"Il velo non è islamico..." di Karima Moual

23 novembre 2016 ore 13:13 segnala
Karima Moual è una giornalista e blogger italiana d'origine marocchina:
http://karimamoual.blog.ilsole24ore.com/chi-sono/



«Il velo, sempre più indossato dalle donne musulmane, anche in Occidente, non è prescritto da nessun obbligo coranico. Il velo non è islamico, si tratta di un costume culturale e sociale. A dirlo non è la solita femminista di origini musulmane, o uno scrittore progressista maghrebino che cerca, per l’ennesima volta, di riaprire la discussione su uno dei più controversi simboli delle società islamiche, ma un dibattito animato da un precedente dell’Università Al Azhar, il più autorevole centro teologico sunnita, che riesplode sui media arabi, nei giorni in cui, nella tv canadese, ha fatto la sua comparsa la prima presentatrice velata.
La decostruzione dell’obbligatorietà del velo nell’islam è partita da uno Sheikh di Al Azhar - stranamente passata in sordina nel momento in cui fu annunciata - ed è tornata in questi giorni a scuotere l’opinione pubblica islamica proprio nel momento in cui più si assiste alla proliferazione dei veli. Proprio Al Azhar, la più prestigiosa istituzione islamica araba, aveva conferito con lode la tesi dello Sheikh Mustafa Mohammed Rashid sull’islamicità del velo o hijab, secondo la giurisprudenza.
La tesi dello Sheikh sottolinea che non è obbligatorio nell’Islam per una donna indossare il velo e ha dimostrato come l’interpretazione dei versi coranici distaccati dal contesto storico abbiano portato alla confusione e alla prevalenza di un equivoco sul velo. Quasi forzato, perché il Corano - ribadisce - non ha detto affatto che le donne debbano coprirsi il capo.
Certo, non tutte le donne musulmane portano il velo e non per questo si sentono meno musulmane, anche se devono combattere per questa loro scelta. Nella storia passata e recente, inoltre, lo Sheikh non è certo il pioniere di questi argomenti e non è il primo a scardinare alcune interpretazioni tutt’altro che sulla linea della parità di genere nell’Islam, ma c’è da dire che oggi l’esercito di teologi che iniziano a combattere una certa interpretazione letterale della teologia con la stessa arma della teologia, in chiave di Ijtihad (sforzo ndr), non sono più in ombra e le loro fatwa circolano velocemente nel web.
Tuttavia che il messaggio arrivi da Al Azhar ha un suo valore, e lo acquisisce ancor di più nella misura in cui viene letteralmente risuscitato fino a rimbombare nel web e nella stampa araba, in contemporanea allo sdoganamento dei veli nella moda, dove giovani musulmane, più modelle che modeste, truccate, si presentano con labbra gonfiate e occhi ammiccanti verso l’obiettivo ( la copertina di playboy con una modella velata è l’inizio), alla faccia del pudore, quello sì, consigliato a uomini e donne dal Corano.
La schizofrenia dei veli che stiamo vivendo oggi con il loro moltiplicarsi e perdersi, sia di modestia sia d’identità, nei Paesi musulmani o in Occidente, in realtà è il sintomo del suicidio stesso del velo. Inteso come un lontano simbolo, genuinamente portato con fede - intesa come fiducia - sul capo, nel significato più profondo di modestia e pudore da quelle antenate che si affidavano all’interpretazione maschile del verbo di Dio.
Il velo di oggi si perde tra la moda, l’identità e la politica, ma soprattutto perde la sua aspirazione, la sua genuinità, quella delle madri e delle nonne, cercando un compromesso con la modernità difficile da trovare. Oggi nel nostro Paese il capo coperto lo portano in tante ed è in aumento tra le seconde generazioni che in questi anni hanno ascoltato, nelle moschee o tra le mura di casa, la sola versione «dell’obbligo religioso» che ha indotto chi non lo porta a sentirsi in difetto. Si moltiplicano le storie di giovani musulmane nel nostro Paese che scelgono il capo coperto senza una piena e plurale consapevolezza del suo significato, ma ciò che più colpisce è che il deficit di consapevolezza investa anche le opinioni pubbliche. Non è accettabile continuare a pensare alla donna musulmana solo come una donna velata e dedicare i riflettori solo a essa. Non è accettabile raccontare i musulmani solo dietro il velo e l’Islam.
La battaglia sui diritti umani nelle società musulmane deve partire anche dal racconto della sua pluralità e dalla lotta per la loro emancipazione.»


Da: http://www.lastampa.it/2016/11/23/cultura/opinioni/editoriali/per-i-saggi-del-cairo-il-velo-non-islamico-tjBhDmhFDLbOttB5XFGAAM/pagina.html
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Karima Moual è una giornalista e blogger italiana d'origine marocchina: http://karimamoual.blog.ilsole24ore.com/chi-sono/ « immagine » «Il velo, sempre più indossato dalle donne musulmane, anche in Occidente, non è prescritto da nessun obbligo coranico. Il velo non è islamico, si tratta di un...
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"Ho spesso visto persone...", di Carl Gustav Jung

