Se sei femmina.

18 maggio 2017 ore 13:16 segnala
Siamo ripartiti con gli sproloqui, chiedo venia.
Anzi, no, non chiedo venia a nessuno, questa volta.
Sono nata femmina e mi piace esserlo, mi ci sento.
Anche se da bambina volevo fare giochi da maschi e detestavo il rosa, le gonne e i capelli lunghi.
Forse li detestavo perché sono nata femmina e si aspettavano tutti qualcosa.
Anche dai maschi ci si aspetta delle cose, ma oggi parliamo di cosa vuol dire essere femmine.
I miei genitori non mi hanno mai obbligata a “fare la femmina” e di questo sono estremamente grata.
Ma gli altri?
Cominciarono a fare domande quando ero ancora molto piccola.
Domande e velate accuse.
Perché non metti un bel vestitino, come Francesca?
Perché ti tagliano i capelli così corti? Sembri un maschietto!
Solo i maschiacci si picchiano a quel modo, comportati bene!
Quindi ti dicono che devi essere “femminile” e cosa sia femminile l’hanno stabilito loro, non ci sono possibilità di replica.
Non ti dicono che da grande sarai troppo femminile, sarai una zoccola o una che se la tira.
Se non lo sarai abbastanza sarai una sciattona.
Non ti dicono che non andrà mai bene, perché sei nata femmina, questo non te lo dicono, ma ci arriverai.
Gli adulti si comportano in modo strano, con te, ma anche i bambini, che scimmiottano gli adulti.
Finché sei piccola è ancora tutto più che sopportabile, spesso sono solo piccole cose e se sei testarda come me, la gonna non la indossi e metti i pantaloni della tuta, alle Barbie continui a rasare i capelli e ti fai regalare il microscopio per Natale.
Non c’è niente di male ad amare il rosa, ma se sei come me, se odi le imposizioni, odiare il rosa è un obbligo morale, almeno finché sei bambina.
Poi arriva l’adolescenza, le scuole medie.
Ahhh, essere femmina alle scuole medie, che gioia!
Ho un ricordo così dolce di quel periodo!
Non so cosa mi manchi di più, se le fiamme roventi dei 3° girone o le code acuminate dei piccoli diavoli di cui ero circondata!
La prima cosa che impari sulle femmine è che sei circondata da troie.
Quella più carina di te? Troia!
Quella che ha già baciato un ragazzo? Troia!
Quella che ne ha baciato addirittura più di uno?? Troissima!
Le lesbiche? Dei mostri, oltre che troie.
Io le medie le ho fatte in un paesino del Canavese, dove le femmine sono tutte troie e i froci tutti schifosi.
Tutti, punto.
Alle medie le femmine imparano che devono essere più carine, altrimenti i ragazzi non le guarderanno mai e farsi guardare dai ragazzi è fondamentale.
Ovviamente se iniziano a guardarti diventi una troia, ma non ti preoccupare, per te tutte sono troie tranne te, è una stanza da cui non si esce e non devi porti il problema.
Poi impari, se e quando diventi abbastanza carina da essere guardata (a me capitò), che se un ragazzo ti tocca il culo, è un complimento.
L’ho imparato alle medie eh, non al liceo.
Se un ragazzo fa commenti volgari su di te, scambiandosi opinioni ad alta voce con i suoi amici, è un complimento.
Iniziano ad insegnartelo ALLE MEDIE, che “desiderata” e “apprezzata” sono la stessa cosa.
Quindi, quando approdi alle superiori hai le idee abbastanza chiare: se piaci ai ragazzi sei troia, ma piacere ai ragazzi è lo scopo della vita.
Trovare il principe azzurro, la relazione, il fidanzato, è la vita.
Ovviamente se perdi la verginità sei troia, ma se nessuno ti guarda sei cessa.
Le donne devono decidere da che parte stare: o sei quella che la dà o sei quella che vorrebbe darla, ma non può.
Se credi di avere scelta, sbagli e te lo insegnano alle superiori.
Te lo insegnano i ragazzi con cui esci, che dicono a tutti cosa hanno fatto (o non fatto, ma che differenza fa?) con te e fanno un elenco dei tuoi pregi e ti riempiono di complimenti.
Ma abbiamo già parlato dei complimenti.
Te lo insegnano le tue amiche, che ti consigliano di darla o di non darla, come se fosse una questione sociale.
Io l’ho data quando ho ritenuto fosse un buon momento e mi ritengo fortunata, ma non tutte sono fortunate.
Essere femmina e adolescente non fa ridere, per niente.
Io ero una delle troie, ovviamente!
Essere femmina e adolescente significa che quando hai un ragazzo geloso, sei tu a sbagliare quando ti guardano, non sbagliano loro a guardarti.
O a fischiarti in mezzo alla strada, anche se hanno 20 anni più di te.
Perché se sei femmina ricordati una cosa: è sempre colpa tua.
Se nessuno ti vuole è colpa tua, che non sei abbastanza bella o seducente o intraprendente.
Se ti urlano oscenità in strada è colpa tua, ti sei messa in mostra (e non nascondersi è una colpa, tutti lo sanno).
Se ti molestano, ti sei sicuramente vestita troppo poco.
Se ti molestano quando sei vestita più che a sufficienza, che ci vuoi fare, son ragazzi!
Queste cose le impari alle superiori, ma ci sono cose che ho imparato dopo.
Volete sapere cosa ho imparato?
Sono cazzi miei, ma se vi interessa, eccoli qui.
Ho passato tutta la mia adolescenza e i primi anni dell’età adulta a costruire un’immagine di me.
Ho scelto da che parte stare quando ero molto piccola e ho scelto di essere quella che definirei “la paladina delle troie”.
Ho deciso di difendere il mio diritto ad essere emancipata e sessualmente libera, come gli uomini.
Per farlo ho costruito una maschera da femme fatale, ho creato attorno a me un’aura di sensualità, gridando in faccia al mondo, sfidandolo a dirmi che sbagliavo.
In un mondo diverso, potrei dire di aver esagerato, ma in questo mondo?
Questo mondo non mi ha dato altra scelta.
Perché se nascevi femmina 30 anni fa (e sono quasi 30, ormai, accidenti), non potevi stare nel mezzo ed essere presa sul serio.
Adesso c’è internet, ci sono i social, c’è un modo tutto nuovo di diffondere le idee, ma all’epoca no, non esisteva.
Non esistevano video di femministi e femministe, che ti facevano aprire gli occhi su quanto ancora c’è di marcio, nel modo in cui la nostra società guarda una donna.
Nel modo in cui LA GUARDA, non solo nel modo in cui la tratta, la tocca e la ferisce.
Esistevi tu, piccola donna con una mente sempre in moto e cercavi di districarti tra tutti i “dovresti” e i “non dovresti”, confusa, spaventata e anche parecchio incazzata.
Dovevi scegliere se fare la femmina o fare il maschiaccio, a costo di andare contro i tuoi gusti, a volte, in tutti e due i casi.
Dovevi scegliere se essere popolare e troia, o sfigata e frigida.
Dovevi scegliere se usare il tuo sesso o il sesso, come scudo, se adattarti allo stereotipo che ti voleva indifesa o fingerti forte anche quando non ti ci sentivi affatto.
Parlo al passato perché per me è passato, ma è ancora tutto qui, presente, vivo, schifosamente vivo.
Là fuori è ancora pericoloso, se sei nata femmina.
Se ti palpano ad una festa o ti fischiano per strada è ancora un complimento e se piangi sei ancora tu ad essere troppo sensibile o esagerata.
Se essere isolata perché piaci troppo ai ragazzi ti fa soffrire, hai solo da tenere le gambe chiuse.
Se sei nervosa è perché hai bisogno di una bella scopata!
Se hai bisogno di una bella scopata sei una troia, perché le vere donne hanno bisogno di sentimento, non di sesso!
E’ ancora un mondo che insegna alle donne come vestire e non agli uomini a non stuprare, questo.
E’ ancora un mondo in cui quando le donne convivono con gli uomini, se questi fanno lavori di casa stanno “aiutando con le faccende”.
Non lasciatevi ingannare da chi dice che il femminismo non serve a nulla.
Il femminismo, quello vero, combatte per la parità, non per la supremazia femminile.
E non credete a chi dice che il femminismo fa male alle donne, perché si relegano da sole ad esseri bisognosi di un aiuto speciale.
Ero una di quelle persone, perché essere femmina e accorgersi di quanto è sbagliato ADESSO (non prima, proprio ORA) il modo in cui vieni guardata, fa male.
Fa paura, fa incazzare abbestia, ve lo dico io!
Non lasciatevi fregare.
Siate critici, siate cinici, siate arrabbiati, anche se fa male e sarebbe più facile dire che ce l’abbiamo fatta.
Va meglio? Certo!
Ma c’è ancora tanto da fare, troppo per smettere.
Non ascoltate la voce dei “benaltristi”, perché per chi non è nato femmina (o gay, o immigrato, o povero, o malato, o…) i problemi sono sempre “ben altri”.
Son tutti femmine, con la vagina degli altri.


L’uso della parola “troia” con tanta frequenza è volontario, è la parola (insieme a tutti i suoi svariati sinonimi) che accompagna la vita di tutte le donne da sempre.
