"Un'economia a servizio di tutti...", di Elisa Bacciotti

18 gennaio 2017 ore 12:36 segnala


«Otto uomini. Facile immaginarli insieme attorno un tavolo, magari nella sala riservata di un ristorante esclusivo. Sono otto, nessuna donna tra di loro: i più ricchi. Più ricchi, da soli, di 3,6 miliardi di persone: la metà degli abitanti più poveri del pianeta.
Non la crisi migratoria, non la crisi finanziaria del mondo occidentale, è questa la vera crisi dei nostri giorni. Una disuguaglianza di ricchezza e di reddito sempre più estrema a livello globale, tanto da dover essere ormai considerata un effetto patologico piuttosto che fisiologico del sistema economico.
Perché con questi livelli di disuguaglianza, con l'1% del pianeta che ormai è più ricco del restante 99% (e in Italia: con l'1% che possiede il 25% della ricchezza nazionale netta), la crescita economica non riesce più a raggiungere e beneficiare, come invece è stato in passato, fasce sempre più ampie di popolazione.
Ceti e segmenti sociali ormai pienamente coscienti di questo stato di cose, e sempre più orientati a esprimere il proprio malcontento: in Italia (dati Oxfam-Demopolis) il 67% dei cittadini è contro le disuguaglianze in materia di accesso e qualità dei servizi educativi e sanitari. In Usa il malcontento della classe media, vittima della delocalizzazione dei propri posti di lavoro, è uno dei fattori che ha contribuito al successo di Donald Trump. La stessa Brexit, nel Regno Unito, è stata sostenuta da molti elettori che hanno visto nell'uscita dall'Unione Europea una possibilità per il governo inglese di tornare a pensare al benessere dei propri cittadini.
Di fronte alla crisi del sistema economico globale, che questi dati sulla disuguaglianza ci raccontano, le risposte efficaci non sono quelle parziali, isolazioniste, nazionali. Certo, occorre che ciascun governo faccia la propria parte - innanzitutto nel prendere coscienza che questa crisi non è ineluttabile. E successivamente nel riprendere in mano le redini dell'economia, nazionale e globale.
Perché di fronte a una disuguaglianza che mina la stabilità, la sicurezza delle nostre società, è necessario che i governi cooperino nel definire nuove regole del gioco. È questo che chiediamo ai leader del mondo, anche al governo Gentiloni e alle principali forze politiche, che presto saranno chiamate a confrontarsi in campagna elettorale sulle proprie proposte per il governo del nostro paese.
Si deve adottare un modello di "economia umana" che lavori a servizio del 99% - e in ultima analisi, del 100% degli abitanti del pianeta. Una economia che si fondi su accordi di cooperazione globale per la messa al bando dei paradisi fiscali e la lotta senza quartiere all'elusione fiscale, che sancisca il ritorno a sistemi di contribuzione fiscale più progressivi, che elevi - in ogni paese del mondo - gli standard di sicurezza e retribuzione per i lavoratori, in modo che abbiano accesso non solo a salari minimi, ma a salari dignitosi. Per tutti e per tutte, mettendo fine a un odioso gender pay gap.
Non si tratta di scelte utopistiche, ma di misure attuabili, da subito, cambiando semplicemente le lenti con cui guardiamo il mondo. Smettendo di considerare il PIL come una misura del benessere dei cittadini, e smettendo di dare per scontate le risorse ambientali limitate del nostro pianeta, su cui il modello economico attuale si fonda in modo insostenibile.
Davos si apre oggi, all'insegna del tema Leadership Responsabile. A volte la responsabilità si manifesta nell'avere il coraggio necessario di cambiare le cose, quando non funzionano per la gran parte delle persone. Questo ci aspettiamo dai leader economici e politici di tutto il mondo: proprio per liberare il grande potenziale che tutti gli uomini e tutte le donne del pianeta hanno nelle loro mani.
Oxfam è un movimento globale di persone che vogliono porre fine all'ingiustizia della povertà. Insieme, salviamo e ricostruiamo le vite nelle emergenze e denunciamo le cause di questa ingiustizia: disuguaglianza, discriminazione contro le donne e cambiamento climatico. Non ci fermeremo finché tutti non saremo liberi dalla povertà.»


Da: http://www.huffingtonpost.it/-elisa-bacciotti/si-adotti-un-modello-di-economia-umana-al-servizio-di-tutti-e-non-dell1_b_14220202.html?utm_hp_ref=italy

"È il mondo che è dopato...", di Ferdinando Camon

02 gennaio 2017 ore 23:18 segnala


«L’anno si chiude con uno scandalo sportivo di proporzioni epocali: si scopre che in più Olimpiadi gli atleti russi erano dopati in massa. Con la consapevolezza dello Stato, ministri, burocrati, medici. Qualche dirigente, scappato all’estero, sta rivelando adesso le gare truccate, gli atleti dopati, le tecniche per ingannare i controlli, tutto. Noi qui non facciamo (perché non ne abbiamo la competenza) un discorso “sportivo”, lo sport ha i suoi cultori e i suoi maestri, che ne stanno parlando con altezza d’ingegno anche su queste colonne. Noi qui ci poniamo alcune domande irresistibili: perché il doping è così esteso? così immortale? Perché stavolta è un doping non di qualche atleta ma “di Stato”?
L’atleta che bara ha la coscienza sporca? E se vince barando, come può succedere che esulti? Se un atleta è pulito e perde, come si fa a risarcirlo? Gli si manda la medaglia? E come, per posta? Ma è la stessa cosa? C’è doping anche tra i libri e i film, tra i premi letterari e cinematografici? Ad esempio, tra gli Oscar? E in Formula 1? No, perché qui si tratta di motori? E i motori non possono essere truccati? Sono una forma di doping anche le superpensioni e i vitalizi? E i superstipendi? Il doping, in senso stretto, è un potenziamento del corpo dell’atleta per mezzo di sostanze proibite. Proibite anzitutto per la protezione, la salute e la vita dell’atleta stesso. Ogni atleta si presenta in gara con cuore, nervi e sangue al massimo della preparazione. Questo massimo costa sforzi immani, allenamenti, diete, terapie, tecniche fisiche e psichiche, controllo delle medicine, del sonno, dello stress, sotto la guida di specialisti. Il corpo dell’atleta così preparato rende il massimo che può rendere. Il corpo dell’atleta dopato rende di più. Perché al rendimento frutto della preparazione aggiunge un super-rendimento frutto della chimica. Non importa se la chimica fa male o fa morire. Il principio è: la vittoria vale più della vita. Vinci oggi. Potrai morire, ma dopo. Morire dopo aver vinto è meglio che morire senza avere vinto. Spiegato così, il doping ci riguarda tutti.
È il mondo che è dopato. Non solo il mondo delle Olimpiadi, o del calcio, o del ciclismo, ma dei libri, dei film, delle competizioni elettorali, dei concorsi a cattedra, delle carriere dirigenziali e presidenziali... Tutti i concorrenti in tutte le competizioni pensano che, se vincono, vuol dire che meritano. Lo scrittore mediocre che vince un grande premio si sente più grande del grande scrittore che l’ha perduto. Il doping è figlio dell’etica del successo e l’etica del successo non è di un uomo o una squadra, è l’etica della nostra epoca. Se vinci ti senti grande anche moralmente. Se vinci da dopato, perché la tua squadra ti dopava, ti senti in linea con la morale della squadra, e questa per te è tutta la morale del mondo. Se vinci da dopato perché lo Stato ti dopava (e così veniamo al caso della Russia oggi), ti senti in linea con la morale dello Stato, e lo Stato è tutto, è il tuo creatore.
Perciò questi dopati che scopriamo oggi (una caterva, distribuiti in più Olimpiadi) hanno la coscienza tranquilla. Non mi stupirei se venissimo a sapere che, tra di loro, chiamano il dirigente che è scappato all’estero e ha rivelato tutto “il traditore”. Hanno avuto la medaglia d’oro, apparizioni tv, parate, soldi, trionfi... come può, tutto questo, passare a un atleta che s’è piazzato secondo? La più grande gioia del vincitore è l’estasi e il delirio del pubblico che scatta in piedi e applaude. Come fai, anni dopo, a dare questa gioia al secondo? Ahimé, chi perde, potrà avere la riabilitazione, ma è una cosa diversa dalla vittoria. Anche chi perde lo Strega o l’Oscar, perché un rivale ha un editore o un produttore in grado di truccare la votazione, potrà avere un risarcimento sui tempi lunghi (se il suo libro o il suo film è più bello, durerà di più), ma non avrà più il trionfo della premiazione. E qui c’è un buco nei regolamenti. Torniamo a bomba al doping delle Olimpiadi. Tutti lo ammettono, anche i colpevoli. Allora perché alle prossime Olimpiadi non s’introduce una breve cerimonia, per riassegnare le medaglie secondo giustizia, a chi le merita? Se lo sport ha una funzione educativa, questa cerimonia ne sarebbe il vertice.»


