"Vandali, troppo malati per guarire...", di Ferdinando Camon

25 settembre 2017 ore 13:24 segnala
Storia (padovana) di bellezza e vandali. Il pianoforte cacciato dalla mia stazione.



«Nella mia città, Padova, due anni fa un imprenditore illuminato aveva piazzato nella stazione ferroviaria, sulla banchina di fronte al primo binario, un pianoforte. Color nero lucido, marca Yamaha, modello C3 a coda. Uscendo dalla biglietteria, e prima d’imboccare i sottopassaggi, t’imbattevi in questa macchina suonante: perché di fatto suonava sempre, anche di notte. Era lì a disposizione del pubblico, gratis, chiunque volesse suonare si sedeva ed eseguiva la musica che voleva.
Tutt’intorno la gente, anche quella che aveva fretta (nelle stazioni tutti hanno fretta, chissà perché), si fermava alle sue spalle, dritta, e ascoltava. Uno sconosciuto suona in pubblico una musica che gli passa per la testa, e tanti sconosciuti si bloccano ad ascoltarlo, sorpresi, attirati, curiosi, interrogativi: chi suona? Che cosa suona? Perché? Mi riguarda? Cosa vuole dirmi? Era una pausa umanizzante, come la fretta del viaggio è disumanizzante. Se 'partire è un po’ morire', allora fermarsi e ascoltare la musica è un po’ rinascere. Un pianoforte che suona in una stazione ferroviaria ferma la tua vita, ti fa delle domande, e ti obbliga a rispondere. Quelle domande sapevi da sempre di averle dentro di te, ma speravi di tirare avanti all’infinito, senza rispondere mai. Un po’ come l’Innominato quando si trova di fronte al cardinale: entra in crisi.
Bene, da due anni, ogni volta che prendevo un treno e andavo in stazione, nella mia città, mi fermavo a osservare lo sconosciuto di turno, seduto sullo sgabello, che suonava quel pianoforte nero, muovendo con sapienza le dita sui tasti e curvando o drizzando il busto per caricare i suoni che esprimeva, e guardavo la gente che si radunava intorno. La vedevo colta in contropiede. Interrogativa, dubitosa, sullo spettacolo e su di sé. Sulla propria vita. Sul proprio tempo, sul nostro tempo. Un dubbio, una dubitosità benéfica, perché se dubiti puoi correggerti, se la tua vita ha un errore puoi eliminarlo. Tutto questo alla stazione, alle Ferrovie, allo Stato non costava niente.
Perciò pensavo che sarebbe stato copiato da altre stazioni. Immaginavo che sarebbe spuntato un pianoforte anche alla stazione Centrale di Milano, alla stazione Termini di Roma, a Firenze Santa Maria Novella (come in parte è stato). Immaginavo che i viaggiatori stranieri si sarebbero fermati entusiasti, pensando: 'Ah, gli italiani, che grande popolo!, pazzo d’arte!'. C’era perfino un suonatore professionista, che veniva in stazione apposta per suonare il pianoforte, in abito scuro e guanti bianchi, e suonava lunghe melodie struggenti. Era il suo modo di piangere? Di che, perché? Non gliel’ho mai chiesto. Nel 'Pianista' di Polanski, il capitano tedesco melomane che s’imbatte nel pianista ebreo nascosto in una casa distrutta, dove d’intatto è rimasto solo un pianoforte, non gli chiede il nome, gli chiede cosa fa di mestiere: 'Io sono… io ero un pianista', 'Pianista? Prego, suonate qualcosa', e quello suona.
Polanski ci fa sentire per qualche minuto quei suoni angelici e intanto sorvola con la macchina da presa la città di Varsavia disintegrata dalle bombe, dove non resta pietra su pietra: gli uomini che esprimono quei suoni angelici esprimono anche questa furia diabolica. Il capitano tedesco salva il pianista ebreo, portandogli da mangiare e cedendogli il proprio cappotto. 'Grazie', fa il pianista. 'Non è me che dovete ringraziare', 'E chi dunque?', 'Dio, è a Lui che dobbiamo la nostra sopravvivenza'. Nella Varsavia incenerita la musica è qualcosa di paradisiaco in un mondo infernale. Purtroppo (è questa la ragione per cui scrivo questo articolo), da ieri il pianoforte, nella mia stazione, non c’è più. Il padrone l’ha ritirato. Perché vandali sconosciuti avevan rotto il sedile, una gamba, il coperchio che copre i tasti. Chi sono questi vandali? Quelli che suonano e quelli che ascoltano sono malati di qualche male da cui vogliono guarire. I vandali, che non ascoltano e vogliono che neanche gli altri ascoltino, sono troppo malati per guarire.»


Da: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-pianoforte-cacciato-dalla-mia-stazione
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Storia (padovana) di bellezza e vandali. Il pianoforte cacciato dalla mia stazione. « immagine » «Nella mia città, Padova, due anni fa un imprenditore illuminato aveva piazzato nella stazione ferroviaria, sulla banchina di fronte al primo binario, un pianoforte. Color nero lucido, marca Yamaha,...
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"35 anni prima di Fleming...", di Andrea Cionci

21 settembre 2017 ore 14:21 segnala
Vincenzo Tiberio era un medico militare della Regia marina, originario del Molise. Scoprì il potere curativo delle muffe 35 anni prima della penicillina di Fleming. I suoi discendenti: “Esiste un documento che prova le sue ricerche. E’ ora che il mondo ne riconosca i meriti”.



