Breve storia di due universi paralleli_Capitolo primo

09 giugno 2018 ore 10:38 segnala


Lei è la, al di la del marciapiede. La vedo camminare leggera e spedita. La sua gonna stretta fa immaginare e vedere le sue forme invitanti. I lembi della sua giacca aperta lasciano intravedere, al gioco dei sussulti del suo incedere, succulenti brandelli di pelle nuda. Calza stivali che le danno quell'aria d’erotismo da marciapiede dal gusto proibito, che si consuma certe notti dove il liquore prende il posto del sangue e l’istinto indomabile domina la ragione.

Quella visione di ragazza dal passo veloce e dall’incedere provocante altera annullando il controllo sulla mia moralità di pensiero. E la immagino vestita di niente mentre mi si avvicina. Mi supera e guardandola decido di cambiare la mia direzione, non importa quello che avevo da fare, l’importante è lei. Perché lo sto facendo? Lei non rappresenta nulla per me, eppure vederla sorridere e scambiare occhiate con gli uomini che incontra sul suo cammino mi rende nervoso. Sono geloso, nuova e inaspettata situazione per me che sono per lei un vile e nascosto sconosciuto.

Molti uomini, vedendola passare si fermano e la indagano, scrutandola con attenzione, quasi come se le loro pupille fossero sottili aghi infilati con delirante passione tra i suoi seni illuminati dalla giacca semiaperta. La cosa strana è che lei sembra gradire quasi sottomessa, penetrata dalla luce del sole, soprattutto da quegli indomiti sguardi possessivi.

Io, anima vile, ancora una volta ne soffro. “Io non devo reagire”, continuo a ripetermi. Vorrei e potrei fermala per chiederle una qualsiasi tra le cose stupide che passano, allegre e vorticose, nella mia mente. Forse sono un codardo oppure ho soltanto paura del suo sguardo: io so che lei lo sa che la sto seguendo e osservando, e come me ce ne sono mille altri intorno a lei. Tutti la stiamo desiderando, nessun escluso, eccitati, spaventati e increduli, consapevoli che tutti siamo sottomessi come gregge, al suo volere poiché è solo lei che comanda. Come se predatori e prede si fossero scambiati i rispettivi ruoli.

Lei ormai è in nostro possesso, così legata ai nostri pensieri. Lei è sogno che devasta e noi le sue vittime sacrificali, piegate dal destino a guardarla divampare come fiamma nel buio. Chissà se lei ci desidera davvero, oppure vuole per lei solo i nostri sguardi. Lei è abbagliante luce per falene destinate alla morte. Noi siamo le sue prede.

Ora si è fermata, quel semaforo le ha imposto un brusco stop e posso vederla meglio. La sento vicina, lei ora è qui e posso percepirne il profumo di femminilità prorompente. Forse è solo la mia fantasia o forse è la sua luce che cattura. Oppure la mia follia che si manifesta all’improvviso.

Lei mi guarda e io rispondo al suo sguardo. Non un sorriso, non un cenno e nemmeno un saluto. Fruga nella borsetta e si accende una sigaretta in attesa che la strada si liberi. Ed io mi interrogo, paralizzato come sono, su quello che dovrei fare per non essere più preda ma il suo predatore. Lei riparte ed io la seguo, osservando con desiderio i suoi fianchi torniti e le sue mani che si muovono sinuose, mentre stringono distratte quella fortunata sigaretta che si impregna di lei dalle sue labbra.

Ora si ferma davanti a quella vetrina completamente vuota e si specchia. Lei e io, riflessi dalla vetrata che ci pone uno dietro l’altra. Lei mi osserva, separati come siamo dalle immagini riflesse come se fossimo molto più lontani. La vedo mentre si interroga sul mio silenzio, aspettando la mia prima mossa. Io non rispondo, non ho più voglia di fare la falena. Aspetterò io la sua prima mossa. Per un istante smetto di desiderarla e lei sembra impaurita, come se non si aspettasse quella mossa d’arrocco. Si passa due dita sulle labbra che poi inumidisce con un tocco furtivo della sua lingua.

