Io (non) ballo da sola

11 luglio 2018 ore 22:45 segnala
Iscrivermi ad un corso di tango per principianti è stato il primo “vero” regalo che mi sia fatta.
Non mi sono concessa una maglia nuova o un bijou, non un libro o una borsa. Mi sono regalata la possibilità di scoprire un’altra me.
Avevo un bisogno estremo di fare qualcosa che desideravo da tanto tempo e che non avevo mai avuto il coraggio di intraprendere, perché credevo, a torto, di non essere capace.
È stato il modo per uscire da una rottura sentimentale più dolorosa e devastante perfino della fine del mio matrimonio.
Un processo catartico che è evoluto in passione.
Un atto d’amore per me e me sola, senza altro scopo se non quello di concedermi un pizzico di fiducia in me stessa.
Un atto di volontà ferrea perché la scuola si trova all’altro capo della città rispetto a dove abito ed io non possiedo auto.
Una disciplina autoimposta che mi ha fatto percorrere, ogni sabato e salvo rarissime occasioni, un lungo tragitto in treni affollati e maleolenti per recarmi a scuola e rinunciare alle serate con gli amici di sempre in favore di un impegno assunto con me stessa: ritrovarmi, anzi, scoprirmi.
Scoprirmi impedita nello studio dei passi e delle coreografie davanti allo specchio, ma sempre più disinvolta tra le braccia dei maestri e dei compagni di corso; confermarmi piena di rigore e di timidezze mai superate e ritrovarmi, con stupore, a ricevere complimenti per un innato senso del ritmo e della musicalità (per il quale ringrazio gli ascendenti paterni, tutti musicisti e cantanti di un certo valore).
Ho ritrovato il sorriso, che avevo perso insieme all’amore, e la voglia di piacermi prima ancora di piacere agli altri.
Prima mi accontentavo, perché credevo di non essere “abbastanza”, ora ho capito che molto spesso sono gli altri a non essere all’altezza di una che ha sempre preteso il massimo da se stessa, ma non da chi le stava accanto. Indulgente con tutti tranne che con me.
Il tango mi ha insegnato ad ammorbidirmi, a permettere agli altri di prendersi cura di me e condurmi per mano; non a caso le donne vengono definite “seguidoras”, perché, una volta tanto, possiamo abbandonarci tra due braccia che guidino i nostri passi...
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Iscrivermi ad un corso di tango per principianti è stato il primo “vero” regalo che mi sia fatta. Non mi sono concessa una maglia nuova o un bijou, non un libro o una borsa. Mi sono regalata la possibilità di scoprire un’altra me. Avevo un bisogno estremo di fare qualcosa che desideravo da tanto...
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11/07/2018 22:45:41
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Trovatevi qualcuno che...

01 luglio 2018 ore 02:10 segnala
...Trovatevi qualcuno che non si senta “offeso” se le persone che vi vedono assieme pensano che abbiate una relazione, mentre lui, invece, si sente in obbligo di precisare che non è così...
Trovatevi qualcuno che vi ami quanto voi amate lui, difetti compresi.
Qualcuno che vi voglia esattamente come siete, non un chilo in meno, non una “sbavatura” in meno.
Qualcuno che nelle vostre imperfezioni veda la vostra umanità e non qualcosa da rimproverare e correggere.
Qualcuno che apprezzi l’amore che mettete in ogni gesto, anche il più semplice, che fate con lui e per lui e capisca il valore di una “rinuncia” fatta per mantenere rapporti equilibrati.
Il compromesso è la capacità di amare tanto da sapere quando è il caso di essere malleabili. Da non confondersi con lo “zerbinaggio”.
Lo zerbinaggio è inerzia, il compromesso è amore intelligente, maturo, consapevole.
Trovatevi qualcuno che non veda in voi la “cosa comoda”, perché di comodo in una relazione non c’è quasi nulla; è solo per amore che si scende a patti con se stessi prima ancora che col partner.
Trovatevi qualcuno che abbia generosità di intenti e cuore puro, altrimenti meglio soli...
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...Trovatevi qualcuno che non si senta “offeso” se le persone che vi vedono assieme pensano che abbiate una relazione, mentre lui, invece, si sente in obbligo di precisare che non è così... Trovatevi qualcuno che vi ami quanto voi amate lui, difetti compresi. Qualcuno che vi voglia esattamente come...
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Ah, queste donne...

25 giugno 2018 ore 23:12 segnala
Post semi-serio sulla sindrome pre-mestruale (ovvero: spiegare agli uomini la differenza tra una donna isterica ed una persona sofferente).