«Vera rivoluzione per la medicina mondiale fu la creazione della Penicillina. Praticamente tutti sanno che questa si deve al medico inglese Alexander Fleming che, nel 1929, scoprì casualmente il potere battericida del fungo Penicillium.  
Va però sottolineato che, fuori da ogni dubbio, la scoperta degli antibiotici spetta a un molisano, medico militare nella Regia Marina.  
Il maggiore medico Vincenzo Tiberio, 35 anni prima di Fleming aveva già acutamente osservato il potere antibiotico delle muffe, l’aveva studiato e sperimentato pubblicando i risultati su un’importante rivista scientifica. Come spesso accaduto per i geni italiani, la sua scoperta rimase all’epoca del tutto ignorata. Ancor oggi, il nome di Vincenzo Tiberio non dice nulla ai più, ma vale davvero la pena di conoscere la sua vicenda umana e scientifica. 
Il dottore era nato nel 1869 a Sepino, in provincia di Campobasso, da una agiata famiglia notabilare. Iscrittosi alla facoltà di Medicina presso l’Università di Napoli, il giovane Vincenzo andò ospite dallo zio, ad Arzano, nei pressi del capoluogo campano.  
Nel cortile di questa casa vi era un pozzo dove veniva raccolta l’acqua piovana che era utilizzata, per bere, dai contadini. A causa delle particolari condizioni di umidità, la cisterna veniva spesso invasa da muffe verdastre - poco gradevoli a vedersi - e doveva essere periodicamente ripulita.  
Tiberio notò che, per qualche strano motivo, non appena avveniva la ripulitura del pozzo, le persone che ne bevevano l’acqua si ammalavano di gastroenteriti. Le stesse persone, invece, guarivano non appena la cisterna veniva nuovamente invasa dalle muffe. (Oggi il pozzo è ancora visibile, per quanto sia stato chiuso da un tappo di cemento. Sarebbe interessante capire se, una volta riaperto, le formazioni fungine possano riprodursi come allora).  
In uno di quei passaggi mentali intuitivi chiamati in gergo «lampi di genio» il giovane assistente di medicina capì che ci doveva essere una connessione tra i due fenomeni. Prelevò alcuni campioni di muffa e scoprì che alcuni Ifomiceti (muffe) liberavano sostanze capaci d’inibire lo sviluppo dei batteri, nonché di attivare la risposta chemiotattica (lo spostamento dei patogeni) nell’organismo infetto. Tiberio non si limitò a registrare il dato biologico, ma passò decisamente alla sperimentazione.  
Prima ottenne dei risultati in vitro e, successivamente, dopo aver individuato il terreno di coltura adatto, estrasse un siero concentrato e lo iniettò in alcuni topi da laboratorio, che erano stati da lui precedentemente infettati. I roditori guarirono. Mancava, a questo punto, solo la sperimentazione sull’uomo e la messa in produzione dell’antibiotico.  
Entusiasta, Tiberio comunicò la relazione sulle sue ricerche in facoltà, ma riscosse scarso interesse. Solo nel 1895, dopo la laurea, poté finalmente pubblicare negli «Annali di Igiene sperimentale» (una delle più importanti riviste scientifiche dell’epoca) la sua ricerca in un saggio dal titolo «Sugli estratti di alcune muffe». 
Ecco quanto scriveva: «Ho voluto osservare quale azione hanno sugli Schizomiceti i prodotti cellulari, solubili in acqua, di alcuni Ifomiceti comunissimi: Penicillium glaucum, Mucor mucedo ed Aspergillus flavescens. Per le loro proprietà le muffe sarebbero di forte ostacolo alla vita e alla propagazione dei batteri patogeni». 
Anche dopo la pubblicazione, nessuno degnò di attenzione questa sensazionale scoperta, nemmeno il suo nuovo professore che, con tipico atteggiamento da «barone» universitario, non amava le persone che lo potessero mettere in ombra. Vincenzo Tiberio, amareggiato e deluso, abbandonò l’Università: partecipò al concorso per medico nel Corpo sanitario marittimo e lo vinse. Si arruolò, così, nella Marina militare allontanandosi definitivamente dalla carriera accademica. 
La Marina gli avrebbe consentito di portare avanti le sue ricerche con maggiore dinamismo e possibilità. Indossando l’uniforme, infatti, l’ufficiale medico compì altri studi importantissimi sull’importanza dell’alimentazione dei marinai e della ventilazione nelle navi.» (Continua...)


L'intero articolo in: http://www.lastampa.it/2017/09/20/scienza/benessere/sicuri-che-i-meriti-siano-tutti-di-fleming-la-storia-di-tiberio-il-molisano-che-scopr-la-penicillina-HCshaj77z0sOp6mVFIigHK/pagina.html

"La violenza nelle coppie giovani..." di Cristina Nadotti

15 settembre 2017 ore 20:09 segnala
La violenza delle coppie giovani è un fenomeno in crescita e riguarda anche i maschi. La psicologa: "Vivono esperienze molto diverse da quelle immaginate, senza rendersi conto di quanto stia succedendo loro e senza sapere come e a chi rivolgersi per chiedere aiuto". A ottobre un convegno a Rimini del Centro studi Eriksson per discuterne.