Ancora una volta, facciamoci delle domande.

P.s. Questo è uno spaccato personalissimo di una che è cresciuta negli anni ’90 qui, in Italia, nel Canavese, non sto parlando a nome dell’universo intero e non potevo trattare tutti gli aspetti della questione.
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Siamo ripartiti con gli sproloqui, chiedo venia. Anzi, no, non chiedo venia a nessuno, questa volta. Sono nata femmina e mi piace esserlo, mi ci sento. Anche se da bambina volevo fare giochi da maschi e detestavo il rosa, le gonne e i capelli lunghi. Forse li detestavo perché sono nata femmina e si...
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Monogamia, fedeltà e morale.

01 maggio 2017 ore 12:31 segnala
Monogamia, fedeltà e morale: monologo libero sul delirante andante.

Ho quasi 30 anni e sono single.
Mi spiego meglio: ho una relazione, ma non una di quelle riconosciute come tali.
Ci vediamo, facciamo cose insieme, non andiamo a letto con altra gente.
Stiamo insieme, insomma, ma non conviviamo, non abbiamo figli e non siamo sposati.
Insomma, sono nubile, dicevo.
Combatto gli stereotipi di genere da quando ho memoria, credo di aver cominciato all’asilo, picchiando forte quel bambino che non voleva giocassi con lui, perché sono femmina.
Io non volevo giocare con lui perché era idiota, ma un paio di calci glieli ho dati lo stesso.
Alle elementari scassavo la minchia perché non volevo indossare il rosa, non mi piacevano le Barbie e preferivo fare a botte.
Insomma, io da bambina se non picchiavo qualcuno non ero contenta, per questo ora sono pacifista.
Le medie sono state un gran buco nell’acqua, provavo ad adattarmi a tutto senza sentirmi adatta a niente.
Superiori passate a combattere contro il pregiudizio verso le donne sessualmente attive.
Ahhh, quella battaglia continua ancora oggi, non credo smetterà mai, almeno finché sarò in vita.
Le donne scopano, ma non possono dirlo.
Si masturbano, ma non possono dirlo.
Scelgono o scartano partner in base alle qualità amatorie, alla misura del membro, alla durata delle prestazioni, ma non possono dirlo.
Le cose stanno migliorando eh, non dico di no, ma l’insulto più gettonato è ancora “troia” e questo da molto a cui pensare.
Analizziamo per un attimo “troia” (e tutti i suoi sinonimi, sia mai che si sentano esclusi):
La troia è una donna che offre prestazioni sessuali in cambio di denaro, è un lavoro.
Lo faresti o no, questo non conta, è un mestiere.
Insulteresti mai qualcuno gridandogli “IDRAULICO!”?
Ecco.
Ah, ma è un insulto perché scopa tanto.
Allora è anche peggio e il peggio del peggio sono le donne che lo dicono ad altre donne.
Dobbiamo tutte fare un esercizio mentale: basta dare della zoccola ad un’altra donna.
Se ci risulta veramente insopportabile, sicuramente non è per la quantità di peni su cui si concentra giornalmente, perché, diciamocelo, non sono (letteralmente) cazzi nostri.
Sforziamoci di insultarla per la vera ragione che ce la rende antipatica, senza scadere nel “troismo”, che ci offende tutte, ma proprio TUTTE.
Ma io sto divagando!
Dicevo, sono una combattente, una caga minchia, una straccia palle.
E fin qui, credo l’abbiano capito tutti!
Ma se penso che ho quasi 30 anni e sono single, una pressione enorme inizia a schiacciarmi, da fuori a dentro, da dentro a fuori.
Quella strana forza dice che è tardi, tardissimo e io non sto facendo niente per rimediare.
Perché non ho un compagno?
Perché non ho figli??
Dove sta andando la mia vita???
Vivo da sola da anni, mi mantengo, ho un lavoro (per quanto precario), una macchina, un gatto, ho ottenuto grandi soddisfazioni personali... ma dov’è mio marito???
Ecco.
Se la sento io, questa pressione, immagino che chi sia un po’ più “negli schemi” abbia sulle spalle uno zaino pieno di macigni da una tonnellata.
Anzi, forse ha anche le cavigliere, le polsiere, le salsiere (eh?!).
Tralasciamo il discorso dei figli, per ora, ci torniamo dopo (forse, perché non so dove sto andando, ma voi seguitemi).
Le relazioni sentimentali tradizionali non funzionano.
Ve ne siete accorti?
Ok, lo so, lo so, sicuramente la vostra funziona e io non lo capisco perché ho quasi 30 anni e sono single e la volpe non arriva all’uva e tanto si mangia una lepre perché è una fottuta volpe, ok, ok!
Ma torniamo con i piedi su questa terra, per un secondo.
Concentratevi sulle relazioni altrui, se la vostra funziona (o se dovete fare finta che funzioni, non ve ne faccio una colpa).
Nonostante l’inevitabile avanzamento in direzione del buon senso, qui ancora ci si sposa relativamente giovani.
Ma bastava dire “ancora ci si sposa”, in verità.
Costruiamo ancora la nostra idea di relazione sullo schema “uomo-donna” (o uomo-uomo, o donna-donna, o gatto-pesce, quel che vi pare) per tutta la vita.
Il “vissero felici e contenti” dei poveri, quello in cui ci si innamora (forse), si decide che quella persona lì va bene e si decide che deve andare bene per sempre.
Siamo OSSESSIONATI dal “per tutta la vita”, come se fosse scritto nel nostro fottuto DNA.
Ma non c’è scritto, ve lo assicuro, l’ho letto tutto (non è vero, ma fidatevi, non c’è).
Siamo stati convinti che debba durare per sempre, costi quel che costi e se non lo fa siamo dei falliti.
Dei perdenti totali.
Ora, prendiamoci un momento per riflettere sull’insensatezza di tutta questa pantomima.
L’innamoramento, la fase delle farfalle dello stomaco, degli occhi luccicanti, dei brividi lungo la schiena, del desiderio incontrollabile, del tempo che sembra volare, FINISCE.
Si, lo so, non per voi, la vostra coppia è inossidabile come l’acciaio dei Miracle Blade ecc ecc.
Se quando finisce accanto abbiamo una persona con cui c’è equilibrio, forse ce la si fa.
Ce la si fa se nessuno dei due è interessato alla passione carnale, che irrimediabilmente svanisce (almeno a fasi alterne), o se si è abbastanza in accordo da risolvere la carenza con un po’ di buon senso.
Altrimenti arrivano le corna.
A volte un paio di cornini appena visibili sotto il cuoio capelluto, a volte palchi da alci norvegesi, ma sempre corna sono.
Potete agghindarle, limarle, nasconderle, dipingerle, decorarle a Natale per fare invidia ai vicini, ma eccole.
Tu magari non tradisci, perché sei una persona dai principi troppo saldi, ma soffri come un cane per quelle corna che non riesci a dare.
Ora parlo per le donne, altrimenti gli uomini insorgono “non siamo tutti porci, bla bla bla oink oink oink!”.
Le donne hanno voglia di scopare.
Meno dell’uomo? Dipende dalla donna, abbiamo un funzionamento differente, ma in linea di massima no.
Abbiamo voglia di scopare e basta, in quanto esseri umani.
Uno degli svantaggi di essere vagina-munite è che ti inculcano da subito l’idea che la donna tradisce per amore e non per sesso, quindi è più grave.
E’ più grave, si, perché la donna che vuole scopare si sente costretta a farlo per amore e quindi si auto convince di amare il pene che ha scelto e passa da una relazione all’altra.
Voilà, bel lavoro!
Sto di nuovo divagando.
Ci sentiamo costretti a farla andare e ci sentiamo costretti a farla andare contro natura.
La nostra mente dice “Voglio continuare a stare con lui/lei”, il nostro corpo dice “Potrei semplicemente fare sesso con qualcun altro, quando ne sento il bisogno”, la società dice “E tu quel bisogno te lo tieni!”.
E noi cosa facciamo?
Ma la cosa più logica, ovviamente!
Ci teniamo il nostro partner, senza dirgli assolutamente niente, mentre scopiamo con qualcun altro e intanto soffriamo come bestie perché sappiamo di sbagliare!
Ha perfettamente senso.
E facciamo così anche quando il problema va ben oltre il sesso, ma dilaga in tutti gli altri ambiti della relazione.
Non c’è più dialogo? Dobbiamo farla andare, parliamo con qualcun altro.
Si litiga continuamente? Dobbiamo farla andare, raccontiamolo a qualcun altro, sfoghiamoci.
Odiamo la persona che ci dorme accanto ogni notte? Dobbiamo farla andare, diciamoglielo, ma rimaniamo.
Ci hanno talmente terrorizzato con questa favola del non rimanere soli, che non sappiamo nemmeno come realmente sia.
Ho quasi 30 anni e sono single, ve lo dico io com’è: dipende.
A volte ho dei bisogni che includono un altro essere umano (e non parlo necessariamente del sesso), ma per la maggior parte dei bisogni basto io.
Non esiste il mostro sotto il letto, “DaSoli” non vi ucciderà nel sonno.