Da: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/un-rimedio-al-doping-dalle-molte-facce
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"Vi dichiaro robot e marito (o moglie)", di Giulia Pompili

29 dicembre 2016 ore 18:39 segnala


«Che l'istituzione del matrimonio sia in crisi un po' ovunque, insomma, non è una novità. E non c'entrano le unioni civili, nemmeno il divorzio breve: forse è soltanto quell'idea di un sentimento condiviso, cercarsi e poi trovarsi, sopportarsi, che non è più tanto moderna. Lo ha detto pure il Papa, oggi, all'Udienza generale: "Gli sposi novelli io li chiamo i coraggiosi perché ci vuole coraggio per sposarsi". E infatti la crisi dei matrimoni c'è pure nell'èra in cui una app può risolverti ogni situazione, e trovarti l'anima gemella grazie a un algoritmo. La scienza ha i suoi limiti e il problema, piuttosto, sono gli uomini – intesi come specie umana: sbagliano, annoiano, parlano troppo, parlano troppo poco, sono egoisti, sono sessualmente insufficienti. C'è una sconfinata letteratura di fantasia basata sull'idea di una moglie (o marito) talmente perfetta da sembrare (essere?) finta, ma negli ultimi decenni il rapporto tra corpo biologico e macchina antropomorfa è diventato una realtà grazie alla scienza. I robot sono sempre più vicini all'essere umano, interagiscono, e fanno, anzi danno, sesso. Non siamo ai livelli di "Westworld", ancora, ma poco ci manca. Qualche tempo fa, su queste colonne, avevamo raccontato l'origine delle macchine che promettono di sostituire il partner erotico, dalla bambola dell'artista Matt McMullen passando per quelle dell'ingegnere Douglas Hines fino al robot giapponese Pepper, i cui sviluppatori hanno dovuto inserire tra le clausole del contratto di vendita "vietato fare sesso con Pepper".
E' anche per questo boom d'immaginario erotico che già da tempo esistono movimenti e campagne contro l'amore tra uomo e macchina: è un problema etico, insomma, che riguarda la possibile estinzione del genere umano ma anche l'abituarsi al rapporto padrone-schiavo con l'altro, considerare le persone al pari di oggetti e le prostitute semplicemente sex-machine (qui c'è una vera intervista con l'animatrice, in carne e ossa, del movimento Campaign against sex robot, Kathleen Richardson). Altro che depenalizzazione dell’infedeltà coniugale, qui il problema è che un robot è per sempre. Perché tutto questo indignarsi potrebbe essere ormai fuori tempo massimo. Alla conferenza “Love and Sex with Robots” che si è tenuta qualche giorno fa all'università degli artisti di Londra, la Goldsmith University, lo scacchista e matematico David Levy – autore di una bibbia sul tema, ovvero il libro "Love and Sex with Robots" – ha detto: "Entro il 2050 si legalizzeranno i matrimoni tra umani e robot". Per Levy, le coppie miste saranno una normalità già tra una quindicina di anni – scrive Quartz – e i matrimoni possono sembrarci impossibili oggi, ma "trentacinque anni fa si pensava la stessa cosa dei matrimoni gay. E fino agli anni Settanta alcuni stati non permettevano i matrimoni tra bianchi e neri. Le società cambiano e progrediscono rapidamente". Pure Adrian Cheok, docente di Pervasive computing, è convinto: "Se un robot si comporta come se ti amasse, e tu lo senti davvero, allora si è quasi al livello di un amore umano". E poi: "Abbiamo già molta empatia con creature non-umane o di altre specie, come gatti e cani. Dunque, se avessimo dei robot che si comportano come umani, basterebbe un piccolo salto per essere empatici anche nei loro confronti". Una sua allieva, Emma Yann Zhang, è già finita sui giornali per aver messo a punto “Kissinger”, che sta per “mobile kiss messanger”, un affare che si infila nel telefonino e grazie al quale il bacio virtuale è un po’ meno virtuale. In fondo molte donne, già oggi, preferiscono lo smartphone al bacio sotto casa, il gatto all'uomo. Ma non è detto che vorrebbero sposarlo.»


Da: http://www.ilfoglio.it/tecnologia/2016/12/28/news/robot-sesso-e-matrimonio-impero-dei-sensor-112872/
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« immagine » «Che l'istituzione del matrimonio sia in crisi un po' ovunque, insomma, non è una novità. E non c'entrano le unioni civili, nemmeno il divorzio breve: forse è soltanto quell'idea di un sentimento condiviso, cercarsi e poi trovarsi, sopportarsi, che non è più tanto moderna. Lo ha dett...
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"Lettera a un terrorista...", di Amal Alqawasmi

