-populisti e la post-verità. Recenti studi rivelano che nelle ultime elezioni Usa, il flusso di bufale ha superato quella di notizie vere. Le più diffuse erano pro-Trump e circa il 75% degli intervistati è stato ingannato. Questo non è dovuto solo ad una scarsa trasparenza, ma ad un problema culturale più profondo. Un maggiore accesso ai dati non garantisce più trasparenza se la società non è educata alla rete e al consumo di informazioni. In Italia in particolare, uno su due è colpito da analfabetismo funzionale, ovvero incapace di analizzare un testo scritto. La stessa percentuale non usa l’internet, mentre 2/3 di quelli che lo usano entrano solo sui social.
Il primo passo per opporsi al declino autoritario consiste dunque nella "web and news literacy", ovvero nell’istruire al pensiero critico, al consumo di informazioni e alla rete. Questo non vale solo per i cittadini ma anche per i media, che negli ultimi anni hanno incrementato la presenza di bufale sui loro canali. La "news literacy" parte indubbiamente dalle scuole, dove la raccolta e verifica di dati, notizie e fonti dovrebbero essere all’ordine del giorno.
Progetti di questo tipo sono già stati attivati dal Miur, uno in particolare, A Scuola di "OpenCoesione", sprona i ragazzi al monitoraggio civico, educandoli al recupero e analisi dei dati sulla spesa pubblica e sul suo impatto sociale. Ci sono però anche altri strumenti al di fuori della scuola. Oltre alle segnalazioni su Fb, i tutorial e i consigli di lettura troviamo infatti delle App che attraverso un controllo costante del web riescono a calcolare l’attendibilità di un sito e segnalarlo accanto alla notizia. Vi sono anche piattaforme di "fact-checking" come Pagella Politica, che invece verificano le dichiarazioni dei politici.
C'è poi chi crede che la soluzione al populismo consista nel progredire con più meritocrazia o nel regredire con più censura. Quest’ultimo è un atteggiamento che solleva molte criticità sull’utilizzo statale di tale strumento. Prima di riflettere sui doveri della rete dovremo infatti riflettere sui suoi diritti. In Italia in questo senso possiamo dirci sia precursori che successori. Siamo tra gli ultimi paesi Ocse ad aver introdotto il Foia, l’obbligo alla trasparenza pubblica, ma siamo stati i primi in Europa a redigere una Costituzione di Internet, con quattro mesi di consultazioni online per delineare i diritti in rete in 14 punti.
Dal testo si evince come la priorità per la tutela di tali diritti risieda non solo in uno stato garante di accessibilità e formazione, ma anche in un popolo partecipativo e consapevole. La differenza tra web 1.0 e 2.0 sta proprio nel passaggio da comunicazione unidirezionale a interattiva. Il populismo autoritario è conseguenza della nostra incapacità di compiere lo stesso passaggio in tutte le sfere della società civile, e di dar vita ad una democrazia 2.0. Questa rivoluzione non si limita al cambio di establishment come professato dai populisti, non può essere unidirezionale. Spetta a tutti noi.»


Da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/02/il-popolo-delle-bufale-vota-i-populisti-uno-studio-svedese-lo-rivela/3425346/