“ConUnaPersonaCheDetesti” invece uccide.
Non deve durare per forza.
Non esiste una linea di confine che se attraversata renda impossibile tornare indietro.
Non esiste uno scatto temporale che ti obblighi a “tenere duro” per il resto della vita.
E’ da quando sono nata che sento quella puttanata che “i nostri nonni sono rimasti insieme tutta la vita perché una volta le cose rotte si riparavano, ora si buttano”.
BALLE.
I nostri nonni/genitori (non i miei, entrambi separati) sono rimasti insieme perché erano TERRORIZZATI.
Se io, che sono nata nel 1988 e sono stata cresciuta da una femminista, sento la pressione della società, figuriamoci quale fosse la pressione nel 1940 o 50 o 60!
Prendiamo ad esempio persone cresciute in un barattolo di vetro riempito di cattolicesimo, pregiudizi, xenofobia e oppressione?
Bell’affare, bell’affare davvero.
Non intendo ammirare una generazione che picchiava a sangue froci e mogli, che ci considerava incubatrici con le gambe e per cui tutto era o bianco o nero.
No grazie, per me basta, sono piena.
Ora devo parlare dei figli, l’avevo detto e lo faccio.
Quando una relazione fa schifo e ci sono i figli.
Complicato.
Io di figli non ne ho, l’ho detto, quindi parlo con la naturalezza di chi vede tutto dall’esterno e spara a zero.
Questo nostro modo di vivere le relazioni, cercando di farle andare con meccanismi arcaici per poi soffrirne, fa male ai bambini.
Un bambino cresce meglio se ha sia la mamma che il papà?
Forse, probabilmente.
Se i suoi genitori si amano, si rispettano, si trattano civilmente e insegnano cosa siano tutte queste cose con l’esempio, allora è bello, meraviglioso.
Non sempre facile, non sempre perfetto, ma suona comunque come una dolce musica e non come un concerto di motoseghe.
Se, come in tantissimi casi, i figli vengono cresciuti immersi in questa cultura di “insieme a tutti i costi”, assistendo alla testardaggine insensata, ai litigi, alle recriminazioni, ai ricatti, ai tradimenti… beh, che ve lo dico a fare?
Ci hanno insegnato un sacco di cose, su cosa sia meglio per i bambini.
I miei genitori sono stati insieme per i miei primi 20 anni di vita e si sono fatti tanto male.
No, certo, non tutte le famiglie sono come la mia, lo so.
Ma se state insieme senza amore (e non parlo dell’innamoramento, ma dell’equilibrio) i vostri figli lo sapranno.
I bambini, come gli animali, hanno tutti i sensi accesi, soprattutto il sesto.
Lo sapranno e impareranno, di nuovo, ancora e ancora e ancora, che vige la legge del “deve continuare”.
A tutti i costi.
Non è questo che vorrei imparassero i miei figli.
Vorrei imparassero ad amarsi, al punto da rimanere soli, se necessario.
Vorrei che imparassero ad amarsi al punto da saper riconoscere l’amore, un giorno.
Vorrei che, se un giorno arrivassero ad avere quasi 30 ed essere single, non si sentissero pressati, spinti, schiacciati dal fallimento.
Sono gelosa e questo mi rende contraddittoria, ma mi hanno insegnato che chi mi ama deve essere MIO.
Come un maglione, come una spazzola, come una casa.
Mio, nessuno lo deve toccare, mai, nemmeno per sbaglio.
Razionalmente SO che non c’entra niente con l’amore.
C’entra tutto con la società che mi ha cresciuta.
Sono stata cresciuta da una società che mi voleva ancora “moglie e mamma”, ma o questo o niente altro.
Non lasciatevi convincere, non è la natura ad aver inventato il “per sempre”.
Solo i pinguini, i cigni e le cocorite stanno insieme tutta la vita.
Noi non siamo uccelli, anche se molti sono teste di papero.
Aprite la vostra mente all’idea che le cose possano finire senza che nessuno sia colpevole.
Io ci sto provando.

Grazie per l’attenzione a quei 2 esseri umani che sono arrivati fino a qui.
A tutti gli altri, croste di formaggio muffite (tanto non stanno leggendo, potrei dire qualunque cosa!).
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Monogamia, fedeltà e morale: monologo libero sul delirante andante. Ho quasi 30 anni e sono single. Mi spiego meglio: ho una relazione, ma non una di quelle riconosciute come tali. Ci vediamo, facciamo cose insieme, non andiamo a letto con altra gente. Stiamo insieme, insomma, ma non conviviamo,...
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La fiducia.

10 gennaio 2017 ore 15:27 segnala
La fiducia, che roba strana, una delle rare cose che invecchiando si disimpara.
Un giorno sei lì, tranquilla, convinta di saper distinguere il bene dal male, i buoni dai cattivi, i salici dai pini, sicura che nessuno riuscirà mai ad ingannarti... e il giorno dopo è svanita.
Succede a tutti, se non vi è successo, non siete ancora cresciuti e un po’ vi invidio.
Quella cara amica che smette di farsi sentire appena si fidanza, quell’adorato fidanzato che si innamora dell’amica che smette di farsi sentire appena si fidanza con il tuo fidanzato che poi tanto tuo non era e venne il gatto che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò.
Insomma , quelle cose lì.
I dubbi sulla fiducia iniziano con tua madre, che, accompagnata da gesti rassicuranti, pronuncia la fatidica frase “Vieni dai, non ti faccio niente”.
Alla prima scarica di mazzate le fondamenta della fiducia iniziano a tremare, ma siamo ancora freschi di cartoni Disney e il mondo pare ancora un gran bel posto dove credere a tutto quello che ci viene detto.
Si passa sopra anche alla spina tolta dal dito (“Non ti faccio nulla, guardo soltanto”), alle punture (“Non sentirai niente”), ai giocattoli mancati (“Se vieni promosso te lo compro”) e persino agli amichetti del parco (“Saremo amici per sempre!”).
Si cerca di resistere al primo amore, che irrimediabilmente sfuma nella prima tragedia greca, accompagnato da pianti isterici, scritte sui muri, pagine di diario bruciate, giuramenti che mai e poi mai si amerà mai più nossignore io no mica sono scema!
Ci si fida, nonostante tutto, perché esistono ancora sogni ad occhi aperti, ormoni impazziti nella notte, mani che si cercano e sorrisi lanciati senza criterio.
Poi, un giorno, la fiducia muore.
Può succedere all’improvviso, come quando non hai contato l’ultimo scalino e ti trovi con il muso a terra, oppure poco per volta, come la polvere che si accumula sui mobili, ma non abbiamo voglia di pulire.
Siamo tutti molto indulgenti con noi stessi, quando facciamo male ad altri, ma arriva il giorno in cui qualcuno ci pesta la coda troppo forte, ci rivoltiamo senza pensare, mordiamo e poi ci acquattiamo in un angolo a guaire.
La fiducia, che strana cosa.
Più è grande e più è leggera, invisibile e impalpabile.
Più è piccola e più ci appesantisce l’anima.
Più è forte, più soffre quando muore.
Quando qualcuno ci fa del male, promettendoci protezione e regalandoci una delusione, a pagarne il prezzo è lo sconsiderato successivo, che ignaro si avventura in un territorio che crede pianeggiante, invece nasconde crepacci, crateri e trappole di ogni tipo.
Anche se il cartello all’ingresso diceva “Attenzione! Non entrare! Morte certa!”, qualcuno che ci prova arriva e, il più delle volte, semplicemente, crepa.
Non è mica semplice affrontare un paesaggio privato della fiducia, dove ogni domanda nasconde insicurezza, ogni affermazione paura ed ogni silenzio paranoia.
Tu, povero pazzo, trovi la porta aperta, ma è un labirinto di contraddizioni, quello in cui vuoi entrare!
Nessuno ti obbliga ad arrivare dall’altra parte, ma se scegli di proseguire, probabilmente farà male.
Anche a te, che sei il labirinto e non l’esploratore, farà un male cane.
Eppure, tra le miriadi di cose che puoi cercare di ricostruire, la fiducia rotta da altri è una delle più difficili, pericolose e fragili … ed è, forse, una delle più meravigliose.
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La fiducia, che roba strana, una delle rare cose che invecchiando si disimpara. Un giorno sei lì, tranquilla, convinta di saper distinguere il bene dal male, i buoni dai cattivi, i salici dai pini, sicura che nessuno riuscirà mai ad ingannarti... e il giorno dopo è svanita. Succede a tutti, se non...
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Orale.

12 settembre 2015 ore 10:41 segnala
Siamo tutti adulti e vaccinati, no? (In effetti sono in ritardo con il richiamo dell'antitetanica, ora che ci penso...)
Dunque, ogni tanto si può anche parlare di sesso.
E visto che si parla, direi che è orale.
Si, perché ogni tanto viene da fare riflessioni anche su cosa si è soliti introdurre in bocca, ma non parlo della pizza.
Mmmm, buona la pizza... ok, scusate, al mattino ho sempre fame.
Dicevo, sesso orale.
Mi sento in dovere di spezzare una lancia in favore di quei poveracci che hanno una compagna non avvezza all'arte della fellatio, perché sono vittime ed è giusto trattare il loro dolore con rispetto e considerazione.
