
Nell’innamoramento e nell’amore si manifesta una buona dose di stupidità. A questo proposito raccomando la lettura delle proprie lettere d’amore venti o trent’anni dopo. Davanti a quel misto documentato di stoltezza, arroganza, prepotenza e cecità saremo sopraffatti dal rossore della vergogna: il contenuto è banale, lo stile penoso. Ci sembra quasi incomprensibile che una persona anche solo di media intelligenza possa mai essersi trovata nella condizione di provare, pensare e scrivere simili sciocchezze. Certo, a voler essere gentili si può anche chiamare tutto questo infantile, degno di compassione e persino commovente. E tuttavia sembra più opportuno parlare di un temporaneo istupidimento dell’uomo causato dall’amore. È noto che con un innamorato non è possibile un discorso razionale, meno che mai sull’oggetto del suo amore. Gli ammonimenti con le migliori intenzioni, gli argomenti inconfutabili, le osservazioni palesemente veritiere cozzano contro un grosso Ma: “Ma io l’amo!”, oppure, ancor peggio, sono sentiti come atti ostili, dettati dall’invidia e ripagati a dovere. Così non di rado si rompono amicizie di anni e rapporti sperimentati nel tempo. Chi ama non se ne cura. È pronto a rinunciare a tutto fuorché all’adorazione dell’amata, alla quale deve opportunamente soggiacere anche tutto il suo ambiente. Basta guardare un innamorato che guarda l’amata per capire che quello sguardo è vuoto; è vacuo, come si dice a ragione. Tutto lo spirito, l’intelligenza, la prontezza, la curiosità e l’attenzione che possedeva un tempo sono spariti. È rimasta l’espressione della più nuda stoltezza, come nello sguardo dell’illuminato che crede di vedere la divinità. Del resto questo fenomeno dell’istupidimento causato dall’amore non si limita alle varietà del gioco amoroso colorato di sessualità. Lo troviamo del pari frequente nell’amore quasi morboso dei genitori per i loro figli fisicamente sfortunati, nell’amore spirituale delle suore per il loro sposo celeste, per non parlare poi dell’amore rituale del suddito per la patria o per l’amato Führer. L’amore comporta sempre la perdita della ragione, l’abbandono di sé e la condizione di debolezza che ne deriva. Nei casi migliori il risultato è il ridicolo, nel caso peggiore la catastrofe politica mondiale. […] Tutto questo è strano e irritante, dal momento che l’amore è considerato la cosa migliore e più bella che l’uomo ha da dare e che gli può capitare, e, si dice, lo rende capace delle imprese più nobili e sublimi. Come si può risolvere questa aporia? Come può essere sentito e considerato come la massima felicità qualcosa che istupidisce e potenzialmente imbarbarisce? Alla fine l’amore è davvero solo una malattia, e neppure la più bella, bensì la più spaventosa che esista? Oppure è un veleno, ed è la quantità a decidere se sarà benefico o devastante?
Patrick Süskind, Sull’amore sulla morte
