«Non è una sensazione dettata dagli ultimi fatti di cronaca, ci sono dati e studi a confermarlo: la violenza è un fenomeno in crescita e rilevante nelle coppie adolescenti. Uno dei pochi studi condotti nel nostro Paese sul tema, condotto su un campione di oltre 700 studenti delle scuole secondarie di secondo grado, ha evidenziato come più di una ragazza su dieci abbia vissuto esperienze di violenza nella coppia prima dei 18 anni. Il 16 per cento delle intervistate (e l'8 per cento dei maschi) ha subito gravi e ripetute violenze psicologiche o persistenti comportamenti di dominazione e controllo; il 14 per cento delle ragazze (e l'8 per cento dei ragazzi) ha subito violenze o molestie sessuali; più di un adolescente su 10 (senza differenze di sesso) ha subito violenze fisiche in coppia.
Di fronte alla violenza fisica o verbale i giovani sono spesso soli, come dimostra uno studio europeo per il quale in Italia il 50 per cento dei genitori ignora che i figli abbiano visto immagini a sfondo sessuale online e l’80 per cento non è a conoscenza che i figli abbiano subito minacce online.
Di questo e temi collegati si parlerà il 13 e 14 ottobre a Rimini in un convegno organizzato dal Centro studi Eriksson, dal titolo 'Affrontare la violenza sulle donne – Prevenzione, riconoscimento e percorsi d’uscita' nel quale una parte consistente sarà rappresentata dalla discussione della Teen dating violence, la violenza da appuntamento tra adolescenti e della violenza nelle giovani coppie. Si tratta, sottolineano gli organizzatori del convegno, di situazioni di violenza non facili da individuare e comprendere per le stesse ragazze che ne sono vittime, coinvolte da quello che dovrebbe essere il 'primo amore', ma che con l'amore e il rispetto che deve accompagnarlo non ha nulla a che fare.
"Quando si pensa alla violenza di genere, si è soliti immaginare coppie adulte, sposate o che convivono; in realtà esperienze simili si possono verificare anche tra giovani e giovanissimi che stanno scoprendo le relazioni di coppia spesso per la prima volta", chiarisce Lucia Beltramini, psicologa esperta in violenza su donne e minori che parteciperà come relatrice al convegno di Rimini. "Pensare alle prime esperienze d’amore in adolescenza evoca immagini di felicità e spensieratezza oltre che il mettersi in gioco nel rapporto con un'altra persona. Può però accadere che, proprio in questa fase della vita, i giovani si trovino a vivere esperienze molto diverse da quelle immaginate, spesso senza rendersi conto di quanto stia succedendo loro e senza sapere come e a chi rivolgersi per chiedere aiuto".
Uno dei problemi maggiori nell'affrontare il fenomeno è la necessità di spiegare ai ragazzi che quanbto stanno vivendo è violenza, non normalità, poiché spesso tali atti non sono riconosciuti come violenza e inaccettabili. In particolare, comportamenti di dominazione e controllo sono scambiati per segni di interessamento e amore. "Non vuole che parli con altri perché sono sua, ci tiene a me", si sente dire alle ragazze, frasi che fanno chiedere dove siano finite le battaglie femministe nelle quali al centro si poneva ben altro concetto, quel "io sono mia" fondamento dell'autodeterminazione.
Nelle giovani coppie, così come in quelle adulte, la violenza fisica può essere minimizzata "Mi ha colpita solo perché era nervoso”. Le pressioni sessuali possono non essere riconosciute come tali "Se non gli dico di sì, mi lascia". Anche per la presenza di questi meccanismi di negazione, ragazzi e ragazze sono maggiormente a rischio di fare proprio un modello di relazione di coppia improntato all’esercizio del dominio sull’altro, che potrebbe riprodursi anche nelle future relazioni adulte e per il quale risulta cruciale un intervento precoce.
Visto questa tendenza alla negazione, al non riconoscimento del problema come tale, è fondamentale aiutare i ragazzi partendo dalla prevenzione. "Negli ultimi anni le riflessioni e gli interventi sul tema della violenza contro le donne e le ragazze hanno ottenuto maggiore diffusione e visibilità, e la volontà di realizzare interventi preventivi efficaci impegna istituzioni, comunità, operatori e operatrici che vorrebbero promuovere relazioni positive e rispettose tra ragazzi e ragazze. Anche la normativa è arrivata in aiuto", prosegue Beltramini. "Tali interventi non possono però prescindere da un'attenta analisi di quello che è il contesto sociale e culturale nel quale ragazzi e adulti si trovano a vivere, un contesto ancora fortemente permeato, anche a livello mediatico, da modelli stereotipati di maschile e femminile e rapporti tra i sessi poco improntati alla parità. Avere la possibilità di proporre percorsi di riflessione e di messa in discussione degli stereotipi sui ruoli di genere può permettere agli adolescenti di favorire lo sviluppo del senso critico e attivare processi metacognitivi importanti".
I sintomi ci sono e bisogna saperli individuare. Ragazzi e ragazze che hanno vissuto o stanno vivendo una relazione violenta possono presentare, più spesso degli altri, bassa autostima, perdita di interesse per ciò che accade in famiglia, a scuola o negli altri contesti di vita, problemi di memoria e concentrazione, difficoltà scolastiche. Per aiutarli è importante sostenerli perché superino paura e vergogna e tenere a mente che l'adolescenza è una fase di vita in cui non sono ancora adulti ma neanche bambini, perciò potrebbero presentare sufficiente consapevolezza di quanto accaduto per raccontare la loro esperienza. Nonostante questo, raramente chiedono aiuto in maniera diretta proprio perché bloccati da vergogna, senso di colpa, timore di non essere creduti, confusione per i sentimenti provati, autocolpevolizzazione. Per rompere questo muro di silenzio è quindi fondamentale, sottolinea la psicologa, prestare loro attenzione, offrire uno spazio di ascolto non giudicante, rispettare i loro tempi e fornire le informazioni corrette sui servizi a disposizione.»