I miei amici maschi sanno bene quanto io sia un po' atipica come rappresentante del sesso femminile... da tutta la vita ragiono e mi comporto più come un uomo che come una donna; in una cosa, però, sono uguale a milioni di altre femmine: ho il ciclo, alcuni giorni al mese, ogni mese da trenta anni (e per almeno altri cinque ancora).
Ora, e' a voi, cari maschietti, che da sempre vi arrogate il diritto di prenderci in giro o, peggio, trattarci come povere pazze, perché in "quei giorni" non siamo malleabili come nel resto del mese, che vorrei spiegare, con qualche esempio pratico, cosa accade al nostro corpo durante il ciclo.
Forse poi deciderete che, tutto sommato, non siamo poi così sociopatiche come avevate creduto.
Partiamo dalle tette, quelle cose per cui andate tutti più o meno pazzi (grandi o piccole che siano); immaginate che al posto delle nostre tette ci siano i vostri testicoli: che essi si gonfino progressivamente diventando sempre più duri e dolenti e che anche la loro temperatura salga...camminare ed, ancor più, correre, sarebbero imprese titaniche, vero? Ecco, noi camminiamo e, all'occorrenza, corriamo con questi caciocavalli (o provolette affumicate, a seconda delle taglie) infuocati e sballonzolanti.
Per darvi, invece, una vaga idea di quello che può essere uno dei nostri mal di pancia, evocate il ricordo di un attacco di diarrea epocale, una di quelle precedute da borborigmi tanto dolorosi quanto imbarazzanti...ecco, quello è una passabile imitazione dello stato del nostro addome in fase mestruale.
Ora passiamo alla schiena: immaginate di aver portato su e giù, per alcune rampe di scale, uno scatolone contenente roba pesante (che so? la vostra collezione di film porno, ad esempio) e di averlo fatto ininterrottamente per diversi giorni; vedrete che sentirete quel dolore nei lombi che precede la sciatalgia azzannarvi il culo fino alla cervicale...
Parlando, invece, delle gambe ricordate la sensazione di pesantezza della prima partita di calcetto dopo anni di inattività? Sì che ve la ricordate... Siete tutti (o quasi) dei goleador da campetto del lunedì sera... E tutti vittime del gonfiore edematoso, misto ad acido lattico, che ti fa invocare la pietà divina ed un massaggio del preparatore atletico del Real Madrid ... Le nostre gambe, i nostri corpi, subiscono questo, ogni santo mese.
Se, a tutte queste sensazioni spiacevoli, aggiungeste il fastidio costante per l'imbarazzo di perdere sangue col rischio di macchiarsi o di puzzare - si, il sangue puzza - un perenne leggero mal di testa ed una lieve nausea avreste una pallida imitazione di quanto noi si patisca almeno una settimana (se non due) prima del ciclo vero e proprio.
E se poi voleste considerare che dobbiamo comunque lavorare, sbrigare le faccende domestiche, accudire eventuali mariti e figli, forse avreste maggior comprensione per queste povere isteriche che vi rendono la vita “impossibile” perché scappa loro, inopinatamente, da piangere o da mandarvi a fanculo quando sollecitate la loro pazienza in giorni in cui, voi uomini, implorereste di essere uccisi pur di non essere costretti a sopportare tutto questo...
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Post semi-serio sulla sindrome pre-mestruale (ovvero: spiegare agli uomini la differenza tra una donna isterica ed una persona sofferente). I miei amici maschi sanno bene quanto io sia un po' atipica come rappresentante del sesso femminile... da tutta la vita ragiono e mi comporto più come un uomo...
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25/06/2018 23:12:46
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...Non è vero ma ci credo...