18 novembre 2016 ore 16:54 segnala


«Ho spesso visto persone diventare nevrotiche per essersi accontentate di risposte inadeguate o sbagliate ai problemi della vita; cercano la posizione, il matrimonio, la reputazione, il successo esteriore o il denaro, e rimangono infelici e nevrotiche anche quando hanno ottenuto tutto ciò che cercavano. Persone del genere di solito sono confinate in un orizzonte spirituale troppo angusto, la loro vita non ha sufficienti contenuti, non ha significato, se riescono ad acquistare una personalità più ampia generalmente la loro nevrosi scompare.
Tra i cosiddetti nevrotici del nostro tempo ve ne sono molti che in altre epoche non lo sarebbero stati, non sarebbero stati cioè in disaccordo con se stessi: se fossero vissuti in un'epoca, in un ambiente nel quale l’uomo attraverso i miti era ancora in rapporto con il mondo ancestrale e quindi con la natura sperimentata realmente e non vista solo dall’esterno, avrebbero potuto evitare questo disaccordo con se stessi.
Oggi si vuol sentire parlare di grandi programmi politici ed economici, ossia proprio di quelle cose che hanno condotto i popoli ad impantanarsi nella situazione attuale, ed ecco che uno viene a parlare di sogni e di mondo interiore... tutto ciò è ridicolo, che cosa crede di ottenere di fronte ad un gigantesco programma economico, di fronte ai cosiddetti problemi della realtà?
Ma io non parlo alle nazioni, io mi rivolgo solo a pochi uomini. Se le cose grandi vanno male, è solo perché i singoli individui vanno male, perché io stesso vado male, perciò, per essere ragionevole, l'uomo dovrà cominciare con l'esaminare se stesso, e poiché l'autorità non riesce a dirmi più nulla, io ho bisogno di una conoscenza delle intime radici del mio essere soggettivo. È fin troppo chiaro che se il singolo non è realmente rinnovato nello spirito neppure la società può rinnovarsi poiché essa consiste nella somma degli individui.»
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"Intervista (2007) a Leonard Cohen...", di Dario Cresto-Dina

11 novembre 2016 ore 14:28 segnala
"Io desidero vivere, amare, leggere libri di nobili princìpi e ideali e fingere di uscirne diverso. E ascoltare ogni tanto le canzoni di Nina Simone. Quando qualcuno le suona"



«La privazione è la madre della poesia, scrisse nel suo romanzo più bello, Il gioco preferito. Lo cominciò che era il 1960. Lui stava a Londra, era poco più di un ragazzo, sopra a tutto giocava a flipper, frequentava artisti e andava a puttane. Oggi, a settantatré anni Leonard Cohen ha strizzato quella convinzione fino all'ultima goccia. Si è privato di tutto, tranne di ciò che ritiene essenziale. Una donna, la bellissima Anjani Thomas, 48 anni, sua ex corista e adesso cantante solista: "Questa immensa donna che a volte viene da me al mattino prestissimo e mi strappa via dalla pelle".
La poesia, che attraversa dalla prima all'ultima riga Il libro del desiderio appena uscito in Italia da Mondadori. Qualche canzone: "Il mio tempo sta per finire eppure non ho ancora cantato la vera canzone, la grande canzone". Il cuore: "Non vuole saperne di arrendersi". E Dio: "È così divertente credere in Dio". Il resto è uno scroscio d' applausi dietro i ricordi.
Lui asciuga la parola fino all'epitaffio."Ho già scritto tutto ciò che potevo scrivere per quelle che erano le mie capacità. Ho detto tutto. Mi sorprendo quando qualcuno dimostra ancora interesse per il mio lavoro". Leonard Cohen è tornato a Montreal, gli piace parlare dei suoi luoghi. Così gli domando dove preferisce lavorare. "Su una scrivania completamente sgombra. Sopra c' è soltanto il computer e una piccola stampante. Mio figlio Adam dice che le stanze di casa mia hanno tutte il medesimo aspetto. La scrivania è di legno di pino vecchio, tre metri di lunghezza per uno e mezzo circa di larghezza. Un uomo che conoscevo piuttosto bene, un devoto avventista del settimo giorno e artigiano della vecchia scuola, l' ha costruita per me vent' anni fa".

- Trascorre molte ore della giornata a quella scrivania?
"Sì. Penso, disegno, guardo fuori dalla finestra. Spesso c'è un uomo dentro un furgoncino super attrezzato, o forse blindato..., che vende gelati ai bambini".

- Vive da solo?
"Al mattino mi piace svegliarmi da solo. La mia compagna vive a casa sua, non lontano da qui. Mia figlia Lorca sta nell'appartamento al piano di sotto. Lei ha due cani, si chiamano Toast e Nova. Nova è prossima alla fine, cammina a fatica anche nei brevi percorsi".

- Lei ha sempre incarnato l'animo dell'ebreo errante. Questa volta si fermerà?
"Non credo. La strada è troppo lunga, il cielo è troppo vasto, il cuore errante è finalmente senza dimora".

- Il suo ultimo libro è infatti il racconto di un lungo viaggio. Il viaggio di una vita. Maestri, amici, amore, religione, rimpianti e sconfitte. Lei disse: "Ho imparato, scrivendo canzoni, che più si è intimisti più si parla di temi universali. I sentimenti di una persona diventano quelli di tutti". È ancora così?
"Credo di sì. Ho scritto una canzone che si chiama Lullaby. Dice: se il tuo cuore è trafitto, non mi chiedo il perché, se la tua notte è lunga, questa è la mia ninna nanna. Vorrei che qualcuno pensasse a me così".

- Nel '73, durante la guerra del Kippur, lasciò Los Angeles e andò a Tel Aviv per arruolarsi. Oggi che cosa significa per lei essere un ebreo?
"Nient' altro che un gruppetto di persone raccolte intorno a un tavolo in un venerdì sera con la luce soffusa".

- Eppure l'onda antisemita è tornata a gonfiarsi in molte parti del mondo. Dall'Iran di Ahmadinejad alla vecchia Europa. È preoccupato?
"Mi fa venire voglia di farle la stessa domanda. Lei non è preoccupato? Molti anni fa, il mio amico Irving Layton (uno dei più grandi poeti canadesi del '900 scomparso un anno fa, ndr), scrisse un libro intitolandolo L'Europa e altre brutte notizie. È una lezione attualissima e che andrebbe riletta".

- Lei è stato per molto tempo nel monastero zen di Mount Baldy, a pochi chilometri da Los Angeles, un luogo dove torna spesso. Ha preso il nome di Jikan il silenzioso e ha seguito il maestro Kyozan Joshu Roshi. Perché?
"Avevo bisogno di rigore, poi è nata l'amicizia con Roshi che dura da quasi 40 anni. Roshi ha compiuto cent' anni lo scorso primo aprile. Eravamo seduti di fronte a un bicchiere di vino rosso un paio di anni fa. Ha sollevato il bicchiere, mi ha dato un pugno sulla spalla e mi ha sussurrato: 'Scusami se non muoio'".