Ora so che lei mi sta guardando perché vuole capire cosa stia pensando, provocandomi. Si morde le labbra con un movimento impercettibile mentre le sue mani aggiustano la gonna e raddrizzano i lembi della giacca, ormai stanchi di oscillare solitari e ormai rassegnati a lasciare intravedere porzioni sempre maggiori della sua pelle.

Si muove ancora e io la seguo su quell’infinito marciapiede, dove la gente incrociando il suo passaggio, si concentra sulle sue caviglie che oscillano su quel sottile tacco che toglie il respiro. Si gira e con il suo sorriso mi invita silenziosamente a seguirla dentro quel portone di legno antico.

Procedo dietro di lei sulla lunga scalinata di marmo che porta verso il terzo piano al quale, confesso malvolentieri, vorrei non arrivassimo mai. Guardarla dal basso verso l’altro mentre sale lentamente i gradini eccita la mia fantasia. Al centro del pianerottolo un ascensore cigolante nasconde i suoi ospiti che ci osservano mentre saliamo in fila indiana.

Davanti ad una porta lei infila la chiave ed entra senza che nulla faccia presagire a quello che succederà. Continuo a seguirla con un misto di stupore e curiosità, Appena varcata la soglia lei svanisce nel nulla e io richiudo la porta dietro di me senza un rumore. Non una parola, non un cenno mentre si sposta in un largo ambiente che sembra una cucina hi-tech e dal frigo toglie una bottiglia senza etichetta e dopo averne intinto le labbra, pronuncia la sua prima parola “bevi”. Io eseguo senza pormi alcun problema: lei è così bella che rifiutarmi sarebbe un oltraggio all’opportunità che lei mi stava offrendo. Bevo sapendo che il bere non è mai stato il mio forte. Bevo senza fermarmi perché so che da lì a poco i miei freni inibitori cadranno e non sarò più fermato da limiti fondati su morale o compromesso. Bevo perché forse quello che sto facendo è sbagliato e non dovrei essere li ma altrove. Bevo perché non so quello che mi succederà da lì a poc. Ho la consapevolezza di essere un pazzo votato al martirio, e sto li senza prudenza e senza alcuna percezione di pericolo a farmi compagnia.

Ora ho un corpo sul quale concentrarmi perché altro so di non potere avere, conscio del pericolo che sto correndo. Ma su quel corpo posso dedicare la mia improvvisa e mai nascosta volontà di desiderio, infiammato dall’alcol e da quel suo strano comportamento.

Sento di desiderarla e di volerlo fare senza limiti, libero e incredibilmente sveglio e vigile, come se quelle sorsate di alcol non avessero in me diminuito l’attenzione.

Cammino in quella immensa casa come se la conoscessi, ma lei si è resa introvabile. Entro in una ampia sala arredata in modo semplice con una libreria carica di volumi che appaiono preziosi e che forse nemmeno lo sono, con quell’enorme divano di pelle bianca, un tavolino di cristallo appoggiato a pochi centimetri dal pavimento e uno specchio antico con una cornice di legno che si specchia sulla poltrona stranamente troppo vicina.

Sento di desiderarla ora ma di volerlo fare in libertà e soprattutto senza il senza freno limitato dell’alcol. E ora che ho finito quella bottiglia vedo un altro me davanti a quello specchio. Chissà chi sono io ora, senza i miei freni inibitori che mi hanno protetto per tutta la vita. Ci sono io dentro quell’immagine annebbiata, ma mi vedo diverso da come sono sempre stato. Maledetto alcol e maledetta lei che mi guarda nascosta dietro la porta con quel sorriso che non lascia intravedere emozione, dallo strano sapore di pericolo.

