"L'attrazione fatale tra narcisisti e social media..."

20 aprile 2017 ore 14:37 segnala
Numerosi studi evidenziano l'esistenza di un collegamento tra la ricerca di un alto numero di amici su Facebook o di foto pubblicate su Instagram, ecc., e i tratti narcisistici della personalità.



«Pensano di avere un talento eccezionale e di essere persone di successo. Amano apparire e cercano l'approvazione degli altri. Sono incapaci di empatia e tollerano male le critiche.
Sono i soggetti con forti tratti narcisistici, che negli ultimi anni hanno trovato nei social media una cassa di risonanza perfetta per il proprio ego.
O almeno, questa era l'ipotesi di alcuni psicologi, che ha trovato conferma in alcuni studi, in cui è emersa una correlazione tra narcisismo e frequentazione di Facebook, Instagram, Twitter e altri social media, mentre altre ricerche hanno fornito risultati più sfumati, o addirittura di segno contrario.
Per dirimere la questione, una collaborazione di ricerca tra l'Università di Bamberg e l'Università di Würzburg, entrambe in Germania, ha effettuato una metanalisi - vale a dire l'analisi di un gran numero di studi omogenei per obiettivi e metodologia - raccogliendo i dati di 57 ricerche per complessivi 25.000 soggetti. Il risultato del loro lavoro è stato pubblicato sulla rivista “Journal of Personality”.
Le ipotesi da verificare erano tre.
La prima era che esistesse una differenza nel comportamento sui social network tra i due sottotipi di narcisismo, quello overt, caratterizzato da un alto livello di autostima, e il narcisismo covert, in cui invece l'autostima è bassa e si associa a insicurezza ed evitamento delle relazioni sociali.
La seconda ipotesi era che la correlazione tra narcisismo e numero di amici e altre attività di autopromozione fosse molto più pronunciata rispetto ad altre attività possibili nei social network.
La terza ipotesi era che la correlazione tra narcisismo e attività sui social network fosse soggetta a influenze culturali. Quest'ultima ipotesi era motivata dal fatto che nelle culture collettivistiche, in cui la comunità è più importante dell'individuo e vigono rigide regole sociali, i social media offrono al narcisista un'opportunità di presentare se stesso in modi impossibili nelle relazioni della vita quotidiana.
I risultati della metanalisi hanno confermato tutte e tre le ipotesi: i narcisisti trascorrono più tempo sui social network rispetto alla media degli utenti, e mostrano schemi di comportamento caratteristici.
Più nello specifico, dai dati emerge che il narcisista overt s'incontra più di frequente sui social network rispetto al narcisista covert e soprattutto che esiste un collegamento tra il numero di amici su Facebook, o la quantità di foto postate su Instagram, e il numero di tratti narcisistici di una persona.
L'influenza della cultura di appartenenza, inoltre, è risultata evidente, ma solo per alcune delle nazioni considerate.
“La correlazione tra narcisismo e uso dei social network è molto forte nei paesi in cui ci sono forti gerarchie sociali e una iniqua divisione dei poteri, come l'India o la Malesia, rispetto all'Austria o agli Stati Uniti, per esempio”, ha spiegato Markus Appel. Tuttavia, l'analisi dei dati relativi a 16 paesi di quattro continenti mostra che l'importanza dell'individualismo è meno marcata di quanto ipotizzato.»


Da: http://www.lescienze.it/news/2017/04/19/news/narcisismo_social_network-3497176/
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Numerosi studi evidenziano l'esistenza di un collegamento tra la ricerca di un alto numero di amici su Facebook o di foto pubblicate su Instagram e i tratti narcisistici della personalità « immagine » «Pensano di avere un talento eccezionale e di essere persone di successo. Amano apparire e...
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"La guerra scoppia di salute...", di Alessandro Bergonzoni

12 aprile 2017 ore 13:59 segnala


«La guerra fa milioni di vivi. A noi poi finirli lentamente? La guerra scoppia, di salute: senza offendere l'insensibilità di qualcuno, riusciamo a distinguere il movente dal morente? Il nuovo film è "Miseria e mobilità": spostamento del peso umano sull'asse terrestre, la fotografia potrebbe essere proprio una di queste che vedete, quella della barca, la stessa su cui siamo tutti, che a seconda dell'inclinazione, degli uomini, porta a grossi capovolgimenti, epocali, e relative "trevisioni" meteorologiche: spaventi forti, mare sicuro, uomo incerto. Per quanto ne sappiamo, si può fare altro? E per quanto ancora ne sapremo? Uomo avvistato mezzo salvato?
Come colmare la distanza? Col mare? Annegando l'evidenza? Aspettiamo altre foto meraviglia dell'orrore, attendiamo di non saperne più e restituire i nostri vuoti, di memoria, al mare che almeno culli lui il ripescato del giorno, in questa eterna bara-onda che seppellisce noi ma soprattutto loro? Non siamo ancora vivi (ecco perché non siamo morti ancora, noi). Emergenza umanitaria? Sovrumanitaria semmai, non solo politica, europea o di cooperazione.
Manca sovrumanità nell'accogliere non solo i migranti dalla miseria, ma nell'accogliere l'idea, il concetto che si debba accettare, tener con noi, difendere, annettere, per salvare, far vivere, per aprire alla pace, la loro e la nostra. Invece si punta ancora a salvare le nostre Nazioni e condizioni da chi ci spira in braccio, come fossimo noi sotto attacco di chi ci annega addosso; si continua a non accettare neanche l'idea che l'esodo biblico del mondo che sta morendo di torture, sia parte della nostra esistenza.
È finita la concezione di nozione-nazione unica di appartenenza, di popolo distinto, separato dai separati. L'umano ormai ha fatto il suo tempo, e anche questa laicità, certa religiosità, questo modello unico di codice e diritto asfissiati a vita. Va scritto un altro alfabeto, altra costituzione, interiore e ulteriore, altra poetica di vita che non faccia solo commuovere per quel che vediamo. Manca la mutazione quasi genetico-cosmicaspiritual-trascendentale, per amare, non armare e finanziare gli angoli del mondo, origine di tanta "umanità" del benessere-malessere.
Mutazione che è a monte delle piccole e grandi decisioni che i governi non riescono nemmeno a immaginare, finiti a cercare mercati, foraggiando terrore di andata e di ritorno, a turno e a seconda degli interessi del momento, appiccando ogni tipo di paura per ottener potere e controllo. Un cambio che faccia aprire gli occhi, non solo gli stretti e i confini, per sciogliere i muri e anche le menti dei politici nazionali ed internazionali.
Non c'è nulla di laico o religioso in tutto questo, non è questione di credenti e non, ma di immenso incredibile: questione di trascendenza, di spirito che muove o non muove le mani di chi spalleggia e non fa nulla per aprir corridoi umanitari, di chi vuol vietare le migrazioni, come se fosse possibile fermare il mare se si continua ad agitarlo muovendone le onde per cui, si muore. Si uccide con le due mani o con la terza, la man-canza: mancanza di grandezza, infinito, bene, dignità, compensando con manie di grandezza e d’espansione a tutti i costi; i costi delle missioni di pace, degli armamenti, delle vite e delle continue deviazioni dell'informazione.
Da secoli ci provano bene o male anche poeti, artisti, presto o tardi, durante o dopo genocidi ed ecatombe. Quando si capirà che questa poetica, questa arte del trascendere dev'essere accolta e indossata da tutti, volontari e non? Possiamo almeno cominciare a lasciare entrare questo nuovo Stato d'animo, prima di capire come fare entrare tutte le altre anime degli altri Stati? Che non si dica mai più in nessuna condizione: "Non ti voglio vedere in questo stato!".»