Ragazze, ma stiamo scherzando?!
Se avete 16 anni ci sta, ancora dovete prendere dimestichezza con alcune cose, entrare in alcune ottiche, ma se siete donne adulte, non avete alcuna scusa!
Possono esserci dei motivi, però.
Omini, siete sicuri che il vostro membro non puzzi di fogna, o che non sia ricoperto di muschi e licheni?
In tal caso, donne, parlate e indicate al vostro masculo quella splendida invenzione, meglio nota come "bidet".
Un altro motivo è che, forse, è lo stesso partner che vi siete scelte a 15 anni, quando eravate fresche e spensierate, quello che vi giace nel letto.
Le abitudini creano pregiudizi, se non avevi voglia di assaggiarlo all'inizio, rischierai di trascinare la tua "non voglia" fino alla fine.
Alcune donne lo fanno, ma poco, solo ogni tanto, solo se insiste, solo se scassa talmente le papere da diventare una petulante cantilena, solo se balla nudo in giro per casa facendo l'elicottero e dilungandosi in suppliche pietose.
Alla domanda "Perché non ti piace?" la risposta più frequente è "Mi fa sentire sottomessa, lo trovo irrispettoso!".
SOTTOMESSA?!
E' evidente che queste donne non hanno la minima idea di che cosa stringano tra le mani (o in bocca, ma solo ogni tanto, solo se insiste, solo se ecc ecc).
Signore, quella è una bacchetta magica, ma non soggioga voi, soggioga LUI.
Se sapete come maneggiare la suddetta bacchetta, potrete ipnotizzare il vostro prode cavaliere e convincerlo a fare quasi qualsiasi cosa.
Avete presente quella parete del soggiorno, che da mesi aspetta di essere riverniciata?
Voi siete ancora lì sotto e lui sta cercando di aprire il secchio della pittura con i denti, pur di non farvi smettere.
E poi, parliamoci chiaro, se nel sesso con il vostro compagno non vi da massima soddisfazione l'altrui soddisfazione, dovete rivedere il concetto di piacere alla base.
Il sesso è scambio, è condivisione, se c'è amore (ma anche se non c'è, perché ci vuole un pizzico d'orgoglio in ogni cosa) dare piacere è più soddisfacente di una vasca di tiramisù (l'ho già detto che la mattina ho fame?).
Attenzione, però, vale lo stesso per i maschietti: se sento che un uomo non lecca, quell'uomo deve andare a non-leccare da un'altra parte.
Vale di nuovo quanto detto prima, se la fanciulla non ha le idee chiare sulla differenza tra un po' di pelo e un cespuglio, o tra un bidet e la seggiola della cucina, sarà bene o sostituirla o istruirla.
Dopodiché, non esistono scuse.
Soprattutto se desiderate che ella si dedichi al vostro regal bastone, NON POTETE esimervi dal lucidare la regal coroncina (non me n'è venuta una migliore, chiedo venia).
Far venire un uomo è relativamente facile, farlo impazzire sul serio da estrema soddisfazione...e la donna?
Far venire una donna spesso non è affatto facile, farla impazzire è un lusso.
Un privilegio, signori.
Che siate femmine o maschi, le parti del corpo umano non dovrebbero spaventarvi.
E se c'è amore, signori e signore, la voglia di amarsi dovrebbe superare qualsiasi barriera mentale, perché baciare teneramente un orecchio (che a volte ha quell'inebriante retrogusto di cerume) non dovrebbe essere meno disgustoso che baciare un prepuzio (se sa di cerume, qualcosa non va).
Scusate per questo sfogo mattutino, mi è venuto in mente mangiando uno yogurt con la crusca.
Ciao.
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Siamo tutti adulti e vaccinati, no? (In effetti sono in ritardo con il richiamo dell'antitetanica, ora che ci penso...) Dunque, ogni tanto si può anche parlare di sesso. E visto che si parla, direi che è orale. Si, perché ogni tanto viene da fare riflessioni anche su cosa si è soliti introdurre in...
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Per Sempre

11 settembre 2015 ore 11:32 segnala
Ci sono molte cose che perdi, crescendo, invecchiando.
Giocattoli, libri, pezzi di puzzle, calzini, vecchie riviste che avevi conservato.
Una delle cose più belle, però, è il Per Sempre.
Il dramma inizia quando perdi il Vivrò Per Sempre, la prima volta che il tuo pesce rosso va nel paradiso di tutti i pesci rossi (una boccia più grande, presumo) e si evolve nella perdita dell’Amerò Per Sempre, quando il tuo primo grande amore si estingue, flebile fiamma che pareva incendio (doloso).
Eppure la perdita più dolorosa, almeno per me, è quando muore l’Amici Per Sempre.
Ci sono stati momenti in cui ho dubitato del bene, del male, dell’amore, persino della vita, ma quando ho avuto amici, erano Per Sempre, nel mio scenario.
Inizi dall’asilo, questo buffo teatrino, fatto di confidenze, prestiti, scambi, regali, tanti tantissimi regali.
Regali tempo, spazio, giocattoli, merende, sorrisi, pianti, persino qualche cazzotto.
Ed in te fiorisce subito, senza alcuno sforzo, il Per Sempre più dolce.
Crescendo, elementari, poi medie e superiori, persino università, a volte anche in ufficio, anche quando le amicizie si sostituiscono le une alle altre, ognuna di loro diventa Per Sempre.
Sembra Per Sempre, ma ti accorgerai che è Per Ora.
Ora che avete qualcosa in comune, ora che vi trovate per caso a trascorrere tempo insieme, ora che avete molto di cui parlare o molte cose da fare.
E domani non più.
Alcuni Domani ci mettono molto ad arrivare.
Per il Domani che ora mi spezza il cuore, ci sono voluti quasi 20 anni.
20 anni, signori, non certo una vita, ma neppure un sospiro.
E’ stato il mio Per Sempre più grande e più puro, nato in un pomeriggio d’estate, tra l’erba ed i giocattoli, che facevano capolino tra i fili, come relitti abbandonati dopo la battaglia.
Quella bambina bionda, con occhi castani grandi come il mondo, un sorriso imperfetto e meraviglioso, che mi chiede se lei e il fratellino, incollato, sempre appresso, possono giocare.
20 anni iniziati così, tra pallonate, ginocchia sbucciate, tuffi in piscina, case di immondizia che parevano castelli e noccioli di ciliegia come proiettili.
Quella bambina bionda che diventa un’adolescente inquieta ed io con lei, vedendosi poco, ma ogni volta come fosse passato un battito di ciglia, a parlare di qualsiasi cosa.
Un Per Sempre alimentato da un amore sconfinato, che non ci siamo mai taciute, ma neppure urlate.
La bambina bionda che diventa donna, va all’università, frequenta gente diversa, fa nuove esperienze, ed io ancora lì, ad ascoltarle, a farle mie, godendo dei suoi racconti e raccontando i miei.
Poi, un giorno, è arrivato Lui.
Il primo vero Lui di Lei, che calamita la sua attenzione con il solo esistere, limitandosi a respirare.
Ed il Per Sempre muore.
Il filo, che pareva fatto d’indistruttibile certezza, si assottiglia fino a scomparire.
Mi ritrovo con un’estremità stretta tra le mani, ma nessuno a tirare l’altro capo.
Come?
Nessuno è insostituibile.
Io so che molti di voi credono in una verità diversa, vogliono crederci e non intendo rovinare la festa a nessuno.
Ma i fili si spezzano, anche quando stanno resistendo ad ogni impetuoso vento da quasi 20 anni.
Esistono persone che trovano nell’amore, nell’avere un compagno, nell’essere fidanzati e convivere, tutto ciò di cui hanno bisogno.
O almeno abbastanza da abbandonare un certo filo.
Un filo che ha rappresentato, credo, la loro forza e il loro punto fermo.
In questa nostra storia, nata nell’erba e morta nell’assenza di messaggi, nell’assenza di contatto, nello scoprire che convivi dopo mesi di silenzio, nel non sapere nulla di ciò che fai, pur avendo cercato disperatamente di non distruggere quel ponte, non c’è stato nulla fuori posto, dopotutto.
Ma eri il mio Per Sempre più importante, l’unica che non è mai stata sostituita, che non è mai stata criticata (MAI), di cui non ho mai parlato male ad altri, che ho sempre voluto proteggere e rendere felice.
Ed ora che questo Per Sempre è finito (già da tempo, ma fa male, dannatamente male ammetterlo), con esso è perduto il mio Amici Per Sempre.
La cosa più bella e più dolce che si possa smarrire, Amica Mia.
Sappiate, però, che dove non esiste il Per Sempre, non può esistere neppure il Mai Più.
Io sono qui ed il mio cuore è ancora aperto, per quando tornerai, anche solo a dirmi Ciao, anche se non hai più bisogno di me.
L’amore, quel genere di amore, per me, è ancora Per Sempre.
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Ci sono molte cose che perdi, crescendo, invecchiando. Giocattoli, libri, pezzi di puzzle, calzini, vecchie riviste che avevi conservato. Una delle cose più belle, però, è il Per Sempre. Il dramma inizia quando perdi il Vivrò Per Sempre, la prima volta che il tuo pesce rosso va nel paradiso di...