"E tu sai davvero quello che vuoi?", di Alessandro Gilioli

11 febbraio 2017 ore 22:58 segnala


«Da quando è stata elaborata la celebre “piramide dei bisogni” dello psicologo statunitense Abraham Maslow (a metà degli anni Cinquanta) per “bisogno” si intende generalmente uno stato di tensione interiore dovuto alla mancanza di qualcosa connesso a esigenze fisiologiche (ad esempio la fame o la sete) o affettive, oppure a esigenze più ampiamente sociali (la stima degli altri, la reputazione, il successo etc).
Secondo il filosofo Herbert Marcuse i falsi bisogni sono quelli che vengono imposti all’individuo da parte di interessi economici o politici. Ma prima ancora che da “poteri esterni”, l’inganno nella creazione di bisogni potrebbe provenire dallo stesso sistema cognitivo delle persone, che produce “bug” inconsapevoli e quindi ci depista. Questo è almeno quanto emerge dalle ricerche commissionate dalle aziende per verificare il grado di soddisfazione di un loro prodotto-servizio e basate sul confronto fra i desideri dichiarati e la “human experience”.
In questi casi emergerebbe una differenza tra quello che una persona indica a parole come bisogno e ciò che invece, sulla base del suo vissuto e dei suoi comportamenti, si evidenzia come elemento che gli dà reale soddisfazione.
Questo tipo di meccanismo ingannevole è chiaro quando le persone sono affette da qualche forma di dipendenza: queste infatti avvertono un bisogno da ciò da cui dipendono (alcol, droga, fumo, gioco etc) che è tuttavia in contrasto con i bisogni “veri”, che garantirebbero a quelle persone una qualità della vita migliore. Meno chiara è la dinamica interiore che porta persone sane a fare scelte sbagliate nel decidere quale bisogno soddisfare, quale acquisto scegliere, quale strada percorrere per avvicinarsi a una condizione di maggiore felicità e armonia.
Questi bug sono talmente diffusi da non essere considerati patologici, ma i loro effetti in termini esistenziali avrebbero conseguenze non indifferenti nel raggiungimento di una buona qualità della vita. Si tratta di qualcosa di simile a quelle che lo psicoterapeuta americano Wayne Walter Dyer battezzò a metà degli anni Settanta “zone erronee”, in un suo famoso libro. Dyer si riferiva ai meccanismi fuorvianti che la mente mette in pratica nelle relazioni affettive, ma la dinamica ha molti aspetti in comune con i bug (Dyer li chiamava “vermi”) che ci depistano nelle piccole e grandi scelte finalizzate a realizzare ogni giorno i nostri bisogni.
Questa scarsa consapevolezza razionale di ciò che ci darebbe una maggiore “felicità” comporterebbe una difficoltà di traduzione dei nostri bisogni reali nel linguaggio, nel dichiarato. In altre parole, porta spesso le persone a non sapere descrivere la verità del proprio bisogno. Che emergerebbe invece meglio sulla base dell’osservazione (o dell’autosservazione) dell’esperienza, vale a dire attraverso il monitoraggio dei comportamenti ricorrenti delle persone.
Ecco perché nell’analisi di ciò che dà soddisfazione e ciò che non la dà, la disciplina di riferimento delle imprese diventa sempre di più quella dell’etnografia sociale, dello studio dei comportamenti.
E questa viene sempre più utilizzata per una maggiore comprensione dei bisogni delle persone bypassando la razionalizzazione verbale, tanto più quella che avviene nei classici focus group.
Finora, come si diceva, questo cambiamento di metodo nell’identificazione dei bisogni è stato utilizzato soprattutto dalle imprese, in cerca di feed-back sui propri prodotti da parte dei cittadini-consumatori. Non sarebbe strano tuttavia se tracimasse ad altri ambiti, come quelli politici o perfino religiosi: essendo anche i partiti (e talvolta le chiese) soggetti il cui successo dipende anche dalla capacità della loro “offerta” di soddisfare i bisogni dei cittadini-elettori (e dei cittadini-credenti).
E c’è chi ipotizza che la diffusione di questo sistema di misurazione della felicità, sul lungo, possa mettere in discussione la dinamica stessa su cui si regge l’economia, evidenziando la scarsa correlazione esperienziale tra soddisfazione esistenziale reale e bramosia d’acquisto. Il che porterebbe a un ulteriore paradosso: quello di una tecnica affinata dalle aziende - dai produttori di beni o servizi - che finirebbe per ritorcersi contro il consumo imponderato di beni e servizi.»



Da: http://espresso.repubblica.it/visioni/societa/2017/02/02/news/e-tu-sai-davvero-quello-che-vuoi-1.294686
e3de59d0-c5ec-43a9-8e91-7f2615c805a2
« immagine » «Da quando è stata elaborata la celebre “piramide dei bisogni” dello psicologo statunitense Abraham Maslow (a metà degli anni Cinquanta) per “bisogno” si intende generalmente uno stato di tensione interiore dovuto alla mancanza di qualcosa connesso a esigenze fisiologiche (ad esempio...
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"Intervista a Massimo Cacciari", di Francesca Paci

31 gennaio 2017 ore 12:40 segnala


«La crisi della sinistra è venuta a noia a Massimo Cacciari, che pure l’ha indagata a fondo come pochi. Ma, nella difficoltà di afferrare il nuovo ordine (o disordine) globale, il Novecento si prende la rivincita sulla Storia e ci riporta sempre al punto di partenza, tornando a proporre le logiche politiche di ieri.

- Cosa possiamo dedurre dal trionfo di Hamon, la sinistra della sinistra francese?
«Ma di quale trionfo parliamo? Di quale vittoria parliamo? Il problema, in Francia e nel resto d’Europa, non è quale sinistra o cosiddetta sinistra vinca le elezioni interne ma se la sinistra ce la fa poi alle elezioni che contano. E la risposta è no. È già capitato che alle primarie del centro-sinistra, anche alle primarie locali, prevalesse la sinistra sinistra. Come Hamon a Parigi, a Venezia a suo tempo passò Casson. Ma poi si perde regolarmente. Nessuna sinistra, socialdemocratica o meno, può vincere oggi in Europa».

