L'espressione.

21 aprile 2015 ore 17:03 segnala
Quell’espressione.
Le si dipingeva in volto come un velo di fard, anche quando riusciva a non arrossire.
Quella faccia, si, proprio quella.
L’incurvarsi delle labbra a stento trattenuto, il luccicare più intenso delle iridi color turchese, la piccola fossetta in alto, sulla gota.
In un’unica occasione tutte queste cose si sommavano, unite all’accelerare quasi impercettibile del respiro e all’aumento della salivazione, in un unico caso.
Lui.
La scienza poteva forse etichettarne i sintomi, classificarli, siglarli e risistemarli ordinatamente in uno schema ben preciso, quello che annuncia con clamore il desiderio sessuale.
La scelta del partner con cui riprodursi, la chimica generata dal riconoscere una massa di geni che mischieremmo volentieri con la nostra.
Eppure l’arte e la filosofia ci vogliono un pelo più lontani dalle bestie, a cui tanto somigliamo quando le nostre pupille si dilatano e i nostri denti cercano qualcosa da addentare, quindi definisce tutto questo con diverse sfumature di colore.
Non il rosso del sangue che pulsa impazzito nelle vene, riempiendo i nostri organi genitali, ma quello rassicurante di un cuore disegnato distrattamente nell’angolo di un quaderno.
Non il rosa della pelle esposta senza pudore, ma quello dei fiori di pesco, delicati e profumati.
Non il bianco dei denti un attimo prima di mordere, ma le ali sfarfallanti di Cupido.
Per lei scienza e poesia non avevano alcuna distinzione, sapeva solo che effetto le faceva.
Quando il cellulare iniziava a vibrare sotto il palmo della mano l’assaliva la speranza d’aver indovinato il mittente, accompagnata da movimenti un po’ troppo rapidi, ma non fulminei.
Alla conferma del mittente seguiva quell’espressione, proprio quella.
La faccia giocosa di una bimba sorpresa a far baciare due bamboline, nell’angolo della stanza, accovacciata a terra.
Imbarazzata?
Forse, ma con un certo orgoglio.
Nel petto si gonfiava un palloncino di soddisfazione, che premeva dall’interno per farsi scoppiare fuori.
A volte scoppiava sul serio, quando non riusciva a trattenersi dal parlarne.
Di lui avrebbe parlato giorno e notte, ma non c’era assolutamente niente di interessante da dire.
Avrebbe descritto il suo sguardo?
Solo a lei il colore di quegli occhi sarebbe sembrata la più vivida sfumatura di azzurro infinito nell’intero universo.
Avrebbe descritto il suo sorriso?
Solo a lei sarebbe parso un raggio di sole, biondo come il grano, che spacca in due il cielo a tutte le più meravigliose ore della giornata, fino ad un attimo prima del tramonto.
Avrebbe descritto il modo in cui la baciava?
Per quello non c’erano parole, alla seconda sillaba diventavano gemiti e le gambe parevano afflosciarsi, liquefatte come cera e i piedi non riuscivano a non strusciare l’uno contro l’altro.
Pura estasi.
Ma era sempre questo a fregarla, dopotutto.
Il desiderio.
Non dipendeva dagli orgasmi, dall’affetto, dalle attenzioni.
Lei aveva un’insanabile dipendenza dalla propria voglia.
Viveva per l’attimo in cui la sentiva crescere, lievitarle nel ventre e nelle tempie, facendola diventare scarlatta, riducendola a balbettare affannosamente, a chiedere, a supplicare.
Quando conosceva qualcuno in grado di farle questo regalo, in breve tempo ne diventava ossessionata.
Non eccedeva mai nel mostrare la propria smania, ma essa la divorava dall’interno con costanza maniacale.
Nell’immobilità che si costringeva a mantenere, gli unici lampi di visibilità erano rappresentati da quell’espressione.
Trapelava indiscreta dalle sue tendine, facendo capolino sul viso giusto in tempo per essere subito archiviata, raramente accompagnata da una frase di passaggio, un po’ troppo frettolosa e acuta.
A lui non avrebbe mai mostrato, oh no.
Anche se, durante l’atto, quando i loro corpi si univano alla ricerca del più noto piacere, qualcosa doveva sgorgare dalla sua espressione, perché leggeva in lui una certa perplessità.