- Ora è tornato in Canada. È stato richiamato dalle sue radici o l'hanno deluso l'America e il presidente Bush?
"Dopo l' 11 settembre ho cominciato a sentire il desiderio di rientrare, di radunare amici e familiari. È un buon modo per esprimere e condividere reciprocamente la preoccupazione. Trent' anni fa ho scritto una canzone che si intitolava La moglie zingara. Diceva: troppo presto per l' arcobaleno, troppo presto per la colomba, questi sono gli ultimi giorni, questa è la tenebra, questo è il diluvio. Allora quei versi riproducevano il mio stato interiore, oggi rappresentano lo stato esteriore. Non ci vuole molto a indovinare che non ho alcuna simpatia per il mio tempo".

- Ha dimostrato di avere scarsa simpatia anche per la politica. Il suo disimpegno è stato molto criticato.
"La mia risposta è inevitabilmente attutita. È troppo tardi per le critiche. Vede, l'ho scritto più di una volta per chi ha letto i miei libri e ascoltato la mia musica: perdonatemi se ho sprecato il vostro tempo".

- Dicono di lei: è un guru, un maestro, un filosofo. L'hanno accostata a Dante Alighieri per come sa trasformare le storie dell'umanità quotidiana in visioni metafisiche. È un paragone in cui si riconosce?
"No. È un paragone assurdo che non accetto. Persino in questi anni di grande permissivismo, non possiamo né dobbiamo permettere che vengano meno le regole fondamentali. Che venga meno il buon senso".

- Molte donne hanno camminato nella sua vita e nelle sue canzoni. L'hanno amata e sono state amate. Che cos' è il sesso?
"Un momento di riposo su un letto di spine".

- E che cos'è l'amore?
"The background, quello che viene prima. Se preferisce, il sottofondo".

- A 73 anni ha paura della vecchiaia?
"Le rispondo con un' altra frase di Irving Layton che faccio mia: non è la morte a preoccuparmi, ma i preliminari".

- Nel suo ultimo libro Philip Roth scrive che la vecchiaia non è una battaglia, ma un massacro. Come ci si difende?
"In un solo modo. Con l'amnesia".

- Nel rock chi sarà l'erede di Leonard Cohen?
"Non ho notato nessuno che si accapiglia per il mio mantello".

- E lei che cosa desidera?
"Vivere, amare, leggere libri di nobili princìpi e ideali e fingere di uscirne diverso. E ascoltare ogni tanto le canzoni di Nina Simone. Quando qualcuno le suona".»


Da: http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2016/11/11/news/leonard_cohen_la_mia_musica_contro_l_odio_e_la_paura_-151788021/?ref=HRER1-1
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"Io desidero vivere, amare, leggere libri di nobili princìpi e ideali e fingere di uscirne diverso. E ascoltare ogni tanto le canzoni di Nina Simone. Quando qualcuno le suona" « immagine » «La privazione è la madre della poesia, scrisse nel suo romanzo più bello, Il gioco preferito. Lo cominciò...
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"Intervista a Marco Paolini...", di Fulvia Caprara

05 novembre 2016 ore 15:15 segnala


Il tono schivo da teatrante impervio, con l’espressione pensosa e le rughe sulla fronte come solchi sulla corteccia di un albero, è mitigata da continui colpi di tosse. L’influenza colpisce ancora, e perfino Marco Paolini, autore, attore e regista nato a Belluno nel ’56, portabandiera del teatro politico di strada e di denuncia, appare un po’ più fragile. Impetuoso e ipnotico come sempre, ma con un sospetto di vulnerabilità che ne accresce il carisma. Questione di contrasti. Come quello che salta agli occhi nella sua ultima prova cinematografica, il film dell’esordiente Marco Segato La pelle dell’orso (tratto dal romanzo omonimo di Matteo Righetto) in cui Paolini, di mestiere affabulatore, interpreta Pietro, «uomo più di mani che di parole», consumato, nel cuore delle Dolomiti Anni 50, dalla solitudine, dal vino e dalla caccia a un orso feroce.

- Il suo lavoro in palcoscenico si basa sull’uso delle parole. Come è riuscito a calarsi nei panni di un personaggio che ne farebbe quasi a meno?
«Si fa si fa... In questo caso tutta la mia esperienza teatrale non mi è servita a niente. Mi sono ispirato all’orso, d’altra parte sono il primo della mia famiglia a non fare un mestiere che richieda l’uso delle mani. Tutti i miei antenati erano dediti al lavoro manuale: mio padre ferroviere, altri parenti commercianti di legname, anch’io, in fondo, sono un manovale dell’era digitale, il mio approccio alle cose è sempre materico».

- Nella storia Pietro è un genitore perduto e ritrovato. Le è capitato, interpretandolo, di ripensare a suo padre, al vostro legame?
«Mio padre, che persona straordinaria. Quando, al quarto anno di università, gli ho detto che volevo fare teatro non ha battuto ciglio, mi ha risposto “se questa è la tua strada, seguila”. Nel suo ambiente era importante dire che suo figlio frequentava l’università, risultava più difficile spiegare che, a un certo punto, aveva deciso di fare l’attore».

- E poi come è andata?
«L’occasione vera di riscatto è arrivata quando è stato trasmesso in tv lo spettacolo sul Vajont. Allora, finalmente, tutti hanno capito che lavoro si era messo a fare il figlio del ferroviere».

- Della sua biografia artistica fa parte Dario Fo. È stato un suo modello?
«Rifarsi a lui sarebbe stato come compiere una sorta di plagio. Ogni spettatore ha un debito nei suoi confronti, tra Fo e il suo pubblico c’era una sintonia poetica. Ma come attore io non mi sento in debito. Anzi. Guai a partire da lì, come voler fare il cantante partendo da Bruce Springsteen. Se devo partire da qualcuno, dico Paolo Poli».