Forse ho capito cosa vuole in questo attimo di piena lucidità, scatenata dall’adrenalina che deriva dalla incredibile situazione in cui mi sono infilato: lei forse ora vuole liberare se stessa liberando me. So che sembra complicato da capire ma la mia sensazione è che lei voglia provare a rendere la sua vita diversa cercando di cambiare la mia. Eppure non sto sognando, nonostante il liquore confuso nel mio sangue.

Questa è la realtà più reale che io abbia mai avuto. Lei è lì davanti a me, si sta spogliando davanti al divano. È abile nei movimenti e delicata come una gatta che si struscia facendo le fusa al suo padrone. Si avvicina allo specchio e si appoggia ad esso come l'amante al suo desiderio. Desiderio di essere presa, penetrata e percossa per sentirsi sottomessa, per appartenere e per possedere al tempo stesso. Lei è geniale e perversa con le sue movenze che sanno stimolare la mia fantasia amplificata dall’alcol.Lei sa come toccarsi e questo in me genera una stranasensazione, un misto di eccitazione e confusione, perché non so cosa ne sarà di me quando lei deciderà di annientarmi, perché lo so, lei mi annienterà. Ormai è solo questione di tempo. Ma niente mi farà rinunciare alla sua trappola mortale.

È eccitante vederla così nuda e vicina, quasi fosse pronta al contatto con le mie mani bramose di contatto con il suo corpo. Io la vedo e lei si sta possedendo. Posso sentirne l’odore che abbandona il suo corpo per avvolgermi con le sue spire. Vedo le sue gambe aprirsi al tocco delicato di quelle dita indagatrici mentre la sua testa si alza verso il soffitto. Quelle mani sulla gola mi procurano dolore, quasi fossi io a stringerla soffocandola per donarle piacere. I suoi seni si staccano dallo specchio lasciando l’indelebile marchio di forti aloni dovuti alla forte pressione esercitata.

La sento ansimare, lei si piace, lei si desidera ma lei si basta. Io sono solo uno sguardo tra i tanti che per la strada la violentavano con gli occhi. “Lei si piace, lei si vuole e si desidera” urlano i miei demoni mentre la guardo, sapendo di non poterla avere. Lei ha vinto la sua battaglia con quell’uomo che la guarda senza toccarla, un imbelle senza coraggio e senza voglia di sbagliare che tocca quel suo corpo che sembra irreale tanto è perfetto. Lei sapeva che io, anche senza i miei freni inibitori, non l’avrei toccata. Lei ha visto le mie paure, ha percosso con le sue mani la mia ingenua realtà di uomo che non possiede se non viene posseduto. Nemmeno l’alcol ha potuto tanto. Nemmeno l’alcol è riuscito a liberarmi. Come vorrei svegliarmi da quest’incubo, perduto come sono tra quel vorrei e quel non posso. Come vorrei regalarle ogni parte del mio corpo per vederla gemere di piacere e morire per avere perso quella sua partita, in cui la sua unica possibilità concessa era di dominare l’altro.

Mentre io penso al nulla che avanza, lei indietreggia si volta e mi osserva perplessa. Sento i suoi umori vicino a me e quei seni duri e pieni di desiderio mi oltrepassano e che sono lì per ignorarmi.


Ora è lì che mi osserva seduta su quella poltrona in fondo alla stanza. Io sento di essere il suo trofeo per oggi. Lei non ha raggiunto l’orgasmo e aspetta di concedersi il piacere finale sfruttando le mie incertezze, le mie paure più recondite. Mi sorride e apre le gambe lasciando intravedere il colore profondo del suo sesso aperto. Io so come reagire e chiudo gli occhi ma lei sa che io la sto immaginando con dita sinuose immerse dentro la sua carne. Si avvicina e mi impone di aprire gli occhi sfiorandomi con le sue dita che sanno di fragola, poi mi sfiora appena le labbra lasciandomi percepire il suo sapore, unica concessione per quell’uomo che la sta osservando ora. È una tortura e lei lo sa, quando spinge quelle unghie sulle mie spalle, lacerandomi la pelle con maestria. Non voglio guardarla, sarebbe la mia fine una volta raggiunto il suo piacere. E mi accorgo che quel mio rifiuto a guardarla diventa per lei tortura.