27 dicembre 2016 ore 14:13 segnala


«Ovviamente devo cominciare qualsiasi lettera con un saluto, per almeno una riflessione di pace (salam), però in questo caso, a un terrorista, come posso esprimere il mio desiderio di pace per chi vuole distruggere la vita degli innocenti! Beh... insomma, è un compito molto difficile dall'inizio. Tuttavia, ti scrivo almeno francamente.
Sei disperato? Non trovi un lavoro? Ma scusami, è vero che la disoccupazione è un problema grave, ma ci sono tanti altri disoccupati, senza soldi, senza casa, e non ci hanno neanche pensato di fare il terrorista! Al contrario, continuano a provare mille volte a trovare un lavoro, a confrontare ogni difficoltà con grande sforzo e speranza, e soprattutto con la loro fede, e tu dici che credi in Dio! È vero, oppure mi sbaglio! E lo dici senza credenza!
Almeno sei giovane, puoi creare le tue opportunità nella vita, e non permettere agli estremisti di sfruttare il tuo vigore. Loro ti ingannano, ti dicono che diventerai un eroe quando diffonderai la paura tra la gente! Stai sveglio, prova almeno a usare il tuo cervello, il vero eroe è quello che aiuta chi ha bisogno, e chi fa sentire la gente protetta e sicura, invece quello che fai tu è esattamente il contrario!
Parliamo chiaro, sei drogato, sei un spacciatore di droga, hai dei precedenti? Allora devo dirti che hai un problema da risolvere, e il modo più effettivo per farlo è cominciare una vita nuova, pulita, senza fare male a nessuno. Anzi, devi fare tutto per aiutare e migliorare la comunità dove vivi. Non ci riesci? Vale la pena provare mille volte, e comunque, puoi almeno essere onesto; è nel mondo del crimine, laddove hai perso completamente la bussola, non nella tua cultura, neanche nella tua religione; perché nessuna religione ti permette di fare del male alla gente, e tu invece pensi quando fai il killer, che lo fai nel nome della tua religione!
E dov'è stata la tua religione quando eri drogato, quando hai perso la strada?! Ovviamente si vede che tu non hai avuto l'opportunità giusta per capire cosa significhi essere fedele a Dio; perché segui il contrario. Tu credi nella ideologia degli estremisti, nella loro deviazione intellettuale, che non c'entra nulla con la pace e misericordia di Dio.
Tu pensi che gli estremisti siano praticanti, religiosi, persino fedeli?! Come sei riuscito a esserne sicuro?! E poi sei riuscito a dare a quei terroristi la tua fiducia, e probabilmente non vi siete mai incontrati di persona?! Il terrorismo non ha un religione, usa l'ignoranza per compiere le cattiverie. Tu non sai nulla della loro agenda, sei stato reclutato attraverso la rete, laddove ti raccontavano bugie, e ti hanno elettrizzato con le loro avventure, simili alle tue avventure con la droga e con il mondo dei criminali. E non dirmi che ancora non sei consapevole dei pericoli della rete!
È il primo posto per la diffusione del terrorismo, come fai a non saperlo! Allora ecco perché tu non hai saputo che loro distruggono la vita degli innocenti nell'oriente, e diffondono l'odio e la paura nell'occidente, e tu pretendi che lo fai per la giustizia! No, tu infatti fai lo schiavo per i terroristi, come benzina sul fuoco, e aumenti la sofferenza dei popoli sia nell'oriente, che nell'occidente.
Svegliati! Tu sei soltanto uno strumento usato per ammazzare gli innocenti attraverso la tua stessa distruzione.»


Da: http://www.huffingtonpost.it/amal-alqawasmi/lettera-a-un-terrorista_b_13860870.html?utm_hp_ref=italy

"Dialogo con Ivano Fossati...", di Michele Monina

18 dicembre 2016 ore 12:53 segnala


« - Il punto è che mai come oggi l’assenza di uno come Ivano Fossati pesa. Pensare a come ci racconterebbe in musica l’oggi, a come descriverebbe questa Italia e anche quello che noi italiani siamo diventati è una curiosità che sappiamo non troverà pace e che ci lascia un po’ un senso di vuoto. Ma lui ha smesso di cantare in pubblico, ha smesso di fare album, di fare concerti, e su questo non lascia spazio a possibilismi. Nessuna reunion con se stesso, quindi.
“L’idea della reunion con me stesso è interessante, ma no, non intendo tornare sui miei passi. Io continuo a cullare questa monomania per la musica che mi accompagna da sempre, sin da ragazzino. Pensa che da giovane ero così fissato con la musica che, mentre i miei compagni si prendevano la patente a diciott’anni, io neanche me ne sono ricordato. L’ho presa a trenta, quando qualcuno mi ha fatto notare che non potevo guidare la macchina. Oggi passo le giornate a studiare musica, lo faccio con passione e dedizione. Quattro, cinque ore al giorno. Anzi, sono molto più bravo oggi a suonare di quando facevo concerti. Me lo dico pure, se avessi saputo fare questi fraseggi, questi passaggi anni fa avrei tirato giù i teatri. Poi ogni tanto qualcuno mi chiede una canzone. Se lo ritengo interessante la scrivo, altrimenti tergiverso, soprassiedo, fingo di non aver capito. Di solito mi chiedono canzoni perché vogliono cambiare qualcosa nella loro carriera, ma credo sia più una idea che si sono fatti gli altri su di me che una mia reale capacità di farlo.”

- Quando ti sei ritirato hai parlato chiaramente di volerti godere la famiglia, di voler viaggiare, guardare il mare. È a questo quindi che ti stai dedicando?
“Certo. Il tempo passa e ho sentito la necessità di fare un passo a lato da quel disastro che stava capitando. Perché secondo me abbiamo cantato la morte della discografia, e più in generale del mondo della musica, un po’ troppo presto. Quando ancora non eravamo pronti per farlo, quando ancora un mercato c’era e era anche necessario. E cantando la morte di quel mondo abbiamo incomprensibilmente rinunciato a quanto di buono avevamo dalla nostra parte.”

- Come se nell’abbandonare una zavorra da una mongolfiera che rischia di cadere avessimo buttato giù anche i passeggeri…
“Sì, noi avevamo una storia importante, una cultura musicale importante. Pensa agli anni settanta, quelli erano anni tremendi, in cui i cantautori hanno raccontato con le loro canzoni la situazione pesante che si viveva, le bombe, la tensione. Oggi, mentre siamo a un passo dalla Bolivia come corruzione, mentre abbiamo la mafia, mentre abbiamo una disoccupazione incredibile per un paese che si pensa evoluto, non abbiamo più niente di tutto questo nelle canzoni, come se di colpo chi scrive canzoni non riuscisse a cogliere l’importanza di quel che ci circonda e si fosse concentrato solo sui sentimenti, evitando il contesto.”

- Per di più con un lessico sempre più povero, fatto di poche parole, anche piuttosto sciatte, incapaci di trasmettere altro che quel che raccontano, bidimensionali…
“Questa cosa dell’impoverimento del lessico è evidente. Quasi un voler rincorrere un giovanilismo a tutti i costi, per di più un giovanilismo finto. Uno si guarda un film, una bella storia, per dire, e dentro quella storia, quella ambientazione, se anche c’è una storia d’amore se ne appassiona, ma perché inserita in quel contesto lì. Vuoi scrivere oggi una canzone d’amore? Bene, è importante anche questo. Ma raccontala partendo dall’oggi. Concentrati su quello.”