- Molti dei suoi spettacoli, e ora anche il film di Segato, hanno la natura come personaggio principale. Lei che rapporto ha con questo co-protagonista?
«Non vesto “outdoor” e non sono l’uomo dei boschi, però vado in montagna, mi arrampico, faccio le ferrate. La mia relazione con la natura non si può vendere, è una cosa che tengo per me. Ogni volta che mi ritrovo in certi luoghi mi lascio guidare e l’insieme dei sentimenti che sento affiorare è enorme».

- La natura può incutere anche tanta paura. Le è capitato di sentirsi sovrastato, intimorito?
«La paura, quando arriva, deve trasformarsi in senso di responsabilità e autocontrollo, bisogna conoscere i propri limiti, non farsi prendere dalla vertigine. So che certe volte, in montagna, bisogna tornare indietro. Quelli che muoiono sulle vette sono quasi sempre quelli che sanno bene cosa fare, poi però c’è l’imponderabile, e allora non si può nulla. Un adulto certe cose deve saperle, sui monti, ma anche altrove».

- Detto da lei, che è uomo di sfide per antonomasia...
«Le sfide si possono affrontare, ma sapendo bene dove mettersi. L’età anagrafica, per esempio, ti impone dei limiti. L’Amleto a Gerusalemme fatto con Vacis, ecco, quella è una sfida importante».

- Ha ancora senso, nell’Italia di oggi, il suo teatro di denuncia?
«Il problema è che in Italia le autocensure sono più potenti delle censure vere e proprie. Il rischio maggiore di quel tipo di teatro non sta nelle querele, ma nel fatto che, se continui a praticarlo, puoi morire di fame. Il punto non sta nella mazzata del potere che ti mette in prigione, ma nella domanda di fondo: “Quanto gliene frega alla gente di quello che fai?”, “Quanti sono disposti a pagare per piangere invece di ridere?”. Comunque non mi sento solo, anzi, da noi il teatro di memoria è più presente che in altre comunità europee».

- Lo spettacolo sul Vajont è stato un enorme successo.
«Eppure il nostro resta un Paese che si identifica con la commedia all’italiana. Io stesso sono un ammiratore di Crozza, però non sono d’accordo con chi pensa che il genere comico svolga una funzione molto più importante di quello drammatico. Con il Vajont ho capito che la tragedia fa parte della nostra identità. E poi basta pensare alla Traviata, a Rigoletto, alla Forza del destino, opere che hanno fatto l’unità d’Italia. Vedendole si piangeva, e si usciva dal teatro con la voglia di vivere meglio la propria vita. Mi torna in mente anche La grande guerra, un film pazzesco, ti diverti per tutto il tempo e alla fine capisci di aver visto un dramma».

- Nella Pelle dell’orso c’è una donna, Sara (Lucia Mascino), che se ne va da sola in giro per i monti. Negli Anni 50. La forza femminile non è mai stata abbastanza raccontata, ma esisteva, anche allora.
«Di donne forti ce sono state un sacco, da Tina Merlin, la giornalista che raccontò il Vajont, a Tina Anselmi, che ho conosciuto, e che considero una figura eccezionale del Novecento italiano. Ma ce ne sono tante altre, nel campo della ricerca e anche del cinema».

- Non ha mai desiderato di passare dietro la macchina da presa?
«No, non ho attitudine al comando, e non avverto il fascino dell’opera filmica dal punto di vista della tecnica, che ne è un aspetto importante. Preferisco lavorare con un’altra materia. Quella dei corpi, e delle parole».


Da: http://www.lastampa.it/2016/11/05/societa/la-tragedia-parte-della-nostra-identit-ma-la-gente-ormai-vuole-solo-ridere-xTJfJKVhCr1RVDe4yoSJWP/pagina.html
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« immagine » Il tono schivo da teatrante impervio, con l’espressione pensosa e le rughe sulla fronte come solchi sulla corteccia di un albero, è mitigata da continui colpi di tosse. L’influenza colpisce ancora, e perfino Marco Paolini, autore, attore e regista nato a Belluno nel ’56, portabandier...
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"2015, l'era dell'anidride carbonica..."

24 ottobre 2016 ore 16:47 segnala
Il comunicato dell'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm): per la prima volta, a livello globale, la concentrazione media di di CO2 nell'atmosfera ha raggiunto il traguardo di 400 parti per milione... Una «nuova realtà climatica».



«Una nuova era climatica. Per la prima volta a livello globale, nel 2015 la concentrazione media di anidride carbonica (CO2) nell'atmosfera ha raggiunto il traguardo di 400 parti per milione (ppm) e nel 2016 ha registrato nuovi record sulla scia del fenomerno El Nino. "Il 2015 - afferma l'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) in un comunicato reso noto a Ginevra - segna l'inizio di una nuova era della realtà climatica".
I livelli di CO2 avevano infatti precedentemente già raggiunto la soglia dei 400 ppm per alcuni mesi dell'anno e in certi luoghi, ma mai prima d'ora su una base media globale per l'intero anno, spiega l'Omm. Stando alle previsioni della più anziana stazione di sorveglianza dei gas ad effetto serra, le concentrazioni di CO2 resteranno al di sopra di 400 ppm per l'intero 2016 e non scenderanno sotto tale livello per molte generazioni.
La crescita sostenuta di CO2 è stata alimentata dall'evento El Nino, sottolinea il comunicato. Ma mentre "l'evento di El Niño è scomparso, i cambiamenti climatici restano", ha affermato il segretario generale dell'Omm Petteri Taalas. "Il 2015 - ha aggiunto - resterà nella storia nella misura in cui le concentrazioni record di gas a effetto serra "annunciano una nuova realtà climatica".
Taalas si è felicitato del recente accordo raggiunto a Kigali per modificare il Protocollo di Montreal ed eliminare gradualmente gli idrofluorocarburi, potenti gas serra, "ma il vero elefante nella stanza è l'anidride carbonica che rimane nell'atmosfera per migliaia di anni e negli oceani ancora più a lungo. Se non si affrontano le emissioni di CO2 non saremo in grado di affrontare i cambiamenti climatici e di mantenere l'aumento della temperatura al di sotto dei 2 grandi centigradi rispetto al livello dell'era pre-industriale", ha aggiunto esortando un'accelerazione dell'applicazione dell'accordo di Parigi sul clima del dicembre 2015.»


