La ragazza lilla

12 gennaio 2016 ore 14:27 segnala
LA RAGAZZA LILLA





La macchina da presa scorre silenziosa sui carrelli oliati al lato sinistro del tavolo senza buche, una veloce panoramica da uno spigolo all’altro, a 24 fotogrammi al secondo. Da quella sponda di legno d’acero potrebbero decollare aerei supersonici, come una levigatissima portaerei in miniatura. In sottofondo, c’è il brusio delle voci addestrate a non disturbare la star, che al centro della scena sta infilando il guanto di seta. Per impugnare l’arma e farla scorrere in modo preciso. Sparare senza lasciare impronte sospette.
L’operatore sul dolly inghiottito dalle cuffie porta la camera al punto più alto della sala disegnando un ampio arco decorato con fiorellini azzurri. Tra pittura fresca e odore di pulito, scansa il lampadario di cristalli primi novecento, lascia la macchina in lenta discesa a spirale, e regala il punto di vista di una piuma d’oca che svolazza lentamente fino ad adagiarsi sulle lampade al neon. Sotto, c’è il rettangolo verde, il palco di panno sul quale questa sera la star porterà a termine la prestazione. Non ci sarà modo di placarne la precisione.
Ci hanno già provato, là fuori, ma è stato inutile.
E’ un fatto che l’avversario, e gli spettatori, devono solamente accettare.
Lui è bello, freddo, solo, pronto.
Tutto è immortalato su pellicola Academy Standard 35 millimetri.


Là fuori scendo dall’Audi argento centrando in pieno una pozza d’acqua. Senza nervosismo alcuno, scarico la valigetta di pelle nera, lascio sul cruscotto documenti, pensieri e ricordi. Lascio la mia identità nell’Audi argento perché da questo momento non sono più io. Senza ripensamento alcuno schiaccio il pulsante della chiave, e l’Audi educatamente si chiude con urlante acuto di cinguettio di sirena, come nei film di Hollywood.
La mia essenza è nell’Audi argento, e indosso i guanti grigi e nuovi, che sembrano già consumati, e con le punte delle dita scoperte ai benefici del freddo, senza nessuna esitazione.

La macchina da presa ruota attorno alle comparse. Quattro bersagli vestiti di bianco a protezione del bersaglio grosso, vestito di rosso. Immobili al centro del prato verde, attendono di essere abbattuti.
Primo piano stretto dei bersagli, primo piano strettissimo del bersaglio rosso.
Saranno abbattuti, si rialzeranno, verranno abbattuti di nuovo.
Il destino dei piccoli omini pelati è segnato da un tabellone a led luminosi. Numeri. Punteggio. Partita. Incontro. Spazzatavolo. Stringersi la mano, grazie.
Nella sala c’è un odore di cantina umida misto a profumo di pellicce di ermellino, i bocchettoni di aria calda immettono un ossigeno che sembra già respirato, pescato dal sottosuolo e buttato a forza in un ambiente già saturo di nasi e bocche che respirano come fosse faticoso.
L’operatore esegue una unga, lenta panoramica sugli spettatori, e il Tempio è pieno.


IL TEMPIO

Mi stampo la faccia del migliore, sono la stecca più veloce del west.
Infilo una serie di passi convincenti, l’eco degli stivali di serpente viene assorbito dal suolo del parcheggio e rimandato ad alta voce sulla folla. Con lo sguardo basso procedo fendendo le piccole goccioline, alzando la testa una, due volte, verso i lampioni gialli dove la pioggia sembra lacrima in controluce.
Chiudo il cappotto blu camminando veloce, alzo il colletto, sistemo la sciarpa con i draghi e leoni cinesi, camminando veloce.
È questo il momento in cui, mentre sfilo verso il Tempio bianco, una sagoma di femmina mi scorre a fianco al rallentatore, con gli occhi neri a spicchio d’arancia e una smorfia sotto al nasino a punta. Muove un venticello umido con il corpo e ha passi che non fanno rumore, e lascia dietro sé una scia di condensa bianca, e ha scarpe viola che galleggiano sulle pozzanghere.
Dentro al tailleur lilla gira la testa disegnando con i capelli una medusa di serpenti, e come attratto da un campo magnetico sento il bisogno di alzare il sopracciglio destro in quella direzione evitandone lo sguardo per non rimanere pietrificato. Socchiudo gli occhi, chiudo il pugno nella tasca, e inspiro profondamente divaricando al massimo le narici. A questo punto, un chicco d’acqua penetra fino in gola. Uno sbuffo, un colpo di tosse, e mando giù.
E lei non c’è più. E penso di averla vista solo io.
E sono già ai piedi della scalinata del Grand Hotel di Rimini, che questa sera ospita i campionati italiani di biliardo specialità cinque birilli.