Articolo tratto da: centroastalli.it

"Per il terrorista l'innocente non c'è", di Ferdinando Camon

10 aprile 2017 ore 13:40 segnala


«Un testimone della strage col camion di Stoccolma dice: «Colpiva le persone, che cadevano di qua e di là, e ha centrato in pieno un passeggino». «Di qua e di là» vuol dire che il camion zigzagava, e «in pieno» vuol dire che ha puntato su quel passeggino, l’ha mirato. Dunque il guidatore del camion, il terrorista, guidava scrutando con gli occhi i bersagli più utili: meglio due persone invece che una, meglio un bambino invece che un adulto. Lontano da qui, dov’è nascosto, il califfo vuol sapere, adesso, quanti sono i bambini uccisi, è questo il dato che gli preme di più. Questo ci fa capire cos’è il terrorismo. Per creare il terrore, devi agire rovesciando l’ordine morale della società in cui agisci: se colpisci un "colpevole" (un nemico che ti ha bombardato o sparato) fai una vendetta o, persino, una giustizia, ma non semini il terrore, per seminare il terrore devi colpire gl’innocenti, i deboli, le donne, i bambini, gli scolari, gli indifesi. Più assurdo appare, moralmente parlando, il tuo gesto, più terrore suscita. Se fai esplodere una bomba usando un kamikaze, spaventi, sì, ma spaventi di più se il kamikaze è una ragazza, e più ancora se è un bambino. E più ancora se il bambino non lo sa: tu usi il bambino portatore-di-bombe come certe marine militari usano i delfini portatori-di-mine. Animalizzi l’uomo.
Il terrorismo è l’esercito dei combattenti senza esercito. Sovverte tutte le regole militari, non ha un fronte, non ha armi, non ha divise, deve inventarsi e procurarsi tutto. Adesso, in Europa, punta sulle auto e sui camion. Ma non li ruba un giorno prima, non vuole rischiare di essere scoperto. Li ruba sul momento. Questo camion di Stoccolma era stato abbandonato per un attimo dal conducente che faceva le consegne. Abbandonato col motore acceso e la chiave inserita. Il terrorista, che passava di lì, ha avuto un lampo nel cervello, ha deciso che il momento era arrivato, è balzato alla guida ed è partito a tutta velocità. Non è necessario che sapesse guidare, né frenare, né parcheggiare, né spegnere il motore. Non è nemmeno necessario che abbia la patente. L’unica cosa che deve saper fare è girare il volante, cosa che anche i bambini fanno. Girando il volante, deve investire quelli che trova, più persone possibile. A questo scopo (ed è l’unico punto che fa pensare a una specifica premeditazione), la cosa più conveniente è imboccare una strada pedonale, piena di vittime predestinate.
Ripetiamo sempre che dobbiamo abituarci a convivere col terrorismo, e con questi attentati. Ma evidentemente non ci riusciamo. Non dovremmo lasciare un’auto, e tanto meno un camion, col motore acceso e le porte aperte. Abbiamo visto che cosa è successo a Nizza e a Berlino. Cullati nella dolcezza protettiva della civiltà cristiana, che insegna a tutti, anche a quelli che non sono cristiani (e perciò «non possiamo non dirci cristiani», diceva Benedetto Croce), siamo indotti a pensare che l’uomo non possa volere il male dell’altro uomo, anche se non lo conosce, non possa ucciderlo con un colpo di pistola alla testa, senza neanche sapere chi è, non possa bruciarlo vivo, chiuso in gabbia e in una piazza, in modo che tutti possano godere della visione. Ora abbiamo a che fare con una civiltà (che non è quella islamica ma quella islamista) che pratica questo terrore, lo predica ai suoi affiliati, lo impone.
Attuato a questo livello, il terrore non è uno strumento per arrivare al potere, che poi sarà esercitato con criteri più umani e civili. I terroristi che vanno a caccia d’innocenti per schiacciarli o bruciarli, se si fanno uno Stato lo governano con lo stesso terrore. Dal Terrore Rosso pre-comunista s’intravede il gulag. Dal terrore pre-nazista s’intravede il lager. Dal terrorismo jihadista s’intravede il Daesh, l’esecuzione in massa, il rogo multiplo. Il Terrore è per sempre. Per il terrorismo non esistono innocenti.»


Da: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/camon-per-i-terroristi-innocente-non-esiste
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« immagine » «Un testimone della strage col camion di Stoccolma dice: «Colpiva le persone, che cadevano di qua e di là, e ha centrato in pieno un passeggino». «Di qua e di là» vuol dire che il camion zigzagava, e «in pieno» vuol dire che ha puntato su quel passeggino, l’ha mirato. Dunque il guida...
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"Che fine ha fatto la lotta sociale?" di Andrea Zhok

03 aprile 2017 ore 20:32 segnala
La sinistra di oggi chiede solo diritti per il singolo: che fine ha fatto la lotta sociale? Con i movimenti del '68 sono scomparse dall'agenda le istanze e la critica strutturale al modello del profitto. Ormai i riformisti puntano solo alle libertà del singolo da ottenere "a costo zero". Un programma da partito liberaldemocratico!



