Odorosi inseguimenti del giovedì sera.

26 aprile 2014 ore 17:46 segnala
A me cucinare fa schifo al cazzo. Stare lì a salare e assaggiare e sporcare tutto quello che capita a tiro di schizzo. La mia cucina è concepita come un salone di esposizione d’arte moderna, dove una goccia di caffè precipitata perpendicolarmente sul marmo granata è un tocco d’artista. I fuochi Inox al mercurio sono semplice arredo domestico e non contribuiscono all’imbrattamento tende tipico delle case-ristorante. Il frigo a diciotto scomparti è un totem utile al congelamento birra. Il forno, uno specchio dal doppio fondo ad altezza viso. Una volta compreso che non c’è niente dentro, alla fine, sono costretto a guardare me stesso.

Con questi parametri estetico-funzionali mi accingo ad andare a comprare qualcosa di pronto. Svolto l’angolo e punto dritto il Super per pezzenti, dove la signora meglio vestita governa un carrello in pigiama infeltrito e bigiotteria da sequestro. Una bionda con ricrescita siderale rigira tra le dita smaltate di slavo il volantino delle offerte. A caccia del tonno insuperabile, mi sorpassa tenendo la borsetta stretta a sé, come stesse sfilando davanti ad uno scippatore.

Io vivo nell’attico più superdotato della città nella zona più pazzesca dell’universo. Da poco ho pensato di comprarmi una cameriera da pagare niente e trattare male quando voglio. Con tutte le telecamere che mi ritrovo piazzate in casa, potrei montare un filmino di quelli che passano nelle trasmissioni real tv. La serva sculacciata davanti ai fuochi Inox al mercurio, tipo. Adoro il disagio della servitù e godo degli stenti dei popoli così ostentatamente inferiori.

Con questi parametri cultural-sociali mi aggiro per il Super alla ricerca delle occhiatacce delle vegliarde a caccia di situazioni drogherecce. Potrei accontentarle spargendo coca sui Pavesini e tirando su fino a far sbracare l’allarme. Ma preferisco correre per la corsia dei detersivi e rilassarmi guardando vecchiette concentrate a pregare affinchè io non mi spinga fino a loro, al loro carrello, alla loro carne in scatola buona per ogni aperitivo. Donne dal ceto sociale sommerso mi stanno evitando, cosa che mai avrei immaginato nella mia vita.

Quando mi sdraio sul tappeto Cavalli africa pucciando il Tavor nel Martini riesco a sentire il vibratore a quattro velocità della vicina del piano di sotto. Da qualche tempo non è più la stessa. L’incubo virus la ingabbia tra giocattoli a pile sterilizzati e profilattici d’annata. Ha un passato da modella e così si mette in tiro anche quando si trastulla. Lo so perché il rumore del tacco dodici con peso del corpo sbilanciato in avanti rimbalza esattamente sotto al mio orecchio pavimentato.

Cerco di scrollarmi di dosso una mora sbavata di rossetto carminio fuori misura. Governo un carrello strapieno di Aperol idoneo alla digestione del Clomitax. Lei continua a saltellare su zattere di sughero avvolta da un profumo estatico e volgare. Le rivolgo la parola dipingendo gli scaffali del mio lessico inquieto e inevitabile. Io parlo e scrivo una lingua assolutamente coinvolgente, dal sapore preciso, incline al perfetto, tendente all’infinito.

Ieri sera ho annusato a lungo le sue gambe volteggiare nell’ombra. Davanti solo la lampada in plexiglass Philippe Starck dal tono arancio albicocca. Vorrei una compagna di giochi tutta mia da portare al mare al guinzaglio quando la sera scende dal cielo. L’ho vista trasportare il culetto minuto attraverso effluvi di essenza di intimità verso il cesso per fare pipì. Con il mio naso pavimentato su castagno massello l’ho sorpresa prima gocciolare, poi zampillare, su ceramica e polvere di marmo.

Sono le due e passeggiamo inseguendoci come cani spruzzati d’orina. Un’intera spianata di biscotti glutine free fronteggia l’armata della cioccolata con nocciole. Distese di cibi per inutili poppanti con la pancia ipergonfia sognano di cadere e sbriciolarsi a terra. Un concentrato di passi, silenzi, rumori, tutti salutano, tutti partono, tutti indistintamente tutti si scambiano, si confondono, si ignorano. Tutti tranne noi, che finalmente ci troviamo, ci sdraiamo, ci lecchiamo a quattrozampe qui, dove tutto è in vendita, noi compresi.
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A me cucinare fa schifo al cazzo. Stare lì a salare e assaggiare e sporcare tutto quello che capita a tiro di schizzo. La mia cucina è concepita come un salone di esposizione d’arte moderna, dove una goccia di caffè precipitata perpendicolarmente sul marmo granata è un tocco d’artista. I fuochi...
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26/04/2014 17:46:31
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Commenti

  1. malenaRM 26 aprile 2014 ore 21:07
    Ogni tanto ti concedi il lusso di stupire, con il tuo "lessico inquieto e inevitabile".
    Assai ben recitato, ma immagino che questo tu lo sappia già.
    Best compliments.
  2. 73.Mia 03 maggio 2014 ore 03:08
    e poi, alla fine, capitano anche i lieto fine. a volte. che in questo caso è lieto anche narrativamente parlando. per il resto, boh? ho letto cose più originali in questo spazio. e magari non te ne frega niente. e magari son io che leggo che non sono molto attenta. c'è, però, che ci trovo talento in qul che scrivi e credo di avertelo già detto. solo, bando alle velleità letterarie, se tu riuscissi a svincolarti da certe rigidità stereotipate potresti scrivere cose più interessanti.
  3. tar1948 09 settembre 2014 ore 15:13
    semplicemente adorabile

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