"Ascolto dunque suono..."

24 settembre 2016 ore 19:09 segnala
Intervista di Piero Negri a Ennio Morricone (“Come ho imparato ad amare un lavoro che non volevo fare”; “Ho provato tante volte a smettere, ora l’ho capito: solo il cinema ti permette di scrivere musica totale”):



Gli anni sono quasi 88, quelli di attività 60. I dischi venduti 70 milioni, i lavori portati a termine circa 600 (di cui 500 per il cinema), gli Oscar 2, uno alla carriera nel 2007, l’altro quest’anno per le musiche di The Hateful Eight. I numeri di Ennio Morricone, per quanto sorprendenti, non riescono però a restituire l’importanza, l’influenza e l’originalità del suo percorso artistico. Né la sua stupefacente vitalità: a 87 anni il Maestro ha firmato un contratto con una delle case discografiche più significative al mondo, la Decca, che l’11 novembre - il giorno dopo il suo 88esimo compleanno - pubblicherà Morricone 60, un album di composizioni morriconiane scelte, curate, dirette e registrate da lui.

- Maestro, chi ha avuto l’idea di questo album?
«Dico la verità: è una richiesta della casa discografica. Loro pensano che sia importante per il mercato e io non posso che ascoltarli. Noi compositori siamo come gli avvocati, non possiamo andare in giro a procacciarci i clienti, dobbiamo aspettare che siano loro a cercare noi».

- È vero che dirige, registra, mette insieme le sue musiche per la prima volta?
«Sì, ma questo va compreso bene. Tutto quello che registro l’ho scritto io e lo dirigo io. Non ho mai avuto un orchestratore o un arrangiatore, non sono un dilettante, tanti anni fa ho scelto la libera professione, con tutte le difficoltà che comporta, e non ho mai rinnegato quella scelta. Tutti i progetti che ho portato a termine li ho fatti perché volevo io, ma per lungo tempo questo dipendere dalla volontà altrui è stato un tormento. Almeno fino a sedici anni fa».

- Che cosa è successo 16 anni fa?
«È difficile dirlo. Da tempo avevo un consenso molto chiaro, molto chiaro. Ma ero preoccupato, il fatto economico è importante per tutti, anche per i compositori. Sedici anni fa ho avuto certezze in tal senso che prima non avevo».

- È vero che ha pensato di smettere di scrivere per il cinema?
«Mi viene un po’ da ridere: mi sono sposato nel 1956 e non oso pensare quante volte ho detto a mia moglie Maria che da quel momento in poi avrei scritto solo musica assoluta. Con il cinema volevo smettere negli Anni Ottanta prima di The Mission, poi nei Novanta quando non arrivarono certi riconoscimenti, infine nel 2000. Ora ho imparato la lezione: anche dopo l’Oscar a The Hateful Eight non mi sentirete dire che non scriverò più musiche per i film».

- Che cosa non le piace di questo lavoro?
«Non mi fa piacere accettare i compromessi che il cinema richiede. Anche se in molti casi devo ammettere che il compromesso è stato soddisfacente».

- Nel libro che ha scritto con Alessandro De Rosa, «Inseguendo quel suono»...
«No, no, il libro l’ha scritto lui, io ho risposto alle domande».

- Ecco, lei racconta che il compositore Franco Evangelisti già negli Anni Sessanta, quando uscì Per un pugno di dollari e lei si lamentava del lavoro per il cinema, le disse: «Sai quanti compositori si venderebbero la madre per il mestiere che fai tu?».
«Eh, a ripensarci mi fa ridere: era un paradosso, chi venderebbe la propria madre per una cosa del genere? Ma Evangelisti era un uomo del paradosso, anche come compositore. Però aveva capito già allora che scrivere per il cinema sarebbe stato sempre più importante».

- Ora lo può dire: qual è la sfida più interessante per un compositore quando scrive per il cinema?
«Per me l’aspetto più interessante è che è possibile lavorare con ogni forma di espressione, la canzone, il rock, la musica drammatica, quella informale, il folk. La musica da film contiene tutte le musiche, come il cinema - che è l’arte moderna per eccellenza - contiene in sé tutte le arti. È questo ciò che il cinema dà alla musica: la rende musica totale».

- Quando lei nel 1958 andò a Darmstadt a seguire il seminario di John Cage con Evangelisti e gli altri giovani musicisti con cui avrebbe fondato il gruppo di improvvisazione Nuova Consonanza, salì su un masso nel bosco e cominciò a dirigere gli amici come un’orchestra. Non le è mai venuto in mente che Paolo Sorrentino si sia ispirato a lei per la scena del direttore d’orchestra nella foresta di Youth?
«Ah ah, ma noi non avevamo capito niente di Cage. Lui era un provocatore, ci parlava della musica per tamburo, clarinetto e strumenti che non esistevano per farci riflettere su ciò che si faceva allora, per denunciare lo stato delle cose. Ma lo capimmo dopo: quel giorno, usciti dal seminario, andammo nel bosco, io salii sul sasso e diressi gli altri che facevano suoni di pernacchie e scoregge per irriderlo. Fu in un certo senso la nostra prima improvvisazione».

- Lei sente di aver portato l’avanguardia nella musica tonale, di averla resa accessibile? Pensa sia uno dei suoi meriti?
«Qualcuno l’ha detto, a distanza di tempo. Io posso dire che mi servì molto, all’inizio, quando mi dissero: Ennio, se vai avanti così, non ti ascolta più nessuno. Mi dissi: c’è anche un pubblico a cui pensare».

- Come è andata con Tarantino? Come l’ha convinta?
«Guardi, questa è una professione così strana... Io quel film non lo volevo fare, ma come molti sanno lui è venuto a Roma per convincermi. Come ha fatto? Mi ha ricordato che aveva usato la mia musica per altri film e soprattutto mi ha lasciato libertà completa. “Che devo scrivere?”, gli ho chiesto. “Quello che ti pare”, mi ha risposto».

- Ed è arrivato l’Oscar...
«E io non volevo andare a Los Angeles, un po’ perché non stavo bene, un po’ perché l’Oscar mi aveva dato enormi delusioni. Le musiche per The Mission, per esempio, nel 1986 furono sconfitte dal lavoro di un grande jazzista (Herbie Hancock per Round Midnight, ndr), che rielaborava composizioni non originali e quindi non avrebbe dovuto concorrere. Ma Tarantino e i produttori hanno insistito, sono andato a Los Angeles e l’Oscar è arrivato».

- E adesso?
«Adesso vediamo... Non le ho detto che un compositore non può che attendere?».


Da: http://www.lastampa.it/2016/09/24/societa/come-ho-imparato-ad-amare-un-lavoro-che-non-volevo-fare-h29BZFvE95sGU7udd84NeM/pagina.html
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Intervista di Piero Negri a Ennio Morricone (“Come ho imparato ad amare un lavoro che non volevo fare”; “Ho provato tante volte a smettere, ora l’ho capito: solo il cinema ti permette di scrivere musica totale”): « immagine » Gli anni sono quasi 88, quelli di attività 60. I dischi venduti 70...
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24/09/2016 19:09:47
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