- Allora rovesciamo la domanda: perché la sinistra non vince più?
«Ecco la domanda giusta. E la risposta è che ci sono ragioni storiche e strutturali, ragioni obiettive. Da una parte è venuta meno la classe operaia, il suo blocco sociale di riferimento, dall’altra la sinistra non ha capito la crisi fiscale dello Stato. Non c’è più spazio per la sinistra tradizionale, che si ricicli o meno. Certamente non c’è più spazio per i D’Alema e i Bersani. Ma in realtà non ce ne sarebbe neppure per i grandi leader socialdemocratici del passato come Willy Brandt, e non solo perché sono morti ma perché il mondo è cambiato e la sinistra tradizionale appartiene al mondo di ieri. Esattamente come la destra».

- La destra, no. Altrimenti come spieghiamo l’elezione di Trump?
«Trump non viene dalla destra tradizionale, tanto che i repubblicani non lo volevano. La destra tradizionale non c’è più, non vengono da quella esperienza né i Grillo, né i Salvini e neppure i pro Brexit del Regno Unito, dove i Tory erano piuttosto europeisti come Churchill. L’unica forza politica un po’ riconducibile al passato è Fratelli d’Italia, che però, non a caso, conta il 2%. Allo stesso modo Renzi non viene dalla sinistra tradizionale. Tutto questo è il mondo di ieri. Basta pensare che la prima clamorosa mossa di Trump è stata riavvicinarsi a Putin e che nel frattempo Putin si è ancor più clamorosamente avvicinato alla Turchia per intuire la portata del cambiamento rispetto al quale i concetti di destra e sinistra non spiegano più niente. O capiamo che i parametri del passato sono finiti, e non per incultura ma per motivi strutturali, o andremo incontro alla catastrofe».

- I nuovi populismi intercettano il cambiamento in corso: saranno anche in grado di governarlo?
«La parola populismi dice poco o nulla. Sono forze a volte più di destra, a volte più di sinistra e di sicuro non si oppongono al cambiamento in corso e non sono in grado di interpretarlo. Ma almeno rappresentano la testimonianza della fine delle politiche tradizionali e dei mutamenti radicali di questi anni. Oggi diciamo “populismi” come le antiche carte geografiche dicevano “hic sunt leones” per indicare le zone inesplorate: ci sembra che il problema siano loro ma il problema è capire dove andiamo smettendola di ragionare con gli schemi del passato».

- Gli schemi del passato comprendono le probabilmente obsolete categorie destra e sinistra ma comprendo anche il rapporto tra capitale e lavoro, che invece sembra ancora piuttosto attuale. O no?
«Anche il capitale e il lavoro non sono più gli stessi. Il capitalismo si è deterritorializzato, lo Stato nazionale non ha più la sovranità politica sui flussi di capitale, il lavoro dipendente è ormai polverizzato e non si organizza più come faceva nell’800 e nel ’900 nei grandi opifici. In realtà sarebbe bastato leggere Marx con attenzione per capire come sarebbe andata a finire, ma ormai ci siamo. Le diseguaglianze globali crescono a dismisura e in modo intollerabile. Questo è un colossale problema che prima o poi potrebbe far scoppiare tutto anche perché le grandi potenze politiche non sono per loro natura capaci di affrontarlo».

- Cosa potrebbe fare la politica se, come suggerisce, decidesse di togliersi gli occhiali del passato?
«Dovrebbe provare a capire e soprattutto dire la verità. Oggi il massimo che un politico può fare è essere onesto. Bisogna smetterla con le chiacchiere e invece elencare le poche cose che si possono fare illustrando come potrebbero funzionare meglio coordinandosi con altri. È assurdo continuare a sbandierare la sovranità illimitata che i politici non hanno più. Sono personalmente molto felice di questo intermezzo di Gentiloni in Italia, perché non dice un gran ché ma almeno non promette nulla».

- Per quanto sia ancora una volta il mondo di ieri: ha ragione il filosofo sloveno Slavoj Žižek, quando sostiene che la destra cresce cavalcando i temi che un tempo appartenevano alla sinistra?
«In qualche modo sì. Bisogna guardare ai problemi con modestia. Il lavoro non è più “massa” come quello del passato, i sindacati dovrebbero iniziare a occuparsi del lavoro dipendente disperso e della galassia del lavoro giovanile, del precariato a 500 euro al mese, dei cosiddetti voucher».

- A onor del vero qualcuno in Europa ci prova. Il francese Hamon ne parla e anche Martin Schulz si è candidato contro la Cancelliera Merkel per recuperare terreno con le classi operaie migrate dalla socialdemocrazia alla nuova destra. Non è così?
«Sinceramente mi auguro che in Germania vinca la Merkel, speriamo che prevalga alle elezioni e diventi leader: all’orizzonte la Cancelliera tedesca è l’unica che possa farlo. Lo ripeto: nessun partito socialdemocratico può oggi vincere in Europa. È passato il tempo. Vent’anni fa Tony e Blair e Clinton interpretarono la svolta epocale accodandosi al flusso egemonico della globalizzazione vincente senza alcuna critica. Da allora è andata sempre peggio, le sinistre hanno fatto tutti gli errori possibili, dal seguire l’America nelle sue scellerate guerre alla risposta, quella risposta, alle primavere arabe. E poi ancora, la Grecia, la Brexit, un sequel di scelte sbagliate. Accodarsi come fecero Blair e Clinton non è una scelta politica ma sub-politica».