21 giugno 2018 ore 17:20 segnala
Dovevo recarmi in centro a sbrigare alcune commissioni. Abito in periferia, ma ho la fortuna di avere una stazione della circumvesuviana a 300 mt da casa, quindi, di solito, in pochi minuti arrivo alla stazione centrale di Napoli.
Appena scesa da casa, coi minuti contati per acquistare il titolo di viaggio e raggiungere la stazione, mi si rompe uno dei sandali che indossavo (i miei preferiti, ovviamente).
Faccio un bel respiro, "smadonno" in silenzio, e ritorno sui miei passi per cambiare le scarpe.
Trovatone un paio adattabile all’abbigliamento, mi rassegno a rallentare la tabella di marcia che mi ero imposta per arrivare in tempo dall’oculista e scendo nuovamente da casa. Circumvesuviana, metropolitana e giungo nei pressi della mia destinazione finale.
Guardo l’orologio: se allungo un po’ il passo potrò ancora essere, miracolosamente, tra le prime visite, quindi aumento l’andatura; sì, sì, dai, forse ce la faccioooOOOHhhhh... SBADABAM!!!
Mattonella sconnessa, caviglia destra piegata al limite di rottura e, quasi al rallentatore, una caduta con annesso volo in puro stile Fantozzi.
Lancio la borsa e metto le mani avanti per cercare di attutire il colpo; riesco a non rompermi denti, naso, occhiali (e corna), ma batto violentemente il ginocchio sinistro a terra. Resto in posizione a “pecora” (sì, a pecora, perché “carponi” non rende bene l’idea) per un lunghissimo minuto di dolore misto a vergogna profonda (da noi si chiama “scuorno” ed è l’apoteosi dell’imbarazzo).
Mi ritrovo accerchiata da 4 gentili tassisti che provano a rincuorarmi dicendomi che sono la seconda persona della mattinata a cadere su quella mattonella infame. Gli impedisco di provare ad aiutarmi a rimettermi in piedi, mi sento già abbastanza ridicola così e spero che nessuno abbia ripreso la scena con qualche cellulare.
Mi vorrebbero far sedere, bere, mettere ghiaccio, disinfettare la sbucciatura sul ginocchio e mi domando se lo stesso trattamento gentile sia stato riservato anche all’altra malcapitata, perché uno di loro vorrebbe addirittura misurarmi la pressione mentre un suo collega, con un poco velato riferimento al mio seno generoso, gli fa notare che non è necessario dato che “ ‘a signor’ ‘a ten’ bbon’ a pressione”*.
Un po’ malconcia, soprattutto nell’ego, li ringrazio e mi allontano, con addosso un cerotto a tamponare il sangue e la certezza di aver fatto tardi per la mia visita medica.
Credevo di essermela cavata con un livido ed un ginocchio sbucciato ed, invece, mi sono svegliata con la caviglia scricchiolante e fitte ad ogni passo. Il ghiaccio ha salvificamente impedito che si gonfiasse, ma il dolore si sente benissimo (porco tutto!!!).
Ora, mi chiedo, ma colui o colei che ha deciso di lanciarmi jatture contro esattamente quando si riterrà soddisfatto/a? No, perché questo è solo un piccolo episodio, la punta dell’iceberg di un periodo in cui sembro la sorella sfigata di Paperino e, francamente, nemmeno lui ha addosso tutte le maledizioni woodoo che ho io...
Caro/a “amico/a” jettatore/rice, perché non vedi di volgere il tuo sguardo altrove? Giusto il tempo ch’io possa riprendermi tra una botta di sfortuna e l’altra, eh? Sennò, poi, se mi fai crepare, contro chi lancerai i tuoi strali? Lo dico per te, sia chiaro...


*NDR: (per i non napoletani) “La signora ce l’ha buona la pressione” – il riferimento al seno procace è evidente -
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Dovevo recarmi in centro a sbrigare alcune commissioni. Abito in periferia, ma ho la fortuna di avere una stazione della circumvesuviana a 300 mt da casa, quindi, di solito, in pochi minuti arrivo alla stazione centrale di Napoli. Appena scesa da casa, coi minuti contati per acquistare il titolo...
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21/06/2018 17:20:53
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Il primo post