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L'uscita infinita.

13 agosto 2015 ore 14:17 segnala
“Quando arrivi a casa che fai, scrivi una recensione?”
Ehi… mica male come idea!
Premessa: le parti in causa non verranno identificate con il loro nome e possibilmente non leggeranno questa sequela di parole messe le une accanto alle altre, quindi non preoccupatevi per la mia apparente insensibilità (essa c’è, ma la tengo a bada con il mio lato umano, sempre più agonizzante).
Recensione de “L’uscita infinita”, presto nei migliori dimenticatoi:
L’altro giorno ho incontrato una mia ex collega, che per comodità chiameremo CrisiDiMezzaEtà, che non vedevo da tempo.
Ha superato da poco i 40 e nel giro di due anni ha lasciato il marito, perso 20kg, tinto la sua (ex) splendida chioma riccia e castana di un bellissimo e finissimo biondo ossigenato, doverosamente liscio come i capelli delle Barbie (e altrettanto squisitamente genuino), assunto l’atteggiamento di una ventenne sulla cresta dell’onda e riempito il guardaroba di roba firmata (ma non dai cinesi, che è contraria).
Mi propone una seratina di svago tra sole donne al Marinella (il mio cuore faceva già i salti di gioia, lo ammetto), che poi si è trasformata in un’uscita in gelateria (sia ringraziato il cielo, ho pensato) perché il suo pargolo (di circa 10 anni) era sprovvisto di baby sitter.
Poco male, davvero, non sono tipa da Marinella con le quarantenni (né con qualsiasi fascia d’età), quindi vada per un buon gelato.
Offre lei, anche meglio (il che mi fa suonare molto più tirchia del necessario).
Seduti, io, lei e il suo adorabile bambino (questo almeno non è sarcastico, lui è un amore) iniziamo a chiacchierare pigramente, quando, da non so quale remoto recesso, sbuca un tizio, che per comodità chiameremo Banderas (ci somiglia vagamente, si), con appresso una ragazzina di 16 anni dall’aria un po’ spaesata (la figlia, ho poi capito)
Dal “Ciao” iniziale a “SieditiConNoiDaiPrendeteUnaSediaOrdinoDaBere” sono passati qualcosa come 3 nanosecondi.
Emmezzo.
Ho avuto subito il sentore che qualcosa di tremendamente premeditato ci fosse in tutto questo, ma ho voluto salvare la mia innocenza e seguire la voce dell’ingenuità.
Seguono minuti di noia piuttosto marcata.
Noia.
Noia.
Noia.
Discorsi a cui non posso partecipare quindi noia.
Noia.
Noia.
Stavo quasi iniziando a sorridere (dopo un bicchiere di sostanza alcolica, va detto) quando arriva LUI.
Lui, il grande eroe della serata, il “fidanzato” (le virgolette non mi sono scappate dalla tastiera) di CrisiDiMezzaEtà.
Che nome possiamo dare a questo personaggio, visto che CrisiDiMezzaEtà è già preso?
Mi verrebbero tanti appellativi dolci e amorevoli, ma TestaDiMerda può andare.
Beh, il signor TestaDiMerda giunge a noi in moto, già preventivamente riempito di birra e quindi piuttosto traballante e si aggiunge alla comitiva per quelli che lui ha misericordiosamente definito “5 minuti e poi vado”.
Sono sembrati 5 giorni in una grotta senza cibo né acqua.
Creatura dalla straordinaria eloquenza, si riconosce per l’atteggiamento da ragazzino appena uscito dalle scuole medie, con annessa la spacconeria di chi sa di essere la creatura più sexy dell’universo.
Chi gliel’ha detto, poi?
Se lo dice a sufficienza da solo, con la sua posa da macho inguaribile, gambe divaricate, sguardo indagatore (degno di un pollo che osserva con fierezza l’aia del contadino), parole mitragliate a raffica.
Qualcuno ha visto CrisiDiMezzaEtà?
Lui a malapena, anche se è arrivato cavalcando non la sua moto, ma quella di lei.
Si presume stiano insieme, ma lui sta già troppo con se stesso e ha le idee molto confuse sulle relazioni sentimentali.
Infatti si gira verso di me, mi squadra con arguzia (lui ci crede davvero) e inizia a farmi una specie di sondaggio, pareva un questionario dell’Abacus (che io non sapevo neppure esistesse, l’hanno nominato loro).
Quanti anni hai, dove vivi, che lavoro fai, di che segno sei, che macchina guidi, cosa significa quel tatuaggio, ma tu a letto sei maiala?
Ecco, quest’ultima domanda, tra le altre, mi è parsa abbastanza inopportuna, anche se non so esattamente perché.
Ricordo al pubblico che la sua presunta fidanzata, la povera CrisiDiMezzaEtà, giace dimenticata dall’altra parte del tavolo, a 10 cm scarsi da lui ed ha l’udito perfettamente funzionante.
Personalmente, piuttosto che accompagnarmi ad un uomo così fine ed elegante, preferirei limonare duro con un istrice morto da due giorni, ma lei deve avere quel non so ché, quel briciolo di dignità in meno che trasforma una donna in tappeto, perché si è limitata a diventare nera come la pece (ho temuto le si tingessero anche i capelli) e incrociare le braccia.
Dal canto mio, io un ragazzo ce l’ho (non so se è proprio il mio ragazzo, ma ce l’ho più di lei) e visto che non me ne vergogno l’ho fatto presente a TestaDiMerda.
La reazione del soggetto non è interessante quanto quella di Banderas, il cui sguardo ha guizzato con tale velocità tra me, il tizio e la tizia, che quasi gli si staccavano gli occhi.
La mia comprensione del quadro generale ha iniziato a farsi più chiara.
Precisando che il fidanzato (ho tolto le virgolette per rispetto, ma ci sono ancora) della mia “amica” (ecco, visto, le virgolette!) non ha assolutamente colto il mio velato rifiuto (“Testa di cazzo” e “minchione” rientrano ancora nel velato, vero?), mi sono ritrovata a pensare che sarebbe stato meglio fare una corsetta in autostrada senza catarifrangenti, piuttosto che assistere a quello spettacolo.
Colorado fa ridere a confronto.
Ah già, mi dimentico che la gente guardandolo ride davvero, chiedo venia.
C’è voluto lui, il grande eroe, a sottolineare l’ovvio, quando, a metà di un battibecco con CrisiDiMezzaEtà (che ha miracolosamente ritrovato la voce, ma senza guadagnare granché) ha indicato il suo amico e ha detto “Ma si, tu hai scritto a Banderas per farlo venire qui così gli presentavi lei e volevi che io venissi qui per non fare il palo” (non dimentichiamoci che di pali ce n’erano ben 3, perché durante tutto questo percorso verbale il piccolo e la ragazzina mica li avevamo spediti in Cambogia).
Giro di borbottii generali e poi si cerca di salvare le apparenze con un “Ma no, passava di qui per caso!” e profondi gesti di assenso (avete presente quei cani con il collo a molla e la testa che ciondola? Ecco).
In pratica la signora CrisiDiMezzaEtà, dopo avermi vista, ha indossato splendide aluccie da Cupido e, senza chiedere nulla sulla mia vita relazionale, ha scelto Banderas come mio prossimo marito.
Per carità del cielo, meglio vivere con lui e Rosita nello splendido mulino e impastare biscotti tutto il giorno, che essere fidanzata con TestaDiMerda anche solo per una terribile mezzora.
Eppure, così, per dire, avrei preferito essere informata (o infornata? A parlare di biscotti mi è venuta fame).
Facendo invece una considerazione piuttosto seria, mi auguro di non arrivare mai al punto di non riconoscere una situazione satura, quando ci sono dentro.
Avere un compagno che ti umilia pubblicamente, marpioneggiando con una ragazza molto più giovane in tua presenza e, nel momento in cui arriva la prima protesta, solleva il medio (il medio, badate bene) e dice “Vedi un anello? No, e allora non sto tradendo nessuno”, penso sia già abbastanza avvilente per il genere femminile.
La cosa grave, ai miei occhi, è che questo sia avvenuto di fronte a suo figlio, che da due anni vede quest’uomo come figura maschile di riferimento e modello comportamentale.
Il bimbo, che nonostante tutto, abbraccia la mamma e le dice “Io sto dalla tua parte”.
Il più uomo tra tutti i presenti.
Sta dalla parte della madre, eppure guarda quel tizio con un luccichio di ammirazione per i suoi modi spavaldi, il sorriso arrogante, l’effetto che fa sulle ragazzine.
Ah si, giusto, parentesi parallela all’intera situazione: il tizio guarda lascivamente due ragazze di circa 16 anni che discutono con un gruppo di coetanei se andare o meno a ballare, entra nella comitiva con atteggiamento scherzoso e giulivo, sfottendo i ragazzetti per la mancanza di iniziativa e suscitando risolini frivoli alle due adolescenti (che praticamente avrebbero accettato un passaggio persino da un uomo in maschera con un machete).
La verità è che quest’uomo, secondo me, crede di scherzare.