Da: http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/15/news/la_violenza_delle_coppie_giovani_una_ragazza_su_dieci_aggredita_prima_dei_18_anni-175557872/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P1-S2.6-T1
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La violenza delle coppie giovani è un fenomeno in crescita e riguarda anche i maschi. La psicologa: "Vivono esperienze molto diverse da quelle immaginate, senza rendersi conto di quanto stia succedendo loro e senza sapere come e a chi rivolgersi per chiedere aiuto". A ottobre un convegno a Rimini...
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"Gli impuniti dei disastri ambientali...", di Marco Ventura

12 settembre 2017 ore 21:23 segnala
La sicurezza del territorio in Italia è un optional: alluvioni, terremoti, morti e città devastate. Le cause? Inciviltà e disattenzione. E l'assenza di sanzioni che rende la sicurezza un'incertezza!



«Che cosa contraddistingue l’incapacità di prevenire gli effetti devastanti di un’alluvione o di un terremoto? Non è neanche il modo di costruire le città che ereditiamo da secoli d’incuria del territorio. È piuttosto la mancanza, in Italia, di una cultura della sicurezza.
Non c’è bisogno di andare in Giappone o a Los Angeles per toccare con mano la differenza. In Messico un sisma di 8.2 gradi provoca decine di vittime. In Italia, scosse potenzialmente meno distruttive, fino a centinaia. Eppure l’Italia dovrebbe rientrare fra i paesi all’avanguardia tecnologica e della sicurezza. E invece...
Da noi le case sono state costruite anche nei letti dei torrenti o lungo i corsi d’acqua interrati, le fabbriche nascono su terreni golenali o inondabili. La fragilità idrogeologica fa parte del panorama, del set quotidiano. Da noi gli eventi della natura che superino una certa soglia di violenza provocano tragedie.
La causa non risiede solo nella colpevole disattenzione di chi non fa la manutenzione del territorio. C’è l’inciviltà di comportamenti che aggirano le leggi a costo di costruire male e nel posto sbagliato. C’è il gioco dello scaricabarile che si è visto nelle interviste tv e di carta stampata concesse dal Sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, che preferisce esporsi per schivare l’assunzione di responsabilità piuttosto che per onorare il ricordo di concittadini che non sarebbero mai dovuti morire così.
C’è che una cellula temporalesca particolarmente potente è in grado di mettere in ginocchio città e metropoli semplicemente perché manca un servizio capillare di prevenzione (sempre possibile) di catastrofi a breve o brevissimo termine.
Attraverso la meteorologia osservazionale, basata su immagini da satellite e radar meteorologico, è possibile lanciare l’allerta con un anticipo di mezz’ora. Un tempo sufficiente per prendere qualche contromisura.
C’è l’assenza di educazione civica, che si riverbera anche sul disimpegno dei cittadini rispetto a qualsiasi dovere di difesa comune o autodifesa da eventi estremi. In altri paesi più avanzati del nostro sono gli stessi cittadini a rendersi conto dei pericoli che sopraggiungono, perché accedono con facilità al monitoraggio radar o satellitare.
Mancano spesso i piani di evacuazione delle città, così come non si riesce mai a intervenire al momento opportuno, quello non di pericolo o emergenza, per mettere in sicurezza il territorio guardando a una prospettiva che vada oltre l’attimo. Non si approfitta della siccità per bonificare i bacini o i tombini. Manca la gestione efficace delle catene di reazione a eventi estremi, perché non è la sicurezza un valore prioritario nel governo della cosa pubblica.
È la stessa mancanza di una cultura della sicurezza basata sul senso di appartenenza a una comunità dietro i mancati programmi di aggiornamento e formazione civica, mentre ci vorrebbe l’assunzione diretta di responsabilità da parte di noi cittadini alle prese non solo con temporali, alluvioni e nevicate, ma con attentati terroristici e incendi. I nostri mezzi, i nostri uomini, intervengono quando l’emergenza è esplosa.
Il cuore degli italiani è generoso, l’ingegno vivace. Ma non basta. C’è scollamento tra istituzioni dello Stato, tra Stato e cittadini. Le Regioni vanno ciascuna per conto proprio (lo si vede anche sul fronte dei vaccini o della regolazione della fauna selvatica) e così la popolazione di una città, piccola o grande, è in balia del destino, cioè della incompetenza dei propri amministratori.
In questo strano paese manca la sanzione delle responsabilità accertate. Chi paga per avere costruito male? Nel posto sbagliato? Senza coscienza e consapevolezza non c’è progresso nelle misure di prevenzione e contrasto all’emergenza. Alla concretezza della prevenzione, come all’efficacia della catena di contrasto all’evento catastrofico, dovremmo affidarci senza se e senza ma. Ma cominciano a franare i punti fermi se non possiamo fidarci completamente neppure di un carabiniere in servizio alle prese con una studentessa americana ventenne bisognosa di aiuto. La sicurezza, in Italia, è un optional!»



Da: http://www.panorama.it/news/marco-ventura-profeta-di-ventura/sicurezza-territorio-italia-optional/
62b005c6-a99b-4b9e-b0e5-267b81f3e858
La sicurezza del territorio in Italia è un optional: alluvioni, terremoti, morti e città devastate. Le cause? Inciviltà e disattenzione. E l'assenza di sanzioni che rende la sicurezza un'incertezza! « immagine » «Che cosa contraddistingue l’incapacità di prevenire gli effetti devastanti di...
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12/09/2017 21:23:26
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"I Longobardi e le migrazioni...", di Alessandro Barbero

02 settembre 2017 ore 11:49 segnala
«I flussi migratori diventano invasione solo se manca un'autorità statale forte. Così è stato negli ultimi anni dell'impero romano, che aveva sempre fatto dell'afflusso di genti diverse la sua forza». Lo storico smonta gli stereotipi: «Le popolazioni longobarde si fusero perfettamente con quelle locali. Non furono invasori barbari e spietati.»