«La proclamazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) venne accolta con un certo scetticismo dalle forze che si ispiravano alla tradizione socialista e comunista. Al contrario, oggi, a settant’anni di distanza, l’unica cosa che accomuna le varie “sinistre” occidentali pare essere l’appello ai “diritti soggettivi” (civili, umani). L’idea che un “ampliamento dei diritti” in quanto tale sia un’agenda politica di sinistra è diventata senso comune.
Questa metamorfosi sarà forse un’evoluzione politica ben giustificabile, ma tale giustificazione non sembra che nessuno abbia sentito l’urgenza di fornirla.
Se indugiamo nel prestigioso ossario della Sinistra vi troviamo cose come le critiche marxiane alla concezione dei Diritti dell’Uomo espressa dalle Rivoluzioni americana e francese. Marx obiettava che quei proclami concepivano l’uomo in modo artificiale, astorico e isolato, con interessi indipendenti e conflittuali, sul modello delle moderne relazioni di mercato. Molti dei diritti proclamati, per quanto condivisibili, constavano di rivendicazioni formali astratte e mistificanti. Così, la proclamazione solenne dell’eguaglianza formale tra gli uomini lasciava intoccate, e anzi legittimate, tutte le diseguaglianze economiche e di potere.
Naturalmente può ben darsi che Karl Marx avesse torto dove Laura Boldrini ha ragione. Ma forse non bisognerebbe aver fretta di darlo per acquisito.
I diritti soggettivi sono primariamente libertà di fare qualcosa a prescindere dalla volontà altrui, o richieste che terzi facciano qualcosa per noi. Tali istanze pretendono di essere imperative, cioè di prescindere da valutazioni di opportunità, moralità, utilità, ecc. Se qualcosa è un diritto può essere preteso sempre. Inoltre, molti diritti soggettivi (es: i diritti umani) si dicono fondati in natura, dunque inerenti a un’essenza che prescinderebbe da storia, tradizione, cultura.
Nel nome dei diritti umani e civili molte battaglie importanti sono state combattute e vinte, dunque nessuna critica può sminuirne il ruolo storico. Tuttavia è utile sottolinearne alcuni limiti.
Innanzitutto, la pretesa indipendenza dei diritti soggettivi “naturali” da contesti storici e antropologici è notoriamente una finzione. Per dire, fissare che ogni essere umano ha per sua essenza diritto a un giusto processo in tribunale rimuove il fatto che istituzioni come tribunali e processi erano ignote in molte comunità storiche. Inoltre, e più importante, la pretesa che i diritti siano una sorta di imperativi categorici è anch’essa una finzione. Nessun diritto ha validità assoluta, essendo concretamente condizionato ad altri diritti e/o a valutazioni morali o di utilità. Ho diritto alla privacy, ma essa può essere limitata per esigenze di sicurezza nazionale. Ho diritto alla libertà, ma per esigenze di difesa sociale sono carcerabile. Ho diritto di espressione, ma purché non promuova il razzismo, o non minacci la privacy, o la sicurezza, o non violi un contratto, ecc.
Di fatto i diritti fanno solo il gesto di essere imperativi non negoziabili. La loro implementazione è sempre valutata contestualmente, e definita in rapporti di forza, di potere contrattuale o di egemonia culturale (da avvocati, giudici, governi).
Il linguaggio stesso dei diritti è pervaso da una pretesa di assolutezza, su base individuale, che promuove aspettative irrealistiche bloccando la ricerca di un terreno comune e alimentando confronti conflittuali. L’espressione “È un mio diritto!” funziona come punto d’arresto non negoziabile, dove le motivazioni avrebbero termine e dovrebbe semplicemente seguire l’esecuzione. Ma questa insindacabilità è illusoria, giacché persino i più consolidati tra i diritti sono relativizzabili in contesti specifici.
È inoltre diffusa l’idea che un’estensione dei diritti soggettivi vada di per sé in una specifica, e lodevole, direzione etica. Ma le cose non stanno così. Ad esempio, supportiamo il diritto al godimento del proprio corpo e a non essere ridotti in schiavitù, ma, con aggiustamento storico tutt’altro che implausibile, potremmo decidere che ciascuno deve avere il diritto di vendere il proprio corpo (come schiavitù), o pezzi di esso (come compravendita d’organi). Anche questo potrebbe passare per “ampliamento dei diritti dell’individuo”.
La diffusione di una “politica dei diritti soggettivi” ha una sola direzione effettiva, ancorché involontaria: mentre in teoria diritti come rivendicazioni individuali o come richieste sociali possono essere formulati con pari legittimità, di fatto una “politica dei diritti” alimenta le prime a scapito delle seconde. Gli articoli della Dichiarazione del 1948 parlavano anche di diritto al lavoro, a una remunerazione soddisfacente, al riposo e allo svago, a un tenore di vita sufficiente, alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia, a un’istruzione indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana, ecc.
Curiosamente gli odierni appelli contro le “violazioni dei diritti umani” obliano questi articoli, così massicciamente disattesi. In questa amnesia non c’è alcun mistero. I diritti la cui implementazione richiede prevalentemente omissioni o non interferenze (diritti formali come libertà d’espressione, di culto, ecc.) sono relativamente facili da imporre, spesso a costo zero. Al contrario, diritti la cui implementazione esige redistribuzione di risorse, o ripensamenti dell’organizzazione sociale tendono ad essere annacquati o sacrificati.
Questo processo è compendiato al meglio nel passaggio storico da cui sono emersi i lineamenti delle odierne forze di sinistra: il ’68. Nel variegato panorama delle rivendicazioni del ’68 due gruppi di istanze erano distinguibili: istanze libertarie (contro l’autorità della famiglia, dei professori, dei “guardiani della morale”, ecc.) e istanze strutturali (palingenesi dello stile di vita, modelli di vita non occidentale, contestazione della logica del profitto, ecc.). Quali che siano i rispettivi meriti, qualche decennio dopo delle due linee “rivoluzionarie” solo la prima, di ordine individualistico e libertario, aveva lasciato tracce consolidate. La seconda, sociale e strutturale, ci appare oggi come una curiosità storica.
Dall’eredità culturale di quegli anni le forze di “sinistra” uscirono con un’agenda sempre più indirizzata verso lidi liberali, un’agenda dove era avvenuta la santificazione delle voci individuali e delle relative rivendicazioni, mentre si era atrofizzata l’analisi del processo storico e delle sue forze. Solo che per magnificare i diritti degli individui - istanza talvolta lodevole - esisteva già una ideologia storica, il liberalismo libertario. Ora, se questo vuol essere oggi l’orizzonte delle sinistre, va benissimo, ma allora non sarebbe forse opportuno liberare uno spazio politico occupato agitando - occasionalmente e abusivamente - nostalgie “rosse”? Avessero il coraggio e l’onestà di fondare un bel partito liberaldemocratico. Non è escluso che qualcuno ne senta il bisogno.»


Da: http://espresso.repubblica.it/visioni/2017/03/24/news/la-sinistra-di-oggi-chiede-solo-diritti-per-il-singolo-che-fine-ha-fatto-la-lotta-sociale-1.297909
9e0fa1cc-72c8-448c-bde9-57c54fd9fb38
La sinistra di oggi chiede solo diritti per il singolo: che fine ha fatto la lotta sociale? Con i movimenti del '68 sono scomparse dall'agenda le istanze e la critica strutturale al modello del profitto. Ormai i riformisti puntano solo alle libertà del singolo da ottenere "a costo zero". Un...
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"Intervista a Pim van Lommel sulle Nde", di Claudio Gallo

26 marzo 2017 ore 15:24 segnala


«Dalla morte non si ritorna ma dalla “premorte” in alcuni casi sembrerebbe di sì e il percorso a ritroso verso questo mondo cambia per sempre il viaggiatore che diventa più empatico e fiducioso nel senso ultimo della vita. Questo è almeno ciò che pensa Pim van Lommel, cardiologo olandese, che ha dedicato la vita a studiare i fenomeni di Nde (Near Death Experience), esperienza di prossimità con la morte possibili specialmente negli stati di coma temporaneo o di arresto cardiaco. Nel suo libro “La coscienza oltre la vita” (Edizioni Amrita) fa una rassegna delle varie tipologie di Nde che spesso consistono in una sensazione rinfrancante di passaggio attraverso un tunnel, in direzione di una luce, altre volte sembrano permettere di osservarsi fuori da se stessi come in un sogno. Van Lommel, insieme con alcuni colleghi, ha pubblicato su questi eventi un pionieristico e controverso studio su “Lancet” nel 2001. L’interpretazione delle esperienze al confine con l’al di là ha portato il medico olandese a formulare una concezione della realtà che attraverso vari richiami alla fisica quantistica ipotizza l’esistenza di una coscienza onnipervadente al di là dello spazio e del tempo che sorregge le nostre coscienze individuali. Van Lommel non usa toni da predicatore e ammette candidamente che la sua visione del mondo è un’ipotesi suggestiva ma indimostrata. La maggioranza dei neuroscienziati, che considera invece la coscienza come un prodotto del cervello, non giudica le sue spiegazioni scientifiche e spiega le esperienze Nde come una residua attività cerebrale non misurabile con l’elettroencefalogramma. Insomma, per la scienza attuale non c’è nessun fantasma dentro la macchina, la macchina siamo noi e basta. Il dottor Van Lommel spiegherà la sua visione del mondo in una conferenza oggi (domenica 26 marzo) alle 20:30 alla Gam, Corso Galileo Ferraris 30 a Torino.

- Dottor Van Lommel, come avviene una Nde e quanto è frequente?
«Un’esperienza di premorte (o NDE, “Near Death Experience”) può essere definita come il ricordo di una serie di impressioni vissute durante uno speciale stato di coscienza, fra le quali si trovano diversi elementi “universalmente presenti”, come un’esperienza fuori dal corpo, sensazioni piacevoli, la visione del tunnel, della luce, dei propri cari defunti, il passare in rivista la propria vita, e il ritorno cosciente nel corpo. Tra le circostanze di una NDE abbiamo l’arresto cardiaco (morte clinica), uno shock a seguito di emorragia, la conseguenza di un colpo apoplettico, un quasi affogamento (un caso più frequente nei bambini!) o asfissia, ma anche malattie gravi dove la minaccia di morte non è immediata, o addirittura durante episodi di depressione, isolamento o meditazione, e persino senza una ragione evidente. Come a dire che non c’è sempre bisogno, a quanto pare, di avere un cervello fuori uso per vivere e poi raccontare una NDE. La NDE è sempre un’esperienza trasformativa, in quanto causa cambiamenti profondi nel modo di cogliere la vita, elimina la paura della morte e rafforza la sensibilità intuitiva. Le NDE sono oggi sempre più frequenti: i malati che sopravvivono, infatti, sono più numerosi grazie alle moderne tecniche di rianimazione e al miglioramento delle cure per chi subisce un trauma cerebrale».

- Che cosa si “vede” durante una NDE?
«Secondo uno studio olandese a cui ho partecipato insieme ad altri colleghi e che è apparso su Lancet nel 2001, la metà dei pazienti che aveva avuto una NDE dissero di essere stati consapevoli di essere morti, e riferirono emozioni positive; il 30% disse di aver vissuto l’esperienza del tunnel, osservato un paesaggio celestiale o incontrato persone decedute; all’incirca un quarto disse di aver avuto un’esperienza fuori dal corpo, di aver comunicato con “la luce”, e descrisse percezioni di colori; il 13 % aveva passato in rassegna la propria vita e l’ 8 % aveva percepito la presenza di un confine».