Crede di essere divertente, brillante, spiritoso.
Crede sia assolutamente evidente che per lui si tratta solo di una gigantesca burla, è sconvolto dall’essere preso sul serio.
Non penso ci stesse provando con me, voleva farlo credere ai presenti per essere al centro dell’attenzione, per dimostrare a se stesso che può ancora far sorridere una ragazza 15 anni più giovane (chissà se sa la differenza tra un sorriso ed un ghigno?) e farle credere di essere più carina della zavorra quarantenne che si porta appresso.
Prima o dopo, se esiste un briciolo di buon senso in quella zucca platinata, lui si troverà con un pugno di amanti e nessuna fidanzata.
Nel frattempo, coloro che, come me, si appuntano il proprio orgoglio sul bavero e lo mostrano a tutti, dedicheranno un pianto silenzioso a lei e a tutte quelle che, come lei, non hanno che potenziale sprecato.
Era anche il suo compleanno.
Insomma, alla serata assegno un drammatico 4, che sarebbe zero, ma il gelato era buono.
Fatevi un po’ i cazzi degli altri, non siate timidi.
P.s. Se per caso questo dovesse giungere a CrisiDiMezzaEtà, per via dei fantastici poteri conferiti all’internet, voglio chiarire che non è cattiveria gratuita.
Sarcasmo, ironia, acidità da tutti i pori, ma cattiveria no.
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“Quando arrivi a casa che fai, scrivi una recensione?” Ehi… mica male come idea! Premessa: le parti in causa non verranno identificate con il loro nome e possibilmente non leggeranno questa sequela di parole messe le une accanto alle altre, quindi non preoccupatevi per la mia apparente...
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Droghe.

11 giugno 2015 ore 12:08 segnala
Aprì gli occhi e vide la luce del sole, ma era ancora presto.
Ancora prima di aprire gli occhi, però, stava già annusando.
Sesso, dappertutto.
Lo sentiva emanare dalla pelle, dalle lenzuola, dai cuscini, dalle pareti, a placide ondate.
L’aroma di una pelle non sua, rimasta attaccata all’olfatto, effimero residuato della notte trascorsa.
Lui non c’era, ma era dappertutto.
Solitamente si crogiolava in pensieri dal sapore romantico e sdolcinato, un po’ edulcorati.
Cose sui baci, sulle dichiarazioni spassionate di eterno amore, addirittura sul matrimonio, ma c’era una realtà più forte in quell’odore, che di fantasioso aveva ben poco, anche se di fantasia ne avevano usata.
La realtà più forte le rimaneva incastrata tra i capelli, lasciata dalle dita che strattonavano, mentre la prendeva.
Quel pensiero le fece scivolare le gambe una contro l’altra, una sola volta, lentamente.
Persino le gocce di sudore che si separavano dal suo naso e le finivano sul collo, non avevano fatto che alimentare l’impulso.
E non voleva che finisse, voleva continuasse in loop per il resto dei suoi giorni, quella sensazione di irrefrenabile.
Si, la sensazione di VOLERE, non quella di godere.
A raggiungere orgasmi soddisfacenti era sempre stata più che talentuosa, ma quel sentore di ineluttabilità, quel principio di follia che spinge e si dimena e si contorce, chiedendo solo d’essere mostrato, ma ancor più di essere toccato, quello era la sua vera droga.
Già, la droga.
Si trovò a riflettere sulle dipendenze e un pensiero fece capolino senza affanno alle porte della sua consapevolezza.
Chi è superficiale?
Le piaceva credersi innamorata follemente, perché le nasceva una bolla di felicità nel petto e si gonfiava a dismisura, pretendendo di uscire dagli occhi e di essere sorrisa, quando pensava a lui.
Quando lo aveva davanti la bolla era un dirigibile.
Rimaneva affascinata dalla curva del suo sorriso, dal suono caldo della sua voce, dal colore incredibile delle sue iridi, dal modo in cui inclinava la testa, da… da lui?
Si, da lui, certo, ma non proprio da lui, giusto?
Era la chimica.
Lui la eccitava davvero, non come molti altri prima e probabilmente alcuni altri dopo.
Ogni volta che entrava in casa, con la sua camminata spavalda e l’espressione strafottente, il palloncino che aveva in petto iniziava a gonfiare, facendo le fusa.
Ma non era l’amore incondizionato a tendere la superficie del suo misurato entusiasmo, erano gli ormoni.
Voleva le sue mani addosso, voleva la sua lingua in bocca, voleva fondersi e voleva che continuasse, continuasse, continuasse.
La droga.
Non ne aveva provate molte e per nessuna aveva sviluppato dipendenza.
Sensazioni rapide come cannonate, ma non altrettanto notevoli.
Deludente, la droga, molto deludente.
Ma lui? Oh, lui era sul podio di tutte le droghe.
Eccitazione incontrollabile, sensazione di benessere perdurante, eccesso di risa, gradevoli capogiri, dolce confusione.
E non aveva effetti collaterali.
Ecco, se non quella stupida e fuorviante conclusione di essere, in sintesi, innamorata.
In un certo senso vero, si, amava.
Amava sentirsi in quel modo, come un’adolescente alle prime armi, che vede grandi storie ad ogni angolo di strada e scambia per principi tutti i rospi che incontra.
Chi è superficiale?
Forse lei, che non avrebbe saputo esplicare il suo sentire senza elencare le sensazioni.
Perché lo ami?
Per come mi fa sentire.
Ma quello è l’amore!
È come dire “perché?”, “perché si!”.
Poteva chiamarlo come preferiva e concedersi fantasticherie di più nobile lignaggio, ma la sintesi, il fulcro, il nocciolo della questione era semplice e superficiale: lo voleva.
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Aprì gli occhi e vide la luce del sole, ma era ancora presto. Ancora prima di aprire gli occhi, però, stava già annusando. Sesso, dappertutto. Lo sentiva emanare dalla pelle, dalle lenzuola, dai cuscini, dalle pareti, a placide ondate. L’aroma di una pelle non sua, rimasta attaccata all’olfatto,...
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L'espressione.

21 aprile 2015 ore 17:03 segnala
Quell’espressione.
Le si dipingeva in volto come un velo di fard, anche quando riusciva a non arrossire.
Quella faccia, si, proprio quella.
L’incurvarsi delle labbra a stento trattenuto, il luccicare più intenso delle iridi color turchese, la piccola fossetta in alto, sulla gota.
In un’unica occasione tutte queste cose si sommavano, unite all’accelerare quasi impercettibile del respiro e all’aumento della salivazione, in un unico caso.
Lui.
La scienza poteva forse etichettarne i sintomi, classificarli, siglarli e risistemarli ordinatamente in uno schema ben preciso, quello che annuncia con clamore il desiderio sessuale.
La scelta del partner con cui riprodursi, la chimica generata dal riconoscere una massa di geni che mischieremmo volentieri con la nostra.
Eppure l’arte e la filosofia ci vogliono un pelo più lontani dalle bestie, a cui tanto somigliamo quando le nostre pupille si dilatano e i nostri denti cercano qualcosa da addentare, quindi definisce tutto questo con diverse sfumature di colore.
Non il rosso del sangue che pulsa impazzito nelle vene, riempiendo i nostri organi genitali, ma quello rassicurante di un cuore disegnato distrattamente nell’angolo di un quaderno.
Non il rosa della pelle esposta senza pudore, ma quello dei fiori di pesco, delicati e profumati.
Non il bianco dei denti un attimo prima di mordere, ma le ali sfarfallanti di Cupido.
Per lei scienza e poesia non avevano alcuna distinzione, sapeva solo che effetto le faceva.
Quando il cellulare iniziava a vibrare sotto il palmo della mano l’assaliva la speranza d’aver indovinato il mittente, accompagnata da movimenti un po’ troppo rapidi, ma non fulminei.
Alla conferma del mittente seguiva quell’espressione, proprio quella.
La faccia giocosa di una bimba sorpresa a far baciare due bamboline, nell’angolo della stanza, accovacciata a terra.
Imbarazzata?
Forse, ma con un certo orgoglio.
Nel petto si gonfiava un palloncino di soddisfazione, che premeva dall’interno per farsi scoppiare fuori.
A volte scoppiava sul serio, quando non riusciva a trattenersi dal parlarne.
Di lui avrebbe parlato giorno e notte, ma non c’era assolutamente niente di interessante da dire.
Avrebbe descritto il suo sguardo?
Solo a lei il colore di quegli occhi sarebbe sembrata la più vivida sfumatura di azzurro infinito nell’intero universo.
Avrebbe descritto il suo sorriso?
Solo a lei sarebbe parso un raggio di sole, biondo come il grano, che spacca in due il cielo a tutte le più meravigliose ore della giornata, fino ad un attimo prima del tramonto.
Avrebbe descritto il modo in cui la baciava?
Per quello non c’erano parole, alla seconda sillaba diventavano gemiti e le gambe parevano afflosciarsi, liquefatte come cera e i piedi non riuscivano a non strusciare l’uno contro l’altro.
Pura estasi.
Ma era sempre questo a fregarla, dopotutto.
Il desiderio.