«Di migrazioni, barbari, battaglie e costumi d’età medievale, Alessandro Barbero è un esperto e brillante divulgatore televisivo. Professore ordinario di Storia medievale presso l’università del Piemonte orientale e Vercelli, collabora a Rai Storia e a “Superquark” di Piero Angela, col quale ha pubblicato “Dietro le quinte della storia. La vita quotidiana attraverso il tempo” (Rizzoli). Vincitore del Premio Strega nel 1996 con il romanzo “Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle gentiluomo” (Mondadori), è autore di numerosi saggi, tradotti anche all’estero, tra i quali ricordiamo: “Carlo Magno. Un padre dell’Europa”, “Barbari immigrati, profughi, deportati nell’impero romano”, “Benedette guerre. Crociate e Jihad”, tutti editi da Laterza, e il recente “Costantino. Il Vincitore” (Salerno), risultato di una ricerca durata dieci anni. Con questi personaggi e periodi così travagliati del nostro passato, è sempre forte la tentazione di fare paragoni, anche con l’età contemporanea. A cominciare con la differenza tra le varie invasioni di barbari in Italia nella tarda romanità. «Ma per quanto riguarda i Longobardi, sappiamo poco sui primi tempi del loro arrivo», rileva Barbero. «È possibile addirittura che l’impero bizantino ne abbia favorito il trasferimento per l’impossibilità di governare l’intera penisola: la ricerca archeologica non ha mostrato tracce di vere e proprie distruzioni».

- Cosa distingue l’occupazione longobarda da quelle precedenti?
«I Longobardi sono l’ultimo popolo barbaro che invade il mondo romano, ma non arrivano in un impero ancora ricco e organizzato, bensì in un’Italia devastata e spopolata dalla terribile guerra greco-gotica. Perciò il loro regno è più debole degli altri romano-barbarici che lo hanno preceduto, e non regge il confronto con la potenza di quello franco di Carlo Magno, che infatti conquisterà il trono longobardo. Si può dire che da questo momento l’Italia smette di essere il paese più potente d’Europa come era stata in epoca romana».

- Le donne, in ogni migrazione di popoli, hanno sempre un ruolo importante, anche se poco riconosciuto. Nel caso dei Longobardi, vediamo emergere invece forti personalità femminili, che decidono le sorti o i cambiamenti del regno.
«I Longobardi davano addirittura un posto importante alle donne nella loro mitologia. Secondo la leggenda i guerrieri si erano presentati al dio Odino e, per far credere che erano molti di più, su consiglio della dea Freya si erano portati anche le donne, che si erano annodati i capelli sotto il mento per sembrare uomini. Il dio, vedendole, aveva detto: chi sono queste lunghe barbe? E da lì era nato il nome “Longobardi”. Perciò non stupisce che le regine abbiano avuto un grande peso per la legittimità dinastica e per indirizzare politiche: pensiamo alla vendicativa Rosmunda, o alla bavara Teodolinda, che contribuì molto alla conversione della sua gente dall’arianesimo al cattolicesimo, a sua figlia Gundeperga, alle tante reggenti di regni e ducati per i figli minori».

- Guerrieri, donne temerarie, badesse cattoliche e vescovi ariani, sovrani violenti o illuminati che, soprattutto nel dibattito ottocentesco, sono stati considerati chiave di volta per l’identità o la divisione del nostro Paese.
«Fino all’Ottocento si pensava ai Longobardi come invasori stranieri, rimasti separati dalla popolazione italica: pensiamo al Manzoni che nell’“Adelchi” li immagina come tedeschi alti, con i capelli biondi o fulvi, e li contrappone al "volgo disperso" degli italiani. Quindi parlare dei Longobardi significava fare un paragone con le dominazioni straniere successive, fino a quella austriaca, e gli storici tendevano a insistere sulla loro barbarie e malvagità. Ma oggi sappiamo che i Longobardi molto presto si sono fusi con la popolazione locale: quando Carlo Magno ne invase il regno, gli abitanti d’Italia, dalla pianura padana fino alla Puglia e alla Basilicata, si consideravano tutti Longobardi. L’identità italiana moderna è una stratificazione in cui si intreccia anche la loro eredità: tutti noi siamo un po’ Celti, un po’ Romani, un po’ Greci, un po’ Arabi e un po’ Longobardi».

- Ai nostri giorni invece, parole come migrazione, diversità, mescolanza di culture, evocano scenari differenti e tutt’altro che inclusivi. Eppure, ancora una volta, ci troviamo di fronte a mutamenti climatici, guerre, povertà, che spingono gruppi, se non intere popolazioni, a cercare nuove opportunità di vita altrove, e l’Italia si trova ad affrontare le emergenze provocate dagli sbarchi sulle sue coste meridionali. Si può trarre una lezione dal passato?
«Nel caso dell’impero romano e del suo rapporto con i barbari, la lezione è che i Romani per secoli hanno accolto immigrati e li hanno integrati nella loro società: e finché lo hanno fatto, l’immigrazione di interi popoli è stata un punto di forza dell’impero romano; gli immigrati erano assoggettati a regole molto severe, ma avevano anche la garanzia di trovare lavoro e di ottenere la cittadinanza. Quando la corruzione dell’impero romano ha fatto sì che queste regole e queste garanzie non ci fossero più - e questo purtroppo proprio in un momento in cui la pressione degli immigrati diventava sempre più forte – gli arrivi in massa hanno cominciato a produrre effetti destabilizzanti, e in qualche caso sono diventate invasioni. Mi pare che come lezione non sia del tutto inutile».