- La scienza ufficiale ipotizza che gli stati di Nde siano semplicemente alterazioni cerebrali, perché lei è scettico?
«Immagino che per “scienza ufficiale” lei intenda il paradigma materialistico ancora largamente accettato. In passato sono state formulate diverse teorie per spiegare le NDE, ma il nostro studio ha evidenziato che non vi sono fattori psicologici, farmacologici o fisiologici capaci di causare queste esperienze durante un arresto cardiaco. Se una pura spiegazione fisiologica fosse valida, come la mancanza di ossigeno nel cervello, la maggior parte dei pazienti che avevano avuto una morte clinica avrebbero dovuto riferire una NDE, dal momento che tutti i pazienti coinvolti nel nostro studio avevano perso conoscenza proprio per mancanza di ossigeno nel cervello conseguente a un arresto cardiaco. Invece solo il 18% riferì di aver avuto una NDE, ed è tuttora un gran mistero perché mai solo il 18% abbia riferito di una NDE dopo un arresto cardiaco. Sembra corretto concludere che allo stato attuale delle nostre conoscenze non ci è permesso ridurre la coscienza ad attività e processi cerebrali: la lacuna in materia di spiegazioni fra il cervello e la coscienza non è mai stata superata perché un certo stato neuronale non è la stessa cosa di un certo stato di coscienza. La coscienza non è visibile, né tangibile, né percepibile, né misurabile, né verificabile, né falsificabile: non siamo in grado di oggettivare l’essenza soggettiva della nostra coscienza».

- Esistono riscontri oggettivi ai racconti dei pazienti che dicono di essersi visti dall’esterno mentre erano in coma durante un’operazione?
«Nelle OBE (“Out of Body Experiences”, o esperienze extracorporeee) le persone riportano percezioni veridiche che avvengono da un punto al di fuori e al di sopra del loro corpo senza vita. Chi ha vissuto una NDE ha l’impressione di essersi liberato del corpo come di un vecchio cappotto, ed è sorpreso di avere ancora un’identità con la possibilità di provare percezioni, emozioni, ed una coscienza particolarmente lucida. Questa esperienza fuori dal corpo è particolarmente importante dal punto di vista scientifico perché i medici, gli infermieri e i parenti possono verificare le percezioni che vengono riportate, e anche confermare il momento preciso in cui è avvenuta la NDE con la OBE durante il periodo di rianimazione cardio polmonare. In una recente rassegna di 93 testimonianze di percezioni OBE potenzialmente verificabili e avvenute durante le NDE, si è scoperto che circa il 90% delle OBE riportate erano accuratissime: la verifica ha comprovato che tutte le percezioni avvenute durante il coma, l’arresto cardiaco o un’anestesia generale riferivano dettagli davvero accaduti; l’8 % delle testimonianze conteneva solo piccoli errori e il 2 % era del tutto errato».

- Un esempio?
«Questo è quello che scrive un’infermiera di un reparto di cardiologia intensiva: «Durante il turno di notte l’ambulanza porta nel mio reparto un uomo di 44 anni, cianotico e in stato comatoso: lo avevano trovato in coma in un prato una mezz’ora prima. Stiamo per intubarlo quando ci accorgiamo che ha la dentiera. Gli togliamo la dentiera superiore e la mettiamo sul carrello di emergenza. Ci vuole un’altra ora e mezza perché il paziente ritrovi un ritmo cardiaco e una pressione sanguigna sufficienti, ma è ancora intubato e ventilato, e sempre in coma. Lo trasferiamo in terapia intensiva per continuare la necessaria respirazione artificiale. Il paziente esce dal coma una settimana dopo e me lo vedo tornare nel reparto cardiologia. Appena mi vede, dice: «Ah, questa è l’infermiera che sa dov’è finita la mia dentiera». Sono davvero molto sorpresa, ma il paziente spiega: «Lei era presente quando mi hanno portato in ospedale, mi ha tolto la dentiera dalla bocca e l’ha messa nel cassetto scorrevole sotto il ripiano del carrello, carico boccettini».

- Nel caso di malattie come l’Alzheimer che cancellano la personalità, dove finirebbe la coscienza?
«La coscienza è non-locale, il che significa che è ovunque, sempre, tanto intorno a noi quanto dentro di noi, e il cervello solo funge da interfaccia, ricevendo, quando siamo in stato di veglia, parti di questa coscienza potenziata e parti dei nostri ricordi. Mi spiego con un’immagine: le immagini e la musica che vediamo o udiamo aprendo la TV vengono trasmesse all’apparecchio televisivo, e se danneggiassimo alcune sue componenti probabilmente avremmo una distorsione di immagine e suono, o magari li perderemmo del tutto, il che non vorrebbe dire che quel programma sia un prodotto del nostro apparecchio. Tant’è vero che un altro apparecchio potrebbe ancora riceverlo. Questo è paragonabile alla funzione cerebrale: il danno o l’interruzione avvenuti in certe aree specifiche del cervello possono produrre cambiamenti di coscienza (Alzheimer, demenza) o la perdita di essa (coma), ma ciò non prova che la coscienza sia un prodotto della funzione cerebrale. Nei pazienti con Alzheimer quello che è danneggiato è lo strumento, l’interfaccia, ossia il cervello, con il risultato che la coscienza di veglia è disturbata o assente, tuttavia la nostra coscienza potenziata, non-locale, è sempre presente, in quanto non è localizzata né nel cervello né nel corpo. Qui è interessante menzionare la cosiddetta “lucidità in fase terminale”, quando, poco prima della morte, pazienti che hanno sofferto di Alzheimer per anni e non riconoscono più neppure i loro cari e i loro figli, possono avere uno sprazzo di lucidità in cui tornano a riconoscere il partner e i figli e li chiamano per nome, li ringraziano e poi muoiono. La lucidità terminale può manifestarsi anche in pazienti non più responsivi o in coma da giorni. Sono esperienze che non trovano spiegazione nelle teorie mediche correnti, perché il cervello di pazienti del genere dev’essere gravemente danneggiato; la lucidità terminale può invece essere ben compresa alla luce della non-località della coscienza. La lucidità terminale è ben nota a chi lavora negli hospice e nelle cure palliative».

- La sua teoria ha influenzato la sua posizione sull’eutanasia?
«Le ricerche sulle NDE vertono sulla possibilità di esperire stati di coscienza potenziati durante un arresto cardiaco, il coma o un’anestesia generale. Certamente se ci fosse una maggiore conoscenza dei risultati di queste ricerche e della possibilità che la coscienza continui dopo la morte, l’impatto sulla medicina sarebbe significativo in quanto ispirerebbe una diversa visione di come occorra trattare i pazienti in coma o terminali. Certamente farebbe la differenza rispetto alle procedure di accanimento terapeutico all’inizio o alla fine della vita, all’eutanasia, o all’espianto di organi a cuore battente, quando il corpo è ancora caldo ma è stata diagnosticata la morte cerebrale. Le ricerche sulle NDE non sono solo rilevanti per i professionisti della salute, lo sono anche per i pazienti vicini alla morte e i loro cari. Dovrebbero essere tutti consapevoli delle straordinarie esperienze coscienti che possono avvenire durante la morte clinica o il coma, intorno al capezzale di un morente (esperienze di fine vita), o persino dopo la morte (comunicazione post mortem). Quindi approfondire la conoscenza della non-località della coscienza può cambiare il nostro punto di vista circa l’impatto dell’eutanasia sulla nostra coscienza, e anche la nostra concezione della morte e del morire».»