- C’è ancora spazio per l’ambizione dei giovani ad avere un sogno?
«Poco. Ma è pessimo che i politici facciano finta di niente promettendo loro la sovranità illimitata che non hanno come avvenuto in Italia negli ultimi tempi. Bisogna spiegare ai giovani come stanno le cose invece di elargire elemosina, come nel caso degli 80 o i 500 euro».

- Il reddito di cittadinanza è un buon punto di partenza?
«Quella è la strada giusta. Se ci illudiamo che ci sarà di nuovo uno sviluppo capace di produrre più lavoro sbagliamo. È ancora il mondo di ieri, quello in cui si credeva che la rivoluzione tecnologica avrebbe aperto nuovi settori. È un fatto: sebbene in occidente la ricchezza continui a crescere si riducono le chance per il lavoro. Ma non per questo bisogna lasciare la gente senza le risorse minime. È una delle poche cose serie e vere dette dal Movimento 5 Stelle: bisogna sganciare le aspettative di vita dal fatto che si lavori, non è impossibile né disastroso. Il reddito di cittadinanza o come altro viene chiamato passa per un’utopia mentre è un approccio pragmatico, solidale e può ricostruire una comunità».

- Solidale, comunità: non sono parole del mondo di ieri?
«Ma no, da Aristotele a oggi non esiste comunità che possa esistere funzionando solo come un condominio. È razionale, logico. In un condominio, ammesso che sia vero, puoi startene chiuso in casa ma in un Paese, a livello nazionale, è difficile. L’America non funziona come un condominio e neppure la Russia e la Cina: o l’Europa lo capisce e smette di comportarsi come fosse un condominio dove si fanno solo i conti comuni o ci faranno il mazzo. Dobbiamo ragionare per provare a evitare il disastro oppure siamo finiti. Parlo dell’Europa ma anche dell’Italia. Ci sono già delle avvisaglie per noi, abbiamo votato no per salvare la Costituzione e adesso sarà tutto più difficile, ci chiederanno una manovrina, vedremo. Quanto credete che potremmo reggere misure di austerità drastiche tipo quelle imposte dalla Troika alla Grecia? Pensate che in Italia passerebbero senza sparare? I greci hanno retto ma le condizioni sono diverse e non parlo solo di dimensione: se cadi dal primo piano puoi reggere ma se cadi dal terzo piano crepi».»


Da: http://www.lastampa.it/2017/01/31/esteri/cacciari-nessuna-sinistra-oggi-pu-vincere-in-europa-XjpZFNtE6UsNwaUCay6rNI/pagina.html
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« immagine » «La crisi della sinistra è venuta a noia a Massimo Cacciari, che pure l’ha indagata a fondo come pochi. Ma, nella difficoltà di afferrare il nuovo ordine (o disordine) globale, il Novecento si prende la rivincita sulla Storia e ci riporta sempre al punto di partenza, tornando a propo...
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"Paolo Rossi: con M5s una scappatella...", di Nicola Mirenzi

22 gennaio 2017 ore 20:05 segnala


«Ci sono speranze che bruciano come gli amori improvvisi: “La mia storia con il Movimento Cinque stelle si è rivelata una scappatella estiva. È finita di colpo, con me che tornavo a casa mia, lui alla sua. Sono troppo alieno dall’idea di un partito – o di un movimento che a un partito assomiglia – per sentirmene attratto troppo a lungo”. Paolo Rossi è un attore che è sempre entrato nella politica dalla porta della passione. Ha raccontato con la maschera della commedia le stagioni di Bettino Craxi e di Silvio Berlusconi. Li ha colpiti ed è stato colpito, ma solo fino a quando hanno avuto il comando: “Attacco qualcuno se ha un ruolo. Quando lo perde, torna ad essere una persona normale e non m'interessa più farlo”. Il teatro, la tv, la canzone: nel suo essere un custode del confine invalicabile tra l'arte e la politica, Paolo Rossi è una contestazione vivente di Beppe Grillo: “Per me è inconcepibile – dice – essere allo stesso tempo un comico e un capo, un saltimbanco e un leader, un giullare e un sovrano. Se sei una cosa, non puoi essere anche l’altra. Grillo ha cercato di far evaporare la distinzione. Ma, in realtà, è passato dall’altra parte, quella del potere”.