Ci sono cavi sparsi per terra. Vocine concitate entrano ed escono dai microfoni degli operatori. Immagini dal colore cupo e profondo entrano ed escono dal piccolo monitor posizionato sul tavolo del commentatore. Nero, pubblicità, integratori minerali e Amaro Montenegro.
Camera tre, sei in onda. Inquadrami il pubblico.
L’immagine non è perfettamente a fuoco, qualcosa non funziona. E’ in bianco e nero con al centro una, sola, ragazza colorata. Un brulicare di gente che chiacchiera, si sventola, attende, mangia, sfocata. Una ragazza sola immobile, ogni tanto passa una mano tra i capelli, scopre gli occhi, poi la corona da medusa crolla giù e li ricopre immediatamente.
Tiene le gambe accavallate come se, spalancandole, fosse capace di scaraventare tutte le file di uomini sotto di lei ai piedi del tavolo.
Con quel tailleur viola, e il monitor frigge.
La valigetta di pelle schiocca le serrature e si apre.
L’arma è lì. Ma le mani, le mani sono meno convinte di un attimo fa.
Nemmeno l’uomo grigio ne era stato capace.


L’UOMO GRIGIO

La scalinata di marmo venata di azzurro termina in bocca ad una grande entrata di vetro spesso e trasparentissimo. Una maniglia di ottone lucida come oro zecchino aspetta di essere spinta verso l’interno. La gigantesca anta serigrafata in trasparenza si proietterà all’interno sventolando le cotonate capigliature delle signore in pelliccia di aria bagnata dal ghiaccio. Ancora una volta osserverò quel bagliore indisponente del salone illuminato a giorno, e quel migliaio di violente lampadine a candela e l’accecante, insopportabile, bianco cangiante dei drappi di seta. Non c’è cosa che mi innervosisca più della luce, ma ancora una volta non me ne curerò affatto.
A questo punto, un uomo in doppiopetto grigio e filo di gomma ficcato nel padiglione auricolare mi para una mano davanti. L’uomo grigio, con un guanto nero, dall’alto dei suoi centonovanta centimetri, dice con sguardo serio che non posso entrare. Dice che devo fargli vedere la valigetta. L’uomo grigio sta lavorando, dice, è una questione di sicurezza, dice. Sai, qui c’è gente che conta, dice, personalità, gente che vale.
Lui fa questo: protegge la gente che vale.
L’uomo grigio dice che se non voglio avere problemi devo dirgli cosa c’è nella valigetta. E poi, di aprirla, se non voglio avere problemi.
Io dico: “C’è un fucile di precisione”.
Lui dice: “La prego, non scherzi”.
Io dico: “Non scherzo affatto”.
Lui dice: “La apra”.
Io dico: “Non mi farai perdere la concentrazione, non questa sera”.
Poi aggiungo: “Ora levati dai coglioni”.


La filodiffusione rimanda nell’ambiente una melodia di chitarra elettrica a volume bassissimo e preciso: “Piano americano, e sfioro il tavolo con una mano…”.
Questo è il gioco. Per i profani, questo è un gioco di fisica, relatività e vettori. Traiettorie e colpi ad effetto, rimbalzi, calcoli matematici influenzati da varianti. Umidità, temperatura, un freddo rapporto tra un umano e una stecca in carbonio resistente e leggera. Bilia contro bilia. Bilia contro sponda. Bilia sui birilli. Aggiornare punteggio, grazie.
L’operatore inquadra la valigetta che dall’alto luccica, e il primo piano sulle mie mani che assemblano l’arma, appoggiata dalla parte del manico sul parquet di noce, regala la sensazione che si lasci coccolare dallo strofinare del gessetto azzurro. In audio c’è il sottile stridolio, come fare calcoli su una lavagna, del gessetto che scrive numeri certi che daranno un risultato certo mentre la radio suona, mentre il pubblico sfocato mangia, si sventola, si appisola in bianco e nero.
Lei, colorata, ticchetta con le unghie sulle ginocchia.
Gli altoparlanti sibilano: “Polvere, gran confusione, un grigio salone…”.