Da: http://www.lastampa.it/2017/03/26/scienza/bella-la-vita-dopo-la-morte-bVYt4CwtkWsfg6aPCc9VgN/pagina.html
ac81f6b5-e15c-4c78-89dd-3809a03ffc22
« immagine » «Dalla morte non si ritorna ma dalla “premorte” in alcuni casi sembrerebbe di sì e il percorso a ritroso verso questo mondo cambia per sempre il viaggiatore che diventa più empatico e fiducioso nel senso ultimo della vita. Questo è almeno ciò che pensa Pim van Lommel, cardiologo olan...
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"Le lavanderie globali...", Redazione di Panorama

21 marzo 2017 ore 17:19 segnala
L'inchiesta del "Guardian": ammonterebbe ad almeno 20 miliardi di dollari la quantità di soldi lavati nelle banche britanniche e statunitensi, "lavanderie globali" dello "sporco denaro" russo.



«Una serie di grandi banche britanniche e statunitensi sarebbero coinvolte in un giro di riciclaggio di denaro sporco - rubato o di origine criminale di varia natura - proveniente dalla Russia.
Tra queste anche nomi di primo piano, tra cui l'Hsbc, la Citibank, Loyds Bank, la Royal Bank of Scotland e la Bank of America.
Secondo i documenti attualmente in possesso del quotidiano britannico The Guardian, dal 2010 al 2014, l'entità di tale traffico avrebbe raggiunto un ammontare di 20 miliardi di dollari, ma la cifra potrebbe essere anche di molto superiore.
In quella che gli inquirenti hanno battezzato The Global Laundromat, "la lavanderia globale" sarebbe stato individuato il coinvolgimento di 500 persone, in un gruppo eterogeneo che include oligarchi moscoviti - tra i quali anche Igor Putin, cugino del presidente russo che, interpellato in merito, ha rifiutato di commentare - banchieri e agenti dell'Fsb, la principale agenzia di sicurezza russa che ha preso il posto dell'Kgb.
A quanto sembra, l'enorme mole di informazioni sarebbe stata fornita al Guardian dall'OCCRP (Organised Crime and Corruption Reporting Project), il progetto che indaga sulla corruzione e la criminalità organizzata che, oltre al quotidiano inglese ha inviato i dati ad altre testate di tutto il mondo.
Ma che cosa contengono i materiali diffusi dall'OCCRP? Miriadi di dati, super dettagliati, su oltre 70 mila transazioni bancarie.
Per le numerose banche coinvolte la faccenda è parecchio scomoda, considerato che le autorità finanziarie esigono che le banche valutino l'eventualità di riciclaggio del denaro che transita nei loro depositi tenendo conto del rischio-Paese da cui il denaro proviene, la reputazione di chi versa il denaro e le fonti della loro ricchezza: tutti aspetti che, nella fattispecie, sarebbero stati (deliberatamente o meno) trascurati.»


Da: http://www.panorama.it/news/esteri/gran-bretagna-lavanderia-globale-dello-sporco-denaro-russo/

"Intervista a José (Pepe) Mujica...", di Alver Metalli

17 marzo 2017 ore 16:47 segnala


«È stato il primo presidente latinoamericano ad incontrarsi con il Papa argentino, suo dirimpettaio. Da Montevideo, infatti, dove vive con la moglie senatrice, ci vogliono poco meno di tre ore di battello fluviale per arrivare sull’altra sponda del Rio de la Plata, a Puerto Madero, da dove si può andare camminando sino alla residenza di Bergoglio che si affaccia sulla storica Piazza di Maggio. Un percorso che Mujica quando era in carica dal marzo del 2010 allo stesso mese del 2015 non ha mai compiuto. Ha preferito aspettare, volare 12 mila chilometri in aereo ed arrivare a Roma con in mano un libro di un amico in comune con il Papa argentino che andava a visitare, lo storico e filosofo uruguayano Alberto Methol Ferré, deceduto nel novembre del 2009. «Ci ha aperto la mente», ha commentato Mujica porgendoglielo. «Ci ha aiutati a pensare», gli rispose Bergoglio con il sorriso di chi non si è fatto cogliere impreparato. Un’ora di colloquio ed uno stringato commento all’uscita hanno fotografato l’incontro tra i due rioplatensi, il Papa e il Presidente: è stato come incontrare «un amico di quartiere», ha riferito Mujica a un giornalista; «un uomo saggio», ha fatto sapere il Papa attraverso il suo portavoce. L’81enne presidente dell’Uruguay dai trascorsi guerriglieri non ha più perso di vista il Papa argentino. Fino ad oggi.
Davanti al microfono ammette di non ricordare cosa stesse facendo e dove fosse quel 13 marzo di quattro anni fa. «Uno dei miei molti difetti è quello di non ricordare le tappe che ho attraversato», si scusa: «Soprattutto adesso che non ho davanti molto tempo e cerco di concentrarmi sulle chiavi del tempo che verrà». Ma quello che assicura di avere molto chiaro «è la sorpresa gigantesca che abbiamo avuto». Il plurale maiestatis riflette una natura schiva e un po’ contadina. «Ci sembrava difficile che la chiesa potesse avere tanta audacia rinnovatrice da eleggere un latinoamericano e soprattutto un personaggio così singolare e un po’ contestatario della filosofia pratica che avevano applicato gli ultimi Papi. Era una svolta, una svolta globale rispetto all’orientamento della chiesa sino a quel momento. Il che parla della sapienza e delle risorse misteriose di questa realtà così vecchia che è la chiesa. Ha saputo imprimere una sterzata molto forte nella lotta per la propria credibilità in un momento di fenomenale crisi nel mondo. Quando il suo peso storico, sociale, veniva preso a calci in molti posti, la chiesa – con il nuovo Papa - si è resa conto che il suo destino si giocava nel mondo povero e con la causa dei poveri, e ha cercato di riprendere la parte più profonda del vecchio messaggio cristiano».

- Perché vecchio?
«Vecchio non nel senso peggiorativo, piuttosto nel senso di eternità che comincia nell’umanità. Io mi considero un ammiratore politico della chiesa cattolica apostolica romana».

-“Ammiratore politico”?
«Si, ammiro il lavoro della chiesa cattolica, l’opera civilizzatrice gigantesca che ha realizzato in termini umani nonostante i suoi difetti. La lingua e la presenza della chiesa cattolica in America Latina sono le due colonne vertebrali della formazione del nostro modo di essere. Non riconoscerlo è un segno di superficialità. Noi popoli latinoamericani siamo credenti nella quasi generalità, soprattutto i poveri lo sono, e durante tutta la storia di questa parte del mondo la chiesa ha avuto una partecipazione enorme nella costruzione delle nostre nazionalità. La chiesa ha a che vedere con le nostre radici in un modo inestricabile. Lingua e chiesa sono le due cose che più ci accomunano. Che io abbia dei dubbi come credente, questa è un’altra storia. La questione di fondo è com’è la gente del mio popolo, della mia società, chi siamo noi latinoamericani, e questo lo devo capire e rispettare. Per questo quando contestano alla chiesa un suo spazio, una sua legittimità di presenza, non posso essere neutrale, mi sento amico, come istituzione e come storia. So che si possono rimproverate molte cose alla chiesa, ma è molto di più quello che bisogna riconoscerle. Alla fin fine quello che pesano sono i difetti degli uomini, non della chiesa, non dell’istituzione».

-Da dove le vengono le cose che sta dicendo sulla chiesa e sul Papa? Da esperienze che ha vissuto, dalla famiglia, da persone che ha incontrato? Non sono usuali in bocca a un politico di sinistra che è stato presidente di un paese il più laico dell’America Latina.
«Sono attento alla storia dell’America Latina, un appassionato della storia dei nostri paesi, e dovunque guardassi o andassi mi sono sempre imbattuto con la chiesa da tutte le parti. Fin dai tempi della rivoluzione e del sorgere e affermarsi delle idee repubblicane. Nelle gesta emancipatrici americane c’è stata ovunque la penna di un sacerdote dietro il pensiero dei libertadores. Perché loro, i sacerdoti, erano gli argini di immagazzinamento dell’accumulazione del pensiero della propria epoca, universitario e colto, erano quelli che conoscevano la filosofia antica, il pensiero moderno, quello umanistico e quello scientifico, e lo ritrasmettevano. È molto difficile concepire il nostro Artigas senza qualche prete che gli stava vicino. Nelle epoche più dure, più primitive la chiesa ha svolto un ruolo di santuario di conservazione della sapienza primordiale e della civilizzazione greco-romana che si è mantenuta nei monasteri, dove in un mondo duro di barbarie e di guerra come fu il feudalesimo, ha mantenuto la miccia accesa della civilizzazione. Poi sono venuti altri tempi, ma la storia della chiesa, lungo i secoli, è stata quella di salvaguardare parte di quella vecchia sapienza che aveva accumulata nel dolore dell’umanità. L’ha trasmessa con più o meno coscienza, come una spora del futuro».