- Così, però, ha cambiato sia la politica sia la satira.
«I politici hanno imparato a recitare davanti alla telecamera meglio di noi. Preferiscono una battuta a un discorso. Hanno ragione: televisivamente, è molto più efficace. Per questo, è impossibile oggi fare una parodia del potere, o di chi lo circonda: sono già una caricatura di se stessi, sarebbe come imitare un imitatore.»

- Maurizio Crozza la fa.
«Lui è bravissimo. Ed è anche intelligente, per questo credo conosca benissimo il rischio che corre. Quanto a me, facevo quelle cose nel 1992. Mi sono passati davanti personaggi che hanno fatto la storia. Oggi non avrebbe più senso. Non voglio ripetermi. Cerco altre vie.»

- È a teatro con la recita di Versailles di Molière.
«Molière osservava la regola numero uno del teatrante, quella che i miei maestri mi hanno insegnato sin dall’inizio: “Copiare è da coglioni, rubare è da geni”. Ho verificato. È vera. L’unica volta che sono venuti a propormi un testo a cui “nessuno aveva mai pensato” era una strepitosa cagata.»

- Fu Luigi XIV a commissionare l’opera: che c’entra lei con un sovrano assoluto?
«Nella mia vita, ho incontrato dei censori. Lui non lo era. Aveva una vita privata discutibile. Però, nella dimensione pubblica, era quasi marxista. Fece arrestare i corrotti di corte. Abbassare le tasse ai contadini e alzarle ai nobili. Ospitava artisti e poeti. Sfortunatamente, non l'ho potuto conoscere.»

- Il mecenatismo è da sempre un attributo del potere.
«Molière dovette fronteggiare l’ostilità della corte, contro la quale si scagliava. Non era Luigi XIV che voleva censurarlo. Erano i nobili.»

- È la censura che l’ha fatta sparire dalla tv?
«Non è vero che sono sparito: è che non la faccio sui canali delle sette sorelle. Trasgredire lì sarebbe solo un ulteriore tradimento. Mi farebbe indossare la medaglia della censura, ma poi? Sarebbe un gesto fine a se stesso, far finta di attaccare il potere mentre in realtà lo benedici. Una recita della contestazione.»

- Eppure lei ha lavorato in Rai e a Mediaset.
«Negli anni novanta, c’era un tale vuoto di potere che in televisione potevi godere di un’autonomia che oggi ti sogni. Alla Rai c’era gente come Angelo Guglielmi. Un persona colta, illuminata, che ti difendeva contro chiunque. Oggi chi c’è?»

- Campo Dall’Orto.
«Chi?»

- L’avrà sentito nominare, su…
«È un’epoca strana. I direttori cambiano alla stessa velocità con cui cambiano i calciatori. Una volta conoscevo le formazioni a memoria. Oggi non faccio in tempo ad odiare qualcuno che la domenica successiva già non è più in campo.»

- Matteo Renzi è rimasto abbastanza per raccoglierne un po’, di odio.
«Se devo essere sincero, lo considero più come un collega. Si vede che c’è qualcuno che gli prepara i testi. Lui è abilissimo a interpretarli. Non è il mio genere, ma devo riconoscere che è un grande intrattenitore: uno da prima serata.»

- Il suo genere è Dario Fo?
«Ho avuto tanti maestri: Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Carlo Cecchi, Giorgio Strehler. Dario Fo è stato uno di questi. Tutti avevano un’idea politico-culturale, che però esercitavano mantenendo una certa autonomia. Ho imparato da loro.»

- Fo, però, si è schierato al fianco dei Cinque stelle.
«Credo che Dario rivedesse in quel movimento qualcosa che aveva già vissuto negli anni sessanta e settanta, anche se i Cinque stelle hanno poco a che fare con la politica di quei tempi.»

- E lei?
«Conservare l’indipendenza del mio mestiere è fondamentale per me. È solo così che mantengo viva la passione – oltre che per il teatro – per la politica. Non amo i partiti, né i movimenti che ai partiti assomigliano. Spesso, il problema non è nel sistema. È proprio nell’appartenenza rigida.»

- Perché?
«Vengo da una terra particolare, Monfalcone, in provincia di Gorizia. Nella mia famiglia c’erano i rossi e i neri. I fascisti e gli antifascisti. Io sono cresciuto ascoltando le storie di tutti. Poi, ho fatto le mie scelte. Però quell’esperienza mi ha segnato. Ho imparato che nella storia spesso le cose non sono come sembrano.»

- Cioè?
«Quando ero più giovane e militavo nei gruppi di sinistra, era proibito cantare le canzoni di Lucio Battisti: era considerata una cosa di destra. Io, invece, le conoscevo a memoria. Mi sono reso conto di quanto fosse assurdo quando ho conosciuto uno di destra che mi ha raccontato di sapere tutte le canzoni di Guccini, De André e di Gaber ma che – come me con Battisti – non poteva cantarle perché era considerato troppo di sinistra. Vede quanto è stupido incasellarsi?»