Mi prende il volto e mi costringe a guardarla mentre sento i suoi umori colare goccia a goccia tra le sue gambe, sfruttando la sola forza di gravità. Lei percepisce che la desidero e non posso nasconderlo, lei conosce i punti deboli di un uomo, anche quelli di un uomo debole come me. Sento il suo odore crescere vicino alle narici, poiché ormai si è messa sopra di me, costringendomi a percepire direttamente il colare copioso dei suoi umori sapor di fragola.

Mi abbandono, impossibile resistere, poiché lei domina anche la più irraggiungibile delle mie emozioni. Vorrei baciarla e lei lo sa, scostando le labbra mi rende ridicolo e mi fa capire chi comanda. E più io resisto e più lei si eccita. Più lei si perde e più io muoio non potendola toccare. Ma il suo permesso silente non arriverà mai. Ormai lo so.

Sento che è vicina al culmine e mi abbandono cosi da esserne travolto, libero come sono da ogni pensiero, stanco della mia inconsistente ribellione. Lei si è impossessata di me e io sono ormai il suo giocattolo della sera. Avevo provato a resistere ma non è valso a nulla, peggiorando la mia situazione di sottomesso. “La desidero, la sto desiderando e sono completamente suo”, mi ripeto come fossi un goffo pagliaccio che sembra indurre pena anziché risa.. La desidero e non la sto toccando, senza mai essermi posto il pensiero se lei volesse che la toccassi davvero. Forse avrei potuto ma non ho osato e non osando ho fallito, perdendo la mia dignità di uomo o forse, questa è la vera domanda da porsi, confermando la mia assenza di dignità.

Vorrei toccarla e lei lo percepisce dai miei occhi che la implorano di finirmi, perché ho perso ogni considerazione del mio essere uomo. “Il peccato non rende liberi ma schiavi”, continuo a tatuarmi nella mente, mentre cerco giustificazioni al mio insulso comportamento di uomo più vicino alle amebe che non ai primati. Ma le sue urla ed i suoi ansimanti gemiti mi rendono schiavo e perdente. Mi rendo conto che lei è a un passo dal piacere che si è procurata usando il mio sguardo, con la complicità di quelle sue dita, che non hanno mai posto fine a quel solitario piacere mai condiviso.

Ecco improvvisamente quell’urlo liberatore che osservo con curiosa emozione, sua unica vittima e rappresentante del me stesso che non partecipa al suo piacere. Mentre mi abbandono all’unico piacere concessomi che è quello dello sguardo, vedo un rivolo di sangue scendere dal suo fiore color di rosa bianca screziata di rosso, nell’istante in cui le sue unghie escono dalla lacerata carne del suo sesso.

Ora che tutto è compiuto, lei sembra guardarmi chiedendo se almeno per un istante in quel gioco dell’assurdo, liberata dal demone del possesso di cui era stata degna sacerdotessa, in cui io sono stato indegno arbitro e spettatore, io abbia mai provato qualcosa per lei.

Mai avrei potuto rispondere in quel silenzio che è durato dal primo incontro su quella via affollata, dentro gli sguardi della gente che l’avevano desiderata forse ancora più di quanto avessi potuto fare io. Così dopo avere indossato una simile parvenza di dignità ritrovata, mi avvicinai a lei e la baciai sulla guancia destra accarezzandole le labbra con il dorso della mano. Me ne andai senza dire una parola mentre copiose lacrime scendevano dal suo volto che ormai sapeva di sconfitta.
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« immagine » Lei è la, al di la del marciapiede. La vedo camminare leggera e spedita. La sua gonna stretta fa immaginare e vedere le sue forme invitanti. I lembi della sua giacca aperta lasciano intravedere, al gioco dei sussulti del suo incedere, succulenti brandelli di pelle nuda. Calza stivali...
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09/06/2018 10:38:32
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