Da: http://espresso.repubblica.it/visioni/2017/08/30/news/quando-le-donne-avevano-la-barba-1.308858

"Casamicciola e la storia che insegna nulla" di Enrico Rossi

23 agosto 2017 ore 21:34 segnala


«Non solo nelle commedie di Eduardo De Filippo ma persino in Toscana si usa dire "faccio una Casamicciola", per dire distruggo tutto, in ricordo del terribile terremoto del 1883 che fece migliaia di morti e che segnò anche l'esistenza di Benedetto Croce, il quale rimase per ore sotto le macerie e vi perse i genitori.
Ma la storia sembra proprio non insegnare nulla.
Sicuramente a una certa classe politica che ha consentito che l'isola si riempisse di costruzioni abusive, fragili e fuori da ogni norma. Un ceto politico identico a quello che fino a ieri aveva animato le discussioni d'agosto proponendo di promuovere un nuovo condono. Ovviamente motivato per ragioni di necessità, come ci spiegano gli esponenti del M5S che rispolverano il più aberrante linguaggio dei governanti della prima repubblica, usi a fare i condoni sotto elezioni per prendere voti e per fare cassa. Un linguaggio purtroppo non dissimile a quello che usa ancora oggi il presidente della Regione Campania De Luca.

Occorre davvero una svolta nel governo del territorio che deve essere incardinata su punti precisi:
1. No a nuovi condoni (ha ragione il ministro Graziano Delrio) che riproporrebbero la logica che tutto si può fare perché poi il condono consente di regolarizzare.

2. Divieto immediato di edilizia residenziale nelle zone agricole e stop a nuove lottizzazioni e cementificazioni, ricostruendo i perimetri delle città e dei paesi e consentendo soprattutto l'attività di recupero e di ristrutturazione di tanti edifici vuoti, luoghi e periferie abbandonate.

3. Monitorare dal satellite le attività edilizie su tutto il Paese e fare scattare le ordinanze di demolizione immediatamente, a carico dei proprietari, istituendo per i comuni un fondo di rotazione da cui i sindaci possono attingere in caso di inadempienza del proprietario e prevedendo la decadenza del sindaco qualora venisse meno ai doveri d'ufficio.

4. Istituire e rendere obbligatorio, come propone anche il ministro Delrio, il certificato di sicurezza sismica degli immobili, sostenuto dalle agevolazioni per mettere in sicurezza gli edifici.

Naturalmente queste sono proposte da discutere, integrare, arricchire in un dibattito che deve vedere i politici e le competenze tecniche e scientifiche disposte a dare il meglio di sé. La sicurezza del territorio e dell'abitare è forse la più grande questione nazionale.
Noi di Articolo Uno - Mdp dobbiamo davvero dare il buon esempio. I poteri delle Regioni non bastano per realizzare i punti che sopra ho elencato. Però nella mia Regione, grazie alla nuova legge urbanistica del 2014 e al piano del paesaggio, sono già da tempo in formazione da parte dei comuni nuovi piani regolatori a sviluppo zero e entro il 2019 decadranno automaticamente tutte le previsioni di nuove lottizzazioni e non se ne potranno più fare. Inoltre la Regione Toscana sta realizzando un osservatorio per monitorare l'attività edilizia dal satellite e inviarla annualmente ai sindaci per il controllo del rispetto delle norme.
Altro e di più deve essere fatto dallo Stato. Il tempo è scaduto.»


Da: http://www.huffingtonpost.it/enrico-rossi/il-terremoto-di-casamicciola-e-il-linguaggio-aberrante-di-m5s-e-de-luca_a_23158304/?utm_hp_ref=it-homepage

"La lotta di Sara contro il caporalato...", di Stefano Pasta

17 agosto 2017 ore 15:43 segnala
«Da bambina aiutavo i lavoratori traducendo dall’arabo in italiano».



«La ventiduenne Sara Moutmir è una giovane sindacalista della provincia di Salerno. Con la Cgil percorre la Piana del Sele svolgendo «sindacato di strada», impegnandosi a tutelare i lavoratori dal caporalato e assistendo chi vuole far valere i propri diritti. Lei sa l’arabo e questo è importante per comunicare con i lavoratori stranieri. Anche Sara è nata all’estero, in Marocco, ma dalla prima elementare ha frequentato le scuole del Salernitano. Le prime mediazioni sono di pochi anni dopo: «Da piccola accompagnavo la mamma alla sede della Cgil di Montecorvino Pugliano e traducevo i dialoghi con l’impiegato per rinnovare il permesso di soggiorno». Diplomata alle superiori come operatrice turistica, ha iniziato a lavorare a Bellizzi nello stesso sindacato che aveva favorito l’integrazione dei suoi genitori. Con il movimento “Italiani senza cittadinanza”, di cui fa parte, Sara è una grande sostenitrice dello ius culturae: «Vuol dire riconoscere italiani ragazzi come me». Cresciuti qui, insieme ai loro compagni di classe italiani da generazioni e «immersi in quello che sentiamo come il nostro Paese». Sara ricorda ridendo “nonna” Fortunata: «Non eravamo parenti, ma era la nostra vicina di casa. Alle medie, quando i miei genitori erano al lavoro, mi preparava il pranzo di ritorno da scuola. Ogni mattina mi chiedeva: “Quanta pasta ti devo buttare?”». La giovane sindacalista tocca un punto importante: «La generazione dei miei genitori, arrivati qui per lavorare, a volte non parla ancora bene l’italiano e comunque ha un legame più forte con la terra in cui è cresciuta. Noi figli degli immigrati non abbiamo scelto dove crescere, siamo figli dell’Italia».»