- Per altro il giovanilismo è una tendenza generale. Come se quello fosse il solo pubblico possibile, e quindi come se di conseguenza chi canta dovesse cercare una mimesi coi propri ascoltatori, sia testuale, che anche estetica.
“Per altro i giovani ti sgamano subito se sei finto. Loro pretendono verità, e fanno bene. Ai miei ultimi tour, quelli fatti negli ultimi anni, c’erano tanti ragazzi. Un tempo le prime file erano tutte di avvocati con le mogli, ma negli ultimi anni c’erano tantissimi giovani. Perché i giovani sono molto più attenti di quel che ci aspettiamo. Pretendono anche molto più coraggio di quanto non ci aspettiamo”.

- Questa del coraggio è una faccenda che in qualche modo ti riguarda. Perché quando mi capita di chiedere a qualcuno di osare di più, di provare per una volta a essere se stesso, a non rincorrere dei cliché piuttosto avvilenti, mi viene sempre risposto che ci vuole coraggio, che si corre il rischio di non apparire credibili e poi, puntualmente, vieni citato tu, come esempio di uno che è sempre stato coerente, e che infatti oggi si è ritirato.
“Come ti dicevo ho lasciato per altri motivi. Perché non credo avesse senso proseguire e perché volevo anche staccare con questo mondo. Ma nella mia carriera ho spesso osato, anche correndo rischi. Pensa solo ai mondi musicali che ho provato a affrontare. E sono convinto che rischiare sia molto più remunerativo che starsene immobilizzati. Perché se sei coerente, credibile, se la gente di percepisce come un artista che gli dice la verità, tra te e il pubblico si instaura una sorta di patto. Un patto per il quale chi ti segue accetta che tu decida di correre rischi, facendo anche cambiamenti, e metta sul piatto anche l’idea di non apprezzare necessariamente i tuoi cambi di rotta, promettendoti però di non abbandonarti. Se invece sei falso, rassegnati, non ti segue nessuno”.

- Ma torniamo a parlare di quel che sta succedendo oggi. Tu non fai più dischi e non fai più live, ma continui a scrivere, raramente, per altri. Lo fai su commissione, componendo e scrivendo direttamente per chi te lo chiede?
“Io ho sempre fatto così. Nel mio archivio personale, nei miei cassetti, non c’è praticamente rimasto niente. Se nessuno mi chiede un brano io non scrivo, e per me, sapendo che non avrei fatto altri dischi, non ho più scritto una canzone.“

- La notizia è sconcertante, perché immaginavo avessi chissà che archivio. Ma preso atto di questo, come vedi il momento? Perché mai come oggi il mondo della musica è pieno di interpreti, con tutti quelli usciti dai talent, e mai come oggi, quindi, gli autori dovrebbero avere stimoli, con tutte le canzoni che possono essere cantate.
“Questo è vero. Ma se mi capita, e capita di rado, di ascoltare la radio, onestamente, non è che sento cose entusiasmanti. L’impressione è che non si lavori sugli artisti, non si osi, appunto. C’è stata una omogeneizzazione, e non dovrei neanche dirlo, forse non devo proprio dirlo, che non è carino. Sembra tutto molto uguale, come poetica, come musiche.”

- I sentimenti, oggi, la fanno da padrona. Lo dicevamo anche prima. Cosa che per altro ha privato assolutamente le canzoni dei corpi. Nessuno ne parla più, come se l’anima fosse superiore ai corpi, come se l’amore angelicato fosse superiore anche alla sensualità. Tu hai sempre cantato di amore ma anche di una carnalità matura, penso a Notturno delle tre, a L’angelo e la pazienza, a L’amante…
“Non c’è ricerca, con la scusa dell’assenza di credibilità tutti si uniformano a uno standard assolutamente poco credibile. Non coraggioso. Io i nomi non li conosco, ma non posso pensare che non ci sia tra le tante interpreti qualcuna che sia come era una Loredana Bertè alla fine degli anni Settanta. Anche perché, andrebbe detto, sono passati anni e noi dovremmo essere andati avanti, non indietro. Io ho scritto Pensiero stupendo per Patti Pravo, pensando a lei. E lei era in grado di sostenere quella canzone, ma oggi quella canzone dovrebbe essere ancora più coraggiosa. Non più scandalosa o più spinta, ma proprio più contemporanea, provare a spostare nella contemporaneità quelle tematiche, invece si preferisce cantare di amore come se fossimo tutti ragazzini.”

- Penso ai tuoi versi sull’amore, sulla passione in età matura, come ne Il natale borghese, anche l’idea di invecchiare, il cambio di prospettiva pure nel guardare ai sentimenti, quello di cui parli nel libro intervista fatto con Massimo Bernardini per il tuo cofanetto Contemporaneo, quando paragoni la perentorietà con cui guardavi al rapporto di coppia a venticinque anni in La costruzione di un amore rispetto a come guardi l’amore oggi, con uno sguardo decisamente più compassionevole, meno rigido, in Il suono della voce, che hai scritto per Tosca. Oggi nessuno sembra voler cantare questo, il passare del tempo, il cambio di sguardo sul mondo anche dei sentimenti, l’invecchiare dei corpi, le metamorfosi delle passioni…
“Noi dovremmo tutti essere felici di invecchiare. Lo facciamo a fatica, giorno dopo giorno. Dovrebbe essere una conquista, più che una pena. Invece ci si preclude la possibilità di mettere tutto questo al centro della canzone, e forse anche della vita. Niente corpi, niente rughe, ma neanche un po’ di sensualità. E in questo, tornando a quel che ci dicevamo prima, l’impoverimento del lessico ha un forte peso, perché anche le parole che si scelgono per raccontare le storie, i sentimenti, ne sono parte integrante. Il significante è parte del significato, è inutile nasconderci.”

- In Contemporaneo, per altro, tu che sei a lungo stato identificato come il cantautore delle parole hai deciso di occuparti prevalentemente delle musiche. Operando scelte a partire dalla parte compositiva e arrivando a dedicare un intero cd sui dieci che compongono il tutto, esclusivamente agli strumentali.
“Il fatto è che se mi fossi occupato delle canzoni a partire dai testi avrei fatto quello che tutti si sarebbero aspettati, senza un minimo di meraviglia. E poi, diciamolo, la parte musicale dovrebbe essere quella fondamentale nelle canzoni. Solo che da noi, per anni, la critica musicale non è praticamente esistita, chi ne scriveva non capiva nulla di musica, per cui si sono sempre e solo concentrati sulle parole. Era più facile.”