Non una perplessità invalidante, che interrompeva il filo del loro orgasmo e spezzava irrimediabilmente l’atmosfera, ma qualcosa di abbastanza visibile, per nulla celato.
Lei lo lasciava perplesso.
Avrebbe voluto essere in grado di liberare il piacere senza liberare nient’altro, nascondendo quell’espressione.
Nascondendosi, in sintesi.
Eppure qualcosa, nel raggiungere il picco di massima soddisfazione fisica, doveva liberare in parte quell’altra cosa.
Quella che aveva nella mente, che non aveva niente a che fare con il desiderio carnale, ma piantava le sue radici più a fondo, nelle viscere della sua personalità disturbata.
Amore?
Non sapeva e si rifiutava di definirlo così.
Nel ritrovarsi a parlare da sola, davanti allo specchio o di fronte al suo diario, continuava a ripetere “Solo attrazione fisica, solo attrazione fisica, solo attrazione fisica…”.
Riempiva pagine e pagine solo di questo.
Chimica?
Non sapeva, ma la definizione le piaceva assai più dell’amore.
Alchimia, forse.
Qualcosa di scientificamente sano, ma circondato da un alone di mistero e di magia.
Lui e quei suoi dannati occhi, chiari come le acque di un torrente, che le si piantavano nel cranio ogni volta che li affondava nelle sue pupille.
Non si limitava a spogliarla dai vestiti, le toglieva la corazza.
Questa cosa la faceva arrabbiare e sorridere di gusto.
La sua era una bella rabbia di circostanza, in fondo.
Una particina già memorizzata in un breve copione, doveva solo interpretare se stessa alla perfezione.
Fingeva la rabbia di chi non vuole mostrarsi debole, ma non aspetta altro da tutta la vita.
La frustrazione di chi abbassa la testa di fronte alla belva feroce, sperando di non essere mangiato, fingendosi indifeso, ma con un coltello nascosto dietro la schiena.
Quelle come lei non si fidavano mai sul serio.
Soprattutto dell’innocenza.
Da lui questo emanava, l’innocenza di chi si concede alla vita senza freni e senza difese, abusando e annegando nei vizi, non per ingordigia, ma per incapacità di trattenersi.
Per questo tutti gli altri, dopo aver acceso in lei il desiderio, lo guardavano svanire in fretta.
Un caldo d’inferno, non certo un fiammifero, ma di breve durata.
Non lui, con la sua maledetta, bianca e lucida innocenza.
Non lui, che non era in grado di mettere un filtro al desiderio e la prendeva come ci si tuffa in acqua da un dirupo.
Non puoi decidere di saltare e poi cambiare idea a mezz’aria, se ti butti sei già atterrato.
Lui la prendeva così, infilandole le mani tra i capelli, strappandole via i vestiti, rubandole il fiato dai polmoni.
Eppure non come si prende qualcosa senza restituire, ma proprio come l’acqua al fondo di quel dirupo, lasciandosi avvolgere e sopraffare, tirare verso il basso e poi spingere verso l’alto, verso l’orgasmo, verso il piacere condiviso.
Alla radice di quell’espressione, di quel piccolo e breve scorcio di ilarità che le guizzava in viso, c’era la vertigine.
La terrificante paura di essere anch’essa sull’orlo di gettarsi, senza sapere se avrebbe trovato l’acqua.
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Quell’espressione. Le si dipingeva in volto come un velo di fard, anche quando riusciva a non arrossire. Quella faccia, si, proprio quella. L’incurvarsi delle labbra a stento trattenuto, il luccicare più intenso delle iridi color turchese, la piccola fossetta in alto, sulla gota. In un’unica...
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21/04/2015 17:03:39
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Commenti

  1. eli.elysa 07 ottobre 2015 ore 15:10
    :-) :-) :-)
  2. outfitter 08 novembre 2016 ore 10:03
    sottile erotica avvolgente si vede che vivi questo racconto con passione anche dal vivo
  3. antioco1 22 settembre 2017 ore 19:03
    molto bello complimenti

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