Da: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/si-impegna-nel-sindacato

"È normale pensare sempre al sesso?" a cura di Focus

09 agosto 2017 ore 20:00 segnala
Sì, entro certi limiti è normale, nel senso che dipende da alcuni neuroni specifici nel cervello maschile. Ma qual è il limite?



«Succede anche ai vermi. Succede ai pesci. Succede a tutti gli animali che si riproducono per via sessuata. E succede soprattutto ai maschi. Il chiodo fisso dell’accoppiamento è, entro un certo limite, del tutto naturale.

Una ricerca pubblicata sulla rivista Nature ne ha anche spiegato (alcuni dei) meccanismi di base. In particolare, è stato identificato un gruppetto di neuroni presenti solo nel cervello dei maschi con il compito preciso di ricordare costantemente l’imperativo biologico della riproduzione, anche a spese di quello, non meno importante, dell’alimentazione.

- "Nella testa di un verme". La ricerca lo ha mostrato nel cervello del Caenorhabditis elegans, un verme con relativamente pochi neuroni. E lo ha fatto puntando il dito sui cambiamenti che avvengono durante la maturazione sessuale: «questi cambiamenti rendono i maschi più inclini a ricordare gli incontri passati e a considerare il sesso una priorità», hanno spiegato gli autori. Però non significa che pensieri e comportamenti sessuali esuberanti siano sempre “normali”.

- "Quante volte figliolo?" Una ricerca americana di qualche tempo fa aveva calcolato una frequenza media di pensieri legati al sesso pari a 19 al giorno per i maschi e 10 al giorno per le femmine. Ma anche, per i maschi, 18 al giorno per il cibo e 11 al giorno per il sonno. Se questa è una misura media, ne segue che cinquanta, cento pensieri di matrice sessuale al giorno sono davvero un po’ troppi.»


Da: http://www.focus.it/comportamento/psicologia/normale-pensare-sempre-al-sesso
9170640a-d20c-4e8f-bb02-cb9c41592b77
Sì, entro certi limiti è normale, nel senso che dipende da alcuni neuroni specifici nel cervello maschile. Ma qual è il limite? « immagine » «Succede anche ai vermi. Succede ai pesci. Succede a tutti gli animali che si riproducono per via sessuata. E succede soprattutto ai maschi. Il chiodo...
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"La vera storia del Buco del Signore", di L.S. (GazzettadiR)

02 agosto 2017 ore 00:37 segnala
La storia della borgata reggiana in un libro scritto da Anzio Arati:



«L'antica toponomastica reggiana puó suscitare qualche sorrisetto malizioso, soprattutto tra i forestieri di passaggio. Nel quartiere del "popolo giusto di Santa Croce", frequentato da donnine allegre, via Francotetto era detta "Fregatette", storpiatura allusiva di "Fregatetti". Con una ipotetica erotomania degli abitanti non ha a che vedere, invece, la denominazione Villa Sesso. Che dire poi del "Buco del Signore", quella schiera di case plebee sorta sei secoli fa a due chilometri dalle mura, sulla strada per Scandiano? In realtá l'etimologia non ha alcunchè di volgare. Ce la spiega, nell'introduzione storica del bel volume "Il vero buco", stampato da Grafica Service con il patrocinio del Comune (prefazione dell'assessore Giovanni Catellani e presentazione di Francesco Alberti), l'autore Anzio Arati, figlio del barbiere del sobborgo, da sempre impegnato nel gruppo sportivo Falk. Il buco era un foro aperto nella lastra di pietra che sbarrava l'imboccatura di un corso d'acqua artificiale derivato dal canale di Secchia. Quest'ultimo era stato scavato nel Medioevo per portare l'acqua del fiume da Castellarano alla nostra cittá, dove entrava da porta Castello per muovere i mulini, i filatoi e le altre macchine idrauliche. Nel 1466 Sigismondo d'Este, figlio del marchese di Ferrara e signore di San Martino in Rio, ottenne la concessione di prelevare acqua per il suo feudo dal canale di Secchia. A tal fine realizzó la derivazione, che si diramava a sud-est della cittá attraverso un foro tarato in modo da misurare la portata dell'acqua prelevata. In quella localitá, che fu perció denominata il "Buco del Signore di San Martino e Belgioioso", nacque probabilmente allora l'omonima borgata. Era un gruppo di povere abitazioni addossate l'una all'altra lungo l'antico percorso della strada per Scandiano. La sua piccolezza e, soprattutto, la mancanza di una chiesa impedivano di considerarla una frazione suburbana. Si trattava di una semplice borgata della vasta villa di San Pellegrino, a cui era collegata dal tracciato dell'attuale via Benedetto Croce. Quando, nel 1924, l'amministrazione provinciale realizzó il curvone che deviava la statale 467 dall'antico percorso ad angolo retto interno al Buco, tutt'intorno si stendeva ancora la campagna. L'intensa edificazione, che poi ha sommerso tutto il territorio circostante stravolgendone l'aspetto originario, ha avuto inizio negli anni Cinquanta. Perció Arati, volendo rievocare l'autentico Buco del Signore, cioè il primitivo sobborgo semirurale conservatosi intatto per cinque secoli, ha concentrato le ricerche soprattutto intorno alla metá del Novecento. Dagli archivi comunali ha tratto i nomi e gli indirizzi di chi vi abitava fra il 1945 e il 1953, qualche antica mappa e documenti essenziali. Molto di più ha scoperto interrogando gli anziani e raccogliendo quanto era conservato nelle soffitte e negli scantinati, in cassetti e bauli polverosi. Ha seguito, cioè, il metodo collaudato della storia orale, giá applicato da Antonio Canovi agli studi sul "popolo giusto". Attraverso i ricordi degli abitanti e le vecchie foto in bianco e nero (ben ottocento) è emerso così l'affresco movimentato e vivace di una piccola comunitá che, nonostante la miseria, si identificava con orgoglio con il proprio fazzoletto di terra.»