Non dipendeva dagli orgasmi, dall’affetto, dalle attenzioni.
Lei aveva un’insanabile dipendenza dalla propria voglia.
Viveva per l’attimo in cui la sentiva crescere, lievitarle nel ventre e nelle tempie, facendola diventare scarlatta, riducendola a balbettare affannosamente, a chiedere, a supplicare.
Quando conosceva qualcuno in grado di farle questo regalo, in breve tempo ne diventava ossessionata.
Non eccedeva mai nel mostrare la propria smania, ma essa la divorava dall’interno con costanza maniacale.
Nell’immobilità che si costringeva a mantenere, gli unici lampi di visibilità erano rappresentati da quell’espressione.
Trapelava indiscreta dalle sue tendine, facendo capolino sul viso giusto in tempo per essere subito archiviata, raramente accompagnata da una frase di passaggio, un po’ troppo frettolosa e acuta.
A lui non avrebbe mai mostrato, oh no.
Anche se, durante l’atto, quando i loro corpi si univano alla ricerca del più noto piacere, qualcosa doveva sgorgare dalla sua espressione, perché leggeva in lui una certa perplessità.
Non una perplessità invalidante, che interrompeva il filo del loro orgasmo e spezzava irrimediabilmente l’atmosfera, ma qualcosa di abbastanza visibile, per nulla celato.
Lei lo lasciava perplesso.
Avrebbe voluto essere in grado di liberare il piacere senza liberare nient’altro, nascondendo quell’espressione.
Nascondendosi, in sintesi.
Eppure qualcosa, nel raggiungere il picco di massima soddisfazione fisica, doveva liberare in parte quell’altra cosa.
Quella che aveva nella mente, che non aveva niente a che fare con il desiderio carnale, ma piantava le sue radici più a fondo, nelle viscere della sua personalità disturbata.
Amore?
Non sapeva e si rifiutava di definirlo così.
Nel ritrovarsi a parlare da sola, davanti allo specchio o di fronte al suo diario, continuava a ripetere “Solo attrazione fisica, solo attrazione fisica, solo attrazione fisica…”.
Riempiva pagine e pagine solo di questo.
Chimica?
Non sapeva, ma la definizione le piaceva assai più dell’amore.
Alchimia, forse.
Qualcosa di scientificamente sano, ma circondato da un alone di mistero e di magia.
Lui e quei suoi dannati occhi, chiari come le acque di un torrente, che le si piantavano nel cranio ogni volta che li affondava nelle sue pupille.
Non si limitava a spogliarla dai vestiti, le toglieva la corazza.
Questa cosa la faceva arrabbiare e sorridere di gusto.
La sua era una bella rabbia di circostanza, in fondo.
Una particina già memorizzata in un breve copione, doveva solo interpretare se stessa alla perfezione.
Fingeva la rabbia di chi non vuole mostrarsi debole, ma non aspetta altro da tutta la vita.
La frustrazione di chi abbassa la testa di fronte alla belva feroce, sperando di non essere mangiato, fingendosi indifeso, ma con un coltello nascosto dietro la schiena.
Quelle come lei non si fidavano mai sul serio.
Soprattutto dell’innocenza.
Da lui questo emanava, l’innocenza di chi si concede alla vita senza freni e senza difese, abusando e annegando nei vizi, non per ingordigia, ma per incapacità di trattenersi.
Per questo tutti gli altri, dopo aver acceso in lei il desiderio, lo guardavano svanire in fretta.
Un caldo d’inferno, non certo un fiammifero, ma di breve durata.
Non lui, con la sua maledetta, bianca e lucida innocenza.
Non lui, che non era in grado di mettere un filtro al desiderio e la prendeva come ci si tuffa in acqua da un dirupo.
Non puoi decidere di saltare e poi cambiare idea a mezz’aria, se ti butti sei già atterrato.
Lui la prendeva così, infilandole le mani tra i capelli, strappandole via i vestiti, rubandole il fiato dai polmoni.
Eppure non come si prende qualcosa senza restituire, ma proprio come l’acqua al fondo di quel dirupo, lasciandosi avvolgere e sopraffare, tirare verso il basso e poi spingere verso l’alto, verso l’orgasmo, verso il piacere condiviso.
Alla radice di quell’espressione, di quel piccolo e breve scorcio di ilarità che le guizzava in viso, c’era la vertigine.
La terrificante paura di essere anch’essa sull’orlo di gettarsi, senza sapere se avrebbe trovato l’acqua.
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Quell’espressione. Le si dipingeva in volto come un velo di fard, anche quando riusciva a non arrossire. Quella faccia, si, proprio quella. L’incurvarsi delle labbra a stento trattenuto, il luccicare più intenso delle iridi color turchese, la piccola fossetta in alto, sulla gota. In un’unica...
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Alcol.

06 aprile 2015 ore 01:37 segnala
Io vi avviso, questo non è per nulla divertente.
Non vuole essere autocommiserante, né accusatorio, né vittimista.
E' solo una cosa che ho bisogno di dire.
Alcol.
Volete sentire una cosa divertente sull’alcol?
Allora sentite qua:
Una sera, una mia amica il cui nome rimarrà caritatevolmente (che parolone altisonante!) anonimo, si è scolata talmente tante sostanze alcoliche, da non saper distinguere il sardo dall’albanese e il siciliano dal rumeno.
Una volta tentò di persuadere un tizio, più ubriaco di lei, a pagare per la tessera che aveva smarrito.
Un’altra volta ancora si convinse di poter pagare l’affitto derubando con astuzia un suo amico tunisino, la cui preziosissima (secondo lei) collana da quattro soldi rimase tenacemente attaccata al collo del suddetto amico.
La serata finì contusamente (no, non ho sbagliato, lei era contusa, più che confusa).
Ecco, ho detto alcune cose divertenti sull’alcol, ma se vi capitasse mai l’occasione di farvele raccontare dal vivo, lei si premurerà di ripetervele in modo più dettagliato.
Le prime 27 volte riuscirà a suscitare la vostra ilarità, ne sono certa (sa essere un po’ ripetitiva).
Volete sentire un’altra cosa divertente sull’alcol?
L’alcol ha ucciso mio padre.
Si, lo so, non fa ridere quanto la storia del tunisino.
Ma, come si suol dire, pane al pane e vino al vino.
E mio padre di vino se ne intendeva parecchio, era un esperto in Tavernello.
La prima volta che ho visto mio padre ubriaco si perde nei meandri della mia memoria.
Frequentavo l’asilo, credo.
Ripeto, non è divertente come la mia amica che conta le stelline sull’uniforme del carabiniere, mentre quello la deride con i colleghi (storia vera, amici), ma diamine, l’alcol sa essere un gran bel farabutto.
Un attimo guardi Sarabanda con papà, l’attimo dopo sta inveendo per qualcosa che ha visto solo lui.
Non sto dicendo che sia colpa dell’alcol, in fondo nessuna bottiglia ha mai suonato il campanello spacciandosi per il postino, solo per circuire il mio vecchio con l’inganno.
Lui la andava a cercare e quella, inerme, non si tirava indietro.
Ma, vedete, arriva un certo punto in cui tornare indietro non è più possibile.
Credete di no?
Ho visto la mia amica strisciare per terra, sulle ginocchia sudice e sbucciate, giurando di amarmi.
Mi ha anche messo la faccia tra le gambe, tentando di darmi un bacio sulle labbra sbagliate.
Questo si che provoca ilarità, quando lo racconto, mica come quando dico che mio padre si addormentava con la faccia sul tavolo e la sigaretta accesa in mano, con gli occhiali sbilenchi che pendevano da un orecchio.
Storia vera, amici.
Arriva il giorno in cui smettere di cercare la felicità sul fondo di un bicchiere non è più possibile.
Non si conosce nessun altra strada e non si conosce nessun altra meta.
Ridere e bere, bere e vomitare, vomitare e svenire, svenire e svegliarsi a casa, con al collo ghirlande di plastica, vivaci e colorate.
Un vero spasso.
È molto più divertente raccontare che una volta, la mia amica, era così ubriaca da non saper riconoscere l’unico cinese del locale, a cui aveva già trafugato il cocktail tre volte nel giro di un’ora.
“Ma no, quello era un altro cinese!”.
Un’altra cosa divertente è tuo padre che non si ricorda di telefonare a Natale.
Ma, diamine, un po’ lo capisco, è una data difficile da memorizzare.
L’alcol è proprio un gran bel barzellettiere, dovrebbe andare a Colorado!
Gli anni passano e ancora ricordo quella volta in cui la mia amica, uscita dalla discoteca, inveì contro un povero ragazzo privo di capigliatura.
“Pelato di merda” diceva “Ce l’hai piccolo!” gridava, mentre il pubblico rideva sguaiatamente.
Un vero spasso.
Come quando mio padre smise di andare a lavorare e poi lo trovarono morto.
Da morir dal ridere.
L’alcol ha senso dell’umorismo, ma sa come rovinare la festa a qualcuno.
Insomma, un attimo sei lì, che balli, ridi, piangi, ti strusci contro gli sconosciuti.
L’attimo dopo sei in coma etilico in un ospedale, senza sapere bene quale.