-Non c’è nessun prete che ha avuto influenza su di lei?
«Probabilmente sì. Ho avuto molti amici tra i frati conventuali francescani, alcuni di loro sono vissuti in Italia sino a poco tempo fa. In definitiva sono convinto che la cosa fondamentale nell’uomo è la fede. Viviamo in tempi di scienza ma se togli la fede non esiste la società. È un atto di fede andare in una banca, depositare qualche pesos, prendere il pezzo di carta che ti danno come ricevuta e con quello in mano pensare che me li restituiranno quando ne avrò bisogno e li richiederò indietro! Ho della mercanzia, la offro o la vendo nella speranza di realizzare un guadagno, anche questo è un atto di fede. Tutta la società è costruita sulla fede. Senza la fede siamo dei poveretti».

- La domanda rimane. Questa sua posizione critica e valorizzatrice di quel che è la chiesa nella storia degli uomini, di quello che è la fede per la vita dei latinoamericani, del pontificato di Francesco, le proviene dagli studi che ha fatto, dalle conoscenze che ha acquisito negli anni o c’è anche altro nella sua esperienza?
«Tutte due le strade. Dal punto di vista storico, quanto più guardo indietro nello sviluppo dei gruppi umani sempre mi incontro con gente che crede in qualcosa che va al di là della propria vita. Che è soprannaturale. L’uomo è l’animale più utopico che esista. Perché ha bisogno di credere in qualcosa, in qualcosa non tangibile eppure non questionabile, in qualcosa che va al di là di se stesso. Credere è una caratteristica antropologica dell’uomo. La religione in fondo è lo sviluppo adulto di questa necessità intima».

-«Aiuta a morire bene», ha detto una volta…
«Sono stato ricoverato e malmesso nella sala di un ospedale e ho visto morire gente. E ho pensato spesso che se la religione compie con la funzione di aiutare a ben morire allora benedetta la religione! Nel dilemma vita-morte abbiamo bisogno di credere in qualcosa di oltre, che non si corrompe. Stiamo attenti, prendiamoci cura della religione! Io con i miei limiti non la posso fabbricare. Di lì viene il mio rispetto. La religione è un servizio umano, una necessità umana. Rispetto l’atteggiamento religioso dell’uomo in generale, certo, ma io appartengo all’occidente, sono nato in America Latina. L’immagine che è stata seminata di Dio ha un volto cristiano, apostolico romano. E questo è penetrato nel profondo di milioni e milioni di latinoamericani. Chi sono io con i miei dubbi davanti all’universo per mettere in questione il valore che questo riveste! Lo devo rispettare. Per questo le dicevo che sono un ammiratore politico del ruolo della chiesa cattolica. È vero! Mi possono sbattere davanti i difetti di questo o quello, i limiti di uno e dell’altro. Ma cosa c’è da sorprendersi! Noi uomini siamo eclettici, peccatori, pieni di errori. Che colpa ha la chiesa?»,

-Si può dire senza retorica, senza che sembri una esagerazione di tipo dialettico, che questi che sono trascorsi con Papa Bergoglio sono quattro anni che cambiano la storia?
«Per me sono una finestra spalancata. Lui è un lottatore sociale formidabile. Per l’uguaglianza, per la misericordia, per il diritto alla compassione, per far capire che la fraternità è vitale che esista tra gli uomini, per rendersi conto che trionfare nella vita non è accumulare ricchezze».

- È una lotta dura la sua, e so che ci sono tanti che non sono d’accordo. Ma sono passi civilizzatori quelli che sta facendo, e di fronte alla storia otterranno merito e riconoscimento.
«Quando eravamo giovani lottavamo per il potere. Che nel suo aspetto rispettabile è la lotta per migliorare la civilizzazione alla quale apparteniamo. Non per creare un mondo perfetto, ma per salire gradini più alti di umanità. Io vedo il Papa come un lottatore formidabile che usa tutto il suo peso istituzionale per colpirci nella coscienza, chiamare a raccolta la società, mostrare che è possibile un mondo un po’ migliore. E questo dipende anche da noi. Per questo mi considero amico ideologico del Papa, e lo accompagnerò in tutto quello che potrò. Ho molta fiducia in ciò che farà, molta».

-Quando è andato a visitarlo nel maggio del 2015, quindi poco prima del viaggio che Papa Francesco realizzerà a Cuba nel mese di settembre di quello stesso anno, Raul Castro disse: «Se continua così mi faccio cattolico...». Una battuta scherzosa naturalmente. Lei si sentirebbe di ripeterla?
«Io mi sento “accolito” del Papa. I miei dubbi con Dio sono filosofici. Improvvisamente, forse, crederò in Dio (De repente yo creo en Dios). Forse, non so… o forse perché mi sto avvicinando alla morte ne sento il bisogno… Quello che ho ben chiaro è che mi sento parte della lotta del Papa. Non posso essere neutrale».

- All’Osservatore Romano, al suo attuale direttore dell’edizione argentina appena inaugurata, Marcelo Figueroa, lei ha parlato di quel che la unisce a Bergoglio. «Credo che, per cammini diversi, entrambi percepiamo il dramma umano e le condizioni della tragedia umana che sta alla base dell’America latina, e anche del mondo. In questo c’è identificazione. Io mi identifico con Francesco». Qual è questo dramma umano, questa tragedia che sta alla base dell’America Latina? Dove la vede?
«In una cultura funzionale al profitto che ha creato lo stesso sistema capitalista. Questa cultura che si è diffusa con forza e ovunque ci trasforma in compratori disperati. Dobbiamo consumare. Consumare e comprare cose sempre nuove e diverse come se questo fosse il desiderata della felicità umana, e non ci rendiamo conto che quando compriamo le cose lo facciamo usando il tempo della nostra vita, in un certo senso con i soldi che occorrono per acquistare spendiamo anche noi stessi. Poi ci accorgiamo che non ci resta tempo per gli affetti, per la fraternità, per chi è malato, per cose che non producono guadagni. Ma danno il gusto di vivere. La vita non deve essere un peso. La vita deve essere un messaggio di felicità. Non bisogna confondere l’idea di felicità che ha un equilibrio profondo in se stessa, con l’idea semplicistica di piacere. La felicità implica la libertà: cosa faccio, cosa scelgo, ho tempo nella mia vita per fare quelle cose che poggiano su dei significati validi. Ma se devo lavorare, lavorare e lavorare per pagare le rate della macchina perché la voglio nuova, e altre rate ancora, e ancora e ancora e voglio farmi una casa vicino al mare, e poi ho bisogno di gente che mi aiuti a difendere quello che ho accumulato altrimenti mi derubano… quando rinsavisco un po’ la vita se n’è andata. Ma a mio figlio non voglio che manchi nulla, si dice, come è mancato a me… si però gli manchi tu, non hai tempo per prendere tuo figlio per mano e portarlo a vedere una partita di calcio, o per tante altre cose elementari della vita. Questo è l’inganno del nostro tempo. E quasi senza rendercene conto diventiamo incapaci di compassione davanti al clamore degli altri; non piangiamo più davanti al dramma di un altro uomo e non ci interessa aiutarlo a sopportarlo, come se tutto fosse una responsabilità di altri che non ci riguarda. Perdiamo la calma e ci innervosiamo se il mercato offre qualcosa che ancora non abbiamo potuto comperare mentre tutte le vite troncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci altera».