Ti riempi di steroidi e di diuretici. Mangi bistecche da un chilo e prendi pillole per assimilarle. Sfili con l’asciugamano attorno al collo in una clinica di ricostruzione corpi tra luci abbaglianti e specchi infiniti. Sollevi come un automa maniglie controllate da computer. Contrai i muscoli addominali osservando il tuo vicino di programma computerizzato. Che è più bello, più magro, più potente, perché ha un programma computerizzato migliore. Allora assumi integratori. Mangi più bistecche. Cambi pillole. Cambi computer. Cambi modo di guardarti allo specchio infinito.
Doccia. Accappatoio. Specchio. Crema. Guardati. Specchio. Rivestiti.
Mangiabistecche.
Manda giù.
Pillolodipendente.
Pisciadicontinuo.
Metti la magliettina stretch che ti fa esplodere il petto in fuori e fatti riconoscere dalla firma che porti sui pantaloni, ma voltami le spalle e non guardarmi negli occhi. Ora bevi un sorso di acqua minerale naturale leggermente frizzante e domandati perché non mi fai paura.
No, dico davvero, domandatelo.
Domandati se posso mai essere stato creato da un software. Domandati perché non ho bisogno di crocchette alla creatina, chiediti se sei mai uscito dallo specchio, se hai mai nuotato controcorrente, se hai mai corso controvento, se ti sei mai sentito solo in mezzo ad una strada senza nessuna crema che ti facesse brillare. Se puoi affascinare una femmina senza nemmeno guardarla negli occhi per davvero.
Se hai lottato con fantasmi randagi.
Se hai mai pianto nel sonno.

Uomo grigio, leva quella mano.
Io sono qui per amore.
Sono qui per giocare e vincere i campionati di biliardo specialità cinque birilli.
Il set mi attende, è una cosa che dovete accettare.
Lo lascio pendere dall’auricolare come un burattino di legno e sono già nella sala del tavolo verde.


IL TAVOLO VERDE

Non funziona in questo modo, questo gioco non è affatto un logaritmo su un tavolo verde. Il tavolo verde respira, non sente suoni né profumi, non può essere condizionato da una volta di fiori azzurri, né dalla pioggia in faccia. Non si scompone per un commento fuori posto, né per un uomo dalla braccia finte che gli sbarra la strada. Non ha alcun problema ad esibirsi su un set a 24 fotogrammi al secondo.
Il tavolo verde, quando lo guardo, è freddo quanto me. Ma quando gli appoggio la mano sopra si accende. Se lo sfioro, sente la mia energia penetrare il legno d’acero, e quel panno rasato e morbido diventa così irsuto da prudermi le dita, io lo voglia oppure no.
Posso calcolare tutte le traiettorie che voglio fino a quando non ci appoggerò le mani sopra. Quando lo farò, lui sentirà che una magnetica ragazza colorata mi ha sballato la teoria dei rimbalzi, la fisica del moto dei proiettili, è come sparare ad un piccione in assenza di gravità, la teoria della vita impossibile.

L’altoparlante sussurra: “Piano americano, e sfioro il tavolo con una mano…”.
Il tavolo verde, con le mie mani sopra, è caldo quanto me.
L’altoparlante sussurra: “Aria un po’ viziata, quella finestra andrebbe spalancata…”.
Spalancata per fare uscire sensazioni e ricordi, colorare il pubblico di magliettine vivaci e applausi, tornare a sentire l’odore delle pizze fritte e delle cannucce che raschiano i fondi dei frappè, sentire gli animali morti soffocare sulle spalle di donne dalle capigliature impalcate e gli orecchini luccicanti.
Il regista attende mentre le comparse restano ritte al loro posto.
Sentire il brusio, l’allarme dell’Audi argento, il suono del tacco dei miei stivali, l’eco, e la radio che suona.
E invece sento solo l’urto di quella ragazza colorata, e la sento solo io, ed è l’unica ragazza colorata tra una folla in bianco e nero, il monitor funziona, ma io vedo polvere.
L’altoparlante sussurra: “Polvere, troppi ricordi, è meglio esser sordi…”.
Mentre il commentatore sbuffa e l’operatore regola le cuffie il mio tavolo verde sa già che non potrà obbedirmi. Sa che non potrò mai giocare e vincere i campionati di biliardo specialità cinque birilli alla velocità di 24 fotogrammi al secondo.
Primo piano sulla bilia gialla pronta al colpo di apertura.
E l’altoparlante sussurra: “…è meglio esser sordi, ma forse è già tardi”.