- Quindi, in conclusione, non sapremo come ci canteresti l’Italia d’oggi, ne come ci racconteresti il tuo essere un sessantacinquenne che guarda il mare, che viaggia, che si vive la famiglia. Nessuna renion…
“Sono sicuro della mia scelta, ovviamente più oggi che cinque anni fa quando l’ho portata a compimento. Perché oggi so che è meglio così. Oggi so che quello che pensavo, in effetti, è stato meglio. Quello che posso dire, però, è che penso che per quanto possa essere lungo il filo su cui devono camminare gli equilibristi di oggi, per quanto sia profondo il baratro, per quanto sia tutto incerto, una volta arrivati dall’altra parte, non ci sono dubbi, ci deve per forza essere la porta di casa.” »



Articolo integrale in: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/16/ivano-fossati-oggi-nelle-canzoni-si-parla-solo-di-un-amore-da-ragazzini-niente-corpi-rughe-e-sensualita-eppure-invecchiare-e-una-conquista/3264676/
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« immagine » « - Il punto è che mai come oggi l’assenza di uno come Ivano Fossati pesa. Pensare a come ci racconterebbe in musica l’oggi, a come descriverebbe questa Italia e anche quello che noi italiani siamo diventati è una curiosità che sappiamo non troverà pace e che ci lascia un po’ un sens...
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"Negare ciò che non si vede?", di Giorgio De Simone

16 dicembre 2016 ore 14:51 segnala


«Un celebrato scrittore di casa nostra, arrivato a superare la novantina, ha detto in una recentissima intervista che la morte non gli fa paura. Subito peraltro aggiungendo: «Ma dopo non c’è niente». Affermazione che fa il paio con altre simili rilasciate da un nostro famoso clinico da poco scomparso. In casa della mamma si recitava il rosario, ma un giorno si presentarono Scienza e Ragione, scalzarono la Fede e presero a dominare la vita, la professione, la cultura, l’educazione familiare. Del resto anche un decantato scienziato aveva conosciuto il disincanto religioso. E con lui un ben noto filosofo, una insigne studiosa, un lucido centenario. Tutti sono stati molto ascoltati, riuscendo a disegnare una grande ombra sul prato verde della fede.
Noi assai spesso parliamo di modelli. Sappiamo, per esempio, che modelli siano i grandi campioni dello sport, soprattutto i calciatori, per i più giovani, e stigmatizziamo i comportamenti impropri di alcuni di loro perché, diciamo, sono di cattivo esempio. Ma anche un famoso scrittore è un modello. E un famoso clinico che ha curato migliaia di persone. E il grande fisico, il grande matematico. Modelli che mi domando quanto si rendano conto del buio che diffondono negando la più alta speranza umana, quella che non vede nella morte la fine della vita. Ritorna in mente il concetto largamente espresso da Dostoevskij nei suoi personaggi , in Raskòl’nikov, Kirìllov, Ivàn Karamazov: «Se Dio non esiste, tutto è permesso».
Dove, nel «tutto» sta anche il pensiero dell’inesistenza di Dio, sta il positivismo di Émile Zola, persuaso che la scienza porterà l’uomo a una sorta di onnipotenza, sta il nichilismo europeo da Nietzsche a Heidegger con la conseguente «morte di Dio» e con il divino che sembra sparire dalla Terra anche per ciò che vi accade: le tragiche dittature del secolo scorso, le due guerre mondiali. «Ma Cristo, dove sei?», dice nel film di Monicelli 'La grande guerra', il sergente sotto l’attacco sbaragliante.
E il cappellano: «È qui, qui tra noi. Se ha trentatré anni è dell’84». Né ci sono solo i massacri delle guerre. C’è la sofferenza di tanti esseri indifesi e di tanti bambini, la stessa sofferenza che fa dire a Ivàn Karamazov: «Non che non accetti Dio, ma semplicemente gli restituisco il mio biglietto». E vengono in mente le notti oscure dei santi, da san Giovanni della Croce a santa Teresa di Calcutta, e il 'Tu muto più del cemento' di David Maria Turoldo. Tutto ciò e molto altro ancora si è depositato nell’animo di molti uomini illustri inducendoli a non credere in Dio e a dichiararlo. Ammirevolmente, secondo molti. Una volta certi argomenti venivano considerati personali e non se ne parlava, oggi se ne parla anche non richiesti. Uno non ha la fede e lo vuole dire.
Ma c’è modo e modo. Quando il celebrato scrittore ha detto: «Dopo non c’è niente», ha irriso a milioni di credenti, li ha considerati degli illusi e ha anteposto la propria convinzione a quella di tutti coloro che ne hanno avuta una ben diversa, a partire dai discepoli di Gesù per andare agli apostoli e via via ai grandi scienziati e pensatori, a Copernico, Keplero, Pascal, Newton, Marconi, e poi a Tolstoy, a Manzoni, per non parlare dei grandi spiriti e di tutti i santi, da Francesco ad Agostino fino ai nostri contemporanei. Ma allora cosa dovrebbe dire, da non credente, il celebre scrittore, il famoso clinico, il rinomato matematico quando il discorso va su cosa c’è dopo? Semplicemente che lui, dopo, non vede nulla. Non vede ciò che magari gli piacerebbe vedere e, dunque, non sa cosa ci sia: niente, lui crede, ma la certezza non ce l’ha.
Quando sento una certa radio cattolica che mi dettaglia come dopo la mia dipartita mi troverò subito davanti a Cristo giudice e verrò indirizzato di qua o di là, per crederci mi devo armare di una fede di ferro. Perché posso ben contare sull’esistenza di un’altra vita, ma (visioni private a parte, alle quali la Chiesa non m’impone certo di credere) chi me la può descrivere? Chi è stato di là ed è tornato a parlarmene? Nei Fratelli Karamazov lo starec Zosima dice che ci è stata donata «la segreta, misteriosa sensazione del nostro vivo legame con un altro mondo». Un legame che evidentemente non tutti sentono come non tutti sentono la musica. O la poesia. Un legame che è gratuito negare oltre che offensivo, a me sembra, verso i tanti, i tantissimi che l’hanno stabilito.»


Da: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/smettere-di-negare-ci-che-non-si-vede
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« immagine » «Un celebrato scrittore di casa nostra, arrivato a superare la novantina, ha detto in una recentissima intervista che la morte non gli fa paura. Subito peraltro aggiungendo: «Ma dopo non c’è niente». Affermazione che fa il paio con altre simili rilasciate da un nostro famoso clinico ...
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16/12/2016 14:51:55
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"Si può parlare di razze umane?", di Focus

10 dicembre 2016 ore 13:45 segnala
Dal punto di vista scientifico la distinzione razziale non sta in piedi. Le migrazioni dei nostri antenati infatti hanno mescolato i geni.

Nella foto: una cartina tedesca ottocentesca con la distribuzione delle "razze".