Da: http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/clima-livelli-record-co2.aspx
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Il comunicato dell'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm): per la prima volta, a livello globale, la concentrazione media di di CO2 nell'atmosfera ha raggiunto il traguardo di 400 parti per milione... Una «nuova realtà climatica». « immagine » «Una nuova era climatica. Per la prima volta a...
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"Arance nel deserto...", di Annalisa Guglielmino

11 ottobre 2016 ore 14:40 segnala


«Un aranceto fiorisce nel bel mezzo del deserto dello Zimbabwe, a ricordare che "porre fine alla fame nel mondo è obiettivo ambizioso ma non impossibile". Solo, bisogna fare in fretta. E accelerare un passo che rischia di essere troppo lento per le troppe persone - 795 milioni - per cui il livello di fame è ancora grave. È la raccomandazione che arriva da uno dei principali rapporti internazionali, l'Indice globale della fame 2016 (GHI). Se il livello di fame dovesse diminuire allo stesso tasso registrato dal 1992 ad oggi, dice il rapporto presentato oggi a Milano dal Cesvi, nel 2030 più di 45 Paesi - tra cui India, Pakistan, Haiti, Yemen, e Afghanistan - avrebbero ancora un livello di fame tra il “moderato” e l’“allarmante”.
Giunto all'undicesimo anno di pubblicazione, l'Indice registra lo stato della fame in 118 Paesi e si inserisce nel quadro dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Il messaggio di quest’anno, Obiettivo Fame Zero, basato sull’Obiettivo di Sviluppo sostenibile 2, è un’esortazione a “porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile”.
L'esempio è proprio l'aranceto di Shashe, località dello Zimbabwe al confine con il Sudafrica e il Botswana. Qui, in uno dei paesi sudsahariani maggiormente colpiti da El Niño, Cesvi gestisce con la comunità locale il progetto Shashe Citrus Orchard, riuscendo a coltivare un aranceto di 90 ettari in una zona desertica e regalando un'opportunità economica alla popolazione locale.
Su quest'esperienza concreta e sul ruolo del mondo pubblico e privato nella promozione di un’agricoltura sostenibile e di una crescita inclusiva in Italia e in Europa si sono confrontati, nel corso della tavola rotonda organizzata a Milano, il direttore generale per la cooperazione allo sviluppo del Ministero degli Esteri Pietro Sebastiani, Roberto Ridolfi direttore Devco (Sustainable Growth and Development Dept.) e Luca Virginio, vice presidente Barilla Foundation.
"La comunità globale è ben lontana dal raggiungimento del Goal ‘Fame Zero’ entro il 2030 - ha sottolineato Daniela Bernacchi, amministratore delegato Cesvi -. Porre fine alla fame nel mondo è un obiettivo ambizioso, ma non impossibile. Per raggiungerlo è necessario che tutti gli attori in gioco aumentino l’impegno e la responsabilità." I livelli di fame in 50 dei 118 Paesi analizzati rimangono ‘’gravi’’ (43 Paesi) o “allarmanti” (7 Paesi). Un bambino su quattro è affetto da arresto della crescita e l’8% da deperimento. Inoltre, per 13 Paesi non è stato possibile raccogliere dati completi per calcolare il Ghi. Dieci di questi, tra i quali Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Libia, Sud Sudan e Siria, hanno indicatori come arresto della crescita, deperimento e mortalità infantili che "lasciano supporre alti livelli di fame e suscitano notevole preoccupazione".»

PS: Cesvi è un’organizzazione umanitaria italiana, laica e indipendente, che opera per la solidarietà mondiale.

Da: http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/indice-globale-della-fame-2016-obiettivo-fame-zero.aspx
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« immagine » «Un aranceto fiorisce nel bel mezzo del deserto dello Zimbabwe, a ricordare che "porre fine alla fame nel mondo è obiettivo ambizioso ma non impossibile". Solo, bisogna fare in fretta. E accelerare un passo che rischia di essere troppo lento per le troppe persone - 795 milioni - per ...
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"Ascolto dunque suono..."

24 settembre 2016 ore 19:09 segnala
Intervista di Piero Negri a Ennio Morricone (“Come ho imparato ad amare un lavoro che non volevo fare”; “Ho provato tante volte a smettere, ora l’ho capito: solo il cinema ti permette di scrivere musica totale”):



Gli anni sono quasi 88, quelli di attività 60. I dischi venduti 70 milioni, i lavori portati a termine circa 600 (di cui 500 per il cinema), gli Oscar 2, uno alla carriera nel 2007, l’altro quest’anno per le musiche di The Hateful Eight. I numeri di Ennio Morricone, per quanto sorprendenti, non riescono però a restituire l’importanza, l’influenza e l’originalità del suo percorso artistico. Né la sua stupefacente vitalità: a 87 anni il Maestro ha firmato un contratto con una delle case discografiche più significative al mondo, la Decca, che l’11 novembre - il giorno dopo il suo 88esimo compleanno - pubblicherà Morricone 60, un album di composizioni morriconiane scelte, curate, dirette e registrate da lui.

- Maestro, chi ha avuto l’idea di questo album?
«Dico la verità: è una richiesta della casa discografica. Loro pensano che sia importante per il mercato e io non posso che ascoltarli. Noi compositori siamo come gli avvocati, non possiamo andare in giro a procacciarci i clienti, dobbiamo aspettare che siano loro a cercare noi».