Da: http://www.huffingtonpost.it/2017/01/22/paolo-rossi-m5s_n_14314616.html

"Un'economia a servizio di tutti...", di Elisa Bacciotti

18 gennaio 2017 ore 12:36 segnala


«Otto uomini. Facile immaginarli insieme attorno un tavolo, magari nella sala riservata di un ristorante esclusivo. Sono otto, nessuna donna tra di loro: i più ricchi. Più ricchi, da soli, di 3,6 miliardi di persone: la metà degli abitanti più poveri del pianeta.
Non la crisi migratoria, non la crisi finanziaria del mondo occidentale, è questa la vera crisi dei nostri giorni. Una disuguaglianza di ricchezza e di reddito sempre più estrema a livello globale, tanto da dover essere ormai considerata un effetto patologico piuttosto che fisiologico del sistema economico.
Perché con questi livelli di disuguaglianza, con l'1% del pianeta che ormai è più ricco del restante 99% (e in Italia: con l'1% che possiede il 25% della ricchezza nazionale netta), la crescita economica non riesce più a raggiungere e beneficiare, come invece è stato in passato, fasce sempre più ampie di popolazione.
Ceti e segmenti sociali ormai pienamente coscienti di questo stato di cose, e sempre più orientati a esprimere il proprio malcontento: in Italia (dati Oxfam-Demopolis) il 67% dei cittadini è contro le disuguaglianze in materia di accesso e qualità dei servizi educativi e sanitari. In Usa il malcontento della classe media, vittima della delocalizzazione dei propri posti di lavoro, è uno dei fattori che ha contribuito al successo di Donald Trump. La stessa Brexit, nel Regno Unito, è stata sostenuta da molti elettori che hanno visto nell'uscita dall'Unione Europea una possibilità per il governo inglese di tornare a pensare al benessere dei propri cittadini.
Di fronte alla crisi del sistema economico globale, che questi dati sulla disuguaglianza ci raccontano, le risposte efficaci non sono quelle parziali, isolazioniste, nazionali. Certo, occorre che ciascun governo faccia la propria parte - innanzitutto nel prendere coscienza che questa crisi non è ineluttabile. E successivamente nel riprendere in mano le redini dell'economia, nazionale e globale.
Perché di fronte a una disuguaglianza che mina la stabilità, la sicurezza delle nostre società, è necessario che i governi cooperino nel definire nuove regole del gioco. È questo che chiediamo ai leader del mondo, anche al governo Gentiloni e alle principali forze politiche, che presto saranno chiamate a confrontarsi in campagna elettorale sulle proprie proposte per il governo del nostro paese.
Si deve adottare un modello di "economia umana" che lavori a servizio del 99% - e in ultima analisi, del 100% degli abitanti del pianeta. Una economia che si fondi su accordi di cooperazione globale per la messa al bando dei paradisi fiscali e la lotta senza quartiere all'elusione fiscale, che sancisca il ritorno a sistemi di contribuzione fiscale più progressivi, che elevi - in ogni paese del mondo - gli standard di sicurezza e retribuzione per i lavoratori, in modo che abbiano accesso non solo a salari minimi, ma a salari dignitosi. Per tutti e per tutte, mettendo fine a un odioso gender pay gap.
Non si tratta di scelte utopistiche, ma di misure attuabili, da subito, cambiando semplicemente le lenti con cui guardiamo il mondo. Smettendo di considerare il PIL come una misura del benessere dei cittadini, e smettendo di dare per scontate le risorse ambientali limitate del nostro pianeta, su cui il modello economico attuale si fonda in modo insostenibile.
Davos si apre oggi, all'insegna del tema Leadership Responsabile. A volte la responsabilità si manifesta nell'avere il coraggio necessario di cambiare le cose, quando non funzionano per la gran parte delle persone. Questo ci aspettiamo dai leader economici e politici di tutto il mondo: proprio per liberare il grande potenziale che tutti gli uomini e tutte le donne del pianeta hanno nelle loro mani.
Oxfam è un movimento globale di persone che vogliono porre fine all'ingiustizia della povertà. Insieme, salviamo e ricostruiamo le vite nelle emergenze e denunciamo le cause di questa ingiustizia: disuguaglianza, discriminazione contro le donne e cambiamento climatico. Non ci fermeremo finché tutti non saremo liberi dalla povertà.»