« - No, il termine razza non è scientifico: gli uomini non sono stati isolati geograficamente abbastanza a lungo da creare varietà genetiche distinte. L’uomo è da sempre in continuo movimento e le varietà continuano a diluirsi una nell’altra. Come ha dimostrato il genetista Luca Cavalli-Sforza, che ha demolito i fondamenti biologici del concetto di razza, le civiltà non sono strutture chiuse e isolate.
- La somiglianza genetica del genere umano è frutto della comunanza di antenati recenti e delle migrazioni, che hanno determinato unioni e scambi di geni fra individui provenienti da aree geografiche diverse. Le caratteristiche fisiche predominanti di certe popolazioni dipendono invece da un numero molto ridotto di geni e sono state selezionate dalle condizioni ambientali.
- Richard Lewontin fu il primo genetista a smentire senza ombra di dubbio il mito dell’esistenza di differenti razze umane. Eppure, quando gli chiesero se lui credesse nella razza, la sua risposta fu: «Certo, le razze esistono». Salvo poi indicarsi la testa e aggiungere: «sono tutte quante qui». Faceva riferimento, ovviamente, alla nostra immaginazione: l’unico “luogo” dove le superficiali differenze tra le diverse popolazioni umane vengono prese ancora sul serio. E allora, perché di fronte a evidenze così schiaccianti facciamo ancora fatica ad abbandonare questo pregiudizio?
- Nata per necessità politiche nel mondo postcoloniale, da sempre discussa in ogni disciplina e costantemente sottoposta all’indagine della scienza, l’idea che la specie umana sia divisa in razze, intese come gruppi all’interno della nostra specie, ciascuno caratterizzato da tratti fisici e comportamentali ben definiti, non è mai stata in alcun modo dimostrata con strumenti scientifici. Eppure è un’idea impossibile da sradicare dalle nostre menti, ancora oggi che una maggioranza schiacciante all’interno della comunità scientifica (e non solo) concorda sul fatto che si tratti di una bugia. La colpa, per così dire, potrebbe essere della nostra storia culturale ed evolutiva; apparentemente, un’eredità con radici troppo profonde per sradicarle con la sola forza della ragione.
- Le differenze, evidenti e innegabili, tra gruppi umani che popolano aree diverse del globo risalgono ai primordi della nostra specie; l’idea che queste differenze fisiche, frutto di adattamenti all’ambiente, implicassero anche differenze psicologiche e comportamentali profonde, al punto da poter distinguere (e ordinare) le diverse popolazioni del mondo, è nata solo alla fine del XV secolo, quando il colonialismo portò l’uomo occidentale, e la sua necessità di dominio, in ogni angolo del mondo. Tempo due secoli e i maggiori antropologi dell’epoca cominciarono ad affannarsi a catalogare le presunte razze, e a inventare un criterio valido e universale per distinguerle tra loro. Risultato? Niente di niente.
Mentre la comunità scientifica dibatteva sul nulla, l’idea di “razza” era già diventata il più potente motore della nuova economia coloniale. Il trattamento riservato alle popolazioni africane deportate negli Stati Uniti per ridurle in schiavitù, per esempio, era la diretta conseguenza della loro appartenenza a un’altra razza, considerata intellettualmente inferiore. Nel XVIII secolo, intellettuali di tutto il mondo si appellarono alla cosiddetta scala naturae, l’ordine naturale (gerarchico) di tutte le specie viventi, e collocarono le popolazioni africane un gradino sotto la nostra.
Il rafforzamento di questi stereotipi nella cultura popolare, anche grazie a una sapiente opera di propaganda dell’intera classe intellettuale dell’epoca, portò infine alle leggi (americane e inglesi in primis) contro i matrimoni misti.
- L’antropometria, lo studio e la catalogazione delle misure e delle proporzioni del corpo umano, divenne la stampella scientifica su cui appoggiarsi: ogni razza poteva essere definita da un preciso set di numeri e statistiche, un’idea che non teneva in considerazione i cambiamenti tra una generazione e la successiva, e che eliminava in toto dal discorso l’evidente variabilità all’interno della stessa “razza”.
Bastò ripetere gli studi con un occhio a questi dettagli per capire come l’antropometria fosse basata sul nulla: agli inizi del XX secolo, Franz Boas pubblicò studi che dimostravano quante differenze ci fossero tra una generazione e l’altra della stessa “razza”, e quanto anche i valori medi di certi parametri si modificassero con il passare delle generazioni. Poi arrivò la svolta: la riscoperta delle leggi mendeliane sull’ereditarietà diede il via alla ricerca di tratti genetici puramente ereditari, utili a distinguere le razze tra loro. Ma anche la genetica non riuscì a trovare correlazioni tra razze e geni.
- Oggi che conosciamo bene il nostro Dna ci rendiamo conto che le nostre differenze non sono nient’altro che sfumature, in termini genetici. A separarci dagli altri esseri umani c’è una percentuale minima del genoma: in media, ogni uomo è biochimicamente simile a ogni altro uomo sul pianeta per il 99,5%, una percentuale variabile secondo la distanza. Inoltre, «ogni popolazione mantiene al suo interno quasi il 90% della variabilità genetica (cioè tutte le varianti dei diversi geni) della nostra specie»; ecco perché stabilire dei confini è un esercizio inutile.
Né vale l’obiezione di chi paragona le presunte razze umane a quelle di cani o cavalli: «Quelle razze sono molto più distinte tra loro di quanto lo siano quelle umane. Tutte le razze di cani, in particolare, sono state selezionate per renderle, per così dire, “omozigoti” rispetto ad alcuni geni, che sono presenti solo in quella razza e la definiscono», mentre tra gli umani la variabilità genetica è maggiore. Le razze, dunque, esistono davvero solo nella nostra testa: quella di distinguere e dividere è un’abitudine umana che risale, storicamente, quantomeno agli ateniesi del V secolo, che classificavano il mondo in “greci” e “barbari”. La visione bipolare del “noi e loro” è comune a tantissime culture, ed è una realtà psicologica che secondo alcuni ha radici profonde nella nostra storia evolutiva.
Secondo questa visione, l’idea di razza ha il suo embrione tra i cacciatori-raccoglitori: «Una società nella quale è fondamentale riuscire a classificare immediatamente qualcuno che non si conosce, come alleato o avversario». Il che dimostra che, per quanto duro voglia farci credere di essere, chi è razzista lo è soprattutto per paura. »


Da: http://www.focus.it/scienza/scienze/si-puo-parlare-di-razze-umane
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Dal punto di vista scientifico la distinzione razziale non sta in piedi. Le migrazioni dei nostri antenati infatti hanno mescolato i geni. Nella foto: una cartina tedesca ottocentesca con la distribuzione delle "razze". « immagine » « - No, il termine razza non è scientifico: gli uomini non...
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"Il velo non è islamico..." di Karima Moual

23 novembre 2016 ore 13:13 segnala
Karima Moual è una giornalista e blogger italiana d'origine marocchina:
http://karimamoual.blog.ilsole24ore.com/chi-sono/