- È vero che dirige, registra, mette insieme le sue musiche per la prima volta?
«Sì, ma questo va compreso bene. Tutto quello che registro l’ho scritto io e lo dirigo io. Non ho mai avuto un orchestratore o un arrangiatore, non sono un dilettante, tanti anni fa ho scelto la libera professione, con tutte le difficoltà che comporta, e non ho mai rinnegato quella scelta. Tutti i progetti che ho portato a termine li ho fatti perché volevo io, ma per lungo tempo questo dipendere dalla volontà altrui è stato un tormento. Almeno fino a sedici anni fa».

- Che cosa è successo 16 anni fa?
«È difficile dirlo. Da tempo avevo un consenso molto chiaro, molto chiaro. Ma ero preoccupato, il fatto economico è importante per tutti, anche per i compositori. Sedici anni fa ho avuto certezze in tal senso che prima non avevo».

- È vero che ha pensato di smettere di scrivere per il cinema?
«Mi viene un po’ da ridere: mi sono sposato nel 1956 e non oso pensare quante volte ho detto a mia moglie Maria che da quel momento in poi avrei scritto solo musica assoluta. Con il cinema volevo smettere negli Anni Ottanta prima di The Mission, poi nei Novanta quando non arrivarono certi riconoscimenti, infine nel 2000. Ora ho imparato la lezione: anche dopo l’Oscar a The Hateful Eight non mi sentirete dire che non scriverò più musiche per i film».

- Che cosa non le piace di questo lavoro?
«Non mi fa piacere accettare i compromessi che il cinema richiede. Anche se in molti casi devo ammettere che il compromesso è stato soddisfacente».

- Nel libro che ha scritto con Alessandro De Rosa, «Inseguendo quel suono»...
«No, no, il libro l’ha scritto lui, io ho risposto alle domande».

- Ecco, lei racconta che il compositore Franco Evangelisti già negli Anni Sessanta, quando uscì Per un pugno di dollari e lei si lamentava del lavoro per il cinema, le disse: «Sai quanti compositori si venderebbero la madre per il mestiere che fai tu?».
«Eh, a ripensarci mi fa ridere: era un paradosso, chi venderebbe la propria madre per una cosa del genere? Ma Evangelisti era un uomo del paradosso, anche come compositore. Però aveva capito già allora che scrivere per il cinema sarebbe stato sempre più importante».

- Ora lo può dire: qual è la sfida più interessante per un compositore quando scrive per il cinema?
«Per me l’aspetto più interessante è che è possibile lavorare con ogni forma di espressione, la canzone, il rock, la musica drammatica, quella informale, il folk. La musica da film contiene tutte le musiche, come il cinema - che è l’arte moderna per eccellenza - contiene in sé tutte le arti. È questo ciò che il cinema dà alla musica: la rende musica totale».

- Quando lei nel 1958 andò a Darmstadt a seguire il seminario di John Cage con Evangelisti e gli altri giovani musicisti con cui avrebbe fondato il gruppo di improvvisazione Nuova Consonanza, salì su un masso nel bosco e cominciò a dirigere gli amici come un’orchestra. Non le è mai venuto in mente che Paolo Sorrentino si sia ispirato a lei per la scena del direttore d’orchestra nella foresta di Youth?
«Ah ah, ma noi non avevamo capito niente di Cage. Lui era un provocatore, ci parlava della musica per tamburo, clarinetto e strumenti che non esistevano per farci riflettere su ciò che si faceva allora, per denunciare lo stato delle cose. Ma lo capimmo dopo: quel giorno, usciti dal seminario, andammo nel bosco, io salii sul sasso e diressi gli altri che facevano suoni di pernacchie e scoregge per irriderlo. Fu in un certo senso la nostra prima improvvisazione».

- Lei sente di aver portato l’avanguardia nella musica tonale, di averla resa accessibile? Pensa sia uno dei suoi meriti?
«Qualcuno l’ha detto, a distanza di tempo. Io posso dire che mi servì molto, all’inizio, quando mi dissero: Ennio, se vai avanti così, non ti ascolta più nessuno. Mi dissi: c’è anche un pubblico a cui pensare».

- Come è andata con Tarantino? Come l’ha convinta?
«Guardi, questa è una professione così strana... Io quel film non lo volevo fare, ma come molti sanno lui è venuto a Roma per convincermi. Come ha fatto? Mi ha ricordato che aveva usato la mia musica per altri film e soprattutto mi ha lasciato libertà completa. “Che devo scrivere?”, gli ho chiesto. “Quello che ti pare”, mi ha risposto».

- Ed è arrivato l’Oscar...
«E io non volevo andare a Los Angeles, un po’ perché non stavo bene, un po’ perché l’Oscar mi aveva dato enormi delusioni. Le musiche per The Mission, per esempio, nel 1986 furono sconfitte dal lavoro di un grande jazzista (Herbie Hancock per Round Midnight, ndr), che rielaborava composizioni non originali e quindi non avrebbe dovuto concorrere. Ma Tarantino e i produttori hanno insistito, sono andato a Los Angeles e l’Oscar è arrivato».

- E adesso?
«Adesso vediamo... Non le ho detto che un compositore non può che attendere?».


Da: http://www.lastampa.it/2016/09/24/societa/come-ho-imparato-ad-amare-un-lavoro-che-non-volevo-fare-h29BZFvE95sGU7udd84NeM/pagina.html
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Intervista di Piero Negri a Ennio Morricone (“Come ho imparato ad amare un lavoro che non volevo fare”; “Ho provato tante volte a smettere, ora l’ho capito: solo il cinema ti permette di scrivere musica totale”): « immagine » Gli anni sono quasi 88, quelli di attività 60. I dischi venduti 70...
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24/09/2016 19:09:47
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"Quanta paura ci fanno i migranti...", di Fabrizio Gatti

19 settembre 2016 ore 20:38 segnala
Gli italiani sono tra i popoli che credono meno nell’accoglienza. E crescono sfiducia e insicurezza. I risultati di una ricerca mondiale di Ipsos.