E non c’è amarezza in quello che sto facendo, perché trascende il mio controllo. Ero qui per amore, ma ora è una questione di passione.
Sfilo il guanto semisintetico e libero la mano che dice grazie a tutti voi che siete venuti qui, e scusate, ma proprio non ci riesco.
Il pubblico sfocato brulica di chewing gum e fischi, deluso dall’artista invincibile e dal cervello impolverato. Il commentatore non sbuffa più. Il commentatore tende un microfono e invita a porgere alla folla una spiegazione sintetica, convincente e plausibile, che faccia eco per tutto il Tempio. Una spiegazione da dare con stile, il mio.
Io svito la stecca.
Ma come posso spiegare una scia di occhi neri, come glielo dico che non è un gioco di fisica, che non è la teoria dei rimbalzi.
Scanso il microfono con la superbia del divo che non concede l’autografo alla ragazzina in minigonna e il rossetto sbavato, in fondo, sono pur sempre una star.
Questo è l’unico stile che mi è rimasto.


LA TEORIA DEI RIMBALZI

Concentrati. Seducili. Mettili a fuoco. Spara sui birilli, spara ai piccioni. Colora il pubblico, non sorridergli, non quando sei inquadrato, non farlo mai a 24 fotogrammi al secondo. Impugna il carbonio, fissali, temili, spalma il gessetto, mira al bersaglio rosso, mantieni il controllo, stordiscili con staffilate potenti e ubriacali di tocchi di fino. Giù il birillo. Su il birillo. Lascia andare le mani. Spalma il gessetto.
Fai tremare il tavolo caldo. Fai tremare la platea con nervi d’acciaio e talento purissimo,
spargi la follia per una sala dai vetri decorati e dai lampadari di candele, sopporta la luce, lega i capelli, sciogli i capelli, metti il cuore in quello che fai.
E poi, lascia che a tradirti sia la passione per un’onda d’urto, e poi è ora di riporre l’arma, prima ancora di cominciare.

L’uomo grigio da lontano vede la mia arma spezzata in due nella valigetta e ancora non capisce, a lui sembra solo una stecca da biliardo in carbonio.
Qualche faro si spegne, parte la pubblicità, il regista in cabina si gratta la testa, l’operatore della camera due si strappa le cuffie, il pubblico velocemente si affanna per raggiungere la sala buffet e smaltirà la delusione in fretta.
L’altoparlante non sussurra più.
Il monitor è sempre fisso sulla bilia gialla posizionata per il colpo d’apertura.
Io guardo verso quella ragazza che per una sera non mi ha permesso di essere l’uomo di ghiaccio che sono quando lascio tutto nell’Audi argento. E prima di lasciare la sala chiudo gli occhi e la ringrazio per avermi fatto sentire un divo a colori. E non so perché, ma sono certo che se glielo spiegassi capirebbe che questo non è un gioco di calcoli matematici, traiettorie, e colpi ad effetto.


LEI

Lei mette un paio di occhiali scuri e non sa nemmeno quello che ha fatto.
Si alza dal posto e l’alone lilla pare colorare qualche spettatore vicino.
Chiude il primo bottone del tailleur che aveva lasciato aperto.
Porta la mano con le quattro dita sulla punta delle labbra e manda un bacio, al mio avversario.
Ma ormai non conta più. Perché io, la sento mia.
La macchina continua a riprendere, tutto è immortalato su pellicola Academy Standard 35 millimetri.
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LA RAGAZZA LILLA La macchina da presa scorre silenziosa sui carrelli oliati al lato sinistro del tavolo senza buche, una veloce panoramica da uno spigolo all’altro, a 24 fotogrammi al secondo. Da quella sponda di legno d’acero potrebbero decollare aerei supersonici, come una levigatissima...
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12/01/2016 14:27:45
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Commenti

  1. 73.Mia 12 gennaio 2016 ore 18:47
    veramente molto bello, grazie

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