- Meglio poveri che alienati…
«Non sto facendo l’apologia della povertà, sto parlando di sobrietà. Vivere con il necessario, con l’indispensabile. Ma avere tempo da spendere in cose che senza pregiudicare altri generano sentimenti, solidarietà, amicizia. È elementare quello che sto dicendo e credo che nel fondo il messaggio cristiano non si discosti da questo livello delle cose. Non può essere il nostro mondo una valle di lacrime per andare poi in paradiso. No. Né valle di lacrime né paradiso. È tutto qui, e se c’è un aldilà, la radice è nell’aldiqua. L’dea di trionfare coincide con quella di accumulare ricchezze a qualunque costo. Ma se finiremo per andarcene da questo mondo come siamo venuti! Non trovo molto sensato questo modo di vivere, questo accanimento di possedere. Mi sembra che il messaggio cristiano raccolga il vecchio principio greco: nada en demasia».


Da: http://www.lastampa.it/2017/03/11/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/mujica-luomo-saggio-xhjkuAwUIMmroqFPUZRWjP/pagina.html

"Supermemoria per tutti con il metodo dei loci", Le Scienze

10 marzo 2017 ore 17:26 segnala
Una ricerca sperimentale dimostrerebbe che la tecnica utilizzata dagli "atleti della memoria" per ricordare lunghissime sequenze di numeri o di parole consente anche alle persone normali di raggiungere prestazioni mnemoniche simili: http://www.cell.com/neuron/fulltext/S0896-6273(17)30087-9



«Li chiamano “atleti della memoria” e il loro sport è ricordare lunghissime sequenze di numeri, parole o di simboli senza nessuna correlazione tra loro.
Molte di queste persone attribuiscono la loro capacità straordinaria all'uso del cosiddetto “metodo dei loci” o di sistemi mnemonici simili. Un nuovo studio apparso sulla rivista “Neuron” e firmato da un gruppo di ricercatori della Stanford University School of Medicine ha dimostrato ora che il metodo può essere insegnato a persone senza particolari doti di memoria, che così si avvicinano per capacità mnemoniche ai soggetti più dotati.
Il motivo è da ricercare, secondo i dati di imaging cerebrale, negli schemi di attività cerebrale che vengono attivati dal metodo dei loci.
Il metodo vanta antichissime origini: veniva infatti usato dagli oratori greci e latini e ha lasciato traccia anche nel lessico italiano, nelle espressioni “in primo luogo” e “in secondo luogo”.
Esso si basa sull'associazione di ogni elemento da ricordare con l'immagine di un oggetto collocato lungo un percorso, che viene ripercorso mentalmente quando si devono richiamare i ricordi.
Dresler, coautore dello studio, iniziò a interessarsi degli atleti della memoria nel 2013, acquisendo dati su 23 dei migliori 50 classificati nel Campionato mondiale della memoria, una competizione in cui gli iscritti si confrontano con sequenze di decine di migliaia di parole, carte da gioco, date storiche e numeri.
Un dato interessante è che nella vita di tutti i giorni, gli atleti della memoria non usano le loro facoltà, come se queste fossero esclusivamente frutto della tecnica dei loci. Ma cosa succederebbe se quest’ultima fosse utilizzata dalle persone normali?
Per capirlo, Dresler e colleghi hanno coinvolto in uno studio sperimentale 17 atleti della memoria e 51 non atleti.
Prima dei test di memorizzazione, tutti i partecipanti sono stati sottoposti a scansioni di risonanza magnetica funzionale con l'indicazione di rilassarsi e lasciare vagare la mente. In questo modo i ricercatori hanno potuto monitorare l'attività delle diverse reti che connettono aree differenti del cervello.
Tutti i volontari poi sono stati sottoposti a un primo test che consisteva nel memorizzare una sequenza di 72 parole. Dopo 20 minuti, gli atleti della memoria riuscivano a ricordare in media 71 parole su 72, mentre i non atleti 40.
In seguito, gli autori hanno suddiviso i non atleti in tre gruppi: il primo gruppo non ha ricevuto alcun addestramento, il secondo e il terzo invece sono stati addestrati con il metodo dei loci oppure con un metodo per incrementare la memoria a breve termine.
Dopo le sei settimane di addestramento, tutti e tre i gruppi sono stati sottoposti a nuove scansioni di risonanza magnetica a riposo e a nuovi test di memoria in tre sessioni diverse e a distanze diverse dal termine dell'addestramento: 20 minuti, 24 ore e quattro mesi.
L'analisi dei dati ha mostrato che le capacità mnemoniche dei soggetti sottoposti all’addestramento con il metodo dei loci erano drasticamente migliorate: i non atleti hanno infatti raggiunto, in media, quasi le stesse prestazioni degli atleti, anche dopo quattro mesi dal termine dell'addestramento.
Inoltre, le scansioni di risonanza magnetica hanno mostrato che i loro schemi di connettività funzionale erano simili a quelli degli atleti.
Per contro, nel gruppo che aveva seguito il metodo della memoria a breve termine non sono emersi né miglioramenti delle prestazioni mnemoniche né modificazioni dei network cerebrali.»


Da: http://www.lescienze.it/news/2017/03/09/news/memoria_metodo_loci-3452031/
f5b10460-c65d-41ff-a818-769e2d43e520
Una ricerca sperimentale dimostrerebbe che la tecnica utilizzata dagli "atleti della memoria" per ricordare lunghissime sequenze di numeri o di parole consente anche alle persone normali di raggiungere prestazioni mnemoniche simili: http://www.cell.com/neuron/fulltext/S0896-6273(17)30087-9 «...
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"Il popolo delle bufale vota populista?", di G.Luca Atzori