Da: http://www.huffingtonpost.it/-elisa-bacciotti/si-adotti-un-modello-di-economia-umana-al-servizio-di-tutti-e-non-dell1_b_14220202.html?utm_hp_ref=italy

"È il mondo che è dopato...", di Ferdinando Camon

02 gennaio 2017 ore 23:18 segnala


«L’anno si chiude con uno scandalo sportivo di proporzioni epocali: si scopre che in più Olimpiadi gli atleti russi erano dopati in massa. Con la consapevolezza dello Stato, ministri, burocrati, medici. Qualche dirigente, scappato all’estero, sta rivelando adesso le gare truccate, gli atleti dopati, le tecniche per ingannare i controlli, tutto. Noi qui non facciamo (perché non ne abbiamo la competenza) un discorso “sportivo”, lo sport ha i suoi cultori e i suoi maestri, che ne stanno parlando con altezza d’ingegno anche su queste colonne. Noi qui ci poniamo alcune domande irresistibili: perché il doping è così esteso? così immortale? Perché stavolta è un doping non di qualche atleta ma “di Stato”?
L’atleta che bara ha la coscienza sporca? E se vince barando, come può succedere che esulti? Se un atleta è pulito e perde, come si fa a risarcirlo? Gli si manda la medaglia? E come, per posta? Ma è la stessa cosa? C’è doping anche tra i libri e i film, tra i premi letterari e cinematografici? Ad esempio, tra gli Oscar? E in Formula 1? No, perché qui si tratta di motori? E i motori non possono essere truccati? Sono una forma di doping anche le superpensioni e i vitalizi? E i superstipendi? Il doping, in senso stretto, è un potenziamento del corpo dell’atleta per mezzo di sostanze proibite. Proibite anzitutto per la protezione, la salute e la vita dell’atleta stesso. Ogni atleta si presenta in gara con cuore, nervi e sangue al massimo della preparazione. Questo massimo costa sforzi immani, allenamenti, diete, terapie, tecniche fisiche e psichiche, controllo delle medicine, del sonno, dello stress, sotto la guida di specialisti. Il corpo dell’atleta così preparato rende il massimo che può rendere. Il corpo dell’atleta dopato rende di più. Perché al rendimento frutto della preparazione aggiunge un super-rendimento frutto della chimica. Non importa se la chimica fa male o fa morire. Il principio è: la vittoria vale più della vita. Vinci oggi. Potrai morire, ma dopo. Morire dopo aver vinto è meglio che morire senza avere vinto. Spiegato così, il doping ci riguarda tutti.
È il mondo che è dopato. Non solo il mondo delle Olimpiadi, o del calcio, o del ciclismo, ma dei libri, dei film, delle competizioni elettorali, dei concorsi a cattedra, delle carriere dirigenziali e presidenziali... Tutti i concorrenti in tutte le competizioni pensano che, se vincono, vuol dire che meritano. Lo scrittore mediocre che vince un grande premio si sente più grande del grande scrittore che l’ha perduto. Il doping è figlio dell’etica del successo e l’etica del successo non è di un uomo o una squadra, è l’etica della nostra epoca. Se vinci ti senti grande anche moralmente. Se vinci da dopato, perché la tua squadra ti dopava, ti senti in linea con la morale della squadra, e questa per te è tutta la morale del mondo. Se vinci da dopato perché lo Stato ti dopava (e così veniamo al caso della Russia oggi), ti senti in linea con la morale dello Stato, e lo Stato è tutto, è il tuo creatore.
Perciò questi dopati che scopriamo oggi (una caterva, distribuiti in più Olimpiadi) hanno la coscienza tranquilla. Non mi stupirei se venissimo a sapere che, tra di loro, chiamano il dirigente che è scappato all’estero e ha rivelato tutto “il traditore”. Hanno avuto la medaglia d’oro, apparizioni tv, parate, soldi, trionfi... come può, tutto questo, passare a un atleta che s’è piazzato secondo? La più grande gioia del vincitore è l’estasi e il delirio del pubblico che scatta in piedi e applaude. Come fai, anni dopo, a dare questa gioia al secondo? Ahimé, chi perde, potrà avere la riabilitazione, ma è una cosa diversa dalla vittoria. Anche chi perde lo Strega o l’Oscar, perché un rivale ha un editore o un produttore in grado di truccare la votazione, potrà avere un risarcimento sui tempi lunghi (se il suo libro o il suo film è più bello, durerà di più), ma non avrà più il trionfo della premiazione. E qui c’è un buco nei regolamenti. Torniamo a bomba al doping delle Olimpiadi. Tutti lo ammettono, anche i colpevoli. Allora perché alle prossime Olimpiadi non s’introduce una breve cerimonia, per riassegnare le medaglie secondo giustizia, a chi le merita? Se lo sport ha una funzione educativa, questa cerimonia ne sarebbe il vertice.»