Da: http://gazzettadireggio.gelocal.it/reggio/cronaca/2011/02/17/news/il-buco-del-signore-dal-medioevo-a-oggi-1.483981


"Per Charlie, un arrivederci...", di Ferdinando Camon

27 luglio 2017 ore 11:05 segnala


«Non lo dimenticheremo mai, il piccolo Charlie, e ciò che non si dimentica vale la pena incontrarlo. Questa massima funziona per tutto, anche per i libri. Se un libro poi lo dimentichi, non vale la pena leggerlo. Ma se non lo dimentichi più, allora fa parte di te, è in te, sei tu. Contiene le parole che cercavi, delle quali avevi bisogno. Quali parole stanno scritte nel libro intitolato Charlie?
Scrivo questa domanda e mi suona alle orecchie il rimbrotto del giudice dell’Alta Corte, Nicholas Francis: «Molte cose hanno detto su questo caso persone che non ne sanno nulla, ma si credono autorizzate a esprimere opinioni». È un rimprovero per me e per quelli come me, che non sono giudici e non sono medici, e tuttavia su questo caso umano pensano e parlano perché sono umani. Perché sono padri o madri. Charlie è per la madre Connie e per il padre Chris infinitamente più di quel che è per un giudice o un medico. Charlie ha meno di un anno, è nato il 4 agosto dell’anno scorso. Ma per sapere cos’è per il padre e la madre bisogna calcolare quanti sono i giorni di quegli 11 mesi, e le ore di quei giorni, e i minuti di quelle ore, e i secondi di quei minuti: viene fuori un numero sterminato, quel numero indica la montagna di sguardi, attenzioni, pensieri, gesti che padre e madre hanno dedicato al figlio. Questa è la montagna dell’amore.
Il figlio è un unicum per i genitori. Non lo è per la Legge, non lo è per la Scienza. La Legge lo giudica, la Scienza lo studia, ma i genitori lo amano. Alla fine della vita quel che andiamo cercando non è se siamo stati giudicati dai tribunali o studiati dalla scienza, ma se siamo stati amati da coloro che amavamo. Charlie è stato amato. Da tutti. Perciò la sua vita ha un senso. Come tutte, più di tutte. Aveva diritto di essere protetta il più possibile. Ci voleva (e noi, ingenuamente, l’aspettavamo) una concordia, una sinergia tra medicina e famiglia, come ha scritto e dichiarato il direttore di "Avvenire", tra scienza e amore. Le leggi della scienza dovevano accordarsi con le leggi dell’amore, non aspettare o chiedere o imporre il contrario.
Non stiamo dicendo che la malattia avrebbe perso e la vita avrebbe vinto. Stiamo cercando di abbracciare la madre quando, nel ringraziare tutti coloro che nella sventura le hanno dato conforto, cita gli amici e l’ospedale «ma soprattutto Charlie, per la gioia che ha portato nelle nostre vite», e dicendo «nostre» intende la sua e quella di suo marito.
Chi di noi pensasse alla venuta del piccolo Charlie come a un segno di sventura, avrebbe dimenticato la montagna di messaggi corsi tra padre-madre e figlio nella montagna di secondi che formano gli undici mesi della sua vita e che sino all’ultimo istante continuerà a crescere. Di quella montagna di secondi e di contatti noi, lettori sparsi per il mondo, non ne conosciamo neanche uno. Ma padre e madre non ne dimenticheranno mai neanche uno. È questo che fa la genitorialità. Un padre unito alla madre perché ambedue uniti al figlio. Nell’espressione «ringrazio Charlie per la gioia che ha portato nelle nostre vite» c’è l’idea, presente anche in "Spoon River", del figlio-con-problemi che lavora come un vasaio e dei genitori che si lasciano lavorare come creta, il vaso che ne risulta è la vita, ed è di quel vaso che lei ringrazia. Ha mai avuto una percezione o un’intuizione di questo rapporto, di questa sua operazione, di questa sua utilità il figlio? La medicina ci dice che la malattia è insorta un po’ dopo la nascita, con lo sviluppo della sindrome di cui sia il padre che la madre erano portatori sani. Ha capito di essere amato il piccolo, nella prima finestra temporale della sua vita?
Le madri hanno inventato un proverbio, sull’innata capacità dei figli di sentirsi subito amati e di approfittarne. Dice: "Un mesetto: un vizietto". A un mese, intuiscono tutto. Il neonato che si sente amato s’imbellisce. Amato dal mondo è Charlie. La madre lo saluta con la formula «Dormi bene, mio bellissimo bambino», che non è un addio, ma un arrivederci all’alba.»


Da: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/charlie-bimbo-molto-amato-ferdinando-camon
28e7c7d9-e54d-4971-8a2f-b8dcb29895bb
« immagine » «Non lo dimenticheremo mai, il piccolo Charlie, e ciò che non si dimentica vale la pena incontrarlo. Questa massima funziona per tutto, anche per i libri. Se un libro poi lo dimentichi, non vale la pena leggerlo. Ma se non lo dimentichi più, allora fa parte di te, è in te, sei tu. Co...
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27/07/2017 11:05:22
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