Nella foto: Fabrizio Gatti, giornalista, è entrato clandestinamente nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Borgo Mezzanone, dove la legge è ignorata, con un nome falso e una storia personale inventata, e vi ha passato una settimana, da lunedì 15 a domenica 21 agosto.



«È il caos ad alimentare la paura dello straniero. Non i numeri reali, non la complessità della crisi sul Mediterraneo. È la mancanza di un modello da seguire, è lo sperpero di denaro pubblico, è l’impunità dei più furbi di casa nostra. Sono le strutture fuori controllo come il Centro per richiedenti asilo di Foggia, l’inferno che abbiamo raccontato nell’inchiesta di domenica scorsa, dopo la quale è intervenuto Eugenio Scalfari su “Repubblica”, portando finalmente la politica a muoversi.
Sono anche i dati di un’economia che arranca ad agitare la pancia e addormentare la mente: la concorrenza tra disoccupati italiani e una nebulosa di immigrati senza lavoro, neosbarcati senza prospettive, richiedenti asilo appena accolti, profughi già integrati.
Dal sondaggio Ipsos “Visioni globali sull’immigrazione e la crisi dei rifugiati”, emerge che siamo i più pessimisti, i più impauriti. Superati soltanto dai turchi. Ma la Turchia ha accolto due milioni e mezzo di stranieri su 74 milioni di abitanti, con un Pil pro capite di 11 mila dollari. In Italia sono arrivati circa 470 mila profughi dal 2013 (di cui quasi la metà ripartita verso altri Paesi europei), su 60 milioni di abitanti e con un Pil pro capite di quasi 36 mila dollari.
Una strada per vincere la paura esiste: far nascere un modello di scambio e una mappa condivisa con i Paesi da cui l’emigrazione ha origine, almeno quelli non in guerra. Ma anche vigilare sulla spesa per l’accoglienza e punire chi ne approfitta. Perché le iniziative umanitarie giuste non diventino l’italico espediente per lucrare sulla finta pietà.
Il sondaggio Ipsos è stato realizzato in 22 paesi con 16.040 interviste tra il 24/6 e l’8/7, su adulti tra i 16 e i 64 anni (tranne Usa e Canada, dove gli intervistati erano tra i 18 e i 64). Hanno partecipato tra 500 e 1.000 persone per ogni Paese, attraverso il sistema Online Panel di Ipsos. I dati grezzi sono stati pesati per rappresentare il profilo dell’universo di riferimento. Per informazioni: www.ipsos.com »


Da: http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/09/16/news/migranti-e-paure-ecco-i-numeri-1.283149?ref=HEF_RULLO

Vedi anche: http://www.trend-online.com/prp/come-sarebbe-italia-senza-immigrati/
4db55cca-bb1b-4fc5-875f-13ad03242da1
Gli italiani sono tra i popoli che credono meno nell’accoglienza. E crescono sfiducia e insicurezza. I risultati di una ricerca mondiale di Ipsos. « immagine » Nella foto: Fabrizio Gatti, giornalista, è entrato clandestinamente nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Borgo Mezzanone,...
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"Vita di Santa Pelagia prostituta..."

17 settembre 2016 ore 15:24 segnala
Il beatissimo vescovo Nonno rivolse lo sguardo verso di lei intensissimamente e a lungo, tanto che dopo che fu passata egli ancora la fissava e la guardava. Poi distolse il suo volto, dicendo agli altri vescovi seduti lì attorno: “Non vi rallegra una così grande bellezza?”



Pelagia è stata una famosissima e bellissima attrice e prostituta vissuta ad Antiochia di Siria, una delle grandi metropoli del mondo antico, nel III secolo: era soprannominata Margherita ("perla") per il suo raro fascino. Come si legge nella "Vitae Sanctae Pelagiae meretricis" (Patrologia Latina, 73) era famosa per essere “la prima delle attrici di Antiochia, ed era anche la prima delle danzatrici mimiche”. Soleva attraversare la città “con molta appariscenza” preceduta e seguita da “grande corteo di servi e di serve"; era ricoperta di “oro e perle e pietre preziose” e come una regina portava “una collana d'oro al collo”; “dello splendore, poi, della sua bellezza, non si sarebbero saziati tutti gli uomini di questo mondo”. Essendosi, poi, convertita ad una vita sobria e di penitenza, fu venerata come santa dalla Chiesa cattolica...


Vedi in: http://cristiano-ortodosso-italiano.blogspot.it/2013/11/vita-di-santa-pelagia-prostituta.html
c8bef31b-ec00-4ce9-a299-7289300999b9
Il beatissimo vescovo Nonno rivolse lo sguardo verso di lei intensissimamente e a lungo, tanto che dopo che fu passata egli ancora la fissava e la guardava. Poi distolse il suo volto, dicendo agli altri vescovi seduti lì attorno: “Non vi rallegra una così grande bellezza?” « immagine » Pelagia...
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«La Bibbia in fiamme di Guttuso...», di Alessandra Stoppini

13 settembre 2016 ore 13:41 segnala
Al Palazzo del Quirinale una significativa e potente mostra sull’«inquietudine» dell’artista siciliano.