«Il velo, sempre più indossato dalle donne musulmane, anche in Occidente, non è prescritto da nessun obbligo coranico. Il velo non è islamico, si tratta di un costume culturale e sociale. A dirlo non è la solita femminista di origini musulmane, o uno scrittore progressista maghrebino che cerca, per l’ennesima volta, di riaprire la discussione su uno dei più controversi simboli delle società islamiche, ma un dibattito animato da un precedente dell’Università Al Azhar, il più autorevole centro teologico sunnita, che riesplode sui media arabi, nei giorni in cui, nella tv canadese, ha fatto la sua comparsa la prima presentatrice velata.
La decostruzione dell’obbligatorietà del velo nell’islam è partita da uno Sheikh di Al Azhar - stranamente passata in sordina nel momento in cui fu annunciata - ed è tornata in questi giorni a scuotere l’opinione pubblica islamica proprio nel momento in cui più si assiste alla proliferazione dei veli. Proprio Al Azhar, la più prestigiosa istituzione islamica araba, aveva conferito con lode la tesi dello Sheikh Mustafa Mohammed Rashid sull’islamicità del velo o hijab, secondo la giurisprudenza.
La tesi dello Sheikh sottolinea che non è obbligatorio nell’Islam per una donna indossare il velo e ha dimostrato come l’interpretazione dei versi coranici distaccati dal contesto storico abbiano portato alla confusione e alla prevalenza di un equivoco sul velo. Quasi forzato, perché il Corano - ribadisce - non ha detto affatto che le donne debbano coprirsi il capo.
Certo, non tutte le donne musulmane portano il velo e non per questo si sentono meno musulmane, anche se devono combattere per questa loro scelta. Nella storia passata e recente, inoltre, lo Sheikh non è certo il pioniere di questi argomenti e non è il primo a scardinare alcune interpretazioni tutt’altro che sulla linea della parità di genere nell’Islam, ma c’è da dire che oggi l’esercito di teologi che iniziano a combattere una certa interpretazione letterale della teologia con la stessa arma della teologia, in chiave di Ijtihad (sforzo ndr), non sono più in ombra e le loro fatwa circolano velocemente nel web.
Tuttavia che il messaggio arrivi da Al Azhar ha un suo valore, e lo acquisisce ancor di più nella misura in cui viene letteralmente risuscitato fino a rimbombare nel web e nella stampa araba, in contemporanea allo sdoganamento dei veli nella moda, dove giovani musulmane, più modelle che modeste, truccate, si presentano con labbra gonfiate e occhi ammiccanti verso l’obiettivo ( la copertina di playboy con una modella velata è l’inizio), alla faccia del pudore, quello sì, consigliato a uomini e donne dal Corano.
La schizofrenia dei veli che stiamo vivendo oggi con il loro moltiplicarsi e perdersi, sia di modestia sia d’identità, nei Paesi musulmani o in Occidente, in realtà è il sintomo del suicidio stesso del velo. Inteso come un lontano simbolo, genuinamente portato con fede - intesa come fiducia - sul capo, nel significato più profondo di modestia e pudore da quelle antenate che si affidavano all’interpretazione maschile del verbo di Dio.
Il velo di oggi si perde tra la moda, l’identità e la politica, ma soprattutto perde la sua aspirazione, la sua genuinità, quella delle madri e delle nonne, cercando un compromesso con la modernità difficile da trovare. Oggi nel nostro Paese il capo coperto lo portano in tante ed è in aumento tra le seconde generazioni che in questi anni hanno ascoltato, nelle moschee o tra le mura di casa, la sola versione «dell’obbligo religioso» che ha indotto chi non lo porta a sentirsi in difetto. Si moltiplicano le storie di giovani musulmane nel nostro Paese che scelgono il capo coperto senza una piena e plurale consapevolezza del suo significato, ma ciò che più colpisce è che il deficit di consapevolezza investa anche le opinioni pubbliche. Non è accettabile continuare a pensare alla donna musulmana solo come una donna velata e dedicare i riflettori solo a essa. Non è accettabile raccontare i musulmani solo dietro il velo e l’Islam.
La battaglia sui diritti umani nelle società musulmane deve partire anche dal racconto della sua pluralità e dalla lotta per la loro emancipazione.»


Da: http://www.lastampa.it/2016/11/23/cultura/opinioni/editoriali/per-i-saggi-del-cairo-il-velo-non-islamico-tjBhDmhFDLbOttB5XFGAAM/pagina.html
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Karima Moual è una giornalista e blogger italiana d'origine marocchina: http://karimamoual.blog.ilsole24ore.com/chi-sono/ « immagine » «Il velo, sempre più indossato dalle donne musulmane, anche in Occidente, non è prescritto da nessun obbligo coranico. Il velo non è islamico, si tratta di un...
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"Ho spesso visto persone...", di Carl Gustav Jung

18 novembre 2016 ore 16:54 segnala


«Ho spesso visto persone diventare nevrotiche per essersi accontentate di risposte inadeguate o sbagliate ai problemi della vita; cercano la posizione, il matrimonio, la reputazione, il successo esteriore o il denaro, e rimangono infelici e nevrotiche anche quando hanno ottenuto tutto ciò che cercavano. Persone del genere di solito sono confinate in un orizzonte spirituale troppo angusto, la loro vita non ha sufficienti contenuti, non ha significato, se riescono ad acquistare una personalità più ampia generalmente la loro nevrosi scompare.
Tra i cosiddetti nevrotici del nostro tempo ve ne sono molti che in altre epoche non lo sarebbero stati, non sarebbero stati cioè in disaccordo con se stessi: se fossero vissuti in un'epoca, in un ambiente nel quale l’uomo attraverso i miti era ancora in rapporto con il mondo ancestrale e quindi con la natura sperimentata realmente e non vista solo dall’esterno, avrebbero potuto evitare questo disaccordo con se stessi.
Oggi si vuol sentire parlare di grandi programmi politici ed economici, ossia proprio di quelle cose che hanno condotto i popoli ad impantanarsi nella situazione attuale, ed ecco che uno viene a parlare di sogni e di mondo interiore... tutto ciò è ridicolo, che cosa crede di ottenere di fronte ad un gigantesco programma economico, di fronte ai cosiddetti problemi della realtà?
Ma io non parlo alle nazioni, io mi rivolgo solo a pochi uomini. Se le cose grandi vanno male, è solo perché i singoli individui vanno male, perché io stesso vado male, perciò, per essere ragionevole, l'uomo dovrà cominciare con l'esaminare se stesso, e poiché l'autorità non riesce a dirmi più nulla, io ho bisogno di una conoscenza delle intime radici del mio essere soggettivo. È fin troppo chiaro che se il singolo non è realmente rinnovato nello spirito neppure la società può rinnovarsi poiché essa consiste nella somma degli individui.»
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« immagine » «Ho spesso visto persone diventare nevrotiche per essersi accontentate di risposte inadeguate o sbagliate ai problemi della vita; cercano la posizione, il matrimonio, la reputazione, il successo esteriore o il denaro, e rimangono infelici e nevrotiche anche quando hanno ottenuto tutt...
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"Intervista (2007) a Leonard Cohen...", di Dario Cresto-Dina

11 novembre 2016 ore 14:28 segnala
"Io desidero vivere, amare, leggere libri di nobili princìpi e ideali e fingere di uscirne diverso. E ascoltare ogni tanto le canzoni di Nina Simone. Quando qualcuno le suona"