20 giugno 2018 ore 18:36 segnala
Eccoci qui, il primo post del primo blog della mia vita.
Non che non abbia mai avuto un diario in precedenza, ma non l’ho mai saputo “tenere”.
Ricordo che la maestra delle elementari ci “impose” questo piccolo esercizio di stile più o meno quando eravamo in quinta; ci chiese di raccontare cosa accadesse durante le vacanze natalizie con dovizia di particolari. Suppongo, col senno di poi, che fosse un tentativo di non caricarci di troppi compiti che avrebbero sottratto tempo al gioco ed alla spensieratezza, ma allora lo vidi come l’esatto opposto: un altro impegno, nemmeno troppo piacevole. Inutile dire che, per una volta, non fui tra coloro che ricevettero le sue lodi.
Il mio diario, vezzoso e con tanto di lucchetto, dono speciale di una amatissima zia per la mia recente Comunione, fu sprecato con un perfetto esempio di squallido bollettino di guerra, né più né meno di un diario di bordo sul quale figuravano, con impietosa nettezza, le mie giornate poco esaltanti.
Non ero una ragazzina “popolare”, anzi.
Cioè, immaginatevi questa creaturina dall’aria piuttosto esotica: carnagione olivastra, lunghissimi capelli da madonnina infilzata, magra come un chiodo e dai grandi, bellissimi, occhi ridotti a due fessure dalle più pesanti lenti per miopia che riusciate ad immaginare. Una cozza!
A questo aggiungete che ero “la più brava della classe” (pari merito col mio compagno Gianpaolo) e fatevi un’idea di quanto fossi gradita al resto della scolaresca.
Lo smacco del diario mal tenuto fu un’onta per i miei genitori, ma mi rese più umana agli occhi di coloro che si erano sempre sentiti inadeguati al mio cospetto. Se solo avessero immaginato quanto IO mi sentissi inadeguata, quanto desiderassi saper parlare il dialetto come loro, giocare come un maschiaccio senza il terrore di sbucciarmi le ginocchia e prendere anche il resto a casa, avere amici che non avessero una copertina rigida ed odore di colla per rilegare.
Oh, intendiamoci, avevo delle amichette, ovviamente, ma io ero sempre la seconda scelta, quella contro la quale coalizzarsi al minimo accenno di ribellione o di capacità di eccellere. Forse è per questo che sono diventata una che non tollera le ingiustizie, che difende i più deboli anche quando questo atteggiamento le si ritorce contro.
Ma sto divagando…torniamo al diario…
Dunque, dopo il tentativo - miseramente fallito - della maestra di farci diventare emuli di Anna Frank, sono venuti i diari delle medie zeppi di compiti e primi timidi tentativi di espressione (non troppo evidenti sennò l’amata genitrice avrebbe chiesto spiegazioni all’incauta figlia); poi, finalmente, quelli del primo anno di liceo (ginnasio per essere precisi, of course). E lì non c’erano solo compiti, oh no, lì una certa audacia cominciava a farsi spazio tra l’assegno di greco e matematica; invettive in greco o latino maccheronici su questo o quel professore, dichiarazioni d’amore (in)degne di Catullo, foto di cantanti pop (io duraniana sfegatata) e scarabocchi da noia.
E, tuttavia, nulla che facesse venir fuori un po’ d’anima. Lo spettro del diario di bordo era sempre lì.
Come si fa a mettere su carta qualcosa che temi possano leggere tutti? Oggi ci esponiamo al giudizio altrui in ogni modo possibile (e, spesso, in maniera anche troppo ostentata), allora avremmo voluto solo poter tirare fuori le paure, le ansie, i dolori, i turbamenti, la felicità, per poterli elaborare ed imparare a conviverci.
Ricordo di aver scritto una volta che avrei voluto essere morta (tipici pensieri allegri di una ragazzina dal cuore allenato alle delusioni, vittima di un complesso di Elettra tra i peggiori, e vissuta in una casa dove vige tutt’ora un certo obbligo di perfezione e disciplina) e di aver trovato la pagina incriminata strappata. Era stata mia madre che, arrogatasi il diritto di spiare nella mia vita, aveva interpretato la mia adolescenziale insofferenza come un affronto personale a lei e mio padre. Per lei non era lecito nemmeno pensare di non voler vivere, tanto da strappare una pagina del mio diario come se avesse voluto estirparmi quel senso di vuoto dal cuore stesso. Non ci parlammo per giorni, ma quella pagina violata mi convinse che non avrei mai più messo nero su bianco niente che potesse dare accesso al mio cuore, non in quella casa.
Quando a 22 anni sono andata a vivere da sola ho consumato non so quante “Smemoranda” (le adoravo), ma tutte sempre con l’incapacità di depositarvi qualcosa che fosse più lungo di quattro righe. Eppure so scrivere, lo faccio da una vita. Ogni mio tema in classe era fonte di soddisfazione per gli insegnanti e per me. Perfino mio padre accennava un sorriso alla vista dei miei elaborati elogiati da professori soddisfatti di quella ragazzina dotata di ironia pungente e spirito di osservazione.
Da qualche anno scrivo post (come tutti); non lo faccio spesso qui su Chatta perché non trovo sia il luogo adatto, affidando, invece, a meme e citazioni il mio umore del giorno sulla bacheca pubblica.
Una cara amica mi ha convinta a fare questo esperimento. Non è la prima a chiedermi di scrivere e, sebbene io sia rimasta la ragazzina che si sentiva inadeguata agli occhi di chiunque, ho deciso di gettarmi in questa impresa. Mal che vada avrò tediato qualcuno di voi per il tempo necessario a leggere questo papiro (posto che abbiate trovato la forza di arrivare fino in fondo).
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Eccoci qui, il primo post del primo blog della mia vita. Non che non abbia mai avuto un diario in precedenza, ma non l’ho mai saputo “tenere”. Ricordo che la maestra delle elementari ci “impose” questo piccolo esercizio di stile più o meno quando eravamo in quinta; ci chiese di raccontare cosa...
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