« "Il mio quadro certo non va d’accordo con i canoni dell’iconografia religiosa ma non per questo è meno religioso, nego poi che sia un quadro empio". E’ stata questa l’affermazione di Renato Guttuso come risposta alle polemiche che suscitò l’olio su tela “Crocifissione” (1940-41, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea) uno dei suoi quadri più famosi e uno dei più importanti, perché lo rivelò al pubblico e alla critica.
È proprio questo dipinto la punta di diamante dell’esposizione Guttuso. Inquietudine di un realismo ospitata nella Galleria di Alessandro VII - Palazzo del Quirinale che riunisce circa 30 quadri (tra i quali “Il pane”, “Mano del Crocifisso”, “Saul e David”, “Colomba della Pace”, “Conversione di San Paolo”) d’ispirazione religiosa offrendo un’inedita prospettiva per penetrare più a fondo le opere dell’artista.
La mostra è a cura di Fabio Carapezza Guttuso, Presidente degli Archivi Guttuso, e di Crispino Valenziano, Presidente dell’Accademia Teologica “via pulchritudinis”, ed è stata resa possibile dal sostegno del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, dei Musei Vaticani, del Museo Guttuso di Bagheria, della Camera dei Deputati e di prestigiose collezioni private.
“Crocifissione” esposta nel 1942 in occasione del Premio Bergamo, dove ottenne il secondo posto, si mise subito in luce per la sua forte carica espressiva, rivoluzionaria e, secondo la Chiesa cattolica anche eretica, soprattutto per la presenza della figura della Maddalena nuda, scelta quest’ultima che valse all’autore, pittore del partito comunista italiano, l’appellativo di “pictor diabolicus”. La pietra dello scandalo derivava dalla posizione delle tre croci, qui nel Golgota assemblate e non sistemate frontalmente, che ribaltavano lo schema classico della rappresentazione cristiana. Inoltre le pie donne erano seminude, sia quella che abbraccia il Cristo crocifisso, sia l’altra, in parte nascosta dalla croce.
Guttuso, nato a Bagheria, piccola città vicino Palermo, il 26 dicembre 1911 e morto a Roma il 18 gennaio 1987, aveva motivato questa nudità con il desiderio di rappresentare il dramma e allo stesso tempo attribuire alla tela una sorta di atemporalità. Ricordiamo che allora ecclesiastici autorevoli, giudicando l’opera come blasfema, proibirono ai chierici di guardare il dipinto, pena la sospensione a divinis. La frattura con le autorità ecclesiastiche sarebbe durata nel tempo e, solo nel 1969, quasi trent’anni dopo Padre David Maria Turoldo fu il primo religioso a scendere in campo per difendere l’opera, proponendo un’interpretazione di Guttuso, come «un narratore biblico, di una Bibbia in fiamme, mai finita che è la nostra storia», dimostrando una perfetta comprensione del messaggio del quadro. La progressiva apertura che il cardinale Montini, eletto al soglio pontificio come Paolo VI, operò nei confronti dell’Arte Moderna, avrebbe portato allo storico incontro dell’artista con il Pontefice nel 1973, in occasione dell’inaugurazione della Collezione d’Arte Religiosa Moderna nei Musei Vaticani, alla donazione di tre opere, e all’ipotesi di affidare la stessa “Crocifissione” al Vaticano, con la condizione, inaccettabile, di coprire i nudi femminili.
Monsignor Crispino Valenziano, teologo costantemente vicino all’arte, proprio dalla “Crocifissione” ha iniziato l’esegesi delle opere dell’artista, per proseguire nella disamina di “Spes contra spem”, “Il Legno della Croce”, la “Cena di Emmaus”, fino agli “Studi di Crocifissione”, proponendo una nuova chiave di lettura. «… di Guttuso mi interessa il credere cristiano complicato a suo modo nell’opera della sua arte», scrive in un suo saggio titolato emblematicamente “Guttuso credeva di non credere”. Valenziano si sofferma sulla produzione artistica di Guttuso sottolineando come «dalla virtualità religiosa del suo realismo sociale» si giunga «alla sua conoscenza riflessivamente operativa delle Scritture e delle tradizioni connaturate al nostro radicamento culturale», e infine «alla sua disponibilità e adesione a realizzare opere che hanno nella liturgia la loro causalità originante, la loro identità materiale e formale e la motivazione finale della loro struttura e funzione».
Nelle splendide sale (Sala Gialla, Sala di Augusto, Sala degli Ambasciatori) affrescate da Pietro da Cortona nel 1655-1656 della Galleria di Alessandro II Chigi restaurate in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, i dipinti di un genio artistico controverso, libero, come Guttuso che seppe esprimere sulla tela passione politica unita alla consapevolezza della realtà sociale, risaltano per i colori forti, reali, vividi. È il caso di “Spes contra spem” (1982, Varese, Fondazione Francesco Pellin), “Speranza contro speranza”, olio su tela che rappresenta l’eredità spirituale di Guttuso, il quale in questo dipinto mette in scena la cerimonia degli addii. Una stanza chiusa, sicuramente l’atelier dell’artista, gruppi di persone differentemente affaccendate, lo stesso Guttuso, la moglie Mimise, Elio Vittorini e altri amici di famiglia, una bambina vestita di giallo attraversa la tela e supera una tartaruga, quasi immobile sul pavimento, una donna nuda che si affaccia al balcone, che assomiglia al grande amore di Guttuso, Marta Marzotto. Sopra, all’esterno, a dominare la scena, le teste mostruose di pietra su cui l’artista, da bambino si arrampicava, del giardino di Villa Palagonia, la “villa dei mostri”, edificio cintato settecentesco situato a Bagheria. «È la sintesi della vita, in cui, che si cammini o si corra, si spera contro ogni speranza» chiarisce Fabio Carapezza Guttuso. Sepolto in un’arca funebre dedicatagli da Giacomo Manzù, uno dei suoi grandi amici, Renato Guttuso riposa a Bagheria, nel giardino della settecentesca Villa Cattolica che ospita il museo a lui dedicato. Dopo la sua morte, il figlio adottivo Fabio Carapezza Guttuso ha destinato lo studio del pittore di Piazza del Grillo a sede degli Archivi Guttuso, la struttura che promuove mostre, pubblicazioni e tutela il nome dell’artista.»



Da: http://www.lastampa.it/2016/09/12/vaticaninsider/ita/recensioni/la-bibbia-in-fiamme-arte-e-religione-di-renato-guttuso-dcqUWSIsf54KGKQWQixxjL/pagina.html