Ti svegli, torni a casa, dormi una dozzina di ore e poi arriva, finalmente, il momento in cui tutti ti raccontano cosa ti sei persa.
Chiedete alla mia amica qualche storiella carina, sono tutte di seconda mano, ma lei le racconta meglio, con più enfasi.
Vi saprà dire persino quanti uomini ha toccato all’altezza dell’inguine, anche se non si ricorda nemmeno come è arrivata dal bagno alla camera da letto.
Ma è a noi astemi che spetta l’onore di ridere più forte, nonostante il mal di testa, la frustrazione e il senso amaro di consapevolezza.
Mio padre è morto, non molto tempo fa.
Era un alcolista e se esiste uno stadio dell’alcolismo, nel suo giocavano tutti i campionati, di questo e di altri mondi.
Non ho mai visto mio padre bere acqua, o forse l’ho dimenticato.
Non ho mai visto mio padre allontanarsi dal Tavernello per più di un paio d’ore, o forse l’ho dimenticato.
Non ho mai ricevuto una sua chiamata negli ultimi sei anni, da quando si è separato dal resto della famiglia.
E, no, questo non l’ho dimenticato.
Non è una storia divertente, non fa ridere nemmeno un po’ e da quando è successo, nemmeno le altre storielle fanno più tanto ridere.
Se fossi in grado, se fossi abbastanza acuta e brillante, farei una campagna contro l’alcol.
Una campagna? Farei anche una città, una montagna, una splendida zona rurale!
Mio padre era un coglione.
Oh si, signori, l’ho detto.
L’ho detto anche se era mio padre e l’ho detto anche se è morto.
Perché, pane al pane e vino al vino, quel vino non gliel’hanno mai infilato in gola con l’imbuto.
Era debole, era malato, era vigliacco e forse era la più grande e penosa vittima di se stesso, ma in un modo tutto masochistico che solo i figli sanno adoperare, io gli voglio bene.
E lo odio, lo odio con tutto il cuore, per quello che si è fatto.
Mio padre era i Re di tutti i coglioni e bevendo non faceva ridere proprio nessuno.
Non come la mia amica o l’amica della mia amica o i vostri amici, che non ho avuto il piacere di conoscere, ma sicuramente hanno alle spalle tanti aneddoti divertenti che riguardano quella splendida sostanza.
Quello splendido, inebriante veleno.
Sulle bottiglie dovrebbero scrivere “Distillato per idioti” e dovrebbero formare raduni di “Imbecilli anonimi”.
Pagliacci di corte, tutti molto buffi, finché non crepano da soli, senza corrente, con i vestiti luridi, le barbe incolte, barattoli di medicinali sparsi come conchiglie in riva ad un mare di bottiglie di super alcolici.
Come finisce questa barzelletta?
Vi avverto, non fa ridere.
Non odio chi beve.
Non odio l’alcol.
Non odio neppure i mitragliatori, né i mitraglieri.
Ma ogni tanto, a furia di bere e di mitragliare, si sega le gambe a qualcuno.
Penso che la mia prima ferita “d’arma da bere” risalga ai tempi dell’asilo e non si sia mai risanata.
Questo giustifica in parte il fatto che l’alcol non mi faccia più sbellicare come dovrebbe.
Ma dovrebbe?
Ho sempre riso senza stringere in mano bicchieri, mi sono sempre bastate la faccia e l’anima.
Ho riso per una settimana dopo aver sentito la parola “banano”, avevo 7 anni, credo.
Sto divagando di nuovo.
Ragazzi, se bevete, non mitragliate.
Ecco.
Anche le vostre cazzate, per quanto buffe, faranno ridere solo le prime 27 volte che le raccontate, poi non faranno più ridere nessuno.
Io continuerò a non bere e verserò fresche ondate di ottimo vino mentre cucino risotti e pietanze inventate.
Voi continuate a ridere, ma ricordatevi di quel momento, di quell’attimo che trasforma un’abitudine innocua in una discesa ripida, viscida e senza appigli.
Ricordatevi di quella frase di troppo, che trasforma una storiella in un epitaffio che non fa ridere nessuno.
Se proprio dovete, non fatelo davanti ai bambini.
Mai, davanti ai bambini.
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Io vi avviso, questo non è per nulla divertente. Non vuole essere autocommiserante, né accusatorio, né vittimista. E' solo una cosa che ho bisogno di dire. Alcol. Volete sentire una cosa divertente sull’alcol? Allora sentite qua: Una sera, una mia amica il cui nome rimarrà caritatevolmente (che...
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06/04/2015 01:37:01
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Fedeltà

18 ottobre 2014 ore 14:44 segnala
Considerazioni odierne.
Argomento: fedeltà.
Al di là del fatto che il concetto stesso di fedeltà, quello classico, che vuole due persone dedicate solamente l'una all'altra, fisicamente e sentimentalmente, da anni mi pare quanto meno dubbio.
Un rapporto equilibrato, basato sul rispetto e sull'amore reciproci, non dovrebbe avere regole.
Il fatto di fare o non fare una cosa dovrebbe essere dettato solamente dal desiderio di allietare o non nuocere al partner, ergo se non è in grado di tollerare che si abbiano rapporti fisici con altri, questo non dovrebbe essere un sacrificio, ma una naturale conseguenza dello stare insieme; se così non fosse, se la cosa creasse degli attriti, se ne dovrebbe discutere fino a trovare una soluzione. INSIEME.
Ma questa è una coppia idealizzata, formata da individui che non si sono lasciati vincolare e fuorviare dalla cultura (simil cattolica) in cui sono immersi e hanno sviluppato (sia insieme che individualmente) un buon rapporto con la logica.
La realtà è diversa, lo so.
Quello che però, da diversi anni, mi lascia esterrefatta è che TUTTI TRADISCONO.
Ci saranno delle eccezioni? Certo, ma, ve lo assicuro, sono proprio eccezionali.
Cos'è tradire? Alcuni dicono che un bacio, una limonata, una pomiciata, non sono tradire.
Sopporterebbero che il partner facesse altrettanto? Difficile.
O meglio, forse perdonerebbero, ma sicuramente non senza conseguenze.
Qualcuno sostiene che se è solo un rapporto fisico, non è tradimento.
Lo dicono al proprio compagno? No.
Se il loro compagno lo scoprisse metterebbe fine alla relazione? Plausibile.
A mio parere, un'azione che potrebbe danneggiare psicologicamente il proprio partner (che sia essa un bacio, una palpatina, un pompino, una trombata fenomenale) e quindi viene compiuta di nascosto, è tradimento.
Non ci sono vie di mezzo, non ci sono "quello si, quello no", c'è la cruda e semplice realtà dei fatti: esiste qualcosa che desideri al punto da mancare di rispetto alla persona con cui vuoi passare il resto della vita (almeno in quel dato momento).
Lo hanno fatto o lo fanno o lo faranno...tutti.
Sono stata amante, forse perché a me, che la fanciulla di qualcuno abbia un palco di corna, frega meno di niente.
E alcuni di questi uomini, la loro mogliettina o fidanzatina, la amavano sul serio, almeno dell'amore che piace tanto alla gente "normale".
Quell'amore che implica il possesso, le etichette, le regole e le buone maniere.
Alcuni dopo si sono sposati con la loro fidanzatina e l'hanno messa incinta e ora costruiscono una famiglia, sulla base che si può fare se nessuno lo viene a sapere.
E ho conosciuto donne che hanno tradito, baciando altri, vedendo altri, facendo l'amore con altri.
Alcuni tradimenti durano un secondo, altri durano anni.
Non fidatevi di nessuno, perché chi è in grado di mentire alla persona con cui si addormenta ogni notte, non avrà alcuna difficoltà a raccontarvi le sue bugie.
Nessuna difficoltà.
Ed io ancora non riesco, per quanto mi impegni, a concepire per me stessa questo genere di relazione.
Non riesco ancora a comprendere come si possa preferire per se stessi una bella gabbietta di menzogne, ad un litigio furibondo per chiarire sentimenti contrastanti.
Imporre regole al partner, regole che non vogliamo neppure seguire.
Se si fermassero a riflettere per un giorno intero, arriverebbero al mio stesso pensiero:
O questo modello relazionale è difettoso, oppure la persona che hai accanto non è quella giusta.
O forse no.
Forse nella sua evidente imperfezione, l'essere umano deve creare un equilibrio stabile tra il proprio desiderio taciuto (prendere) e ciò che è in grado di promettere (di non prendere).
E quindi mentire a se stesso, in primis, nascondendosi le lacune incolmabili che lo rendono un essere traforato, bucato, instabile.
Dimenticandosi di aver tradito e pregando non gli venga inflitto altrettanto.
Perché, ammettiamolo, per perseguire la felicità, l'onestà e la trasparenza vanno, in definitiva, accantonate.
L'amore è un gioco sporco, proprio sporco.
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Considerazioni odierne. Argomento: fedeltà. Al di là del fatto che il concetto stesso di fedeltà, quello classico, che vuole due persone dedicate solamente l'una all'altra, fisicamente e sentimentalmente, da anni mi pare quanto meno dubbio. Un rapporto equilibrato, basato sul rispetto e sull'amore...
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18/10/2014 14:44:08
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