Da: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/un-rimedio-al-doping-dalle-molte-facce
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« immagine » «L’anno si chiude con uno scandalo sportivo di proporzioni epocali: si scopre che in più Olimpiadi gli atleti russi erano dopati in massa. Con la consapevolezza dello Stato, ministri, burocrati, medici. Qualche dirigente, scappato all’estero, sta rivelando adesso le gare truccate, gl...
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"Vi dichiaro robot e marito (o moglie)", di Giulia Pompili

29 dicembre 2016 ore 18:39 segnala


«Che l'istituzione del matrimonio sia in crisi un po' ovunque, insomma, non è una novità. E non c'entrano le unioni civili, nemmeno il divorzio breve: forse è soltanto quell'idea di un sentimento condiviso, cercarsi e poi trovarsi, sopportarsi, che non è più tanto moderna. Lo ha detto pure il Papa, oggi, all'Udienza generale: "Gli sposi novelli io li chiamo i coraggiosi perché ci vuole coraggio per sposarsi". E infatti la crisi dei matrimoni c'è pure nell'èra in cui una app può risolverti ogni situazione, e trovarti l'anima gemella grazie a un algoritmo. La scienza ha i suoi limiti e il problema, piuttosto, sono gli uomini – intesi come specie umana: sbagliano, annoiano, parlano troppo, parlano troppo poco, sono egoisti, sono sessualmente insufficienti. C'è una sconfinata letteratura di fantasia basata sull'idea di una moglie (o marito) talmente perfetta da sembrare (essere?) finta, ma negli ultimi decenni il rapporto tra corpo biologico e macchina antropomorfa è diventato una realtà grazie alla scienza. I robot sono sempre più vicini all'essere umano, interagiscono, e fanno, anzi danno, sesso. Non siamo ai livelli di "Westworld", ancora, ma poco ci manca. Qualche tempo fa, su queste colonne, avevamo raccontato l'origine delle macchine che promettono di sostituire il partner erotico, dalla bambola dell'artista Matt McMullen passando per quelle dell'ingegnere Douglas Hines fino al robot giapponese Pepper, i cui sviluppatori hanno dovuto inserire tra le clausole del contratto di vendita "vietato fare sesso con Pepper".
E' anche per questo boom d'immaginario erotico che già da tempo esistono movimenti e campagne contro l'amore tra uomo e macchina: è un problema etico, insomma, che riguarda la possibile estinzione del genere umano ma anche l'abituarsi al rapporto padrone-schiavo con l'altro, considerare le persone al pari di oggetti e le prostitute semplicemente sex-machine (qui c'è una vera intervista con l'animatrice, in carne e ossa, del movimento Campaign against sex robot, Kathleen Richardson). Altro che depenalizzazione dell’infedeltà coniugale, qui il problema è che un robot è per sempre. Perché tutto questo indignarsi potrebbe essere ormai fuori tempo massimo. Alla conferenza “Love and Sex with Robots” che si è tenuta qualche giorno fa all'università degli artisti di Londra, la Goldsmith University, lo scacchista e matematico David Levy – autore di una bibbia sul tema, ovvero il libro "Love and Sex with Robots" – ha detto: "Entro il 2050 si legalizzeranno i matrimoni tra umani e robot". Per Levy, le coppie miste saranno una normalità già tra una quindicina di anni – scrive Quartz – e i matrimoni possono sembrarci impossibili oggi, ma "trentacinque anni fa si pensava la stessa cosa dei matrimoni gay. E fino agli anni Settanta alcuni stati non permettevano i matrimoni tra bianchi e neri. Le società cambiano e progrediscono rapidamente". Pure Adrian Cheok, docente di Pervasive computing, è convinto: "Se un robot si comporta come se ti amasse, e tu lo senti davvero, allora si è quasi al livello di un amore umano". E poi: "Abbiamo già molta empatia con creature non-umane o di altre specie, come gatti e cani. Dunque, se avessimo dei robot che si comportano come umani, basterebbe un piccolo salto per essere empatici anche nei loro confronti". Una sua allieva, Emma Yann Zhang, è già finita sui giornali per aver messo a punto “Kissinger”, che sta per “mobile kiss messanger”, un affare che si infila nel telefonino e grazie al quale il bacio virtuale è un po’ meno virtuale. In fondo molte donne, già oggi, preferiscono lo smartphone al bacio sotto casa, il gatto all'uomo. Ma non è detto che vorrebbero sposarlo.»


Da: http://www.ilfoglio.it/tecnologia/2016/12/28/news/robot-sesso-e-matrimonio-impero-dei-sensor-112872/
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« immagine » «Che l'istituzione del matrimonio sia in crisi un po' ovunque, insomma, non è una novità. E non c'entrano le unioni civili, nemmeno il divorzio breve: forse è soltanto quell'idea di un sentimento condiviso, cercarsi e poi trovarsi, sopportarsi, che non è più tanto moderna. Lo ha dett...
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