02 marzo 2017 ore 14:35 segnala


«Un nuovo studio svedese, l’Authoritarian Populism Index (http://timbro.se/sites/timbro.se/files/files/reports/4_rapport_populismindex_eng_0.pdf), prova a fare luce sul fenomeno che sta radicalmente cambiando il volto delle democrazie europee. Oggi in media un europeo su cinque vota un partito autoritario-populista. Partiti di destra e sinistra che dalla fine degli anni 80 ad oggi hanno accresciuto i loro consensi dal 9,8 al 18,7%. Il picco storico si è raggiunto tra il 2015-16 con la crisi dei rifugiati (+2%). In questo scenario, alle ultime elezioni, l’Italia ha visto la quarta maggiore crescita in Ue e nessuno dei paesi membri sembra opporsi a tale tendenza.
Oggi il termine populismo viene usato, e spesso abusato, per descrivere un’immensa varietà di fenomeni. Lo studio parte dunque dall’identificazione di fattori chiave, come l’estraneità o l’opposizione all’establishment; la fusione di ideologie contrastanti; la promessa di un cambiamento radicale rapido; l’enfasi sul conflitto tra cittadini e istituzioni o tra maggioranza e minoranze. I partiti che hanno questi requisiti son quasi tutti nazionalisti, euroscettici, contro la Nato o pro-Putin, ma soprattutto sono fortemente anti-liberali.
Seppur il populismo più che una minaccia sia una sfida per la democrazia, esso è un pericolo quando affiancato da ideologie autoritarie e totalitarie, proprio come fu per il nazismo. I partiti analizzati non sono però anti-democratici o totalitari come in passato, ma anti-liberali e autoritari. Oggi solo il 2% supporta i 147 gruppi totalitari in Ue, contro le 1342 formazioni autoritarie. La destra populista preme per accrescere sicurezza e difesa (v. Trump/immigrazione/terrorismo), mentre la sinistra predica la nazionalizzazione di banche o il controllo del libero mercato (v. Capitalismo di stato/Cina). Lo studio in Italia cita la Lega Nord come autoritario-populista di destra, e il M5S come formazione tra il dogmatismo anti-democratico e il populismo autoritario tendente alla destra.
Vi è inoltre un forte legame tra la crescita degli autoritario-populisti e la post-verità. Recenti studi rivelano che nelle ultime elezioni Usa, il flusso di bufale ha superato quella di notizie vere. Le più diffuse erano pro-Trump e circa il 75% degli intervistati è stato ingannato. Questo non è dovuto solo ad una scarsa trasparenza, ma ad un problema culturale più profondo. Un maggiore accesso ai dati non garantisce più trasparenza se la società non è educata alla rete e al consumo di informazioni. In Italia in particolare, uno su due è colpito da analfabetismo funzionale, ovvero incapace di analizzare un testo scritto. La stessa percentuale non usa l’internet, mentre 2/3 di quelli che lo usano entrano solo sui social.
Il primo passo per opporsi al declino autoritario consiste dunque nella "web and news literacy", ovvero nell’istruire al pensiero critico, al consumo di informazioni e alla rete. Questo non vale solo per i cittadini ma anche per i media, che negli ultimi anni hanno incrementato la presenza di bufale sui loro canali. La "news literacy" parte indubbiamente dalle scuole, dove la raccolta e verifica di dati, notizie e fonti dovrebbero essere all’ordine del giorno.
Progetti di questo tipo sono già stati attivati dal Miur, uno in particolare, A Scuola di "OpenCoesione", sprona i ragazzi al monitoraggio civico, educandoli al recupero e analisi dei dati sulla spesa pubblica e sul suo impatto sociale. Ci sono però anche altri strumenti al di fuori della scuola. Oltre alle segnalazioni su Fb, i tutorial e i consigli di lettura troviamo infatti delle App che attraverso un controllo costante del web riescono a calcolare l’attendibilità di un sito e segnalarlo accanto alla notizia. Vi sono anche piattaforme di "fact-checking" come Pagella Politica, che invece verificano le dichiarazioni dei politici.
C'è poi chi crede che la soluzione al populismo consista nel progredire con più meritocrazia o nel regredire con più censura. Quest’ultimo è un atteggiamento che solleva molte criticità sull’utilizzo statale di tale strumento. Prima di riflettere sui doveri della rete dovremo infatti riflettere sui suoi diritti. In Italia in questo senso possiamo dirci sia precursori che successori. Siamo tra gli ultimi paesi Ocse ad aver introdotto il Foia, l’obbligo alla trasparenza pubblica, ma siamo stati i primi in Europa a redigere una Costituzione di Internet, con quattro mesi di consultazioni online per delineare i diritti in rete in 14 punti.
Dal testo si evince come la priorità per la tutela di tali diritti risieda non solo in uno stato garante di accessibilità e formazione, ma anche in un popolo partecipativo e consapevole. La differenza tra web 1.0 e 2.0 sta proprio nel passaggio da comunicazione unidirezionale a interattiva. Il populismo autoritario è conseguenza della nostra incapacità di compiere lo stesso passaggio in tutte le sfere della società civile, e di dar vita ad una democrazia 2.0. Questa rivoluzione non si limita al cambio di establishment come professato dai populisti, non può essere unidirezionale. Spetta a tutti noi.»


Da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/02/il-popolo-delle-bufale-vota-i-populisti-uno-studio-svedese-lo-rivela/3425346/

"E tu sai davvero quello che vuoi?", di Alessandro Gilioli

11 febbraio 2017 ore 22:58 segnala


«Da quando è stata elaborata la celebre “piramide dei bisogni” dello psicologo statunitense Abraham Maslow (a metà degli anni Cinquanta) per “bisogno” si intende generalmente uno stato di tensione interiore dovuto alla mancanza di qualcosa connesso a esigenze fisiologiche (ad esempio la fame o la sete) o affettive, oppure a esigenze più ampiamente sociali (la stima degli altri, la reputazione, il successo etc).
Secondo il filosofo Herbert Marcuse i falsi bisogni sono quelli che vengono imposti all’individuo da parte di interessi economici o politici. Ma prima ancora che da “poteri esterni”, l’inganno nella creazione di bisogni potrebbe provenire dallo stesso sistema cognitivo delle persone, che produce “bug” inconsapevoli e quindi ci depista. Questo è almeno quanto emerge dalle ricerche commissionate dalle aziende per verificare il grado di soddisfazione di un loro prodotto-servizio e basate sul confronto fra i desideri dichiarati e la “human experience”.
In questi casi emergerebbe una differenza tra quello che una persona indica a parole come bisogno e ciò che invece, sulla base del suo vissuto e dei suoi comportamenti, si evidenzia come elemento che gli dà reale soddisfazione.
Questo tipo di meccanismo ingannevole è chiaro quando le persone sono affette da qualche forma di dipendenza: queste infatti avvertono un bisogno da ciò da cui dipendono (alcol, droga, fumo, gioco etc) che è tuttavia in contrasto con i bisogni “veri”, che garantirebbero a quelle persone una qualità della vita migliore. Meno chiara è la dinamica interiore che porta persone sane a fare scelte sbagliate nel decidere quale bisogno soddisfare, quale acquisto scegliere, quale strada percorrere per avvicinarsi a una condizione di maggiore felicità e armonia.
Questi bug sono talmente diffusi da non essere considerati patologici, ma i loro effetti in termini esistenziali avrebbero conseguenze non indifferenti nel raggiungimento di una buona qualità della vita. Si tratta di qualcosa di simile a quelle che lo psicoterapeuta americano Wayne Walter Dyer battezzò a metà degli anni Settanta “zone erronee”, in un suo famoso libro. Dyer si riferiva ai meccanismi fuorvianti che la mente mette in pratica nelle relazioni affettive, ma la dinamica ha molti aspetti in comune con i bug (Dyer li chiamava “vermi”) che ci depistano nelle piccole e grandi scelte finalizzate a realizzare ogni giorno i nostri bisogni.
Questa scarsa consapevolezza razionale di ciò che ci darebbe una maggiore “felicità” comporterebbe una difficoltà di traduzione dei nostri bisogni reali nel linguaggio, nel dichiarato. In altre parole, porta spesso le persone a non sapere descrivere la verità del proprio bisogno. Che emergerebbe invece meglio sulla base dell’osservazione (o dell’autosservazione) dell’esperienza, vale a dire attraverso il monitoraggio dei comportamenti ricorrenti delle persone.
Ecco perché nell’analisi di ciò che dà soddisfazione e ciò che non la dà, la disciplina di riferimento delle imprese diventa sempre di più quella dell’etnografia sociale, dello studio dei comportamenti.
E questa viene sempre più utilizzata per una maggiore comprensione dei bisogni delle persone bypassando la razionalizzazione verbale, tanto più quella che avviene nei classici focus group.
Finora, come si diceva, questo cambiamento di metodo nell’identificazione dei bisogni è stato utilizzato soprattutto dalle imprese, in cerca di feed-back sui propri prodotti da parte dei cittadini-consumatori. Non sarebbe strano tuttavia se tracimasse ad altri ambiti, come quelli politici o perfino religiosi: essendo anche i partiti (e talvolta le chiese) soggetti il cui successo dipende anche dalla capacità della loro “offerta” di soddisfare i bisogni dei cittadini-elettori (e dei cittadini-credenti).
E c’è chi ipotizza che la diffusione di questo sistema di misurazione della felicità, sul lungo, possa mettere in discussione la dinamica stessa su cui si regge l’economia, evidenziando la scarsa correlazione esperienziale tra soddisfazione esistenziale reale e bramosia d’acquisto. Il che porterebbe a un ulteriore paradosso: quello di una tecnica affinata dalle aziende - dai produttori di beni o servizi - che finirebbe per ritorcersi contro il consumo imponderato di beni e servizi.»



Da: http://espresso.repubblica.it/visioni/societa/2017/02/02/news/e-tu-sai-davvero-quello-che-vuoi-1.294686
e3de59d0-c5ec-43a9-8e91-7f2615c805a2
« immagine » «Da quando è stata elaborata la celebre “piramide dei bisogni” dello psicologo statunitense Abraham Maslow (a metà degli anni Cinquanta) per “bisogno” si intende generalmente uno stato di tensione interiore dovuto alla mancanza di qualcosa connesso a esigenze fisiologiche (ad esempio...
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