«La privazione è la madre della poesia, scrisse nel suo romanzo più bello, Il gioco preferito. Lo cominciò che era il 1960. Lui stava a Londra, era poco più di un ragazzo, sopra a tutto giocava a flipper, frequentava artisti e andava a puttane. Oggi, a settantatré anni Leonard Cohen ha strizzato quella convinzione fino all'ultima goccia. Si è privato di tutto, tranne di ciò che ritiene essenziale. Una donna, la bellissima Anjani Thomas, 48 anni, sua ex corista e adesso cantante solista: "Questa immensa donna che a volte viene da me al mattino prestissimo e mi strappa via dalla pelle".
La poesia, che attraversa dalla prima all'ultima riga Il libro del desiderio appena uscito in Italia da Mondadori. Qualche canzone: "Il mio tempo sta per finire eppure non ho ancora cantato la vera canzone, la grande canzone". Il cuore: "Non vuole saperne di arrendersi". E Dio: "È così divertente credere in Dio". Il resto è uno scroscio d' applausi dietro i ricordi.
Lui asciuga la parola fino all'epitaffio."Ho già scritto tutto ciò che potevo scrivere per quelle che erano le mie capacità. Ho detto tutto. Mi sorprendo quando qualcuno dimostra ancora interesse per il mio lavoro". Leonard Cohen è tornato a Montreal, gli piace parlare dei suoi luoghi. Così gli domando dove preferisce lavorare. "Su una scrivania completamente sgombra. Sopra c' è soltanto il computer e una piccola stampante. Mio figlio Adam dice che le stanze di casa mia hanno tutte il medesimo aspetto. La scrivania è di legno di pino vecchio, tre metri di lunghezza per uno e mezzo circa di larghezza. Un uomo che conoscevo piuttosto bene, un devoto avventista del settimo giorno e artigiano della vecchia scuola, l' ha costruita per me vent' anni fa".

- Trascorre molte ore della giornata a quella scrivania?
"Sì. Penso, disegno, guardo fuori dalla finestra. Spesso c'è un uomo dentro un furgoncino super attrezzato, o forse blindato..., che vende gelati ai bambini".

- Vive da solo?
"Al mattino mi piace svegliarmi da solo. La mia compagna vive a casa sua, non lontano da qui. Mia figlia Lorca sta nell'appartamento al piano di sotto. Lei ha due cani, si chiamano Toast e Nova. Nova è prossima alla fine, cammina a fatica anche nei brevi percorsi".

- Lei ha sempre incarnato l'animo dell'ebreo errante. Questa volta si fermerà?
"Non credo. La strada è troppo lunga, il cielo è troppo vasto, il cuore errante è finalmente senza dimora".

- Il suo ultimo libro è infatti il racconto di un lungo viaggio. Il viaggio di una vita. Maestri, amici, amore, religione, rimpianti e sconfitte. Lei disse: "Ho imparato, scrivendo canzoni, che più si è intimisti più si parla di temi universali. I sentimenti di una persona diventano quelli di tutti". È ancora così?
"Credo di sì. Ho scritto una canzone che si chiama Lullaby. Dice: se il tuo cuore è trafitto, non mi chiedo il perché, se la tua notte è lunga, questa è la mia ninna nanna. Vorrei che qualcuno pensasse a me così".

- Nel '73, durante la guerra del Kippur, lasciò Los Angeles e andò a Tel Aviv per arruolarsi. Oggi che cosa significa per lei essere un ebreo?
"Nient' altro che un gruppetto di persone raccolte intorno a un tavolo in un venerdì sera con la luce soffusa".

- Eppure l'onda antisemita è tornata a gonfiarsi in molte parti del mondo. Dall'Iran di Ahmadinejad alla vecchia Europa. È preoccupato?
"Mi fa venire voglia di farle la stessa domanda. Lei non è preoccupato? Molti anni fa, il mio amico Irving Layton (uno dei più grandi poeti canadesi del '900 scomparso un anno fa, ndr), scrisse un libro intitolandolo L'Europa e altre brutte notizie. È una lezione attualissima e che andrebbe riletta".

- Lei è stato per molto tempo nel monastero zen di Mount Baldy, a pochi chilometri da Los Angeles, un luogo dove torna spesso. Ha preso il nome di Jikan il silenzioso e ha seguito il maestro Kyozan Joshu Roshi. Perché?
"Avevo bisogno di rigore, poi è nata l'amicizia con Roshi che dura da quasi 40 anni. Roshi ha compiuto cent' anni lo scorso primo aprile. Eravamo seduti di fronte a un bicchiere di vino rosso un paio di anni fa. Ha sollevato il bicchiere, mi ha dato un pugno sulla spalla e mi ha sussurrato: 'Scusami se non muoio'".

- Ora è tornato in Canada. È stato richiamato dalle sue radici o l'hanno deluso l'America e il presidente Bush?
"Dopo l' 11 settembre ho cominciato a sentire il desiderio di rientrare, di radunare amici e familiari. È un buon modo per esprimere e condividere reciprocamente la preoccupazione. Trent' anni fa ho scritto una canzone che si intitolava La moglie zingara. Diceva: troppo presto per l' arcobaleno, troppo presto per la colomba, questi sono gli ultimi giorni, questa è la tenebra, questo è il diluvio. Allora quei versi riproducevano il mio stato interiore, oggi rappresentano lo stato esteriore. Non ci vuole molto a indovinare che non ho alcuna simpatia per il mio tempo".

- Ha dimostrato di avere scarsa simpatia anche per la politica. Il suo disimpegno è stato molto criticato.
"La mia risposta è inevitabilmente attutita. È troppo tardi per le critiche. Vede, l'ho scritto più di una volta per chi ha letto i miei libri e ascoltato la mia musica: perdonatemi se ho sprecato il vostro tempo".

- Dicono di lei: è un guru, un maestro, un filosofo. L'hanno accostata a Dante Alighieri per come sa trasformare le storie dell'umanità quotidiana in visioni metafisiche. È un paragone in cui si riconosce?
"No. È un paragone assurdo che non accetto. Persino in questi anni di grande permissivismo, non possiamo né dobbiamo permettere che vengano meno le regole fondamentali. Che venga meno il buon senso".

- Molte donne hanno camminato nella sua vita e nelle sue canzoni. L'hanno amata e sono state amate. Che cos' è il sesso?
"Un momento di riposo su un letto di spine".

- E che cos'è l'amore?
"The background, quello che viene prima. Se preferisce, il sottofondo".

- A 73 anni ha paura della vecchiaia?
"Le rispondo con un' altra frase di Irving Layton che faccio mia: non è la morte a preoccuparmi, ma i preliminari".

- Nel suo ultimo libro Philip Roth scrive che la vecchiaia non è una battaglia, ma un massacro. Come ci si difende?
"In un solo modo. Con l'amnesia".

- Nel rock chi sarà l'erede di Leonard Cohen?
"Non ho notato nessuno che si accapiglia per il mio mantello".

- E lei che cosa desidera?
"Vivere, amare, leggere libri di nobili princìpi e ideali e fingere di uscirne diverso. E ascoltare ogni tanto le canzoni di Nina Simone. Quando qualcuno le suona".»


Da: http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2016/11/11/news/leonard_cohen_la_mia_musica_contro_l_odio_e_la_paura_-151788021/?ref=HRER1-1
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"Io desidero vivere, amare, leggere libri di nobili princìpi e ideali e fingere di uscirne diverso. E ascoltare ogni tanto le canzoni di Nina Simone. Quando qualcuno le suona" « immagine » «La privazione è la madre della poesia, scrisse nel suo romanzo più bello, Il gioco preferito. Lo cominciò...
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